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I giovani scendono in piazza perché hanno capito che il sistema attuale dev’essere abbattuto e ricostruito

di Alessia Manera*

In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.

Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.

Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.

Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.

Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.

Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.

La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.

Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.

*pedagogista e attivista

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Proteste e violenze: attenzione a non confondere la causa con l’effetto

Uno dei più grandi errori che può commettere la mente umana è quello di confondere la causa con l’effetto. È esattamente il rischio che corriamo in questo tempo sciagurato, pensando che la barbarie sociale sia il frutto di estremisti violenti, come gli studenti, gli autotrasportatori o gli agricoltori che, fra l’altro, in buona parte avevano votato la parte politica che oggi siede al governo.

Se poi alla confusione tra la causa e l’effetto si aggiunge anche l’incapacità di attuare una visione di insieme, comprendendo che la Storia è un flusso unitario di eventi che si evolvono nel tempo, per cui le cose brutte che accadono non sono episodi scollegati da un prima che li ha generati e da un dopo che ne è la conseguenza, allora ci ritroviamo immersi del tutto nel disastro cognitivo.

Il guaio è che il tipo di società iper-spettacolarizzata in cui ci troviamo immersi favorisce proprio i due errori di cui sopra, proponendo un tipo di comunicazione frammentata per cui la nostra attenzione viene concentrata ossessivamente sugli alberi (singoli episodi scollegati), impedendoci di vedere la foresta (l’insieme), per riprendere la metafora di quel grande pensatore dimenticato che è stato il tedesco Günther Anders (1902-1992).

È con questo meccanismo perverso e scorretto che si può far passare l’idea che esiste un problema sociale, rappresentato dal ritorno di un estremismo eversivo che assume i connotati di ragazzi, lavoratori e categorie disagiate nelle cui proteste accadono, in grande minoranza, episodi violenti che purtroppo sono fisiologici. Perché davvero non si capisce, quel fenomeno curioso in base al quale in guerra esistono vittime collaterali ed episodi di violenza gratuita, mentre in una protesta sociale di persone esasperate dovrebbe filare tutto liscio come in un pranzo di gala per educande.

Sarà pur vero, insomma, che in guerra è responsabile primario chi quel conflitto lo provoca, esattamente come di fronte a una folla esasperata lo è chi, governando male, ha generato quell’esasperazione diffusa.
Non mi pare corretto, né certamente funzionale alla comprensione, individuare i colpevoli nei ragazzi, nei lavoratori, o in generale nelle categorie sociali allo stremo che scendono in piazza, concentrandosi sugli scontri con le forze dell’ordine e pretendendo di individuare presunte “menti” eversive che stanno dietro a tutto ciò. Magari dimenticando che viviamo in un paese con gli stipendi fermi agli anni Novanta del secolo scorso, mentre ministri, deputati, governatori locali etc. si sono aumentati i compensi, negli ultimi trent’anni, del duemila per cento.

Come certamente non è corretto dimenticare che sono oltre centomila i ragazzi che, ogni anno, devono abbandonare l’Italia perché qui non c’è lavoro, perché si pretende di compensarli con retribuzioni da fame, perché posti e assunzioni vengono stabiliti sulla base di raccomandazioni, parentele, affiliazioni di varia natura. Per tacere del degrado in cui sono state lasciate cadere la scuola e la sanità, veri e propri indicatori del grado di civiltà di una nazione, oltre che fondamenta imprescindibili del futuro. Senza contare le lezioni ipocrite e pelose che adulti privilegiati, perlopiù grazie al proprio talento per la genuflessione verso i potenti di turno – Bruno Vespa è solo la punta di un iceberg per il quale augurarsi il riscaldamento globale – vorrebbero impartire ai giovani rispetto alla condanna della violenza o alla difesa dello Stato liberale.

Un solo buon esempio educa più di mille parole, sosteneva un grande pedagogista, e se l’esempio è quello di governi occidentali che hanno consentito, nel silenzio più glaciale, lo sterminio del popolo palestinese – per non parlare dell’imperialismo predatorio attuato lungo i secoli contro popolazioni ed etnie considerate inferiori – non vedo da quale pulpito ci si possa ergere a maestri di vita nei confronti di questi ragazzi. Senza dimenticare, a proposito delle lezioni di liberalismo, che già nel XVII secolo il padre del liberalismo (John Locke) aveva stabilito il diritto del popolo a insorgere contro governanti ingiusti o dispotici.

Quei ragazzi, insieme ai lavoratori e alle persone che scendono in piazza, stanno impartendo una grande lezione di educazione sociale, di sanità mentale e di liberalismo. Esattamente i valori occidentali traditi da governanti sciagurati, incapaci e spesso corrotti. Chiunque intenda presentarsi come alternativa ai suddetti deve assumersi tutta la responsabilità di questo tempo sciagurato, senza perdersi in diatribe e divisioni interne che, di fronte al collasso sociale, sarebbero vissute come l’ennesimo tradimento criminale. Intelligenti pauca, dicevano i latini quando non servivano troppe parole.

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Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

di Vittoria Spisa, studentessa

Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.

