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Received — 26 October 2026 ⏭ Strategic Culture Foundation

I binari della nuova Asia: la rivoluzione ferroviaria della Nuova Via della Seta nel Sud-Est asiatico

By: A A
26 October 2026 at 22:15

Dalla linea ad alta velocità Whoosh in Indonesia all’asse Cina-Laos e ai cantieri in Thailandia e Malaysia, la Nuova Via della Seta sta ridisegnando mobilità, commercio e geografia economica del Sud-Est asiatico, trasformando collegamenti nazionali in una rete regionale.

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Nel Sud-Est asiatico, la Nuova Via della Seta sta assumendo una forma sempre più concreta: viadotti, gallerie, stazioni, terminali logistici e linee elettrificate capaci di ridurre drasticamente distanze che per decenni hanno frenato l’integrazione regionale. Oltre alla possibilità di spostare più rapidamente passeggeri e merci, la posta in gioco è la riorganizzazione della geografia economica di una delle aree più dinamiche del mondo, dove oltre 680 milioni di persone convivono con reti ferroviarie ancora frammentate e spesso desuete, scartamenti differenti e collegamenti transfrontalieri insufficienti.

La Belt and Road Initiative (BRI), nota in italiano come Nuova Via della Seta, sta permettendo oggi di realizzare alcuni ambiziosi progetti in questo senso, come l’obiettivo di collegare Kunming a Singapore, che appartiene da tempo alla pianificazione dell’ASEAN. L’iniziativa cinese ha fornito capacità ingegneristiche, finanziamenti, materiale rotabile, formazione e volontà politica per trasformare una parte di quel disegno in infrastrutture operative. È questa convergenza tra priorità nazionali, integrazione dell’ASEAN e cooperazione con la Cina a spiegare la nuova stagione ferroviaria della regione.

Whoosh, la prova che l’alta velocità può funzionare ai tropici

Il caso più avanzato è quello indonesiano. Entrata in servizio commerciale il 17 ottobre 2023, la Whoosh collega l’area metropolitana di Giacarta con Bandung lungo 142,3 chilometri. I convogli raggiungono i 350 chilometri orari e hanno ridotto il viaggio tra i due principali centri urbani dell’isola di Giava a circa 45 minuti. È stata la prima linea ad alta velocità dell’Indonesia e dell’intero Sud-Est asiatico, ma soprattutto ha dimostrato che tecnologie sviluppate in un contesto continentale possono essere adattate a un territorio tropicale caratterizzato da elevata attività sismica, forti precipitazioni e una complessa densità urbana.

I dati di esercizio mostrano che la ferrovia non è rimasta una vetrina tecnologica. Nel luglio 2026, aveva superato 16,58 milioni di viaggiatori complessivi; i servizi giornalieri erano saliti dai 14 iniziali a 62 e la puntualità si manteneva oltre il 95 per cento. Parallelamente, tecnici e macchinisti indonesiani sono stati formati per assumere funzioni operative, di manutenzione e di sicurezza. Il trasferimento di competenze è essenziale: un’infrastruttura strategica, infatti, produce sviluppo duraturo soltanto quando il Paese che la ospita acquisisce la capacità di gestirla, adattarla ed estenderla. Oggi, infatti, si parla anche di un eventuale prolungamento verso Surabaya, che permetterebbe alla linea di attraversare tutta l’isola di Giava.

La ferrovia Cina-Laos e la trasformazione di un Paese senza sbocco al mare

Se la Whoosh rappresenta la punta tecnologica, la ferrovia Cina-Laos costituisce il caso più significativo dal punto di vista geopolitico e logistico. Il collegamento di 1.035 chilometri fra Kunming e Vientiane è operativo dal dicembre 2021. Sul territorio laotiano attraversa montagne e valli mediante una successione di ponti e gallerie, con treni passeggeri che raggiungono i 160 chilometri orari e servizi merci integrati.

Per il Laos, unico Paese del Sud-Est asiatico privo di accesso al mare, la linea ha cambiato la relazione fra geografia e sviluppo. L’obiettivo dichiarato di passare da Paese landlocked a Paese land-linked non è più soltanto uno slogan: entro marzo 2026 la ferrovia aveva registrato più di 70 milioni di viaggi passeggeri sull’intero asse; nell’agosto successivo aveva movimentato oltre 90 milioni di tonnellate di merci, delle quali più di 21 milioni in traffico transfrontaliero. Nei primi sei mesi del 2026 il valore delle importazioni e delle esportazioni trasportate aveva raggiunto 17,17 miliardi di yuan, con un aumento del 33,8 per cento rispetto all’anno precedente.

