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Naspi e Dis-Coll di novembre, date di pagamento e chi subisce il taglio del 3%

A novembre 2026 una parte dei beneficiari di Naspi e Dis-Coll troverà sul conto un accredito più basso del mese precedente. Il motivo è la riduzione automatica del 3% al mese, che scatta dopo i primi mesi di indennità. A novembre riguarda chi ha iniziato a percepire l’assegno nella tarda primavera.

Per capire se il taglio riguarda il proprio assegno, basta conoscere la data di decorrenza della prestazione. Di seguito le regole per le due indennità, le simulazioni di calcolo su diversi importi, le date di accredito previste per novembre e una guida pratica per controllare il pagamento.

Naspi ridotta a novembre: chi riceve meno

La riduzione non dipende dal mese dell’anno, ma da quanti mesi di indennità sono già stati percepiti. Per la Naspi il taglio parte infatti dal primo giorno del sesto mese di fruizione. Per chi aveva già compiuto 55 anni alla data di presentazione della domanda, invece, scatta dal primo giorno dell’ottavo mese.

In pratica entra nel sesto mese a novembre chi ha la decorrenza della Naspi a giugno 2026, mentre tra gli over 55 tocca a chi ha iniziato ad aprile. Chi riceve l’indennità da prima continua a vedere l’importo scendere mese dopo mese, fino alla fine del periodo spettante. Detto ciò, l’accredito copre di norma le giornate già maturate, per cui la prima riduzione può comparire sul conto con un mese di ritardo rispetto all’inizio del sesto mese.

Come funziona il taglio del 3% per Naspi e Dis-Coll

Naspi

La Naspi spetta ai lavoratori dipendenti che perdono il lavoro in modo involontario e che hanno almeno 13 settimane di contributi negli ultimi quattro anni. Dura la metà delle settimane contributive dello stesso periodo, fino a un massimo di 24 mesi. L’importo è pari al 75% della retribuzione media mensile fino a una soglia aggiornata ogni anno dall’Inps, più il 25% della parte eccedente. Il tutto entro un tetto massimo che viene rivalutato annualmente.

La riduzione del 3% scatta ogni mese, a partire dal sesto o dall’ottavo per gli over 55. Un calo progressivo, con ogni taglio che si applica all’importo del mese precedente, per cui la perdita cresce con il passare del tempo.

Dis-Coll

La Dis-Coll è l’indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi iscritti in via esclusiva alla Gestione separata, assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa. Serve almeno un mese di contribuzione tra il 1° gennaio dell’anno precedente e la cessazione del rapporto, e l’indennità dura tanti mesi quanti sono quelli contribuiti nello stesso periodo. Esiste però un massimale, fissato a 12 mesi.

Anche per la Dis-Coll, dal 2022, la riduzione del 3% scatta dal primo giorno del sesto mese (in precedenza partiva dal quarto). Per i mesi indennizzati l’Inps riconosce inoltre i contributi figurativi.

Naspi e Dis-Coll, le simulazioni di calcolo

Le simulazioni sono sempre utili in casi del genere e nella tabella proponiamo l’andamento di 4 assegni ipotetici, a partire dal primo mese di riduzione. Precisiamo che gli importi sono lordi e che sull’indennità garantita si applica l’Irpef, con le detrazioni previste per il lavoro dipendente. Ciò vuol dire che il netto accreditato sarà più basso.

Assegno iniziale (lordo) Primo mese di taglio Secondo mese Terzo mese Perdita mensile al terzo mese
Naspi da 1.000 euro 970,00 euro 940,90 euro 912,67 euro 87,33 euro
Naspi da 1.300 euro 1.261,00 euro 1.223,17 euro 1.186,47 euro 113,53 euro
Naspi da 1.500 euro 1.455,00 euro 1.411,35 euro 1.369,01 euro 130,99 euro
Dis-Coll da 900 euro 873,00 euro 846,81 euro 821,41 euro 78,59 euro

Un assegno Naspi da 1.300 euro lordi, quindi, dopo tre mesi di riduzione scende a circa 1.186 euro, con una perdita di oltre 113 euro al mese. Per un over 55 con Naspi iniziata ad aprile 2026 e un importo di 1.200 euro. Il primo taglio porta invece l’assegno a 1.164 euro.

Quando arrivano Naspi e Dis-Coll a novembre 2026

Per Naspi e Dis-Coll non esiste una data unica di pagamento, come invece accade per le pensioni, in pagamento stavolta dal 2 novembre. L’Inps dispone gli accrediti in base alla lavorazione delle pratiche da parte delle sedi territoriali. Secondo il calendario diffuso dai patronati, a novembre lo schema dovrebbe essere questo:

  • chi riceve già l’indennità: accredito indicativamente tra il 7 e il 15 novembre;
  • nuove domande accolte: prima mensilità tra il 16 e il 24 novembre.

