❌

Reading view

Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!”

“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivista ultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. Itche Dzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.

Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.

L'articolo Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Stavolta sarà diverso, prevedo l’affluenza più alta di sempre tra gli arabi”: intervista al candidato escluso dalle elezioni israeliane Abu Shehadeh

“Stavolta sarà diverso, vedrete”. Sami Abu Shehadeh non si è perso un evento e ha passato le giornate a battere le città della comunità araba israeliana, soprattutto nel centro nord del Paese, insieme alla coalizione della sinistra che va sotto il nome di Joint List. Anche se non è più il numero due della lista. L’ex deputato e leader del partito nazionalista palestinese, e anti sionista, Balad, si è ritirato dalla corsa elettorale quando è stato chiaro che la Corte suprema di Gerusalemme non avrebbe ribaltato la decisione della Commissione elettorale israeliana di escluderlo a causa di un articolo scritto a caldo sul 7 ottobre. “Incontro persone ogni giorno, la gente vuole andare a votare stavolta e pare che avremo l’affluenza più alta di sempre, e forse la Joint List avrà 10 seggi”. Ma quando gli si chiede se il partito è pronto a sostenere Gadi Eisenkot per formare una maggioranza anti Netanyahu, Shehadeh risponde con un sospiro e uno sguardo di disapprovazione bonaria. “Perché vi ostinate a trattare Israele come uno Stato normale?”

Se non è normale cos’è allora?

Uno Stato razzista, una società che ha commesso un genocidio nel sostanziale consenso generale. Tutti i leader ebrei sionisti dicono chiaramente che non vogliono arabi nel loro governo: rivendicano apertamente il loro razzismo. È un fenomeno che fa male sempre, non solo quando è antisemitismo. La maggior parte dei leader politici ebrei incitano all’odio contro i nostri medici, i nostri insegnanti, i nostri studenti nelle università. Ci impediscono di parlare arabo. È una società folle e violenta. Tutti vengono attaccati. E la gente è terrorizzata e vuole fermare questo spargimento di sangue.

Quindi quale ruolo si immagina per la Joint List nella prossima Knesset? Non c’è neanche un partito dei 37 candidati con cui un dialogo è possibile?

Il nostro ruolo è fermare l’emorragia nella nostra comunità. Lasci stare i 37 partiti, le liste che supereranno la soglia di sbarramento sono 10, e 8 di queste sono di destra o estrema destra. Entrambi gli schieramenti dicono che non ci vedono come attori legittimi nel sistema politico. Sia Eisenkot sia Netanyahu fanno a gara a chi odia di più gli arabi, a chi vuole più guerre, più violenza. La situazione è molto complicata, e pure i Democratici di Yair Golan non sono meno razzisti. Infatti hanno partecipato la mia squalifica dalle elezioni.

Esclusione che di fatto lei ha accettato, e ha ritrattato in parte quello che ha scritto sul 7 ottobre. Oggi lo rifarebbe?

Il punto è questo: sono il leader di un partito politico e sono stato bandito dalle elezioni perché ho idee politiche diverse dalla maggioranza. Sono un attivista per i diritti umani in una società che ritiene legittima l’occupazione, il genocidio, il terrore contro una parte della sua popolazione. Questo è legittimo, invece chi parla di pace, libertà, giustizia e uguaglianza non lo è. A chiedere la mia esclusione sono stati due terroristi suprematisti ebrei: uno è Itamar Ben-Gvir, che conoscete bene, l’altro è Be’ev Wolf, che oggi è avvocato ma nel 1992 piazzava le bombe nelle auto dei palestinesi ed è stato condannato per l’uccisione di un palestinese. Questi due fascisti sono considerati legittimi candidati, io no.

Cosa la rende sicuro che la comunità palestinese-israeliana, che storicamente è poco propensa a votare, stavolta andrà alle urne?

Per effetto del razzismo che ho descritto prima. Stavolta prevediamo che quasi il 70% degli arabi andrà a votare, rispetto al solito 50%.

Una parte voterà per il vostro concorrente Ra’am, il partito islamista di Mansour Abbas. Neanche lui è un possibile alleato?

Non condivido il metodo e l’agenda politica di Mansour. È un leader religioso, un imam, il suo è un movimento religioso islamico. Ma i suoi elettori e il popolo che lo sostiene sono la nostra gente: abbiamo idee diverse, ma cerchiamo entrambi di fare del bene alla nostra comunità.

Di cosa ha bisogno questa comunità, i giovani in particolare, anche per sfuggire alla radicalizzazione?