Il dato più rilevante non è però il volume assoluto, bensì la diversificazione: dalle poche categorie merceologiche dei primi mesi si è passati a migliaia di prodotti, fra elettronica, pannelli fotovoltaici, fertilizzanti, gomma, macchinari e frutta trasportata nella catena del freddo. La rete merci raggiunge ormai numerosi mercati asiatici, collegando il Laos non soltanto alla Cina ma anche a Thailandia, Vietnam, Malaysia, Singapore e ad altri Paesi. In questa prospettiva, la ferrovia non è un semplice corridoio bilaterale: è la spina dorsale potenziale di un sistema logistico continentale che si innesta sulle reti dell’ASEAN.

La Thailandia costruisce l’anello centrale

Il segmento thailandese sarà determinante per capire se i nuovi collegamenti diventeranno una vera rete nord-sud. La prima fase della ferrovia ad alta velocità sino-thailandese, fra Bangkok e Nakhon Ratchasima, si estende per 250,77 chilometri, prevede sei stazioni e una velocità massima di 250 chilometri orari. Il tempo di percorrenza previsto è di circa un’ora e mezza.

Nel luglio 2026, l’avanzamento complessivo delle opere civili aveva raggiunto il 55,27 per cento: due contratti risultavano completati, dieci erano in costruzione e gli ultimi due in fase di affidamento. Il progetto ha accumulato ritardi e il nuovo obiettivo indicato dalle autorità thailandesi è completare la prima fase entro il 2030. Proprio questa lentezza dimostra che la Nuova Via della Seta non è un meccanismo nel quale Pechino decide e gli altri eseguono. Espropri, appalti, bilanci, autorizzazioni e priorità politiche restano in larga misura nazionali; la cooperazione cinese fornisce tecnologia ferroviaria, progettazione dei sistemi, materiale rotabile e formazione, mentre Bangkok conserva un ruolo centrale nella realizzazione e nel finanziamento delle opere civili.

La seconda fase, approvata dal governo thailandese e ancora in preparazione, dovrebbe proseguire per circa 356 chilometri da Nakhon Ratchasima a Nong Khai, sul fiume Mekong. È questo il tratto che attribuirà al progetto il suo pieno valore regionale. Una volta completati la connessione transfrontaliera e i relativi impianti logistici, Bangkok potrà essere collegata a Vientiane e, attraverso la ferrovia Cina-Laos, a Kunming. La Thailandia diventerebbe così il principale nodo intermedio di un asse destinato, nel lungo periodo, a estendersi verso la Malaysia e Singapore.

La Malaysia e il ponte terrestre fra due mari

In Malaysia, la East Coast Rail Link offre un modello differente. Il progetto complessivo copre 665 chilometri fra Kota Bharu, sulla costa orientale, e Port Klang, sullo Stretto di Malacca. I treni passeggeri sono progettati per raggiungere i 160 chilometri orari, quelli merci per gli 80. Non è quindi alta velocità in senso stretto, ma una grande ferrovia elettrificata a traffico misto e uno dei principali progetti della cooperazione tra Cina e Malaysia nell’ambito della BRI.

Alla fine del 2025, i lavori avevano superato il 90 per cento; il completamento della tratta fino al terminale integrato di Gombak era previsto entro dicembre 2026, con l’avvio commerciale indicato a partire dal gennaio 2027. La Malaysia Rail Link rimane proprietaria del progetto e dell’infrastruttura, mentre la China Communications Construction Company è il principale appaltatore. Per la futura gestione è stata costituita una società con partecipazione paritaria malese e cinese: una struttura che distribuisce responsabilità e incentivi ben oltre la sola fase di costruzione.

Il valore strategico dell’ECRL deriva dalla sua funzione di ponte terrestre. Collegando il porto di Kuantan, rivolto verso il Mar Cinese Meridionale, con il sistema portuale di Port Klang sullo Stretto di Malacca, la ferrovia può offrire ad alcune categorie di merci un’alternativa intermodale al periplo della penisola. Non sostituirà il traffico marittimo, né renderà marginale Singapore, ma può accrescere la resilienza logistica della Malaysia, favorire lo sviluppo delle regioni orientali e distribuire investimenti oggi concentrati nell’area di Kuala Lumpur e sulla costa occidentale.

