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Israele, partiti arabi pronti a sostenere Eisenkot
Elonville, la città che Musk vuole comprare per i suoi data center dell’intelligenza artificiale
Elon Musk vuole acquistare una città in Mississippi: si chiama Southaven, ospita una centrale elettrica fondamentale per alimentare i data center della sua intelligenza artificiale, e da alcuni media americani è stata già ribattezzata “Elonville“. Il piano del miliardario prevede l’acquisto di 418 case a un prezzo di mercato di 180.000 dollari; come parte della compravendita è previsto anche un accordo con i proprietari in cui rinunciano a partecipare a una causa legale contro l’azienda. Diciotto proprietari avrebbero già accettato.
La proposta indecente di Musk agli abitanti di questo piccolo centro è: vendetemi le vostre case e trasferitevi altrove. E non è neanche una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Pare, infatti, che il miliardario non voglia andare oltre il prezzo di mercato, 180.000 dollari. Secondo quanto riferito dal sindaco della città, le case serviranno ad accogliere il personale di xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk confluita in SpaceX a febbraio che sta vivendo una fase di espansione rapidissima nell’area.
Negli ultimi due anni, infatti, l’azienda ha realizzato tre data center tra Southaven e la vicina Memphis, in Tennessee. Ed è lì che Musk trascorre almeno tre notti a settimana, dormendo in un caravan, nemmeno di super lusso, per supervisionare direttamente il progetto. D’altra parte Musk ha investito circa mezzo miliardo di dollari per sostenere l’elezione di candidati repubblicani negli ultimi due cicli elettorali e il suo fervore per i data center è condiviso da Donald Trump e dalla sua amministrazione.
Non si può invece dire che i residenti di Southaven siano entusiasti. Per quanto alcuni abitanti siano propensi ad accettare l’offerta dell’uomo più ricco del mondo e lasciare la città, altri intendono dare battaglia. A giugno tre residenti della zona, esasperati dal frastuono causato dai lavori di espansione dell’impianto di xAI, hanno intentato una causa, lamentando “rumori costanti, vibrazioni e altri disagi” a causa delle turbine a gas necessarie per l’alimentazione.
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La Fed mantiene i tassi invariati al 3,75%–4%, in linea con le stime
Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale
Il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, questa volta, ha un prezzo: fuori gli estremisti dal prossimo governo. Così, però, col premier uscente che ha già escluso qualsiasi possibile alleanza con la folta rappresentanza dei partiti arabi, che a scrutinio ancora in corso pesa tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset, l’unica alternativa di rimanere in carica per il primo ministro è quella di farsi accettare dal gruppone d’opposizione del Change Bloc nato, però, con uno scopo preciso: cacciare Benjamin Netanyahu dal governo.
A riportare la posizione del presidente americano, mai espressa pubblicamente, è stato il portale Ynet che cita fonti vicine al capo della Casa Bianca. Secondo queste fonti, Trump non vuole che del prossimo esecutivo faccia parte di nuovo Itamar Ben-Gvir, volto più estremo della destra israeliana, colui che ha spinto Netanyahu, con la minaccia della crisi di governo, a supportare le politiche più radicali. La presenza del leader di Otzma Yehudit in un futuro governo “non è un’opzione”, dicono le fonti, e probabilmente nemmeno quella del leader di Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich.
Sottolineando i propri meriti a scrutini ancora in corso, Trump starebbe quindi ricordando al premier israeliano i termini del loro accordo. Un accordo che ha come tema centrale ovviamente la guerra all’Iran. Un conflitto che il leader di Tel Aviv vuole riprendere il prima possibile, mentre a Washington si cerca una via d’uscita che porti a una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e un conseguente ribilanciamento dei prezzi del petrolio. Secondo Ynet, i due leader hanno già stabilito la timeline: pieno impegno da parte di entrambi i governi durante il primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, cercando di porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio 2026. Durante il secondo anno si svilupperanno gli sforzi per portare avanti gli Accordi di Abramo, sui quali il presidente americano punta.
Ed è partendo da questo punto che si devono analizzare le possibili vie d’uscita per Netanyahu, sempre che non voglia andare allo scontro col suo principale alleato. Un’alleanza con i partiti arabi, come anche lui ha garantito, è totalmente da escludere. Se così stanno le cose, il premier uscente per poter governare dovrebbe trovare alleati altrove. Una delle strade percorribili è quella di cercare di dividere l’opposizione andando a stuzzicare le ambizioni degli esponenti di estrema destra che ne fanno parte. Tra questi, il profilo più interessante è quello dell’ultranazionalista sostenitore delle colonie, Avigdor Lieberman. I seggi del leader di Israel Beitenu potrebbero bastare per ottenere la maggioranza assoluta di 61 che consente di governare alla Knesset. Ma questo non rispetterebbe il diktat imposto da Trump: fuori Ben-Gvir (e Smotrich?) dall’esecutivo. Per soddisfare questa richiesta, la strada davanti a Netanyahu rimane una sola: convincere l’opposizione che un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich, sia la soluzione migliore per loro e per il Paese.
Ne è convinto anche il presidente Isaac Herzog che, secondo Channel 11, convocherà a breve i leader dei due schieramenti per convincerli a impegnarsi in questo percorso. Difficile però far digerire alle opposizioni un nuovo premierato con alla guida Netanyahu. Lo stesso vale per diversi Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che hanno chiarito a Trump che non perseguiranno la normalizzazione delle relazioni con Israele finché Bibi rimarrà primo ministro. Trump, però, potrebbe avere la soluzione da proporre: un governo di unità nazionale con una rotazione per la carica di premier.
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Il guasto del sistema di sicurezza e gli errori della sala di controllo: i 17 minuti del disastro ferroviario in Spagna
Un errore umano, mentre il sistema di segnalamento computerizzato era finito in tilt. È questa la pista, ormai consolidata, seguita da investigatori e autorità per spiegare il secondo grave incidente ferroviario che ha colpito la Spagna. Lo scontro lungo la linea Alta velocità nei pressi di Urda, vicino a Toledo, è arrivato in un momento in cui le strutture elettroniche che accompagnano in convogli, capaci anche di fermarli in caso di anomalie lungo la tratta, erano andate in tilt. Tant’è che a indirizzare i loro spostamenti erano direttamente i dipendenti di Adif addetti al centro di controllo del traffico di Atocha.
