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Un frate francescano, una parrocchia romana, un pallone e la birra

Foto di Tommao Wang su Unsplash

Birra e religione, è possibile unire il sacro con il profano? Ma certamente! Pensate agli ordini monastici che furono istituzioni fondamentali per traghettare la produzione brassicola dal mondo antico fino all’età moderna e quindi non c’è da stupirsi se anche nel 2026 dei frati francescani si ingegnano per produrre della birra artigianale.

L’animatore di tutta questa vicenda è fra Daniele Randazzo del Terzo Ordine Regolare dei Frati Francescani, un milanese trapiantato nella periferia di Roma per seguire la sua vocazione di fede e dar vita a questa esperienza d’innovazione che riprende l’antica tradizione della produzione birraia fatta dai frati ma reinterpretandola in chiave moderna e con un forte spirito sociale.

Il suo desiderio è sempre stato quello di coniugare la sua missione pastorale con il lavoro concreto, manuale, ovvero in altri termini, artigianale. Come lui tiene a ricordare, già san Francesco diceva ai suoi seguaci di trovarsi un’occupazione per vincere l’ozio e cimentarsi in attività di “lavoritia”. Per lungo tempo nella sua mente c’è quindi l’idea di un lavoro pratico che possa richiamarsi alla tradizione religiosa ma che possa anche saper implementare aspetti innovativi andando a creare nuove dinamiche che si adattino alla vita contemporanea. La birra appare quindi come una risposta molto sensata e interessante; i monaci tradizionalmente facevano la birra (sebbene i Francescani in minima parte rispetto ai Benedettini e i Trappisti) ed è un lavoro che ha trovato negli ultimi anni un certo successo. La visione che s’inizia a materializzare è quindi quella dell’ambiente lavorativo come spazio di vita in cui favorire l’incontro umano e la crescita reciproca, annunciando anche il vangelo seppur in modo implicito.

Dall’idea alla pratica è presto fatto, nel 2013 fra Daniele inizia alcune sperimentazioni di homebrewing nella parrocchia di Santa Maria della Salute nel quartiere di Primavalle a Roma condividendo la passione con altri tre parrocchiani con cui si divertivano a fare qualche piccola cotta insieme, studiando tutto il processo dal punto di vista chimico e biologico. Questa esperienza ha poi trovato stimolo per evolversi e diventare altro, non forse per una scelta immediata di fra Daniele ma per delle esigenze del contesto attorno a lui e alla parrocchia che un giorno sono venute a bussare alla porta… letteralmente.

Un mercoledì mattina di marzo di una decina di anni fa, il religioso sente citofonare alla porta della parrocchia e aprendo l’uscio si trova di fronte due ragazzini che gli chiedono un pallone per giocare nel cortile. Incuriosito da questa presenza (e conseguenze assenza da scuola), fra Daniele decide di fare due chiacchiere con loro, cercando di capire come mai i due non fossero a lezione. «Tanto ormai quest’anno ci bocciano» gli dicono, «non serve a niente che andiamo a scuola»; questa risposta lo fa riflettere molto e lo porta a una considerazione profonda: già a marzo o aprile, molti giovani scelgono di “buttare” via l’anno e perdere un anno della propria vita in maniera infruttuosa non è cosa da poco. Da qui allora la domanda successiva: «Che desideri avete per la vostra vita in futuro?». Le risposte possono sembrare banali: la macchina costosa, tanti soldi, una bella fidanzata… desideri semplici o superficiali, dipende dalle prospettive ma condivisi da molti. Quello che poi lascia ancora più turbato il frate, proseguendo il confronto, è che questi ragazzi non avevano però alcuna idea di come evolvere e strutturare le loro vite; ai suoi occhi sono parsi come delle persone disinformate o comunque incapaci di saper formulare dei desideri più “profondi” di realizzazione di sé stessi.

È così che nasce il birrificio, non per esigenze economiche o solo per coltivare una passione personale ma al fine di attrarre giovani che vivono esperienze esistenziali “fragili” e aiutarli a sognare e immaginare un futuro diverso e migliore. Fare la birra per regalare la possibilità d’immaginare sé stessi in una maniera differente. La visione viene quindi tradotta nel nome del birrificio, soprattutto nella parte inglese “Contemporary Tradition” che esprime il senso di una ricerca di equilibrio fra il riscoprire il passato e l’adattamento al presente.

