Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.
Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.
Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).
Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).
E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericoloconcreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).
Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.
Luiz Inácio Lula da Silva è stato ufficialmente rieletto presidente del Brasile, superando al ballottaggio lo sfidante della destra reazionaria e filostatunitense Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti validi contro il 48,21%. Questo esito storico, ratificato dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE), va ben oltre la semplice riconferma del leader progressista: segna un netto e definitivo rifiuto popolare del modello economico e politico oligarchico espresso dal clan Bolsonaro. Nelle piazze e nel web si è assistito a una mobilitazione di massa senza precedenti, in cui milioni di persone si sono organizzate spontaneamente per contrastare la propaganda reazionaria e l'inedito "oscuramento digital-mediatico", in una campagna dominata dal desiderio collettivo di giustizia sociale, eguaglianza e autodeterminazione. A San Paolo, nel mezzo dei festeggiamenti della folla, Lula ha parlato stringendo un megafono, ringraziando la gioventù brasiliana scesa in prima linea a difesa dei presidi democratici.
L'ingerenza della Silicon Valley e la guerra algoritmica
La caratteristica più allarmante di questa tornata elettorale è stata l'evidente interferenza asimmetrica delle grandi piattaforme statunitensi. Nelle settimane cruciali del voto, il Partito dei Lavoratori ha formalmente denunciato la multinazionale Meta sia davanti al TSE sia di fronte all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), accusandola di ingerenza elettorale. I tentativi di condizionamento si sono articolati attraverso la penalizzazione occulta degli account (shadowbanning), con i profili ufficiali di Lula su Instagram e WhatsApp sistematicamente limitati nella loro portata algoritmica, spingendo persino dipendenti interni di Meta ad ammettere anomalie a vantaggio dello sfidante di destra. A questo si è aggiunta l'offensiva della disinformazione automatizzata e dei deepfake, che ha costretto il tribunale elettorale a ordinare la rimozione d'urgenza di centinaia di profili falsi. La manipolazione è stata così palese da spingere gli attivisti a manifestare sotto il quartier generale di Meta in Brasile al grido di "Meta não se meta nas nossas eleições", evidenziando il pericolo democratico rappresentato dal potere di una corporation privata di orientare il dibattito pubblico.
Giustizia sociale contro l'austerità neoliberista
Sul piano interno, Lula ha vinto perché il suo mandato ha offerto al popolo la concretezza di un buon governo economico e sociale, antitetico all'austerità e al neoliberismo selvaggio promossi dalle destre. Sotto la guida della presidenza progressista, il PIL brasiliano è tornato a espandersi in modo robusto (registrando un +2,6% nei primi otto mesi dell'anno), trainato da riforme strutturali e investimenti nella transizione ecologica. Inoltre, dopo trent'anni di stallo, l'amministrazione ha ottenuto il via libera dal Congresso per una storica riforma fiscale basata sull'Imposta sul Valore Aggiunto (IVA).
Sul piano sociale, il potenziamento di Bolsa Família, il lancio dell'Alleanza Globale contro la Fame e il rilancio della Farmácia Popular per la distribuzione gratuita di farmaci essenziali hanno garantito una rete di sicurezza alle fasce indigenti. Il fiore all'occhiello dell'azione politica è stato lo smantellamento delle deregolamentazioni lavorative, avviando il percorso istituzionale per abolire lo schema della scala 6x1 e approvando la riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore a parità di stipendio, restituendo dignità e tempo di vita a oltre 22 milioni di lavoratori.
Gli equilibri globali: il rafforzamento dei BRICS e la lezione all'Europa
Il trionfo di Lula ridefinisce profondamente anche gli equilibri internazionali, spezzando sul nascere l'asse ultraliberista e reazionario che Washington e Buenos Aires speravano di estendere all'intera America Latina attraverso un'ipotetica vittoria bolsonarista allineata a Donald Trump e Javier Milei. La riconferma della presidenza progressista blinda e rilancia il ruolo del Brasile come pilastro strategico del blocco dei BRICS, proprio mentre il Paese si avvia a celebrare i vent'anni dalla sua fondazione diplomatica. Questo attivismo multilaterale assicura al Sud globale una sponda solida in favore del multipolarismo e dell'autodeterminazione, allontanando il rischio del disallineamento strategico che la destra di Flávio Bolsonaro — intenzionata ad applicare ricette mutuate dalla "motosierra" di Milei — avrebbe inevitabilmente provocato.
