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Instagram is clearly jealous of YouTube — and is introducing a bunch of changes

NEW YORK, NEW YORK - MAY 04: (L-R) Mark Zuckerberg and Adam Mosseri attend the 2026 Met Gala celebrating "Costume Art" at the Metropolitan Museum of Art on May 04, 2026 in New York City. (Photo by Kevin Mazur/MG26/Getty Images for The Met Museum/Vogue)
Meta's Mark Zuckerberg and Adam Mosseri are betting on long-form.

Kevin Mazur/MG26/Getty Images for The Met Museum/Vogue

  • Instagram is opening its arms to long-form video again.
  • Adam Mosseri, Instagram's top exec, said longer videos will help the app stay "relevant."
  • Instagram is testing tools for creators making episodic content. But will it pay for them?

Instagram's top executive, Adam Mosseri, has a plan to keep the platform "culturally relevant" — by making it more like YouTube.

Meta-owned Instagram unveiled an overhaul of long-form video features on Monday, including a test of horizontal videos called "Features." Taken together, the changes make the app feel a lot more like YouTube.

"We want to be the most culturally relevant platform," Mosseri said in an interview with content creators and founders of Press Publish, Colin Rosenblum and Samir Chaudry. "To do that, we just need to show up where people are."

The context: YouTube has become a major hit on TV screens, and there's a growing appetite for Instagram-native shows with recurring episodes.

"Subway Takes," hosted by Kareem Rahma, is a prime example of Instagram's strengths and limits. The show started in 2023 as a short-form interview series and, as it grew, expanded with longer-form cuts on YouTube and the streaming platform Tubi. Instagram, however, is where Rahma's show still has its largest audience of 2.4 million followers.

Instagram doesn't want people to go to YouTube or Tubi to see longer versions of shows like "Subway Takes." That's leaving ad revenue and user engagement on the table. Its new tools are designed to entice creators and viewers to stay on its platform.

Here are Instagram's latest video tools and how creators can use them:

  • "Features" keep viewers within the Instagram ecosystem. Instead of leaving Instagram to watch the extended version of an interview or episode, it'll be relatively seamless to stay on Instagram and watch that longer-form content. Instagram's "Features" can be as long as 90 minutes, although the new format is, for now, only available to a limited number of creators in the US and Brazil.
  • Instagram is feeding more content to its TV apps. Instagram is also pushing its "Instagram for TV" app further. The app will feature various video content on TV services like Samsung, Amazon Fire TV, Google TV, and now Apple TV. People can now watch a feed of content their friends are also liking or resharing on TV.
  • Instagram-native shows can label their episodes more clearly with "Series." Within the main Instagram feed, Instagram is testing a way for shows on the app to seamlessly connect episodic content. Eligible creators can add videos to a Series, and a label appears over the content indicating that there are additional episodes. People can then watch those episodes in order from the start. This test is expanding to more countries through the end of the year.
  • Clips can directly drive engagement back to the original video. Instead of clipping content and praying that the audience will go the extra mile of clicking on an account and finding the original, longer-form video, Instagram is letting creators link up to 8 clips to one long video.
Instagram is launching more video tools.
Instagram is expanding its offerings for long-form video content.

Meta

This isn't Instagram's first time dabbling in long-form content.

In 2018, it launched IGTV, a long-form video format and stand-alone app. In 2020, Instagram rolled out a program that let creators earn money from those videos on IGTV. Four years after launching, the company sunset the IGTV app and shifted its video efforts to Reels.

There are a few key elements missing from Instagram's big leap (back) into long-form video.

You can't watch the video while continuing to scroll through Instagram, or multitask by opening other apps while keeping the Instagram content in a picture-in-picture pop-up. There also aren't automated transcripts and subtitles yet. A spokesperson for Meta told Business Insider that there are plans for these features.

Will creators get a slice of the ad revenue pie?

For creators, one key question and pain point looms: Will Meta share the honeypot?

