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Da Machado a Pillay: il Nobel che manda su tutte le furie Trump e Netanyahu

By: A A
23 October 2026 at 22:05

Il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay segna una brusca discontinuità rispetto al premio assegnato l’anno precedente a María Corina Machado. La reazione di Donald Trump e Benjamin Netanyahu rivela quanto il nodo del diritto internazionale sia divenuto terreno di scontro geopolitico.

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A distanza di appena un anno, il Premio Nobel per la pace sembra aver cambiato completamente direzione. Nell’ottobre 2025, il Comitato norvegese aveva scelto María Corina Machado, principale esponente dell’opposizione venezuelana, premiandola «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per ottenere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Lo scorso 9 ottobre, lo stesso riconoscimento è invece andato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay «per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale». Dietro la somiglianza delle formule ufficiali, tuttavia, si nascondono due messaggi politici quasi opposti.

Il Nobel a Machado si inseriva infatti in maniera pressoché naturale nel quadro della pressione esercitata da Washington contro il governo venezuelano. L’oppositrice di Nicolás Maduro era da tempo sostenuta apertamente dagli Stati Uniti e da governi latinoamericani allineati con Washington. La scelta del Comitato norvegese rafforzava quindi, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate dai suoi membri, una delle parti di un conflitto politico interno sul quale gli Stati Uniti esercitano da anni una forte pressione attraverso sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi e tentativi di isolamento internazionale del governo bolivariano.

Il rapporto personale fra Machado e Trump rese ancora più evidente questa convergenza. Il giorno stesso dell’assegnazione del premio, nell’ottobre 2025, Trump riferì che la dirigente venezuelana gli aveva telefonato affermando di accettare il Nobel anche in suo onore. Nel gennaio successivo, Machado arrivò poi a consegnare al presidente statunitense la propria medaglia del Nobel, nel tentativo di consolidare il sostegno di Washington alla propria strategia politica in Venezuela. Lo stesso Trump, pochi giorni prima dell’annuncio del premio 2026, ricordava pubblicamente quell’episodio come una sorta di riconoscimento indiretto della propria presunta attività di pacificatore.

Il Nobel 2026 ha prodotto invece un effetto praticamente opposto. Navi Pillay, infatti, non rappresenta un movimento politico sostenuto dagli Stati Uniti contro un governo avversario, ma una tradizione giuridica che rivendica almeno formalmente la possibilità di sottoporre anche le grandi potenze e i loro alleati alle norme del diritto internazionale.

La biografia della nuova vincitrice contribuisce a spiegare la portata della scelta. Sudafricana di origine tamil, Pillay iniziò la propria attività professionale durante l’apartheid, difendendo oppositori politici e battendosi per i diritti di Nelson Mandela e degli altri detenuti del regime segregazionista. Dopo la fine dell’apartheid divenne la prima donna non bianca a sedere nell’Alta Corte sudafricana. In seguito, fu giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale dal 2003 al 2008 e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oggi opera inoltre come giudice ad hoc presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento relativo alle accuse di genocidio contro il Myanmar.

Ma è soprattutto il genocidio del popolo palestinese a Gaza, perpetrato impunemente dal regime nazisionista israeliano, ad aver trasformato il Nobel a Pillay in un caso politico internazionale.

Pillay, infatti, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e Israele. La Commissione ha concluso nel 2025 che Israele aveva commesso atti costitutivi di genocidio nella Striscia di Gaza, facendo riferimento, tra gli altri elementi, alle enormi perdite civili, alle restrizioni agli aiuti umanitari, alla distruzione sistematica delle strutture sanitarie, all’impatto delle operazioni sui bambini e alle dichiarazioni rese da esponenti politici e militari israeliani.

