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Gaza, la mostra Be My Voice e la voce del fotoreporter Alhassan Selmi

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La Casa della Solidarietà “Alexander Dubček”, sede di varie associazioni di volontariato, si trova nell’edificio che ospitava l’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno (BO). Il 6 dicembre 1990, un aereo militare si schiantò contro l’edificio, causando la morte di dodici studenti e il ferimento di ottantotto persone tra studenti e personale scolastico. È qui che si tiene la mostra Be my voice, dedicata al genocidio della popolazione palestinese di Gaza.

Il fotoreporter e videomaker di Gaza Alhassan Selmi e l’illustratrice Marcella Brancaforte sono gli autori di un’opera unica nel suo genere, che rappresenta la tragedia di Gaza attraverso versi e disegni. L’opera, che sta girando l’Italia soprattutto nelle periferie, è il risultato di un dialogo continuo tra Alhassan e Marcella cominciato nel giugno 2024. Il giovane giornalista, che ha collaborato con diverse testate e reti televisive in Italia e in Europa, ha raccontato lo stillicidio quotidiano a cui è sottoposta da tre anni una popolazione, colpevole solo di vivere in un luogo che Israele ha deciso di distruggere fino alle fondamenta. Un folle disegno iniziato con la giustificazione di rispondere al massacro di israeliani del 7 ottobre 2023, ma portato avanti con la criminale determinazione di estinguere un’intera popolazione.

Alhassan è un sopravvissuto: a 33 anni, con una laurea e un lavoro da giornalista che ama, ha vissuto esclusivamente a Gaza. Eppure, parlando con lui, non si può che rimanere sorpresi dalla sua visione lucidamente aperta, universalistica e cosmopolita.

A Gaza si muore ogni giorno e la morte è la cosa più consueta con cui convivere; perfino i bambini ne sono consapevoli. A lui è capitato più e più volte, in questi anni, di assistere agli ultimi istanti di vita di decine di colleghi uccisi, perché l’informazione da Gaza non deve arrivare nel resto del mondo e per questo motivo sono stati sistematicamente assassinati oltre 250 giornalisti. Alhassan chiama Israele machine war, un’entità quasi impersonale (in questo si coglie anche un raffinato spirito umanistico) che uccide scientificamente, distruggendo case, scuole, ospedali, luoghi di culto e di cultura, ma anche con la fame e la privazione di farmaci e beni essenziali, perché nulla di Gaza deve restare in piedi e in vita.

Ma Alhassan crede anche nel valore della capacità di resistenza e resilienza del suo popolo, sempre pronto a ricominciare e a ricostruirsi da zero, anche da sottozero dice. È convinto che, anche se Israele riuscisse a ucciderli tutti, loro rinascerebbero e ricomincerebbero. Questa è la sua convinzione e la sua profonda speranza.

Colpisce che dalle sue parole non traspaia alcun odio verso l’oppressore: la sua visione è che la Palestina, che chiama Terrasanta, sia un luogo in cui musulmani, ebrei, cristiani e ogni tipo di umanità possano convivere in pace, nel rispetto degli human rights che sono il suo mantra. Ma sa che per ottenere questo risultato sarà necessario ancora lottare.

Marcella, affermata professionista del disegno per ragazzi, ha trasformato il racconto tragico di quelle giornate in splendidi disegni, quadri in cui flash di brevi frasi e poesie si uniscono ai suoi disegni, tragici ma allo stesso tempo dolci, con un tratto naif che rende emotivamente sopportabile il terribile contenuto della narrazione. Marcella condivide quotidianamente il vissuto raccontato da Hassan e il risultato è un film per disegni, ormai circa mille, che raccontano in modo unico, realistico ed emozionante la tragedia infinita di un popolo.

Ad Alhassan e Marcella si è unito Raffaele Oriani, firma prestigiosa del giornalismo italiano, che coraggiosamente si dimise da Repubblica per la linea editoriale del quotidiano sulla Palestina. Oriani ha realizzato due libri con Alhassan: Hassan e il genocidio e Il popolo meraviglioso, editi da People e illustrati da Marcella.

Tutti e tre hanno partecipato all’incontro promosso da Assopace Palestina, Percorsi di Pace, Teatri di Vita, Casa della Solidarietà e con il patrocinio del Comune di Casalecchio di Reno. In una sala affollata, circondati dai quadri della splendida mostra, introdotti dall’infaticabile attivista di Assopace Daniela Boldarino, Alhassan ha snocciolato, con sobria gentilezza e un inglese fluente, i tratti principali del genocidio del suo popolo che l’Occidente stenta a riconoscere, nonostante le inchieste, le prove e le sentenze della Corte penale internazionale, compreso il mandato di arresto nei confronti di Netanyahu.

Il pubblico ha partecipato con grande emozione all’incontro e ha posto molte domande, perché, come stiamo osservando da tempo e soprattutto in questi giorni, la tragedia palestinese è nella mente e nel cuore della maggior parte delle persone che credono nella pace, nei diritti umani e nell’uguaglianza, e che lottano contro l’ingiustizia. Questo è ciò che stanno manifestando soprattutto i giovani nelle piazze d’Italia e d’Europa, nonostante l’elusiva indifferenza dei nostri governi. Una mostra e un evento che meritano di essere replicati ovunque.

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Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”

Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.

Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.

“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.

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Chi sono gli Studenti serbi che hanno sconfitto Vučić: organizzazione orizzontale, nessun leader e decisioni assembleari. Adesso la prova di governo

Dopo una lunga notte che ha avuto le sembianze di un sogno, è arrivato il giorno. E la Studentska lista ora ha sulle proprie spalle la vera sfida: traghettare la Serbia verso una stagione più luminosa, dimostrare ai cittadini che hanno riposto in loro fiducia che condizioni di vita migliori sono davvero possibili. Il movimento nato dalla tragedia di Novi Sad, in cui 16 persone il primo novembre del 2024 persero la vita a causa del crollo della pensilina della stazione cittadina, è legato soprattutto a volti giovanissimi. Furono loro i primi a scendere per le strade per chiedere che si facesse chiarezza, che si mettesse fine a un sistema corrotto i cui gangli permeavano tutti i settori della società, edilizia compresa. Ma come sotto l’effetto di un contagio collettivo, il movimento nei mesi si è allargato, riuscendo ad abbracciare una parte significativa della società serba in modo trasversale e a catalizzare persone di età, esperienze lavorative e provenienze diverse. Tra i 250 candidati presentati lo scorso settembre figurano infatti, oltre agli studenti, docenti universitari, artisti, agricoltori e professionisti negli ambiti più disparati.