Al contempo, l'esito del voto offre un'importante boccata d'ossigeno alle relazioni con Bruxelles, riaprendo una finestra di dialogo paritario e salvaguardando i canali diplomatici legati all'accordo transatlantico UE-Mercosur. Una vittoria che dimostra anche alle sinistre europee una lezione fondamentale: l'avanzata delle destre populiste non si argina assecondando le ricette dell'austerità e del neoliberismo, ma unendo la difesa della democrazia a programmi coraggiosi di giustizia distributiva e centralità dei diritti sociali.
In piena continuità con la postura eversiva dell'estrema destra globale, lo sconfitto Flávio Bolsonaro ha immediatamente contestato l'esito dello scrutinio emesso dal tribunale, richiedendo l'annullamento delle elezioni ed evocando presunte irregolarità nel tentativo di delegittimare il verdetto delle urne, ricalcando la strategia già tentata dal padre Jair nel 2022. I grandi proprietari terrieri e i mercati finanziari hanno fatto muro fino all'ultimo per difendere un modello ingiusto e classista, ma la risposta dei ceti popolari, dei movimenti indigeni e dei lavoratori ha dimostrato che la maggioranza dei brasiliani ha saputo rigettare la natura discriminatoria della proposta oligarchica.
Emissioni di CO2 e benzene truccate, da una parte, i controlli addomesticati e le manutenzioni non fatte dall’altra. Sono le due direttrici lungo le quali si muove l’ultima inchiesta della procura di Taranto sull’Ilva. A finire sotto accusa è la gestione di ArcelorMittal e, quindi, l’intera catena di comando scelta dalla proprietà. A iniziare dall’ex amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli che rischia di finire ai domiciliari e, come lei, anche l’ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto Alessandro Labile e Francesco Astorri, ex responsabile di Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale.
A richiedere gli arresti per i tre sono stati i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, nel frattempo passato alla procura di Lecce, nell’ambito di un’indagine aperta tempo fa, relativa alle quote di Co2 che avrebbe provocato un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Ue e per le manutenzioni mai fatte all’interno dell’impianto pugliese, arrivata a un punto di svolta. I pubblici ministeri hanno chiesto anche dieci interdittive per tre diversi motivi e l’inchiesta conta, in totale, 28 persone indagate e 5 società. Il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano ha disposto gli interrogatori preventivi per il 3 novembre.
A carico di otto persone, la procura contesta l’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le ipotesi contestate, a vario titolo, c’è anche quella di disastro ambientale. Le accuse coprono un periodo temporale che va dal 2019 e al 2024. Astorri, ex capo del nucleo ispettivo di Ispra, è accusato di aver falsato gli esiti dei controlli in fabbrica per favorire l’impresa.
La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, condannato in primo e secondo grado per il femminicidio della compagna Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese, mentre era incinta di sette mesi di loro figlio. La decisione arriva alla fine di un secondo processo di appello.
La decisione è fondamentale per ciò che concerne l’esecuzione della pena, poiché comporta un “isolamento diurno di tre mesi“. Tra 45 giorni saranno pubblicate le motivazioni. Applausi e abbracci tra i familiari di Giulia Tramontano e l’avvocato Nicodemo Gentile alla lettura della sentenza. “Penso che Impagnatiello e la sua famiglia dovrebbero essere l’esempio del fallimento sociale”, aveva detto la sorella della vittima prima dell’ingresso in aula.
La procuratrice generale Maria Pia Gualtieri aveva chiesto il riconoscimento dell’aggravante “per mettere a posto le cose e dare il giusto nome” ai fatti, anche se “la decisione non potrà far tornare in vita la povera Giulia Tramontano”, ma è necessaria perché “ci sono azioni che non possono essere dimenticate, ma sono espressione della massima intensità del dolo”. Per Gualtieri, l’aggravante serve a restituire il senso della “brutale personalità” dell’imputato: “Impagnatiello – ha affermato – ha avuto tutto il tempo per ritornare sulla sua decisione, ma non lo ha fatto. Ha voluto determinare la morte di Giulia per continuare la sua relazione con l’altra donna”.
