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La Cgil cancella Camusso dalla foto di Landini con Lula: “Errore tecnico”. L’ex segretaria: “Ma quale incidente…”

Una foto pubblicata dalla Cgil per festeggiare la rielezione del presidente Luiz Inácio Lula in Brasile diventa un caso. Nello scatto postato sui social, infatti, si vede il segretario generale Maurizio Landini stringere la mano al leader sudamericano, senza nessuno attorno. Ma la foto originale, scattata quando i due si incontrarono nel 202o in occasione della visita di Lula al Papa e allo stesso sindacato, c’era anche Susanna Camusso.

“La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali del Brasile è una straordinaria notizia per il popolo brasiliano e per tutte le lavoratrici e i lavoratori che nel mondo continuano a battersi per la democrazia, la giustizia sociale, la pace e l’uguaglianza”, il testo che accompagna lo scatto incriminato nel quale Landini e Lula si stringono la mano, sorridenti, ma sullo sfondo non c’è nessun altro.

Peccato che nella foto originale, compariva proprio la ex segretaria Camusso, di cui Landini ha preso la successione. Letteralmente sbianchettata per l’occasione. Ad accorgersene è stato Il Foglio e, dopo le polemiche, è intervenuta anche l’attuale senatrice Pd: “Non è stato certo un incidente. Quando si cancella una persona da una foto lo si fa in maniera deliberata e ben ponderata. Per questo ritengo sia meglio seppellire sotto un ‘no comment’ questa pessima vicenda”, ha detto Camusso al Corriere.it.

La Cgil, da par suo, si dice “stupefatta” per la polemica e sostiene di essere in “buona fede” poiché “la foto originale, senza alcuna modifica, è stata pubblicata sul sito istituzionale della Cgil nazionale, dove è tuttora, ben prima della messa online sui social”. E fornisce la propria spiegazione, definendo “becera strumentalizzazione” le ricostruzioni giornalistiche: “Come si può notare – sottolinea la Cgil – la cancellazione non riguarda solo Susanna Camusso, ma anche un’altra persona, ed è riconducibile ad un errore tecnico per seguire le strette dinamiche social. Errore tecnico che è sfuggito al controllo finale prima della pubblicazione”.

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Caso Fakir, il poliziotto che ha detto “se schiatta ci divertiamo” si scusa con la famiglia della vittima: “Frutto di stanchezza ed emozione”

Ha detto: “Se schiatta ci divertiamo” e “Cazzo me ne frega a me”. Ma ora vuole scusarsi “con la famiglia di Abderrahim Fakir“, il 42enne marocchino che ha perso la vita durante un fermo della polizia il 19 luglio. Uno dei due agenti coinvolti nell’indagine ha parlato per bocca del proprio avvocato, dopo che martedì sono state rese note le sue dichiarazioni, registrate dalle bodycam: “Voglio scusarmi con i familiari di Fakir e con il mio corpo di appartenenza per le frasi inaccettabili che ho pronunciato”, ha detto tramite il suo legale, Gabriele Bordoni.

Nel frattempo, l‘indagine sulla morte di Fakir prosegue. Ed è proprio nel corso dell’inchiesta che sono emerse le trascrizione delle frasi registrate dalle telecamere corporee in dotazione agli agenti, poi messe agli atti. “Espressioni frutto della concitazione, della stanchezza e della grande emozione”, le ha definite Bordoni, “ma ciò non toglie che non si addicano a un servitore dello Stato”, ha affermato il legale. La relazione dei consulenti della Procura, intanto, ha affermato l’esistenza di tre concause determinanti la morte dell’uomo: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona, l’assunzione di cocaina e i problemi cardiaci.

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Spionaggio e stalking su cinesi “dissidenti” a Milano: indagate 10 persone. Minacciato anche l’influencer Teacher Li

Spionaggio e repressione su quelli che vengono considerati “dissidenti” che vivono nel capoluogo lombardo. La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha chiuso le indagini in vista della richiesta di processo a carico di dieci indagati, tra cui quattro cinesi in “continuo contatto con le autorità” di Pechino. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata ad “azioni repressive e coercitive nei confronti” di alcuni connazionali critici nei confronti del governo cinese.

In particolare, nell’inchiesta della Digos della Polizia di Torino, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, si contestano una serie di attività di stalking, monitoraggio, pressioni e minacce sull’influencer da milioni di follower Teacher Li, 34 anni, attivista e dissidente.

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Spagna, le prime immagini dopo lo scontro: la zona del disastro, i treni schiacciati, i vagoni precipitati

La Guardia Civil spagnola ha diffuso le prime immagini dall’alto del luogo in cui è avvenuto il violentissimo scontro tra un treno Renfe e un Iryo al chilometro 118, tra le città di Mora, Orgaz e Urda (Toledo), poco dopo le 9:00 del mattino. Incidente che ha causato decine di morti, oltre 150 feriti (di cui cinque molto gravi) e almeno quattro vagoni precipitati nella scarpata.

Secondo fonti tecniche consultate da ilfattoquotidiano.it presenti sul posto, il treno Iryo (FS International) era fermo a un segnale vicino alla stazione di Toledo, su indicazioni di Adif, per degradazione del sistema di segnalamento. Il gestore (Adif) stava dando le prescrizioni a tutti di andare a 40 km/h proprio per il problema sul sistema di segnalamento. A un certo punto il treno Ave di Renfe è arrivato e ha provocato l’uscita dai binari: la pista privilegiata è un errore umano di un membro di Adif che – fornendo istruzioni ai treni – non ha calcolato che in quel tratto c’era ancora fermo un treno, come da istruzioni della stessa Adif. Le carrozze precipitate sono del treno Iryo. Il governo ha cancellato la propria agenda prevista per oggi.

