Lo spread tra Btp e Bund ha aperto in leggero calo il 26 ottobre. Non è però sceso sotto la soglia dei 120 punti base, rimanendo a 122, soltanto un punto sotto la chiusura di venerdì. A scendere sensibilmente sono i rendimenti, calati sotto quota 4,60%, dopo i picchi della scorsa settimana.
Dopo la conclusione dell’emissione dei Btp Valore e dei Btp Valore insieme, domani riprenderanno le aste regolari, con quella dei Btp Short Term e dei Btp€i.
Lo spread non cala ma i rendimenti sì
L’apertura dei mercati obbligazionari ha portato a un calo dei rendimenti dei titoli di Stato italiani ma a una sostanziale stabilità dello spread, la differenza di rendimento tra Btp e Bund tedeschi. Si tratta di un classico segnale di allentamento delle tensioni, almeno parziale, sui mercati delle obbligazioni in generale.
I rendimenti di Bund e Btp stanno calando con lo stesso ritmo, mantenendo quindi grosso modo costante il differenziale. Il dato importante è però proprio la riduzione dei rendimenti, sia per via dei preoccupanti picchi della scorsa settimana, sia per l’avvicinamento delle aste di fine mese.
Il prezzo del petrolio aiuta lo spread
Il calo dei rendimenti è contestuale a una riduzione del prezzo del petrolio. Il Wti ha aperto la settimana poco sopra i 101 dollari al Barile, mentre il Brent poco sopra i 112. Valori in senso assoluto alti, ma in riduzione rispetto alla chiusura della scorsa settimana e quindi visti come positivi dai mercati.
Cala la pressione anche sui titoli europei
Anche gli altri Paesi europei stanno beneficiando della riduzione della tensione sui mercati obbligazionari internazionali. La Spagna ha visto il suo spread calare sotto 70 punti base.
Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 26 ottobre 2026
Titoli di Stato
Rendimenti
Spread
Bund tedeschi
3,36%
–
Btp italiani
4,58%
122
Oat francesi
4,98%
162
Bonos spagnoli
4,05%
69
La Francia, che in questo momento è il Paese con i titoli di Stato maggiormente sotto pressione, è riuscita a riportare gli Oat sotto il 5% di rendimento dopo i record della scorsa settimana.
Le prossime aste dei titoli di Stato
Nella giornata di domani si terrà la prima asta dei titoli di Stato tra quelle che concluderanno il mese di ottobre. Si tratta di un asta di Btp Short Term e di Btp€i, che proporrà diversi prodotti:
un Btp Short Term a 2 anni con cedola annuale del 3%;
un Btp€i a 15 anni con cedola annuale all’1,25%;
un Btp€i a 30 anni con cedola annuale all’2,35%.
Le aste successive si terranno:
mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.
Quando versiamo denaro in un fondo pensione pensiamo, soprattutto, al momento in cui ci servirà: integrare l’assegno pubblico, affrontare le spese, conservare un po’ di tranquillità. Nel frattempo, però, quel capitale viene investito. Può finanziare uno Stato, un’impresa, un edificio o un’infrastruttura. La destinazione conta, perché contribuisce a determinare rendimenti e rischi della nostra pensione futura.
Dove finiscono, dunque, i soldi che mettiamo da parte per la pensione? Una prima risposta arriva dal Regno Unito: il monitoraggio del Mansion House Accord, diffuso dall’Association of British Insurers e da Pensions UK, fotografa 11,1 miliardi di sterline investiti nei mercati privati britannici dai firmatari, nelle linee previdenziali esaminate.
Che cosa sta facendo il Regno Unito
Il Mansion House Accord è un impegno volontario di 17 operatori previdenziali. L’obiettivo al 2030 è destinare il 10% dei patrimoni delle linee predefinite a contribuzione definita ai mercati privati, includendo un 5% nel Regno Unito, nel rispetto degli obblighi verso gli aderenti.
In questi schemi, la prestazione futura dipende dal capitale accumulato e dai risultati della gestione. Il monitoraggio considera la fase di crescita del risparmio, prima della progressiva riduzione del rischio che può accompagnare l’avvicinamento alla pensione.
L’idea è collegare risorse disponibili per molti anni a investimenti che richiedono tempo per produrre risultati, ma il rapporto pone una condizione: la priorità resta il beneficio per il risparmiatore, non il finanziamento dell’economia a qualsiasi prezzo.