A proposito dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, presieduta da Gianluca Vinci (Fratelli d’Italia), riceviamo e pubblichiamo il commento dell’avvocato Jacopo Pensa, uno dei principali del foro milanese, già difensore di Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps
La violazione dei principi costituzionali e di civiltà giuridica sono già stati ben espressi dall’Unione delle camere penali. Ma al di là delle questioni giuridiche sapientemente trattate, c’è da chiedersi sul piano del ragionevolezza e del senso comune quale può essere stata la ratio e quale l’interesse a divulgare in una conferenza stampa nome e cognome del mandante e dell’organizzatore di quella turpe missione finita così tragicamente.
Mi ha colpito in particolare l’aria serafica e compiaciuta con la quale il presidente ha pronunciato quei nomi. Aggiungendo poi, paradossalmente, una nota quasi giustificativa in favore dei rei affermando che i due avevano solo lo scopo di intimidire e non già di uccidere, suggerendo così una sorta di linea difensiva: il reato commesso è più grave di quello voluto.
I due nominati hanno così modo di consolarsi. La pena potrà essere diminuita. Con un buon avvocato, si intende.
Il panorama politico contemporaneo non è semplicemente in transizione: si trova in uno stato di asfissia strutturale. La rigida e artificiale polarizzazione tra i blocchi esistenti ha smesso da tempo di produrre pensiero, riducendosi a un mero esercizio di conservazione del potere: una recita a soggetto in cui le élite si spartiscono le spoglie di uno Stato sociale in via di liquidazione.
In questo scenario di totale paralisi, l'invocazione di una forza o di un movimento capace di scompaginare gli schieramenti non è un pio desiderio idealistico, ma un'urgente necessità sistemica. Tuttavia, per comprendere l'assenza di un reale fattore di rottura e il fallimento sistematico delle nuove proposte elettorali, occorre abbandonare la pigra retorica del giornalismo da talk-show ed esaminare la questione con il rigore freddo, analitico e spietato della sociologia e delle scienze politiche. Il verdetto dei dati empirici è inequivocabile: la rappresentanza democratica è crollata, sostituita da un oligopolio della conservazione.
L'attuale immobilismo evoca con precisione la celebre e drammatica diagnosi di Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere: la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo chiaroscuro si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Il "fenomeno morboso" della nostra epoca è la riduzione della politica a un puro simulacro. Assistiamo a un teatro dell'assurdo in cui i cartelli elettorali si scontrano con violenza verbale su futilità identitarie e diritti di facciata, con l'unico scopo di mascherare una totale, oscena convergenza sulle scelte macroeconomiche di stampo neoliberista.
La prova empirica macroscopica di questa finzione è il dato spaventoso sull'astensionismo strutturale. Come documentato dai dati del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali e dai report periodici dell'Istat, la diserzione dalle urne ha ormai superato stabilmente la soglia psicologica del 50% in quasi tutte le ultime elezioni amministrative ed europee. Il non-voto non è più una manifestazione di apatia passeggera, bensì il primo effettivo "partito" del Paese. Studi demoscopici condotti da istituti di ricerca sociale confermano che oltre il 57% di chi si astiene lo fa per una scelta deliberata e informata, motivata dalla totale mancanza di fiducia in partiti considerati incapaci di produrre effetti visibili sulla vita reale dei cittadini. Non siamo di fronte all'ignoranza democratica, ma al rifiuto politico e ragionato di una truffa istituzionale.
Per analizzare scientificamente lo spazio in cui un ipotetico attore di rottura dovrebbe muoversi, è necessario ricorrere al concetto di modernità liquida formulato da Zygmunt Bauman. In una società in cui le istituzioni intermedie si sono sciolte e le vecchie identità di classe sono state atomizzate, i partiti tradizionali operano come zombie burocratici. Tentano di intercettare un elettorato precario e frammentato utilizzando categorie novecentesche ormai svuotate di senso. I dati ufficiali dell'Istat certificano un declino inarrestabile dell'interesse dei cittadini: meno della metà della popolazione si informa settimanalmente di politica (48,2%) e solo una percentuale irrisoria (10,8%) frequenta dibattiti o comizi.
Un reale movimento scompaginatore non può nascere limitandosi a occupare lo spazio mediano del parlamento — operazione che la scienza politica liquida come un banale posizionamento spaziale su un asse unidimensionale. Deve, al contrario, agire come un solvente chimico capace di ridefinire lo spazio multidimensionale del conflitto, aggregando quella stragrande maggioranza invisibile che ha scelto l'astensione come estrema forma di renitenza alla leva elettorale.