Mosseri told Rosenblum and Chaudry that Instagram is thinking about ways to test pre-roll and mid-roll ads that could lead to a revenue split. However, he said previous attempts by Instagram to build a creator monetization system comparable to YouTube's Partner Program didn't prove beneficial for the platform.

"We spend more money than we make back by a long shot," Mosseri said of Instagram's previous efforts at broad revenue-sharing programs.

Mosseri said that in its previous iterations of content monetization, creators typically didn't produce more content than they already did for free, and the content they did create tended to be lower quality.

Still, Instagram will need to "figure it out" as it tries to crack longer-form content, Mosseri said.

"I don't think of platform payments or performance-based incentives or bonuses as a revenue driver," Mosseri added. "I'd be psyched to scale them up for any of these formats — as long as we're breaking even."

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I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso

Una settimana fa, qui, ho scritto che i cattivi maestri non hanno il passamontagna ma il microfono. Sabato ho fatto un video di un minuto per dire a mio figlio, sceso in piazza a Roma, che non deve chiedere permesso a nessuno per reclamare i suoi diritti. Settemilacinquecento persone l’hanno visto. Un record, per me.

Poi ho letto i commenti. “Zecche di padre in figlio”. “Se te lo riportano a pezzi non chiedere il permesso”. “Speriamo che debba chiedere il permesso per il pronto soccorso”. “Vorrei vedere la casa dietro, imbecille”. E la mia preferita: “Ve le fate le docce ogni tanto?”.

Non erano ragazzi. Dalle foto profilo, dalle date di nascita nei nickname, erano quasi tutti della mia età. Gente che ha la mia faccia, i miei capelli bianchi, probabilmente figli grandi quanto il mio. Gente che su un social ha trovato il modo di augurare la testa rotta a un ventiseienne che non ha mai visto, e di firmarsi con nome e cognome.

Ecco, io non so dire meglio di così quello che intendevo con “cattivi maestri”. La violenza che vent’anni di comizi hanno sdoganato non è rimasta sul palco: è scesa nei commenti, ed è arrivata esattamente alla generazione che ha applaudito dal palco. La mia.

Poi è arrivata la domenica.

In Brasile Lula ha vinto un ballottaggio che i sondaggi davano perso, con una rimonta fatta anche da migliaia di ventenni col telefono in mano, uno a uno, su quei social dove la destra pensava di giocare in casa. In Serbia gli studenti hanno vinto le elezioni. Non “hanno fatto bene”: hanno vinto. Hanno mandato a casa Vučić dopo quattordici anni. Erano partiti due anni fa da sedici morti sotto una pensilina crollata a Novi Sad e da un governo che li chiamava teppisti stranieri. Si sono organizzati, hanno usato la rete per contarsi, hanno tenuto le piazze pulite e piene, e alla fine le hanno svuotate per riempire le urne.

Stessa domenica, stessi strumenti. Da una parte dei ragazzi che con un telefono hanno cambiato due Paesi. Dall’altra dei sessantenni che con lo stesso telefono scrivono “zecca” sotto il video di uno sconosciuto. Non è una questione di età, lo so: ci sono sessantenni in piazza e ventenni in divisa. Ma la tendenza si vede, ed è impietosa per la mia generazione: loro i social li usano per organizzarsi, noi per sfogarci.

Per questo, invece di rispondere ai commenti, ho preferito dire grazie ai ragazzi di San Paolo e di Belgrado, che non conosco. A quelli di Roma e di Milano, che non hanno rotto niente e non li ha ripresi nessuno. A mio figlio.

Lo ribadisco: senza chiedere permesso, avete appena dimostrato che funziona.

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A rompersi non sono solo le vetrine ma il patto generazionale: a dover pagare il conto non sono i giovani

Di fronte agli incidenti e scontri di piazza di queste settimane, si è levato puntuale il coro indignato di una parte consistenza della politica pronto a invocare la legge del “chi rompe paga”. Eppure, quello che si sta rompendo oggi e per il quale i giovani scendono in piazza è il patto generazionale e i responsabili di questo atto vandalico sono gli adulti.

