“Sono molto angosciata dalla notizia che è emersa nelle ultime 24 ore e i miei pensieri sono tutti rivolti ad ogni bambino che può essere stato offeso”. A parlare è Meghan Markle, che ha deciso di esporre pubblicamente la sua distanza dal padre accusato di essere in possesso di materiale pedopornografico. Thomas Senior, 82 anni, vive nelle Filippine e, secondo quanto riportato dal Sun, avrebbe conservato “centinaia se non migliaia” di foto ed immagini di minori, a sfondo sessuale, tutte nascoste in quattro grandi scatole confuse tra le immagini ed i ricordi di famiglia conservati nella sua casa di Cebu.
La polizia delle Filippine sta preparando il sequestro di ogni elemento di prova, mentre l’FBI starebbe valutando di aprire un’indagine anche negli Stati Uniti, dove l’uomo ha risieduto dopo l’amputazione di una gamba avvenuta un anno fa. Da notare che la denuncia è partita dal fratello di Meghan, Thomas Junior, oggi 60 enne, che si è rivolto alla polizia e ha spiegato al tabloid britannico l’orrore provato dopo aver visto “quel materiale” e di non aver avuto altra scelta se non quella di denunciare il padre. “L’ho supportato, mi sono preso cura di lui e l’ho aiutato per anni – ha dichiarato – ma adesso è finita e non voglio mai più parlare con lui se non per fornire prove contro di lui”.
Alle parole di Thomas jr hanno fatto eco le dichiarazioni rese alla stampa dalla sorella minore, Meghan. “Nel 2018, una lettera mandata alla Metropolitan Police, ai reali e alla Protezione Speciale, venne girata anche a me” ha spiegato la duchessa del Sussex. “C’erano accuse preoccupanti e inquietanti contro mio padre ed ero stata rassicurata che queste sarebbero state investigate”. Meghan ha poi voluto chiarire: “nonostante quanto riportato da alcuni media e le distorsioni pubblicate negli anni, spero che ora si possa comprendere che il distacco mantenuto nei confronti di mio padre e la mia scelta di non consentirgli di avere contatti con i nostri figli sono stati dettati da un’unica ragione: proteggerli”.
In October 2023, as the initial shock of Hamas’s attack was giving way to the realization that it had been the greatest security failure in Israel’s seven decades of statehood, few believed that Benjamin Netanyahu would still be prime minister three years later. Fewer still thought that a country used to broad coalitions and early elections — having gone to the polls on average every 2.4 years between 1996 and the last election in 2022 — would complete a full parliamentary term this time. And fewer still imagined both things happening at once: that after four years of controversy and war, Netanyahu would enter the final stretch of the election campaign, with Israelis due to vote on Tuesday, less popular and less supported than before, yet still with a realistic chance of remaining in power. “I will not surrender,” reads one campaign poster bearing his image.
En noviembre del año 392, el emperador Teodosio I firmó una ley que prohibía todo rito pagano, incluidos los que se celebraban en privado. Con esa fecha en la cabeza resulta chocante lo que sostiene ahora el equipo del Museo Nacional de Historia de Bulgaria: que hasta mediados del siglo V se siguió venerando a […]
In November 392, the Roman emperor Theodosius I signed a law banning every pagan rite, including those performed in private. Against that date, the claim now coming from Bulgaria’s National Museum of History sounds startling: that people went on honoring the old gods until around the middle of the fifth century, in a temple built […]
Come una Cenerentola di altri tempi, l’impiegata delle Poste della Camera dei deputati corre all’ufficio oggetti smarriti del Palazzo e recupera la sua pietra preziosa smarrita nella toilette, un anello d’alta foggia, un trittico di brillanti dal valore presunto di trentamila euro. L’anello perduto e poi ritrovato, l’oro che luccica, il brillante d’altura, ricompone all’inverso la cronaca a cui siamo abituati. Non è il ricco che piange per l’anello perduto ma il povero che gioisce perché la boss glielo ritrova. E proprio nel Palazzo dov’è acquartierata la Casta, il potere affluente e decidente, il luogo eletto del cosiddetto magna magna.