La gabbia elettorale: come le leggi soffocano la democrazia
In questo quadro di decomposizione, la sociologia elettorale deve puntare il dito contro il principale dispositivo di ingegneria istituzionale utilizzato per blindare l'esistente: i sistemi elettorali attuali. Lungi dall'essere meri meccanismi tecnici e neutrali per la traduzione dei voti in seggi, le leggi elettorali contemporanee operano come veri e propri filtri censitari e politici, strutturati per negare una reale rappresentanza democratica e neutralizzare sul nascere qualsiasi spinta trasformatrice.
La perversione dei sistemi misti o surrettiziamente maggioritari risiede nella loro dichiarata ossessione per la "governabilità", un feticcio tecnocratico eretto a scapito della rappresentatività. Attraverso l'uso combinato di sbarramenti elettorali ingiustificatamente elevati, premi di maggioranza iper-maggioritari e coalizioni forzate ed eterogenee, questi sistemi ricattano l'elettore. Si produce così il paradosso del "voto utile", che costringe la cittadinanza a scegliere non il progetto politico in cui crede, ma il "meno peggio" all'interno di un'offerta pre-digerita dalle segreterie di partito.
Ancor più grave è il vulnus democratico rappresentato dai listini bloccati e dai collegi uninominali disegnati a tavolino. Privando il cittadino della reale facoltà di scegliere i propri rappresentanti, i sistemi elettorali hanno trasformato i parlamentari in dipendenti nominati direttamente dai leader. Questo meccanismo spezza definitivamente il legame di responsabilità politica tra eletto ed elettore: il parlamentare risponde unicamente a chi firma la sua candidatura, non ai bisogni del territorio o della classe sociale che dovrebbe rappresentare.
Il risultato di questa ingegneria dell'esclusione è la radicale sterilizzazione del dissenso. I sistemi elettorali attuali funzionano come una diga artificiale: non riflettono la società civile, ma la respingono, trasformando il Parlamento in una cittadella fortificata, impermeabile alle istanze popolari e strutturata per garantire la sopravvivenza della medesima ed esausta classe dirigente.
L'oligopolio del potere e la trappola della comunicazione digitale
La feroce resistenza delle attuali coalizioni a questo rimescolamento trova una spiegazione scientifica nei concetti di campo del potere e habitus elaborati da Pierre Bourdieu. I partiti politici funzionano come sistemi oligopolistici chiusi, il cui unico scopo reale è l'autoconservazione e la riproduzione del proprio personale politico. Chiunque acceda a questo campo è costretto a interiorizzare un habitus conformista che ne neutralizza il potenziale di rottura.
Questa paralisi sistemica è ulteriormente esasperata dal fenomeno della polarizzazione asimmetrica, ampiamente analizzato dalla sociologia politica contemporanea. Gli studi sui flussi elettorali dimostrano che la polarizzazione non colpisce i blocchi in modo identico: assistiamo a una spaccatura geografica e di classe che frammenta la società, dove la destra nazionalista capitalizza la rabbia delle periferie deindustrializzate e dei piccoli centri, mentre le forze progressiste tradizionali rimangono arroccate nei centri storici delle grandi città, trasformandosi in sindacati di garanzia per i ceti medio-alti e integrati nella globalizzazione. Le tensioni interne ai blocchi non sono l'espressione di un dibattito democratico vitale, ma le scosse di assestamento di cartelli elettorali uniti dal panico di perdere le proprie rendite di posizione.
Sotto il profilo della teoria della comunicazione, il fallimento storico dei movimenti che hanno preteso di scardinare il sistema risiede nell'ingenua illusione che la disintermediazione digitale potesse sostituire l'architettura dei partiti di massa. Come evidenziato da Jürgen Habermas nella sua disamina dell'agire comunicativo, lo spazio pubblico non è stato democratizzato, bensì colonizzato e devastato dalle logiche mercantili dell'algoritmo. Le analisi sulle interazioni online rivelano che i tassi di polarizzazione sulle piattaforme social superano il 58%, alimentando dinamiche tossiche di echo chamber in cui le opinioni si estremizzano per asimmetria algoritmica. I nuovi movimenti che pretendono di scompaginare gli schieramenti utilizzando le armi del marketing emotivo e dello storytelling istantaneo finiscono per essere metabolizzati dal sistema stesso, degradati a merci elettorali intercambiabili.