L’arco temporale in cui si è generato il disastro è durato 17 minuti. Tutto inizia alle 8.30. In quel momento il sistema informatico LZB, che controlla rete spagnola dell’Alta velocità, smette di funzionare. Alcuni treni si arrestano sulla linea. La sala di controllo, a quel punto, prende il comando gestendo manualmente il tutto: si tratta di decisioni cruciali, che solitamente prevedono l’ordine di viaggiare al massimo a 40 km/h, la cosiddetta “marcia a vista”.
Sei minuti dopo, secondo quanto hanno spiegato le autorità spagnole, il controllore – che aveva accanto un collega e un supervisore – dà il via libera ad alcuni treni affinché riprendano a viaggiare “normalmente”, non imponendo il limite di velocità. In quell’istante, inizia la tragedia. Il treno di Renfe si trova a 25 chilometri dall’Iryo, fermo sui binari come da notifica inviata. In diciassette minuti copre quella distanza, mentre il convoglio tamponato continua a stazionare nello stesso punto con un semaforo rosso davanti.
Così il Renfe arriva sul lungo del tamponamento a una velocità ancora sconosciuta ma che in quel tratto può essere anche di 200 chilometri orari. Eppure, viene spiegato, la sala di controllo avrebbe comunque dovuto vedere l’Iryo fermo sui binari, motivo per il quale resta al momento “inspiegabile” il via libera concesso al Renfe e il buco temporale durante il quale nessuno si è accorto di quanto stava per avvenire.
“La decisione di riprendere il traffico, senza che il sistema sia stato ripristinato, spetta alla centrale operativa ed è stata la centrale operativa, tramite i suoi operatori, in circostanze che, dal nostro punto di vista, sono inspiegabili”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti spagnolo Oscar Puente. Il tilt del sistema automatizzato quindis si è mescolato con l’errore umano provocando un raro tamponamento: questo tipo di incidenti, infatti, è uno dei meno frequenti proprio grazie ai sistemi di sicurezza installati sui binari che arrivano anche a imporre una frenata automatica in caso di ostacolo. In questo caso, però, erano fuori uso e il comando errato della sala di controllo ha reso inevitabile l’impatto.
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Regno Unito, la manovra Burnham raddoppia al 6% la tassa aggiuntiva sugli utili bancari

Ha 16 anni e ha inventato un prototipo che spegne le fiamme con il suono: studentessa messicana vince una fiera internazionale di scienza
È la scoperta di una sedicenne messicana ad aver vinto l’International Science and Invention Fair, che si è tenuto quest’anno in Indonesia. A essere premiato tra i 110 progetti in concorso provenienti da 25 diversi paesi è stato quello presentato dalla studentessa Ángela Karime Hernández Venegas, che frequenta il liceo CETis 78 di Altamira, nello stato messicano di Tamaulipas.
Il progetto che ha ottenuto il primo premio, oltre che il riconoscimento dell’IYSA Semi Grand Award, presenta un prototipo in grado di spegnere un incendio tramite il suono. Si tratta del “Vortex Tech”, che utilizza onde sonore a bassa frequenza per disturbare l’ambiente di combustione di una fiamma senza l’impiego di acqua, schiuma o polveri chimiche.
Al momento, però, Vortex Tech è solamente un prototipo sperimentale realizzato da studenti: il premio assegnatogli al concorso non attesta la conformità agli standard professionali di protezione antincendio. Vortex Tech non ha ancora ottenuto la certificazione commerciale come estintore.
La sua efficacia dipende dalle dimensioni della fiamma, dal tipo di combustibile, dalla distanza dal dispositivo, dall’intensità acustica e dal flusso d’aria circostante, tutti aspetti riguardo ai quali i dati al momento forniti per “Vortex Tech” non attestano le sue prestazioni in ogni eventualità.
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La scommessa vinta dei partiti arabi: i palestinesi israeliani li hanno votati in massa. E ora hanno la chance di contare
Sono forse gli unici a poter rivendicare un ottimo risultato alle elezioni del 27 ottobre, avendo moltiplicato voti e seggi. Hanno vinto la scommessa di portare la comunità dei palestinesi cittadini di Israele con diritto di voto alle urne in massa, superando un’affluenza dell’80% e rompendo con la tradizione di sfiducia e astensionismo propria di questa comunità, che sente tutto il peso della discriminazione da parte delle autorità “ebraiche” dello Stato. Le due “liste arabe” Joint List e Ra’am saranno nelle prossime settimane i protagonisti delle trattative per la formazione di un governo a Gerusalemme, dopo il risultato complesso emerso dalle elezioni politiche israeliane. Il loro popolo di riferimento gli ha dato un mandato chiaro, ma non carta bianca. Finora l’astensionismo era motivato anche dalla scarsa fiducia nel fatto che i partiti rappresentativi della comunità araba potessero davvero incidere nelle istituzioni israeliane e sulla politica del Paese, dopo decenni di discriminazioni e condizioni di vita peggiorate. E stavolta, dovranno provare ai palestinesi che sono in grado di realizzare un vero cambiamento.