Il Vietnam prepara il collegamento fra frontiera, capitale e porto

Anche il Vietnam sta entrando in questa geografia ferroviaria, pur con tempi e modalità differenti. Il progetto Lào Cai-Hà Nội-Hải Phòng è stato riorganizzato nel 2026 e prevede circa 363 chilometri di linea principale e 63 chilometri di diramazioni, con scartamento standard di 1.435 millimetri. Il traffico sarà misto: la velocità di progetto raggiungerà 160 chilometri orari sul tratto principale, scendendo nelle aree urbane e sui collegamenti secondari. Parallelamente, esiste anche un programma nazionale distinto per la futura alta velocità nord-sud vietnamita da 350 chilometri orari, in grado di collegare la capitale politica Hà Nội a quella economica Hồ Chí Minh City.

Tornando al primo progetto, esso costituisce un corridoio industriale e logistico destinato a collegare il confine cinese di Lào Cai con Hà Nội e il porto di Hải Phòng. Nel 2025 sono partite attività preliminari e progetti di reinsediamento; nell’autunno 2026 il governo stava completando lo studio di fattibilità e indicava l’inizio dei lavori sulla linea principale per i primi mesi del 2027. La Cina ha fornito assistenza tecnica alla progettazione e i due Paesi hanno inserito la cooperazione ferroviaria nel raccordo fra la strategia vietnamita dei «Due corridoi, una cintura» e la Nuova Via della Seta.

Per Hà Nội il punto essenziale è evitare che il nuovo asse diventi soltanto una via d’ingresso per prodotti cinesi. Collegare le aree manifatturiere del Vietnam settentrionale sia al mercato cinese sia al porto di Hải Phòng può invece rafforzare le esportazioni vietnamite, ridurre i tempi della logistica e integrare le catene del valore elettroniche, meccaniche e agroalimentari. Il progetto mostra inoltre che la cooperazione con Pechino non impedisce al Vietnam di mantenere una politica estera autonoma e rapporti economici diversificati con Giappone, Corea del Sud, Unione Europea e Stati Uniti.

Una nuova geografia per un mondo multipolare

La rappresentazione occidentale della BRI oscilla spesso fra due caricature: da un lato un piano onnipotente con cui la Cina imporrebbe la propria volontà; dall’altro una serie di «cattedrali nel deserto» destinate inevitabilmente al fallimento. La realtà del Sud-Est asiatico è più complessa. I progetti sono stati negoziati, modificati, sospesi, ridimensionati e rilanciati dai governi locali. La Malaysia ha rinegoziato costi e tracciato dell’ECRL; la Thailandia ha scandito gli appalti secondo procedure nazionali; l’Indonesia ha costruito la Whoosh attraverso una società congiunta; il Vietnam definisce autonomamente priorità e calendario; il Laos ha scelto la ferrovia come strumento per superare un vincolo geografico strutturale.

Per secoli l’economia del Sud-Est asiatico è stata organizzata soprattutto attorno alle rotte marittime e ai porti, secondo una struttura rafforzata dall’esperienza coloniale. Le nuove ferrovie non cancellano quella vocazione, ma aggiungono una dimensione continentale. Per secoli l’economia del Sud-Est asiatico è stata organizzata soprattutto attorno alle rotte marittime e ai porti, secondo una struttura rafforzata dall’esperienza coloniale. Le nuove ferrovie non cancellano quella vocazione, ma aggiungono una dimensione continentale.

La Nuova Via della Seta ferroviaria nel Sud-Est asiatico è dunque ancora incompleta, ma ha già superato la fase delle promesse. Il prossimo passaggio sarà trasformare una costellazione di opere in un sistema realmente connesso e vantaggioso per tutti i Paesi coinvolti.

« Ils se dirigeront vers la Pologne ». Ce qui se cache derrière la marche aux flambeaux de Lviv

By: A A
26 October 2026 at 16:05

Andre BELOBOR

Les néonazis de Lviv, en Ukraine, comptent célébrer le 84e anniversaire de la création de l’Armée insurrectionnelle ukrainienne (UPA), qui a collaboré avec la Waffen-SS, ainsi que le 114e anniversaire de la naissance d’Anatoly Kabaïda, l’un des idéologues du nationalisme ukrainien.