L'illusione tecnocratica e la spinta verso l'autoritarismo
In questo deserto pneumatico, la reazione difensiva più insidiosa del sistema è la commercializzazione di movimenti di matrice tecnocratica. Queste formazioni si presentano come manageriali, post-ideologiche e neutrali, promettendo di sostituire il conflitto politico con l'ottimizzazione amministrativa. Dal punto di vista della sociologia critica, tuttavia, la tecnocrazia commette un crimine teorico e pratico: postula che le scelte pubbliche siano problemi ingegneristici dotati di un'unica soluzione oggettiva. Sotto la maschera della competenza e del rigore dei conti, i movimenti tecnocratici nascondono la sistematica violenza della depoliticizzazione: sottraggono al voto popolare e alla discussione parlamentare le decisioni fondamentali sulla redistribuzione della ricchezza, sulla tassazione dei grandi patrimoni e sul finanziamento del welfare.
Quando queste ricette falliscono inevitabilmente — poiché l'efficienza millantata non fa che esasperare la povertà e favorire i mercati finanziari — il crollo della fiducia nelle istituzioni diventa totale. La tecnocrazia non lascia dietro di sé stabilità, ma terra bruciata democratica. È precisamente in questo deserto di rappresentanza che si creano le condizioni ideali per l'irruzione e la vittoria elettorale delle forze più retrive.
Le conseguenze tragiche di questo cortocircuito sono oggi drammaticamente visibili su scala internazionale. Lo scenario dell'America Latina offre una spaventosa convalida scientifica di come il fallimento dei moderatismi e delle soluzioni tecniche spiani sistematicamente la strada a formazioni di destra estrema e populismo reazionario. I dati sul consenso elettorale nella regione certificano un'autentica svolta autoritaria:
In Cile, la travolgente ascesa delle destre radicali guidate da José Antonio Kast ha cavalcato il risentimento contro la stagnazione economica;
In Colombia, la violenta polarizzazione ha demolito i tentativi di riforma progressista;
In Argentina e Brasile, il radicamento di programmi iper-liberisti uniti a un brutale punitivismo penale evidenzia come la distruzione dei partiti tradizionali lasci spazio unicamente a leadership autocrate e messianiche.
Quando la tecnocrazia fallisce nel garantire la giustizia sociale, le masse impoverite non tornano verso un centro moderato e screditato, ma si rifugiano nella promessa securitaria di un ordine radicale e nella demagogia dell'uomo forte, sul modello repressivo inaugurato a El Salvador da Nayib Bukele.
Etica della responsabilità e superamento del personalismo
Qui si innesta la fondamentale distinzione weberiana tra l'etica della convinzione e l'etica della responsabilità. La sociologia della politica di Max Weber in La politica come professione ci ricorda che il demagogo populista vive della politica, sfruttando elettoralmente la rabbia immediata senza curarsi delle conseguenze (etica della convinzione). Al contrario, un movimento autenticamente trasformatore deve assumersi il carico dell'etica della responsabilità, costruendo risposte strutturali e di lungo periodo.
I dati empirici sulla composizione dell'astensionismo indicatoci dimostrano che a non votare sono, in stragrande maggioranza, le fasce della popolazione a basso reddito e con un minor livello di istruzione formalizzata. La protesta pura dei populismi di cartone non riesce a tradursi in proposta di governo perché priva di una visione strategica e di una cultura delle istituzioni, finendo per riconsegnare lo Stato a quelle stesse élite che diceva di voler combattere.
L'ostacolo più severo alla nascita di una vera forza scompaginatrice rimane l'iper-personalizzazione patologica delle nuove formazioni politiche. Come analizzato da Richard Sennett nel suo saggio sulla caduta dell'uomo pubblico, assistiamo a una degradazione della politica a puro tratto psicologico, caratteriale ed estetico del leader di turno. Il narcisismo esasperato dei moderni attori politici, che riducono complessi progetti collettivi a propri personal brand, è il meccanismo di difesa più efficace del sistema dominante. Una leadership carismatica è una condizione iniziale utile, ma senza una classe dirigente diffusa, senza un radicamento capillare nei territori e senza il rifiuto del personalismo, qualsiasi fiammata si spegne non appena si esaurisce l'effetto novità sui media.
Conclusione: ricostruire la sovranità popolare
In conclusione, rimescolare le carte della politica non può essere un'operazione cosmetica guidata da comitati d'affari tecnocratici o da effimeri movimenti di opinione digitali. Lo spazio teorico ed empirico per una rottura dei blocchi esiste, ed è certificato dal collasso storico della partecipazione democratica. Tuttavia, questo vuoto non può essere colmato da una generica invocazione della competenza, da sterili populismi di destra o da sistemi elettorali truccati per auto-riprodurre l'oligarchia.
