L’Albania di Rama sarà anche stabile, ma l’Occidente chiude gli occhi sulla democrazia

Dai blocchi studenteschi e universitari che scuotono le città francesi fino agli scontri di Milano, dove nuclei di giovanissimi casseurs hanno trasformato i cortei in guerriglia urbana, le piazze dell’Europa occidentale mostrano il volto di una rabbia generazionale aspra ma disarticolata. È la reazione febbrile di una gioventù che esprime malessere e disillusione ai margini di democrazie mature, senza tuttavia metterne in discussione l’architettura costituzionale di fondo.
Guardare alle manifestazioni che in questi stessi giorni infiammano Tirana come a una replica balcanica di quel disordine significherebbe, invece, commettere un errore di prospettiva capitale. Davanti ai palazzi governativi albanesi non agiscono frange metropolitane in cerca di scontro fine a sé stesso. Quella che ha preso il nome di “Rivoluzione dei fenicotteri” è una mobilitazione politica matura che salda studenti, mondo accademico e società civile contro la cattura dello Stato: la ribellione contro le leggi ad hoc concepite per grandi interessi speculativi e contro un modello di potere che ha svuotato la democrazia per vendere all’estero l’illusione dell’ordine.
Per i partner europei e atlantici, l’Albania ha rappresentato a lungo un ancoraggio rassicurante nei Balcani occidentali. In una regione segnata dalle frizioni tra Belgrado e Pristina, dalla fragilità istituzionale della Bosnia-Erzegovina e dalla crescente concorrenza geopolitica di attori terzi, Tirana ha offerto un profilo apparentemente lineare: una popolazione dichiaratamente filoccidentale, un allineamento stabile alla Nato e un esecutivo capace di parlare il linguaggio della governance internazionale.
Questa convergenza ha prodotto un’intesa pragmatica e marcatamente transazionale tra Tirana e le capitali occidentali. Il primo ministro Edi Rama ha compreso che, sotto la pressione di crisi interne ed esterne, gran parte dei partner europei tende a privilegiare la prevedibilità regionale rispetto alla qualità dello Stato di diritto. Posizionando l’Albania come spazio affidabile di cooperazione – dall’accoglienza dei rifugiati afghani nel 2021 al protocollo con l’Italia per la gestione extraterritoriale dei flussi migratori – l’esecutivo ha accumulato capitale diplomatico all’estero. Tale legittimazione internazionale si è trasformata, però, in una cambiale in bianco per Rama, spingendo le cancellerie occidentali a chiudere gli occhi sull’erosione dei contrappesi istituzionali e sulla gestione verticistica del potere.
Le radici istituzionali di questo schema affondano nelle patologie non risolte della transizione post-comunista. Il crollo del regime autarchico ed eremita di Enver Hoxha nel 1991 non ha prodotto una democrazia liberale consolidata, bensì un duopolio feroce tra il Partito democratico e il Partito socialista. Al di là delle opposte retoriche ideologiche, entrambe le formazioni sono rimaste a lungo prigioniere della medesima cultura del potere ereditata dal passato: una gestione personalistica e clientelare dello Stato, in cui la vittoria elettorale coincideva con l’occupazione dell’amministrazione pubblica e la delegittimazione sistematica dell’avversario.
Dopo il trauma del 1997, quando l’implosione degli schemi piramidali trascinò il Paese nel caos armato e rese necessaria la missione internazionale Alba, nelle cancellerie occidentali si consolidò un tacito pragmatismo: la priorità assoluta andava all’ordine pubblico e alla stabilità del fianco adriatico, anche a costo di tollerare istituzioni deboli e una democrazia incompiuta. La capacità di garantire il controllo delle frontiere e la sicurezza regionale divenne il metro principale con cui valutare l’affidabilità dei governi albanesi, subordinando la profondità dello Stato di diritto alla prevenzione di nuove crisi.
Negli ultimi anni, questa impostazione si è tradotta in un sistema di gestione politica ed economica fortemente accentrato. Al di fuori dei confini albanesi, i grandi progetti di rigenerazione urbana, gli investimenti esteri di alto profilo e una crescita esponenziale del turismo hanno alimentato una narrazione di modernizzazione e successo internazionale. Al tempo stesso, il ricorso sistematico ai partenariati pubblico-privato e allo status di “investitore strategico” ha sollevato interrogativi sulla concorrenza, sulla trasparenza delle procedure e sulla concentrazione di vantaggi economici in pochi gruppi vicini al potere. Le aree costiere e i settori urbani più redditizi sono diventati il terreno privilegiato di questa tensione tra sviluppo, speculazione e tutela dell’interesse pubblico.
I limiti di questo modello di sviluppo sono emersi con particolare evidenza nella mobilitazione nata attorno all’ecosistema di Vjosa-Narta e ai progetti di sviluppo previsti nell’area di Saseno e Zvërnec. Per aprire la strada al mega-progetto turistico di Affinity Partners, la società legata a Jared Kushner, sono state varate modifiche legislative su misura che hanno subordinato la salvaguardia dell’area a interessi privati, ignorando le tutele ambientali e gli obblighi internazionali assunti dall’Albania in materia ambientale e paesaggistica.