Tuttavia, almeno per il momento, uno dei principali capisaldi che la Studentska lista ci ha tenuto a rimarcare è l’assenza di un leader o di un portavoce. L’intenzione dichiarata è quella di basarsi su un’organizzazione orizzontale, anche se durante la campagna elettorale il movimento è stato guidato soprattutto da Ilija Srdanović, un professore della Facoltà di Medicina dell’Università di Novi Sad. Il cardiologo, al momento, è visto come il candidato più probabile a occupare la posizione di primo ministro, anche se non è chiaro chi assumerà la guida dei ministeri chiave, inclusi quelli degli Affari Interni, delle Finanze e della Giustizia.

In questo passaggio anti-verticistico è custodito il vero taglio con il passato, poiché negli ultimi 14 anni la Serbia è stata abituata a qualcosa di diverso, a un singolo uomo, Aleksandar Vučić, che aveva finito per trattare il suo partito (SNS, Partito Progressista Serbo) e la politica di governo come un affare personale. Opponendosi a una formula verticistica del potere, le decisioni del movimento sono prese attraverso i plenum, assemblee studentesche in cui le proposte vengono discusse e poi sottoposte al voto. Anche la selezione dei candidati è avvenuta attraverso questo processo, con l’obiettivo di garantire una rappresentanza condivisa, seguendo un modello orizzontale che punta a ridurre il peso dei singoli. L’obiettivo è quello di fare pulizia e nell’opera di rinnovamento di cui gli studenti vogliono essere gli artefici hanno una traiettoria segnata da undici punti, quelli che compongono il loro programma ufficiale.

“Con interventi decisi, vogliamo fermare il saccheggio delle risorse pubbliche e restituire alle casse dello Stato il denaro sottratto, destinandolo direttamente all’istruzione e allo sviluppo economico. L’obiettivo è creare le condizioni affinché i giovani possano restare in Serbia e costruire qui il proprio futuro e quello delle loro famiglie – si legge nel documento – Abbiamo bisogno di istituzioni capaci di funzionare senza direttive delle segreterie di partito, di una magistratura in cui la legge sia uguale per tutti, indipendentemente da chi si trovi davanti ai giudici. Di finanze pubbliche sottoposte al controllo dei cittadini, di un sistema di istruzione e di una sanità che lo Stato non consideri un peso. Di media liberi dalle pressioni politiche. E di amministrazioni locali in cui i cittadini partecipino davvero alle decisioni che determinano la loro vita”.

Tra i punti più concreti del programma ci sono libri di testo gratuiti per tutti gli studenti delle scuole primarie e secondarie, ma anche gite e attività scolastiche più economiche. Sul fronte sociale, la lista propone soluzioni abitative a condizioni agevolate per alcune categorie, mentre in ambito occupazionale, vuole ridurre da 24 a 12 mesi la durata dei contratti a tempo determinato. Per quanto riguarda la questione sanitaria, invece, emerge la priorità per un accesso più equo a medicinali e farmacie nelle aree rurali e meno sviluppate.

Tuttavia, mentre a una prima occhiata risultano molto chiare le riforme interne, appaiono più sfumate le posizioni su alcuni temi cruciali riguardanti la politica internazionale della Serbia, come il percorso di integrazione nell’Unione europea e il complesso rapporto con il Kosovo. In alcune interviste ai media del Paese, Radomir Sajčić, una delle figure che fa parte della Studentska lista, nel merito ha cercato la risposta nella Costituzione serba che considera il Kosovo parte integrante del Paese. Una posizione in controtendenza rispetto ai principi di giustizia e libertà di cui il movimento si vuole fare portavoce. Resta quindi da capire come i vincitori del 25 ottobre navigheranno tra i tanti scogli politici accumulati negli anni dalla politica serba e se sapranno davvero differenziarsi dal regime che sono stati in grado di sconfiggere nelle cabine elettorali.

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“La Norvegia fa schifo, è un cesso di Paese”: l’attacco di Trump al comizio in Michigan. La colpa di Oslo? Non avergli dato il Nobel per la Pace

“Francamente la Norvegia fa schifo, è diventata un cesso di Paese, veramente”. Così il presidente americano Donald Trump, in un comizio in Michigan per sostenere la candidatura al Senato del repubblicano Mike Rogers, si è sfogato contro il Paese europeo colpevole, come lui stesso ha affermato, di non avergli dato il premio Nobel per la Pace per la seconda volta – riconoscimento invece assegnato all’ex giudice dell’odiata Corte penale internazionale Navi Pilay.

Ha aggiunto di voler riaprire le frontiere agli immigrati di determinati Paesi, ma di non volere “nessuno della Norvegia“, nonostante nello Stato del Michigan vivano oltre 71mila norvegesi-americani secondo gli ultimi dati U.S. Census. Nel comizio in midwest ha poi coperto di insulti islamofobici il candidato democratico Abdul El Sayed per le elezioni midterm del prossimo 4 novembre.

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James Talarico, speranza dem in Texas per vincere il seggio al Senato: chi è il 37enne che sfida il candidato sostenuto da Trump

L’ultimo endorsement di richiamo per lui arriva dal figlio dell’ex presidente George H.W. Bush e fratello dell’altro ex commander in chief George W.Bush. Anche Neil Bush si smarca da Donald Trump e sceglie James Talarico, astro nascente dei democratici, che corre per il Senato nello Stato di famiglia, il Texas. È da più di tre decenni che i democratici non vincono un’elezione nazionale, ma ora il seggio del Congresso è contendibile. Talarico, 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, è in vantaggio di 5 punti percentuali sul repubblicano Ken Paxton, attuale procuratore generale dello Stato sostenuto dal capo della Casa Bianca.

Famiglia, amore per i propri vicini e poi, ovviamente, fede: le parole d’ordine, da texano di ottava generazione, della campagna di Talarico sono spiazzanti per la retorica di Paxton e Donald Trump – che lo descrivono come un democratico estremista sotto mentite spoglie – e tutta la potente macchina finanziaria repubblicana, Elon Musk in testa, scesa in campo in queste ultime decisive settimane per scongiurare la possibilità che Talarico, che gli ultimi sondaggi danno avanti di due, tre anche 4 punti, possa far centrare il sogno, fino a pochi mesi fa impensabile, di una vittoria al Senato in uno stato come il Texas dove sono oltre 30 anni che i democratici non vincono a livello nazionale. Il candidato dem, peraltro, è spesso del mirino di Trump, che gli ha affibbiato il nomignolo di ‘Tala-freak-o‘, dandogli del vegano, negli sforzi per tracciare un profilo non in linea con lo stereotipo texano.