Credit video: pagina X @guardiacivil

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Appendino (M5s) invita a comprare una copia del Fatto: “Sosteniamo chi ha ancora il coraggio di fare le pulci al Sistema”

“Travaglio e i fondatori del Fatto hanno risposto chiaramente: il Fatto non è in vendita. Lo possono comprare solo i lettori. Allora facciamolo. Una copia in edicola, un abbonamento. Sosteniamo chi vuole restare libero. Sosteniamo chi ha ancora il coraggio di andare controcorrente e di fare le pulci al Sistema”. Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, invita sui suoi canali social a sostenere il Fatto Quotidiano, dopo le dichiarazioni di Leonardo Maria Del Vecchio che, attraverso la sua holding Lmdv Media, ha manifestato l’intenzione di lanciare un’offerta pubblica di acquisto (OPA) per rilevare la SEIF (Società Editoriale Il Fatto), l’azienda che edita Il Fatto Quotidiano. Tuttavia, i soci fondatori della testata e il direttore Marco Travaglio hanno fermamente respinto la proposta, dichiarando che il giornale non è in vendita. Il Fatto ha pubblicato recentemente inchieste e approfondimenti molto duri sugli affari di Del Vecchio, concentrandosi anche sui debiti accumulati dalle sue società. E prima di lanciare la proposta di OPA, l’imprenditore aveva reagito duramente sui social (in particolare su X), accusando il giornale di condurre una “campagna diffamatoria” ai suoi danni. In quell’occasione aveva definito i giornalisti della testata “ratti del giornalismo“.

“Prima le querele temerarie per zittirti, poi gli attacchi, il fango, i tentativi di screditarti, il bavaglio alla libera informazione. Non è bastato. Adesso arriva il portafoglio – continua nel suo post sui sociale Chiara Appendino -. Il Fatto Quotidiano ha fatto una cosa che in Italia può costare cara: ha messo il naso negli affari di uno degli uomini più ricchi del Paese. E poco dopo, quello stesso uomo, Leonardo Maria Del Vecchio, si presenta con il libretto degli assegni per comprarselo. E toglierlo pure dalla Borsa. È questa l’arroganza insopportabile di certi potenti. Hanno talmente tanti soldi da convincersi che tutto e tutti abbiano un prezzo. Del Vecchio ha già investito nel Giornale e nel gruppo che pubblica il Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno. Ora punta anche al Fatto, il giornale che gli fa le pulci.È una concezione padronale della democrazia. L’idea che il denaro dia diritto a tutto. Che se un giornale ti critica puoi avere l’arroganza prima di insultare la sua redazione e poi pensare impunemente di comprartela. Prima ha definito i giornalisti del Fatto Quotidiano “ratti del giornalismo”. Ora li vuole trasformare in criceti disposti a girare sulla ruota del padrone. E sapete cosa mi fa più rabbia? Che tutto questo venga considerato quasi normale. Ma d’altronde siamo il Paese delle tv di Berlusconi, di TeleMeloni e dei giornali di Angelucci e tutto questo finisce per sembrare normale. NO. Non è normale. E non dobbiamo abituarci. Perché – conclude – un Paese in cui chi dovrebbe controllare il potere finisce nelle mani del potere è un Paese in cui la democrazia perde pezzi. Ma

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Blitz anti ‘ndrangheta nella Sibartide: 41 arresti, c’è anche il sindaco di Corigliano-Rossano Flavio Stasi

Flavio Stasi, sindaco di Corigliano–Rossano (Cosenza), e Damiano Pepe, presunto boss di Cassano all’Ionio. Ci sono anche loro tra i 41 arrestati, di cui 24 di custodia in carcere e 17 agli arresti domiciliari, nella mattinata di oggi nella Sibartide, svolta dai Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale e del Comando Provinciale di Cosenza. Le misure sono arrivate nei confronti di altrettanti soggetti indagati per i reati di associazione di tipo mafioso, omicidio, detenzione e porto di armi da fuoco, estorsione, rapina, furto, intestazione fittizia di beni, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tutti aggravati da metodo e/o finalità mafiose, nonché patto elettorale politico mafioso.

Tra questi c’è anche il sindaco di Corigliano–Rossano (Cosenza), al secondo mandato ed esponente di Alleanza Verdi e Sinistra, posto agli arresti domiciliari. Nell’operazione risulta coinvolto e finito ai domiciliari anche un altro esponente della politica cittadina, il consigliere comunale di Forza Italia Pietro Lucisano. Nell’ambito del maxi blitz antimafia nella Sibaritide c’è appunto anche Pepe, indicato dagli inquirenti come elemento di spicco della consorteria Abbruzzese–Pepe, rimasto ferito lo scorso 24 ottobre in un agguato in contrada Lattughelle nel quale è stata uccisa la moglie Silvana Sibarelli. L’operazione, firmata dal gip di Catanzaro Fabiana Giacchetti su richiesta dei pm della Dda Alessandro Riello e Stefania Paparazzo guidati dal procuratore Salvatore Curcio, ha colpito i vertici dell’organizzazione e le presunte ramificazioni politiche.

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Travaglio a La7 : “Confronto pubblico con Del Vecchio? Non siamo al Bagaglino o al circo Barnum. Il Fatto e i suoi giornalisti non sono in vendita”

“Non tutto si compra e non tutti si comprano. Noi non siamo in vendita, chi ci vuole comprare può dare 2 euro in edicola o sottoscrivere un abbonamento digitale, in offerta da oggi al 10 novembre“. Marco Travaglio, a Otto e mezzo (La7), ribadisce la posizione del Fatto Quotidiano di fronte al tentativo di scalata di Leonardo Maria Del Vecchio, che attraverso la sua società LMDV Media punta ad acquisire il controllo della società editrice del giornale, Seif.