Ed è per giunta una deputata a trovare l’anello in favore della signora che sapremo poi essere un’impiegata allo sportello dallo stipendio che, a occhio, non dev’essere memorabile. I fatti. Nei bagni delle donne di Montecitorio la deputata Simonetta Matone vede luccicare qualcosa: “Guardo e intuisco che è un anello. Mi accorgo che sono pietre preziose”, riferisce lei al cronista del Corriere della Sera. Col bellissimo anello a tre pietre in mano, un trittico “da valere almeno trentamila euro” l’onorevole leghista Matone che, immaginiamo, ha molta confidenza con i gioielli, inizia un’indagine riservata e confidenziale (Matone è un ex magistrato, tra l’altro) per giungere alla legittima proprietaria dell’anello. “Ho chiesto alle colleghe che portano usualmente gioielli di valore”, spiega. Ma nessuna reclama l’oggetto. Matone depositato l’anello nelle mani dei commessi di Montecitorio, destinato come tanti altri capi, di inferiore valore, all’ufficio degli oggetti smarriti. E così l’amello ritrova il dito della fortunata ma un po’ stralunata Cenerentola.
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«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», scrive nel 1921 il filosofo Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.6: una frase breve, quasi una puntura di spillo nel velluto nero della logica, eppure sufficiente a far sanguinare un secolo intero. In Beate Skonare Karlsson, però, i limiti non sono soltanto linguistici. Sono muscolari, economici, scenografici, sociali, epidermici. Sono il punto in cui una modella cade e la moda, per una volta, non riesce a fingere di non aver visto. Sono il tacco che si spezza, la cucitura che cede, il pubblico che lancia rifiuti come una folla medievale con accesso al front row. Sono il corpo che smette di essere tempio e torna a essere incidente, animale, carne con una laurea breve in imbarazzo. Il limite, in Karlsson, non somiglia a una legge.
Somiglia a una sutura mal chiusa nel corpo del lusso: la passerella ci cammina sopra con aria innocente, ma basta un passo troppo sicuro perché la ferita si riapra. Non delimita soltanto uno spazio, lo rende sensibile. Entri nella moda convinto di conoscere il catechismo spettrale del defilé, quell’arte di camminare come se il mondo fosse stato stirato a vapore, e lei ti mostra che la grazia, spesso, è una ferita amministrata con buone maniere. Cadono le modelle. Si sfasciano i vestiti. Le scarpe diventano zampe, artigli, protesi di un bestiario scandinavo che ha letto Vogue e poi ha deciso di mordere il direttore marketing. Il pubblico viene trascinato dentro il rito: da spettatore a complice, da occhio a gesto. Beate nasce a Stoccolma nel 1995, ma non nella Svezia levigata, con il design in ordine e il trauma sotto un tappeto Ikea. Viene da una Scandinavia più carnale e nerissima, dove l’oggetto quotidiano può diventare creatura. Cresce fra musica, sorelle creative, piccoli mondi fabbricati a mano; a diciannove anni va a New York per Parsons, poi passa da Central Saint Martins, Coach e Pyer Moss. È lì che l’accessorio smette di essere orpello e diventa frase filosofica con una fibbia. Prima che Avavav diventi sinonimo di passerella che crolla ridendo, Karlsson lavora sulla mutazione: The Bum, replica indossabile in silicone del sedere di Kim Kardashian, e poi le chicken feet shoes indossate da Doja Cat, trasformano celebrity culture e anatomia in zoologia morale.