Joint List (Lista comune). È un’alleanza elettorale tra Hadash, fronte della sinistra comunista ebraico-araba, Ta’al, il Movimento arabo per il rinnovamento di Ahmad Tibi, e Balad, formazione nazionalista palestinese e laica. L’unione è nata nel 2015, e all’inizio comprendeva anche Ra’am, poi si è sciolta e si è ricostituita per le elezioni del 27 ottobre non senza fatica e senza la partecipazione di Ra’am. Il capolista attuale della lista è Yousef Jabareen, docente universitario ed esperto di diritti umani; gli altri principali riferimenti sono Tibi, figura storica della rappresentanza parlamentare araba, e Sami Abu Shehadeh, presidente di Balad, che rimasto alla guida del partito anche se si è ritirato dalle liste elettorali a inizio ottobre, dopo che la destra ha presentato una petizione per la sua esclusione, motivandola con le tesi sostenute in un articolo in cui parlava del 7 ottobre e suggeriva di vederlo nel contesto dell’oppressione dei palestinesi di Gaza da parte dello Stato di Israele. Uno degli esponenti più visibili all’estero di Hadash è il deputato ebreo Ofer Cassif, di cui pure la destra ha chiesto l’esclusione dalla Knesset varie volte, per aver definito in discorsi pubblici la guerra a Gaza “un genocidio”.
La Joint List è forte soprattutto nell’antica Galilea, nel triangolo dei villaggi palestinesi, musulmani e cristiani, del centro-nord di Israele. Ma l’alleanza cerca anche il voto degli ebrei contrari all’occupazione in West Bank e alla discriminazione dei palestinesi. Più attivo in questo senso è soprattutto il corno di Hadash, che insiste su giustizia sociale, diritti dei lavoratori e cooperazione ebraico-araba. Ta’al coniuga rivendicazioni nazionali palestinesi e ha legami con la sinistra palestinese storica anche in West Bank. Balad ha una piattaforma di massima che chiede uno “Stato di tutti i suoi cittadini”, contestando il primato costituzionale dell’identità ebraica di Isrele. Il terreno comune comprende uguaglianza civile, autodeterminazione palestinese, opposizione all’occupazione e alla guerra a Gaza. La Joint List non vuole separare il miglioramento delle condizioni degli arabi israeliani dalla questione palestinese. Per questo l’ingresso in un governo guidato dai partiti sionisti resta molto difficile. È invece possibile un sostegno parlamentare esterno a una coalizione anti-Netanyahu. Jabareen ha dichiarato di essere disponibile a offrire una “rete di sicurezza”, cioè un appoggio esterno, a un governo alternativo imperniato sul blocco di Gadi Eisenkot, ma subordinandola a impegni politici concreti che nono sono stati ancora negoziati.
Ra’am, o Lista araba unita. Si tratta invece una formazione di matrice islamista, socialmente conservatrice, storicamente nata come braccio politico del ramo meridionale del Movimento islamico israeliano legato ai Fratelli musulmani. Questo è stato un elemento centrale nella campagna della destra, che accusa Abbas di sostenere in fondo Hamas. In realtà, il leader di Ra’am Mansour Abbas, un ex dentista e imam di 52 anni, ha portato il partito alla svolta che nel 2021 lo portò a uscire dalla Joint List e dentro la maggioranza “sioniosta” guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Ra’am è stato finora il primo e unico partito arabo indipendente a partecipare a una coalizione di governo israeliana. Abbas ha posizione pragmatiche e moderate, conservatrici sul piano dei diritti civili. A dispetto della accuse di Netanyahu e soci, non nega l’autodeterminazione degli ebrei nello Stato di Israele e, a differenza della Joint List, non ha un progetto di “fusione” della Cisgiordania e di Israele in unico Stato federale. Il radicamento di Ra’am è soprattutto nelle comunità musulmane, in particolare nella provincia desertica del Negev, tra i beduini. Lì il movimento ha costruito reti religiose, assistenziali e di rappresentanza locale. Sono quindi centrali il riconoscimento dei villaggi beduini, la casa, le infrastrutture, i servizi e i finanziamenti ai comuni arabi, insieme alla lotta alla criminalità organizzata. Rispetto alla Joint List, Abbas privilegia la contrattazione per ottenere risultati immediati: Ra’am sostiene lo Stato palestinese e la fine dell’occupazione, ma non ne fa la condizione preliminare di ogni collaborazione con i partiti ebraici. Alle ultime elezioni del 2026 l’apertura si è tradotta nell’inserimento in lista di Yoav Segalovitz, ebreo, ex esponente di Yesh Atid ed ex alto funzionario di polizia, valorizzato per il suo lavoro contro la criminalità nelle comunità arabe. Ra’am è quindi disponibile a entrare direttamente in una coalizione con partiti di centro, sinistra o destra moderata, e infatti Mansour Abbas ha dichiarato di essere stato “contattato” da Gadi Eisenkot e da altri leader. In campagna elettorale Abbas escludeva di fare un governo con Netanyahu, nonostante diversi analisti considerano possibile un accordo, sempre all’insegna del pragmatismo e solo nel caso di un governo di “unità nazionale” che tenga fuori i partiti della destra estremista e anti-islamica. La disponibilità di Ra’am si scontra però con le resistenze di diversi esponenti dei partiti ebraici anti-Netanyahu, che continuano a respingere una coalizione formalmente dipendente dai partiti arabi.
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Nave da crociera sospende il giro del mondo: carburante troppo caro

Spagna, le prime immagini dopo lo scontro: la zona del disastro, i treni schiacciati, i vagoni precipitati
La Guardia Civil spagnola ha diffuso le prime immagini dall’alto del luogo in cui è avvenuto il violentissimo scontro tra un treno Renfe e un Iryo al chilometro 118, tra le città di Mora, Orgaz e Urda (Toledo), poco dopo le 9:00 del mattino. Incidente che ha causato decine di morti, oltre 150 feriti (di cui cinque molto gravi) e almeno quattro vagoni precipitati nella scarpata.
Secondo fonti tecniche consultate da ilfattoquotidiano.it presenti sul posto, il treno Iryo (FS International) era fermo a un segnale vicino alla stazione di Toledo, su indicazioni di Adif, per degradazione del sistema di segnalamento. Il gestore (Adif) stava dando le prescrizioni a tutti di andare a 40 km/h proprio per il problema sul sistema di segnalamento. A un certo punto il treno Ave di Renfe è arrivato e ha provocato l’uscita dai binari: la pista privilegiata è un errore umano di un membro di Adif che – fornendo istruzioni ai treni – non ha calcolato che in quel tratto c’era ancora fermo un treno, come da istruzioni della stessa Adif. Le carrozze precipitate sono del treno Iryo. Il governo ha cancellato la propria agenda prevista per oggi.
