IA encontra sinais de cancro do pâncreas 475 dias antes do diagnóstico
Era cresciuta senza il polmone destro, asportato completamente nelle prime ore di vita a causa di una grave malformazione congenita, riuscendo per anni a mantenere un equilibrio e a condurre una vita vicina alla normalità. Intorno ai 12 anni, però, respirare era diventato sempre più difficile e anche salire pochi gradini senza fermarsi rappresentava ormai uno sforzo importante. Oggi, grazie a un intervento altamente complesso eseguito all’ospedale Niguarda di Milano, che ha richiesto l’inserimento di protesi e il lavoro congiunto di diversi specialisti, la ragazza ha ritrovato il respiro e una buona qualità di vita.
“E a un mese dall’operazione – racconta Francesco Macchini, direttore della Chirurgia pediatrica del Niguarda che ha seguito il suo caso – è riuscita persino ad andare al concerto della sua band americana preferita”. La storia della giovane paziente comincia proprio al Niguarda, dove nasce 12 anni fa. Le difficoltà respiratorie manifestate subito dopo il parto portano gli specialisti ad approfondire il quadro clinico, fino alla diagnosi di una grave malformazione congenita che interessava tutto il polmone destro.
Il progressivo peggioramento delle sue condizioni rende necessaria la completa asportazione del polmone, una scelta impegnativa ma indispensabile per salvaguardarne la sopravvivenza. Negli anni successivi la bambina cresce conducendo una vita compatibile con la propria condizione, fino alla comparsa di nuovi problemi respiratori. Nell’ultimo periodo comincia ad affaticarsi facilmente, presenta frequenti infezioni e incontra difficoltà anche nello svolgimento delle attività quotidiane più semplici.
Gli accertamenti permettono di individuare una rara complicanza, conosciuta come sindrome post-pneumonectomia. Dopo la rimozione di un polmone, soprattutto quello destro, gli organi presenti nel torace possono infatti spostarsi progressivamente verso lo spazio rimasto vuoto.
Nel caso della ragazza, il polmone sinistro aveva occupato parte di quello spazio, mentre cuore, trachea e bronco si erano dislocati. Questo aveva determinato una progressiva compressione e deformazione dell’unica via aerea attraverso cui l’aria raggiungeva il polmone rimasto, riducendo sempre più la capacità respiratoria e compromettendo la possibilità di svolgere una vita normale.
Per affrontare il caso, gli specialisti del Niguarda hanno seguito un percorso multidisciplinare, coinvolgendo diversi professionisti e radiologi per studiare la situazione e individuare la strategia più adatta. Un approccio reso possibile anche dall’esperienza del Kites Center dell’ospedale, dedicato allo studio delle patologie congenite dell’apparato digerente e delle vie aeree nei bambini.
Le esperienze descritte nella letteratura scientifica internazionale sono pochissime: secondo gli specialisti che hanno seguito la giovane paziente, si contano circa 50 casi in tutto il mondo. L’obiettivo dell’intervento era quello di riportare il più possibile in asse gli organi del torace, liberando il bronco e ripristinando condizioni più favorevoli alla respirazione.
Per raggiungere il risultato, nello spazio toracico rimasto libero dopo l’asportazione del polmone destro sono state inserite delle protesi adattate alle specifiche esigenze della paziente. In particolare è stata utilizzata una protesi mammaria, dal momento che non esistono dispositivi progettati appositamente per questa rara complicanza. Fondamentale, sottolineano gli specialisti, è stato il contributo del chirurgo plastico, insieme a quello dei chirurghi toracici, degli anestesisti e degli altri professionisti coinvolti nell’assistenza.
L’intervento è riuscito e la ragazza è stata dimessa dopo pochi giorni. I risultati sono comparsi rapidamente: già a un mese dall’operazione era tornata a salire le scale di casa e aveva potuto partecipare al concerto della sua band preferita. Anche i successivi controlli hanno confermato un decorso regolare e stabile.