La vera causa dell'asfissia democratica occidentale risiede nel dogma neoliberista, che per quarant'anni ha programmaticamente svuotato di significato la sovranità popolare e generato una mostruosa, insostenibile sovrapproduzione di disuguaglianze socio-economiche.
L'unica reale forza scompaginatrice in grado di invertire questa rotta non è la nascita dell'ennesimo partito centrista o tecnocratico, ma il rilancio immediato di una partecipazione popolare di matrice progressista e radicalmente anti-neoliberista. Occorre scardinare le leggi elettorali vigenti, imponendo il ritorno a sistemi proporzionali puri — come il modello scandinavo a doppio livello con seggi di compensazione — che restituiscano reale peso al voto di ogni singolo cittadino, privando le segreterie del potere oligarchico di nomina.
È attraverso la ricostruzione dei corpi intermedi, la ripoliticizzazione del conflitto sociale nei luoghi di lavoro e il primato assoluto dei diritti collettivi sulle logiche predatorie del libero mercato che si può spezzare l'egemonia culturale delle destre estreme. Solo restituendo alle classi subalterne gli strumenti organizzativi per combattere la precarietà esistenziale, ridistribuire la ricchezza accumulata dalle oligarchie e riappropriarsi fisicamente dello spazio pubblico sarà possibile sconfiggere l'astensionismo e ridare una dignità, un senso e una carne concreta alla democrazia.
Nonostante i proclami trionfali, la strategia di Washington sul fronte medioorientale continua a muoversi lungo il sottile filo del calcolo politico ed elettorale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare dell'Iran, lasciando apertamente sul tavolo l'ipotesi di nuove incursioni e azioni militari contro Teheran.
"Li abbiamo colpiti duramente e potremmo farlo ancora", ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca di fronte ai giornalisti, rivendicando con la consueta retorica l'efficacia dei recenti raid. Un’ostentazione di forza che nasconde tuttavia una forte inquietudine interna, legata a doppio filo al consenso dell'elettorato americano in vista delle imminenti elezioni di metà mandato.
Interpellato sul possibile impatto che la gestione dell'escalation con l'Iran potrebbe avere sulle urne, lo stesso Trump ha dovuto concedere spazio al realismo: "In un certo senso, alla gente probabilmente non piace". Una rara ammissione dell'impopolarità di un nuovo coinvolgimento bellico nell'opinione pubblica, subito bilanciata con il ricorso al registro patriottico: "Ma molte persone, molti grandi patrioti, lo apprezzano davvero".
Resta ferma, nella narrazione della Casa Bianca, la giustificazione strategica dell'unilateralismo: la necessità imperativa di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica. "C'è un prezzo da pagare, e lo sapevo fin dal primo momento", ha concluso Trump, confermando come la politica estera della superpotenza rimanga ostaggio di un rischioso equilibrio tra escalation militare e calcolo di bottega politica.
L'asse sotterraneo tra Tel Aviv e Riad non è più un mistero, ma un ingranaggio sempre più esplicito della strategia regionale orchestrata da Washington. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, che cita un alto funzionario della Difesa israeliana, Israele sta fornendo intelligence militare di alto livello all'Arabia Saudita per sostenere le sue operazioni contro il movimento Ansarullah (Houthi) in Yemen, avvalendosi della costante mediazione degli Stati Uniti.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno mettendo a disposizione di Riad "capacità eccezionali" per guidare e potenziare i raid aerei contro le infrastrutture dello Yemen. Un’assistenza che risponde direttamente agli "interessi nazionali di Israele e alle direttive della leadership politica", come confermato dalla fonte militare, e che sfrutta la strumentalizzazione delle spaccature confessionali regionali per ricompattare il fronte monarchico sunnita sotto l'ombrello di sicurezza israeliano.
Da Tel Aviv l'analisi è chiara: spingere i Paesi del Golfo a percepire l'avanzata yemenita come una minaccia esistenziale per giustificare un'alleanza tattica con il regime israeliano. Nel frattempo, l'aviazione saudita intensifica le incursioni su vasta scala, con l'obiettivo di erodere le capacità logistiche e militari di Ansarullah.
Per Israele, questo scambio strategico garantisce un triplo vantaggio:
Indebolimento preventivo: Riduce le capacità di una forza considerata un nemico diretto sul lungo periodo.
