“Voglio ringraziare e salutare il direttore Cerno, i vicedirettori, gli editori, la famiglia Angelucci e tutta la redazione de il Giornale e di Moneta. Siamo in dirittura d’arrivo per la legge di Bilancio che faremo approdare in Consiglio dei Ministri. L’obiettivo è far quadrare i conti e mantenere gli impegni presi, a partire dalla difesa dei salari, del potere d’acquisto del ceto medio, delle imprese, della sanità e dei giovani. Cercheremo di fare del nostro meglio per essere all’altezza delle aspettative, nei limiti delle risorse disponibili. Molto spesso sembra che la polemica abbia molto più spazio delle soluzioni che si cerca di dare ai cittadini. Il lavoro che la redazione sta facendo è molto prezioso. In un tempo in cui la carta stampata non se la passa benissimo, avviare questa iniziativa editoriale richiede grande coraggio. Viviamo in un’epoca in cui quando qualcosa accade dall’altra parte del globo ha delle ripercussioni dirette su di noi. Comprendere l’economia è un altro modo di essere liberi e chi la racconta fa un servizio ai cittadini, alle imprese e alla politica. Ringrazio dunque tutti coloro che lavorano e si impegnano per dare speranza all’Italia”. Lo ha detto Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, intervenendo alla prima edizione del Forum Economico Moneta, dal titolo “Competere nel nuovo scenario globale”.
In queste settimane si stanno riempiendo le piazze di tutta Italia e le modalità, le parole d’ordine che le stanno attraversando, meritano una riflessione attenta, soprattutto da parte di quella società adulta che rischia di utilizzare etichette stantie e di bollare come già visto o rituale un fenomeno sociale che non ha, credo, nessuna di queste caratteristiche.
Per decenni i movimenti sociali occidentali si sono strutturati all’interno di una cornice di pensiero di accumulo e di andamento positivo delle trasformazioni: la prospettiva era la crescita del sistema, la crisi un momento transitorio, in un mondo in cui sviluppo economico e tecnologico si allargavano sempre di più, conquistando e sottomettendo le alterità, che venivano lette alla luce dei propri paradigmi. Il punto in cui eravamo stava su un piano, ma era l’Occidente a stabilire alla luce di quale retta leggere il posizionamento degli altri punti.
Oggi quella narrazione collassa su se stessa a una velocità sempre maggiore e implacabile: l’accumulo è basato sulla speculazione, per cui si estrae dalla materialità delle relazioni (personali, economiche, di potere) senza mai restituire nulla in cambio, come in un buco nero. Si è spezzato ogni patto sociale, e questo appare più evidente a chi un’epoca di patto sociale funzionante non l’ha mai vissuta e la sente raccontare sotto una luce quasi mitologica. Le piazze di oggi sono fatte di generazioni che non hanno più solo l’Occidente e la sua storia come riferimento culturale. Sono generazioni che parlano più lingue, che conoscono sistemi diversi, con le loro funzionalità e imperfezioni, che seguono canali di informazione in arabo, swahili, cinese, albanese, o anche solo inglese, francese e spagnolo, che sanno che le cose possono avere nomi diversi a seconda di quale prospettiva usi per guardarle, che hanno sperimentato spesso la realtà e la violenza di un potere che è democratico solo di fronte alla conformità. Una conformità legata all’identità bianca, di consumo e di privilegio, accettato come elemento fondamentale per l’accesso ai diritti.
Un ossimoro su cui però si fonda buona parte della narrazione “democratica” degli ultimi decenni. Una conformità che queste generazioni rifiutano. D’altronde a queste piazze viene contesto proprio l’essere scomposte, non etichettabili, non rappresentate. Rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere. Perché non esprimono un dissenso interno al sistema, ma il bisogno di destrutturare il sistema stesso. Hanno capito che il sistema non li può comprare tutti: non ha più i soldi per farlo perché ha spolpato l’economia reale per garantire profitti alla rendita finanziaria.
Sanno che, se quelli che potranno essere comprati sono pochi, loro probabilmente resteranno fuori. Sono fuori. Siamo fuori. E allora credo che abbiano fatto il passaggio logico successivo, quello stesso passaggio che le generazioni più vecchie, ancorate al proprio bagaglio socialdemocratico, hanno paura di fare: se il sistema non garantisce più almeno il minimo di dignità e di prospettiva di vita, deve essere abbattuto e ricostruito. Non c’è più niente da salvare. Il mondo che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conosciuto è sparito. Almeno nel cosiddetto Occidente, che non è il faro della democrazia, seppur imperfetta. È il baluardo della rendita, dell’estrattivismo e del saccheggio, che ha smesso di essere proiettato esclusivamente all’esterno e investe oggi anche il centro dell’Impero.
Si vede bene dall’escalation repressiva: perché anche il potere stesso è consapevole di non avere più leve per trattare, di non poter più di fare concessioni neanche per condividere briciole di benessere. È in gioco l’esistenza stessa del sistema, del suo modello di funzionamento, la sua insostenibilità: economica, climatica, sociale, culturale. Quindi reprime, agisce tutta la propria violenza nei confronti di chi denuncia la realtà e prova a mantenere un minimo di presa su quegli spaccati di società sempre più ridotti che sentono ancora di avere qualcosa da perdere. Così vediamo scene che contestiamo perché “indegne di uno stato democratico” ma che in realtà disvelano la democrazia mancata che abitiamo: idranti sulle ambulanze a Bologna, caroselli di blindati in piazza Duomo a Milano, medici e giornalisti manganellati, minorenni fermati per i vestiti che indossano o per i loro tratti somatici.
La profilazione razziale, agita su ragazze e ragazzi che con i loro coetanei condividono lingua, tempo, esperienze, interessi, ne è l’esempio più evidente, insieme a un proliferare di “decreti sicurezza” che hanno evidentemente poco a che fare con la sicurezza collettiva e molto con la repressione di soggettività giovani e con un background non assimilabile: sono, infatti, il tentativo di tracciare un “noi” e un “loro”, un dentro e fuori, che salta quando un’intera generazione è però capace di riconoscersi su un piano di identità collettiva, abituata a riflettersi negli occhi dell’altro sui banchi di scuola, nei parchi, sui vagoni della metro o finanche sulle panchine di un centro commerciale dove stazioni e non puoi comprare, perché la speculazione si è mangiata ogni spazio di socialità possibile e ha lasciato solo quelli del consumo o del desiderio di questo.