Di due cose molto chiare. Primo, la sicurezza: un piano di contrasto al crimine organizzato. Perché a causa delle politiche razziste Israele è diventata la società molto pericolosa per le minoranza araba e siamo diventati la quarta comunità al mondo per tasso di mortalità rispetto al numero della popolazione. La seconda richiesta sono le case. Rappresentiamo il 20% della popolazione, 2 milioni di persone e 1,2 milioni di elettori, ma viviamo solo sul 3% del territorio. Senza terra non si può sviluppare una comunità umana, servono terre dove costruire una casa, una scuola, un asilo o una fabbrica. Serve un piano di riforma dell’abitare

L'articolo “Stavolta sarà diverso, prevedo l’affluenza più alta di sempre tra gli arabi”: intervista al candidato escluso dalle elezioni israeliane Abu Shehadeh proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua”

Nemmeno il tempo per il suo partito di riconoscere la vittoria dell’avversario alle ultime presidenziali, Luiz Inácio Lula da Silva, che scoppia un caso intorno a Flavio Bolsonaro. Il figlio dell’ex presidente Jair, secondo quanto riportato dai media locali, ha lasciato il Brasile fuggendo negli Stati Uniti, con un passaggio intermedio in Argentina. A conferma di questo, scrive Reuters, c’è la testimonianza di due funzionari americani che confermano l’imminente arrivo nel Paese del candidato sconfitto in Brasile. Anche altri media hanno confermato la ricostruzione citando, invece, persone vicine alla famiglia.

La polizia aveva deciso in giornata di annullare il passaporto del candidato di destra brasiliano dopo il suo rifiuto, il giorno precedente, di consegnarlo spontaneamente alle autorità, come richiesto. Lui stesso sui social aveva raccontato: “Sono andato a trovare mio padre, che come sapete è agli arresti domiciliari. E mentre stavo uscendo, la Polizia Federale di Lula era alla sua porta, in mezzo alla strada. Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”. Una delle ipotesi è che la decisione delle autorità fosse legata alla richiesta alla Corte Suprema del deputato Lindbergh Farias, schierato con Lula, di sequestrare il documento perché coinvolto anche lui nelle indagini in corso sul fratello, Eduardo, circa lo scandalo dei finanziamenti al film sulla vita del padre, Dark Horse. Nella denuncia, Lindbergh sostiene che esista un collegamento tra le azioni di Eduardo negli Stati Uniti, la campagna internazionale per le sanzioni contro i giudici della Corte Suprema e il finanziamento illecito al film.

Adesso, però, la priorità è diventata quella di capire come abbia fatto Flavio Bolsonaro a lasciare il Paese. La Polizia federale sta verificando i registri ai valichi di frontiera e quelli dei voli per capire come abbia lasciato il Paese. Indagini partite dopo che il sito argentino Infobae, scrive Folha de S.Paulo, ha riferito che Bolsonaro avrebbe preparato la sua fuga nella notte, attraversando la frontiera con l’Argentina, passaggio che sulla base dell’accordo tra i Paesi del Mercosur è possibile fare con la sola carta d’identità, quindi anche senza passaporto. A quel punto, avrebbe trovato un jet privato per volare negli Usa. Il governo di Javier Milei nega però che sia entrato nel Paese.

L'articolo Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Usa, si dimette la vicedirettrice dell’agenzia della Sanità Jennifer Shuford. Media: “Scontro con Kennedy Jr. sulle politiche vaccinali”

Jennifer Shuford, vicedirettrice del Cdc (Centers for Disease Control and Prevention, l’agenzia che detta le linee guida della sanità in America) ed ex commissaria alla Sanità in Texas, si è dimessa dopo soli sei mesi dall’inizio del suo mandato. In un comunicato la donna ha affermato che la motivazione alla base della sua scelta è quella di voler “trascorrere più tempo con la famiglia”. Tuttavia, secondo il Washington Post, il suo allontanamento è dettato da uno scontro con il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., convinto no-vax, sulle politiche vaccinali. L’anno scorso la stessa dinamica era avvenuta con l’allora responsabile del Cdc, Susan Monarez, e infatti anche lei aveva dato le dimissioni dopo un appena un mese dall’inizio dell’incarico.

Shuford, medico specializzato in malattie infettive, era stata assunta ad aprile all’interno di un gruppo di quattro persone che avevano l’obiettivo, per stessa ammissioni dell’amministrazione Trump, di ripristinare la fiducia nell’agenzia. Gli scienziati del Cdc avevano accolto positivamente la nomina della Shuford in quanto medico d’esperienza che non aveva paura a parlare dell’epidemia di morbillo che ha colpito il Texas lo scorso anno, al contrario minimizzata da Kennedy.