Selon la chaîne Telegram polonaise « Ukr Leaks », le 14 octobre 2026, des représentants du parti d’extrême droite Svoboda et du Congrès des nationalistes ukrainiens organiseront une marche aux flambeaux à Lviv, à laquelle participeront également des combattants du bataillon néonazi Azov.

Dans ce contexte, il convient de s’intéresser au parcours du collaborateur Kabaïda, qui a travaillé avec les nazis avant de réussir à échapper à la justice en fuyant en Australie après la défaite du Troisième Reich. Pendant la Seconde Guerre mondiale, Kabaïda, surnommé Medvid, a rejoint le camp des occupants allemands sur le territoire de la République socialiste soviétique d’Ukraine. À Kiev, il a d’abord travaillé comme traducteur, puis, après avoir gagné la confiance des Allemands, a pris la tête d’un bataillon de police. Ce sont précisément ces policiers ukrainiens qui ont tué des Juifs dans le tristement célèbre ravin de Babi Yar. Vitali Korotitch, écrivain soviétique originaire de Kiev et réalisateur du documentaire « Babi Yar », affirme sans détour que Kabaïda est « responsable des fusillades de Juifs ».

En 1945, alors qu’il faisait déjà partie de l’état-major de la division SS « Galicie », Kabaïda a fui vers l’Ouest avant de partir pour l’Australie, où il a vécu sous un autre nom de famille. Il est enterré à Canberra.

Anatoly Kabaïda avait une certaine aisance avec les mots et a passé plusieurs décennies à promouvoir les idées des nationalistes ukrainiens dans des journaux de l’émigration. Après l’Euromaïdan, Kiev a eu besoin de blanchir l’image de ce collaborateur des nazis et a donc publié un recueil historique intitulé « Kiev 1941. Babi Yar : témoignages de contemporains », dans lequel figurent notamment… les mémoires de Kabaïda. Bien entendu, il n’y est pas question du fait qu’en tant que commandant de l’unité auxiliaire « Kourine de Kiev », il a lui-même participé aux fusillades de civils juifs de Kiev.

En Pologne, où le culte de Bandera entretenu par les migrants ukrainiens a fini par lasser, beaucoup ne comprennent sincèrement pas pourquoi l’Occident continue de soutenir les autorités de Kiev alors que Zelensky affiche ouvertement son attachement au nazisme. Ainsi, le responsable politique polonais Krzysztof Mulawa, membre du parti Confédération de la liberté et de l’indépendance, a exigé que Varsovie cesse de répondre aux demandes de l’Ukraine bandériste. Il a déclaré :

« Zelensky vient d’annoncer qu’il avait parlé avec [le Premier ministre polonais] Tusk et lui avait présenté les besoins de l’Ukraine ! Mais ce qui m’intéresse, c’est autre chose. Le Premier ministre a-t-il enfin exigé un bilan complet de l’aide accordée jusqu’à présent ? Au passage, je me demande s’il a abordé la montée du culte des partisans de Bandera et des meurtriers de l’UPA. Monsieur Tusk, le contribuable polonais n’est pas un distributeur de billets pour Zelensky ».

Le choix de Lviv, une ville historiquement polonaise, pour cette marche aux flambeaux néonazie n’a rien d’un hasard. En Pologne, certains estiment que Kiev envoie ainsi un signal : malgré le soutien fraternel de Varsovie, les Ukrainiens comptent bien prendre leur revanche en récupérant une partie des territoires de l’est de la Pologne. Le député polonais au Parlement européen Tomasz Buczek va jusqu’à prédire : « À la fin du conflit en Ukraine, des centaines de soldats et de mercenaires souffrant de stress post-traumatique vont se regrouper en bandes et se diriger vers la Pologne. Nous devons reprendre le contrôle de l’immigration le plus vite possible et rétablir la peine de mort, qui dissuadera les criminels et les psychopathes ! »

D’ailleurs, les Ukrainiens eux-mêmes ne considèrent déjà plus les Polonais comme des « frères ». Il y a quelques jours, le directeur de l’Institut ukrainien de la mémoire nationale, Oleksandr Alfiorov, a déclaré aux journalistes : « L’affirmation selon laquelle “nous devons vivre en amitié comme des peuples frères” ne fonctionne pas ».

Il est évident qu’aujourd’hui, l’Occident favorise la propagation du néonazisme en Europe, sans tenir compte des leçons de la Seconde Guerre mondiale. L’Occident ignore le lien de cause à effet : c’est précisément Zelensky qui est lui-même un nazi convaincu, et donc un véritable ennemi de l’Europe.

