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Israele al bivio: l’autogol dell’opposizione fa il gioco di Netanyahu. E ora l’attacco all’Iran è più vicino

Scrivo questo post con grande rammarico, ma con una netta consapevolezza del quadro politico israeliano all’indomani di queste elezioni. Pare che una grande fetta dell’elettorato viva consapevolmente accettando la minaccia di un isolamento internazionale, di sanzioni economiche, di un conflitto perenne e di ben sei o sette fronti aperti con i paesi vicini o lontani. Altrimenti l’esito di questo voto non sarebbe spiegabile.

Benjamin Netanyahu – il principale responsabile, come primo ministro, della sciagura del 7 ottobre e del massacro compiuto da Hamas; colui che ha rifiutato qualsiasi commissione d’inchiesta; colui che a due o tre giorni dalle urne ha proposto come soluzione economica il passaggio a un’economia basata sulle criptovalute; colui che alla vigilia del voto ha diffuso un’immagine creata dall’intelligenza artificiale che mostrava Tel Aviv sotto una bomba atomica iraniana – questo leader politico non solo non ha perso il suo potere, ma ha riscosso un ampio consenso.

Che cosa possiamo dedurre da questo esito? A mio avviso, che molti israeliani non comprendono la reale posizione internazionale del proprio paese e, con il loro voto, finiscono per attirare sanzioni, minacce e guerre. Dopo il risultato di martedì notte, Netanyahu si sentirà autorizzato dal suo popolo – che è anche il mio – a sferrare all’Iran quello che definirà un “attacco preventivo”. Se a questo aggiungiamo l’incertezza del quadro politico americano, vediamo come ancora una volta il Medio Oriente rischi di incendiarsi.

L’elettorato di Netanyahu è un fenomeno peculiare. Stanotte, mentre seguivo l’evoluzione dei dati dagli exit poll fino ai risultati reali, mi è tornato in mente un evento storico traumatico che tutti i lettori conoscono bene. Netanyahu vinse le elezioni per la prima volta dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin: si candidò contro Shimon Peres, premio Nobel e statista di caratura mondiale, riuscendo a prevalere a pochi mesi dall’uccisione di Rabin per mano di un terrorista dell’ultradestra.

Perché collego quell’evento al voto di oggi? Perché l’elettorato di Netanyahu ragiona esattamente come la tifoseria di una squadra di calcio: non c’è un’analisi razionale sull’operato del governo, sull’andamento dell’economia, sulla sicurezza reale dei cittadini, sulla qualità del sistema scolastico o sulle pensioni. Nonostante negli ultimi quattro anni tutti questi ambiti abbiano registrato fallimenti, gli elettori non valutano questi aspetti: tifano per Netanyahu a prescindere dal piano politico.

La prova è semplice: solo tre o quattro giorni fa, Netanyahu ha ammesso apertamente che Israele rischia le sanzioni e che gli Stati Uniti stanno cambiando atteggiamento, sostenendo che tali sanzioni si potrebbero aggirare con le criptovalute. Poi ha agitato la minaccia dell’atomica iraniana, dimenticando che solo sei mesi fa dichiarava che gli attacchi preventivi avevano già distrutto ogni capacità nucleare dell’Iran. La logica e la verità sono diventate del tutto opzionali per questo elettorato.

Nella giornata di giovedì terminerà lo scrutinio delle elezioni israeliane. Nel momento in cui scrivo si sta verificando l’esito delle ultime 400.000 buste, ma non è un motivo per sperare in un cambiamento per come lo avevamo immaginato. Adesso il blocco di Netanyahu ha 53% e il blocco di Eisenkot ha 48. I dati ufficiali definitivi non cambieranno questo esito: nelle campagne precedenti le “doppie buste” (il sistema per il voto a distanza o fuori sede) hanno sempre mostrato una leggera tendenza verso la destra.