“In queste elezioni non c’entra il partito democratico o il partito repubblicano, è una cosa più grande, queste elezioni devono puntare alla visione di quello che il nostro stato può essere”, ha detto in uno dei suoi ultimi comizi il democratico ribadendo il messaggio bipartisan, quello che in America si chiama della ‘big tent’, con cui promette che dal Senato di Washington guiderà “la lotta contro i finanziatori mega miliardari e i politici burattini che hanno preso il controllo del Texas“, come recita il programma. Un messaggio che ha non solo galvanizzato e riunito le varie anime del partito democratico, ma sta attirando repubblicani, delusi da Trump e in generale dai repubblicani per la questione del carovita, del prezzo della benzina e, elemento molto rilevante in Texas, la costruzione dei data center per l’intelligenza artificiale. Ma forse l’elemento che ha aiutato e sta aiutando maggiormente la sorpresa Talarico nei sondaggi è il fatto che come avversario ha una delle figure politiche più controverse del Texas, l’attuale procuratore generale Paxton.

Paxton ha vinto le primarie perché sostenuto vigorosamente da Trump che ha voluto così togliere il seggio a John Cornyn, senatore al quarto mandato che il tycoon ha voluto punire perché ‘sleale’. Non ha aiutato la candidatura di Paxton il fatto che la moglie Angela, anche lei esponente repubblicana texana, abbia chiesto il divorzio nell’estate del 2025 accusandolo, con tanto di citazioni biblica, di adulterio. Salvo poi chiedere alle elettrici texane di tapparsi il naso e votare per tutti i candidati repubblicani a novembre “a prescindere dalle loro debolezze’.

E dal vecchio establishment repubblicano texano, di cui Cornyn fa parte e che ha un punto di riferimento al clan dei Bush – anche se quella che era un tempo la dinastia politica repubblicana sta perdendo progressivamente influenza nel Gop controllo dal mai amato Trump -, sono arrivati dubbi, reticenze e vere e proprie prese di distanze nei confronti di Paxton . E, sebbene George W. Bush non abbia preso una posizione ufficiale, il Nyt scrive che ha escluso Paxton da una raccolta di fondi organizzata per candidati Gop al Senato. Invece hanno preso posizioni pubbliche contro Paxton il suo ex stratega Karl Rove, e per decenni il deus ex machina della politica repubblicana texana, e ora il fratello minore dell’ex presidente, Neil, ha annunciato di aver votato in anticipo per Talarico perché “profondamente preoccupato” per la condotta di Paxton e invece “enormemente impressionati” dai principi pragmatici del democratico. Il candidato repubblicano ha però dalla sua la pioggia di milioni di dollari che stanno arrivando, in particolare da Musk, che gli permettono di spendere tre volte di più del dem in questi ultimi giorni decisivi. Tanto che si prevede che alla fine la sua campagna, tra primarie e elezioni, arriverà a spendere 380 milioni di dollari, una cifra astronomica per un’elezione al Senato in uno stato considerato una roccaforte Gop.

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Dall’Alaska al Kansas: tutti gli Stati che non sono più “sicuri” per i repubblicani. Le sfide cruciali al Senato per le elezioni di Midterm

I repubblicani investono fondi in Stati un tempo dati sicuri, mentre i sondaggi li danno in svantaggio alla Camera e in una battaglia fino all’ultimo voto al Senato. A poco più di una settimana dalle elezioni di midterm, la speranza e l’entusiasmo dei democratici per la possibilità di conquistare il Congresso continuano a salire. Come è noto, ogni due anni il Senato rinnova un terzo dei suoi seggi, e quest’anno si vota per 35 seggi, molti in Stati dove Donald Trump ha vinto con uno scarto a due cifre nel 2024. Un vantaggio di partenza per i repubblicani che difendono la loro maggioranza di 53 seggi contri i 47 attuali dei dem, che devono strappare quindi almeno 4 seggi, senza perderne nessuno, per conquistare la maggioranza. Si tratta di una sfida non facile, ma con il crescere del vantaggio nazionale dei dem che alla Camera – ora di 10 punti – e il continuo precipitare della popolarità di Trump – scesa al 33% – si è delineata una possibile via per la vittoria dem fino a pochi mesi impensabile, una via che attraversa stati come il Texas, roccaforte Gop dove un democratico non viene eletto ad una carica elettiva nazionale da oltre 30 anni. Negli ultimi giorni è entrato nella lista degli stati “toss up” un altro Stato solidamente repubblicano come il Kansas, portando a dieci il numero degli Stati che decideranno le sorti del Senato il prossimo 3 novembre. “Anche stati rossi non sono sicuri con presidenti con numeri così bassi come quelli di Trump“, spiegava nelle scorse settimane Jessica Taylor, del sito di analisi politica Cook Political Report.

NORTH CAROLINA – Questa viene considerata la migliore opportunità per i democratici, dal momento che l’attuale senatore repubblicano, Thom Tills, noto per le sue posizioni critiche su Trump ha scelto di non ricandidarsi nello stato che ha scelto il tycoon nelle ultime tre elezioni, ma ha anche eletto democratici a cariche statali. Tra questi, l’ex governatore Roy Cooper ora candidato dem avanti di 13 punti sul repubblicano Michael Whatley, poco conosciuto dagli elettori che in più lo considerano troppo vicino a Trump. In caso di vittoria, Cooper sarebbe il primo dem a rappresentare la North Carolina al Senato in quasi due decenni.

OHIO – In gioco è il seggio che JD Vance ha lasciato per diventare il vice presidente di Trump e l’attuale senatore repubblicano nominato al suo posto, Jon Husted, è molto meno noto del democratico Sherrod Brown, l’ex senatore avanti di 5 punti secondo una media Cnn. Il repubblicano paga la sua vicinanza a Trump che, pur avendo vinto due anni fa con un vantaggio a due cifre, ora ha una popolarità scesa al 36% nello stato agricolo che soffre per l’impennata dei prezzi dei fertilizzanti, provocata dalla guerra con l’Iran, e non ha visto i vantaggi nel settore agricolo promessi dalla politica dei dazi. A riprova dell’importanza di questo duello per gli equilibri del Senato, si prevede che nelle ultime settimane di campagna i due partiti spenderanno un totale di 75 miliardi di dollari.

ALASKA – È una delle sfide che i dem non possono perdere: gli ultimi sondaggi danno Mary Peltola, ex deputa dem, avanti 7 punti rispetto a Dan Sullivan, il senatore Gop che si candida a un terzo mandato nel remoto stato artico dove non viene eletto un democratico al Senato dal 2008. Nell’ultimo dibattito, il repubblicano ha cercato di mettere in difficoltà l’avversaria con le accuse di maltrattamenti che le hanno rivolto ex collaboratori, mentre la democratica lo ha accusato di disonestà e collegato alle politiche di Trump, in particolare la guerra in Iran, e le sue conseguenze economiche, che, è stato costretto ad ammettere Sullivan, “deve finire presto”. Il repubblicano teme infine di perdere voti per il fatto che sulla scheda elettorale comparirà un secondo Dan Sullivan, un indipendente che il dipartimento di Giustizia accusa di correre come repubblicano “con l’intenzione di ingannare” i sostenitori del senatore in un ricorso già depositato presso la corte distrettuale dell’Alaska per chiedere di bloccare la certificazione dei risultati elettorali in caso di vittoria di Peltola.