Ma, ancora una volta, il noi e loro che il potere vorrebbe costruire – e non ci riesce – conferma solo la traccia di una linea di faglia generazionale, di un mondo in trasformazione che si sta riconfigurando secondo direttrici che esondano le etichette che siamo abituati ad attribuire, esattamente come le esondano le piazze. E chi sa parlare con le periferie e le province dell’Impero ne riconosce prima e più velocemente i pattern e i meccanismi. Ascoltiamoli, perché il re è nudo. E se gli vediamo i vestiti addosso è solo colpa nostra.
Uma carta assinada por 13 parlamentares democratas dos Estados Unidos cobra explicações de Mark Zuckerberg, CEO da Meta, sobre denúncias de tratamento desigual às campanhas de Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e Flávio Bolsonaro (PL) nas plataformas da empresa durante as eleições presidenciais brasileiras de 2026. Enviada em 22 de outubro, a carta ocorre em meio a denúncias de restrições a conteúdos políticos, redução de alcance de publicações e diferenças no funcionamento de ferramentas de inteligência artificial, episódios que levantaram suspeitas sobre a atuação de empresas estrangeiras no processo eleitoral brasileiro.
Entre os signatários estão o senador Bernie Sanders e os deputados Pramila Jayapal, Greg Casar, Maxwell Frost, Jesús G. (conhecido como Chuy García), Jonathan L. Jackson, Summer L. Lee, Mark Pocan, Mike Quigley, Delia C. Ramirez, Jan Schakowsky, Rashida Tlaib e Nydia M. Velázquez.
Os parlamentares afirmam estar preocupados com os diversos relatos que surgiram ao longo das eleições brasileiras de que as plataformas da Meta estariam restringindo ou reduzindo a distribuição de conteúdos ligados à campanha de Lula, enquanto ampliavam ou recomendavam publicações associadas a Flávio Bolsonaro e seus aliados. Segundo os signatários, as diferenças de tratamento poderiam criar condições desiguais na disputa eleitoral.
Entre os episódios citados está a desativação, em 23 de setembro, da conta de anúncios da campanha de Lula no Facebook, 11 dias antes do primeiro turno. Embora a conta tenha sido restabelecida após 24 horas, os parlamentares afirmam que a Meta não apresentou uma justificativa detalhada para a medida. A carta também menciona restrições ao impulsionamento de anúncios da campanha no Instagram entre 9 e 10 de outubro, que, segundo uma estimativa da própria campanha, teriam impedido cerca de 1,3 milhão de pessoas de visualizar as publicações.
O documento cita ainda uma reportagem da Folha de S.Paulo sobre comunicações internas da Meta que indicariam que funcionários da empresa tinham conhecimento de recomendações algorítmicas que promoviam o perfil de Flávio Bolsonaro e um canal do WhatsApp associado à sua campanha, prática que é proibida pelo Tribunal Superior Eleitoral (TSE).
A carta também menciona um levantamento da organização Ctrl Z, divulgado pela Agência Pública, que documentou mais de mil casos de restrições e banimentos nas plataformas da Meta na primeira quinzena do mês. Entre os conteúdos cuja orientação política pôde ser identificada, nove em cada dez eram favoráveis a Lula ou progressistas. O levantamento registrou casos de perda de alcance, restrições às funcionalidades de contas e remoção de publicações.
Os parlamentares dos Estados Unidos pedem que Zuckerberg esclareça quais medidas foram adotadas, quais regras orientam a moderação de conteúdo político em eleições estrangeiras e se a empresa mantém comunicações com integrantes do governo Donald Trump sobre o Judiciário brasileiro, a regulamentação das plataformas e as eleições de 2026.
O documento também questiona como a Meta pretende garantir que restrições automatizadas às contas de anúncios dos candidatos sejam analisadas por pessoas em até duas horas. Por fim, os signatários perguntam se a empresa permitirá que um auditor independente examine dados internos de moderação e distribuição de conteúdo político relacionado às eleições brasileiras.
Os parlamentares estabeleceram o dia 4 de novembro como prazo para o envio das respostas por escrito, sem retorno até o momento de publicação dessa nota.
Alertas da sociedade civil
Para Luã Cruz, diretor de Litigância Estratégica da Ctrl+Z, os episódios reforçam os alertas sobre os riscos de concentrar o debate político nas plataformas controladas pelas Big Techs. “A sociedade civil brasileira de direitos digitais tem alertado há anos sobre o problema de deixar todo o sistema de discussão política pública dentro de ferramentas que são controladas por empresas estrangeiras. As eleições mostraram isso justamente por ser um momento delicado”, afirma.
Segundo Luã, as denúncias reuniram evidências de diferentes formas de interferência, desde anúncios com desinformação e pagamentos em moeda estrangeira até o descumprimento de regras eleitorais e a derrubada de conteúdos progressistas: “Isso reforça de maneira mais aguda que a gente não pode depender delas”, diz.
O diretor ressalta que as plataformas continuam sendo importantes para a comunicação política – “Não é à toa que o canal dos Janones ajudou incrivelmente a campanha do Lula” – mas defende que o país desenvolva alternativas para reduzir a dependência desses serviços.
Outro episódio destacado é o funcionamento da Meta AI, assistente de Inteligência Artificial da Meta no WhatsApp. O Núcleo Jornalismo reproduziu testes em que a ferramenta se recusava a criar imagens com referências a Lula, ao PT e ao número 13, mas atendia a comandos equivalentes relacionados a Flávio Bolsonaro, ao PL e ao número 22. A Meta reconheceu a falha e afirmou ter adotado medidas adicionais para impedir a geração de imagens de candidatos, inclusive quando os comandos usavam apenas o primeiro nome e o número eleitoral. A organização Ctrl+Z também apresentou uma denúncia formal à Corregedoria da Justiça Eleitoral sobre a diferença de tratamento.
A carta dos parlamentares norte-americanos também menciona a ocorrência, com base em reportagem publicada por Mônica Bergamo em 14 de outubro, que apontou diferenças na geração de imagens favoráveis aos dois candidatos. As denúncias levaram o TSE a determinar que a Meta garantisse tratamento igualitário às candidaturas.
