I deepfake stanno invadendo le campagne elettorali

Un uomo prende una Bibbia e comincia a imbrattarla con un pastello a cera. Inizia a leggere e recita versi apocrifi: «In principio Dio era non binario e non era cristiano», «Dio ha mandato sulla Terra il suo unico figlio, che era un femminista radicale». Poi guarda in camera e si definisce «un cristiano che odia la cristianità». È James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas. Ma la scena non è mai avvenuta. È stata costruita con l’intelligenza artificiale e utilizzata in uno spot elettorale del repubblicano Ken Paxton, che attribuisce al suo avversario parole inventate a partire da dichiarazioni reali. Una caricatura della posizione politica di Talarico trasformata in un video iperrealistico, pronto per circolare sui social e suscitare indignazione nell’elettorato.
Con le elezioni di metà mandato in arrivo la prossima settimana, i team di comunicazione dei candidati hanno aperto la cassetta degli attrezzi e ha tirato fuori tutti gli strumenti possibili, compresi quelli che fino a poco tempo fa nemmeno esistevano. Come i video deepfake, come quello diffuso da Paxton su Talarico: stanno cambiando la comunicazione politica, mescolando il reale con il falso.
In Georgia, alcuni annunci finanziati da un Super Pac vicino ai repubblicani raffigurano il senatore democratico Jon Ossoff mentre si sottopone a trattamenti estetici vistosi, prendendo di mira le spese della sua campagna per parrucchieri e truccatori. In Michigan, un altro gruppo ha usato l’intelligenza artificiale per inserire il candidato democratico Abdul El-Sayed in una fotografia di famiglia mai esistita, insieme al podcaster Hasan Piker e a quattro donne con il niqab. In Pennsylvania, uno spot della repubblicana Stacy Garrity fa pronunciare al governatore democratico Josh Shapiro dichiarazioni sui finanziamenti ricevuti e sulle autorizzazioni concesse ai data center. Sono tutti esempi di una stessa forma di manipolazione: i candidati – e i loro staff – usano la capacità dell’intelligenza artificiale di produrre immagini credibili per rendere più aggressiva la comunicazione elettorale. Non sempre si tratta di inventare tutto da zero. A volte si prendono dichiarazioni autentiche, si modificano o si ricompongono fuori contesto; altre volte si costruiscono scene inesistenti, affidando al candidato una battuta che non ha mai pronunciato. Secondo il Wesleyan Media Project all’11 ottobre erano stati spesi centotrentasette milioni di dollari per duecentoventi annunci elettorali realizzati in tutto o in parte con l’intelligenza artificiale. Quasi tutti sono riconducibili ai repubblicani. Non tutti sono catalogati come deepfake ingannevoli in senso stretto, ma la cifra dà la misura della rapidità con cui le nuove tecnologie si stanno mangiando la propaganda elettorale.
Le regole, per il momento, tengono il passo a fatica. Secondo una ricognizione di Axios, quattro Stati americani vietano determinati impieghi dei deepfake politici, mentre altri ventisette richiedono qualche forma di dichiarazione sull’uso dell’intelligenza artificiale. Una normativa federale specifica, invece, non esiste. Il risultato è un mosaico di disposizioni diverse, nel quale la comunicazione viene sottoposta a obblighi differenti a seconda del luogo in cui viene diffusa.
Il danno, infatti, non coincide con la possibilità che un elettore scambi un falso per vero. Anche chi riconosce la manipolazione può conservare un’impressione negativa del candidato che ha appena visto imbrattare una Bibbia o pronunciare una frase offensiva. La psicologa e studiosa diepistemologia Cailin O’Connor ha detto ad Axios che l’impatto emotivo di un contenuto può persistere anche quando sappiamo che è falso. E c’è un secondo rischio, forse ancora più difficile da contrastare, che si verifica quando i video artificiali diventano onnipresenti, e lì diventa più semplice liquidare come un prodotto dell’IA anche un contenuto autentico. È il cosiddetto liar’s dividend: quando i deepfake si moltiplicano, anche un video autentico può essere scambiato per falso.
La storia dei deepfake in politica non comincia certo con le midterm americane. In Slovacchia, già a settembre 2023, due giorni prima delle elezioni, aveva iniziato a circolare un audio falso che sembrava mostrare il leader dell’opposizione Michal Šimečka mentre tramava per manipolare il voto. In India, durante le elezioni del 2024, dei video generati con l’intelligenza artificiale hanno mostrato due star di Bollywood mentre criticavano Narendra Modi e invitavano a votare per l’opposizione. In entrambi i casi, il falso è arrivato agli elettori in un momento in cui smentirlo era difficile, o sfruttando la popolarità di personaggi famosi per ottenere visibilità.
Anche in Italia i deepfake stanno entrando nella comunicazione politica. A luglio Roberto Vannacci ha rilanciato un video generato con Grok, l’intelligenza artificiale di X, in cui veste i panni di un imperatore romano al Colosseo, accanto a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’arena, alcuni avversari politici, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte, sono prigionieri destinati a essere sbranati dai leoni. Una fantasia di potere e punizione, più che un tentativo di documentare un fatto reale: un esempio di quella che viene chiamata slopaganda, la propaganda costruita con contenuti sintetici pensati per suscitare reazioni e circolare sui social.
Facta ha ricostruito la storia di quel video e ha scoperto che era stato realizzato da una sostenitrice di Vannacci residente nel Regno Unito, non dallo staff ufficiale del partito. La donna lo aveva pubblicato sulla pagina Instagram Robertus Vannaccius; Ugo Rossi, consigliere comunale di Futuro Nazionale a Trieste, aveva raccontato di averlo visionato in anticipo e di aver suggerito un elemento del finale. Vannacci lo aveva poi condiviso sul proprio profilo. E da mesi ormai circolano video artefatti di Vannacci in uniforme militare e con il logo di Futuro Nazionale che schiaffeggia donne, strappa passaporti e aggredisce persone per le loro scelte personali. In una clip colpisce una ragazza diretta a Ibiza; in un’altra aggredisce una donna intenzionata ad abortire. Il leader ha negato qualsiasi legame con i filmati, e un’analisi di Open ha ricondotto tutto all’account Terra Cava 2. La strategia era pubblicarli fingendosi indignati per quelle scene e poi assumere toni di sostegno a Vannacci, prendendo in giro chi aveva creduto alla loro autenticità. Indignazione, approvazione e condivisioni finivano così per alimentare la circolazione degli stessi contenuti.
È un problema che riguarda anche la responsabilità dei partiti. A dicembre dell’anno scorso Pagella Politica e Facta hanno chiesto alle forze parlamentari di impegnarsi a non creare né diffondere deepfake degli avversari, a correggere pubblicamente eventuali condivisioni ingannevoli e a sensibilizzare i propri sostenitori. La Lega è stata l’unica a non firmare, sostenendo di preferire «i fatti e non gli appelli», pur dichiarando inaccettabili questi strumenti. A settembre 2026 Pagella Politica ha riferito di non aver ricevuto risposta da Futuro Nazionale alla successiva richiesta di adesione. Non tutte le forze politiche hanno accettato di assumersi un impegno pubblico contro la falsificazione della realtà a fini propagandistici.
Rifiutare un impegno così elementare di correttezza democratica è una scelta di campo chiara. Sottrarsi a un principio minimo di trasparenza non è contro la legge, ma rivela come ci si vuole muovere nella comunicazione. Perché la propaganda ha sempre cercato di piegare i fatti ai propri obiettivi, e oggi può farlo con immagini molto credibili prodotte senza girare un solo fotogramma reale.
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