L'articolo Usa, si dimette la vicedirettrice dell’agenzia della Sanità Jennifer Shuford. Media: “Scontro con Kennedy Jr. sulle politiche vaccinali” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’amico di Trump (e socio di un regista finito negli Epstein files) dava 50mila dollari al mese ai legali di Netanyahu: le rivelazioni sul miliardario James Packer

Bonifici per 1,78 milioni di dollari australiani (1,25 milioni di dollari Usa) erogati in due anni allo studio legale che difende Benjamin Netanyahu nel processo per corruzione che, in caso di sconfitta alle elezioni, potrebbe mettere fine alla sua carriera politica. È il denaro che, secondo il Sydney Morning Herald, il miliardario australiano James Packer ha versato alla firm israeliana Hadad Roth Shenhar, guidata dall’avvocato Amit Hadad, principale difensore del premier. Secondo l’inchiesta, dal 23 settembre 2024 sono partiti bonifici mensili da 50 mila dollari dai conti della società di investimenti di Packer, la Consolidated Press International, verso quelli dello studio di Tel Aviv.

Packer non è un semplice simpatizzante di Bibi, ma è l’imprenditore che tra il 2014 e il 2016 ha regalato al premier e alla moglie Sara champagne e sigari, motivo per il quale Netanyahu è accusato di frode e abuso d’ufficio nel cosiddetto “Caso 1000“. Packer ha confermato i pagamenti allo studio legale, ma ha negato che fossero destinati a finanziare la difesa di Netanyahu. Una fonte a lui vicina ha spiegato che i bonifici erano destinati a pagare altri lavori svolti per il miliardario, tra cui la “ricerca di opportunità d’affari” in Israele.

Il principale difensore di Netanyahu è Amit Hadad, capo dello studio legale. Hadad ha già rappresentato diversi ministri del governo israeliano, ma Netanyahu è il suo cliente più importante. Fin dall’inizio Hadad tenta di far scagionare il premier nel “Caso 1000” e nel “Caso 2000“, in cui è accusato di stringere accordi con l’editore del quotidiano Yedioth Ahronoth per ottenere una linea editoriale favorevole. Dal gennaio 2024 ha assunto la guida della difesa anche per il “Caso 4000“, in cui è accusato di corruzione per aver concesso favori normativi per circa 1,8 miliardi di shekel (500 milioni di dollari) a Bezeq Telecom Israel per avere in cambio una copertura mediatica positiva per sé e la moglie Sara su un sito di notizie controllato da Shaul Elovitch, ex presidente della compagnia.

I legami tra i protagonisti di questa storia sono una ragnatela. Packer ha solidi rapporti con la Casa Bianca e l’entourage di Donald Trump. E’ stato uno dei fondatori di RatPac Entertainment, società creata nel 2012 con il regista e produttore Brett Ratner. L’anno successivo RatPac si associò a Dune Entertainment, fondata da Steven Mnuchin, futuro segretario al Tesoro durante la prima presidenza Trump, per finanziare alcuni film. Nel 2017 l’imprenditore cedette la propria quota al gruppo Access Entertainment, ma secondo la stampa australiana è rientrato in RatPac Entertainment nel 2024, durante l’ideazione di “Melania“, il documentario dedicato alla moglie del tycoon, diretto da Ratner, che segue i 20 giorni che precedettero l’insediamento presidenziale del gennaio 2025 grazie a un accesso privilegiato alla vita della first lady tra Palm Beach, New York e Washington.

Ratner, da parte sua, ha un rapporto di amicizia con Netanyahu: nel settembre 2023 il premier israeliano lo invitò all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e il regista pubblicò sui social una foto in cui appariva alle spalle del premier israeliano e della moglie Sara, accanto all’avvocato Alan Dershowitz, storico consulente e amico di Trump.

Ratner compare anche nei documenti del “caso Epstein” pubblicati dal Dipartimento di Giustizia americano: una foto non datata lo mostra seduto su un divano accanto all’ex finanziere condannato per reati sessuali e accusato di traffico sessuale di minori con due donne e il suo nome compare in alcune email contenute nei fascicoli. Ratner ha dichiarato che lo scatto risale a circa vent’anni fa e che la donna che abbraccia era la sua fidanzata dell’epoca, ha negato di aver avuto contatti con Epstein prima e dopo quell’episodio e non è stato formalmente accusato di illeciti.

Anche Packer frequenta da tempo gli ambienti vicini a Trump. L’imprenditore australiano è stato fotografato insieme al capo della Casa Bianca e a Ratner durante una cena privata, in una compagnia che comprendeva anche Elon Musk. Nel gennaio 2025, inoltre, ha preso in affitto una proprietà della famiglia Trump a Palm Beach, in Florida, confinante con la residenza privata del presidente a Mar-a-Lago.