Avavav, collezione autunno/inverno 2026-27: maglione a rete geometrica
Quando nel 2020 entra nell’orbita di Avavav, marchio fiorentino nato prima di lei e poi reincarnato sotto la sua direzione creativa, trova il teatro ideale: scarti nobili, tessuti deadstock, artigianalità italiana, residui aristocratici del lusso da rianimare come spiritelli in sartoria. Firenze, ma dopo una seduta spiritica con TikTok. Avavav cerca libertà creativa, humour, entertainment, evoluzione del design. Karlsson la chiama creative playhouse, ma non è un parco giochi: è una clinica del contemporaneo con le giostre accese. «Credo che la moda abbia un rapporto complicato con i limiti», dice Karlsson. «Alcuni sono necessari, altri sono giustificati. Abitudini ereditate che non abbiamo messo abbastanza in discussione». Dentro questa frase educata c’è un’intera anatomia del sistema: calendario, produttività infinita, obbligo di mostrarsi, tic della rilevanza, devozione alla novità. Il limite da smascherare è quello che decide, in silenzio, come un designer debba esistere: produrre, mostrare, esibire, restare visibile senza sembrare esausto. «La libertà totale può essere paralizzante», aggiunge. Dunque non abolire ogni confine, gesto da adolescente con forbici e cattiva playlist, ma scegliere quelli che proteggono il lavoro e lasciar morire quelli che lo soffocano.
La prima grande soglia pubblica è Filthy Rich, primavera estate 2023. Le modelle cadono intenzionalmente, trasformando l’errore più temuto della passerella in grammatica. La caduta non è una gag. È un memento mori. È il capitalismo estetico che scopre la gravità, questa vecchia comunista. La moda, che vende verticalità si ritrova orizzontale, umana, sporca. Con Fake It Till You Break It non cedono più i corpi, cedono i vestiti. Top che si aprono, minigonne che franano, tacchi che si spezzano, set che collassa. Il lusso non teme il brutto, teme il difetto. Con No Time to Design, No Time to Explain il limite diventa tempo: contratti, fornitori, avvocati, ritardi, ansia, l’agenda che divora l’immaginazione con le posate da dessert. Karlsson lo dice senza ornamenti: il problema non è solo la velocità del ciclo moda, ma «la frammentazione del ruolo, soprattutto in un piccolo marchio. Non ti limiti a disegnare, fai tutto». Il sogno si trasforma in una contabilità del nervo. Poi arriva Thanks For Your Feedback. Sullo schermo scorrono commenti velenosi, il pubblico è invitato a lanciare spazzatura sulle modelle: bucce di banana, lattine, uova, cartacce. La sezione commenti diventa materia. Il like diventa braccio.
L’algoritmo trova finalmente un cassonetto. Qui il limite è etico. Karlsson lo formula con precisione: «Tutto si riduce al consenso e all’autonomia. Nessuno dovrebbe sentirsi intrappolato, esposto o spinto a fare qualcosa contro la propria volontà». E ancora: «Nel momento in cui qualcosa accade a spese di qualcuno, anziché con lui, il confine è superato». È questo che la salva dal cinismo: non addomestica la violenza che convoca, ma non finge che sia innocente. La vergogna, in questo teatro, è una corrente sotterranea. Karlsson non la tratta come jersey o pelle. La lascia affiorare, perché «ci sono tantissime cose che possono causare imbarazzo. È ovunque». L’imbarazzo è produttivo quando resta visibile per un momento, come una macchia su un abito costoso che improvvisamente lo rende più interessante del gala. Il lavoro, dice, forse serve a evitare «un crollo silenzioso». Meglio far cadere le cose fuori che lasciarle franare dentro. Nel 2025, con The Hole, la soglia si fa quasi sepolcrale. I modelli emergono da una fossa come cadaveri risorti, coperti di terra, sangue, stanchezza, mani scheletriche.
Avavav, felpa con cappuccio Shoulderless Hoodie, collezione autunno/inverno 2026-2026.
Il corpo non è tempio, ma scavo archeologico con pressione bassa. Il grottesco perde brillantezza pop e diventa grave, quasi tenero. È una moda che non finge salute eterna. Finalmente. Con Adidas, Karlsson ironizza sulla performance sportiva: High fashion, low performance, piccolo manifesto contro l’efficienza in sneaker costose e inutili per correre. Poi, con Soon on Sale, compie un gesto meno teatrale e forse più spietato: mette la collezione nell’aldilà commerciale della moda, l’outlet. Non più corpi caduti, abiti rotti, spazzatura. Qui la catastrofe è silenziosa: ha un’etichetta, una percentuale, un neon stanco sotto cui anche il desiderio sembra chiedere il rimborso. Il titolo è una bestemmia pronunciata con educazione. Invece di fingere che il nuovo nasca puro, Avavav lo mostra come se fosse già stato bocciato dal mercato. L’aura benjaminiana non muore solo quando l’opera viene copiata, ma quando viene scontata dell’80 per cento e appesa sotto una luce da supermercato depresso.