MAINE – È la battaglia nello stesso tempo più facile, almeno sulla carta, e più difficile per i democratici. Più facile perché i democratici controllano tutte le cariche elettive dello stato dove vincono regolarmente le presidenziali. Più difficile perché Susan Collins, da 30 anni al Senato, finora è riuscita sempre a difendere anche in questo nuovo panorama politico locale il seggio, grazie alle sue posizioni moderate, spesso indipendenti che l’hanno messa spesso in opposizione con Trump. Ma questa rielezione si è mostrata molto difficile per la navigata repubblicana, anche se di fronte non ha il candidato dem scelto con le primarie, Graham Platner, un allevatore di ostriche socialista dem che aveva entusiasmato la base, ma il molto meno carismatico Troy Jackson, nominato in corsa a luglio, quando uno scandalo sessuale ha fatto implodere la candidatura di Platner. Ora i sondaggi danno il dem avanti di un soffio in quello che rimarrà fino alla fine un testa a testa, con i repubblicani che spenderanno 17 milioni nelle ultime due settimane contro i 14 dei dem.

TEXAS – I democratici non vincono un’elezione nazionale nel Lone Star da 32 anni, ma ora sognano l’impensabile in uno dei duelli per il Senato più seguiti a livello nazionale, con i sondaggi che descrivono un testa a testa, con il democratico James Talarico però due punti avanti rispetto a Ken Paxton, il discusso attorney general del Texas che, con il sostegno di Trump, ha battuto nelle primarie il senatore repubblicano di lungo corso John Cornyn accusato di “slealtà” dal tycoon. Il 37enne ex seminarista presbiteriano, ex insegnante di scuola media, ora deputato statale, sta riuscendo a unire e galvanizzare le varie anime dei democratici, attirando, con il messaggio religioso e la promessa di combattere per interessi e valori texani, elettori di Trump delusi. Paxton, al contrario, è una delle figure politiche più controverse del Texas, coinvolto in scandali di corruzione che in passato spinsero il suo stesso partito a metterlo sotto accusa. Sono diverse le figure dell’establishment repubblicano texano che in questi giorni stanno dichiarando che non voteranno per lui, o addirittura che voteranno per Talarico, come ha fatto Neil Bush, figlio e fratello degli ex presidenti. Paxton ha dalla sua i finanziamenti milionari che sono arrivati in questi ultimi giorni alla sua campagna da Elon Musk, che gli permettono di spendere tre volte di più del dem, arrivando, si prevede, alla cifra totale, tra primarie e elezioni, di 380 milioni, astronomica in uno stato roccaforte Gop.

MICHIGAN – È forse la migliore opportunità dei repubblicani strappare un seggio ai dem – che dovrebbero così quindi strappare così cinque seggi per conquistare così la maggioranza – perché il senatore dem Gary Peters si è ritirato, lasciando aperto il suo seggio a quello che è diventato il più accanito duello, senza riserve di colpi, tra il repubblicano Mike Rogers, ex agente Fbi, ex deputato che due anni fa è stato sconfitto di misura nell’elezione per l’altro seggio del Michigan, e il democratico Abdul El Sayed. L’epidemiologo nato a Detroit da una famiglia di origine egiziana ha vinto le primarie con un programma vicino a quello dei democratici socialisti, anche se non vi fa parte, sconfiggendo un’avversaria sostenuto dall’establishment dem statale e nazionale. L’ultima media dei sondaggi Cnn dà El Sayed avanti di due punti in quello che rimane un testa a testa, con Donald Trump che continua ad accusare pubblicamente il dem, che se eletto diventerà il primo senatore musulmano, di essere ‘un jihadistà con legami con i Fratelli musulmani. El Sayed da parte sua punta all’impopolarità di Trump in Michigan, dove il 44% degli elettori ammette che considera il midterm un referendum contro Trump, ma deve fare i conti con la difficoltà di ottenere il sostegno di due componenti cruciali della base dem, la comunità ebraica, allarmata per le sue posizioni su Israele e Gaza, e quella afroamericana. A sottolineare l’importanza del duello, nel weekend in Michigan è arrivato sia Barack Obama, per un comizio ieri a Detroit che potrà aiutare El Sayed con il voto afroamericano, che Trump per un comizio stanotte a Port Huron.

IOWA – ll fatto che uno stato in cui Trump nel 2024 ha vinto con 13 punti di vantaggio sia considerato teatro di un duello ‘toss up’ per il Senato è un segnale di grande preoccupazione per il Gop. Nello stato del Midwest le politiche commerciali di Trump stanno danneggiando gli agricoltori, in particolare i produttori di soia, insieme all’aumento dei prezzi di benzina, diesel e fertilizzanti provocati dalla guerra in Iran. Non aiuta il fatto che la senatrice in carica Joni Ernest abbia deciso di non ricandidarsi lasciando quindi il seggio aperto. Per i repubblicani è in campo un’altra donna, Ashley Hinson, che recentemente ha chiesto a Trump di mettere fine subito alla guerra nel tentativo di guadagnare terreno sul democratico Josh Turek, ex campione paralimpico, che ora rappresenta all’Assemblea locale un distretto dove ha vinto Trump e si dice pronto a lavorare con tutti per aggiustare “il sistema dell’immigrazione, anche il presidente Trump”. L’ultima media dei sondaggi danno il democratico avanti di appena un punto in quello che rimane quindi un testa a testa.

KANSAS – Lo stato che non elegge un senatore democratico da 94 anni è entrato a sorpresa negli ultimi giorni nella lista dei duelli a rischio per i repubblicani, con i sondaggi che danno il senatore Roger Marshall in una situazione di parità con Adam Hamilton, un pastore metodista che si descrive come “un democratico indipendente” sapendo di aver bisogno dei voti di repubblicani per vincere nello stato in cui Trump ha vinto con un vantaggio di 16 punti nel 2024. Tanto che il tycoon nei giorni scorsi è volato in Kansas per accusare il democratico di essere in realtà “un estremista che si fa gioco di Gesù”. Da parte sua Marshall, che è un medico, è stato investito dalle accuse, riportate dal New York Times, di pazienti a cui ha fatto causa per parcelle mediche non pagate.