Precisiamo però che le date sono indicative e possono slittare di qualche giorno. Il 7 novembre cade di sabato, per cui i primi accrediti per chi è già in pagamento sono più probabili da lunedì 9 novembre.

Come controllare importo e accredito

Per sapere quanto si riceverà e quando, i passaggi da seguire sono pochi:

  1. accedere al sito dell’Inps o all’app Inps Mobile con Spid, Cie o Cns;
  2. aprire il Fascicolo previdenziale del cittadino e la sezione dedicata ai pagamenti, dove compaiono data di disposizione e importo;
  3. controllare la data di decorrenza indicata nel provvedimento di accoglimento, da cui si calcola il mese di fruizione;
  4. confrontare l’importo con quello del mese precedente: una differenza del 3% indica che la riduzione è partita;
  5. in caso di importo diverso dal previsto o di accredito mancante, contattare il contact center Inps all’803 164 da rete fissa o allo 06 164 164 da cellulare, oppure rivolgersi a un patronato.

Chi trova un nuovo impiego mentre percepisce l’indennità deve comunicarlo all’Inps entro 30 giorni, indicando il reddito annuo presunto. A seconda del contratto e del reddito, l’assegno può essere sospeso, ridotto o venire meno. Chi pensa di avviare un’attività autonoma, invece, può valutare la liquidazione anticipata della Naspi, mentre chi cerca un nuovo lavoro può guardare alle offerte della stagione invernale.

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Rimborso 730 con la Naspi nel 2026, i casi nei quali l’INPS blocca o rifiuta il pagamento

Tra i principali vantaggi della presentazione del Modello 730 a credito vi è la possibilità di recuperare in tempi brevi le somme spettanti per spese sanitarie, detrazioni edilizie o carichi di famiglia. Per i lavoratori disoccupati che percepiscono la Naspi, il meccanismo teorico è semplice: l’INPS agisce da sostituto d’imposta e accredita il saldo direttamente sull’assegno mensile nella prima finestra utile successiva all’elaborazione della dichiarazione. Tuttavia, può capitare che la mensilità attesa arrivi senza alcuna traccia del conguaglio Irpef. Di fronte al mancato accredito, la domanda sorge spontanea: per quale motivo il rimborso 730 non è stato erogato sulla Naspi e dove sono finiti i soldi?

Non veder comparire l’importo sul proprio conto non significa aver perso il credito fiscale. Indica però che il flusso automatico tra l’Agenzia delle Entrate e l’INPS ha incontrato un ostacolo.

Come funziona il conguaglio fiscale sulla disoccupazione

L’indennità Naspi è considerata dalla normativa fiscale un reddito assimilato a quello da lavoro dipendente. Per questa ragione, l’INPS è tenuto ad applicare le ritenute Irpef sui sussidi erogati, operando a tutti gli effetti come un datore di lavoro.

Quando si presenta il Modello 730 indicando l’INPS come sostituto d’imposta, l’Agenzia delle Entrate trasmette all’ente previdenziale il Modello 730-4, ossia il documento contabile che certifica l’ammontare del credito da rimborsare (o del debito da trattenere). Se il flusso si svolge regolarmente, l’INPS recepisce il dato e dispone la liquidazione nell’assegno di disoccupazione elaborato nel mese successivo a quello di ricezione del prospetto.

Se la mensilità di Naspi successiva all’invio della dichiarazione viene pagata con l’importo ordinario senza alcuna voce integrativa, significa che l’INPS ha notificato un diniego dell’assistenza fiscale o che la dichiarazione è stata bloccata prima di giungere a destinazione.

Le cause principali: perché l’INPS rifiuta il rimborso 730?

L’INPS non applica i conguagli in modo discrezionale, ma deve attenersi a precisi paletti amministrativi. Qualora riscontri un’incompatibilità, l’ente invia un rifiuto telematico all’Anagrafe Tributaria entro 5 giorni dalla ricezione del prospetto e si sfila dal ruolo di sostituto.

Le motivazioni che spiegano il mancato versamento del rimborso 730 sulla Naspi sono riconducibili a cinque casistiche principali.

La Naspi è terminata prima del conguaglio

È la causa più frequente. Affinché l’INPS possa erogare il credito Irpef, è necessario che il rapporto di sostituzione d’imposta sia ancora attivo al momento dell’elaborazione dei dati. Se l’indennità di disoccupazione è giunta a scadenza prima che l’INPS ricevesse il Modello 730-4 dall’Agenzia delle Entrate, l’ente si trova nell’impossibilità di disporre il pagamento, non avendo più un cedolino su cui applicare la somma.