Credit video: pagina X @guardiacivil
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Da dove vengono e che cosa ci raccontano le disquisizioni ‘omoerotiche’ di Trump?
“Ass”, vocabolo inglese che, senza possibilità di eufemistiche varianti, corrisponde all’italiano “culo”, è, da sempre, tra i più frequentemente usati da quel grande ed elegante maestro di forbitissima retorica che risponde al nome di Donald J. Trump, quarantacinquesimo e quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Con però significati che, nel corso del tempo – e con particolare intensità negli ultimi mesi – sono andati trasfigurandosi in direzioni da molti giudicate sorprendenti.
Culo era e, ovviamente, culo rimane. Ma se in un non lontano passato questo termine era stato da Trump prevalentemente usato, nelle più diverse circostanze, come alato ed evocatorio simbolo di assoluta sottomissione al sovrano – molti ricorderanno il celebre “J.D. Vance mi ha baciato il culo per avere il mio appoggio” con cui, nell’ottobre del 2022, Trump pubblicamente umiliò il suo attuale vicepresidente – in tempi recenti e recentissimi la parola “ass” ha progressivamente assunto, nella retorica trumpiana, tonalità erotiche o, più correttamente omoerotiche, che hanno in più d’una circostanza sollevato (e non solo con satiriche intenzioni) dubbi sul reale orientamento sessuale dell’attuale presidente degli Stati Uniti.
È Donald J. Trump un “closet gay”, un omosessuale che ha fin qui nascosto, per conformismo, opportunismo o paura, il suo autentico io erotico, ora da lui rivelato, non per scelta, ma per senile smemoratezza, nei suoi sempre più squinternati comizi elettorali?
Per rispondere a questa domanda occorre, com’è ovvio, partire dai fatti. L’ultimo dei quali ha avuto per teatro la Northern Kentucky University, luogo da Trump prescelto, martedì scorso, per uno dei suoi molti “rallies” a sostengo di candidati repubblicani in corsa per le ormai imminentissime elezioni di metà mandato. È stato qui che, per misteriose ragioni – o, forse, perché davvero trascinato dalla passione e da una libido fin qui da lui tenuta nascosta – Trump s’è abbandonato ad una prolungata e molto sensuale esaltazione della fisica e molto virile bellezza di Jon Husted, l’ex campione di football americano che, nel confinante Ohio, è stato dal Partito Repubblicano (vale a dire dal medesimo Trump) prescelto per occupare il seggio senatoriale che fu proprio di J.D. Vance (sì, sempre lui, l’attuale vicepresidente, quello che, a suo tempo di Trump baciò il posteriore).
“Ho esaminato il suo culo” ha detto Trump, precisando come a quell’esame fosse stato sospinto – a dispetto del fatto che, di norma, lui non sia aduso esaminar posteriori maschili – dalla straordinaria, marmorea bellezza di quell’esemplare che, da lui toccato, è poi risultato (“It was like steel”) esser duro come l’acciaio. Duro al punto, ha precisato il presidente Usa, che ancor oggi gli duole la mano con la quale a suo tempo lo palpeggiò. Duro e ammirevole come, del resto, ammirevoli erano al suo esame risultate le sue larghe spalle, i suoi piedi e, per concludere in bellezza, la perfetta “linea mascellare” che marca il suo virilissimo viso.
Tutti fisici dettagli, questi, da Trump esaminati in successione. E tutti da lui rappresentati come splendidi esempi d’una esuberante, aggressiva e intimidatoria forza virile. Un vero maschiaccio, questo Husted. Bello, forte e all’occasione pronto, come ben s’addice ad ogni maschiaccio, a menar le mani. “Non auguro a nessuno – ha detto Trump con crescente e lasciva ammirazione – d’affrontarlo in una rissa da bar”.
Della virile beltà di Jon Husted, Trump aveva già a lungo disquisito – seppur senza dirette menzioni del suo deretano – una settimana prima a Youngstown, in Ohio. E la cosa già allora aveva riacceso la memoria d’un altro non lontano episodio di trumpiano omoerotismo. Quello accaduto due anni fa, nel bel mezzo dell’ultima campagna presidenziale nella Pennsylvania occidentale. Più precisamente nella cittadina di Latrobe, luogo di nascita d’un grande campione di golf, Arnold Palmer, morto nel 2016, a 87 anni di età, e popolare al punto che proprio a lui è oggi dedicato l’aeroporto dove il comizio di Trump si è svolto.
Per ben 12 minuti filati, in quell’occasione, Trump s’era dilungato – suscitando l’ovvia indignazione degli eredi di Palmer – nella descrizione delle più intime e (è appena il caso d’aggiungere) virili parti corporee del grande campione. In particolare, soffermandosi sulla stupefatta, estatica ammirazione con la quale, ai tempi, i suoi compagni di gioco lo osservavano mentre, in adamitica versione, si trovava sotto doccia.
Fu quella, per tutti, un’esperienza indimenticabile, aveva, allora, detto e ripetuto Trump. “They came out of there, they said, ‘Oh, my god, that’s unbelievable”. Tutti uscivano (dalla doccia) ed esclamavano: Dio mio è incredibile. “I must tell you”, ve lo devo dire, aveva sostenuto Trump durante quei 12 esaltati ed esaltanti minuti, “This is a guy that was all man”, Palmer era, considerate le straordinarie dimensioni delle sue parti intime, un uomo a tutto tondo, il massimo della virilità. E anche, calcolando in centimetri, qualcosa di più del massimo.
Questi i fatti. Questo è quel che Trump ha detto e continua a dire mentre va approssimandosi l’appuntamento di un “midterm” che potrebbe, per lui, trasformarsi in una sorta (Napoleone ci perdoni) di Waterloo politica. Sono, le cose che Trump dice, una involontaria, ma inequivocabile confessione? È davvero Donald Trump – tornando alla domanda iniziale – un “closet gay”? L’unica risposta possibile è: magari.