NEW HAMPSHIRE – Anche in questo stato del North East un seggio aperto, con la democratica Jeanne Shaheen che si ritira, potrebbe aiutare i repubblicani a difendere la maggioranza, aiutati dal fatto che hanno candidato John Sununu, ex senatore ma soprattutto fratello di ex governatore così popolare che molti elettori credono che sia lui a candidarsi al Senato. Per i democratici è candidato Chris Pappas, che si presenta come moderato e viene dato comunque negli ultimi sondaggi appare in una posizione più solida, aiutato anche dal fatto che nello stato la popolarità per Trump è al 38%. Tanto che Sununu in uno spot elettorale diffuso la scorsa settimana per prendere le distanze dal presidente afferma: “non ho mai incontrato quest’uomo”. Se eletto, il 46enne Pappas diventerà il primo senatore gay dichiarato.

GEORGIA – Il seggio di Jon Ossoff, senatore dem eletto nel 2020 sulla scia della cruciale vittoria di Joe Biden in Georgia, lo stato dove maggiormente si concentrarono le manovre di Trump per tentare di rovesciare i risultati elettorali, era stato individuato come uno dei principali obiettivi dei repubblicani in queste elezioni di midterm. Ma la sua campagna fondata suo social ha creato una grande rete di donatori di base, non solo gli sta assicurando un solido vantaggio – di otto punti secondo un poll dell’University of Georgia – ma sta anche alimentando voci di una possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028 del democratico che con i suoi 39 anni è il più giovane senatore in carica. Ad aiutare Ossoff il fatto che i repubblicani abbiano candidato il controverso deputato Mike Collins, accusato di aver legami con gruppi suprematisti bianchi e di aver fatto commenti razzisti e antisemiti.

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“Ho sei figli. Al più piccolo racconto più storie della buonanotte che al grande. Non tratto tutti allo stesso modo”: senso di colpa (e svolta) di Nicole Schildt

Per anni Nicole Schildt, mamma di sei figli, ha pensato che essere una buona madre significasse “essere una madre giusta” e che giusto volesse dire trattare tutti allo stesso modo: stesso orario per andare a letto, stessi compiti in casa, stesse conseguenze, stessi privilegi alla stessa età. Con il tempo ha capito che quella regola non funzionava, perché sotto il suo tetto “non crescevano sei versioni dello stesso bambino, ma sei persone completamente diverse”.

Oggi Nicole racconta di aver smesso di inseguire l’uguaglianza a tutti i costi: la sua missione, dice “è conoscere ogni figlio abbastanza da dargli l’infanzia di cui ha bisogno”. E ammette che anche lei è cambiata: la mamma che cresce l’ultimo nato non è più quella che ha cresciuto il primo. Lo riporta Business Insider.

Uno dei suoi figli dà il meglio quando gli viene concessa indipendenza: gli si affida una responsabilità, gli si lascia un po’ di spazio, e di solito risponde alle aspettative. Un altro ha bisogno di più struttura, più promemoria, più verifiche. Questo non rende uno più responsabile e l’altro meno capace: semplicemente hanno esigenze differenti.

Lo stesso vale per i privilegi. Nicole pensava che, se un figlio si era guadagnato un orario di rientro più tardi a una certa età, tutti gli altri avrebbero dovuto ottenerlo automaticamente al compimento di quell’età. Oggi sa che l’anagrafe non è l’unico criterio. La fiducia si costruisce attraverso le scelte: un ragazzo che ha dimostrato con costanza di essere responsabile può essere pronto a una libertà che un fratello della stessa età non è ancora in grado di gestire.

(Immagine inserita a scopo illustrativo, generata con AI)

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“Ci rammarichiamo profondamente coi passeggeri per il disagio causato”: scontro tra una nave da crociera e due navi portacointener. Annullato il viaggio

Nel porto di Bremerhaven, in Germania, nella giornata di domenica 25 ottobre, si è registrato lo scontro tra la nave da crociera Mein Schiff 3 e due navi portacontainer che erano ormeggiate. A causare questo scontro sarebbe stata una raffica di vento che avrebbe investito l’imbarcazione da crociera intorno alle 17:30, in prossimità della banchina fluviale.

La crociera per i passeggeri che erano a bordo della Mein Schiff si è così interrotta, ben prima di arrivare alle Isole Canarie che avrebbero dovuto essere la destinazione del viaggio. “Sappiamo quanto i nostri ospiti attendessero con impazienza questa crociera e ci rammarichiamo profondamente per il disagio causato” ha spiegato ai media locali la compagnia tedesca di navigazione TUI Cruises, che ha sede ad Amburgo.

La notizia dell’interruzione della crociera sarebbe stata comunicata ai passeggeri solo nel corso della mattinata di lunedì 26 ottobre, dopo un’attenta valutazione del danno riportato dalla nave. Si sarebbe, infatti, compreso come per la nave sia necessaria la riparazione all’interno di un cantiere navale, che avrebbe quindi reso impossibile il proseguimento della crociera.

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“A 90 anni mi preparo per la mia prima gara di Hyrox. Dopo la morte di mio marito ho deciso che la mia vita non era finita”: la storia di Margie Hennesy

A 83 anni ha deciso che la sua vita non sarebbe finita con la morte di suo marito e così oggi che ne ha 90 di anni si prepara per affrontare la sua prima gara di Hyrox. La protagonista di questa storia è Margie Hennesy, che ha deciso di raccontarla in prima persona su Women’s Health.

Il bivio di fronte a cui si è trovata a scegliere è arrivato quando è morto suo marito: “Avrei potuto cedere all’enorme dolore e lasciarmi sopraffare, oppure andare avanti e assumermi alcune delle sue responsabilità. Ho scelto la seconda opzione e, per la prima volta, ho iniziato a tagliare il prato, a trasportare pesanti sacchi di pacciame in giardino e a occuparmi delle faccende domestiche”.

La scelta di confrontarsi con l’Hyrox è arrivata, però, solo qualche mese fa, dopo che la donna aveva già compiuto 90 anni. “Mia nuora, che è un’atleta di alto livello, mi ha visto sollevare con disinvoltura un sacco di pacciame da 18 chili. Ha deciso che ero pronta per qualcosa di più impegnativo: Hyrox , una competizione di fitness che combina la corsa con esercizi funzionali come la spinta della slitta, i wall ball e gli ski erg”. Margie Hennesy non si è sottratta a questa sfida.

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Gli Studenti sconfiggono Vucic e sperano nella svolta europea: il sogno di un Paese con istituzioni trasparenti e democratiche

Ad Aleksandar Vucic non è bastato onorare il genocida Ratko Mladic con funerali di Stato per titillare il nazionalismo dei serbi, specialmente dei giovani che guardano all’Europa. Dopo 14 anni alla guida del Paese, il suo ultimo disperato tentativo per rimanere al potere facendosi eleggere di nuovo primo ministro dopo essersi dimesso anticipatamente dalla presidenza della Repubblica si è infranto contro il muro dell’aspirazione di oltre metà della popolazione di vivere e crescere in un Paese con istituzioni trasparenti e realmente democratiche in grado peraltro di far entrare il Paese nell’Unione europea.