Na decisão, porém, o ministro Marco Aurélio Bellizze afirmou que, embora houvesse indícios de falha na ferramenta, não havia elementos suficientes para concluir que ela decorreu de um critério deliberado ou que ocorreu de forma sistemática.
Organizações da sociedade civil e movimentos sociais realizam protesto em frente à sede da Meta , na avenida Faria Lima,3732, para denunciar o que consideram interferência sistemática da big tech na eleição brasileira
Ministério Público acionou a Justiça
As denúncias também motivaram medidas do Ministério Público Federal (MPF). A Agência Públicarelatou que o órgão adotou iniciativas para tentar impedir bloqueios de contas e restrições de alcance considerados indevidos nas plataformas da Meta.
Na Justiça Federal do Rio Grande do Sul, o MPF ajuizou uma ação civil pública com pedido de urgência para impedir decisões de bloqueio de conteúdo baseadas exclusivamente em algoritmos e exigir que reavaliações e recursos sejam analisados por equipes humanas especializadas. O órgão também pediu a possibilidade de aplicação de multa diária de R$ 500 mil por conta afetada em caso de descumprimento.
Em outra frente, a Procuradoria Federal dos Direitos do Cidadão (PFDC) encaminhou uma recomendação extrajudicial à Meta, cobrando providências de transparência e proteção à liberdade de expressão durante o período eleitoral. A empresa recebeu prazo de 48 horas para informar se acataria as recomendações e de 30 dias para apresentar um relatório conclusivo.
As medidas foram motivadas por denúncias apresentadas pelas organizações Ctrl+Z, Artigo 19, Conectas e Sleeping Giants Brasil. Entre os casos relatados estão suspensões de contas e restrições a conteúdos políticos favoráveis a Lula e contrários a Flávio Bolsonaro. A apuração também identificou casos de perfis e publicações removidos sob acusações de terrorismo e nudez, sem que houvesse conteúdo que justificasse essas classificações.
O MPF considerou genéricas as respostas apresentadas pela Meta e apontou que a empresa não esclareceu individualmente os motivos das restrições nem detalhou todos os casos de suspensões e remoções questionados.
Na avaliação de Luã, a reparação dos usuários afetados deve ser uma das prioridades na responsabilização da empresa. O diretor também defende a abertura de dados sobre a moderação de conteúdo e a aplicação de multas proporcionais à dimensão das plataformas.
“Além de você reparar o dano para o consumidor como um todo, tem que ter a abertura dos dados para a gente entender o tamanho do estrago. E, a partir disso, ver o terceiro ponto que é a multa. Tem que multar pesado. Essas empresas são as mais ricas da história do capitalismo e elas precisam ser responsabilizadas à altura”, diz.
Big Techs interferem no debate político e reforçam a necessidade de reduzir a dependência de suas plataformas, segundo especialista
Comitê de Supervisão aponta falhas de moderação
O Comitê de Supervisão da Meta também apontou falhas na aplicação das regras de moderação durante as eleições brasileiras. O colegiado criticou as restrições técnicas impostas às contas de anúncios de Lula e considerou que houve aplicação excessivamente rigorosa das políticas antifraude da empresa.
O comitê avaliou que o caso deveria ter sido encaminhado a uma equipe interna de especialistas, além de destacar que erros de moderação durante períodos eleitorais podem ocorrer tanto pelo excesso de rigor, que restringe manifestações políticas legítimas, quanto pela aplicação insuficiente das regras, que pode comprometer a integridade eleitoral. E cobrou mais transparência e consistência nos procedimentos de moderação e recomendou a criação de indicadores públicos que permitam avaliar a eficácia das medidas adotadas pela empresa, incluindo suas principais falhas.
A manifestação retoma preocupações sobre a atuação da Meta em eleições anteriores em outros países, inclusive nos EUA, e a necessidade de mecanismos que permitam avaliar os resultados de suas políticas de moderação. Embora a empresa divulgue dados gerais sobre anúncios e contas removidas, o comitê apontou limitações nas métricas públicas disponíveis para medir a efetividade dessas políticas.
TSE cobrou tratamento igualitário
O TSE determinou, em 15 de outubro, que a Meta oferecesse tratamento igualitário aos dois candidatos. Em 19 de outubro, diante do que o tribunal considerou descumprimento da decisão, a multa aplicada à empresa foi dobrada.
No dia seguinte, a Meta declarou ter concluído a implementação de 17 iniciativas para cumprir a determinação, incluindo um mecanismo de revisão humana das contas de anúncios das campanhas presidenciais.
Os episódios também evidenciaram limitações na atuação das instituições brasileiras diante das plataformas, aponta Luã. “Não foi uma questão de falta de instrumento jurídico ou até mesmo falta de conhecimento, por exemplo, da sociedade civil ou da população brasileira sobre o que estava acontecendo. Faltou ao TSE atuar de maneira diligente”, afirma.
Segundo o diretor, a sociedade civil alertava para os problemas desde março, quando foram publicadas as resoluções eleitorais sobre tecnologias.
Uno dei più grandi errori che può commettere la mente umana è quello di confondere la causa con l’effetto. È esattamente il rischio che corriamo in questo tempo sciagurato, pensando che la barbarie sociale sia il frutto di estremisti violenti, come gli studenti, gli autotrasportatori o gli agricoltori che, fra l’altro, in buona parte avevano votato la parte politica che oggi siede al governo.
Se poi alla confusione tra la causa e l’effetto si aggiunge anche l’incapacità di attuare una visione di insieme, comprendendo che la Storia è un flusso unitario di eventi che si evolvono nel tempo, per cui le cose brutte che accadono non sono episodi scollegati da un prima che li ha generati e da un dopo che ne è la conseguenza, allora ci ritroviamo immersi del tutto nel disastro cognitivo.
Il guaio è che il tipo di società iper-spettacolarizzata in cui ci troviamo immersi favorisce proprio i due errori di cui sopra, proponendo un tipo di comunicazione frammentata per cui la nostra attenzione viene concentrata ossessivamente sugli alberi (singoli episodi scollegati), impedendoci di vedere la foresta (l’insieme), per riprendere la metafora di quel grande pensatore dimenticato che è stato il tedesco Günther Anders (1902-1992).