Un filo rosso lega anche Packer e Netanyahu, che sono stati amici e vicini di casa in Israele: le loro ville si trovavano l’una accanto all’altra nel complesso residenziale di Hadar Street, a Cesarea, circa 45 minuti a nord di Tel Aviv, in Israele, e i due si frequentavano. Con l’emergere delle accuse a Netanyahu nel 2016, i rapporti tra i due si erano interrotti per anni ma sono ripresi nel luglio 2024 quando, il giorno 24, Packer assistette al discorso di Netanyahu dinanzi al Congresso degli Stati Uniti, a Washington. Il primo bonifico allo studio legale che difende il premier israeliano risale al 23 settembre, due mesi dopo il riavvicinamento.

L'articolo L’amico di Trump (e socio di un regista finito negli Epstein files) dava 50mila dollari al mese ai legali di Netanyahu: le rivelazioni sul miliardario James Packer proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Giordania bombarda il sud della Siria dopo l’attacco alla chiesa di Karal: “Uccisi 20 miliziani dello Stato islamico”. Chiusi i confini

L’aeronautica militare della Giordania ha effettuato alcuni raid nel sud della Siria, come rappresaglia per in risposta a un attentato mortale contro una chiesa greco-ortodossa a Karak dove sono state uccise 9 persone. Damasco parla di otto morti civili, tra le quali anche 3 bambini, nei bombardamenti giordani, mentre la monarchia afferma di aver ucciso “più di 20 combattenti dell’Isis”. L’agenzia di stampa ufficiale Petra, fa sapere che l’operazione denominata è stata denominata “Deterrenza giordana – Hamoud”, e ha preso di mira diverse postazioni e mezzi. Secondo il ministro delle Telecomunicazioni giordano Mohamed al-Momni, “gli attacchi condotti dalle forze giordane hanno preso di mira le postazioni del gruppo, i primi risultati indicano, in questa fase, pesanti perdite nelle file dell’IS, stimate in oltre 20 combattenti, nonché la distruzione di un importante deposito di armi dell’organizzazione”. Dopo gli attacchi, la Siria ha chiuso i confini con la Giordania e non è noto quando riapriranno.

I bombardamenti arrivano a 4 giorni dall’attacco di venerdì scorso (non rivendicato) durante un funerale nella chiesa di Hamoud, nel governatorato giordano di Karak. Si tratta di un episodio violento dai contorni ancora poco chiari e abbastanza inedito per la monarchia Hashemita che finora è riuscita a tenersi fuori dalle tensioni dell’aerea. Dopo i raid, il ministero degli Esteri di Damasco, in una nota, ha attaccato il governo di Amman parlando “un’inaccettabile violazione e intrusione nello spazio aereo siriano senza alcun coordinamento preventivo”. Ha inoltre affermato che il raid rappresenta “una palese violazione dei principi di buon vicinato e della sovranità nazionale siriana”. Dichiarazioni a cui ha replicato il portavoce del governo Mohammad Al Momani, con messaggio distensivo a Damasco: “La Giordania nutre grande rispetto per lo Stato siriano e per il suo popolo fraterno, e il coordinamento tra Giordania e Siria nella lotta al terrorismo e al traffico di armi e droga è in corso da anni”

L'articolo La Giordania bombarda il sud della Siria dopo l’attacco alla chiesa di Karal: “Uccisi 20 miliziani dello Stato islamico”. Chiusi i confini proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Migliaia di persone in piazza a Belgrado: la festa per la vittoria della lista studentesca

Decine di migliaia di persone sono tornate ieri sera dalle 19 per celebrare la vittoria alle elezioni della Studentska Lista in piazza Slavija, nel centro di Belgrado, nella quale il 22 ottobre è stato tenuto il grande comizio elettorale di chiusura e dove la scorsa notte si è festeggiato.

Sul palco un dj ha fatto ballare la folla tra i fuochi d’artificio, mentre un analogo festeggiamento si è svolto anche a Novi Sad, la città universitaria dove è iniziata la protesta studentesca due anni fa.

L'articolo Migliaia di persone in piazza a Belgrado: la festa per la vittoria della lista studentesca proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Guerra in Ucraina: colloquio telefonico tra leader di Norvegia, Finlandia e Putin. Al via la tregua a Oleshky