La “Lista degli Studenti”, con a capo il cardiologo e docente universitario di Novi Sad Ilija Srdanović, ha costretto l’equilibrista conservatore neoliberale Vucic, da sempre vicino a Mosca e a Pechino anziché a Bruxelles, ad ammettere la sconfitta a seggi appena chiusi. L’enorme affluenza, anche tra gli espatriati, ai seggi aveva fatto comprendere a Vucic che il giochetto non gli era riuscito: se non si fosse dimesso a un anno dalla scadenza del mandato, sarebbe ancora presidente della Repubblica. Le manifestazioni di massa di questi due anni – iniziate subito dopo la tragedia dei 16 morti in seguito al crollo della pensilina appena ricostruita con fondi pubblici nella stazione ferroviaria di Novi Sad – tuttavia invece di spegnersi con l’aumento delle intimidazioni e strette sulla libertà di stampa da parte del presidente e del suo partito, l’SNS, al governo sono andate aumentando mettendolo di fatto all’angolo. I lavori di ristrutturazione della stazione erano stati appaltati anche a imprese cinesi, sollevando accuse di corruzione. Nel 2018 la cinese Zijin ha comprato il 63% della società che gestisce le miniere di rame di Bor. Vucic aceva sostenuto anche il progetto di Rio Tinto per estrarre litio nella valle di Jadar, nonostante le proteste degli abitanti che temono danni alle falde acquifere e quindi alle coltivazioni. Gli studenti hanno pertanto chiesto contratti e responsabilità. Vucic ha risposto accusandoli di essere al servizio di potenze straniere. La polizia ha arrestato e picchiato manifestanti.

Da parte sua il movimento studentesco ha presentato un programma: contratti stabili, libri scolastici gratuiti, medicinali meno cari, case accessibili, confisca dei patrimoni illeciti. La Sinistra Europea ha sostenuto ufficialmente la loro lista. Queste legislative sono state di fatto un referendum contro Vucic diventato l’emblema della corruzione di Stato e del business senza regole. Non solo il movimento studentesco ma la maggior parte dei serbi ha mostrato di esigere una scelta anche in ambito geopolitico. Ma Vucic non l’ha fatta, anzi ha cercato in ogni modo di reprimere il dissenso piuttosto che il dialogo, soprattutto con la generazione Z.

Ora la prova decisiva per capire dove andrà la Serbia con i suoi 6.5 milioni di cittadini sarà osservare tre decisioni del nuovo governo: l’indipendenza della magistratura; il rapporto con la Russia e Cina; i progressi nella normalizzazione con il Kosovo.

Se su questi fronti arriveranno cambiamenti concreti, la vittoria degli studenti potrà diventare l’inizio di una vera svolta europea.

Se invece prevarranno le difficoltà interne e la continuità geopolitica, la Serbia potrebbe cambiare governo senza avvicinarsi in modo significativo all’Unione.

La caduta del “ sistema Vucic” può aprire la porta dell’Europa, ma non significa che la Serbia l’abbia già attraversata.

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Lula fa poker: una rimonta senza precedenti, ma la sfida più difficile comincia ora

Quattro elezioni presidenziali vinte. Due contro la famiglia Bolsonaro. E una storia politica che, ancora una volta, sembra sfidare le leggi dell’usura del potere. A ottant’anni, Luiz Inácio Lula da Silva conquista il suo quarto mandato alla guida del Brasile, battendo Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Oltre 64 milioni di brasiliani hanno scelto il presidente uscente, permettendogli di ribaltare un risultato che lo aveva visto arrivare secondo al primo turno.

Una rimonta senza precedenti nella storia delle presidenziali brasiliane dal ritorno delle elezioni dirette nel 1989. Una vittoria che va oltre i confini nazionali. Perché Lula non ha sconfitto soltanto il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ma ha inflitto una battuta d’arresto anche a Donald Trump, che nella famiglia Bolsonaro ha individuato uno dei suoi principali alleati ideologici in America Latina.

Il presidente statunitense non ha mai nascosto la propria ostilità nei confronti di Lula. Nel 2025, Washington ha imposto pesanti dazi sui prodotti brasiliani e sanzioni contro il giudice Alexandre de Moraes, protagonista dei procedimenti giudiziari contro Jair Bolsonaro. Pressioni economiche e diplomatiche che hanno finito per rafforzare uno degli argomenti centrali della campagna del presidente brasiliano: la difesa della sovranità nazionale contro le ingerenze straniere.

Lula ha così trasformato lo scontro con Washington in una questione di dignità politica. Il Brasile, ha ribadito dopo la vittoria, non è il cortile di casa di nessuno. Un messaggio rivolto a Trump, ma anche a un’America Latina che conosce bene il peso delle interferenze statunitensi nella propria storia. La giornata elettorale, tuttavia, è stata tutt’altro che tranquilla. Le forti piogge e i problemi del trasporto pubblico hanno ostacolato l’accesso ai seggi in diverse città, portando il Tribunal Superior Eleitoral ad autorizzare una proroga delle votazioni (prima volta nella storia).

Dopo la proclamazione dei risultati, Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la sconfitta, chiedendo l’annullamento delle elezioni e annunciando una battaglia legale. Un copione che il Brasile conosce fin troppo bene. L’8 gennaio 2023, migliaia di sostenitori di Jair Bolsonaro assaltarono le sedi delle principali istituzioni democratiche a Brasília, contestando il ritorno di Lula al potere. Non significa che la storia sia destinata a ripetersi ma dimostra quanto la delegittimazione del voto continui a occupare un posto centrale nella strategia politica del bolsonarismo. Perché Lula ha sconfitto due Bolsonaro, ma non ha sconfitto il bolsonarismo.

Quasi sessanta milioni di voti rappresentano una forza politica e sociale che sarebbe ingenuo sottovalutare. E il risultato delle elezioni legislative del primo turno rende il quadro ancora più complesso. Il Partido Liberal, la formazione della famiglia Bolsonaro, è diventato il primo partito alla Camera con 121 deputati, contro gli 88 della federazione guidata dal Partido dos Trabalhadores. Al Senato, il PL dispone di 28 seggi, mentre il PT ne conta appena dieci. Numeri che consegnano a Lula un Congresso a maggioranza conservatrice, nel quale ogni riforma richiederà negoziati, compromessi e alleanze con forze politiche spesso lontane dal programma del presidente. La sfida dei prossimi quattro anni sarà dunque governare un Paese nel quale la sinistra ha conquistato la presidenza, ma la destra conserva un enorme potere parlamentare. Una contraddizione che potrebbe condizionare le politiche sociali, ambientali ed economiche del nuovo mandato, oltre a esporre il governo a continue tensioni istituzionali.