La reazione dell’opinione pubblica albanese, aggregatasi sotto il simbolo del fenicottero rosa della laguna di Narta, è andata ben presto oltre le specifiche istanze di natura ambientalista. Portando in piazza residenti, attivisti, professionisti e studenti, la protesta è riuscita in pochi mesi a canalizzare un malcontento ben più ampio: la denuncia della cattura dello Stato, delle leggi su misura, dell’opacità procedurale e della sensazione che le decisioni strategiche vengano assunte al di fuori del contraddittorio pubblico. Quando gli studenti hanno innestato la propria mobilitazione su quella dei movimenti ambientalisti, chiedendo riforme nel sistema educativo e le dimissioni del governo, la contestazione ha assunto una dimensione chiaramente politica.
Il quadro politico albanese riflette la medesima tensione. La riforma della giustizia avviata nel 2016, con il sostegno di Stati Uniti e Unione europea, ha introdotto il vetting dei magistrati e creato la Struttura speciale anticorruzione (Spak), producendo risultati rilevanti nella lotta a reti clientelari e a fenomeni di corruzione di alto livello. Tuttavia, gli organi indipendenti si muovono dentro un ecosistema di potere che resiste allo scrutinio. Il vero banco di prova per la magistratura non sono più soltanto le vecchie oligarchie dell’opposizione, ma i vertici operativi dello stesso governo Rama: le inchieste della Spak che, negli ultimi mesi, hanno incriminato l’ex vicepremier e ministra delle Infrastrutture Belinda Balluku per la gestione clientelare dei grandi appalti, insieme allo scandalo senza precedenti che ha decapitato i Servizi di Sicurezza albanesi con l’incriminazione della sua direttrice Vlora Hyseni per rivelazione di segreti di Stato, dimostrano che la corruzione non è una deviazione periferica, ma un tratto strutturale della macchina pubblica. Quando le indagini toccano esponenti politici vicini al potere, l’esecutivo fatica a mantenere la consueta narrazione tecnocratica e reagisce arroccandosi nella difesa della propria continuità a ogni costo.
A rafforzare questo squilibrio ha contribuito la prolungata fragilità dell’opposizione parlamentare. Il Partito democratico, intrappolato nella figura di Sali Berisha – isolato sul piano internazionale anche a seguito delle misure adottate dal Dipartimento di Stato statunitense – non è riuscito a costruire un’alternativa credibile e coesa. Questa debolezza ha ridotto la capacità del Parlamento di esercitare un controllo effettivo sull’esecutivo, spostando la conflittualità politica fuori dal Palazzo: verso i movimenti civici, le associazioni professionali, le università e le piazze.
Esiste anche una dimensione ulteriore, di natura demografica e sociale. L’emigrazione di massa ha privato l’Albania di una parte consistente di forza lavoro qualificata, professionisti e giovani generazioni. Per decenni, l’esodo ha funzionato anche come valvola di sfogo politico: chi poteva partire ha spesso scelto di farlo, trasferendo altrove aspirazioni, competenze e capacità critica. Oggi, però, l’erosione della classe media urbana, la pressione dell’inflazione e l’escalation dei costi immobiliari rendono meno sostenibile questa dinamica. La protesta indica che anche l’assenza, la rassegnazione e l’emigrazione non possono più essere considerate ammortizzatori sociali indefiniti.
Per i partner occidentali, e in primo luogo per l’Italia – storicamente legata a Tirana da vincoli economici, culturali e di prossimità geografica – il quadro impone una scelta politica non più rinviabile, senza rifugiarsi nel facile alibi della Realpolitik. Continuare a considerare Edi Rama un argine indispensabile e intoccabile, chiudendo gli occhi sullo svuotamento dei contrappesi democratici in cambio di patti sui migranti e cooperazione di polizia, significa commettere lo stesso errore strategico già pagato a caro prezzo in Nord Africa e Medio Oriente. L’idea che a est di Trieste la democrazia possa essere sacrificata sull’altare della stabilità a breve termine non solo tradisce i valori dichiarati dell’integrazione europea, ma crea un alleato strutturalmente fragile e imprevedibile.
Quello che sta accadendo a Tirana non è un caso isolato, ma il riflesso di un vizio che attraversa l’intera regione balcanica e che l’Europa continua colpevolmente a ignorare. Da Belgrado a Tirana, leadership diverse nei toni ma affini nelle pratiche hanno imparato a disattivare la democrazia dall’interno, piegando norme, appalti e uffici pubblici per blindare il proprio consenso e ridurre ai minimi termini il controllo democratico. L’Ue ha commesso l’errore madornale di considerare questo accentramento verticistico come l’unico argine affidabile alle tensioni regionali e alle infiltrazioni di attori terzi. Ma una democrazia non vive di procedure svuotate: o i cittadini tornano a contare davvero oppure l’Europa continuerà a finanziare la propria instabilità futura, scambiando il monopolio del potere per sicurezza.
La Rivoluzione dei fenicotteri va dunque letta come un avvertimento. Non è un episodio di instabilità da gestire, ma la richiesta di un ordine politico diverso: uno in cui la stabilità non sia la facciata di un potere senza contrappesi, bensì il risultato di istituzioni capaci di rispondere ai cittadini. Per l’Occidente, la scelta non è tra Rama e la sua opposizione, né tra sviluppo e tutela ambientale. È tra una stabilità di facciata, destinata a produrre nuove crisi, e una stabilità sostanziale, fondata sullo Stato di diritto e sulla democrazia.
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