Dove sono finiti gli investimenti
Il dettaglio più significativo riguarda il peso dell’immobiliare. Tra le principali destinazioni britanniche censite, gli edifici assorbono molto più capitale delle partecipazioni in imprese non quotate.
Principali destinazioni nel Regno Unito
Patrimonio investito
Immobiliare, compresi alloggi sociali e accessibili
8 miliardi di sterline
Infrastrutture
1,3 miliardi
Debito e credito privato
900 milioni
Private equity
500 milioni
Fonte: Association of British Insurers e Pensions UK, dati a fine 2025. Le voci riportate non esauriscono il totale degli 11,1 miliardi.
Sono, inoltre, stati sottoscritti impegni per altri 3 miliardi di sterline destinati ai mercati privati nazionali, ancora da investire alla data della rilevazione. Capitale impegnato e capitale già impiegato non sono la stessa cosa.
La fotografia aiuta a superare un equivoco: investire nell’economia reale non significa necessariamente finanziare nuove aziende tecnologiche. Può voler dire acquistare immobili, sostenere infrastrutture oppure concedere finanziamenti attraverso il private debt, il debito non negoziato sui mercati pubblici.
Perché questa notizia riguarda anche l’Italia
Anche i fondi pensione italiani investono nell’economia nazionale. Secondo le considerazioni del presidente Covip sulla Relazione 2025, questi impieghi ammontano a 43,9 miliardi di euro, il 19,3% degli investimenti nel perimetro considerato.
La cifra comprende titoli di Stato, strumenti emessi da soggetti residenti e immobili. Gli investimenti in titoli di imprese italiane sono, invece, 5,8 miliardi, suddivisi tra 3,4 miliardi di obbligazioni e 2,4 miliardi di azioni. Si aggiungono 2,3 miliardi di investimenti domestici attraverso quote di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari.
Non possiamo confrontare direttamente i 43,9 miliardi italiani con gli 11,1 miliardi britannici: cambiano strumenti, operatori e perimetri. Il dato italiano include il debito pubblico; quello britannico riguarda specificamente i mercati privati di determinate linee previdenziali.
Il confronto utile è un altro: quanto risparmio previdenziale raggiunge le imprese e a quali condizioni? Comprare un titolo di Stato e finanziare un’azienda sono entrambi investimenti domestici, ma hanno caratteristiche differenti.
I soldi della pensione possono sostenere la crescita?
Possono farlo, ma non basta che un progetto sia utile al Paese perché rappresenti anche un buon investimento previdenziale.
Un’infrastruttura può generare entrate per decenni; un’impresa può crescere e creare valore. Tuttavia, ritardi, costi superiori alle attese o risultati insufficienti possono compromettere il rendimento. Nei mercati privati, inoltre, vendere rapidamente un investimento può essere più difficile e la valutazione meno immediata rispetto a un titolo quotato.
Conta, quindi, la diversificazione del portafoglio: distribuire le risorse tra attività, settori e Paesi riduce la dipendenza da un’unica fonte di rischio. Investire vicino a casa non è, di per sé, una garanzia di sicurezza.
Che cosa dovrebbe sapere chi versa in un fondo
Occorre, anzitutto, distinguere la previdenza complementare dalla pensione pubblica. Nei fondi pensione i contributi vengono investiti per costruire il capitale dell’aderente. Nel sistema pubblico a ripartizione i contributi correnti finanziano le prestazioni dei pensionati.
Per comprendere la propria posizione, sono centrali il comparto scelto, i costi, i rischi e l’orizzonte temporale. La presenza di investimenti nazionali, da sola, non dice quanto renderà il fondo.
La lezione britannica riguarda proprio questo equilibrio: il risparmio previdenziale può contribuire a costruire case, infrastrutture e imprese, ma deve prima di tutto costruire una pensione. Per chi accantona una parte dello stipendio, la domanda decisiva resta quale beneficio ottenga in cambio del rischio assunto.
Server informatici manipolati per conoscere in anticipo l’itinerario dei tagliandi milionari, acquistati a colpo sicuro da parenti e conoscenti: così si è consumata la truffa dei Gratta e Vinci scoperta dalla Guardia di Finanza di Roma, che ha portato all’esecuzione di un sequestro di beni per un valore superiore a 25 milioni di euro nei confronti di cinque ex dipendenti di una società concessionaria del gioco, risultata estranea ai fatti.