Eppure, proprio in questo scenario, la vittoria di Lula assume un significato straordinario. Nel 2002, un ex operaio metallurgico, sindacalista, proveniente da una famiglia impoverita del Nordeste, arrivava alla presidenza di uno dei Paesi più disuguali del mondo. Ventiquattro anni dopo, quello stesso uomo continua a rappresentare un punto di riferimento per milioni di brasiliani.

Durante la campagna elettorale, Flávio Bolsonaro ha deriso la mano sinistra del presidente, mutilata dopo un incidente sul lavoro quando era ancora un giovane operaio. I sostenitori di Lula hanno trasformato quella stessa mano in un simbolo di resistenza. Un’immagine potente: il corpo di un lavoratore che porta i segni della fabbrica e che, contro ogni gerarchia sociale, è arrivato a esercitare il potere.

Non significa che Lula sia immune da critiche. I suoi governi hanno contribuito a ridurre la povertà e ad ampliare la protezione sociale, ma hanno anche dovuto confrontarsi con contraddizioni irrisolte, dal peso dell’agrobusiness ai conflitti ambientali e territoriali. La sua rielezione rappresenta comunque una vittoria importante per la sinistra latinoamericana, dopo una serie di sconfitte elettorali e in un continente nel quale le destre radicali cercano di consolidare la propria influenza anche attraverso l’alleanza con Washington.

Lula ha vinto ancora. Contro la famiglia Bolsonaro, contro i pronostici del primo turno e contro le pressioni di Trump. Ma la sfida più difficile comincia adesso: governare con un Congresso ostile, difendere la sovranità del Brasile e dimostrare che la democrazia può ancora migliorare concretamente la vita delle persone. Perché vincere le elezioni è una conquista. Trasformare quella vittoria in un futuro diverso per il Paese è la vera sfida politica.

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La notte in piazza degli Studenti serbi dopo la vittoria alle elezioni: “Siamo liberi. Non perdiamo questa occasione come dopo la caduta di Milosevic”

Il cielo sopra Belgrado è una cortina densa di fumo. Le venature di rosso sprigionate dai fumogeni illuminano a intermittenza migliaia di volti, tutti diversi ma con le stesse parole sulle labbra, slogan che raccontano di libertà e speranze. La notte serba del 25 ottobre si prospetta lunga, ma il suo buio è già carico della luce che sarà. E nelle strade della capitale, le celebrazioni per la vittoria degli studenti e per la fine dell’era Vučić hanno la potenza di un carnevale fortemente desiderato. “Oggi è una giornata bellissima. È il primo giorno di libertà per il nostro Paese, è il momento di lasciarci alle spalle un lungo periodo di repressione – dice una ragazza – Sono due anni che protestiamo, ci meritavamo questo risultato. La gente era stanca e sapevamo che in tanti avrebbero preferito dare una chance alla Lista Studentesca piuttosto che riconfermare il Partito Progressista. In fondo ci aspettavamo di vincere. Al contempo, mi sembra incredibile che sia successo per davvero”.

Quasi due anni fa, quando 16 persone morirono nel crollo della pensilina della stazione di Novi Sad e migliaia di giovani occuparono le strade con gli animi gonfi di rabbia e dolore, nessuno in effetti avrebbe scommesso che da quella energia sarebbe emersa una realtà politica in grado di mettere Vučić al tappeto. Ma, pur nell’incredulità generale, la svolta è avvenuta e la gente in Serbia l’ha salutata cantando a squarciagola e mostrandosi vicendevolemente il gesto delle tre dita (poiché 3 era il numero che sulle schede elettorali rappresentava la lista civica degli studenti).

Dopo 14 anni di potere incontrastato, ad apparire visibilmente scosso è stato lo stesso Aleksandar Vučić, che poco dopo le 21 ha ufficializzato davanti alle telecamere la sconfitta del suo partito, senza tralasciare accuse a diversi Paesi europei per aver sostenuto le proteste che hanno segnato l’inizio della sua fine. La sua pubblica denuncia di “bugie” verso attori non meglio specificati ha creato uno strano contrasto con quanto fatto emergere nelle stesse ore da CRTA, un’organizzazione indipendente che monitora la trasparenza delle elezioni e che ha segnalato irregolarità nel 29% dei seggi.

“Con tutti i soldi che il partito di Vučić deve aver speso per comprare come al solito voti e con tutti i tentativi che ha messo in atto per truccare queste elezioni, il fatto che la lista studentesca abbia comunque ottenuto ufficialmente il 52% dei voti dimostra che la giornata di oggi ha scritto la storia”, spiega un ragazzo che tiene in mano una bottiglia di champagne. Alle sue spalle, un fiume umano è impegnato a distruggere il cosiddetto Ćaciland, l’accampamento allestito nel 2025 dai sostenitori del Partito Progressista con l’esplicito obiettivo di contrastare le manifestazioni studentesche e i movimenti antigovernativi. “Non possiamo dire che cosa ci riservi il futuro, ma almeno abbiamo finalmente la sensazione che quel futuro sia tornato nelle nostre mani”.

A dimostrare l’importanza di questa tornata elettorale è anche e soprattutto il dato record sull’affluenza, che si è avvicinato al 70%. Per tutta la giornata, gli studenti hanno continuato in un’intensa opera di persuasione affinché i cittadini si recassero alle urne e non si lasciassero spaventare dalle lunghe code. “Se il vostro voto non avesse potere e se non avessero paura della vostra forza, non cercherebbero in tutti i modi di rubarlo o di metterlo a tacere”, avevano scritto in un messaggio fatto circolare in rete.

Tutti i numeri ora sembrano confermare non soltanto la vittoria elettorale ma anche quella morale di questo movimento fatto da giovani che hanno saputo trasformare un evento tragico in un’occasione di rivalsa. Questa nottata non avrà ripercussioni solo in Serbia, ma molto probabilmente toccherà gli equilibri in altri Paesi dei Balcani. Prima fra tutti la Bosnia-Erzegovina, il cui leader nazionalista serbo Milorad Dodik si ritrova da un giorno all’altro senza spalla a Belgrado. Ma anche in Albania, con i giovani attualmente impegnati a manifestare, qualcuno potrebbe pensare di prendere spunto. Tuttavia, mentre l’eco dei clacson tra le vie della Serbia si fa più flebile col passare delle ore notturne, viene già naturale chiedersi quanto il cambiamento che la nuova generazione promette sarà davvero realizzabile.