Magari Donald Trump fosse soltanto un omosessuale in clandestinità. Il vero problema – l’unico che davvero conti – è che, quali che siano gli orientamenti sessuali che le ispirano – le parole di Donald Trump trumpianamente riflettono (ovvero, riflettono nel più sgangherato dei modi) un’idea di maschile bellezza e di forza virile che viene da lontano (dalla notte dei tempi verrebbe da dire) e che nella storia già ha lasciato inequivocabili tracce.
L’uomo maschio che Trump va descrivendo è lo stesso che, nel nome d’un ritrovato “warrior ethos”, spirito guerriero – misurato non solo in centimetri, ma anche in livelli di testosterone e di incondizionata aggressività bellica – va a piè sospinto predicando il tatuatissimo e molto impomatato “Secretary of War”, segretario alla guerra, Pete Hegseth. E il “guerriero” osannato da Hegseth non è, a conti fatti, che una riproposizione dell’ideale di maschia virilità, purezza etnica, nazionalistico ardore e indistruttibile fedeltà al grande capo che – in tempi la cui sinistra eco ancora va risuonando – alimentarono il fascismo e il nazismo.
Il marmoreo posteriore “duro come l’acciaio” che tanto erotico entusiasmo va suscitando nel Donald Trump di questi suoi ultimi comizi, non è che una tutto sommato insignificante accentuazione anatomica delle sculture con cui, lungo la linea tracciata dal “Mein Kampf” di Adolf Hitler, Arno Breker negli anni ’30, illustrò i fisici ed ariani lineamenti del perfetto nazista. (Tutto da leggere è, per chi voglia approfondire, The Image of Man di George L. Mosse, con particolare attenzione al capitolo 8, dedicato, per l’appunto, alla nascita dell'”uomo fascista”).
Volendo, invece, risalire a più dirette e italicissime fonti si può dare un’occhiata al Manifesto del Futurismo di quel Filippo Tommaso Marinetti, che del sunnominato uomo fascista fu, già nel 1909, profetico precursore, in una frenetica esaltazione della forza e di una modernità fatta di crescente velocità, audacia, sopraffazione, violenza, morte. E di guerra, tanta guerra. Una guerra che Marinetti notoriamente definì la “igiene del mondo”.
C’è del resto, in questi ultimi sproloqui omoerotici di Trump, un dettaglio che direttamente ci riporta a precedenti, chiamiamoli così, italico-littori. Ed è il punto in cui, giusto a conclusione della sua anatomica rassegna della bellezza di Jon Husted, Trump si sofferma sulla perfezione della sua “linea mascellare”. Pressoché impossibile, a questo punto, diventa, infatti, non rievocare, il mito fascista della “mascella volitiva” di Benito Mussolini, diventata – nei filmati dell’Istituto Luce ed in una molto stilizzata rappresentazione scultorea (vedi “Il profilo continuo del Duce” di Renato Bertelli”) un archetipo di mascolinità “granitica”, di fermezza instancabile e di aggressiva determinazione che – in un ideale ritorno alla gloria della Roma imperiale e rappresentata in murales, medaglioni ed onnipresenti busti bronzei o marmorei – si poneva in totale contrapposizione all’immagine allora stereotipata del politico liberale, descritto dal regime come esile, debole e logorroico.
Non di solo culo, dunque, si alimenta la mascolinità trumpiana. E dietro le sue disquisizioni omoerotiche c’è, in realtà, molto di più – e di molto, molto peggio – che l’ipocrisia d’una omosessualità negata.
Che Trump sia o non sia gay poco importa. Quello che conta è che, ogni giorno di più, Trump è un pericolo per il mondo, il lato tragicomico d’un ritorno alle tenebre, il culo e, al tempo stesso, la mascella volitiva di quel che fu. E che potrebbe tornare ad essere. Anzi, che già è tornato e, ogni giorno, vive tra noi.
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Frontex, più uomini e forza di intervento rapida. Deportazioni da Paesi non Ue
Piano Ue di resilienza, parametri armonizzati sul riscaldamento climatico

Bolsonaro Jr fuggito in Usa, il “piano B” era già pronto: “Abbattere Lula dall’esterno in caso di sconfitta alle urne”
Apparati di intelligence e Polizia federale brasiliana prevedevano un “rischio di fuga molto alto” da parte dell’ex candidato Flávio Bolsonaro – atterrato in Florida, insieme alla famiglia, nella notte di martedì – in caso di sconfitta alle urne. Bolsonaro Jr. affronta almeno quattro indagini in Brasile: evasione fiscale e riciclaggio attraverso scommesse online i cui fondi finivano in conti offshore legati ad Alcazar Holding; distrazione di fondi, frode e corruzione per i 24 milioni di dollari ottenuti dal banchiere Daniel Vorcaro, utili a finanziare il docufilm “Dark Horse” dedicato al padre; finanziamento irregolare e ingerenze esterne nella campagna presidenziale attraverso la rete Rockbridge Network (legata a J.D. Vance) e altre organizzazioni Usa. Di qui il divieto di espatrio imposto dal magistrato della Corte suprema, Alexandre Moraes imponeva la consegna, nell’arco di 24 ore, di tutti i documenti di viaggio. Il provvedimento includeva anche il passaporto italiano (è cittadino italiano 2023, per via dello Ius sanguinis), rimasto l’unico mezzo di mobilità internazionale dopo la cancellazione di quello brasiliano su ordine della Polizia federale.