Da questo punto di vista, l’assegnazione del Nobel non poteva che provocare una reazione particolarmente violenta a Tel Aviv. Netanyahu ha affermato che il Comitato Nobel avrebbe «perso la propria bussola morale», definendo Pillay una persona intollerante che avrebbe costruito la propria carriera diffondendo quelle che il premier israeliano ha definito «calunnie di sangue» contro Israele. Il ministero degli Esteri israeliano ha adottato toni ancora più estremi, arrivando a evocare Joseph Goebbels e sostenendo che il propagandista nazista starebbe «applaudendo dall’inferno» alla decisione del Comitato (mentre, a nostro avviso, applaudirebbe piuttosto gli odiosi crimini commessi dal regime nazisionista).

La risposta israeliana, inoltre, non si limita a contestare le conclusioni della Commissione o l’interpretazione giuridica adottata da Pillay, ma tende a delegittimare l’intero meccanismo internazionale chiamato a giudicare l’operato del regime nazisionista. È una dinamica già emersa nei rapporti con la Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e con la Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati nell’ambito del suo parere consultivo del 2024.

La reazione di Donald Trump è stata diversa nella forma ma altrettanto rivelatrice. Il presidente statunitense, che da tempo conduce una vera e propria campagna personale per ottenere il Nobel, ha definito Pillay una «persona misteriosa» della quale non aveva mai sentito parlare. Ha poi bollato la mancata assegnazione del premio a sé stesso come una decisione «vergognosa e imbarazzante», destinata a lasciare una «macchia indelebile» sulla Norvegia. Secondo Trump, il Nobel sarebbe stato «screditato per sempre» da un gruppo di «ideologi radicali», da lui definiti perfino «nemici della civiltà».

Nelle stesse ore dell’annuncio del Nobel, Washington ha inoltre imposto nuove e molto più ampie sanzioni contro la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha annunciato restrizioni destinate a tagliare alla Corte l’accesso a servizi finanziari, tecnologici e commerciali statunitensi, presentando apertamente la misura come parte di un tentativo di indebolirne la capacità operativa. Il segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto che gli Stati Uniti non permetteranno alla CPI di perseguire cittadini statunitensi, definendo la Corte un organismo illegittimo. Dal canto suo, la CPI ha replicato denunciando un attacco allo Stato di diritto e al principio secondo cui nessuno dovrebbe essere posto al di sopra della legge.

Naturalmente, la decisione di assegnare il premio a Navi Pillay non dimostra che il Comitato norvegese sia improvvisamente diventato un organismo estraneo alle logiche politiche occidentali; inoltre, l’assegnazione di un premio non può certo cancellare la lunga storia di selettività che caratterizza l’applicazione del diritto internazionale. Tuttavia, questa volta, il principio riaffermato dal Nobel entra direttamente in collisione con la pretesa delle potenze dominanti di sottrarsi alle stesse regole che esse invocano nei confronti dei propri avversari.

La distanza fra i due premi presi in considerazione mostra dunque anche le contraddizioni interne allo stesso sistema occidentale. Il Nobel a Machado poteva essere perfettamente integrato nella strategia statunitense di pressione sul Venezuela, uno Stato collocato fuori dall’orbita di Washington e legato politicamente ed economicamente a Cina, Russia e ad altri attori del mondo multipolare. Il Nobel a Pillay valorizza invece istituzioni e principi che, quando vengono applicati a Israele o agli stessi Stati Uniti, diventano improvvisamente oggetto di sanzioni, minacce e campagne di delegittimazione.

Le reazioni scomposte di Trump e Netanyahu finiscono così per rafforzare involontariamente il significato politico dell’assegnazione. Entrambi contestano non soltanto la persona di Pillay, ma soprattutto il principio che la sua carriera rappresenta: che la responsabilità per crimini internazionali non dovrebbe dipendere dall’appartenenza a un determinato blocco geopolitico, dalla forza militare di uno Stato o dalla protezione garantita da Washington.

Nel frattempo, la credibilità del diritto internazionale continuerà naturalmente a dipendere dalla capacità di applicare questo principio senza doppi standard. Resta il fatto che, per decenni, le istituzioni occidentali hanno richiamato il diritto internazionale soprattutto nei confronti degli avversari geopolitici, mentre molto più debole è stata la loro capacità di farlo valere quando erano coinvolte le potenze occidentali o i loro alleati. Il caso di Gaza e dei crimini commessi dal regime nazisionista israeliano ha reso questa asimmetria sempre più difficile da occultare.