Il provvedimento cautelare è stato disposto su delega della Procura Regionale della Corte dei conti per il Lazio per garantire il risarcimento del danno erariale causato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Come funzionava la truffa e la violazione dei server
Il sistema del Gratta e Vinci si fonda sulla rigida gestione del concessionario e su meccanismi di distribuzione che dovrebbero garantire la totale casualità delle vincite. Gli ex dipendenti hanno tuttavia sfruttato le proprie credenziali di accesso per violare i sistemi informatici e manipolare i server aziendali.
Attraverso questo accesso riservato, la banda riusciva a tracciare in anticipo la posizione esatta di quattro biglietti vincenti dal valore complessivo di 24 milioni di euro:
due tagliandi che garantivano un premio da 7 milioni di euro ciascuno.
due tagliandi da 5 milioni di euro ciascuno.
Una volta individuata la ricevitoria sul territorio nazionale a cui la concessionaria aveva spedito i biglietti, i truffatori inviavano parenti e amici ad acquistarli a colpo sicuro. Un meccanismo che ha alterato la casualità del gioco e sottratto premi che, in condizioni ordinarie, avrebbero potuto anche non essere riscossi e rimanere allo Stato.
Il maxi sequestro da 25 milioni di euro
L’inchiesta contabile e finanziaria ha portato al blocco di un ingente patrimonio immobiliare e finanziario riconducibile agli indagati. I sigilli della Guardia di Finanza sono scattati su 25 immobili (tra cui villini, appartamenti, garage e cantine) situati nelle province di Roma, Viterbo, Treviso, Taranto, Grosseto e Reggio Calabria.
Oltre alle proprietà immobiliari, sono stati sottoposti a sequestro auto e moto di grande cilindrata e diversi conti correnti. Ora spetterà al giudice contabile stabilire se confermare, modificare o revocare il provvedimento a tutela delle casse pubbliche.
L’apertura del 23 ottobre ha visto lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi raggiungere un nuovo record recente a 124 punti base. Il differenziale non apriva la giornata a questi livelli dal 2024, ma si tratta comunque di un miglioramento rispetto ai picchi raggiunti nella giornata di ieri.
Anche i rendimenti sono migliorati, rientrando al 4,60% dopo che ieri avevano sfiorato il 4,70%. Oggi è l’ultimo giorno per acquistare i Btp Valore e i Btp Valore Insieme. Dopo le 13, orario in cui terminerà l’emissione si sapranno i tassi definitivi.
Lo spread continua ad aumentare
Nonostante la situazione dello spread tra Btp e Bund sembri simile a quella che ieri aveva portato il differenziale a raggiungere i 122 punti base in apertura, nelle prime ore del 23 ottobre si sono verificati movimenti più complessi e in un certo senso opposti. Ieri la pressione sui debiti pubblici europei, determinata da vari fattori, aveva portato i rendimenti a nuovi record recenti, lasciando invece invariati quelli dei Bund.
Oggi, invece, tutti i rendimenti sono in calo. Quelli dei Bund si sono però ridotti più rapidamente di quelli degli altri Paesi europei, determinando l’allargamento dello spread.
Perché i rendimenti di Bund calano quando le cose vanno male
Sembra controintuitivo, ma nei momenti di crisi i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi tendono a calare. Tradizionalmente, la Germania è vista come uno dei Paesi con il debito pubblico più solido e maggiormente sotto controllo. Gli investitori trattano quindi i suo Bund come un bene rifugio.
Questo status è al momento incrinato sia dalle difficoltà economiche del Paese, che appaiono però in via di risoluzione, sia dalla maggiore spesa pubblica degli ultimi governi tedeschi. Ciononostante, nei momenti di crisi, si può ancora notare una maggiore stabilità dei rendimenti tedeschi rispetto a quelli degli altri Paesi europei.
Francia oltre ogni record, continua la pressione sui titoli europei
Nonostante il calo dei rendimenti, la pressione sui titoli europei non si è allentata. I Bonos spagnoli hanno raggiunto 70 punti base di spread, ma è in Francia che la situazione è critica.
Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 22 ottobre 2026
Titoli di Stato
Rendimenti
Spread
Bund tedeschi
3,36%
–
Btp italiani
4,60%
124
Oat francesi
5,06%
170
Bonos spagnoli
4,06%
70
Gli Oat sono a 170 punti dai Bund, con rendimenti del 5,06%, il livello più alto da quando è stato introdotto l’euro. È il risultato di una combinazione di fattori, che vanno dalle difficoltà economiche del Paese a un debito pubblico fuori controllo, fino a un certo livello di speculazione sui titoli di Parigi e all’instabilità politica che potrebbe compromettere anche la prossima manovra finanziaria.
Ultimo giorno dell’emissione dei Btp Valore, poi le aste regolari
Oggi alle 13 so concluderà l’asta dei Btp Valore dedicati agli investitoriretail. Il Tesoro ha già raccolto più di 14 miliardi di euro da questa iniziativa. In pomeriggio verranno resi pubblici i rendimenti definitivi. Dalla prossima settimana ricominceranno invece le aste regolari. Le date da segnarsi sono:
martedì 27 ottobre l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.
Quando si gestisce un’impresa, ogni costo fisso pesa e l’assicurazione, spesso, finisce tra le spese che si rinnovano senza avere il tempo di rimettere tutto in discussione. Questa volta, però, fermarsi a confrontare le condizioni potrebbe fare la differenza.
Nel terzo trimestre 2026 le tariffe delle assicurazioni aziendali sono diminuite mediamente del 5% nel mondo e del 6% in Europa. Lo rileva il Global Insurance Market Index di Marsh. A livello globale è il nono trimestre consecutivo di ribassi.
Per le imprese italiane è un segnale da considerare in vista del rinnovo. Non significa che ogni polizza costerà meno, ma che il mercato può offrire maggiori possibilità di negoziare.
Perché le tariffe scendono anche se i rischi restano
L’apparente contraddizione è questa: le aziende continuano a confrontarsi con incertezza internazionale, eventi naturali e minacce informatiche, mentre il prezzo di molte coperture diminuisce.
La spiegazione è, soprattutto, finanziaria. Secondo Marsh, gli assicuratori dispongono di capitale abbondante e beneficiano di buona redditività, maggiori rendimenti degli investimenti e minori costi della riassicurazione, cioè la protezione che acquistano per trasferire parte dei rischi assunti.
Queste condizioni alimentano la concorrenza. Per mantenere i clienti o acquisirne di nuovi, le compagnie possono offrire tariffe più competitive. Il calo dei prezzi non certifica, quindi, una diminuzione dei pericoli, ma un mercato più favorevole a chi acquista coperture. Nel trimestre alcuni rinnovi hanno consentito anche massimali più elevati e franchigie inferiori.
Dove si concentrano i ribassi in Europa
Il dato medio nasconde differenze importanti. Nel mercato europeo le riduzioni più marcate riguardano le assicurazioni sui beni e quelle contro i rischi informatici.
Comparto
Variazione delle tariffe in Europa, terzo trimestre 2026
Indice complessivo
−6%
Danni ai beni, ramo property
−9%
Responsabilità civile, ramo casualty
−3%
Rischi finanziari e professionali
−4%
Rischi informatici, ramo cyber
−9%
Fonte: Marsh. Variazioni rilevate ai rinnovi; l’indice riflette la composizione del portafoglio clienti del gruppo. Le percentuali non si sommano.
Dietro queste categorie ci sono esigenze quotidiane: proteggere macchinari e magazzini, affrontare una richiesta di risarcimento, sostenere le conseguenze di un incidente digitale. Le assicurazioni contro i rischi informatici rispondono a esposizioni differenti dalla responsabilità civile professionale, che tutela dalle conseguenze economiche degli errori commessi nell’attività.
Che cosa cambia per le imprese italiane
Il primo elemento da chiarire è che il rapporto non certifica uno sconto del 6% per ogni azienda italiana. È una rilevazione europea delle tariffe, non una misura della spesa assicurativa di tutte le imprese.
La distinzione tra tariffa e premio è decisiva. La tariffa esprime il prezzo applicato al rischio. Il premio complessivo dipende anche dai beni assicurati, dalle garanzie e dalle condizioni contrattuali.
Un’azienda che acquista nuovi impianti o aumenta le scorte può, quindi, pagare più dell’anno precedente anche con una tariffa in discesa. Allo stesso modo, ampliare la protezione può assorbire il beneficio del ribasso.