La parola cambiamento è tornata molto in queste settimane. Se veramente le forze democratiche, che nella società israeliane credono in uno Stato democratico e liberale, vogliono operare un reale cambiamento, allora devono invitare i partiti arabi – che sono i grandi vincitori di quest’ultima tornata elettorale – a governare insieme con il blocco di Eisenkot. Vorrei aggiungere, come israeliano che vive fuori del suo paese, nella cosiddetta “diaspora”, che se nell’establishment occidentale qualcuno avesse osato dire sugli ebrei le cose che i partiti legittimi di governo, ma anche di opposizione, dicono degli arabi israeliani, allora tutti noi ebrei della diaspora grideremmo all’antisemitismo: è ora di finirla con questa retorica e andare verso il cambiamento perché a mio avviso è l’unica strada per il futuro di Israele. Scelte diverse porteranno a un paese boicottato, invischiato in guerre continue con i suoi vicini, senza più alcuna prospettiva di pace.

Ma c’è un’altra questione che va analizzata con pari durezza: anche il cosiddetto “blocco del cambiamento” – i partiti di Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman – ha commesso un errore politico gravissimo e imperdonabile. Rifiutando a più riprese qualsiasi ipotesi di governo con i partiti arabi, hanno ceduto a pregiudizi ideologici e compiuto un autogol strategico clamoroso. Nel tentativo di escludere dall’esecutivo i rappresentanti del 20% della popolazione israeliana, hanno finito per fare il gioco di Netanyahu. Se i partiti che intendono fermarlo si alleassero con i partiti arabi israeliani, avrebbero i numeri per bloccare la formazione di un nuovo governo di destra o di estrema destra.

Il modo in cui è stata trattata la popolazione araba israeliana in questi ultimi anni è intollerabile: un clima di aperto disprezzo e ostilità. La violenza e gli omicidi all’interno di questa comunità hanno raggiunto livelli mai visti prima. E il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha agito deliberatamente in questa direzione, considerando gli arabi israeliani come quinte colonne o collaboratori dei palestinesi. Ogni giorno si assiste a incursioni nei territori e ad azioni alimentate da frange estremiste armate.

Tutto ciò è gravissimo. I partiti arabi hanno ottenuto un’alta affluenza perché i cittadini sono usciti a votare per rispondere alle offese di Ben-Gvir. Rifiutarsi di collaborare con loro solo perché arabi è di una cecità politica inaccettabile per uno Stato che ospita una minoranza così consistente. Gli israeliani devono decidere se vogliono vivere in un paese in cui tutte le rappresentanze politiche legittime possono governare, o se intendono affermare che il 20% della popolazione ha diritto di voto ma non di governo. Agli occhi del mondo, questo è l’ennesimo segnale di una società discriminatoria con venature di apartheid — una deriva che non aiuta Israele e che, al contrario, aumenta i rischi per le comunità ebraiche in tutto il mondo.

L’atteggiamento verso la popolazione araba mi sdegna profondamente anche per un motivo molto concreto, legato al sistema sanitario: oltre il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali israeliani sono arabi, così come quasi il 50% dei farmacisti. Sono loro a curare i nostri anziani, i nostri genitori e i nostri figli, e lo fanno con immensa dedizione.

Una società che affida la propria salute a questi professionisti e poi nega valore politico al loro voto si macchia di un’ipocrisia inaccettabile, riducendoli a semplici servitori utili nel momento del bisogno. E così facendo, ci si consegna nuovamente nelle mani di Netanyahu e dell’estrema destra.

Tuttavia, temo che nei prossimi giorni Netanyahu possa ritenere legittimato un attacco all’Iran. E il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che prima delle elezioni aveva sollevato forti perplessità evidenziando come l’azione non fosse dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, si troverà ora nell’impossibilità di frenarlo, poiché il voto popolare viene usato per legittimare l’ennesima escalation. A Netanyahu poco importa se l’intelligence americana conferma che non ci sono movimenti o minacce imminenti nei siti nucleari iraniani: gli basterà appagare le aspettative della sua tifoseria elettorale.

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Israele, dal Likud accuse di “brogli” e la Commissione chiede di indagare su presunte interferenze del Qatar. La replica delle liste arabe: “Vogliono ribaltare l’esito del voto”

Meno di due giorni dopo la chiusura dei seggi, in Israele è il momento delle trattative e dei veleni. In un contesto ricco di incognite e di insidie. Ieri, a scrutini avanzati, il premier Benjamin Netanyahu e le forze di estrema destra avevano lanciato accuse di brogli elettorali contro i partiti arabi, vera rivelazione di queste legislative. Oggi il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg, ha chiesto al capo dello Shin Bet, David Zini, di indagare su presunte interferenze straniere e corruzione elettorale.