Il direttore del Fatto sceglie inizialmente l’ironia per commentare l’improvviso interesse del 31enne, quartogenito del fondatore di Luxottica e socio di Delfin. E cita l’episodio Le vacanze intelligenti, con Alberto Sordi e Anna Longhi, del film Dove vai in vacanza?: “Mi sento come la moglie di Alberto Sordi alla Biennale di Venezia, la buzzicona che si sdraia su una sedia per riposarsi i piedi gonfi. Arrivano dei turisti americani, la scambiano per un’installazione e la valutano 18 milioni. Quando torna Alberto Sordi, lei gli dice che volevano comprarla per 18 milioni e lui risponde: ‘Ma non saranno troppi?'”.
Poi la battuta sul repentino cambio di atteggiamento di Del Vecchio: “Questo improvviso amore per il Fatto non lo sospettavo, perché fino a tre giorni fa ci definiva ‘ratti del giornalismo’ e ‘Falso Quotidiano’. Adesso ha cambiato idea. Evidentemente vuole cambiarci la testata e chiamarci ‘Ratto Quotidiano’“.

Travaglio ribadisce quanto dichiarato dai soci fondatori nei giorni scorsi: “Questa è l’unica risposta che conta: noi soci fondatori, cioè io, Antonio Padellaro, Cinzia Monteverdi, Peter Gomez, Marco Lillo, Luca D’Aprile e Francesco Aliberti, non siamo interessati a cedere le nostre quote. Quindi, il suo tentativo di prendere addirittura l’82% del Fatto, per cambiare lo statuto e togliere il tetto del 17% per ogni azionista, è destinato a naufragare. Se vuole – continua – può comprare azioni in Borsa, dove c’è il 38% delle nostre azioni. Comunque il Fatto non è in vendita, il direttore del Fatto non è in vendita, i giornalisti del Fatto non sono in vendita. Il Fatto lo può comprare soltanto il lettore, pagando 2 euro in edicola oppure abbonandosi“.

La conduttrice Lilli Gruber chiede allora al direttore perché Del Vecchio voglia acquistare proprio il Fatto. “Questo non te lo so dire – risponde Travaglio – io non faccio processi alle intenzioni. Non so se c’è un improvviso innamoramento oppure se lui, o qualcuno intorno a lui, decide di fare un’azione di disturbo nei nostri confronti, per destabilizzarci e screditarci. Mi giungono tante voci, le prendo per quelle che sono, cioè delle voci. L’importante è che noi abbiamo detto che non vendiamo il Fatto e quindi resterà uno dei pochissimi quotidiani senza un padrone, che ha come unici compratori i suoi lettori e i suoi abbonati”.

Del Vecchio, intanto, non ritira la proposta. Ha chiesto un incontro al consiglio di amministrazione di Seif e ha su X ha invitato formalmente Travaglio a un confronto pubblico sui rispettivi piani industriali. Gruber chiede al direttore se è disponibile, proponendo di ospitare entrambi a Otto e mezzo.
La risposta di Travaglio è negativa: “È una questione molto seria, qui c’è di mezzo la Borsa, ci sono di mezzo i risparmiatori. Ogni parola che si dice sposta il titolo. Se ci saranno incontri, avverranno ovviamente nelle sedi ufficiali, con i rappresentanti e i manager dell’azienda”.
E aggiunge: “Certamente questa storia non può trasformarsi in un Bagaglino, in un circo Barnum o in un talk dove si chiacchiera del più e del meno. Quindi, escludo che questo incontro possa avvenire da te, mi dispiace Lilli, ma non è uno spettacolino“.

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Migliorano le condizioni di Vittorio Sgarbi: è stato trasferito in terapia sub-intensiva

Vittorio Sgarbi è uscito dalla terapia intensiva ed è stato trasferito in sub-intensiva. Migliorano, dunque, le condizioni di salute del critico d’arte ricoverato da quasi un mese a causa di una grave crisi respiratoria. I medici, in particolare, hanno evidenziato un “miglioramento della funzione respiratoria“, tuttavia sottolineando che “permane la tracheostomia” che era stata praticata nelle scorse settimane. Nei prossimi giorni “inizierà la riabilitazione respiratoria” al Policlinico Gemelli di Roma.

Un lieve sospiro di sollievo, dunque, per la famiglia. La figlia Evelina era rimasta sconvolta dal ricovero del padre, arrivando a dire che lo aveva “trovato in una condizione di sofferenza estrema, che mi ha devastato la mente e che rimarrà in modo indelebile conficcata nel mio cuore”. Le condizioni di salute negli ultimi tempi non erano state semplici: nella primavera del 2025 era stato ricoverato a causa di una forte crisi depressiva che lo aveva portato a perdere peso significativamente e a rifiutare l’alimentazione.

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Milano, uccide il padre malato di demenza senile: arrestata. “Lo tenevo imbavagliato al letto per evitare problemi con i vicini”

Ha ucciso il padre perché “non ne potevo più, i vicini si lamentavano delle sue urla“. Davanti al gip che la sentirà domani, Giovanna Jacob probabilmente ripeterà la sua drammatica confessione di domenica pomeriggio: “Forse ho ucciso mio padre, lo contenevo a letto perché non ne potevo più e i vicini si lamentavano delle sue urla“. 56 anni, è stata arrestata a Milano dai carabinieri con l’accusa di omicidio aggravato dal vincolo di parentela per la morte del padre Carlo, 87 anni, ex ingegnere elettronico e critico cinematografico affetto da una grave forma di demenza senile. Il teatro di quella che si configura come l’ennesima tragedia di padre e figlia in preda da tempo alla solitudine è stato un appartamento, alla periferia del capoluogo lombardo dove entrambi vivevano.