“La soddisfazione più grande – conclude Macchini – è stata riuscire a dimetterla dopo pochi giorni e vedere che, a un mese dall’intervento, aveva ripreso a fare le scale ed era andata al concerto. I controlli stanno dando risultati positivi e vedere la felicità della ragazza e dei suoi genitori è la soddisfazione più grande per noi”.
L’esperienza maturata al Niguarda può rappresentare inoltre una risorsa per la comunità scientifica internazionale. La condivisione del percorso seguito potrebbe infatti aiutare altri specialisti chiamati ad affrontare casi analoghi, offrendo nuove prospettive terapeutiche per pazienti colpiti da una patologia rara e invalidante.
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C’è una domanda che Federico Lombardi, per anni direttore della Scuola di specializzazione in Malattie cardiovascolari dell’Università Statale di Milano, si è sentito rivolgere più volte dai suoi giovani medici: “Professore, che cosa mi offre la sanità italiana?”. Una domanda difficile non tanto per la risposta economica, quanto per tutto ciò che veniva dopo. Perché dietro quei 6 anni di Medicina e i 4 di specializzazione c’erano 10 anni di studio, sacrifici, turni, ricerca e formazione pratica. E il rischio, una volta arrivati al traguardo, era di scoprire che il lavoro proposto non coincideva affatto con quello per cui ci si erano preparati.
Il professor Lombardi ha lasciato il Policlinico di Milano alla fine del 2019 e ha diretto la scuola di specialità dal 2012 al 2018. Da quella posizione ha visto partire molti dei suoi ex allievi verso Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo e Regno Unito. “La grande maggioranza è rimasta dove è andata”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Non perché i ragazzi non amino l’Italia, ma perché fuori hanno trovato qualcosa che qui spesso mancava: la possibilità di fare davvero il medico.
Il punto, secondo il professore, non è soltanto lo stipendio. È l’organizzazione. Un giovane cardiologo che esce dalla specializzazione con competenze specifiche dovrebbe poterle utilizzare. Se è un emodinamista, per esempio, dovrebbe trascorrere “almeno il 50% del proprio tempo lavorativo” in sala di emodinamica. Se sceglie l’elettrofisiologia e impara a impiantare pacemaker e defibrillatori, dovrebbe poter esercitare concretamente quelle competenze. “All’estero retribuiscono una persona perché svolga esattamente il lavoro per cui è pagato”, osserva.
In Italia, invece, il giovane arrivato per ultimo finisce spesso a coprire turni ambulatori e ore di guardia. Attività necessarie, certo, ma che rischiano di trasformare anni di formazione altamente specialistica in una professione molto più generica. “Questo svilisce la persona, il suo percorso formativo e ciò che vorrebbe fare”. E così si crea un paradosso: lo Stato investe 10 anni nella formazione di un cardiologo, con scuole che il professore definisce “di ottimo livello tra attività pratica, ricerca e preparazione clinica”. Poi, quel medico prende un aereo e porta quelle competenze altrove. “Regaliamo ad altri paesi persone che hanno avuto un’ottima formazione”, sostiene Lombardi.
Le destinazioni raccontano anche un’altra parte della storia. Non soltanto stipendi migliori, ma città in cui i percorsi professionali possono diventare carriere: Barcellona, Parigi, Lugano, Amsterdam, Londra. Chi parte, molto spesso, non torna. “Il numero di chi vuole rientrare è veramente modesto”, spiega il professore. E quando qualcuno prova a farlo, incontra comunque ostacoli salariali e burocratici. “I pochissimi che rientrano lo fanno per motivi familiari. Oppure sono persone in età molto avanzata che hanno un grosso nome magari all’estero e che, nella parte finale della loro carriera, prendono la decisione di tornare in Italia”.
Lombardi solleva poi un’altra questione, quella inerente il riconoscimento dei percorsi maturati all’estero: “Se uno rientra dopo un periodo abbastanza prolungato, che posizione riesce a ottenere nel Servizio Sanitario Nazionale? Difficile dirlo. Il periodo all’estero adesso viene riconosciuto, ma non c’è equiparazione di titolo. Per cui dipende dalla struttura e dalle opportunità che ci sono. Spesso, se viene a mancare una figura con particolari caratteristiche, la persona che prima era all’estero può provare a rientrare, ma ovviamente c’è una barriera non indifferente che è quella del salario”.