Marsh segnala, inoltre, che esposizione alle catastrofi e qualità della documentazione continuano a influenzare le offerte europee. Il risultato del rinnovo dipende anche da come viene valutata la singola attività.
Quanto può valere il risparmio
Un esempio permette di dare concretezza alle percentuali. Su un premio di 10.000 euro, esclusi imposte e altri oneri, una riduzione effettiva del 6% porterebbe l’importo a 9.400 euro, con un risparmio di 600 euro.
È un calcolo illustrativo, non un preventivo: presuppone che restino identici beni assicurati, rischi, garanzie e condizioni. Non considera gli effetti fiscali.
Per un’impresa sarebbe una minore uscita di cassa, ma se il prezzo inferiore comportasse una franchigia più alta, una parte del vantaggio corrisponderebbe a un rischio maggiore rimasto sulle sue spalle. Il confronto deve, quindi, comprendere massimali, esclusioni e quota del danno a proprio carico.
Merita attenzione anche l’interruzione dell’attività: una polizza può proteggere un macchinario senza coprire tutte le perdite economiche legate al fermo. Cause ammesse, durata della garanzia ed eventuali periodi di attesa cambiano il valore effettivo della protezione.
Il rinnovo diventa una decisione di bilancio
Per chi deve far quadrare i conti, risparmiare sul premio può liberare liquidità. Mantenere la stessa spesa ottenendo una copertura migliore può, invece, ridurre il peso economico di un imprevisto.
Il rapporto Marsh offre un riferimento per riaprire questo confronto. La domanda utile, al rinnovo, è quanto cambia il costo a parità di protezione. Perché il risparmio che conta è quello che alleggerisce il bilancio senza lasciare l’impresa più esposta proprio quando avrebbe bisogno di sostegno.
Lo spread tra Btp e Bund ha toccato 122 punti base in apertura del 22 ottobre. Si tratta del livello più alto del differenziale da quasi due anni, ma a preoccupare sono soprattutto i rendimenti dei titoli decennali. Nelle prime battute dell’avvio delle contrattazioni, i Btp decennali benchmark hanno toccato il 4,62%.
Il dato è a pochi decimali dai picchi del 2023, il record recente. Per trovare interessi più alti sui titoli di Stato italiani bisogna andare alla crisi del debito del 2008-2012, quando il Paese era a rischio bancarotta.
Cosa sta succedendo ai rendimenti e allo spread
C’è stato un balzo dello spread, dovuto a un aumento improvviso dei rendimenti dei titoli di Stato italiani. Non si tratta però di un problema italiano, ma globale e, in parte minore, europeo. Lo testimonia il fatto che con i rendimenti che, da quando esiste l’euro, sono stati così alti solo una manciata di volte, il differenziale con i Bund tedeschi è comunque relativamente basso, a 122 punti base.
I fattori che stanno spingendo i rendimenti così in alto sono diversi e c’entrano poco con il debito pubblico italiano:
tante aziende e tanti Stati tanno prendendo molti soldi in prestito in un periodo in cui le banche centrali stanno limitando la circolazione di denaro;
l’inflazione continua ad aumentare, così come il prezzo del petrolio, oggi tornato sopra 110 dollari al barile;
gli Oat francesi hanno superato il record storico di rendimento da quando esiste l’euro.
Si tratta di un misto di circostanze provenienti dall’economia, dalla finanza e dall’opinione pubblica, che stanno contemporaneamente mettendo sotto pressione l’intero mercato delle obbligazioni, statali e non.
I rendimenti al 4,62% in prospettiva
L’ultima volta che i rendimenti erano stati più alti del 4,62% era il 2023, tra settembre e ottobre. L’inflazione era al 5,7%, la Bce aveva alzato i tassi al 4,5%, l’Europa si avviava verso il suo secondo inverno senza gas russo e Trump verso il suo secondo mandato alla Casa Bianca.
Se si vuole trovare la volta precedente in cui i rendimenti sono stati più alti di quelli odierni, bisogna tornare all’inizio del 2013. L’Italia stava ancora uscendo dalla più grave crisi finanziaria del secolo, quella del 2011, in cui il debito pubblico del Paese era andato sotto attacco speculativo mentre l’Europa subiva le conseguenze della crisi economica innescata dal crollo di Wall Street nel 2008.