Mentre ci si indigna per violenza e vandalismi che attraversano le strade delle nostre città, il messaggio profondo che i ragazzi stanno lanciando e che la politica, come larghi pezzi della società, continua ostinatamente a ignorare è la richiesta di essere presi sul serio come generazione, come collettivo e come soggetto politico. La risposta istituzionale, invece, si articola lungo uno strabismo inquietante: da una parte la repressione securitaria, dall’altra l’individualizzazione e la patologizzazione del presunto disagio giovanile.

Questa visione distorta si ritrova anche nelle scelte del governo che ha prodotto una stretta punitiva che va dal Decreto Caivano fino alle recenti norme anti-manifestazioni e al cosiddetto “decreto antimaranza”, accompagnata dall’aumento della carcerazione preventiva e da ingenti investimenti economici per la costruzione e l’ampliamento delle carceri minorili. Invece di finanziare i luoghi dell’aggregazione, dell’autodeterminazione e della crescita comunitaria, si sceglie deliberatamente di investire nella reclusione e nella criminalizzazione della gioventù.

In Italia, l’ultimo vero investimento strutturale sul welfare educativo risale al 1997 con la Legge 285. Da quasi trent’anni assistiamo al depauperamento della rete dell’educazione informale e territoriale, della prevenzione e dell’educativa di strada. Un approccio di rete che era stato creato proprio per non lasciare da sole scuole e famiglie nella sfida educativa, ma per integrare le diverse componenti del sistema del quale fanno parte anche servizi sociali, sanitari, educativi, culturali, enti del terzo settore e attivismo territoriale.

Questa rete organica, creata faticosamente nel tempo grazie alle teorizzazioni ed esperienze pratiche che in Italia avevano prodotto una cultura del lavoro di comunità di avanguardia, negli ultimi decenni è stata progressivamente smantellata lasciando le istituzioni educative divise secondo una logica dell’autoreferenzialità che le ha ridotte a monadi, isole separate che operano curando solo il proprio pezzo di responsabilità.

Tra l’altro, questo paradigma dell’autoreferenzialità lo ritroviamo nell’attualità, perché quando la repressione non basta, entra in gioco la seconda gamba del dispositivo di controllo degli adolescenti e dei giovani: l’individualizzazione del malessere. Un certo fervore diagnostico e una psicologia orientata alla logica prestazionale tendono a ridurre una questione generazionale e sistemica a un fatto meramente soggettivo. Si propina la litania della terapia individuale, della patologizzazione della paura e dell’ascolto paternalistico, mettendo ai ragazzi l’etichetta dello stigma (maranza) o della diagnosi (depresso) per neutralizzare la portata politica e generazionale di tale devianza e creare un alibi per le coscienze del mondo adulto che ha costruito le condizioni su cui quel malessere affonda le radici.

Ma i giovani non stanno chiedendo un supporto individuale per adattarsi a un mondo ingiusto, stanno ponendo questioni politiche globali che riguardano il loro presente e il loro futuro. Ridurre la loro voce a un disturbo da curare con strumenti clinici significa esercitare un’ulteriore rottura adultocentrica.

La società vorrebbe ragazzi con gli occhi pieni di lacrime: soggetti depressi, impauriti, ritirati sociali, fragili, sempre bisognosi della protezione dell’adulto per essere rassicurati e controllati. Ma nelle piazze vediamo emergere giovani con gli occhi rossi di fuoco: ragazzi mossi da indignazione e da quella che Paulo Freire definiva la “giusta collera”. Una rabbia sacrosanta e politicamente fondata, promossa da chi sa che gli si sta apparecchiando un futuro catastrofico dal punto di vista sociale, economico ed ecologico, sul quale non ha avuto alcuna voce in capitolo, ma di cui dovrà pagare tutte le conseguenze.

