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Manovra, Misiani (Pd): “Un minestrone di bonus dal sapore elettoralistico, daremo battaglia. Energia, lavoro e sanità le nostre priorità”

29 October 2026 at 18:34

Manovra, Misiani (Pd): “Un minestrone di bonus dal sapore elettoralistico, daremo battaglia”

Una manovra “di fine legislatura”, finanziata per metà in deficit e piena di bonus dal sapore elettorale, con “cambiali” per miliardi lasciate in eredità al prossimo governo. È il giudizio di Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, che parlando ad Affaritaliani boccia la legge di bilancio dell’esecutivo Meloni: poca crescita, quasi niente per la sanità, nessun sostegno vero contro il caro energia, mentre le spese militari registrano il maggiore aumento mai visto. Il Pd si prepara a dare battaglia in Parlamento, con emendamenti ai punti chiave e il timore di una manovra blindata.

Il governo parla di una manovra “prudente” e “targettizzata”. Qual è il suo giudizio complessivo, e cosa manca secondo lei?

Il giudizio è molto negativo. È una manovrina di fine legislatura, finanziata per metà in deficit. Un minestrone di bonus dal sapore elettoralistico, molti dei quali coperti solo per il 2027. Di fatto sono cambiali per miliardi di euro, scaricate sul prossimo governo, che dovrà decidere se prorogare o meno misure su cui gli elettori avranno maturato aspettative di continuità. Manca una strategia per rilanciare la crescita, ormai quasi a zero. Mancano le risorse per la sanità che chiedevano il ministro Schillaci e le regioni. Mancano sostegni veri contro il caro energia, che sta massacrando famiglie e imprese. In compenso, la manovra prevede il più grande aumento delle spese militari mai visto, pari a circa il doppio delle risorse destinate alla sanità. Uno schiaffo in faccia ai cittadini che non riescono a curarsi.

È l’ultima manovra della legislatura. C’è una logica elettorale nelle scelte su flat tax per i giovani, bollo auto e aliquota sugli aumenti contrattuali?

La flat tax per i giovani è una misura poco più che simbolica: un’imposta sostitutiva applicata solo agli incrementi del reddito da lavoro dipendente, entro specifici limiti di reddito e di importo. L’abolizione parziale del bollo auto voleva essere una risposta forte alla crisi energetica, ma l’effetto mediatico si è già esaurito, a un costo di oltre 2 miliardi l’anno. Diverso è il caso dell’aliquota piatta sugli aumenti contrattuali. La questione salariale è un problema gigantesco che il governo si rifiuta di affrontare con ciò che servirebbe davvero: una legge sul salario minimo, la generalizzazione dei meccanismi di adeguamento dei salari all’inflazione previsti da alcuni contratti, il rafforzamento della contrattazione nazionale più rappresentativa. Detto questo, piuttosto che niente, meglio la detassazione dei rinnovi contrattuali.

Su sanità, scuola e salari il Pd ha sempre chiesto più risorse. Quali sono le due o tre priorità su cui chiederete modifiche in Parlamento?

Il primo punto sono l’energia e le politiche per la crescita. Valuteremo con attenzione come il governo intende usare la clausola di flessibilità per la sicurezza energetica. Le nostre proposte le abbiamo presentate due mesi fa, ma da Palazzo Chigi non è mai arrivata una risposta. Giorgia Meloni si è di fatto affidata al buon cuore di Eni e di altre compagnie petrolifere, ma così non andiamo lontano.

Nella manovra non si intravvede il cambio di passo necessario sulle rinnovabili, né interventi per ridurre le distorsioni e le rendite che penalizzano i consumatori e gonfiano gli utili delle società energetiche. Incalzeremo il governo in Parlamento anche sul rilancio della crescita, su cui la manovra non propone nulla di significativo. Pochi giorni fa l’OCSE ci ha detto che nel 2027 l’Italia sarà ultima tra i paesi del G20 per crescita economica. A pari (de)merito con la Federazione Russa… Il PNRR è terminato quest’anno ma Meloni e Giorgetti non hanno la più pallida idea di come rimettere in moto l’economia. È un problema molto serio.

Il lavoro e il fisco sono la seconda, grande priorità: una legge sul salario minimo e la contrattazione collettiva nazionale più rappresentativa, norme contro la precarietà, la tutela delle partite IVA più fragili, la sterilizzazione del fiscal drag, che tra il 2026 e il 2029 rischia di sottrarre ai contribuenti IRPEF oltre 35 miliardi di euro secondo i dati del governo. Se i redditi reali delle famiglie continuano a ristagnare e le disuguaglianze a peggiorare, la situazione è destinata a deteriorarsi sotto il profilo sia della crescita che della coesione sociale.

La terza questione riguarda i servizi pubblici essenziali, a partire da sanità e scuola. Per il SSN ci sono solo le briciole, ma così la crisi della sanità pubblica si aggraverà. Oggi quasi 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi perché le liste d’attesa nel pubblico sono troppo lunghe e i soldi per rivolgersi ai privati non ce li hanno. Servirebbe una strategia di rilancio della sanità pubblica, ma il governo ancora una volta ha voltato la testa dall’altra parte. Quanto a scuola, università e ricerca, sono tra i grandi assenti di questa manovra. Non pervenute.

Il percorso parlamentare sarà molto stretto, con approvazione entro il 31 dicembre. Teme una manovra blindata senza spazio per gli emendamenti?

Sarebbe una mortificazione inaccettabile del Parlamento. Purtroppo le avvisaglie vanno tutte in questa direzione. Noi presenteremo emendamenti sui nodi più importanti, lavorando insieme alle altre forze di opposizione. Pochi giorni fa abbiamo presentato una risoluzione unitaria in 21 punti sui principali nodi di politica economica e sociale: ripartiremo da quel documento, traducendolo in proposte emendative. Sarà il primo tempo della battaglia in vista delle prossime elezioni politiche.

Ceto medio: Meloni è intervenuta sullo scaglione fino a 55mila euro, voi cosa avreste fatto?

L’intervento del governo è molto modesto. Noi avremmo rimesso mano all’IRPEF in modo strutturale, allargando la base imponibile e passando a un sistema ad aliquota continua, per alleggerire davvero il carico sul ceto medio. Una riforma complessiva è l’unica strada per rimettere ordine nel sistema tributario. In questi anni la destra ha ridotto a brandelli l’imposta sui redditi, moltiplicando i regimi di privilegio a favore delle corporazioni politicamente più vicine al governo. Il risultato è che oggi l’IRPEF è pagata quasi interamente da lavoratori dipendenti e pensionati a reddito medio-alto. Una situazione squilibrata e insostenibile.

Flat tax fino a 100mila euro: cosa ne pensate?

Ne pensiamo molto male. Bisognava sostenere il ceto medio e le partite IVA più fragili. Il governo ha invece esteso l’aliquota flat ad autonomi e professionisti con ricavi tra 85 e 100 mila euro: in media oltre diecimila euro di sgravio per qualche decina di migliaia di contribuenti, che beneficeranno di un livello di tassazione enormemente inferiore rispetto a chi rimarrà in IRPEF. Uno sconto fiscale del tutto ingiustificato, se pensiamo che milioni di famiglie a reddito basso o medio sono costrette a scegliere se pagare la spesa o le bollette, e da questa legge di bilancio non avranno niente di niente. Anzi, una cosa sì, a dire il vero: la possibilità di personalizzare, a pagamento, le targhe delle loro automobili…

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