“Vučić ha trattato questo Paese come se fosse di sua proprietà, è un criminale di guerra che ha sostenuto il genocidio contro i musulmani di Bosnia-Erzegovina. Oggi possiamo dire che se ne sia finalmente andato, e questa per me è la vittoria più importante”, spiega la ricercatrice serba Snezana Stanković. “Ma la sensazione di nuovo inizio che viviamo oggi, l’avevamo vissuta anche il 5 ottobre del 2000, quando intense manifestazioni portarono alla caduta del regime di Slobodan Milošević e in molti sperarono che la Serbia potesse diventare un Paese democratico. All’epoca, tuttavia, chi prese il potere al suo posto non si dimostrò capace di governare decentemente, non riuscì a fare i conti con il passato degli anni Novanta. Tutti quegli sbagli crearono il terreno per la vittoria di Vučić. Mi auguro quindi che, 26 anni dopo, saremo in grado di non sprecare la seconda chance che ci è stata concessa”.

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Il Brasile si ribella agli Usa: Lula rieletto presidente, ma Bolsonaro vuole l’annullamento del voto. Gli esperti: “Ora l’America Latina ha una diga anti-egemonica”

Il Brasile non cede alle pressioni Usa e frena l’offensiva reazionaria in America Latina. Il presidente Luiz Inácio ‘Lula‘ Da Silva è stato rieletto con il 51,79% dei voti (64.256.232 in totale) mentre il senatore Flávio Bolsonaro, che risultava leggermente favorito nei sondaggi, si è fermato con il 48,21% (59.826.041 voti). Li separa poco più di un punto percentuale, cioè 4.430.191 voti. Lula, partito in svantaggio al primo turno, ha avuto la meglio nelle regioni del nordest del Paese – eccezion fatta per Roraima – con vittorie più marcate in Piauí e Bahia.

“Non esistono due Brasile. Siamo un unico Paese, un unico popolo, una grande nazione”, ha detto Lula dopo l’annuncio dei risultati, sottolineando: “Non interessa a nessuno vivere in un Paese diviso e sotto un permanente stato d’assedio“. Il presidente, eletto per la quarta volta all’età di 80 anni, chiama ad “abbassare le armi” ma, nello stesso tempo, denuncia l'”intromissione venuta dall’esterno” oltre alla “fabbrica di disinformazione” scatenata contro la sua candidatura.

Bolsonaro come Jair

Bolsonaro però non riconosce il risultato e punta all’annullamento del voto su via giudiziaria, seguendo lo schema attuato nel 2022 dal padre Jair (sfociato mesi dopo nell’assalto al Congresso). “Quanto accaduto oggi non è normale”, lamenta il senatore del Partito liberale, che ritiene “impossibile riconoscere le elezioni a queste condizioni” e chiederà quindi “l’annullamento del voto”. Il bersaglio resta il Tribunale supremo elettorale, che su richiesta di entrambi i candidatiha esteso l’orario del voto dalle 17 alle 19 in diversi seggi causa blackout, temporali e assenza di trasporti che avrebbero impedito il voto a numerosi elettori nei seggi di São Paulo, Minas Gerais, Río de Janeiro e altri. Il senatore parla di trattamento diseguale e regole truccate “arbitrariamente”. “Non saprò mai – dice – quanti voti avrei potuto prendere negli stati in cui i seggi sono stati riaperti”. In seguito, il Tribunale supremo elettorale, attraverso il giudice Cristiano Zanin, ha chiarito che la misura ha riguardato i “seggi ancora in funzione” e che “nessun’urna chiusa è stata riaperta”. “Occorreva preservare il diritto al voto di tutti”, ha osservato.

Trump insinua brogli ma gli alleati regionali non lo seguono

Interviene anche il presidente Usa Donald Trump, che denuncia presunte irregolarità mediante l’applicazione del “manuale di Joe Biden” in Brasile. “Bolsonaro aveva un grande vantaggio al primo turno – ha osservato Trump – ed era chiaramente favorito per vincere al secondo. Ma i comunisti non mollano il potere una volta che ce l’hanno”. Tuttavia alcuni alleati di Trump, come i presidenti José Antonio Kast (Cile) e Keiko Fujimori (Perù), hanno riconosciuto apertamente la vittoria di Lula alla parti degli altri governi della regione. Esulta anche il leader cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che parla di “vittoria storica” e assicura: “Può il Brasile contare su Cuba nella costruzione di una Patria grande”.

Una diga anti-egemonica

Fonti del Partito dei lavoratori consultate da ilfattoquotidiano.it affermano che, con la vittoria di Lula, il Brasile si afferma come una “diga anti-reazionaria” nella regione. Lo affermano anche analisti politici come Talya Iscan ed Estefanía Veloz, che parlano di “un respiro strategico per i governi progressisti della regione”, come il Messico, e del “consolidamento di un blocco di Paesi che non intende delegare la tutela della sicurezza regionale agli Stati Uniti”. Nei media dell’America Latina si parla anche della “possibilità di battere l’ultradestra” alle urne dopo sette elezioni consecutive vinte dai candidati pro Trump. “Dovrà sedersi a tu per tu con Lula”, ipotizza l’analista in Relazioni internazionali Valeria Silva, mettendo in discussione l’efficacia dei dazi Usa sui prodotti brasiliani in materia di manifattura e beni di consumo (25,5%) e metalli pesanti, acciaio e alluminio (50%) e altre misure coercitive già strumentalizzate da Bolsonaro in campagna elettorale.

Il dibattito negli Usa

Il risultato entra a pieno titolo nel dibattito Usa, dove da alcune settimane si discute sull’impatto dei dazi e di altre misure che spingono il Brasile verso una più stretta alleanza con Cina. Già lo scorso 28 settembre senatori Dem Jeanne Shaheen, Tim Kaine e Peter Welch denunciavano – in una lettera rivolta al segretario di Stato Usa Marco Rubio – la crescente “pressione diplomatica, economica e politica per indebolire le istituzioni democratiche del Brasile in vista dell’elezione presidenziale”. I senatori esortavano l’amministrazione Trump a “riconoscere il risultato” rilasciato dalle urne e “mantenere relazioni diplomatiche con qualsiasi candidato eletto libera e giustamente dal popolo brasiliano”. Monito da prendere sul serio una volta saltato il business plan del mondo Maga nel Paese sudamericano, dal fondo Rockbridge Network (ora sotto inchiesta in Brasile) legato a JD Vance e che puntava a creare un giro di 100 miliardi di dollari nel Paese sudamericano alle terre rare di Serra Verde (Goias) dal valore di 2,8 miliardi di dollari su cui Pechino è già avanti. Respira anche l’Amazzonia, almeno per altri quattro anni.

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