“Nell’ambito dei preparativi per un’operazione umanitaria a Oleshky, le forze armate della Federazione russa hanno cessato il fuoco nel settore di Kherson a partire dalle 4 orario di Mosca (le 2 in Italia, ndr)”. Il ministero della Difesa russo su Telegram ha confermato l’avvio della tregua umanitaria a Oleshky, la cittadina sulla riva meridionale del fiume Dnipro nella regione di Kherson, dopo l’intesa annunciata nei giorni scorsi dalla Casa Bianca, che ha attribuito il raggiungimento del cessate il fuoco alla “mediazione” di Melania Trump. La tregua, mentre l’inverno avanza, lento ma inesorabile sui campi di battaglia in Ucraina e nelle regioni russe sempre più spesso nel mirino dei droni avversari, rappresenta un possibile spiraglio di pace e può “rappresentare un precedente” per altre iniziative simili, ha sottolineato il Cremlino, mentre da Kiev arrivavano indiscrezioni sul tentativo di anticipare di almeno una settimana i colloqui tra Ucraina, Stati Uniti e Russia previsti per novembre ad Abu Dhabi, e coinvolgere un rappresentante dell’Ue nei negoziati. L’incontro è previsto indicativamente a partire dal 10 novembre, dopo le elezioni di midterm in Usa, coinvolgendo anche l’Ue.

Nel quadro della diplomazia finalizzata alla fine del conflitto, il presidente della Finlandia, Alexander Stubb, e il primo ministro norvegese, Jonas Gahr Støre, hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin. Un colloquio, confermato all’agenzia Tass il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che – ha reso noto la presidenza finlandese – “fa seguito all’incontro di Oslo del 20 ottobre (giorno in cui si sono svolti i colloqui tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’inviato speciale americano Steve Witkoff, alla presenza dei leader di Finlandia e Norvegia) ed è stata organizzato in consultazione con l’Ucraina“. Stubb e Støre – viene spiegato – hanno promosso la telefonata per discutere “della guerra di aggressione condotta dalla Russia contro l’Ucraina e degli sforzi diplomatici volti a porre fine al conflitto e a promuovere la pace e la stabilità in Europa”. I due leader hanno precisato di aver parlato a nome dei loro paesi “e non dell’Europa nel suo complesso”. Norvegia e Finlandia – si legge nella nota – condividono un interesse comune per la stabilità e la prevedibilità nella regione del Mar Baltico e nell’estremo Nord. “Questo aspetto è stato sottolineato durante l’incontro”, viene rimarcato. Stubb e Støre hanno poi sottolineato “che la Finlandia e la Norvegia continueranno a sostenere l’Ucraina nel loro impegno di lunga data” e hanno inoltre ribadito “la necessità di porre fine alla guerra e di riprendere i negoziati”. “La discussione – continua la nota – è stata franca e sostanziale. Siamo paesi confinanti con la Russia. L’esito di questa guerra avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza e su quella europea in generale. Porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto”, ha dichiarato il presidente finlandese Stubb. “La guerra comporta costi umani e materiali enormi. La sofferenza e la distruzione avranno un impatto su generazioni. Nell’appello abbiamo sottolineato l’importanza della de-escalation”, ha affermato il primo ministro norvegese Støre. La telefonata – viene precisato – è avvenuta da Helsinki. Dopo il colloquio col presidente russo, anche Volodymyr Zelensky ha parlato al telefono con il suo omologo finlandese e con il primo ministro norvegese.

La tregua a Oleshky – Sul tavolo delle diplomazie finiranno le vite di centinaia di civili intrappolati. Le operazioni di evacuazione e soccorso coinvolgeranno anche tanti malati e anziani, sopravvissuti a un inferno di droni, mine, combattimenti, ma soprattutto scarsità di acqua e cibo. Da ultimo, visto che le scorte stanno finendo e la via verso nord è bloccata, alcuni hanno sfidato “la strada della morte”, come è stata tragicamente ribattezzata, camminando a piedi per quasi 20 chilometri fino al centro più vicino per fare rifornimenti.

Gli occhi sono puntati su Mosca, che ha assicurato che sarà permesso a tutti i civili che desiderano di lasciare Oleshky. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato la disponibilità russa per accordi simili: “Per motivi umanitari, assolutamente sì, soprattutto quando si tratta dell’intervento diretto, molto positivo e coordinato, della parte americana, dei negoziatori americani, e della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump”. Alla carota è seguito però il bastone, come di prassi a Mosca: “La decisione di riprendere i negoziati trilaterali con l’Ucraina e gli Usa non implica alcuna restrizione nelle operazioni militari”, ha aggiunto sinistramente Peskov. Le forze russe “proseguono la loro operazione militare speciale, continuando a infliggere colpi massicci e mirati al complesso militare ucraino”.

Intanto, una commissione internazionale indipendente su mandato del Consiglio Onu per i diritti umani ha accusato oggi la Russia di crimini contro l’umanità per gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine e la tratta di esseri umani per rafforzare le proprie forze armate. La commissione osserva che “nel corso degli anni, la frequenza, l’intensità e l’estensione geografica delle ondate di attacchi” russi “sono aumentate”, mentre Mosca ha “sottoposto a tratta persone provenienti da 29 Paesi”, dal Bangladesh a El Salvador al Sudafrica, per schierarle in prima linea al fronte.