Naturalmente dietro queste mie parole i benpensanti leggeranno una giustificazione delle violenze di piazza e delle razzie nei negozi. Ma non voglio cadere in questa trappola. Penso che la stragrande maggioranza dei ragazzi che sono scesi in piazza in queste settimane lo abbia fatto in modo duro, ma civile. E voler derubricare un movimento ancora fluido, ma che rappresenta una vera spina nel fianco per una classe politica, di destra e di sinistra, incapace di interpretare le sue istanze, non è che un ulteriore sintomo di quella decadenza e autoritarismo miope che ho descritto sopra.

Se vogliamo davvero applicare la regola del “chi rompe paga”, facciamolo fino in fondo. A dover pagare il conto non sono i giovani che protestano e chiedono protagonismo politico, spazi comunitari e diritti sociali. A pagare il conto dovrebbero essere quelle politiche pubbliche che da trent’anni smantellano il sistema di welfare e educativo e che oggi pensano che le soluzioni siano pene più severe e la costruzione di nuove carceri.

Superare la polarizzazione tra repressione e patologizzazione del disagio significa tornare a investire nella cura educativa competente, nella prevenzione e nel protagonismo giovanile. Fino ad allora, la vera rottura rimarrà quella compiuta da un mondo adulto che preferisce rinchiudere i propri figli invece che mettersi in discussione e cambiare.

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Meta seeks $95B to fund AI ambitions

Meta Platforms revealed a plan to secure up to $95 billion in equity to fund its AI-related expansion ​of data centres and cloud computing, backed by chipmakers Nvidia, AMD and Broadcom.

The social media company aims to raise $35 billion in concurrent underwritten public equity offerings and up to $60 billion as part of an at-the-market programme scheduled to begin in Q1 2027.

Meta Platforms stated the chipmakers expressed an interest in becoming cornerstone investors through the equity offering.

They can purchase a total of $5 billion shares of Class A common stock in the offering, though Meta Platforms emphasised their expressions “of interest are not binding agreements or commitments to purchase”.

Meta Platforms stated AI is “creating significant opportunities” and its investments to-date are “generating tangible returns through increased engagement, improved advertising performance and increased monetisation”.

Last week, the company reported net income rose from $2.7 billion in Q3 2025 to $9.9 billion in the recent period, with revenue up 26% to $64.6 billion.

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Cambridge Analytica, 10 years on: Meta still struggles to shake off the specter of political interference

2016 was a pivotal year in the 21st century. In June, Britons voted in a referendum to leave the European Union. In November, U.S. voters elected Donald Trump as president, a figure widely regarded as a bad joke by both Democrats and establishment Republicans. Both events marked the beginning of a far-right wave that, a decade later, continues to sweep across much of the world. And both were aided, perhaps decisively, by a small London-based political consultancy: Cambridge Analytica. The company collected data from 87 million Facebook users without their consent and used it to create personalized political propaganda to boost the campaigns for Trump and Brexit, among others.

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© AFP

Mark Zuckerberg, founder and chief executive officer of Facebook, testifies before Congress in the U.S. in December 2018.
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Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

di Vittoria Spisa, studentessa

Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.

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Meta looks to raise up to $95 billion from stock sales to fund its huge AI build-out

Meta CEO Mark Zuckerberg
Meta CEO Mark Zuckerberg is among the most prominent figures in the AI race.

Finn Gomez/Getty Images

  • Meta is seeking a major cash injection to fund its AI ambitions.
  • The tech giant said on Monday it is looking to raise up to $95 billion from stock offerings.
  • Tech firms are spending big on AI infrastructure as they try to win the superintelligence race.

Meta is tapping investors for up to $95 billion to fund its huge AI build-out.

The tech giant said in a Monday filing that it has launched about $35 billion in equity offerings, comprising around $22.5 billion of Class A common stock, and $12.5 billion in depositary shares representing preferred stock.