Nel 2023 fra Daniele porta il progetto al Capitolo Provinciale (assemblea ufficiale che riunisce i membri di una provincia religiosa, cioè una suddivisione territoriale di un ordine o congregazione) e chiede l’autorizzazione ad avviare un’attività commerciale sotto la sua direzione. Il birrificio trova sede in un luogo poco distante, a Montespaccato, un altro quartiere molto sfidante della periferia ovest di Roma.

Due Fusti ha da subito un’impronta chiara che incarna tutta la visione espressa da fra Daniele, un ambiente di lavoro sano e positivo, dove si fa si fatica ma nell’ottica di una crescita personale oltre che professionale. Attualmente collaborano otto persone under 30 fra produzione e taproom con servizio cucina; la gente giunge per passaparola e trova un luogo accogliente e amichevole. I giovani arrivano attraverso la parrocchia o sono persone di Montespaccato che hanno intercettato l’attività nella loro ricerca di lavoro. Il senso generale dell’esperienza è che i giovani devono essere di passaggio nel birrificio, non si devono fermare. A fra Daniele piace spiegare quest’idea del fatto che i giovani lì non si devono fermare rifacendosi a una scena di “Will Hunting – Genio ribelle” quando Chuckie (Ben Affleck) incita il suo amico Will (Matt Damon) ad andarsene dal quartiere in cui vivono, cogliere l’opportunità che la sorte gli sta dando e provare a vivere una vita diversa. Il birrificio dev’essere capace di capire le fragilità di queste persone, la vita in questa periferia è complessa e sfidante; spesso ci sono battute d’arresto e complicazione durante i turni, esperienze che avrebbero fatto desistere altri datori di lavoro ma il Due Fusti è differente, intende seriamente investire nel rapporto umano con questi giovani.

In questi tre anni di apertura, il Due Fusti ha consolidato la sua produzione e sviluppato la taproom con cucina dove i clienti possono degustare tutte le birre. La scelta di non essere un’impresa sociale (nonostante la forte vocazione) è dovuta all’aspirazione di dimostrare come sia possibile coniugare un’azienda totalmente sul mercato con la generazione d’impatti sociali significativi; provare a misurarsi sulla sostenibilità economica solo con proprie risorse senza donazioni o finanziamenti.

Particolarità che forse non si nota subito ma che ha suscitato la mia curiosità durante l’intervista è che un birrificio gestito da frati francescani ha come nomi di referenze delle divinità pagane. La spiegazione è molto scherzosa, essendo loro del Terzo Ordine Regolare (TOR) hanno dedicato la prima birra (una porter) alla propria confraternita solo con un “H” in più per divertimento; poi è nata l’Imperial Russian Stout, anche questa scura ma più intensa, da subito identificata come “il padre di Thor” ed è così che è nata la “Odino”, a chiudere il cerchio dunque la Valhalla.

La birra come strumento al servizio della crescita dei giovani per lavorare sui loro desideri, sogni e aspirazioni. Nei tre anni di esperienza, circa dodici giovani sono passati come collaboratori; c’è chi ha finito il suo periodo ed è andato a studiare, chi ha trovato un nuovo lavoro, chi una nuova vita da un’altra parte. Il birrificio è un luogo di ristoro, anche per lo spirito, per ritrovarsi e ripartire, uscire da quelle porte e andare, convintamente, nel mondo.

Estratto da “Dalla fermentazione all’inclusione. Viaggio tra le birre sociali italiane” di Michele Bianchi, Altra Economia, 224 pagine, euro 18

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L’agricoltura italiana non è come ce la raccontiamo

Al supermercato le pere ci sono. Anche la farina di mais per la polenta, l’olio e il latte. E noi facciamo la spesa come al solito, convinti che pere, farina, olio e latte siano gli stessi cibi italiani di sempre. Poi qualcuno guarda un rapporto Istat e scopre che, in meno di vent’anni, la produzione italiana di pere è diminuita del sessanta per cento e la superficie coltivata a mais si è più che dimezzata. Il cibo continua ad arrivare, ma il sistema produttivo sta cambiando moltissimo.