L'articolo Guerra in Ucraina: colloquio telefonico tra leader di Norvegia, Finlandia e Putin. Al via la tregua a Oleshky proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Sono caduta in ginocchio davanti a 300 ordini in una mattina”: la storia di Natendrea Jones, la parrucchiera diventata regina dei piatti di mare per un video virale

Otto anni di tentativi per mettere a punto un sugo. Poi, a maggio, bastano quaranta secondi di video e la vita cambia. Natendrea Jones, 36 anni, South Carolina, si è svegliata una mattina con più di 300 ordini sul suo profilo commerciale e ha mollato il telefono per la sorpresa. “Sono caduta in ginocchio”, racconta a Business Insider. Fino a quel momento, la sua cucina era stata per oltre dieci anni un’attività di contorno: piatti di pesce per gli amici, qualche teglia venduta ogni tanto, mentre a pagare le bollette erano i capelli e le unghie delle clienti.

A far cambiare tutto è stato Gabriel Rivera, recensore di cibo con oltre due milioni di follower su TikTok, ordina i suoi pasti attraverso Facebook Marketplace e li assaggia dentro la propria auto. Quando si imbatte nell’annuncio di Jones, le offre 200 dollari per cucinargli quello che vuole. Lei pensa a uno scherzo. Non lo è.

Jones prepara una teglia traboccante di zampe di granchio delle nevi, aragosta, gamberi e ostriche. Non è ancora nel menu, ma diventerà presto il “Gabriel Special”. Il verdetto di Rivera, tra un boccone e l’altro, è netto: il suo condimento è “su un altro livello”.

L'articolo “Sono caduta in ginocchio davanti a 300 ordini in una mattina”: la storia di Natendrea Jones, la parrucchiera diventata regina dei piatti di mare per un video virale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La vittoria della gioventù serba ricorda l’esistenza di un bene fondamentale: la trasparenza della Pa

La clamorosa vittoria della gioventù serba ricorda alla politica l’esistenza di un bene comune invisibile ma fondamentale: la trasparenza della Pubblica Amministrazione.

E’ noto che il movimento studentesco abbia preso le mosse da un fatto tragico: il crollo della pensilina esterna alla stazione di Novi Sad nel 2024, dove morirono sedici persone. Un fatto che agli occhi e ai cuori della migliore gioventù serba ha rappresentato la manifestazione più tangibile della corruzione sistemica che affligge la Serbia.

La rivolta, che ha avuto il pregio eccezionale di trasformarsi in progetto politico-elettorale alternativo, ha messo al centro una verità spesso marginalizzata nel discorso politico: la democrazia, per realizzare la promessa costituzionale di essere emancipante, deve essere liberata dalla corruzione in tutte le sue declinazioni. Perché la corruzione della Pubblica Amministrazione uccide.

La corruzione non è soltanto mal costume, non è soltanto abuso di potere normalizzato in una società sempre più brutale e feroce che induce a scommettere sulla protezione del “clan” al quale si giura fedeltà, la corruzione infine produce morte, perché al fondo di tutto ciò che non si fa e che invece si sarebbe potuto fare o che si fa male mentre si sarebbe potuto fare meglio ci sono vite spezzate. Quasi sempre peraltro le vite che soccombono sono quelle dei più marginali.

Quale che sia la “faccia” della corruzione, che non sempre prevede la “mazzetta”, perché nella sua forma più subdola e inafferrabile diventa clientelismo, familismo, nepotismo, “giro-giusto”, baronismo, auto promozione spregiudicata di sistemi di relazioni che insieme crescono e insieme cascano, la corruzione uccide.

La possibilità stessa che una democrazia possa attivare politiche adeguate per l’accesso alla casa, alla sanità, al lavoro, alla scuola, alla giustizia, alla sicurezza dipende da una Pubblica Amministrazione trasparente e imparziale.

Chiunque di noi saprebbe fare molteplici esempi di quanta vita è stata sacrificata in Italia a causa della corruzione, quante morti sull’altare “dell’una mano lava l’altra e due mani lavano il viso”. Il contrasto alla corruzione passa certo attraverso precise norme penali, che questo governo ha sabotato a cominciare dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio, passa dal rispetto di una Autorità indipendente come l’Anac, che questo governo ha bersagliato di critiche delegittimanti, ma passa soprattutto attraverso una attenzione costante e consapevole che si rifletta nel discorso pubblico dei leader politici che cercano il consenso elettorale.

Non si tratta di burocratizzare ulteriormente i meccanismi di formale prevenzione della corruzione: il rischio infatti è quello di moltiplicare carte col “copia-incolla”, del tutto inutili a modificare la situazione.