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Un dato è certo: abbiamo visto più decreti sicurezza che vetrine rotte

Sono “tumulti politicamente illeggibili” quelli che abbiamo visto nelle strade di Milano, negli assalti alle scuole occupate di Torino? O anche quelle dirette contro i negozi o la polizia sono “azioni collettive dotate di una loro politicità”? Sono un fattore di sabotaggio o di inasprimento di altre proteste apertamente organizzate? A quanto pare, piccole sigle stanno cercando di “reclutare”, indirizzare, o comunque intercettare quei tumulti. Al contempo, da alcune ricostruzioni emerge che le azioni sarebbero opera di piccoli gruppi impolitici eterodiretti da ben più politicizzati agglomerati estremisti di tutt’altro segno. Qualcuno ha parlato addirittura di una pressione russa e questa linea è stata subito sposata da Crosetto, che ha chiamato in causa una “guerra ibrida” contro l’Occidente. Peccato che gli agenti di questa guerra ibrida, che in realtà opera contro l’ordine democratico, siano spesso amici del governo italiano e dell’internazionale nera che lega Putin, Netanyahu, Bolsonaro e Trump.

In realtà, quello che vediamo non è un fenomeno inedito, benché questa volta sorprenda per le dimensioni: negli scorsi anni era già successo, per esempio col saccheggio dei negozi di via Roma a Torino nel 2020. Quei ragazzi non chiedevano di tassare i ricchi o mettere un freno agli dei della moda e del jet set. Volevano qualcosa per loro come risarcimento di tanti pomeriggi bui.

Quindi il punto è: che cosa, dentro di loro e non all’esterno, muove le loro azioni? È comunque una rivolta degli ultimi contro “i ricchi” e i simboli del loro status quo? È pura invidia sociale di chi è irretito da una selvaggia logica consumistica? I protagonisti sono giovani migranti di seconda generazione, a tutti gli effetti italiani a cui viene negata una cittadinanza piena e promessa marginalità quando non remigrazione? Sono giovani anche italiani che abitano le periferie di città sempre più plasticamente escludenti e stratificate?

Vorrei partecipare a uno sforzo collettivo, che coinvolga tanti attori diversi, di comprendere tutto ciò. Per questo nei prossimi giorni proverò a incontrare e parlare con alcuni di quei giovanissimi, anche detenuti nelle carceri minorili, coinvolti nei fatti delle scorse settimane. Sarebbe il caso di chiedere a loro – se mai avranno voglia di dirlo a noi – che cosa stanno facendo e perché.

Qualcosa, però, lo sappiamo: esistono territori e quartieri da cui è stato smantellato tutto, ogni forma di aggregazione e partecipazione, insieme alle politiche giovanili e alla prevenzione. Esistono fasce di popolazione strutturalmente marginalizzate e moltitudini di ragazzini e ragazzine invisibili fino a una settimana fa.

Un altro dato è certo: abbiamo visto più decreti sicurezza che vetrine rotte, ma ogni volta che detona la rabbia sociale, la destra e i suoi canali di informazione la liquidano come caos.

Ogni fatto che origina da forme di disagio è bollato come delinquenza, verso cui si invocano pene sempre più severe. Lo sanno bene gli attivisti per il clima e contro il genocidio in Palestina. Non importa se i protagonisti di quei fatti siano ragazzini sempre più giovani, in certi casi poco più che bambini. Perciò il governo prepara già un’ulteriore stretta repressiva sui minori, nonostante l’intervento di Mattarella.

Milano è sempre più militarizzata, si diffonde una strategia della paura che innesca psicosi collettive. Il desk dell’Università Bocconi scrive a tutte le studentesse di non circolare da sole. Chat sconosciute diffondono sui cellulari di chiunque allarmi palesemente fake su prossimi appuntamenti per stupri collettivi o pestaggi massivi. Intanto, Hub for Defenders ha attivato un team legale che sta seguendo i circa 30 arrestati: in gran parte sono ragazzi rastrellati a caso e chiaramente razzializzati; minorenni trattenuti per 12 ore senza nemmeno avvisare i genitori.

Tutto questo, ovviamente, non avrà alcun effetto sui fenomeni di rabbia giovanile, se non quello di inasprirla ed esacerbarla. Invece – ma la destra lo sa e lo vuole – rappresenterà un ulteriore colpo a ogni tentativo di tradurre rabbia e senso di ingiustizia in partecipazione politica e conflitto organizzato.

Intanto dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Albania, dal Portogallo all’Italia le piazze si riempiono di una protesta che ha un colpevole reale e nominato chiaramente: il carovita. In Italia l’inflazione ha gravato con 1.326 euro in più all’anno a famiglia solo per fare la spesa. I salari reali sono scesi del -8,7% dal 2008. L’incidenza della povertà assoluta, che già per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

In questo contesto il governo mette da parte miliardi per il riarmo e taglia i carnet ai pendolari. I cani da guardia del capitalismo cleptomane e dei signori della guerra, che mietono vittime e miseria, non dicono mai nulla contro le ingiustizie profonde di un mondo che vogliono lasciare proprio così com’è. Invece, si mostrano sempre molto indignati dalle vetrine rotte.

Mastri vetrai dello status quo.

Noi siamo dalla parte di chi lavora, studia, produce e non arriva a fine mese. E vogliamo trovare risposte per una generazione a cui è stata promessa solo incertezza e paura, per fasce sociali relegate a un vissuto di frustrazione e inaccessibilità di tutto. Di certo non serve spalancare di più le porte delle carceri né aprire canali di deportazione legalizzata. Servono spazi di partecipazione giovanile, occasioni per prendere coscienza di una deprivazione sistemica, ma soprattutto strumenti per disarticolare la ghettizzazione e restituire alle persone la speranza di poter investire sul proprio futuro.

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