Il pm Guido Schininà ha già chiesto per Giovanna Jacob la convalida dell’arresto e che rimanga in carcere. La donna comparirà davanti al giudice Sonia Mancini nella giornata di domani e presumibilmente ripeterà che non era sua intenzione uccidere l’anziano padre ma che, ormai da qualche settimana, era costretta a legarlo al letto. Era sfiancata dalle cure che da sola doveva prestare quotidianamente al genitore ormai da oltre un anno. Poi erano arrivate le lamentele dei vicini per le urla e lei, non sapendo più che fare, da alcune settimane aveva cominciato a tappargli anche la bocca con dell’ovatta. Il padre Carlo si dibatteva infatti da tempo in preda alla demenza senile e urlava e lei aveva iniziato a contenerlo con ogni mezzo.

A chiamare i carabinieri del Nucleo radiomobile e della Compagnia Monforte domenica scorsa è stata proprio Giovanna Jacob, appassionata di cinema come il padre e autrice anche lei di articoli su alcune riviste: “Fate presto, venite, forse ho ucciso mio padre“. Ma quando sono arrivate le forze dell’ordine, per l’uomo non c’era più niente da fare. La donna ha ammesso davanti al suo letto di averlo imbavagliato e legato al letto “per evitare problemi con i condomini“. Domani ribadirà la sua verità e il giudice in base anche agli accertamenti tecnici e medico legali stabilirà la volontarietà del gesto o se invece sia sia trattato di una tragedia involontaria, maturata nella solitudine di un padre e di una figlia lasciati a se stessi. Senza che nessuno abbia mai segnalato problemi provenienti da quel trilocale.

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Gli studenti tentano di occupare il liceo, la polizia li porta in commissariato. Cucchi (Avs): “Il fermo preventivo legittima gli abusi”

“Il fermo preventivo legittima gli abusi“. Esordisce così nel suo post Instagram la senatrice Ilaria Cucchi in cui commenta l’intervento della polizia al liceo Giordano Bruno di Roma, dove alcuni ragazzi stavano tentando di occupare la scuola. La Digos, probabilmente chiamata dalla dirigente scolastica, è intervenuta al liceo, ha identificato gli studenti e, dopo il controllo dei documenti, ha caricato alcuni di loro sulle volanti e li ha condotti in commissariato. “Portare in questura un minorenne per un sospetto insegna a una generazione che le istituzioni son un nemico da cui difendersi, quando dovrebbero essere la sua garanzia. Questo modello legittima gli abusi” ha commentato la senatrice.

La denuncia arriva anche anche da Simone Montori, della Rete degli Studenti Medi del Lazio, che parla di una “risposta repressiva di gravità inaudita di fronte alla mobilitazione studentesca”.

La questura riporta di essersi attivata a causa della segnalazione di un gruppo di giovani a volto coperto e in possesso di catene: cinque di loro sono stati identificati nel giardino perimetrale della struttura scolastica. Le autorità fanno sapere di avere inoltre identificato 7 ragazzi, non iscritti alla scuola, dapprima accompagnati in commissariato e poi riaffidati ai genitori. “Solo l’intervento del nostro assessore in III Municipio Luca Blasi ha impedito che la situazione degenerasse con il trasferimento di tutti i ragazzi nei locali del commissariato. Siamo allarmati dalle continue segnalazioni che ci arrivano dalle scuole e presenteremo nuove interrogazioni al Governo”, afferma la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti.

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Fakir, le frasi degli agenti dopo la sua morte: “È schiattato”. “Cazzo me ne frega a me”. L’avvocato Anselmo: “Cosa pensano Piantedosi e Meloni?”

“È schiattato ah“, dice un poliziotto al collega che replica: “Cazzo me ne frega a me“. È uno dei dialoghi tra i due agenti il 19 luglio in via Svevo al Pilastro di Bologna, mentre Abderrahim Fakir moriva riverso sull’asfalto. Frasi registrate dalla bodycam indossata da uno dei due poliziotti e che sono citate in una parte introduttiva della consulenza tecnica medico legale, disposta dalla Procura di Bologna, per far luce sulle cause del decesso del 42enne. “Un quadro agghiacciante del comportamento di chi, in quel momento, indossava una divisa dello Stato”, commenta l’avvocato Fabio Anselmo, difensore dei familiari del 42enne marocchino. “Vorrei sapere che cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi. Vorrei conoscere il pensiero della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché davanti a parole come queste credo che le istituzioni abbiano il dovere di prendere posizione”.

Le trascrizioni riportano i momenti concitati dell’intervento. “Spruzza lo spray”. “Gli devi mettere le manette”. “Ecco guarda…gira dall’altra parte… vieni di qua…fai mettere il braccio fuori”. “L’ho lasciato…”. “Ma mi hai ammanettato a me in mezzo”. Mentre Fakir urla e pronuncia frasi incomprensibili. Intanto accanto ci sono dei testimoni. Uno suggerisce: “Voi non avete una siringa… che lo faccia dormire?”. Intanto l’intervento per immobilizzare il 42enne prosegue mentre lui inizia a chiedere aiuto e urlare. Fakir viene ammanettato dietro la schiena. “Vai in macchina a prendere le fasce vai “, dice un agente. Applicate le fasce in velcro alle gambe, un poliziotto si alza. “Adesso forse non più cosciente“, dice a quel punto un soccorritore.