È con questo meccanismo perverso e scorretto che si può far passare l’idea che esiste un problema sociale, rappresentato dal ritorno di un estremismo eversivo che assume i connotati di ragazzi, lavoratori e categorie disagiate nelle cui proteste accadono, in grande minoranza, episodi violenti che purtroppo sono fisiologici. Perché davvero non si capisce, quel fenomeno curioso in base al quale in guerra esistono vittime collaterali ed episodi di violenza gratuita, mentre in una protesta sociale di persone esasperate dovrebbe filare tutto liscio come in un pranzo di gala per educande.
Sarà pur vero, insomma, che in guerra è responsabile primario chi quel conflitto lo provoca, esattamente come di fronte a una folla esasperata lo è chi, governando male, ha generato quell’esasperazione diffusa.
Non mi pare corretto, né certamente funzionale alla comprensione, individuare i colpevoli nei ragazzi, nei lavoratori, o in generale nelle categorie sociali allo stremo che scendono in piazza, concentrandosi sugli scontri con le forze dell’ordine e pretendendo di individuare presunte “menti” eversive che stanno dietro a tutto ciò. Magari dimenticando che viviamo in un paese con gli stipendi fermi agli anni Novanta del secolo scorso, mentre ministri, deputati, governatori locali etc. si sono aumentati i compensi, negli ultimi trent’anni, del duemila per cento.
Come certamente non è corretto dimenticare che sono oltre centomila i ragazzi che, ogni anno, devono abbandonare l’Italia perché qui non c’è lavoro, perché si pretende di compensarli con retribuzioni da fame, perché posti e assunzioni vengono stabiliti sulla base di raccomandazioni, parentele, affiliazioni di varia natura. Per tacere del degrado in cui sono state lasciate cadere la scuola e la sanità, veri e propri indicatori del grado di civiltà di una nazione, oltre che fondamenta imprescindibili del futuro. Senza contare le lezioni ipocrite e pelose che adulti privilegiati, perlopiù grazie al proprio talento per la genuflessione verso i potenti di turno – Bruno Vespa è solo la punta di un iceberg per il quale augurarsi il riscaldamento globale – vorrebbero impartire ai giovani rispetto alla condanna della violenza o alla difesa dello Stato liberale.
Un solo buon esempio educa più di mille parole, sosteneva un grande pedagogista, e se l’esempio è quello di governi occidentali che hanno consentito, nel silenzio più glaciale, lo sterminio del popolo palestinese – per non parlare dell’imperialismo predatorio attuato lungo i secoli contro popolazioni ed etnie considerate inferiori – non vedo da quale pulpito ci si possa ergere a maestri di vita nei confronti di questi ragazzi. Senza dimenticare, a proposito delle lezioni di liberalismo, che già nel XVII secolo il padre del liberalismo (John Locke) aveva stabilito il diritto del popolo a insorgere contro governanti ingiusti o dispotici.
Quei ragazzi, insieme ai lavoratori e alle persone che scendono in piazza, stanno impartendo una grande lezione di educazione sociale, di sanità mentale e di liberalismo. Esattamente i valori occidentali traditi da governanti sciagurati, incapaci e spesso corrotti. Chiunque intenda presentarsi come alternativa ai suddetti deve assumersi tutta la responsabilità di questo tempo sciagurato, senza perdersi in diatribe e divisioni interne che, di fronte al collasso sociale, sarebbero vissute come l’ennesimo tradimento criminale. Intelligenti pauca, dicevano i latini quando non servivano troppe parole.
A Nvidia e a Meta anunciaram nesta terça-feira (27) que irão aprofundar sua parceria em torno do assistente de IA Muse e de modelos de IA relacionados, com a Nvidia investindo US$3 bilhões na oferta de ações da controladora do Facebook.
Os modelos e agentes Muse da Meta, que rodam na infraestrutura da Nvidia, trabalharão em colaboração mais estreita com a fabricante de chips para melhorar o desempenho e reduzir custos.
O Muse, conhecido internamente como Hatch, é fundamental para o plano do presidente-executivo Mark Zuckerberg de oferecer “superinteligência pessoal” aos bilhões de pessoas que utilizam os serviços da Meta diariamente.
Inspirado no agente de IA de código aberto OpenClaw, o Muse pode acessar emails, calendário, pagamentos, informações de saúde, compras e aplicativos de casa inteligente do usuário, sendo que os usuários podem revogar o acesso a qualquer momento.
A Meta também aumentou sua oferta de ações para US$ 97,5 bilhões, a maior captação de recursos de sua história, à medida que acelera os investimentos em infraestrutura de IA.
As empresas podem explorar uma colaboração mais estreita na estrutura OpenShell da Nvidia, incluindo o uso dessa estrutura para implantar software com segurança e o uso de uma ferramenta chamada Sentry para monitorar o comportamento dos agentes de IA.
Nvidia will invest $3 billion directly in Meta Platforms, deepening ties between the two AI giants. The move is part of Meta's plan to raise $95 billion for artificial intelligence infrastructure.
Si è conclusa da pochissimo la XXVI edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo (16-25 ottobre 2026), dedicata alla intrinseca creatività dell’italiano e alla sua capacità – sua, come di ogni lingua viva – di dare forma e consistenza alla realtà in cui viviamo, accompagnandone e spesso incanalandone gli sviluppi con innata “gentilezza”: l’italiano Lingua gentile, lingua geniale – come recita il titolo del volume pubblicato per l’occasione dall’Accademia della Crusca.
Ogni giorno tutti noi, parlanti nativi o meno dell’italiano, abbiamo la possibilità di godere della creatività della nostra lingua: quando gustiamo il nostro tramezzino preferito, perché tramezzino è una parola inventata – l’ha ideata per noi il poeta Gabriele D’Annunzio (1863-1938) partendo da tramezzo, la parete divisoria, visto che il tramezzino si mangia per “spezzare la fame” tra un pasto e l’altro, e vista anche la sua stessa forma, col ripieno “in mezzo” a due fette di pane; o quando apriamo la finestra a vasistas, “a ribalta”, perché all’origine del nome di questo comodissimo serramento, che in italiano arriva tramite il francese, c’è forse la domanda tedesca was ist das? – il nostro “chi è?” prima di aprire completamente la porta – che è diventata un sostantivo.