Il focus sulle produzioni agricole e zootecniche del 2025, pubblicato da Istat alla fine della scorsa estate, riunisce i movimenti della produzione alimentare degli ultimi venti anni, a partire dal 2006. È un lasso di tempo sufficiente per capire l’agricoltura e la zootecnica oltre le cattive annate o l’evento avverso, ma guarda a qualcosa di più profondo. Dentro ci sono colture che arretrano, altre che guadagnano spazio, allevamenti che cambiano e una crescente dipendenza dall’estero per alcune materie prime. Ci sono anche risultati che complicano il racconto: meno bovini, ma più latte raccolto; meno carne bovina macellata, ma molta più carne avicola.

Per assorbire questi dati, però, dobbiamo spogliarci della spocchia sul successo agroalimentare italiano di cui ci vestiamo spesso, perché il valore economico e la quantità prodotta raccontano cose diverse. Nei conti economici dell’agricoltura, sempre Istat, il valore della produzione di frutta nel 2025 cresce del 10,1 per cento. Sembrerebbe una buona notizia. I volumi, però, diminuiscono del 7,3 per cento: a far salire il valore sono i prezzi, aumentati del 18,8 per cento. È possibile avere meno frutta e un risultato economico complessivo più alto. Che questo significhi stare meglio, per ogni singolo produttore, è un altro discorso.

Frutteti tristi
Le pere sono uno dei casi più evidenti (ne scrivemmo già qualche anno fa). Tra il 2006 e il 2025 la produzione scende del 60,6 per cento e la superficie del 52,8 per cento: da oltre quarantaduemila ettari a poco meno di ventimila. Il dato della terra è persino più eloquente di quello del raccolto. Una stagione può andare male, ma perdere più della metà delle superfici significa ridimensionare la presenza stessa di quella coltura.

Nel frattempo, le importazioni di pere sono quasi triplicate. Le due dinamiche descrivono una filiera nella quale l’offerta nazionale arretra e gli acquisti dall’estero aumentano, senza che basti questa coincidenza a spiegare tutte le cause. Il rapporto richiama la concorrenza internazionale e i processi di riorganizzazione produttiva. Il punto, per chi compra, è che la continuità dell’assortimento può nascondere una discontinuità molto forte nei campi italiani.

La frutta offre anche un altro dato poco rassicurante: coltivare più ettari non garantisce di raccogliere di più. Le superfici a nocciolo crescono del trentasette per cento, ma la produzione diminuisce del 30,3 per cento. La resa per ettaro è quasi dimezzata. Ma non tutta la frutticoltura segue la stessa direzione. Le mele aumentano del 13,2 per cento, pur occupando meno superficie, grazie a rese più elevate. Crescono anche clementine e kiwi. Il quadro è quello di una selezione tra colture e territori, con risultati molto diversi. È possibile che il contenuto del portafrutta sul tavolo della cucina – ammesso che non ci teniate le chiavi della Panda e le bollette da pagare – non sia tutto made in Italy.

Non è mais abbastanza
Interessante ma anche più complicato il discorso sul mais. Per molti si tratta di una pannocchia, una scatoletta, una polenta. Per la filiera alimentare è anche un elemento fondamentale che entra nell’alimentazione degli animali e, attraverso gli allevamenti, nella produzione di carne e latte. In quasi vent’anni il mais da granella perde il 51,2 per cento delle superfici e il 42,7 per cento della produzione. Le rese migliorano, ma non abbastanza da compensare la riduzione dei terreni coltivati. Nel 2025 ne importiamo circa sette milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale si ferma intorno a cinque milioni e mezzo. Dal 2022 le importazioni superano stabilmente il raccolto italiano.

Bizzarro che, proprio negli anni in cui abbiamo un Ministero della sovranità alimentare, ci si ritrovi a mettere in discussione questo concetto. Le nostre materie prime sono sufficienti per sostenere il nostro sistema produttivo? Comprare all’estero fa parte del funzionamento delle filiere e non rende automaticamente peggiore un alimento. Una dipendenza crescente, però, lega maggiormente gli allevamenti italiani ai prezzi e alla disponibilità dei mangimi sui mercati internazionali.

Uno degli ingredienti strategici a cui guardare è la soia, la cui produzione è aumenta del 94,6 per cento rispetto al 2006. Il rapporto la mette in relazione con la domanda di proteine vegetali per i mangimi e con le strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Quindi no, non siamo tutti appassionati di tofu, siamo desiderosi di carne e derivati degli animali e la soia la coltiviamo principalmente per ingrassare loro. Sembra che le uniche spinte agricole siano in funzione delle filiere animali, più che umane.