Un abito rosso di paillettes con la scritta 80% Sale sulla schienauna pugnalata perfetta fra gala e bancarella. Qui il limite diventa economico, ontologico: quando un vestito smette di essere desiderio e diventa avanzo? Il Minotauro del sistema moda non vive in un labirinto. Vive nei margini, nelle giacenze, nei resi, nelle percentuali innominabili. Nel 2026, con The Female Gaze, Karlsson ribalta il dispositivo: le modelle osservano, gli ospiti camminano. Il front row resta senza scudo. Alcuni attraversano lo spazio in fretta, dice lei, quasi volessero scendere dalla passerella prima di diventare se stessi. Altri rallentano, si offrono, si godono i quindici secondi di fama. Poi nasce «una sorta di silenzioso effetto domino». La moda, che vive guardando corpi, costringe il pubblico a diventare corpo guardato. Non ti spoglia. Ti osserva. È molto peggio. La viralità resta lì, coinquilina brillante e tossica. Karlsson non la insegue più: «La visibilità precede la struttura. Dall’esterno può sembrare crescita, ma internamente crea pressione». Il vero lavoro, ora, è costruire fondamenta, una squadra, un ritmo. Non essere più vista, ma reggere lo sguardo.
Avavav, The Female Gaze, collezione autunno/inverno 2026-2027: blazer nero dal taglio sartoriale asciutto e strutturato. Sotto, shorts ibridi grigi con tagli asimmetrici (cut-out) e calze autoreggenti integrate con le calzature monster toes o anatomical feet.
Avavav è diventato famoso facendo rumore, ma il rumore non basta a fondare una casa. Ecco allora il cuore del suo pensiero: la soglia non è ciò che Karlsson attraversa, è ciò su cui ci costringe a sostare: «Per me non si tratta tanto di eliminare del tutto i limiti, quanto piuttosto di sceglierli con cura». È una frase adulta, quasi scandalosa in un’epoca che confonde la trasgressione con la digestione rapida di qualunque cosa. Il limite giusto non è censura. È forma. È ritmo. È una stanza abbastanza stretta perché il pensiero smetta di svenire nel troppo spazio. Per questo la sua biografia è già una teoria della soglia. Stoccolma e New York. Arte e prodotto. Meme e sartoria. Mostro e capo vendibile. Ironia e dolore. Corpo e mercato. Karlsson rifiuta due trappole opposte: l’artista pura che non deve vendere nulla e la stilista commerciale che deve fingere di non pensare. Si sforza di stare in mezzo, dove il prodotto deve funzionare e tuttavia l’idea deve mordere: «Non mi piace ridurre un marchio a un singolo prodotto», dice. «È più come un cast di personaggi». Infatti Avavav è una compagnia teatrale di oggetti lunatici: scarpe a forma di dito, borse larva, sciarpe millepiedi, pantaloni Shar Pei. Oggetti, ma anche personalità. Una piccola borghesia del mostruoso, vestita benissimo.
Resta il limite personale, forse il più difficile. Karlsson lo dice senza eroismo: non è più disposta ad accettare lo squilibrio, «l’idea di dover scegliere tra avere una vita e dedicarsi completamente alla creatività». È quasi commovente, detta da una designer che ha fatto cadere modelli, abiti, pubblici, prezzi e certezze. La prossima soglia non sarà necessariamente spettacolare. Sarà quotidiana. Creare una struttura in cui vita e lavoro possano coesistere: «Perché credo che il lavoro risulti più efficace quando non nasce dalla stanchezza». In un sistema che scambia l’esaurimento per passione, questa frase è più sovversiva di qualunque tacco artiglio. Beate Skonare Karlsson lavora lì, sul bordo dove la moda perde il contegno e, nel panico, dice finalmente qualcosa di interessante. Non demolisce il lusso. Fa di peggio: gli toglie la sedia mentre posa.