Allo stesso modo, ogni giorno tutti noi parlanti dell’italiano possiamo godere della sua “gentilezza”, ovvero della sua intrinseca democraticità: ad esempio quando adottiamo le forme femminili – forme che la nostra lingua, a diversi livelli della morfologia, ci mette a disposizione – per i nomi di professioni e cariche (la sindaca, l’avvocata, la poeta, la presidente…) nei contesti in cui quella carica accompagna il nome della donna che concretamente, come accade sempre più spesso, la ricopre: dunque, ad esempio, quando nominiamo la sindaca Silvia Salis o la presidente del consiglio Giorgia Meloni (non necessariamente quando parliamo in generale della professione di sindaco, perché altrimenti rischieremmo la “paralisi comunicativa”, come già nel 2017 spiegavano gli autori del volume Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, pubblicato anch’esso dall’Accademia della Crusca).
La lingua però non esiste “da sola”, esiste in quanto viene parlata: sono i parlanti che “decidono” in che direzione va la naturale evoluzione della lingua; è l’uso vivo che fa della lingua uno strumento di “gentilezza”, insomma di democrazia, o meno. C’è una parola che in questi giorni compare spessissimo nel dibattito pubblico e che mi pare renda bene bene l’idea: la parola maranza. Di per sé, maranza non è un neologismo: la prima attestazione risale a quasi quarant’anni fa, in un brano di Jovanotti che si ritraeva “in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente / fissati con le moto e coi vestiti americani” (La mia moto, 1988). La novità è la connotazione razzista della parola, che in tempi recenti è passata a indicare non più semplicemente un ragazzo (meno spesso una ragazza) giovane che veste abiti firmati perlopiù contraffatti, ascolta trap e usa un linguaggio un po’ volgare, ma un ragazzo con background migratorio, e in particolare di origine nordafricana, che ha tutte queste caratteristiche.
Ammettiamo che la parola in sé non sia priva di connotazioni razziste – si pensa infatti che derivi da maranza, ‘melanzana’ in vari dialetti meridionali, con allusione dunque al colore scuro della pelle, con possibile sovrapposizione di marakesch o marocco, che da decenni nel lessico giovanile significano dispregiativamente ‘meridionale’: resta il fatto che è l’uso vivo – e in questi ultimi giorni soprattutto l’uso fattone da una determinata parte politica – a inverare le connotazioni razziste di questa parola, fino al punto di trasformarla in un insulto. Di sicuro è così che viene percepita dai “diretti interessati”, come ha spiegato il ventenne torinese Fouad Krarmi, fondatore del movimento 2Gen.
Ma allora esiste un antidoto a un uso della nostra lingua così contrario alla sua intrinseca “gentilezza”? Direi proprio di sì. Nello specifico del dibattito di questi giorni, mi chiedo se non sia il caso di boicottare la parola maranza: rifiutarsi di usarla sarebbe un piccolo atto di uso democratico e civile della nostra lingua, un atto che ogni parlante può scegliere di compiere senza grosso sforzo e di cui in tantissimi possono beneficiare – proprio come quando scegliamo di usare il femminile delle professioni e delle cariche ricoperte da donne.
Più in generale, infatti, credo che la “gentilezza” dell’italiano stia nell’uso consapevole che ciascun parlante ne fa ogni giorno, un uso che non può prescindere da una conoscenza adeguata della nostra lingua. Insomma, forse boicottare la parola maranza significa anche contribuire a ri-orientare il dibattito pubblico in quella che, ora e nel lungo periodo, mi sembra la giusta direzione: verso cioè la riaffermazione del primato dell’istruzione e della scuola pubblica come presidio di civiltà e di democrazia; verso la valorizzazione del multilinguismo e del contatto linguistico come strumento di coesione ed empatia sociale, oltre che come veicolo di geniali creazioni linguistiche – tanto più in un paese già plurilingue come il nostro; verso la consapevolezza che la lingua siamo noi, che non ci sono atti linguistici, per quanto piccoli, inutili, perché ogni scelta linguistica ci allena a dare e a trasmettere una determinata lettura del mondo, di com’è e soprattutto di come vogliamo che sia.
Um dos destaques da vitória do Flamengo sobre o Atlético-MG por 3 a 2 nesta segunda-feira (26), no Maracanã, pela 32ª rodada do Campeonato Brasileiro, Arrascaeta falou sobre a importância do resultado após a eliminação rubro-negra na Copa Libertadores. O gol decisivo saiu praticamente no último lance da partida, e o time carioca garantiu os três pontos diante do Galo.
Em entrevista após o confronto, o meia uruguaio afirmou que o elenco encarou a partida como uma final depois da queda para o Estudiantes, da Argentina, na semifinal da competição continental. O camisa 10 também ressaltou a capacidade da equipe de buscar a virada até os minutos finais.
“Com certeza, para nós era uma final, um jogo muito importante, decisivo, depois de uma semifinal que ficamos fora. Tínhamos que dar uma resposta. Infelizmente sofremos até o fim, mas não deixamos de acreditar e conseguimos a virada”, analisou Arrascaeta.
Questionado sobre a disputa pela liderança do Brasileirão com o Palmeiras, o uruguaio evitou direcionar a atenção ao rival e destacou a importância de o Flamengo concentrar esforços nos próprios compromissos.
“Não interessa o rival (Palmeiras), importante é pensar em ganhar cada jogo nosso”, acrescentou.
Flamengo 3 x 2 Atlético-MG
Com a vitória, o Flamengo chegou aos 70 pontos e reassumiu a liderança do Campeonato Brasileiro, com um ponto de vantagem sobre o Palmeiras. O Atlético-MG, por sua vez, permaneceu na sexta colocação, com 50 pontos.
Na próxima quinta-feira (29), o Galo recebe o Cruzeiro na Arena MRV, pelo clássico mineiro. No mesmo dia, o Flamengo enfrenta o Vasco, no Estádio Nilton Santos.
Meta's Mark Zuckerberg and Adam Mosseri are betting on long-form.
Kevin Mazur/MG26/Getty Images for The Met Museum/Vogue
Instagram is opening its arms to long-form video again.