Bisognerebbe invece che le forze alternative alle destre meloniane prendessero alcuni impegni concreti come la difesa efficace di chi segnala illeciti nella Pubblica Amministrazione (i cosiddetti whistleblower che invece, e nonostante le norme approvate, vengono spesso isolati e penalizzati), il contrasto alle Slapp (le azioni legati pretestuose contro gli attivisti sociali e i giornalisti), il contrasto alla precarizzazione dei giornalisti (che spesso lavorano in condizioni di grave vulnerabilità), il contrasto alla opaca gestione dei rapporti tra portatori di interessi (lobbisti) e personale politico. Una “agenda per la trasparenza” quanto vale in Italia?

In Serbia ha fatto la differenza, contribuendo a sconfiggere anche l’orrore del nazionalismo più spietato a cui Vucic ha cercato fino all’ultimo di aggrapparsi, beatificando con i funerali di Stato il “macellaio di Srebrenica”.

L'articolo La vittoria della gioventù serba ricorda l’esistenza di un bene fondamentale: la trasparenza della Pa proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Per Lula elezione record, ma la sfida è appena iniziata: Bolsonaro punta al sabotaggio e gli Usa sono sempre più lontani

In venti giorni, Luiz Inácio ‘Lula’ Da Silva – rieletto presidente al ballottaggio del 25 ottobre – ha guadagnato 10,3 milioni di voti in più rispetto al primo turno. E alla fine ha staccato di 4,4 milioni di voti l’avversario Flávio Bolsonaro, che pure partiva in vantaggio (2,2 milioni di voti). Ed è la prima volta, dal 1989 – anno in cui il Brasile è tornato alle urne dopo vent’anni di dittatura e altri quattro di transizione – che chi perde al primo turno vince al ballottaggio. “Non era mai successo”, scrive su ‘O Globo’ l’analista Bernardo Franco Mello, elencando altri elementi inediti dell’elezione: “Non era mai stato eletto un presidente all’età di 80 anni. Nessuno era mai stato eletto quattro volte per governare il Brasile“. Lula ha anche invertito il risultato pro-Bolsonaro che al primo turno era stato registrato in 211 municipi che prima avevano votato il figlio di Jair: la maggior parte di loro (76) si concentra a Minas Gerais, lo stato che ha deciso l’elezione seguito da São Paulo, Paraná, Rio do Grande Soul e altri. Al ballottaggio è anche diminuita l’astensione rispetto al primo turno, dal 21,08% al 19,21%, la più bassa dal 2006, sommando circa 3 milioni di voti all’elezione. Inoltre, i voti bianchi/nulli sono diminuiti di 1,53% (1,8 milioni circa).

I social: ponte con le classi subalterne – Lula ha anche saputo mobilitare il voto delle donne (58,9%) e dei giovani tra 16 e 24 anni (49,8%). Forte del voto delle classi popolari, dove si registrano 30 milioni di persone che hanno superato la povertà grazie ai programmi di welfare, Lula ha ottenuto anche il voto moderato, fuggito in massa dall’hate speech di Bolsonaro. La chiave, spiegano gli attivisti del Partito dei lavoratori a Ilfattoquotidiano.it, è stata il cosiddetto “Exército do Lula”, una rete di attivisti digitali nata per innovare il discorso del candidato 80enne e aggirare la censura di Meta. “Abbiamo parlato con il linguaggio dei Social – spiega il deputato André Janones, stratega di campagna di Lula – e abbiamo trasformato un canale WhatsApp in una macchina elettorale capace di connettere direttamente con il popolo”. Campagna rafforzata dalla Par condicio algoritmica imposta dal Tribunale supremo elettorale a Meta, i cui Social – previo intervento umano – si erano indebitamente sbilanciati a favore di Bolsonaro. “Lula ha saputo articolare la dimensione virtuale con quella territoriale”, ha commentato l’analista Beatriz Stolowicz, dello storico Istituto messicano della Radio.

La sfida: unire il Paese, nonostante Bolsonaro – La comunicazione politica sarà chiave anche dopo il voto là dove il Lula IV affronta già le insidie di Bolsonaro, che – svelano alte fonti a Ilfatto.it – userà la sua maggioranza relativa del Partito liberale al Congresso (121 deputati) e al Senato (28) come megafono per contestare la validità del risultato, tenere alta la tensione e ostruire l’attuazione del programma elettorale progressista. Bolsonaro – a cui è stato sequestrato il passaporto su provvedimento del magistrato della Corte suprema Alexandre Moraes, causa indagini per riciclaggio – punta a far fronte comune con altre formazioni di opposizione (tra cui socialdemocratici e repubblicani) per porre il veto su eventuali emendamenti costituzionali in materia tributaria e bloccare l’approvazione della Legge di bilancio, nell’intento di tagliare fondi in materia ambientale, di diritti o pari opportunità.