“Sta respirando?“, chiede qualcuno. “Per me può essere pure schiattato guarda“, risponde un agente, confermando poi “sì sì sta respirando”. Mentre iniziano i soccorsi, i due agenti parlano tra di loro. “È incosciente dottoressa… gli occhi riversi all’indietro adesso..”, afferma uno dei sanitari. A quel punto un agente si rivolge al collega: “È schiattato ah”, dice. L’altro replica: “Cazzo me ne frega a me”. Parlano alla radio poi, probabilmente, discutono dell’intervento: “Però la prossima volta ti.. poi ti spiego per bene come si fa, perché così ci facciamo male“. Poco dopo veniva comunicato che il paziente era in arresto cardiaco. I minuti successivi registrano l’intervento dei sanitari, tra massaggio cardiaco e richiesta di informazioni su Fakir e su quanto avvenuto prima. Così fino a quando il medico conferma che per Fakir non c’è più nulla da fare: è deceduto.

“Un uomo era a terra, in condizioni gravissime”, riassume Anselmo. “Attorno a lui, mentre qualcuno chiedeva se stesse ancora respirando, si pronunciavano quelle frasi. Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo leggendo queste trascrizioni. C’è qualcosa di profondamente disumano nell’atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi. La divisa rappresenta lo Stato, la sua autorità e il dovere di tutelare la vita e la dignità delle persone, anche quando vengono fermate o arrestate. La giustizia farà il suo corso nell’accertamento delle responsabilità per la morte di Abderrahim Fakir. Ma il peso di queste parole resta”.

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Proclamato lo sciopero nazionale dei taxi il 15 di dicembre con manifestazione a Roma: “Immobilismo del governo”

I tassisti tornano a incrociare le braccia. “A causa della totale inerzia del governo, le organizzazioni sindacali e associazioni di categoria del settore taxi, riunitesi oggi a Firenze, proclamano lo sciopero nazionale per l’intera giornata del 15 dicembre 2026 con manifestazione a Roma“. Non solo. In avvicinamento alla data scelta per l’agitazione sindacale, “saranno calendarizzate tre manifestazioni a novembre a Milano (11 novembre), Napoli (17 novembre) e Firenze (25 novembre), per sensibilizzare le autorità sullo stato di difficoltà del settore”. Ad annunciarlo sono i sindacati e le associazioni di categoria.

“Il taxi è un servizio pubblico che si regge su pilastri tra loro integrati e coordinati al fine della tutela dell’utenza e del lavoro – spiegano – Se questi pilastri vengono minati da un’inaccettabile concorrenza sleale di alcune piattaforme multinazionali e ncc che violano le normative, da prezzi ad asta e pratiche di scelta dell’utenza, e infine dall’esplosione dei costi di gestione, allora qualcuno ha deciso di favorirne la morte in favore di giganteschi interessi privati. Noi a tutto questo non ci stiamo”.

Nel dettaglio, “riguardo al Rent (Registro Elettronico ncc e taxi ) segnaliamo la mancata piena operatività del registro e una grave assenza dei controlli su strada, che lasciano spazio all’abusivismo e all’uso irregolare dei titoli ncc. Sul Foglio di Servizio Elettronico (Fse) ci sono reiterati ritardi nell’emanazione del decreto attuativo. Una vacatio normativa che favorisce la concorrenza sleale e la deregolamentazione del servizio pubblico da parte delle piattaforme multinazionali, che agiscono in totale violazione della normativa a danno dell’utenza e degli operatori del settore. Sul caro carburante c’è la necessità urgente di un intervento straordinario di sostegno economico a tutela dei lavoratori del servizio pubblico a tariffa amministrata. I disagi per l’utenza sono da imputare esclusivamente all’inerzia del governo nel dare piena applicazione alla Legge 12/2019″, dichiarano le sigle sindacali.

Le organizzazioni sindacali e le associazioni di categoria che hanno proclamato lo sciopero sono Agci, Ati Taxi, Associazione Tutela Legale Taxi, Claai, Consultaxi. Fast Confsal Taxi, Federtaxi Cisal, Unica Filt Cgil Taxi, Satam, Sitan, Or.s.a. Taxi, Sul Taxi, Tam, Uiltrasporti, Usb Taxi, Ugl Taxi, Unimpresa, Unione Artigiani, Uritaxi e Uti.

Secondo Assoutenti “lo sciopero pone questioni reali, ma il confronto non può limitarsi alla concorrenza delle piattaforme multinazionali e degli ncc”. I tassisti “affrontano costi crescenti e commissioni sui pagamenti elettronici, anche per corse inferiori a 20 euro, problemi che meritano risposte concrete. Allo stesso tempo, nelle grandi città l’offerta di taxi è spesso insufficiente durante festività, grandi eventi e picchi turistici, lasciando cittadini e visitatori senza un servizio essenziale, per questo un ragionamento serio e sostenibile sulle ulteriori concessioni andrebbe fatto. La sentenza n. 137/2024 della Corte costituzionale ha ribadito l’importanza di non ostacolare ingiustificatamente l’offerta dei servizi ncc, riconoscendone il ruolo per la mobilità, la concorrenza e il turismo. La sfida è distinguere la concorrenza legittima dall’abusivismo, garantendo regole certe, controlli efficaci e un’offerta adeguata”. Per il presidente Gabriele Melluso “la tutela dei tassisti e quella dei consumatori non sono obiettivi contrapposti: servono condizioni di lavoro sostenibili, pagamenti equi e un servizio realmente disponibile. Perché la mobilità è un’esigenza dei cittadini, non una questione da affrontare soltanto quando esplode una protesta”.

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Femminicidio Ilaria Sula, Samson condannato all’ergastolo. Il padre della vittima: “Giustizia è stata fatta”

È stato condannato all’ergastolo Mark Antony Samson, reo confesso dell’omicidio della sua ex fidanzata Ilaria Sula, uccisa il 25 marzo dello scorso anno nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano a Roma, con tre coltellate al collo e abbandonata in una valigia in fondo a un dirupo nella zona di Capranica Prenestina. È la decisione dei giudici della Terza Corte di Assise di Roma al termine della camera di consiglio durata tre ore. I giudici, come chiesto dalla procura di Roma, oltre alle accuse di omicidio volontario e occultamento di cadavere, hanno riconosciuto le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della relazione affettiva con la vittima.