Per quanto tempo l’olio sarà ancora italiano?
Sull’olio, invece, l’identità nazionale incontra un problema di produttività. Tra il 2006 e il 2025 le superfici a olivo diminuiscono appena dell’1,4 per cento, mentre la quantità di olive raccolte cala del 27,2 per cento. Gli ettari restano quasi gli stessi; il raccolto no. Istat richiama fattori climatici, fitosanitari e gestionali. La produzione di olio passa da circa 603 a 379 milioni di litri, con oscillazioni annuali molto forti.

Il paesaggio degli ulivi, da solo, non ci dice quanto olio riusciremo a ottenere. E la fragilità produttiva può convivere con una discesa dei prezzi: a settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione dell’olio d’oliva è inferiore del quarantadue per cento rispetto a un anno prima. È un indicatore all’origine, non lo sconto che dobbiamo aspettarci sulla bottiglia al supermercato. Ma aiuta a capire quanto sia complicato, per chi produce, programmare investimenti dentro un mercato così variabile. Sul tema è interessante leggere il post Instagram del professor Antonio Michele Fino di qualche giorno fa, che racconta la stasi dell’olivicoltura italiana rispetto quella spagnola.

Un Paese di polli
Nelle stalle, intanto, cambiano sia gli animali sia le quantità ottenute. Tra il 2006 e il 2025 i bovini diminuiscono del 12,2 per cento, i suini del 15,6 e gli ovini del 28,1. In controtendenza i bufalini, quasi raddoppiati, e i caprini, in lieve crescita. Questi numeri, però, non autorizzano a concludere che stiamo semplicemente producendo meno alimenti di origine animale.

Per il latte, i dati del rapporto si fermano al 2024: la raccolta raggiunge 13,8 milioni di tonnellate, il 27,2 per cento in più rispetto al 2006. Istat descrive un aumento della produttività legato a selezione genetica, alimentazione e modernizzazione delle tecniche di allevamento. È una trasformazione che pone domande sulla gestione degli animali, sul loro benessere e sulla sostenibilità economica delle aziende. Produrre di più, del resto, non mette al riparo dalle difficoltà di mercato, anzi. A settembre 2026 l’indice Ismea dei prezzi alla produzione di latte e derivati bovini segna un calo del 13,8 per cento su base annua. Il dato riguarda l’insieme del comparto e non il prezzo riconosciuto a ogni allevatore, ma ricorda quanto la capacità produttiva e la remunerazione possano muoversi in direzioni diverse: all’aumento di disponibilità di latte, per esempio, il prezzo riconosciuto all’allevatore può crollare.

E poi l’amato pollo. Nel periodo considerato, la quantità di carne bovina ottenuta dalle macellazioni italiane diminuisce del 42,4 per cento. Quella avicola cresce del 56,8 per cento; considerando soltanto polli e galline, l’aumento arriva all’89,4 per cento. Sono dati di macellazione, non direttamente collegabili al consumo effettivo di pollame, ma raccontano un cambiamento netto nell’organizzazione della produzione. Gli allevamenti avicoli crescono, alla faccia di chi pensa a sistemi più consapevoli o al calo del consumo di carne. Bisogna chiedersi, piuttosto, per quali animali, per quali prodotti e attraverso quali sistemi produttivi.

©Getty images for Unsplash

L’Italia conserva un peso agricolo rilevante in Europa. Nel 2025 produce oltre la metà del riso dell’Unione europea, il 43,2 per cento del grano duro e il 42,1 per cento del pomodoro coltivato in piena aria. Questi primati convivono con gli arretramenti. Essere importanti per alcune filiere non ci rende meno vulnerabili in altre. Il rapporto serve soprattutto a riportare la discussione sul cibo a ciò che succede prima che diventi un prodotto da sbandierare. Alla possibilità di continuare a coltivare un frutteto, alla convenienza di seminare mais, all’acqua disponibile, al prezzo riconosciuto a chi munge.

Possiamo continuare a raccontare le nostre eccellenze, essere fieri di dire che facciamo mango in Sicilia, che abbiamo i meloni più succosi del mondo e che la pasta è cento per cento di grano italiano. Ma sarebbe utile, piuttosto, riguardare i dati al completo e cercare di capire quanto c’è da vantarsi davvero.

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