Laboratorio tattico: Offre all'IDF l'opportunità di osservare, analizzare e "imparare dai metodi operativi e dalle tattiche" impiegate sul campo di battaglia yemenita.
Consolidamento del fronte anti-Iran: Inquadra l'operazione nella preparazione a uno scontro globale su più fronti.
I preparativi dell'IDF si spingono infatti ben oltre lo Yemen: le forze israeliane stanno ultimando i piani per uno scenario di scontro simultaneo che coinvolge l'asse della resistenza — dall'Iran a Hezbollah, fino alle milizie irachene. Tutto questo mentre si rincorrono le voci di nuovi piani congiunti tra Tel Aviv e Washington per riaprire le ostilità dirette contro Teheran, la quale ha già avvertito che qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta di potenza senza precedenti.
La diplomazia della guerra psicologica si arricchisce di un nuovo capitolo, dove la pop culture e il simbolismo cinematografico diventano strumenti di deterrenza geopolitica. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un esplicito avvertimento a Washington affidando alla piattaforma X un’immagine ispirata al celebre film Matrix. Ma con una differenza fondamentale rispetto alla narrazione hollywoodiana: nella versione di Teheran non c’è alcuna illusione di scelta o di "salvezza".
Ten pills, all bad. No red, no blue. All soot. You don’t have to take any, but if you do, you will take all. Break the manufactured matrix. Leave. https://t.co/uN0zG6iyKJ
— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) October 22, 2026
Nell'illustrazione, il personaggio di Morpheus non offre l'alternativa tra la pillola rossa e quella blu. Stringe invece tra le mani dieci pillole grigie, ciascuna contrassegnata dai costi devastanti che gli Stati Uniti dovrebbero pagare in caso di nuova escalation militare contro la Repubblica Islamica.
"Dieci pillole, tutte cattive. Non c'è rosso, non c'è blu. È tutta fuliggine", ha scritto Ghalibaf sul suo profilo. Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è perentorio: Washington può ancora evitare il baratro della guerra, ma se deciderà di varcare quella soglia non potrà selezionare le conseguenze a proprio piacimento. "Non sei obbligato a prenderne nessuna, ma se lo fai, le prenderai tutte. Rompi questa matrice artificiale. Vattene", si legge nel post.
Le opzioni elencate da Ghalibaf compongono un quadro dettagliato dei punti vulnerabili della società americana in caso di conflitto aperto:
Shock economico interno: Impennata dei prezzi di benzina e diesel, crollo dei mercati finanziari, esplosione dei mutui, aumento del debito e crollo dei salari reali.
Costo umano e militare: Perdita di velivoli da guerra e un numero esponenziale di soldati americani uccisi al fronte.
Geopolitica e reputazione: Danno irreversibile al patrimonio strategico e all'immagine internazionale degli Stati Uniti.
Come sottolineato dall'agenzia di stampa statale IRNA, la mossa del presidente del Parlamento iraniano mira a parlare non solo ai vertici del Pentagono, ma direttamente all'opinione pubblica americana. L'obiettivo è smontare la narrazione secondo cui un'avventura militare contro l'Iran possa rivelarsi un'operazione chirurgica a costo zero: se Washington sceglierà la strada delle armi, dovrà accettare un impatto sistemico e rovinoso per l'intero paese.
“Evidentemente ha notizie di prima mano, conviene che ne parli con il suo omologo il ministro degli Interni e che avverta la polizia giudiziaria per fare le indagini”. Nicola Gratteri così sulle affermazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha ipotizzato infiltrazioni criminali all’interno dei blocchi stradali degli autotrasportatori che protestano per il caro gasolio. “Io non parlo mai di fatti in corso, non parlo mai di indagini o di cose che da qui a poco magari possono diventare procedimenti penali, quindi – conclude Gratteri – se lui ha notizie fa bene a denunciarle oltre che ai giornali anche alla polizia giudiziaria”.
La progressiva frattura dello spazio economico eurasiatico e il drastico ridimensionamento delle catene di approvvigionamento tra Unione Europea e Russia non rappresentano un semplice danno collaterale derivante da un conflitto regionale.