“Sono stato informato di gravi sospetti riguardanti un’influenza indebita sulle elezioni, esercitata attraverso finanziamenti provenienti da entità straniere che agiscono contro gli interessi di Israele“, ha affermato Sohlberg, sottolineando di “non poter confermare la fondatezza di tali sospetti”. Tuttavia, ha aggiunto, “ritengo che, trattandosi di entità straniere, vi sia l’obbligo di condurre un’indagine approfondita“. I risultati dell’indagine devono essere presentati entro una settimana, ha chiesto il capo della Cec allo Shin Bet.

Secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, lo Shin Bet ha avviato un’indagine con il sospetto di un coinvolgimento del Qatar. Secondo i sospetti, il Qatar avrebbe trasferito “somme di denaro molto ingenti” per influenzare i risultati delle elezioni che si sono svolte martedì.

Il quadro uscito dal voto del 27 ottobre per rinnovare la Knesset è uno stallo in cui nessuna coalizione detiene i 61 seggi per governare, con il blocco di Benjamin Netanyahu in vantaggio (53 seggi) su quello dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot (fermo a 48). Ma il dato più rilevante è il boom delle liste arabe, che questa volta hanno abbandonato il tradizionale boicottaggio e mobilitato gli elettori nella speranza di archiviare il governo Netanyahu. Uno strategia che li ha portati a raddoppiare i seggi, conquistandone 19. Il loro appoggio consentirebbe quindi al blocco anti-Bibi di formare un esecutivo.

Questa opzione, sebbene difficile da percorrere a causa delle resistenze di alcuni esponenti della coalizione, lascerebbe fuori dai giochi l’attuale premier. Ed è per questo che l’estrema destra, con il Likud in testa, già ieri ha scatenato tutta la potenza di fuoco della sua macchina politica. Netanyahu ha parlato di un “governo pericoloso” qualora fossero state coinvolte le forze arabe. Mentre il suo partito ha accusato di “brogli” ed elezioni rubate da chi “sostiene il terrorismo”.

I media israeliani riferiscono che il Likud ha trasmesso alla Commissione elettorale centrale del materiale che, secondo il partito, comprenderebbe “registrazioni dirette di persone appartenenti alla comunità araba che avrebbero ammesso di aver corrotto elettori mediante buoni carburante e denaro contante”. Il dito viene puntato anche in questo caso su presunti finanziamenti arrivati da Turchia e Qatar. “Si tratta si tratta di un attacco alla democrazia volto a portare alla presa di controllo della Knesset da parte di potenze straniere, all’islamizzazione di Israele e al rovesciamento del governo di destra, al fine di provocare la ritirata e la sconfitta dell’Idf su tutti i fronti, in primis l’Iran” sostiene il partito guidato da Netanyahu che ha già soprannominato la vicenda Ra’amgate (dal nome del partito Ra’am).

”In Israele, la parte sconfitta costruisce una calunnia razzista e incita le forze di sicurezza a usare la forza per ribaltare il verdetto popolare” ha replicato su X Sami Abou Shahadeh, leader di Balad, uno dei partiti arabi che formano la Lista Unita. ”Non dobbiamo permettere all’estrema destra di rubare le elezioni o di trascinare il Paese verso una nuova tornata elettorale basandosi su accuse inventate e deliranti”, ha aggiunto in merito alle contestazioni del Likud sulla presunta corruzione elettorale.

Nel frattempo, sono stati arrestati 4 sospettati nell’ambito dell’inchiesta sul presunto pagamento di denaro in cambio di voti a favore del partito Ra’am, dopo i tre arresti avvenuti il 27 ottobre.

Una fonte della sicurezza interna ha specificato alla tv pubblica israeliana Kan che l’indagine per presunta corruzione elettorale era stata avviata prima delle elezioni: “Si tratta di un’indagine aperta nelle ultime due settimane sulla base di informazioni di intelligence attendibili. Sappiamo che c’è qualcosa che non va e stiamo indagando seriamente per fare piena luce sulla questione. Nei prossimi giorni la situazione si chiarirà” ha dichiarato all’emittente.