“Questo non è stato un delitto di impeto” e “Samson (non presente in aula) non si è mai pentito per quanto compiuto continuando a pensare che Ilaria Sula meritasse quella fine“, ha detto in sede di repliche il pm Maria Perna. “Ho ancora presente quel cadavere nel dirupo e le condizioni in cui era. Samson non ha mai detto la verità e ha continuato a mentire per non ammettere la premeditazione del delitto“, ha aggiunto la rappresentante dell’accusa. In aula tanti i parenti, gli amici con indosso una maglietta con il volto di Ilaria.

“È stata fatta giustizia ma l’ergastolo vero ce lo abbiamo noi, io e mia moglie. Lui ancora respira, mia figlia non respira più. È un momento importante per la giustizia, io ho sempre avuto fiducia nella giustizia e non sono stato abbandonato“, ha affermato Flamur Sula, il padre di Ilaria, dopo la lettura della sentenza nell’aula bunker di Rebibbia con la condanna all’ergastolo per Mark Samson. “Agli amici di Ilaria e in generale ai ragazzi dico di rispettarvi l’uno con l’altro, di parlare con i genitori, non state zitti”, ha aggiunto poco dopo la madre, visibilmente provata, che ha rivolto un appello ai giovani: “Rispettate le donne, amatele”. Più tardi, sorretta dal marito e in lacrime, ha detto: “Ora lei è in pace”.

Dall’analisi del cellulare dell’indagato sono emersi una serie di elementi che fanno supporre che l’aggressione a colpi di coltello fosse frutto di un’azione premeditata. “O torna con me o la uccido”, scriveva ad un amico Samson: un chiaro progetto di femminicidio. La versione fornita dal ragazzo, nel corso della sua confessione fiume dopo il fermo, non ha convinto chi indaga. Il giovane ha spiegato di avere aggredito la sua ex la mattina del 26 marzo, dopo che la ragazza era rimasta a dormire da lui. “Siamo rimasti a parlare, si era fatto tardi – ha sostanzialmente detto il giovane agli inquirenti – e Ilaria ha deciso di rimanere a dormire da me perché non c’erano più bus che la riportassero a casa“. Samnson ha sostenuto di avere portato la colazione in camera a Ilaria la mattina successiva e di averla colpita dopo aver letto sul cellulare della ragazza alcuni messaggi di un altro giovane.

Dopo il brutale delitto, il giovane ha ripulito la scena del crimine, aiutato dalla madre Nors Man Lapaz, accusata poi di concorso nell’occultamento di cadavere. Per il pm, l’imputato è un soggetto “abituato a mentire, manipolatore, ipocrita. Aveva intrappolato Sula in una relazione, aveva il controllo della sua vita”. Nel corso della requisitoria la Procura ha affermato che “Ilaria è stata stordita a pugni e poi accoltellata“, l’imputato “non ha avuto pietà di lei quando l’ha buttata via come un rifiuto. Non ha avuto pietà di Ilaria perché dopo averla uccisa l’ha denigrata e offesa. Non ha avuto pietà quando dopo l’omicidio è andato a mangiare una piadina come se nulla fosse“. A seguire l’udienza finale anche gli studenti della Sapienza che hanno inviato una missiva ai genitori di Ilaria. “Il dolore che avete provato non si può spiegare, vedersi portare via l’unica cosa per cui vale la pena vivere: una figlia. Ma tutto questo dolore non è vano, è una forza che deve essere trasformata in giustizia, che deve far ricordare il nome di Ilaria, che risuona nei vostri e nostri cuori ogni giorno”, si legge nella lettera.

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Tre operai minacciano di buttarsi da un’impalcatura nel Teramano: “Siamo in subappalto e non ci pagano”. Poi arriva l’accordo

Più di otto ore sospesi a dieci metri d’altezza, con la vita appesa al filo della disperazione e la sola pretesa di vedere riconosciuto il valore del proprio lavoro: si è conclusa poco dopo le 16 la drammatica protesta che dalle 8 del mattino ha visto tre operai di nazionalità egiziana arroccati sulla sommità del ponteggio di un cantiere privato in regime di Superbonus 110%, nella frazione di Piano Grande a Torricella Sicura, in provincia di Teramo.

I tre lavoratori, dipendenti di una piccola impresa milanese inserita in una complessa catena di subappalti, rivendicavano il mancato pagamento di 11mila euro di stipendi arretrati. Già nella serata di lunedì il gruppo di maestranze – composto da circa dieci persone – aveva manifestato l’intenzione di protestare, prima che la maggior parte decidesse di desistere e far rientro al Nord. I tre ‘irriducibili’ rimasti hanno invece scelto la strada più drastica, salendo sull’impalcatura e rifiutando ogni proposta di acconto o saldo dilazionato formulata dalla ditta subappaltatrice di Modugno, in provincia di Bari, ritenuta ormai inaffidabile.

A terra si è attivata la macchina dei soccorsi con vigili del fuoco, sanitari del 118, polizia e carabinieri, affiancati da un negoziatore dell’Arma che ha condotto le trattative, in interlocuzione diretta con un mediatore linguistico amico dei tre. Presente anche il sindaco Daniele Palumbi, che ha sottolineato la frustrazione istituzionale di fronte alle regole dell’edilizia privata. “Se fosse stato un appalto pubblico il Comune sarebbe potuto intervenire direttamente, ma qui devono essere l’impresa principale e i subappaltatori a trovare una soluzione”.