The parent company of Facebook, WhatsApp, and Instagram also said it was planning a $60 billion at-the-market offering once its Class C shares begin trading in the first quarter of 2027.

In an at-the-market offering, a company sells shares gradually into the market at the prevailing market price, instead of as a large block at a fixed price.

Meta said last week that it would introduce the new share class to help founder and CEO Mark Zuckerberg access the liquidity he may need to pay California's proposed wealth tax without having to sell existing shares and erode his voting control over the company.

"AI is creating significant opportunities for Meta across its core business and new products and services," the company said in a press release.

"Meta is investing to expand the infrastructure and compute capacity needed to support these opportunities and to bring personal superintelligence to billions of people and businesses," it added.

Nvidia, AMD, and Broadcom have each expressed an interest in buying up to $5 billion of the common stock being offered, but those indications aren't binding, so they might buy more or less, Meta said.

Meta stock swung during Monday's premarket from 2% in the green to 0.4% in the red.

Meta is spending heavily on AI infrastructure as it develops consumer AI products and pursues Mark Zuckerberg’s goal of "personal superintelligence."

The company said it expects to incur $135 billion to $145 billion of capital expenditures this year. It highlighted $97 billion of operating cash flow for the first nine months of this year, and the roughly $82 billion of cash and other liquid assets it held at the end of September.

Meta's revenue jumped by 26% to around $65 billion last quarter, but its operating income shrank by 37% to $13 billion as costs surged from about $31 billion to $52 billion.

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Want to land a legal job at Google or Nvidia? These law firms could be your ticket.

Google logo on a glass office building behind orange flowers and greenery in bright daylight.
Google has a thing for Big Law lawyers.

Tayfun Coskun/Anadolu Agency via Getty Images

  • Big Law has plenty of competition for its best lawyers.
  • Some of the most ambitious lawyers want to work for clients in their legal departments.
  • New Pirical data shows which law firms have the most alumni working in Big Tech.

Big Law has a hard time keeping its lawyers.

It's not just rival firms dangling basketball-player salaries, extra vacation, and branded merch to lure away top talent.

Big Tech is competing for those lawyers, too.

New data shared with Business Insider reveals which firms send the most lawyers to the biggest names in tech.

Pirical, a legal people-analytics company, tracked lawyers who previously worked at the 200 largest law firms by revenue in the United States and now hold legal roles at seven tech companies: Google, Meta, Microsoft, Nvidia, OpenAI, Anthropic, and SpaceX. Pirical filtered out summer associates and interns.

Morrison Foerster and Wilson Sonsini tied for the top spot, each with 40 alumni working in legal roles across the seven companies. Both firms regularly represent tech startups and the investors backing them.

Latham & Watkins followed with 33 former lawyers. Kirkland & Ellis, the industry's revenue leader, ranked 11th with 21 former lawyers working at those companies, tied with Paul Hastings and Sidley Austin.

Table

Pirical's analysis may have missed lawyers whose job titles fell outside its search criteria, said Craig Savitzky, its insights and content editor. He said newer companies, particularly Anthropic, are also likely undercounted because their legal teams are growing faster than public profiles are updated.

Big Law-Big Tech pipeline

For attorneys hoping to land a coveted job at a tech giant, a stint at a white-shoe law firm can be a stepping stone. They can trade billable-hour quotas for a seat closer to the business, attractive pay, and just one client to keep happy instead of dozens.

That combination makes these roles "some of the most highly desirable and sought-after positions" for law firm associates, said Casey Sullivan, a recruiter with CMW Legal Search.

There's another draw, Sullivan said. The companies at the forefront of artificial intelligence are wrestling with some of the thorniest legal questions of the day, from intellectual property to regulation.

"That's where the most interesting work is for lawyers," he said.

Not all law firms are equally effective launch pads. Pirical's Savitzky noted that the firms near the top of the list have deep ties to the tech industry, if not the deepest pockets.