Il leader del Blocco del cambiamento, Eisenkot, ha detto di essere “in contatto con le autorità competenti” e di ricevere “aggiornamenti in merito ai sospetti di interferenze straniere nelle elezioni”. Allo stesso tempo ha messo in guardia dalla strumentalizzazione politica. “Non si deve permettere a esponenti politici di sfruttare questa situazione per influenzare la data dell’insediamento della 26ma Knesset, il Parlamento israeliano”. Sulla stessa linea il presidente israeliano Isaac Herzog che ha chiesto di “non infangare un’intera comunità che ha cercato di esercitare il proprio diritto di voto e di prendere parte attiva alla democrazia”.

Intanto, sul fronte del conteggio dei voti c’è ancora una variabile da considerare, anche se nelle previsioni non dovrebbe essere determinante: le cosiddette “doppie buste“, con le preferenze di militari, detenuti, diplomatici in servizio all’estero e ad elettori impossibilitati a votare nel seggio. Sono stimate tra le 430mila e 480mila e finora ne sono state scrutinate meno di 30mila. Tra queste schede il partito del premier è in testa, seguito dal movimento Yashar di Eisenkot. Secondo la Commissione elettorale lo spoglio dei voti potrebbe essere terminato entro questo pomeriggio.

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Elezioni in Israele, Netanyahu non molla Ben Gvir e Smotrich: “Restiamo uniti”. Ma per un governo di estrema destra mancano i numeri

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato ieri sera con i suoi partner di estrema destra, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, promettendo di mantenere unito il loro blocco, secondo quanto riportato dai media israeliani. Il blocco di Netanyahu, che comprende il suo partito Likud e le fazioni ultraortodosse, nonché Otzma Yehudit di Ben Gvir e il Sionismo Religioso di Smotrich, dovrebbe conquistare 53 seggi nelle elezioni di ieri, un numero considerevolmente inferiore alla maggioranza di 61 seggi. Anche gli oppositori di Netanyahu sono divisi, il che alimenta le speculazioni su un possibile governo di unità nazionale, una prospettiva che potrebbe vedere Netanyahu abbandonare i suoi alleati di estrema destra. Netanyahu, tuttavia, avrebbe detto a Ben Gvir e Smotrich: “Siamo uniti e resteremo uniti”, secondo quanto riportato dal canale televisivo filogovernativo Canale 14.

Nessuno dei due principali blocchi ha abbastanza voti per governare. E nessuno, sulla carta, vuole chiedere ai partiti arabi quei voti preziosi per costruire una maggioranza solida, almeno numericamente. Dunque non è un caso che il presidente Isaac Herzog si sia augurato che le forze politiche partecipino alle consultazioni, la settimana prossima, con “mente aperta“. E di flessibilità ne servirà molta.

Con oltre l’85% delle schede scrutinate, il partito Likud del premier Benjamin Netanyahu si conferma primo con 26 seggi, e il suo blocco di destra e con gli ultraortodossi può contare su 53 seggi. Ben al di sotto dei 61 necessari per avere una maggioranza nel parlamento di 120 deputati. Sul fronte dell’opposizione, il partito Yashar guidato dall’ex capo di Stato maggiore dell’Idf Gadi Eisenkot si attesta come secondo con 21 seggi. In totale il cosiddetto ‘blocco di cambiamento’ sionista anti-Netanyahu ha 48 seggi, di nuovo molti meno del necessario. Determinanti si sono rivelati in partiti arabi, con la Lista Comune che si è assicurata 12 seggi e Ra’am 7.

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Israele boccia Netanyahu, ma non riesce a liberarsene

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, accompanied by his wife, Sara, waves to supporters at Likud party headquarters in Jerusalem after the release of the first exit poll results in Israel's general election, Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Benjamin Netanyahu ha governato per quattro anni e condotto quattro guerre, sostenuto da una maggioranza di sessantotto seggi. Oggi il voto popolare ha ridotto il suo blocco a una schiacciante minoranza parlamentare: secondo lo scrutinio delle schede ordinarie, ha perso quindici seggi e ne conta cinquantatré. L’analisi del voto è dunque chiara e netta: il blocco che sostiene il suo esecutivo non dispone più di una maggioranza. Questo è il dato politico, il più importante e indiscutibile del voto in Israele. Non si vede, peraltro, in cosa consisterebbe la tanto citata rimonta che esalta Donald Trump e tanti improvvisati commentatori da talk show. Il blocco era accreditato da alcuni sondaggi a quota 49-51 seggi e ora ne ha cinquantatré: lo scarto rispetto a quelle previsioni è stato minimo.