Il fattore Eduardo. Il “Piano B” era stato preparato in anticipo da Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, che lo ha ricevuto negli Stati Uniti: i visti erano già pronti grazie alla sua interlocuzione con il segretario di Stato Usa Marco Rubio, così come il jet Gulfstream G400 che lo attendeva a Puerto Iguazù, territorio argentino, dove sarebbe arrivato passando da Foz do Iguaçu, area di confine priva di controlli doganali ordinari. Già alla vigilia delle elezioni, Eduardo Bolsonaro – anche lui in fuga dalla giustizia brasiliana, condannato a quattro anni e due mesi per coercizione durante un procedimento giudiziario, e negli Stati Uniti dal marzo 2025 – aveva anticipato: “Se mio fratello (Flávio, ndr) non vince, sono a favore del fatto che lasci il Paese. Lo dico con certezza”. Dagli Stati Uniti, Eduardo Bolsonaro si presenta come vittima di “persecuzione politica”, dice che il Brasile è sotto una “dittatura giudiziaria”, là dove la magistratura “ricorre alle condanne per ostacolare la destra”. È stato lui l’artefice del “Tariffaço”, cioè l’insieme di sanzioni economiche e dazi doganali – ancora in vigore – imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni brasiliane in ritorsione contro la “caccia di streghe” su Jair Bolsonaro, che Donald Trump ha ritenuto “arbitraria”, e presunte “censure segrete e illegali” contro le Big Tech.
La (nuova) manovra eversiva. Il sostegno di Trump alla famiglia Bolsonaro resta intatto. Interpellato dai media Usa sull’arrivo di Flávio, il Tycoon ha assicurato: “Per me, tutto bene”. Trump ha ribadito che “le elezioni sono state molto strane” e “le sono sembrate terribili”. “Guardate cos’è successo ai mercati”, ha rilanciato in riferimento al crollo dell’indice Ivovespa (-16% circa) e delle azioni di PetroBras a seguito della pubblicazione dei risultati.
Fonti repubblicane della Florida, legate anche alla diaspora brasiliana in Usa, sostengono che i fratelli Bolsonaro puntino alla costruzione di “un’opposizione in esilio”, pronta a denunciare il Brasile come un “regime ibrido” e “non democratico” che “cerca legittimità attraverso le elezioni”, ma “reprime il dissenso”. E c’è chi parla addirittura di una “governance ombra” esercitata dall’esterno, seguendo lo schema già applicato dall’ex deputato venezuelano Juan Guaidó, che dall’esterno – e con l’aiuto di Washington e alleati – puntava a rovesciare l’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro. È prevista anche un’apparizione pubblica in cui i due fratelli parleranno ai media, fornendo indicazioni precise alle opposizioni del proprio Paese. Secondo la testata brasiliana Jovem Pan, il piano è ora nelle mani di Marco Rubio, a cui “non è andato giù il risultato” in Brasile.
Moraes, il primo nella lista. Tra i primi bersagli dell’asse Rubio-Bolsonaro c’è la Corte suprema brasiliana. Da molto tempo, il clan Bolsonaro accusa i magistrati di essere i “veri distruttori della democrazia”, coniando anche il termine “Alexandrismo” per insinuare il carattere dispotico del magistrato Alexandre Moraes, già oggetto di sanzioni mirate Usa a causa della condanna di Jair Bolsonaro. E tra banchi del Partito liberale torna con forza la voce dell’Impeachment contro Moraes, ma non ci sono i numeri in Camera e Senato. Anche Rubio è più volte intervenuto contro Moraes, accusandolo di aver “creato un complesso di persecuzione e censura” che “si estende oltre i confini del Brasile per colpire i cittadini americani”. E sullo sfondo dell’alleanza non c’è solo l’ideologia, ma una “Prosperity partnership” da salvare – così si intitola memorandum 22 pagine redatto da André Marinho, ponte brasiliano con Rockbridge Network – basata sulla fornitura di terre rare, anche in difesa degli interessi Usa in materia di difesa e IA, la rottura dell’alleanza Pechino-Brasilia e il riallineamento nell’orbita di Washington.
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Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi
Il conteggio del voto reale delle elezioni del 27 ottobre in Israele ha sgonfiato in parte le speranze dei partiti ebraici che hanno fatto campagna contro Netanyahu, quello che è stato chiamato il blocco del cambiamento o anche semplicemente l’opposizione. Mentre i voti continuano a essere scrutinati e i risultati si prevede tarderanno ad arrivare – forse giovedì o addirittura più avanti – per via dei tanti voti per corrispondenza dei soldati e dei difficili calcoli rispetto ai partiti che hanno o meno superato la soglia di maggioranza, risulta chiaro che il Likud di Benjamin Netanyahu resta il partito più votato in Israele. Anche con la campagna di massa che ha portato un record di cittadini al voto come non si vedeva dal 1999 e anche dopo i disastrosi, quattro anni di governo Netanyahu segnato dal 7 ottobre e dalla Guerra a Gaza.
Il Likud è vicino ad assicurarsi 27 seggi al parlamento, e anche se le altre liste di estrema destra che fanno parte della maggioranza che sostiene il premier non brillano, il totale arriva comunque a 54 seggi. Uno stacco significativo rispetto ai 48 che l’opposizione a Netanyahu riesce a contare. C’è un dato però che sempre più chiaramente si afferma come quello determinante di questa tornata elettorale, ed è un storico a modo suo, anche se è tutt’altro che chiaro la direzione che potrà prendere e cosa significherà per il futuro del paese. È quello dell’exploit delle liste arabe, la Joint list che contiene all’interno Partiti anti sionisti israeliani e palestinesi e il partito comunista, e poi la lista islamica conservatrice di Mansour Abbas, Ra’am. La lista unita delle sinistre ha più che raddoppiato i suoi voti ed è proiettata come terzo partito del paese, con 12 seggi, mentre anche il Ra’am, che in passato è già sceso ad accordi politici per entrare in una maggioranza di governo quando era premier Naftali Bennet, viaggia fra 6 e 7 seggi.