Per il professore, la fuga dei giovani specialisti è dunque anche il sintomo di una sanità che spreca tempo e competenze. Il medico italiano è costretto a occuparsi di una quantità di incombenze amministrative che in altri sistemi vengono affidate a personale dedicato. Persino un piano terapeutico può trasformarsi in una lunga pratica al computer invece di lasciare il professionista accanto al paziente. E il problema si manifesta anche quando arriva l’innovazione. L’intelligenza artificiale sta entrando nella diagnostica per immagini, nella refertazione e persino nella lettura dell’elettrocardiogramma. “Ma gli ospedali devono essere organizzati per utilizzarla: servono matematici, ingegneri, tecnici che lavorino accanto a medici e infermieri. Non quello che ripara l’ecografo che si è rotto. È una figura che deve diventare parte integrante del reparto” sostiene Lombardi. Intanto rimangono i turni aggiuntivi, la carenza di personale e la vecchia regola per cui chi ha finito il proprio turno non può andarsene finché non arriva il sostituto. “È così che anche il burnout diventa una conseguenza dell’organizzazione”.
La soluzione, per il professore, passa da due parole all’apparenza molto semplici: dignità e specializzazione. Aumentare gli stipendi e permettere ai giovani cardiologi di fare davvero ciò per cui sono stati formati. “Sette o otto anni fa – ricorda il professore – un giovane cardiologo poteva guadagnare 1.800-2.000 euro netti in Italia, contro i 3.800-4.000 di Zurigo o Barcellona. Oggi la differenza si è ridotta, ma resta significativa”. E invece chi sono gli studenti che, alla fine, decidono di restare? “Per molti di questi c’è un problema familiare sicuramente alla base. Per alcuni, c’è forse anche la possibilità di essersi costruiti, ma è un numero molto limitato, un futuro nelle strutture dove si sono formati. Per altri, sempre in un numero molto limitato, l’aspetto economico non è così importante perché hanno un backup familiare tale da tollerare dei periodi difficili”.
E mentre i ragazzi continuano a partire, il professor Lombardi guarda con preoccupazione a un sistema nel quale le attività più complesse rischiano di essere sacrificate per coprire le emergenze quotidiane. “La sanità pubblica si sta sciogliendo non per una fatalità, ma per scelte precise”. E il rischio è che a sciogliersi, insieme alle strutture, siano anche le competenze di una generazione intera.
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VTM
Carla Amaral e Raquel Chaves, docentes da direção do curso de Medicina da Universidade de Trás-os-Montes e Alto Douro (UTAD) renunciaram aos cargos, denunciando bloqueios administrativos e divergências sobre a gestão.
Segundo o Jornal de Notícias, num email enviado ao Conselho Pedagógico da instituição, Carla Amaral, vice-diretora do curso, e Raquel Chaves, vogal da Direção, alegam que a gestão institucional travou tarefas necessárias ao funcionamento do curso e pôs em causa condições exigidas pela Agência de Avaliação e Acreditação do Ensino Superior (A3ES).
A VTM tentou falar com as duas docentes para perceber quais os motivos que alegaram para abandonarem os cargos, mas até ao fecho desta edição não foi possível.
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Comprar este artigo — 1,00€The post Docentes demitem-se da direção do curso de medicina e deixam críticas à UTAD appeared first on A Voz de Trás-os-Montes.

Una buona programmazione del fabbisogno di medici è indispensabile. Però non basta. Perché il numero dei posti può essere deciso amministrativamente, ma le scelte dei giovani dipendono dagli incentivi che le diverse professioni e specialità mediche offrono.
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Aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina non serve perché i medici mancano solo in alcuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt’altro discorso vale invece per gli infermieri.
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