Adam Mosseri, Instagram's top exec, said longer videos will help the app stay "relevant."
Instagram is testing tools for creators making episodic content. But will it pay for them?
Instagram's top executive, Adam Mosseri, has a plan to keep the platform "culturally relevant" — by making it more like YouTube.
Meta-owned Instagram unveiled an overhaul of long-form video features on Monday, including a test of horizontal videos called "Features." Taken together, the changes make the app feel a lot more like YouTube.
"We want to be the most culturally relevant platform," Mosseri said in an interview with content creators and founders of Press Publish, Colin Rosenblum and Samir Chaudry. "To do that, we just need to show up where people are."
The context: YouTube has become a major hit on TV screens, and there's a growing appetite for Instagram-native shows with recurring episodes.
"Subway Takes," hosted by Kareem Rahma, is a prime example of Instagram's strengths and limits. The show started in 2023 as a short-form interview series and, as it grew, expanded with longer-form cuts on YouTube and the streaming platform Tubi. Instagram, however, is where Rahma's show still has its largest audience of 2.4 million followers.
Instagram doesn't want people to go to YouTube or Tubi to see longer versions of shows like "Subway Takes." That's leaving ad revenue and user engagement on the table. Its new tools are designed to entice creators and viewers to stay on its platform.
Here are Instagram's latest video tools and how creators can use them:
"Features" keep viewers within the Instagram ecosystem. Instead of leaving Instagram to watch the extended version of an interview or episode, it'll be relatively seamless to stay on Instagram and watch that longer-form content. Instagram's "Features" can be as long as 90 minutes, although the new format is, for now, only available to a limited number of creators in the US and Brazil.
Instagram is feeding more content to its TV apps. Instagram is also pushing its "Instagram for TV" app further. The app will feature various video content on TV services like Samsung, Amazon Fire TV, Google TV, and now Apple TV. People can now watch a feed of content their friends are also liking or resharing on TV.
Instagram-native shows can label their episodes more clearly with "Series." Within the main Instagram feed, Instagram is testing a way for shows on the app to seamlessly connect episodic content. Eligible creators can add videos to a Series, and a label appears over the content indicating that there are additional episodes. People can then watch those episodes in order from the start. This test is expanding to more countries through the end of the year.
Clips can directly drive engagement back to the original video. Instead of clipping content and praying that the audience will go the extra mile of clicking on an account and finding the original, longer-form video, Instagram is letting creators link up to 8 clips to one long video.
Instagram is expanding its offerings for long-form video content.
Meta
This isn't Instagram's first time dabbling in long-form content.
In 2018, it launched IGTV, a long-form video format and stand-alone app. In 2020, Instagram rolled out a program that let creators earn money from those videos on IGTV. Four years after launching, the company sunset the IGTV app and shifted its video efforts to Reels.
There are a few key elements missing from Instagram's big leap (back) into long-form video.
You can't watch the video while continuing to scroll through Instagram, or multitask by opening other apps while keeping the Instagram content in a picture-in-picture pop-up. There also aren't automated transcripts and subtitles yet. A spokesperson for Meta told Business Insider that there are plans for these features.
Will creators get a slice of the ad revenue pie?
For creators, one key question and pain point looms: Will Meta share the honeypot?
Mosseri told Rosenblum and Chaudry that Instagram is thinking about ways to test pre-roll and mid-roll ads that could lead to a revenue split. However, he said previous attempts by Instagram to build a creator monetization system comparable to YouTube's Partner Program didn't prove beneficial for the platform.
"We spend more money than we make back by a long shot," Mosseri said of Instagram's previous efforts at broad revenue-sharing programs.
Mosseri said that in its previous iterations of content monetization, creators typically didn't produce more content than they already did for free, and the content they did create tended to be lower quality.
Still, Instagram will need to "figure it out" as it tries to crack longer-form content, Mosseri said.
"I don't think of platform payments or performance-based incentives or bonuses as a revenue driver," Mosseri added. "I'd be psyched to scale them up for any of these formats — as long as we're breaking even."
Una settimana fa, qui, ho scritto che i cattivi maestri non hanno il passamontagna ma il microfono. Sabato ho fatto un video di un minuto per dire a mio figlio, sceso in piazza a Roma, che non deve chiedere permesso a nessuno per reclamare i suoi diritti. Settemilacinquecento persone l’hanno visto. Un record, per me.
Poi ho letto i commenti. “Zecche di padre in figlio”. “Se te lo riportano a pezzi non chiedere il permesso”. “Speriamo che debba chiedere il permesso per il pronto soccorso”. “Vorrei vedere la casa dietro, imbecille”. E la mia preferita: “Ve le fate le docce ogni tanto?”.
Non erano ragazzi. Dalle foto profilo, dalle date di nascita nei nickname, erano quasi tutti della mia età. Gente che ha la mia faccia, i miei capelli bianchi, probabilmente figli grandi quanto il mio. Gente che su un social ha trovato il modo di augurare la testa rotta a un ventiseienne che non ha mai visto, e di firmarsi con nome e cognome.
Ecco, io non so dire meglio di così quello che intendevo con “cattivi maestri”. La violenza che vent’anni di comizi hanno sdoganato non è rimasta sul palco: è scesa nei commenti, ed è arrivata esattamente alla generazione che ha applaudito dal palco. La mia.
Poi è arrivata la domenica.
In Brasile Lula ha vinto un ballottaggio che i sondaggi davano perso, con una rimonta fatta anche da migliaia di ventenni col telefono in mano, uno a uno, su quei social dove la destra pensava di giocare in casa. In Serbia gli studenti hanno vinto le elezioni. Non “hanno fatto bene”: hanno vinto. Hanno mandato a casa Vučić dopo quattordici anni. Erano partiti due anni fa da sedici morti sotto una pensilina crollata a Novi Sad e da un governo che li chiamava teppisti stranieri. Si sono organizzati, hanno usato la rete per contarsi, hanno tenuto le piazze pulite e piene, e alla fine le hanno svuotate per riempire le urne.