Il totale delle liste arabe quindi è determinante, sono 19 seggi che non vengono calcolati nel novero di quelli dell’opposizione tradizionale a Netanyahu, ossia i partiti che si riconoscono in un sismo di sinistra di centro o di centrodestra, e però l’alleanza fra i due blocchi potrebbe determinare una maggioranza chiara. Tutto questo, però, solo in teoria, perché non è mai successo e portare i palestinesi della lista unita dentro una maggioranza di governo è ancora un tabù anche per la maggioranza delle forze di opposizione Netanyahu. In particolare per Avigdor Liberman e anche per la base, se non proprio per Yashar di Gadi Eisenkot che si è piazzato secondo per preferenze dopo Netanyahu.
La situazione è sospesa, non in stallo, ma c’è tempo per riflessioni e trattative. Netanyahu non ha i numeri per formare una maggioranza che richiede almeno 61 seggi all’Knesset e l’opposizione non è d’accordo sul dialogo con le liste arabe. Ma ci sono dei tempi tecnici che possono aiutare i leader a negoziare. Innanzitutto, i risultati ufficiali non saranno certificati prima del 4 novembre, e solo dopo una settimana da questa data il presidente Isaac Herzog assegnerà l’incarico di formare una maggioranza a uno degli sfidanti. Per legge non ha l’obbligo di affidarlo al primo arrivato alle consultazioni, ma deve dare il mandato alla figura che ritiene avere più probabilità di costruire un governo stabile. Potrebbe essere quindi Gadi Eisenkot.
Le norme danno all’incaricato fino a 42 giorni di tempo per formare una maggioranza. Di solito le verifiche durano due settimane. Poi il mandato torna al presidente che ha la facoltà di affidarlo a un secondo candidato, dopo di che la questione alla Knesset. A quel punto, se non si riuscirà a trovare una maggioranza di 61 voti per indicare un altro premier potenziale si dovrà necessariamente sciogliere e convocare nuove elezioni. Il calendario che porta a una seconda tornata elettorale entro pochi mesi in Israele, dopo quattro anni di turbolenze, quindi è già segnato. Ma nel frattempo è tornata in primo piano la questione palestinese, in Israele, stavolta declinata come la questione dell’accesso alla politica e ai vertici della società da parte della comunità di palestinesi che vivono stabilmente in Israele, ne sono cittadini e hanno diritto di voto. E per la prima volta da quando partecipano alle elezioni, hanno deciso in massa di provare a cercare una svolta attraverso il voto democratico.
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I giornalisti di una tv serba si scusano per il lavoro svolto negli ultimi anni: “Rimasti in silenzio, fornito informazioni di parte e non posto le domande giuste”
“Per molti anni il servizio pubblico non ha svolto la sua funzione, è rimasto in silenzio, ha chiuso un occhio, ha fornito informazioni di parte e ha riportato i fatti in modo acritico. Non sono state poste le domande giuste o non sono state poste affatto”. Esordisce così il giornalista Goran Eror dell’emittente serba RTV nel discorso in cui la redazione si scusa con i propri telespettatori per il lavoro svolto negli ultimi anni di governo Vucic. “È l’inizio di un percorso per riconquistare la fiducia del pubblico” ha aggiunto prima di cominciare il telegiornale.
Nei giorni scorsi, tra l’altro, alcune persone avevano fatto irruzione nella redazione di Informer, un’altra tv filo-governativa, per dire al direttore di “chiedere scusa ai cittadini” per le “menzogne” raccontate negli anni. Nonostante l’ex presidente serbo Vucic abbia additato i sostenitori della Lista Studentesca come responsabili dell’irruzione, non è chiaro se siano stati effettivamente loro ad aver compiuto l’intrusione nella televisione.
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Spagna, scontro tra treni: negli audio emerge l’errore del centro di controllo di Madrid. Tre italiane disperse

Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis”
Un tentato assalto con il coltello a un agente di polizia davanti all’ambasciata di Israele, terminato con l’uccisione dell’assalitore. E’ accaduto poco dopo mezzanotte a Belgrado. “Un minore, la cui identità non è ancora stata accertata ma che si presume sia originario di Sabac (città della Serbia occidentale, ndr), ha aggredito un membro della gendarmeria usando due coltelli e gridando ‘Allah Akbar'”, ha dichiarato il ministro dell’Interno serbo, Ivica Dacic, parlando di “attacco terroristico“.
L’agente, ha precisato il dicastero, ha ucciso l’assalitore per legittima difesa, ma è rimasto leggermente ferito al volto da una coltellata. I servizi di sicurezza tenevano sotto controllo l’aggressore, noto per essere un sostenitore dello Stato Islamico: “Sul suo profilo Instagram apparivano una bandiera nera e l’emblema dello Stato Islamico”, ha aggiunto Dacic. Il livello di minaccia terroristica è stato portato al massimo, ovvero in “allerta rossa“, ha reso noto il ministro. “Ciò comporta controlli di sicurezza più rigorosi e una maggiore presenza delle forze dell’ordine in siti sensibili, incluse infrastrutture e luoghi frequentati da grandi folle”, ha affermato.
Le foto della polizia mostrano la guardiola all’esterno dell’ambasciata e l’area transennata, con agenti in tenuta antisommossa. L’attacco è giunto poco dopo le elezioni di martedì in Israele e pochi giorni dopo le decisive elezioni parlamentari anticipate tenutesi domenica, in cui l’ex presidente Aleksandar Vucic, al potere da lungo tempo, è stato sconfitto dal movimento guidato dagli studenti dopo quasi due anni di proteste contro di lui. Ora il paese si trova dinanzi al difficile compito di formare un nuovo governo.
L’ambasciata israeliana a Belgrado era già stata presa di mira in passato. Nel giugno 2024, un aggressore armato di balestra aveva ferito gravemente un agente di polizia, per poi essere ucciso dagli agenti. L’uomo, un 25enne originario di un villaggio vicino a Belgrado, si era convertito all’Islam abbracciando posizioni estremiste. La sede diplomatica si trova non lontano dall’ambasciata degli Stati Uniti, in un quartiere esclusivo di Belgrado. È sorvegliata da un’unità di polizia d’élite composta da agenti armati di armi automatiche. La Serbia ha sempre mantenuto stretti rapporti con Israele.
Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato un “tentativo di attentato terroristico” nei pressi della propria ambasciata a Belgrado, aggiungendo che nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e che l’incidente è oggetto di indagine. “L’aggressore è stato neutralizzato dalla polizia locale. Nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e la sede diplomatica era chiusa al momento dell’incidente, avvenuto a tarda notte. L’incidente è attualmente oggetto di indagine da parte delle autorità competenti”, ha scritto il ministero su X.
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Spagna, incidente tra due treni dell’alta velocità: “Almeno 39 morti e 150 feriti”. Vagoni precipitati, è la stessa linea della strage di gennaio
Almeno 39 morti, oltre 150 feriti (di cui cinque molto gravi) e diversi vagoni precipitati nella scarpata. Questo il primo bilancio secondo Sky News di un incidente ferroviario tra due treni ad alta velocità in Spagna: la pista più plausibile è quella dell’errore umano. La società di gestione delle infrastrutture Adif ha sospeso il servizio sulla linea ad alta velocità tra Madrid e Andalusia dopo quanto accaduto, come annunciato dalla stessa azienda statale sui social media. “Il servizio sulla linea ad alta velocità Madrid–Andalusia è attualmente interrotto a causa di uno scontro tra due treni”, si legge nel messaggio. L’incidente è avvenuto al chilometro 118, tra le città di Mora, Orgaz e Urda (Toledo), poco dopo le 9:00 del mattino. Ha coinvolto un treno ad alta velocità Renfe AVE, partito da Madrid alle 8:00 e diretto a Siviglia, e un treno Iryo. Si tratta dell’Iryo 7076 con 146 passeggeri più un neonato e l’AVE 2080 con 397 passeggeri a bordo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia.
Secondo fonti tecniche consultate da ilfattoquotidiano.it presenti sul posto, il treno Iryo (FS International) era fermo a un segnale vicino alla stazione di Toledo, su indicazioni di Adif, per degradazione del sistema di segnalamento. Il gestore (Adif) stava dando le prescrizioni a tutti di andare a 40 km/h proprio per il problema sul sistema di segnalamento. A un certo punto il treno Ave di Renfe è arrivato e ha provocato l’uscita dai binari: la pista privilegiata è un errore umano di un membro di Adif che – fornendo istruzioni ai treni – non ha calcolato che in quel tratto c’era ancora fermo un treno, come da istruzioni della stessa Adif. Le carrozze precipitate sono del treno Iryo. Il governo ha cancellato la propria agenda prevista per oggi.
Quattro dei vagoni coinvolti sono deragliati e sono precipitati in un terrapieno. “Potrebbe essere più grave di quello di Adamuz”, riferiscono fonti a El Pais. Il riferimento è all’altro grave incidente che a gennaio ha coinvolto l’alta velocità, quando due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando 45 morti (39 viaggiavano sul treno Alvia e 6 sul treno Iryo) e 112 feriti, di cui 24 gravi e cinque minorenni. In quel caso un treno Iryo era deragliato, scontrandosi con un treno Alvia.
“Seguo con profonda preoccupazione le notizie del tragico scontro tra due treni avvenuto a Toledo, in Spagna, che ha provocato vittime e feriti. Il nostro Consolato Generale a Madrid è al lavoro per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani e fornire tutta l’assistenza necessaria”. Ad affermarlo in un post su ‘X’ è il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani in merito allo scontro tra due treni di alta velocità sulla linea tra Madrid e Siviglia. “Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime, ai feriti, al Re Felipe VI, al Governo e a tutto il popolo spagnolo, cui esprimo la mia vicinanza in questo terribile momento di dolore“, sottolinea Tajani.
Il Primo Ministro Pedro Sánchez si è detto “sconvolto dal grave incidente ferroviario di Toledo. Rimango in costante contatto con il Ministro dei Trasporti, Oscar Puente, e con il presidente di Castilla-La Mancha. I servizi di emergenza stanno lavorando sul campo per assistere le persone colpite e garantirne la sicurezza, in coordinamento con tutte le amministrazioni coinvolte. Il mio affetto, la mia solidarietà e il mio sostegno a tutte le vittime e alle loro famiglie”, ha scritto Sanchez.
“In queste ore così difficili, il Governo italiano è vicino alla Spagna e al popolo spagnolo per il drammatico incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Toledo”. Ha invece affermato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “I miei pensieri e quelli di tutto il nostro Governo vanno ai familiari delle vittime, ai feriti e a quanti stanno lavorando senza sosta nelle operazioni di soccorso”, aggiunge.
Intanto la compagnia ferroviaria Iryo ha confermato che uno dei suoi treni è rimasto coinvolto nell’incidente avvenuto questa mattina nei pressi di Urda, nella provincia spagnola di Toledo, annunciando l’attivazione di “tutti i protocolli di emergenza”. “Questa mattina il nostro treno 6076, in viaggio da Madrid a Siviglia, è rimasto coinvolto in un incidente nei pressi di Urda, al chilometro 118″, ha riferito la società in una nota, precisando di essere al lavoro “in stretta collaborazione con le autorità competenti per gestire la situazione”. Iryo ha inoltre annunciato la cancellazione di tutti i collegamenti in partenza dalla stazione madrilena di Atocha e diretti verso il corridoio ferroviario ad alta velocità della Spagna meridionale. “Al momento non è possibile prevedere quando il servizio sarà ripristinato”, ha spiegato la compagnia, assicurando che continuerà a fornire aggiornamenti attraverso i propri canali ufficiali.
Pochi minuti dopo l’incidente sulla linea Madrid-Siviglia, il Ministro dei Trasporti Óscar Puente sarebbe dovuto esser presente all’apertura del Forum Mondiale delle Infrastrutture a Madrid. Ha ricevuto la notizia mentre stava salutando gli organizzatori dell’evento nella Facoltà di Ingegneria Civile, Canali e Porti del Politecnico, da dove si è allontanato in fretta, visto l’incidente che ha coinvolto la ferrovia ad alta velocità.
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