Si tratta, al contrario, degli elementi centrali di un profondo riposizionamento egemonico globale, concepito per impedire l'affermazione di un'Europa unita, autonoma e competitiva sullo scacchiere internazionale. L'integrazione tra le immense risorse naturali ed energetiche russe e la straordinaria capacità industriale e tecnologica europea stava dando vita a un polo economico di primissimo piano, in grado di alterare gli equilibri geopolitici e finanziari d'oltreoceano. In questo contesto, l'escalation della crisi ucraina ha fornito il pretesto per raggiungere l'obiettivo primario di separare strutturalmente l'Europa dalla Russia, trasformando un conflitto narrato in chiave difensiva in una vera e propria guerra economica ai danni della stabilità del continente.
Di fronte a un simile stravolgimento, l'attuale classe dirigente europea ha espresso un'inadeguatezza profonda, agendo in palese contrasto con la tutela dei propri cittadini e delle proprie imprese. Piuttosto che difendere la tenuta sociale ed economica attraverso la diplomazia e il realismo politico, le istituzioni di Bruxelles e i governi nazionali hanno promosso una strategia sanzionatoria che si sta traducendo in un doloroso arretramento economico. Questa condotta solleva interrogativi drammatici sulle reali motivazioni delle decisioni politiche: ci si trova davanti a un deficit di competenza o alla condescendenza verso logiche estranee al benessere dei popoli amministrati?
Il risultato netto è un'Europa priva della propria indipendenza energetica, costretta ad acquistare risorse a prezzi speculativi e a subire passivamente le dinamiche di un mercato globale dominato dall'interesse nazionale dei singoli attori.
Mentre il continente affronta il blocco dei canali tradizionali e l'impennata dei costi, il commercio mondiale dimostra un pragmatismo spietato che smentisce la rigidità ideologica europea. I flussi internazionali si sono semplicemente riorganizzati. Una quota rilevante del greggio siberiano continua a circolare sui mercati globali attraverso complesse triangolazioni che vedono nazioni come India e Cina raffinare la materia prima per poi rivenderla agli stessi paesi occidentali sotto forma di carburanti finiti, ma a prezzi notevolmente maggiorati. Contemporaneamente, il Gas Naturale Liquefatto nordamericano ha progressivamente rimpiazzato il metano trasportato via gasdotto, esponendo l'apparato produttivo europeo alla volatilità e alle speculazioni dei mercati spot internazionali.
Questo ridimensionamento del tessuto industriale è stato accompagnato dall'allineamento dell'apparato informativo mainstream, che ha giustificato scelte economiche gravose presentandole all'opinione pubblica come un inevitabile sacrificio morale. L'analisi pragmatica dei fatti e il giornalismo d'inchiesta sono stati gradualmente messi da parte in favore di una narrazione uniforme e rassicurante. Per lungo tempo sono stati minimizzati i reali flussi economici globali e taciuti gli effetti collaterali a lungo termine su famiglie e imprese. Quando la complessità della realtà è emersa con evidenza, la narrazione si è progressivamente spostata altrove, evitando una seria autocritica sulle responsabilità passate e marginalizzando le posizioni di dissenso qualificato.
I segni di questo processo di deindustrializzazione si riflettono chiaramente negli indicatori macroeconomici del continente. I rilevamenti periodici indicano una contrazione costante dell'indice di produzione industriale nella zona euro, con un impatto particolarmente severo sui settori ad alta intensità energetica quali la chimica, la metallurgia e la filiera automobilistica in paesi manifatturieri chiave come Germania e Italia. L'industria europea si trova così a sostenere costi energetici strutturalmente più elevati rispetto a quelli dei concorrenti internazionali. Questo divario genera uno svantaggio competitivo sistematico a favore delle aziende operative in aree geografiche dove il costo dell'energia resta contenuto, accelerando lo spostamento di capitali e la delocalizzazione degli stabilimenti verso contesti più favorevoli.
Il dramma di questa fase storica risiede nella perdita di una prospettiva strategica di lungo termine. La cooperazione nello spazio eurasiatico avrebbe potuto garantire al continente una solida autosufficienza energetica, stabilità geopolitica e un'elevata competitività globale. Il ridimensionamento di questa visione — accentuato dall'interruzione definitiva di infrastrutture chiave come i gasdotti Nord Stream — ha invece relegato l'Europa a una posizione di marcata vulnerabilità. I cittadini e il tessuto produttivo si trovano oggi a sostenere le conseguenze economiche e sociali di scelte geopolitiche di cui non hanno il controllo, guidati da una leadership che ha sacrificato la sovranità economica e il benessere futuro in nome di un allineamento privo di contrappesi.
Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.