Cooley brought in $2.4 billion in revenue last fiscal year, placing it 29th on The American Lawyer's ranking of top law firms by revenue. But it tied fourth on Pirical's list, with 29 alumni working at the seven tech companies, including nine at Nvidia, a longtime client.

Davis Wright Tremaine, which has represented Microsoft in antitrust and employment lawsuits, has 13 alumni working in the software giant's legal department. Fenwick, which advised Wiz and Fitbit on their sales to Google, has 13 lawyers at the search giant.

Business Insider also sliced the data another way, looking at which of the seven tech giants employ the most alumni from the top 25 firms on Pirical's list.

Bar Chart

Big Law is effectively a feeder school for Google's legal team. The company employs 322 alumni of the top 25 law firms on Pirical's list, more than any other tech company studied.

That doesn't necessarily mean Google is the most desirable location for lawyers leaving Big Law. Savitzky said the numbers likely reflect the sheer size of Google's legal department and the decades it has had to recruit from top firms.

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Un libro per rompere il blackout dell’Avana: così la letteratura sfida l’embargo contro Cuba

Agosto 2026. L’Avana compie cent’anni dalla nascita di Fidel Castro, ma non c’è parata o celebrazione ufficiale che possa nascondere il buio profondo in cui è sprofondata la capitale cubana. L’isola galleggia drammaticamente in una fame energetica cronica e in un blackout quasi perpetuo, tra cumuli di rifiuti bruciati agli angoli delle strade, la piaga insidiosa delle droghe sintetiche come il químico che rode la gioventù e i frigoriferi tristemente spenti nelle case delle famiglie. L’embargo economico e commerciale degli Stati Uniti, inasprito ulteriormente dalla morsa feroce di Trump e della sua cerchia di poteri forti a Wall Street, rappresenta una corda stretta implacabilmente attorno alla gola del popolo cubano. A questo si sommano le inefficienze interne e una burocrazia asfissiante che complicano ogni giorno la sopravvivenza. Di fronte a questo scenario, l’ignavia dell’Unione Europea e del governo italiano è assordante, un silenzio complice che dimentica troppo in fretta quando le Brigate Mediche Cubane sono arrivate in Italia durante la pandemia di Covid-19 per salvare vite umane senza chiedere nulla in cambio. Non si può permettere che i falchi di Washington decidano arbitrariamente se un intero popolo debba vivere o morire, ed è fondamentale spezzare le catene di questo criminale blocco economico.

In questo spaccato di resistenza quotidiana e di stridenti contraddizioni, si inserisce il viaggio di Alessandro Casolari, firma de L’Osservatorio sulla Repressione, e di Silvia Zaramella, insegnante e scrittrice ferrarese. Diciassette giorni vissuti non da semplici turisti in cerca di svago, ma da ospiti accolti nella casa della dottoressa Surama, una donna di sessant’anni nel cuore ferito della Habana Vieja, a due passi da Plaza Vieja. Dall’Italia i due viaggiatori hanno portato con sé ventitré chili di farmaci preziosissimi, tra antibiotici e analgesici. Un piccolo grande sforzo che, come ha raccontato lo stesso Casolari, è sembrato all’inizio come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino di plastica. L’impatto umano ed emotivo è stato tremendo per chi, militante da una vita, si è ritrovato a fare i conti con vecchi combattenti della Rivoluzione ridotti in condizioni di estrema miseria. Ma la solidarietà autentica non si gira mai dall’altra parte quando incontra le crepe della storia: le affronta direttamente e cerca soluzioni concrete e praticabili.