Stessa domenica, stessi strumenti. Da una parte dei ragazzi che con un telefono hanno cambiato due Paesi. Dall’altra dei sessantenni che con lo stesso telefono scrivono “zecca” sotto il video di uno sconosciuto. Non è una questione di età, lo so: ci sono sessantenni in piazza e ventenni in divisa. Ma la tendenza si vede, ed è impietosa per la mia generazione: loro i social li usano per organizzarsi, noi per sfogarci.
Per questo, invece di rispondere ai commenti, ho preferito dire grazie ai ragazzi di San Paolo e di Belgrado, che non conosco. A quelli di Roma e di Milano, che non hanno rotto niente e non li ha ripresi nessuno. A mio figlio.
Di fronte agli incidenti e scontri di piazza di queste settimane, si è levato puntuale il coro indignato di una parte consistenza della politica pronto a invocare la legge del “chi rompe paga”. Eppure, quello che si sta rompendo oggi e per il quale i giovani scendono in piazza è il patto generazionale e i responsabili di questo atto vandalico sono gli adulti.
Mentre ci si indigna per violenza e vandalismi che attraversano le strade delle nostre città, il messaggio profondo che i ragazzi stanno lanciando e che la politica, come larghi pezzi della società, continua ostinatamente a ignorare è la richiesta di essere presi sul serio come generazione, come collettivo e come soggetto politico. La risposta istituzionale, invece, si articola lungo uno strabismoinquietante: da una parte la repressione securitaria, dall’altra l’individualizzazione e la patologizzazione del presunto disagio giovanile.
Questa visione distorta si ritrova anche nelle scelte del governo che ha prodotto una stretta punitiva che va dal Decreto Caivano fino alle recenti norme anti-manifestazioni e al cosiddetto “decreto antimaranza”, accompagnata dall’aumento della carcerazione preventiva e da ingenti investimenti economici per la costruzione e l’ampliamento delle carceri minorili. Invece di finanziare i luoghi dell’aggregazione, dell’autodeterminazione e della crescita comunitaria, si sceglie deliberatamente di investire nella reclusione e nella criminalizzazione della gioventù.
In Italia, l’ultimo vero investimento strutturale sul welfare educativo risale al 1997 con la Legge 285. Da quasi trent’anni assistiamo al depauperamento della rete dell’educazione informale e territoriale, della prevenzione e dell’educativa di strada. Un approccio di rete che era stato creato proprio per non lasciare da sole scuole e famiglie nella sfida educativa, ma per integrare le diverse componenti del sistema del quale fanno parte anche servizi sociali, sanitari, educativi, culturali, enti del terzo settore e attivismo territoriale.
Questa rete organica, creata faticosamente nel tempo grazie alle teorizzazioni ed esperienze pratiche che in Italia avevano prodotto una cultura del lavoro di comunità di avanguardia, negli ultimi decenni è stata progressivamente smantellata lasciando le istituzioni educative divise secondo una logica dell’autoreferenzialità che le ha ridotte a monadi, isole separate che operano curando solo il proprio pezzo di responsabilità.
Tra l’altro, questo paradigma dell’autoreferenzialità lo ritroviamo nell’attualità, perché quando la repressione non basta, entra in gioco la seconda gamba del dispositivo di controllo degli adolescenti e dei giovani: l’individualizzazione del malessere. Un certo fervore diagnostico e una psicologia orientata alla logica prestazionale tendono a ridurre una questione generazionale e sistemica a un fatto meramente soggettivo. Si propina la litania della terapia individuale, della patologizzazione della paura e dell’ascolto paternalistico, mettendo ai ragazzi l’etichetta dello stigma (maranza) o della diagnosi (depresso) per neutralizzare la portata politica e generazionale di tale devianza e creare un alibi per le coscienze del mondo adulto che ha costruito le condizioni su cui quel malessere affonda le radici.
Ma i giovani non stanno chiedendo un supporto individuale per adattarsi a un mondo ingiusto, stanno ponendo questioni politiche globali che riguardano il loro presente e il loro futuro. Ridurre la loro voce a un disturbo da curare con strumenti clinici significa esercitare un’ulteriore rottura adultocentrica.
La società vorrebbe ragazzi con gli occhi pieni di lacrime: soggetti depressi, impauriti, ritirati sociali, fragili, sempre bisognosi della protezione dell’adulto per essere rassicurati e controllati. Ma nelle piazze vediamo emergere giovani con gli occhi rossi di fuoco: ragazzi mossi da indignazione e da quella che Paulo Freire definiva la “giusta collera”. Una rabbia sacrosanta e politicamente fondata, promossa da chi sa che gli si sta apparecchiando un futuro catastrofico dal punto di vista sociale, economico ed ecologico, sul quale non ha avuto alcuna voce in capitolo, ma di cui dovrà pagare tutte le conseguenze.
Naturalmente dietro queste mie parole i benpensanti leggeranno una giustificazione delle violenze di piazza e delle razzie nei negozi. Ma non voglio cadere in questa trappola. Penso che la stragrande maggioranza dei ragazzi che sono scesi in piazza in queste settimane lo abbia fatto in modo duro, ma civile. E voler derubricare un movimento ancora fluido, ma che rappresenta una vera spina nel fianco per una classe politica, di destra e di sinistra, incapace di interpretare le sue istanze, non è che un ulteriore sintomo di quella decadenza e autoritarismo miope che ho descritto sopra.
Se vogliamo davvero applicare la regola del “chi rompe paga”, facciamolo fino in fondo. A dover pagare il conto non sono i giovani che protestano e chiedono protagonismo politico, spazi comunitari e diritti sociali. A pagare il conto dovrebbero essere quelle politiche pubbliche che da trent’anni smantellano il sistema di welfare e educativo e che oggi pensano che le soluzioni siano pene più severe e la costruzione di nuove carceri.
Superare la polarizzazione tra repressione e patologizzazione del disagio significa tornare a investire nella cura educativa competente, nella prevenzione e nel protagonismo giovanile. Fino ad allora, la vera rottura rimarrà quella compiuta da un mondo adulto che preferisce rinchiudere i propri figli invece che mettersi in discussione e cambiare.
Meta Platforms revealed a plan to secure up to $95 billion in equity to fund its AI-related expansion of data centres and cloud computing, backed by chipmakers Nvidia, AMD and Broadcom.
The social media company aims to raise $35 billion in concurrent underwritten public equity offerings and up to $60 billion as part of an at-the-market programme scheduled to begin in Q1 2027.