Il secondo dato, importantissimo, è che nel voto di condanna dei quattro anni di governo della coalizione di destra un ruolo fondamentale è stato svolto dai partiti arabi, che passano da dieci a diciannove seggi, con un incremento notevole secondo lo scrutinio delle schede ordinarie. Questo risultato si deve a tre dinamiche.

Innanzitutto, e finalmente, gli elettori arabi sono andati alle urne, soprattutto i beduini, che in tutto il mondo islamico, non ebraico quindi ma arabo, sono considerati dei paria a causa di alcuni versetti del Corano e costituiscono lo strato più basso della società multietnica israeliana.

In secondo luogo, i partiti arabi hanno cominciato a fare politica e, anche se solo agli inizi, ad abbandonare il loro massimalismo verbale, spesso di marca jihadista. Hanno messo al primo posto del programma il contrasto alla criminalità araba, il tema delle abitazioni e il welfare.

In terzo luogo, per gli arabi israeliani ha ovviamente contato anche la necessità di contrastare il suprematismo razzista ebraico di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, cinicamente e irresponsabilmente spalleggiato da Netanyahu, che andava penalizzato con il voto. Chi crede invece che l’elettorato arabo israeliano si mobiliti per i due Stati si sbaglia, se non per quanto concerne una sua esigua minoranza: la corruzione, l’immoralità e l’inaffidabilità di Abu Mazen e dei suoi sono ben presenti agli arabi israeliani, che sono ben contenti dei loro privilegi di cittadini a pieno titolo dello Stato ebraico.

Sia chiaro: si è detto che i partiti arabi hanno iniziato a fare politica, ma in realtà sono ancora appesantiti dal jihadismo secolare palestinese. Solo Ra’am di Mansour Abbas ha condannato con chiarezza e determinazione Hamas e la strage del 7 ottobre, definendoli contrari all’islam. Yousef Jabareen, leader della Joint List, la più forte alleanza di tre partiti arabi, incluso quello comunista, non ha mai condannato il 7 ottobre, mentre Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, uno dei tre partiti, l’8 ottobre 2023 ha definito la strage «un evento storico importante». Nei fatti, la radicale diffidenza della stragrande maggioranza dell’elettorato ebraico verso l’affidabilità dei partiti arabi è largamente giustificata.

Infine, ma non per ultimo, anzi, le urne hanno punito la fragilità politica del blocco non arabo dell’opposizione a Netanyahu, che ha ottenuto soltanto quarantotto seggi, contro i 55-56 che alcuni sondaggi pronosticavano. In questo insuccesso hanno contato lo scarso spessore politico e, soprattutto, il deficit di carisma e leadership di Gadi Eisenkot, ma anche di Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman. È stata inoltre disastrosa la lite sotterranea, ma evidente, tra i primi tre per l’indicazione del candidato premier, con molti colpi bassi reciproci, in stile Campo largo italiano. Infine, ha pesato il fatto che Yashar, il partito più votato dell’opposizione non araba, quello di Eisenkot, non avesse un forte radicamento territoriale, essendo stato fondato dal nulla un anno fa. Il Likud, invece, forte di 16 anni di governo, ha una presenza sul territorio capillare, diffusa e radicata.

Da notare, inoltre, che le liste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich avevano 13 seggi e ne hanno 13 anche oggi. La loro sovraesposizione mediatica e il ruolo decisivo svolto nella conduzione feroce della guerra a Gaza e nel sostegno alle sopraffazioni dei coloni in Cisgiordania non hanno giovato ai due partiti. I due partiti religiosi alleati con Netanyahu hanno invece perso seggi.

Va ricordato — e il dato è importantissimo — che devono ancora essere conteggiate circa seicentocinquantamila schede speciali, comprese quelle dei militari fuori sede, degli sfollati dal nord di Israele, delle persone ricoverate o impossibilitate a recarsi al proprio seggio e del personale diplomatico. Il loro peso può incidere sull’assegnazione di circa quattordici seggi. Veniamo dunque agli scenari di governo possibili.

Nell’ipotesi credibile che questi voti rispecchino, con poche variazioni, le proporzioni del voto espresso nelle urne e che non attribuiscano comunque a nessuno dei due blocchi i sessantuno seggi necessari per raggiungere la maggioranza, lo scenario che pare più probabile — non certo, ma probabile — è quello di nuove elezioni anticipate a gennaio o febbraio.