Dopo aver rifiutato persino l’invito a un tavolo di mediazione in municipio senza garanzie economiche immediate, la svolta è arrivata nel pomeriggio: i tre lavoratori sono scesi dal ponteggio solo dopo aver ottenuto la garanzia del pagamento immediato di ottomila euro degli undicimila euro dovuti, coperto per metà dall’impresa affidataria e per l’altra metà da quella in subappalto. Un accordo che ha scongiurato la tragedia.

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“Il governo Meloni ci prende in giro”: la protesta degli agricoltori di fronte a Montecitorio contro il caro carburante – Video

“Il governo Meloni ci prende in giro. Non riusciamo a dare da mangiare ai nostri figli, se ci fermiamo noi, si ferma tutta Italia”. Oltre cento agricoltori provenienti da Puglia e Calabria si sono riuniti davanti a Montecitorio, a Roma, per protestare contro il caro gasolio, l’aumento dei costi di produzione e la concorrenza dei prodotti agricoli esteri. “Sono mesi che denunciamo un problema di carovita. L’agricoltura italiana non è più competitiva sui mercati nazionali ed europei. Con accordi come il Mercosur si consente l’ingresso di prodotti che non rispettano le stesse normative imposte ai nostri agricoltori”, ha dichiarato Giancarlo Greco, del Movimento Popolare Nazionale. “Oggi uscire con un trattore significa spendere soldi con la certezza di non rientrare nei costi. Produrre un litro d’olio ci costa almeno 6 euro e 50, mentre sul mercato arriva olio tunisino a meno di 4 euro, fissando prezzi che penalizzano i nostri olivicoltori”, ha aggiunto.

Greco ha poi criticato le misure del governo: “L’ultimo decreto sul gasolio agricolo è stata una presa in giro, un gioco delle tre carte. Hanno preso 40 milioni destinati al caro fertilizzanti e li hanno utilizzati per abbattere il costo del gasolio. Chiediamo a Meloni un po’ di rispetto. Presidente Meloni e ministro Lollobrigida, fate le cose per risolvere i problemi della gente e non per fare i reel. Gli agricoltori chiedono dignità, non soldi”.

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La protesta di tir e trattori continua: cori contro Meloni a Montecitorio. Traffico bloccato anche in Toscana. Ma per Salvini l’emergenza “è superata”

Per il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, l’emergenza “è superata”. Eppure sotto Montecitorio, a Roma, è in atto l’ennesima protesta di autotrasportatori e agricoltori. “Siamo arrivati qui per i nostri diritti e per i vostri diritti”, dicono, scendendo dal pullman. Provengono da diverse zone del Sud Italia. Chiedono prezzi più bassi e condizioni lavorative migliori, intonando cori contro Giorgia Meloni e contro il governo. “La cosa grave è che fanno finta che tutto vada bene. È da metà agosto che protestiamo e a lungo siamo stati oscurati”, denuncia un manifestante. E la mobilitazione prosegue anche fuori dalla Capitale, in altre aree del Paese. In Toscana lunedì tir e trattori hanno rallentato il traffico all’esterno del casello Valdichiana dell’autostrada del Sole A1, al confine fra Arezzo e Siena, contro l’aumento dei carburanti e dei costi di produzione. Il presidio, hanno annunciato gli organizzatori, potrà durare tutta la settimana, in attesa dello sciopero generale di venerdì 30 ottobre.

“Vedremo gli autotrasportatori, con il viceministro Edoardo Rixi, e conto che anche i fondi stanziati, un miliardo sbloccato, contribuiscano a far tornare alla normalità la situazione. Incontreremo nuovamente anche i piccoli e i piccolissimi e conto che l’emergenza sia superata“, ha detto il leader della Lega a Radio24. Appuntamento confermato anche da Fedralog Calabria in una nota: “Mercoledì 28 ottobre, alle ore 14:30, si terrà a Roma presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un tavolo istituzionale con le rappresentanze degli autotrasportatori delle regioni del Sud Italia. Lo stato di agitazione”, conclude la nota.

Autotrasportatori e agricoltori denunciano, oltre al costo elevato del gasolio, l’aumento dei costi di manutenzione e gestione dei mezzi, e la svalutazione dei prodotti agricoli. I manifestanti chiedono interventi concreti per garantire la sostenibilità economica delle aziende e di lavorare senza dipendere da sussidi né da contributi pubblici. “Rispetto all’anno scorso il costo del carburante è raddoppiato, passando da una media di 60 centesimi a 1,30 euro al litro” spiega il portavoce della protesta toscana Andrea Faralli, sottolineando come l’aumento incida pesantemente sui bilanci considerati gli elevati consumi delle macchine agricole.

“L’incremento del gasolio agricolo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono ormai tre anni che protestiamo perché i nostri prodotti vengono pagati troppo poco. Se oggi i costi di produzione sono pari a 100, il ricavato è appena 102 – aggiunge Faralli -. Chiediamo che i nostri prodotti vengano pagati il giusto. Non è ammissibile lavorare sottocosto o con margini irrisori ed essere poi costretti a dipendere da sussidi e contributi europei”. “I nostri nonni e zii riuscivano, lavorando la terra, a mettere da parte ogni anno il denaro necessario per acquistare un nuovo trattore. Oggi non c’è più margine di guadagno e per comprare un mezzo bisogna fare affidamento sui contributi statali – conclude -. Nel frattempo, anche i prezzi dei macchinari sono raddoppiati”.