Meta Platforms stated the chipmakers expressed an interest in becoming cornerstone investors through the equity offering.
They can purchase a total of $5 billion shares of Class A common stock in the offering, though Meta Platforms emphasised their expressions “of interest are not binding agreements or commitments to purchase”.
Meta Platforms stated AI is “creating significant opportunities” and its investments to-date are “generating tangible returns through increased engagement, improved advertising performance and increased monetisation”.
Last week, the company reported net income rose from $2.7 billion in Q3 2025 to $9.9 billion in the recent period, with revenue up 26% to $64.6 billion.
2016 was a pivotal year in the 21st century. In June, Britons voted in a referendum to leave the European Union. In November, U.S. voters elected Donald Trump as president, a figure widely regarded as a bad joke by both Democrats and establishment Republicans. Both events marked the beginning of a far-right wave that, a decade later, continues to sweep across much of the world. And both were aided, perhaps decisively, by a small London-based political consultancy: Cambridge Analytica. The company collected data from 87 million Facebook users without their consent and used it to create personalized political propaganda to boost the campaigns for Trump and Brexit, among others.
Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?
Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.
Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.
Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?
Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!
Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.
In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!
Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.
Meta CEO Mark Zuckerberg is among the most prominent figures in the AI race.
Finn Gomez/Getty Images
Meta is seeking a major cash injection to fund its AI ambitions.
The tech giant said on Monday it is looking to raise up to $95 billion from stock offerings.
Tech firms are spending big on AI infrastructure as they try to win the superintelligence race.
Meta is tapping investors for up to $95 billion to fund its huge AI build-out.
The tech giant said in a Monday filing that it has launched about $35 billion in equity offerings, comprising around $22.5 billion of Class A common stock, and $12.5 billion in depositary shares representing preferred stock.
The parent company of Facebook, WhatsApp, and Instagram also said it was planning a $60 billion at-the-market offering once its Class C shares begin trading in the first quarter of 2027.
In an at-the-market offering, a company sells shares gradually into the market at the prevailing market price, instead of as a large block at a fixed price.
Meta said last week that it would introduce the new share class to help founder and CEO Mark Zuckerberg access the liquidity he may need to pay California's proposed wealth tax without having to sell existing shares and erode his voting control over the company.
"AI is creating significant opportunities for Meta across its core business and new products and services," the company said in a press release.
"Meta is investing to expand the infrastructure and compute capacity needed to support these opportunities and to bring personal superintelligence to billions of people and businesses," it added.
Nvidia, AMD, and Broadcom have each expressed an interest in buying up to $5 billion of the common stock being offered, but those indications aren't binding, so they might buy more or less, Meta said.
Meta stock swung during Monday's premarket from 2% in the green to 0.4% in the red.
The company said it expects to incur $135 billion to $145 billion of capital expenditures this year. It highlighted $97 billion of operating cash flow for the first nine months of this year, and the roughly $82 billion of cash and other liquid assets it held at the end of September.
Meta's revenue jumped by 26% to around $65 billion last quarter, but its operating income shrank by 37% to $13 billion as costs surged from about $31 billion to $52 billion.
Big Law has plenty of competition for its best lawyers.
Some of the most ambitious lawyers want to work for clients in their legal departments.
New Pirical data shows which law firms have the most alumni working in Big Tech.
Big Law has a hard time keeping its lawyers.
It's not just rival firms dangling basketball-player salaries, extra vacation, and branded merch to lure away top talent.
Big Tech is competing for those lawyers, too.
New data shared with Business Insider reveals which firms send the most lawyers to the biggest names in tech.
Pirical, a legal people-analytics company, tracked lawyers who previously worked at the 200 largest law firms by revenue in the United States and now hold legal roles at seven tech companies: Google, Meta, Microsoft, Nvidia, OpenAI, Anthropic, and SpaceX. Pirical filtered out summer associates and interns.
Morrison Foerster and Wilson Sonsini tied for the top spot, each with 40 alumni working in legal roles across the seven companies. Both firms regularly represent tech startups and the investors backing them.
Latham & Watkins followed with 33 former lawyers. Kirkland & Ellis, the industry's revenue leader, ranked 11th with 21 former lawyers working at those companies, tied with Paul Hastings and Sidley Austin.
Pirical's analysis may have missed lawyers whose job titles fell outside its search criteria, said Craig Savitzky, its insights and content editor. He said newer companies, particularly Anthropic, are also likely undercounted because their legal teams are growing faster than public profiles are updated.
Big Law-Big Tech pipeline
For attorneys hoping to land a coveted job at a tech giant, a stint at a white-shoe law firm can be a stepping stone. They can trade billable-hour quotas for a seat closer to the business, attractive pay, and just one client to keep happy instead of dozens.
That combination makes these roles "some of the most highly desirable and sought-after positions" for law firm associates, said Casey Sullivan, a recruiter with CMW Legal Search.
There's another draw, Sullivan said. The companies at the forefront of artificial intelligence are wrestling with some of the thorniest legal questions of the day, from intellectual property to regulation.
"That's where the most interesting work is for lawyers," he said.
Not all law firms are equally effective launch pads. Pirical's Savitzky noted that the firms near the top of the list have deep ties to the tech industry, if not the deepest pockets.
Cooley brought in $2.4 billion in revenue last fiscal year, placing it 29th on The American Lawyer's ranking of top law firms by revenue. But it tied fourth on Pirical's list, with 29 alumni working at the seven tech companies, including nine at Nvidia, a longtime client.
Davis Wright Tremaine, which has represented Microsoft in antitrust and employment lawsuits, has 13 alumni working in the software giant's legal department. Fenwick, which advised Wiz and Fitbit on their sales to Google, has 13 lawyers at the search giant.
Business Insider also sliced the data another way, looking at which of the seven tech giants employ the most alumni from the top 25 firms on Pirical's list.
Big Law is effectively a feeder school for Google's legal team. The company employs 322 alumni of the top 25 law firms on Pirical's list, more than any other tech company studied.
That doesn't necessarily mean Google is the most desirable location for lawyers leaving Big Law. Savitzky said the numbers likely reflect the sheer size of Google's legal department and the decades it has had to recruit from top firms.