Francia oltre ogni record di rendimento, regge la Spagna
Che la crisi sia internazionale lo si vede dai dati degli altri Paesi europei. La Spagna, che continua a essere la più stabile, fa segnare un differenziale vicino a 70 punti base e rendimenti al 4,10%.
Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 22 ottobre 2026
Titoli di Stato
Rendimenti
Spread
Bund tedeschi
3,40%
–
Btp italiani
4,62%
122
Oat francesi
5,05%
165
Bonos spagnoli
4,10%
70
La pressione è più forte sulla Francia, indebolita da un debito fuori controllo e da un’instabilità politica che dura da anni. I rendimenti degli Oat hanno superato il livelli della crisi del 2011, arrivando al 5,05%, con lo spread a 165 punti base.
Altra giornata positiva per i Btp Valore, le prossime aste
Ieri si è conclusa la terza giornata dell’emissione dei Btp Valore, con una raccolta che ha portato il totale vicino a 12 miliardi di euro per il Tesoro. Le prossime asteregolari saranno invece:
martedì 27 ottobre l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.
Ci accorgiamo di quanto conti una rete soprattutto quando rallenta: durante una videochiamata, un pagamento online o una serata in streaming. Dietro questi gesti quotidiani c’è un’infrastruttura che deve trasportare sempre più dati. Nokia vuole renderla più efficiente usando l’intelligenza artificiale, dai collegamenti dei data center fino alle reti mobili.
I risultati del terzo trimestre 2026 mostrano che la domanda legata ad AI e cloud è già una fonte di crescita per il gruppo finlandese. Raccontano, però, anche l’altra faccia della trasformazione: mentre l’utile operativo comparabile migliora, costi di ristrutturazione e investimenti assorbono liquidità.
Tra luglio e settembre Nokia ha registrato 5,154 miliardi di euro di vendite, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’utile operativo comparabile è salito del 35%, a 605 milioni di euro. Il risultato operativo riportato, che comprende anche voci come i costi di ristrutturazione, è stato invece di 196 milioni, in calo del 22%.
La distinzione aiuta a leggere i conti senza fermarsi a un solo numero: l’attività ordinaria è cresciuta, ma la trasformazione del gruppo ha un costo rilevante. Nel trimestre Nokia ha contabilizzato 357 milioni di euro di oneri di ristrutturazione.
I numeri del trimestre, in breve
Indicatore Q3 2026
Risultato
Che cosa ci dice
Vendite nette
5,154 miliardi di euro, +10%
La crescita prosegue rispetto al 2025
Utile operativo comparabile
605 milioni, +35%
Migliora la redditività dell’attività ordinaria
Utile operativo riportato
196 milioni, -22%
Risente soprattutto degli oneri di ristrutturazione
Vendite ai clienti AI e cloud
631 milioni, +123% a cambi costanti
La domanda di infrastrutture per l’IA accelera
Nuovi ordini AI e cloud
1,5 miliardi di euro
Segnalano domanda futura, non ricavi già incassati
Flusso di cassa libero
-99 milioni
Nel trimestre investimenti e capitale circolante hanno assorbito liquidità
La spinta più forte arriva dalle infrastrutture di rete: le vendite del segmento sono aumentate del 15% a cambi costanti. Le reti IP sono cresciute del 43%, quelle ottiche del 18%. Le vendite ai clienti AI e cloud hanno superato i 630 milioni di euro. Gli ordini raccolti da questa categoria hanno raggiunto 1,5 miliardi, con un aumento del 118% rispetto a un anno prima.
I data center che addestrano e fanno funzionare i sistemi di intelligenza artificiale hanno bisogno di collegamenti veloci e affidabili. Nokia fornisce parte delle reti che li connettono: per il gruppo, la corsa all’IA è già una fonte concreta di vendite e commesse. La società prevede, inoltre, una crescita del 25-30% nel 2027 per le attività combinate di reti IP e ottiche.
L’intelligenza artificiale arriva anche alle antenne
La strategia Nokia-Nvidia si estende ora alla rete radio mobile con l’AI-RAN. Questo significa usare l’intelligenza artificiale nella parte della rete che gestisce il collegamento tra smartphone e antenne, per amministrare meglio il traffico e utilizzare con maggiore efficienza lo spettro radio.
