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THE M-FILES: SF Launches Mercenary Database

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Who went to Ukraine to fight for Kiev? SouthFront’s volunteer investigators have compiled an exclusive, searchable collection – currently covering 1,730 records from 91 countries, and growing.

Naming Names

Recruitment pitches sell a promise. Battlefield headlines capture a moment. Neither tells the whole story.

Explore MERC.SOUTHFRONT.PRESS to look beyond the callsigns.

Search for individuals or browse by nationality. Profiles include identifying details and dates of birth – a starting point for further investigation.

Callsigns Are Not Cover

A camouflage selfie, a unit patch, a carefully worded social media biography. None of these explains what a foreign fighter actually did in Ukraine. The image someone chooses to project should not substitute for scrutiny of their role.

What brought this person to the conflict? Which formations did they serve with? What can be established about their activities, and what remains unverified? These are questions for investigation, not recruitment publicity.

The database will be updated as new information becomes available.

Stay tuned!  MERC.SOUTHFRONT.PRESS

 

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Colombia teaches Gaza to search for its missing without waiting for the war to end

Three years after the start of the war in Gaza, thousands of families still do not know what happened to their loved ones. Some vanished beneath buildings bombed by Israel; others remain unaccounted for. The destruction of territory, the displacement of millions of people and the lack of resources to recover and identify remains make it increasingly difficult to reconstruct their stories. The longer time goes by, the greater the risk of losing the evidence that could lead to them.

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© PNUD PAPP

Support for recovery at Al Shifa Hospital, in Gaza City.
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Colombia, la “controrivoluzione culturale” del presidente de la Espriella colpisce il Museo Nazionale: rimosse 30 opere sul movimento femminista e Lgbtq+

La battaglia culturale del presidente colombiano Abelardo de la Espriella arriva anche nei musei. Il governo ha ritirato dal Museo nazionale della Colombia a Bogotá, una delle istituzioni culturali più importanti del Paese, circa 30 opere legate alla storia dei movimenti femministi e studenteschi, alla comunità LGBTQ+ e agli Accordi di pace. Le opere sono state rimosse il 14 ottobre, poche ore dopo la visita di de la Espriella al Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi: il presidente aveva dichiarato che avrebbe preso misure “contro il wokismo” nella sua “controrivoluzione culturale“. Il provvedimento è stato criticato dall’opposizione, ma anche dagli abitanti della capitale che hanno manifestato denunciando un atto di “censura“.

Come ricostruito dai media locali, le opere d’arte in questione si trovavano in tre sale del museo e comprendono almeno dieci oggetti legati alla storia dei femminismi, tra cui una copia di Nuestras Mujeres, una pubblicazione degli anni Cinquanta che sosteneva i diritti civili delle donne, e un manifesto sulle prime lotte contro la violenza di genere. Inoltre sono stati rimossi la bandiera dell’orgoglio appartenente all’attivista Elizabeth Castillo e un manifesto della campagna presidenziale di Bernardo Jaramillo Ossa, il candidato del partito Unión Patriótica assassinato nel 1990. Nella sezione del museo intitolata Memoria y Nación non si può più vedere il Balígrafo, la penna ricavata da un proiettile utilizzata per siglare gli Accordi di pace firmati con le Forze Armate Rivoluzionarie (FARC). Non ci sono più i riferimenti a Carlos Pizarro, ex comandante dell’M-19 assassinato mentre era candidato alla presidenza. Manca anche una scheda elettorale della Séptima Papeleta, l’iniziativa della società civile che aveva contribuito al processo politico culminato nella convocazione dell’Assemblea costituente e nella Costituzione del 1991.

La ministra della Cultura Paola Holguín ha difeso la misura dell’esecutivo affermando che i musei pubblici “non devono servire come strumenti di indottrinamento politico né devono diffondere versioni faziose della storia“. Oltre alle critiche dell’opposizione al governo, il provvedimento ha suscitato le reazioni dei professionisti della cultura che denunciano la mancanza di trasparenza nei criteri che sarebbero stati applicati per scegliere le opere da ritirare dal museo.

Come riportato da El Pais, l’attuale configurazione del Museo nazionale della Colombia è stata ideata per rappresentare la diversità culturale ed etnica del Paese. Dopo la Costituzione del 1991, un gruppo di curatori d’arte, storici e antropologi aveva progettato e organizzato gli spazi in modo da assegnare il giusto riconoscimento alle voci afrodiscendenti, appartenenti alle comunità indigene e meticce, così come per ricordare i momenti complessi e dolorosi della storia colombiana. Rimuovere senza apparenti criteri le opere d’arte, secondo chi sta criticando questa misura, rischia di compromettere la memoria storica e la sua complessità, mutilandola. Inoltre, qualsiasi modifica alla disposizione di una sala museale implica procedure tecniche che non sono state eseguite.

A seguito delle polemiche, il 19 ottobre il giudice César Osorio Ortiz di Bogotá è intervenuto accogliendo un ricorso contro il Ministero delle Culture. In via preliminare, ha ordinato al museo di preservare le sue opere e di astenersi dal “distruggerle, spostarle fuori dalle proprie strutture, restituirle a terzi o alterarle in qualsiasi modo”. Inoltre, ha imposto al ministero di non “rimuovere, smantellare o alterare altre opere dalle mostre in base al loro contenuto senza un precedente atto amministrativo che giustifichi tali decisioni”.

Seguendo il copione di altri presidenti della regione e dell’estrema destra globale, Abelardo de la Espriella ha definito il cosiddetto wokismo come “uno dei più grandi mali che minacciano l’unità nazionale”. Ha annunciato di volere cambiare il nome del Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi in Ministero della cultura e del patrimonio: per potere modificare la denominazione, voluta dall’ex presidente Gustavo Petro per riconoscere il multiculturalismo del popolo colombiano, avrebbe bisogno dell’approvazione del Parlamento. In Argentina è successo qualcosa di simile. Milei ha ribattezzato il Centro Cultural Kirchner a Buenos Aires in Palacio Libertad. La decisione era stata motivata con la volontà di sottrarre gli spazi pubblici alle appartenenze politiche e si inserisce nella battaglia di Milei contro l’eredità del kirchnerismo, la corrente peronista legata agli ex presidenti Néstor e Cristina Kirchner.

L'articolo Colombia, la “controrivoluzione culturale” del presidente de la Espriella colpisce il Museo Nazionale: rimosse 30 opere sul movimento femminista e Lgbtq+ proviene da Il Fatto Quotidiano.

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