Ed è proprio in questo contesto che la storia trova una rotta precisa e trasformativa. In calle San Ignacio, lo Stato cubano ha ceduto un antico edificio di epoca spagnola ai Comités de Defensa del Barrio con un obiettivo nobile e ambizioso: trasformarlo in una mensa di quartiere attiva trecentosessantacinque giorni all’anno, pensata per garantire tre pasti quotidiani alle fasce più fragili e indifese della popolazione locale. Il grande ostacolo da superare è rappresentato dall’energia. La struttura possiede già dei pannelli solari installati, ma per renderli pienamente operativi e del tutto indipendenti dalla traballante rete elettrica statale, occorrono commutatori e cavi specifici. Senza questi componenti tecnologici fondamentali, i pannelli restano totalmente inerti e i fornelli rischiano di spegnersi prima ancora di accendersi.

Di fronte alla richiesta d’aiuto lanciata dalla dottoressa Surama, la risposta è arrivata in modo inaspettato ma potentissimo dal mondo della cultura e della letteratura. Ad aprile, Silvia Zaramella ha pubblicato con la prestigiosa casa editrice Sensibili alle foglie di Renato Curcio il romanzo intitolato Perfetto. Si tratta di un’opera intensa, amara e ironica, che racconta la storia di una quarantenne ferrarese il cui mondo viene sconvolto dall’arresto improvviso del fidanzato. Un diario lucido e profondo sulla solitudine, sulla capacità di rialzarsi tra le nebbie della provincia, sulla complessità della vita quotidiana e sul necessario rifiuto dell’ossessione tossica per la perfezione. Per finanziare l’acquisto immediato dei commutatori necessari alla mensa, è nato così il progetto solidale battezzato Un libro per Cuba. L’autrice ha messo a disposizione ben centottanta copie del proprio romanzo. Se nelle librerie e online il valore commerciale del volume sarebbe di quattordici euro, per questa specifica campagna di solidarietà viene offerto al prezzo speciale di dieci euro. Non si tratta di un semplice sconto promozionale, ma di un invito caloroso affinché la cultura e l’amore fraterno siano davvero alla portata di tutti.

L’intero ricavato di questa lodevole iniziativa sarà devoluto interamente, senza intermediari o costose passerelle retoriche, all’acquisto dei dispositivi elettrici per la mensa popolare cubana. È una filiera cortissima che unisce idealmente la pianura padana alle strade vibranti e dolenti dell’Avana. Con soli dieci euro non si sta semplicemente comprando un libro da leggere con passione, ma si sta donando un pasto caldo, un sorriso sincero e un briciolo di speranza concreta a chi, in questo momento storico drammatico, affronta difficoltà inimmaginabili. Si sta letteralmente trasformando l’inchiostro in pane. Sfogliando le pagine di questo romanzo, il lettore saprà che, grazie al proprio contributo, dall’altra parte del mare qualcuno stasera siederà a tavola con una preoccupazione in meno e una luce nuova nel cuore.

Ci sono storie che meritano di essere lette, e storie che meritano di essere cambiate. Oggi hai l’opportunità di fare entrambe le cose con un unico, semplicissimo gesto d’amore. Non restiamo inerti a guardare l’oceano o a voltarci dall’altra parte. Partecipa anche tu a questa catena di umanità, sostieni la mensa popolare e stringiti con forza al popolo cubano. Per avere il libro, sostenere la campagna e fare una donazione diretta, è possibile utilizzare il bonifico bancario tramite IBAN o visitare il link ufficiale su Instagram per tutte le informazioni di dettaglio. La spedizione dei volumi viene effettuata comodamente con la modalità Piego di Libri, ed è sufficiente scrivere un messaggio diretto sulla pagina Instagram dedicata per concordare l’invio.

Link Instagram del progetto e per ordinare il libro: https://www.instagram.com/p/DeuI7arjUaC/
IBAN per il versamento e sostegno della campagna: IT51F3253203200006572007406
Spedizione: Gestita tramite Piego di Libri (scrivere direttamente in privato su Instagram per concordare i dettagli).

L'articolo Un libro per rompere il blackout dell’Avana: così la letteratura sfida l’embargo contro Cuba proviene da Il Fatto Quotidiano.