Nokia ha annunciato di aver completato con Nvidiae T-Mobile la prima chiamata AI-RAN su una rete operativa di un gestore. Il comunicato del gruppo cita anche le sperimentazioni europee: Elisa ha svolto prove su una rete 5G a Helsinki. BT prepara un test a Birmingham nel 2027. Nokia e Deutsche Telekom hanno registrato in laboratorio miglioramenti tipici del 10-15% nella velocità di trasmissione dal dispositivo verso la rete. Quest’ultimo risultato dovrà essere verificato sul campo.
Per chi usa la rete, il possibile beneficio è intuitivo: una gestione più intelligente può aiutare gli operatori a sfruttare meglio la capacità disponibile, ma non significa che le prestazioni o le tariffe cambieranno subito. I test devono diventare soluzioni adottate su larga scala e Nokia non indica ancora ricavi specifici generati dall’AI-RAN.
Crescita sì, ma la cassa racconta anche il costo
Il flusso di cassa libero di Nokia è risultato negativo per 99 milioni di euro nel trimestre. La società attribuisce la pressione, tra le altre voci, agli assorbimenti di capitale circolante, alle ristrutturazioni e agli investimenti. In pratica, una parte delle risorse resta impegnata nel ciclo operativo, come scorte, pagamenti e incassi, invece di trasformarsi subito in liquidità disponibile.
Nokia conferma per il 2026 la previsione di un utile operativo comparabile tra 2,1 e 2,6 miliardi di euro e si aspetta di chiudere l’anno sopra il punto medio della forchetta. Allo stesso tempo, ha ridotto al 35-55% la stima di conversione dell’utile operativo in flusso di cassa libero e prevede oneri di ristrutturazione per 1,1 miliardi nel 2026.
Per l’Europa e per l’Italia la questione va oltre i conti di una singola azienda. Le reti e i data center sono infrastrutture essenziali per servizi digitali, imprese e famiglie. QuiFinanza ha già raccontato lo sviluppo dei poli per l’intelligenza artificiale nel Sud Italia e la corsa globale alle infrastrutture con il caso della società coreana Elice.
I conti di Nokia mostrano, dunque, due tempi diversi. AI e cloud stanno già portando crescita e ordini. La nuova generazione di reti mobili è ancora in fase di test e sviluppo. La prova per il gruppo sarà trasformare l’interesse tecnologico in contratti, servizi diffusi e cassa più robusta. Per chi usa queste reti ogni giorno, è lì che si misurerà il valore concreto della promessa.
(ANSA) – ROMA, 20 OTT – L’amministratore delegato del gruppo Ryanair, Michael O’Leary, prevede per il prossimo anno un aumento record delle tariffe aeree in Europa, poichè il persistere della guerra in Medio Oriente continua a far salire i prezzi del petrolio, costringendo le compagnie aeree a scaricare i costi del carburante sui consumatori. I […]
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Gli effetti di una fusione tra banche vanno valutati considerando il mercato e i segmenti di clientela coinvolti. Le operazioni possono produrre guadagni di efficienza e migliorare la qualità dei prestiti. Ma possono anche portare a riduzione del credito.
In Francia si torna a parlare di cancellazione del debito pubblico detenuto dalla banca centrale. Se è una tantum, è teoricamente possibile e può anche non avere conseguenze immediate. A lungo temine, però, può comprometterne la capacità operativa.
L’euro digitale può rafforzare la sovranità monetaria, ma non arriverà prima del 2029. Per ridurre subito la dipendenza dai circuiti di pagamento extra-Ue basta usare meglio bonifici istantanei, Tips e regole comuni. Il Pix brasiliano indica la strada.
T2 è il sistema attraverso cui le banche dell’Eurozona regolano i pagamenti tra loro in tempo reale. Non ha sostituti: se si ferma, si fermano tutte le operazioni. Una situazione che diventa preoccupante di fronte alla possibilità di attacchi informatici.
Il paradosso della sovranità delegata Il 5 agosto Camera e Senato hanno votato. Non una spesa: l’autorizzazione a chiedere a Bruxelles il permesso di spendere per energia e difesa. Il ...
Dopo l’estensione del 2020, il golden power ha ridotto le operazioni di fusione e acquisizione nei settori più innovativi dell’economia italiana. L’effetto è stato particolarmente intenso nel primo biennio, per poi attenuarsi fino a scomparire.