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Operaio ventenne schiacciato da un rullo compressore nel Perugino

Un operaio di 20 anni è morto mentre stava lavorando. È accaduto in un cantiere stradale, dove era impegnato in lavori di manutenzione per conto di una ditta incaricata dal Comune, nella zona di Valtopina, in provincia di Perugia. Secondo una prima ricostruzione, è stato travolto da un macchinario a cui stava lavorando, probabilmente dopo essere scivolato: in particolare, il giovane sarebbe stato a bordo di un rullo compressore per compattare l’asfalto, per poi perdere l’equilibrio e rimanere schiacciato dal mezzo. Sul posto sono arrivati vigili del fuoco e il 118 con l’elisoccorso di Nibbio; inutili, tuttavia, tutti i soccorsi. Sono in corso gli accertamenti da parte dei carabinieri per capire la dinamica esatta degli eventi che hanno portato al decesso del giovane.

Proprio ieri, a Brindisi, un uomo ha perso la vita mentre lavorava in modalità piuttosto simili a quelle dell’operaio ventenne morto a Perugia. Il decesso avvenuto nel brindisino è stata, tra l’altro, la quinta morte sul lavoro della giornata; più in generale, quella di oggi è la settima vittima sul lavoro nell’arco di appena tre giorni. “Non possiamo continuare a considerare tutto questo una tragica normalità” ha già detto Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia.

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Youssef Siher non risponde al gip, i legali: “Nessuna condotta istigatoria”. Attesa per la decisione sulla convalida del fermo

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Youssef Siher, il ricercatore 30enne ritenuto l’amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“ e fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. L’udienza di convalida si è tenuta, davanti alla gip Tiziana Landoni, nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso. Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi hanno chiesto la convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere.

“Lui non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato i legali di Siher dopo l’udienza. Gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar hanno chiesto alla giudice che il ricercatore torni subito libero (qui tutti i dubbi sulle accuse mosse al 30enne). “Non siamo sorpresi in termini assoluti del fermo, considerata l’aria politica che tira. Non ha fatto niente. Lui era sicuro del fatto che ha esercitato le sue libertà e i suoi diritti costituzionalmente garantiti“, ha aggiunto l’avvocata Abu Sharar.

Era a “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone”, scrivono nella richiesta. Pm che hanno contestato come esigenze cautelari sia il pericolo di fuga che quello di reiterazione del reato. Un progetto “eversivo“, di “rivoluzione contro l’attuale governo” e di sostegno “alla rivolta”, che lui, secondo i pm, potrebbe portare ancora avanti sfruttando pure “il suo elevato background culturale ed i suoi contatti relazionali”. Da qui la richiesta di carcere, anche perché altrimenti – sempre per la procura – grazie alla sua “rete relazionale”, potrebbe fuggire “all’estero“.

La giudice per le indagini preliminari di Milano Landoni si è riservata e ha tempo fino alla tarda mattinata di mercoledì per decidere sul destino di Siher.

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Duplice femminicidio Villa Pamphilj, la Procura chiede l’ergastolo per Francis Kaufmann: “Manipolatore narcisista”

Chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per tre anni per Francis Kaufmann, presunto autore di un duplice femminicidio nel giugno 2025 a Villa Pamphilj. La Procura di Roma contesta al 47enne il duplice omicidio aggravato della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda di appena 14 mesi: secondo l’accusa, l’uomo ha soffocato la prima e strangolato la seconda. I corpi delle donne furono trovati nel parco romano a distanza di pochi metri l’uno dall’altro. Nella requisitoria il pm Antonio Verdi ha sostenuto che l’imputato è un “persona lucida, un narcisista patologico con capacità manipolatorie, un impostore”, e ha puntato il dito contro gli agenti della polizia che non hanno agito come avrebbero dovuto: Kaufmann era stato fermato in strada dalle forze dell’ordine due giorni prima del ritrovamento dei corpi, quando la compagna era già morta, visibilmente ubriaco e in compagnia della piccola Andromeda.

Nel processo, la difesa ha chiesto e ottenuto una perizia psichiatrica: la salute mentale di Kaufmann, che in aula si era presentato con il nome di Rexal Ford, non sarebbe stata compromessa al punto da rinvenire limitazioni alla capacità di intendere e di volere del soggetto; tuttavia, lo scorso maggio il giudice aveva deciso di sospendere il processo e di trasferire l’uomo in una struttura del servizio psichiatrico. Sono inoltre stati sentiti quattro testimoni che sostengono di aver visto l’imputato con in braccio una bambina aggirarsi nei dintorni di villa Pamphili poche ore prima del ritrovamento dei due cadaveri.

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“Il nipote del boss fotografato col politico FdI, chiedeva di votare per lui”: l’inchiesta de Lo Stato delle cose

Il nipote del boss mafioso avrebbe fatto campagna elettorale per un candidato di Fratelli d’Italia. A raccontarlo è l’ultima puntata dell’inchiesta de “Lo Stato delle cose”, la trasmissione condotta da Massimo Giletti, che da diverse settimane indaga sul rischio delle infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti per le pulizie negli ospedali. L’inviato Silvio Schembri ha ricostruito come molti appartenenti della famiglia Genova lavorino persino all’interno del Tribunale di Palermo. Quasi tutti sono incensurati e occupano posti al vertice delle ditte che si occupano di pulizie negli uffici pubblici.

Anche Nino Genova è stato a capo dell’area operativa della ditta Dusmann, una delle aziende che si occupano delle pulizie negli uffici pubblici. Incensurato, nipote del boss detenuto Salvatore Genova, la trasmissione Rai ha trovato una sua foto con Fabrizio Ferrara, deputato regionale di FdI. Un testimone che ha lavorato per Nino Genova, inoltre, racconta che proprio il parente del boss avrebbe chiesto di votare per Ferrara alle ultime elezioni del 2022. Lo Stato delle cose è in onda stasera su Rai3 alle 21 e 15.

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