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L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza

di Francesca Carone

Il momento storico che stiamo vivendo è accompagnato da un forte richiamo costituzionale. Navighiamo nell’oceano indistinto di diritti e doveri che si confondono, si mescolano e si perdono nello scontro generazionale tra passato e presente incastrato in un immobilismo culturale, sociale e politico diventato zona d’ombra della società. L’Italia è ormai a un bivio. Annaspa alla deriva con un governo dai paradigmi vuoti che ha ormai i minuti contati. Svilita in una crisi identitaria, la nostra nazione vaga stordita e stanca alla ricerca della sua antica bellezza di Stato moderno con la Costituzione più bella del mondo. A lanciare segnali di fumo sono tutti gli attori della società civile: i neo partigiani schierati dalla parte del diritto e della Costituzione: studenti, operai, insegnanti, agricoltori, trasportatori, commercianti.

Il vicolo cieco in cui si è inabissata l’Italia richiede visione, forza e nuovi costrutti etici, sociali e culturali. Il trasformismo e le lusinghe della politica hanno rimpicciolito e declassato il Paese portandolo all’agonia. Le proteste partono da tutti i settori: scuola, sanità, trasporti, servizi. Hanno tutti un comune denominatore: una “povertà” strutturale, profonda e implacabile che investe l’etica, la cultura, la politica fino a toccare la dignità della società civile depredata dei diritti fondamentali e inespugnabili. L’allarme sociale è ormai a 360° e si ripercuote nella quotidianità e nel futuro della vecchia e della nuova generazione, barricate dietro il fievole vento di un dissenso quasi sempre oscurato e oltraggiato dall’informazione schierata e fuorviante e da una politica cieca e autoreferenziale.

Non si tratta più di un cambio di rotta governativo: la crisi è ormai diventata strutturale, sistemica. Per arginarla non è più sufficiente un cambio di colore politico. Occorre partire dalle basi. Dall’essenza. Dai valori fondanti di una società. La nostra non si può più definire società civile, poiché ha perso i caratteri e l’identità di “civiltà”, di collettività: cosa c’è di etico nella gente che si lascia morire perché non riesce più a curarsi, nella gente che fa fatica a riempire il carrello, a pagare l’affitto e a invecchiare in modo dignitoso. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi.

Siamo ormai oltre la società liquida. Siamo entrati nel limbo di una fredda convivenza collettiva che ha perso la bussola dell’aggregazione identitaria basata sul diritto e sull’uguaglianza. Siamo in uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica che non si può superare con l’insurrezione “partigiana” o con una anacronistica una guerra civile. Bisogna partire dall’essenza: dalla conoscenza, dalla cultura, dalla consapevolezza di sentirsi parte di un società libera che naviga seguendo la rotta della Carta costituzionale.

In questo scenario apocalittico l’informazione è un punto di partenza per ridefinire il perimetro etico e sociale di un Paese che vuole riappropriarsi dei suoi diritti. Essere consapevoli di chi e come ci governa è una priorità per il cambiamento. Capire le mutazioni genetiche di un governo partitocentrico, immobile, autoreferenziale, eticamente e culturalmente ancorato a idee e valori stereotipati, disconnessi con i bisogni reali della collettività e con le istanze di uno stato cosmopolita e moderno. Capire l’interconnessione della politica con i diritti, i bisogni, l’equità e l’uguaglianza di una società che si evolve e cresce. Riappropriarsi della dignità di cittadini di un Paese moderno che lottano quotidianamente restando uniti, informati, vigili e consapevoli di poter cambiare la rotta con quella famosa “matita in mano dentro la cabina elettorale, più forte di qualsiasi arma”. È in questa prospettiva che deve maturare il manifesto identitario di una nuova società costruito con le menti e le idee di uomini liberi che hanno ancora una visione e una prospettiva capace di unire passato, presente e futuro superando i gap generazionali, avendo come faro lo strumento costituzionale, frutto del sacrificio di chi, come loro, ha creduto nella bellezza atavica del nostro meraviglioso Paese.

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