Il Nobel per la non-Pace, versione 2026

By: A A
16 October 2026 at 10:30

Sacrifica ciò che è scomodo, mai il progetto. Il “pal-washing” in azione.

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Un copione già noto

Il 9 ottobre 2026 il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il Premio per la pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, già giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria Onu per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio per chi attacca e mina il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è dichiaratamente politico, ed è su questo piano che va discusso.

La stessa figura che nel 2011 avrebbe «abbattuto» Gheddafi, spianando la strada al saccheggio del petrolio libico e alla schiavitù dei migranti africani, ora «abbatterebbe» Netanyahu, e preparerebbe così la riabilitazione di Israele. Il filo logico non sarebbe la morale né la pace, ma l’agenda dell’Open Society di George Soros: sacrificare i soggetti diventati scomodi, mai l’essenza del progetto. Qualcuno l’ha battezzata «pal-washing». La domanda di fondo è seria, perché chiede se dietro premi e giurisdizioni dell’ordine liberale ci sia una regolarità.

Occorre sottolineare che il copione è già noto. Vi ricordate quando Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace, inaugurando guerre su guerre? O vi ricordare i personaggi in cerca d’autore come Machado, Mohammadi, o i difensori dei criminali Ucraini? Ma andiamo per ordine.

 

Atto Primo: la Libia

Nel febbraio 2011 Pillay, Alta commissaria, chiese al Consiglio per i diritti umani un’azione vigorosa per fermare le violenze e chiamare i responsabili a risponderne; il Consiglio condannò le violazioni e istituì una commissione d’inchiesta. Il passaggio successivo toccò al Consiglio di sicurezza: il rinvio alla CPI con la risoluzione 1970, poi la 1973, approvata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso la guerra. Conta la sequenza: il linguaggio dei diritti umani aprì la porta, quello della protezione dei civili autorizzò la forza, e l’operazione scivolò verso il cambio di regime. Già in aprile Lavrov accusava la NATO di eccedere il mandato, e un ministro francese ammetteva che il cambio di regime avrebbe richiesto un nuovo voto.

Poi i costi. Nel 2017 l’OIM documentò aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme tra 200 e 500 dollari. Il nesso con il crollo dello Stato dopo il 2011 è la lettura più plausibile, benché la fonte documenti il fenomeno e non la sua causa. Il prezzo lo pagarono la Libia e i migranti; la cornice giuridica ne uscì, sul piano formale, intatta, anche se la controversia sul mandato avrebbe poi pesato sui veti di Mosca e Pechino in altri dossier.

Atto Secondo: Bibi

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della CPI emise mandati d’arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Pillay aveva lasciato la Corte nel 2008, ma ha presieduto la Commissione d’inchiesta Onu che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza. Qui il «pal-washing» trova il suo meccanismo. Il diritto penale internazionale lavora su persone: un imputato, un’imputazione, un periodo. Se il caso si chiude con la sorte di un leader, si apre una cesura narrativa, il prima e il dopo di un uomo, dopo la quale lo Stato può presentarsi come reintegrato. La Libia offre l’analogia: là il caso si chiuse con la caduta di un uomo.

I limiti del percorso giocano a favore della lettura. La Corte non ha una polizia e l’esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parte; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell’intera Onu; lo stesso Comitato, riferisce AFP, ha detto che spetta a una corte stabilire se vi sia genocidio. Il premio non produce effetti giuridici, lo sappiamo, però produce legittimazione per un circuito che promette giustizia e non può garantirla.