Domanda di disoccupazione in corso di lavorazione

Molti contribuenti trasmettono il Modello 730 subito dopo aver fatto domanda di disoccupazione, indicando l’INPS come sostituto quando la pratica risulta ancora nello stato in istruttoria. Se al momento dell’invio dei flussi fiscali la richiesta di Naspi non è stata ancora formalmente accolta con un provvedimento definitivo, l’INPS rifiuta la gestione del conguaglio. Anche se il sussidio viene approvato poco tempo dopo, il flusso del 730 non si riallinea automaticamente.

Incapienza della mensilità o modalità straordinarie

Esistono situazioni legate alla struttura del pagamento della disoccupazione:

  • capienza mensile insufficiente. Se il rimborso 730 è di importo elevato e la rata mensile della Naspi è ridotta (o parzialmente trattenuta per pignoramenti o recupero di indebiti), l’INPS eroga il credito nei limiti della disponibilità del mese. Se la prestazione si esaurisce con quel pagamento, l’eccedenza non viene pagata;
  • anticipazione in un’unica soluzione. Chi ha richiesto l’anticipazione della Naspi per l’avvio di un’attività autonoma non riceve un’indennità periodica. Essendo un pagamento unico a tassazione separata, l’INPS non può effettuare conguagli da dichiarazione dei redditi ordinaria.

Controlli preventivi dell’Agenzia delle Entrate

Il ritardo nell’accredito sulla Naspi può dipendere direttamente dall’Agenzia delle Entrate. La normativa prevede che il Fisco blocchi la trasmissione del prospetto 730-4 all’INPS quando la dichiarazione presenta elementi di rischio e richiede controlli preventivi. Ciò avviene in caso di:

  • rimborsi di importo complessivamente superiore a 4.000 euro;
  • sostanziali modifiche rispetto alla dichiarazione precompilata;
  • incoerenze relative ai dati sui familiari a carico o sui bonus edilizi e sanitari.

In questi casi, la pratica viene congelata per le verifiche documentali e l’INPS non riceve mai l’autorizzazione a pagare.

Credito sotto il limite minimo

In base alle norme generali sul conguaglio fiscale, l’erogazione dei rimborsi non viene effettuata se l’importo netto spettante risultante dalla dichiarazione è pari o inferiore a 12 euro.

Verificare lo stato del rimborso sui portali ufficiali

Per capire esattamente cosa sia accaduto dopo l’invio della propria dichiarazione dei redditi, non occorre attendere comunicazioni cartacee. È sufficiente consultare le proprie aree riservate sui siti istituzionali accessibili attraverso le proprie credenziali fiscali:

  • fascicolo previdenziale INPS. Entrando nella sezione Prestazioni e selezionando Modello 730/4, è possibile consultare i dati inviati dall’Agenzia delle Entrate e verificare l’eventuale presenza di una nota di diniego con la relativa causale (es. Rapporto di sostituzione esaurito);
  • cassetto fiscale Agenzia delle Entrate. Nella sezione Dichiarazioni fiscali – Modello 730 si trova lo stato di lavorazione della pratica. Se il conguaglio è fallito, la scheda evidenzierà il mancato perfezionamento del pagamento tramite il sostituto d’imposta.

Come sbloccare i soldi e ottenere il pagamento

Quando l’INPS rifiuta di erogare il rimborso 730 sulla Naspi, l’origine del pagamento deve essere spostata dall’ente previdenziale all’Agenzia delle Entrate. Il credito rimane valido e il contribuente ha a disposizione le seguenti opzioni per recuperarlo.

Per il 2026 il termine per inviare il 730 integrativo è scaduto il 26 ottobre, dato che il 25 cadeva di domenica. Chi si accorge solo ora del mancato rimborso deve quindi seguire una delle due strade ancora percorribili: il modello Redditi o il riporto del credito nella dichiarazione dell’anno successivo.

Presentazione del Modello Redditi Persone Fisiche

Scaduta la finestra del 730 integrativo, la strada da seguire consiste nell’invio del Modello Redditi PF (ex Unico) in modalità integrativa o correttiva. Attraverso questo modello si recepisce il credito della precedente dichiarazione mai incassato e si richiede il rimborso diretto al Fisco. Il termine per la presentazione del modello Redditi PF 2026 è il 2 novembre 2026, visto che il 31 ottobre cade di sabato.