È infatti impossibile che Eisenkot e i suoi alleati, con soli quarantotto seggi, formino un governo di minoranza contando sull’astensione dei partiti arabi. Sarebbe un esecutivo zoppo, debolissimo, e avrebbe come conseguenza un netto rigetto alle urne nella successiva, imminente tornata elettorale da parte dell’elettorato ebraico che, non senza ragione, non si fida affatto tanto degli elettori arabi quanto delle loro leadership, letteralmente educate male da un secolo di jihadismo e terrorismo palestinese.

Yair Golan, leader dei Democratici, che hanno riportato un risultato abbastanza deludente con soli 8 seggi, ha indicato questa soluzione, ma è totalmente isolato e smentito dai suoi alleati.

Resta l’ipotesi di un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich né Golan: una soluzione richiesta da Donald Trump, auspicata per dovere istituzionale dal presidente della Repubblica Isaac Herzog e soprattutto indicata come obiettivo per tutta la campagna elettorale da Netanyahu, che prevedeva la caduta della sua coalizione e che, indubbiamente, a differenza dei suoi avversari, sa fare politica. Ha infatti già iniziato a inviare, invano, emissari discreti a Bennett e Lieberman nel tentativo di incrinare il fronte avversario.

Il problema di fondo, che con ogni probabilità renderà impraticabile questo esecutivo unitario, sta proprio nella principale motivazione del voto dell’elettorato ebraico: la volontà, addirittura la necessità, di accertare sino in fondo le responsabilità per il disastro del 7 ottobre 2023 e per la gestione delle trattative per liberare gli ostaggi. È questa, infatti, la ragione principale del crollo del blocco Netanyahu, passato da sessantotto a cinquantatré seggi. Ma è evidente che Netanyahu porrà come condizione ferrea e ultimativa — e non potrebbe fare altrimenti — l’istituzione di una commissione d’inchiesta su quelle responsabilità, di fatto addomesticata e da lui controllabile, che lo assolva da ogni responsabilità, pur evidente e indiscutibile, per la serie di decisioni politiche e militari che hanno permesso ad Hamas di penetrare senza ostacoli in Israele, uccidere circa milleduecento persone, in gran parte civili israeliani, e prendere in ostaggio 251 persone.

Questa condizione, che Netanyahu porrà e che Eisenkot e i suoi alleati non potranno assolutamente accettare, si scontrerà non solo con il buon senso e con la volontà di accertare le responsabilità, chiaramente espressa dall’elettorato, ma anche con un dato politico stranamente non rilevato dagli osservatori. L’ex generale Gadi Eisenkot e il suo partito Yashar devono la loro comunque eccellente affermazione, per quanto sovrastimata, a un fatto e a un fatto solo: sono il partito di riferimento non solo dell’intero vertice delle Forze armate, dell’Idf, a iniziare dal loro comandante in capo Eyal Zamir — uno dei tanti stretti collaboratori di Netanyahu, da lui nominati e che ora lo contrastano —, ma anche di tutto il quadro degli ufficiali di carriera. La ragione è ovvia: devono difendere l’onore dell’Idf dalle accuse infamanti, dichiarate e addirittura urlate da Netanyahu, secondo cui l’esercito e lo Shin Bet sarebbero gli unici responsabili e colpevoli del 7 ottobre. In un contesto talmente avvelenato — una barbarie indotta colpevolmente e personalmente da Netanyahu stesso —, un sondaggio dell’Università Reichman condotto nell’aprile scorso rilevava che addirittura il quarantasei per cento degli elettori della coalizione di governo era convinto che i vertici militari e della sicurezza avessero deliberatamente nascosto al premier informazioni sull’imminente attacco di Hamas per danneggiarlo politicamente.

Si apre dunque una fase politica di stallo e di grandi tensioni interne in Israele, che sarà influenzata dalle conseguenze del voto di midterm negli Stati Uniti e soprattutto dalla nuova iniziativa militare contro l’Iran che Donald Trump pare stia preparando e che Netanyahu voleva anticipare rispetto al voto israeliano, ma che è stata letteralmente bloccata da Eyal Zamir, il comandante dell’Idf, ormai suo implacabile, ma silente, avversario.

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