Dobbiamo, poi, considerare che dinamiche del genere le abbiamo già viste più volte all’interno dell’ordine globalista che domina in Occidente. L’Open Society Foundations si presenta come il maggiore finanziatore privato al mondo di gruppi per giustizia, democrazia e diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso che nel 2011 è andato a Soros e a Neier. Sembra proprio che si ripeta di nuovo il pattern della agenda sorosiana, fatta di fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e un orizzonte, quello di un ordine liberale da perfezionare e mai da rimettere in discussione. Chi opera dentro quel lessico può denunciare un governo, un leader, perfino uno Stato, ma non può contestare i presupposti dell’ordine che gli dà legittimità.

Alcuni obietteranno che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele come Stato, non soltanto ai suoi leader, il che contraddice l’idea di un’operazione puramente personalizzante. Il secondo è la reazione. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una grottesca strumentalizzazione del premio, e Washington ha annunciato sanzioni contro la CPI poche ore dopo l’annuncio. Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fin dalle sue fondamenta, se il suo sistema giuridico funzionasse, ma così non è, sotto nessun aspetto (e abbiamo avuto già sufficienti dimostrazioni – non scordiamoci anche il caso Epstein).

Se nei prossimi dodici mesi la caduta politica di Netanyahu verrà presentata come chiusura del caso, anziché come una tappa di un procedimento che riguarda lo Stato, il «pal-washing» guadagnerà peso. Se i procedimenti proseguiranno oltre la sua persona, e se gli Stati parte eseguiranno i mandati, forse ne perderà. Allo stato delle prove la tesi è plausibile e, fino a smentita comprovata, questo è l’ennesimo Nobel della non-Pace, che non possiamo chiamare “guerra”.

The Nobel Prize for Non-Peace, 2026 edition

By: A A
13 October 2026 at 10:44

Sacrifice the inconvenient, never the project. “Pal-washing” in action.

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A familiar script

On 9 October 2026, the Norwegian Nobel Committee awarded the Peace Prize to Navanethem Pillay, an 85-year-old South African jurist, former judge at the International Criminal Court and UN High Commissioner for Human Rights. The citation speaks of a person who has paved the way for a more comprehensive global legal order. The Committee’s chair, Jorgen Watne Frydnes, added that the prize is a message to those who attack and undermine the international system and its institutions. The verdict is avowedly political, and it is on this level that it must be discussed.

The very same figure who, in 2011, is said to have ‘toppled’ Gaddafi, paving the way for the plundering of Libyan oil and the enslavement of African migrants, would now ‘topple’ Netanyahu, thereby paving the way for Israel’s rehabilitation. The underlying logic would be neither morality nor peace, but the agenda of George Soros’s Open Society: to sacrifice those who have become inconvenient, never the essence of the project itself. Some have dubbed it ‘pal-washing’. The fundamental question is a serious one, for it asks whether there is a pattern behind the prizes and jurisdictions of the liberal order.

It must be emphasised that the script is already familiar. Do you remember when Barack Obama received the Nobel Peace Prize, whilst launching war after war? Or do you recall figures in search of a cause such as Machado, Mohammadi, or the defenders of Ukrainian criminals? But let us proceed in order.

Act One: Libya

In February 2011, Pillay, the High Commissioner, called on the Human Rights Council to take vigorous action to stop the violence and hold those responsible to account; the Council condemned the violations and established a commission of inquiry. The next step fell to the Security Council: referral to the ICC via Resolution 1970, followed by Resolution 1973, approved with ten votes in favour and five abstentions (Brazil, China, Germany, India, Russia). No one claims that Pillay decided to go to war. What matters is the sequence of events: the language of human rights opened the door, that of the protection of civilians authorised the use of force, and the operation gradually shifted towards regime change. As early as April, Lavrov was accusing NATO of exceeding its mandate, and a French minister admitted that regime change would have required a new vote.

Then there are the costs. In 2017, the IOM documented auctions of sub-Saharan migrants in southern Libya, sold for sums ranging from 200 to 500 dollars. The link with the collapse of the state after 2011 is the most plausible interpretation, although the source documents the phenomenon rather than its cause. Libya and the migrants paid the price; the legal framework emerged, formally speaking, intact, even if the controversy over the mandate would later weigh on the vetoes of Moscow and Beijing in other matters.