Riporto del credito nella dichiarazione successiva

Chi non riesce a rispettare nemmeno questa scadenza non perde il credito. L’importo non rimborsato dal sostituto d’imposta può essere indicato nel 730 del 2027, relativo ai redditi 2026, nella sezione dedicata ai crediti non rimborsati, e utilizzato in diminuzione dell’imposta dovuta oppure chiesto a rimborso.

Il 730 integrativo di tipo 2, termine scaduto il 26 ottobre

Fino al 26 ottobre 2026 era possibile inviare un Modello 730 Integrativo di tipo 2, una dichiarazione che consente di correggere solo l’indicazione del sostituto d’imposta senza toccare redditi e spese:

  • se la Naspi era terminata o la pratica era bloccata, si selezionava la modalità 730 Senza Sostituto;
  • se nel frattempo si era intrapreso un nuovo lavoro dipendente, si poteva indicare il nuovo datore di lavoro.

Tempistiche e modalità dell’accredito da parte dell’Agenzia delle Entrate

Quando la gestione del credito passa sotto la responsabilità diretta dell’Agenzia delle Entrate, è essenziale accedere al portale dell’Anagrafe Tributaria per registrare il proprio codice Iban. Senza l’indicazione del conto corrente, i tempi si allungano ulteriormente perché il pagamento avverrà tramite vaglia o titolo di credito postale.

A differenza del rimborso erogato sulla Naspi, la liquidazione diretta da parte dell’Agenzia delle Entrate segue le tempistiche dell’amministrazione finanziaria. Per le dichiarazioni ricalcolate senza sostituto a seguito di un diniego, l’accredito sul conto corrente arriva generalmente tra la fine dell’anno della dichiarazione e i primi mesi dell’anno successivo, estendendosi fino a sei mesi nei casi sottoposti a controllo preventivo per importi elevati.

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Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive

Le mappe che trovate qui di seguito mostrano i principali indici di disagio sociale calcolati dall’Istat. I dati di riferimento sono quelli del 2023, gli ultimi resi disponibili dall’Istituto di Statistica. La prima mappa è dedicata a Milano – diventata epicentro della protesta giovanile nelle ultime settimane. E’ possibile navigare selezionando i quartieri, le aree ADU (aree di disagio urbano definite dall’Istat) o specificamente all’interno delle sezioni urbane.

Una cosa importante da tenere in considerazione è che all’interno del Comune, l’indice sintetico di disagio sociale (Idise) misura la variazione rispetto al valore dell’intero Comune fatto 100. L’Idise, a sua volta, è “un indice composito costruito come combinazione di nove indicatori elementari, rappresentativi delle componenti più rilevanti del fenomeno e misurabili con elevata disaggregazione territoriale”. Questo significa, banalmente, che alcuni indicatori – ad esempio la presenza di anziani soli in abitazioni in affitto, possono “pesare” come disagio anche in quartieri tendenzialmente ricchi. Dalla mappa di Milano, ad esempio, appare tanto evidente quanto sorprendente che zone come Duomo e Brera abbiano un indice di disagio maggiore rispetto alla media della città. Ma non necessariamente, scorrendo i singoli indici, questo significa che si tratti di zone più povere. Al contrario, alcuni indicatori usati nell’indice possono avere una doppia valenza. Il basso numero di lavoratori stabili – ad esempio – che nei quartieri più poveri pesa certamente come fattore di disagio, nei quartieri ricchi potrebbe avere una valenza esattamente contraria. A questo va aggiunto che alcune aree centrali della città hanno pochissimi residenti dichiarati. Di conseguenza il peso statistico delle eccezioni è molto più forte nella costruzione dell’indice. Questo tipo di avvertenza non è necessario nella seconda mappa, dedicata all’intero territorio nazionale e navigabile per comuni. In questo caso i pesi statistici sono riequilibrati sull’intero territorio.

Gli indicatori mostrati sono complessivamente 26: nove dedicati ai singoli indicatori di disagio (anziani soli, disoccupazione, istruzione, continuità lavorativa) e 15 che spiegano il contesto di riferimento (immigrazione, età, composizione delle famiglie) più un indice riassuntivo. In ogni mappa è possibile cercare tra le aree/comuni, zoomare e tornare alla visione di insieme.

La mappa del disagio a Milano

La mappa del disagio a livello nazionale

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Urge un piano di ricollocazione per i lavoratori ex Ilva

I giudici hanno confermato la sospensione dell’attività dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Per i lavoratori la situazione si fa critica. Però l’Istat registra la crescita degli occupati e della domanda di manodopera anche nel Mezzogiorno.

L'articolo Urge un piano di ricollocazione per i lavoratori ex Ilva proviene da Lavoce.info.

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