I “patti di governabilità” con il centro – Ma anche Lula gioca già le sue carte: il leader 80enne cerca già “patti di governabilità” con le formazioni di centro, che risulta comunque frammentato, attraverso la rielezione di figure moderate alla guida della Camera (Hugo Motta) e del Senato (Davi Aicolumbre). Il tentativo è quello di pacificare un Paese lacerato da divisioni politiche e sociali, promettendo – come affermato nella notte del 25 ottobre – di “governare per 215 milioni di brasiliani”. In gioco c’è anche un programma elettorale basato su pilastri come Istruzione, attraverso l’espansione del sussidio Pé-de-Meia a contrasto dell’abbandono scolastico, mobilità urbana (garantendo trasporto pubblico alle periferie) e altre politiche di Welfare come il programma Bolsa Familia e Minha Casa, Minha vida, alleanza tra pubblico e privato che punta a raggiungere 10 milioni di brasiliani entro fine mandato. Altrettanto importante risulta il condono a 3,6 milioni di microimprenditori, molti di loro provenienti dai ceti più umili del Paese, come ambulanti – venditori di cibo, piccoli banchi di frutta nei mercati rionali -, idraulici, elettricisti, sarti e altre figure alla base del tessuto economico brasiliano e che insieme rappresentano il 30% del Pil locale.
Commercio estero: rotte alternative – Altra sfida importante riguarda il commercio estero, che equivale al 32% del Pil, là dove Donald Trump parla ancora di «elezione truccata», nonostante le presunte simpatie per Lula, e mantiene la propria linea di fermezza in materia di dazi. Il presidente brasiliano cerca così nuovi mercati di export con i Brics, in particolar modo Cina e India, e con l’Europa mediante l’accelerazione dell’accordo Ue-Mercosur. È anche scontro con i mercati finanziari, che puntavano tutto sul cavallo sbagliato: l’Ibovespa è crollato del 16,6% (una delle peggiori cadute dal 1998), Petrobras a -30% e il dollaro ha staccato il real di +12%.

L'articolo Per Lula elezione record, ma la sfida è appena iniziata: Bolsonaro punta al sabotaggio e gli Usa sono sempre più lontani proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Vivo con 700 euro al mese e faccio fatica, ora basta”: Vicky a 40 anni scopre che lo “zio” era suo padre, vuole una parte dell’eredità milionaria e un assegno mensile

C’è una frase che Vicky ripete con amarezza, e racconta meglio di ogni cifra la distanza che la separa dai fratellastri: “Non ho una casa e guadagno 700 euro al mese”. Eppure, secondo quanto ha scoperto da poco, è la figlia di un uomo d’affari milionario, proprietario di quasi un centinaio di immobili sparsi per il mondo. Lo riporta Antena 3.

La verità le è arrivata a 40 anni, e di colpo ha riscritto la sua storia. Quello che per tutta la vita aveva considerato suo zio era in realtà suo padre. A svelarle il segreto è stata una zia: un silenzio durato quattro decenni, legato a due matrimoni e a separazioni avvenute all’interno della famiglia. Nella ricostruzione compare anche un dettaglio sorprendente: al momento del parto, in clinica, c’era proprio il padre biologico, che all’epoca esercitava la professione di medico.

Vicky non si è accontentata del racconto. Ha fatto esaminare in un laboratorio privato un campione contenente materiale genetico dell’uomo, e il risultato è stato inequivocabile: era lui il suo vero padre.

Con questa prova ha rivendicato la quota di eredità che la legge riconosce a ogni figlio. Non è cresciuta come tale, ma pretende gli stessi diritti degli altri eredi. I fratellastri, però, si sono opposti, e la contesa è approdata in tribunale. I legali della donna parlano di “manovre fittizie e fraudolente”, architettate secondo loro per svuotare il patrimonio ereditario ed evitare che i beni finissero a una figlia tenuta nascosta per quarant’anni.

Ora Vicky alza il tiro. Oltre alla sua parte di patrimonio, chiede un assegno mensile superiore ai 2.000 euro, per poter vivere come i fratelli. Secondo lei, finché la partita ereditaria non sarà chiusa, la famiglia dovrebbe garantirle un sostegno economico o concederle l’uso di una delle proprietà rimaste vuote, in modo da avere almeno un tetto sopra la testa. Il contrasto è tanto più doloroso se si pensa alla vita dorata in cui sono cresciuti i fratellastri, con cui dovrà dividere il patrimonio del padre.

L'articolo “Vivo con 700 euro al mese e faccio fatica, ora basta”: Vicky a 40 anni scopre che lo “zio” era suo padre, vuole una parte dell’eredità milionaria e un assegno mensile proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