Act Two: Bibi

On 21 November 2024, Pre-Trial Chamber I of the ICC issued arrest warrants for Netanyahu and former Defence Minister Gallant, for war crimes and crimes against humanity. Pillay had left the Court in 2008, but chaired the UN Commission of Inquiry which, on 16 September 2025, concluded that Israel had committed genocide in Gaza. This is where ‘pal-washing’ comes into play. International criminal law deals with individuals: a defendant, a charge, a period of time. If the case concludes with the fate of a leader, a narrative break occurs – the ‘before’ and ‘after’ of a man – after which the state can present itself as restored. Libya offers an analogy: there, the case concluded with the fall of a man.

The limitations of the process work in favour of this interpretation. The Court has no police force and the execution of warrants depends on the States Parties; the Commission is not a court and does not speak on behalf of the entire UN; the Committee itself, according to AFP, has stated that it is up to a court to determine whether genocide has taken place. The award has no legal effect, as we know, but it lends legitimacy to a system that promises justice yet cannot guarantee it.

We must also bear in mind that we have already seen dynamics of this kind on numerous occasions within the globalist order that dominates the West. The Open Society Foundations presents itself as the world’s largest private funder of groups working for justice, democracy and human rights, active in over one hundred countries, and Pillay received the Stockholm Human Rights Award, the same prize that went to Soros and Neier in 2011. It certainly seems that the pattern of the Soros agenda is repeating itself once again – an agenda comprising foundations, NGOs, tribunals, commissions and bureaucracies that share a common lexicon and worldview: that of a liberal order to be perfected and never called into question. Those operating within that lexicon may denounce a government, a leader, or even a state, but they cannot challenge the underlying assumptions of the order that grants them legitimacy.

Some will object that Pillay’s Commission attributes responsibility to Israel as a state, not merely to its leaders, which contradicts the idea of a purely personalised operation. The second point concerns the reaction. Netanyahu accused the Committee of having lost its moral compass; the Israeli Foreign Ministry spoke of a grotesque exploitation of the prize; and Washington announced sanctions against the ICC just a few hours after the announcement. All true. But it would make sense and have value if the Western system were not rotten to its very core, if its legal system were functioning properly, but this is not the case, in any respect (and we have already seen sufficient evidence of this – let us not forget the Epstein case either).

If, over the next twelve months, Netanyahu’s political downfall is presented as the conclusion of the case, rather than as a stage in proceedings concerning the state, ‘Pal-washing’ will gain traction. If the proceedings continue beyond his person, and if the State Parties execute the warrants, perhaps it will lose ground. Given the current evidence, the argument is plausible and, until proven otherwise, this is yet another ‘Non-Peace’ Nobel Prize – one we cannot call ‘war’.

The Children a Scientist Took Home

24 August 2026 at 12:00

Carleton Gajdusek won the Nobel Prize for his work on a disease in Papua New Guinea. But his biggest experiment was on the children he took from the field to the US—many of whom he sexually molested, with the knowledge and, in some cases, approval of his professional peers and colleagues:

In his journals and in letters to colleagues, Gajdusek was self-righteous, arguing that what he’d done was “no more serious than lying on the grass or picking a dandelion,” and he cited the Anga initiation rites as justification. These ceremonies had brought boys into their communities, as part of a shared passage into manhood, but Gajdusek treated them as a timeless license for the acts that he’d committed privately, one boy at a time. George Klein, a professor at the Karolinska Institute, in Stockholm, who was part of the Nobel Assembly for thirty-six years, validated Gajdusek’s opinions, telling him that he wondered if “the Western world can ‘catch up with you.’” He wrote, “I share your indignation about the typically Jewish-Christian-Moslem hypocrisy on sexual matters.” Gajdusek was troubled, though, by how many colleagues wrote letters saying that they knew the charges must be untrue. “I thought better of my friends,” he said. “They are dissimulating and lying.”



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