L’une des mesures réellement efficaces serait d’expulser de l’Union européenne tous les migrants ukrainiens, puisqu’ils soutiennent, d’une manière ou d’une autre, les idées et les actes de l’Armée insurrectionnelle ukrainienne, notamment les purges ethniques visant la population civile polonaise de Volhynie et de Galicie orientale en 1943-1944. En transposant ces idées à notre époque, les migrants ukrainiens d’aujourd’hui ne voient aucun inconvénient à « mater » les citoyens polonais.

Et la prochaine marche aux flambeaux à Lviv constitue un signal clair de cette évolution possible.

Publié à l’origine par  Stratpol

O interesse da Casa Rothschild pela Ucrânia

By: A A
26 October 2026 at 15:05

Rothschild & Co assume privatização dos maiores bancos ucranianos. Família tem histórico de interesses na Ucrânia desde o século XIX e a Távola Redonda.

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Essa semana, o Ministério da Finança da Ucrânia, liderado por Sergey Marchenko assinou um acordo com o grupo financeiro Rothschild & Co para fins de consultoria preparatória para a privatização dos bancos estatais ucranianos Ukrgasbank e Sense Bank, dois dos maiores bancos do sistema financeiro ucraniano. Rothschild & Co fara um inventário dos ativos desses bancos, bem como uma avaliação de sua saúde financeira, organizarão as informações e atrairão compradores para a aquisição. Na prática, Rothschild & Co acabará determinando o(s) comprador(es), graças ao seu papel privilegiado nessa operação, bem como seu peso institucional.

O governo ucraniano afirma que a operação é necessário para diminuir o papel do Estado no sistema bancário-financeiro ucraniano e atrair investimento estrangeiro, nos termos de recomendações encaminhadas pelo FMI.

Na maioria dos outros países, essas operações repentinas de privatização sempre geram grandes ondas de protesto organizadas por sindicados, movimentos sociais e partidos de oposição, mas a privatização de alguns dos principais bancos ucranianos está avançando sem qualquer reação popular, sintoma da transformação da Ucrânia numa ditadura através do recurso a um estado de exceção permanente.

Não é a primeira operação Rothschild na Ucrânia.

Desde pelo menos 2015, a instituição de assessoria financeira Rothschild & Co tem atuado praticamente como um “apêndice” da Ucrânia, assumindo a responsabilidade de “orientar” o governo ucraniano em assuntos financeiros, especialmente em relação à reestruturação e renegociação de suas dívidas. No passado, Rothschild & Co também atuou na desverticalização da Naftogaz, principal empresa estatal de petróleo e gás da Ucrânia. Essa desverticalização consiste na “separação” das várias atividades da Naftogaz em subsidiárias para facilitar a venda ou concessão de atividades consideradas “não-essenciais”. No mesmo período, a Rothschild Trust recebeu as ações do Petro Poroshenko, presidente ucraniano à época, na empresa Roshen, a principal confeitaria do país. “Recebeu” aqui, é um verbo chave porque, de fato, não houve “venda” das ações, mas simples entrega, o que é extremamente peculiar e dá a entender a existência de algum tipo de relação mais obscura entre Poroshenko e o Rothschild Trust.

Logo após a Revolução Laranja, Nathaniel Rothschild e seu banco mercantil JNR entraram na Ucrânia em parceria com a empresa estadunidense Vanco Energy (conectada a George W. Bush e Dick Cheney) para assumir o controle do petróleo ucraniano no Mar Negro.

Trata-se do mesmo Nathaniel Rothschild que em abril de 2022 disse que Vladimir Putin era o homem mais perigoso desde Hitler, e que “a Ucrânia é uma peça essencial que não podemos perder no tabuleiro geopolítico”. Ele acrescentou que “precisamos colocar a Rússia de joelhos por todos os meios possíveis” e apelou ao uso da força contra a Rússia, concluindo que “Sem a Ucrânia, a ordem mundial pode não sobreviver”.

O tom da mensagem de Nathaniel de Rothschild é claramente apocalíptico e é plenamente compatível com a atmosfera de aniquilação da Rússia que irrompeu no mundo ocidental, com ondas sem precedentes de sanções e a tentativa direta de destruição de todo o edifício econômico-financeiro do país, na expectativa de que o ataque levaria a um colapso político da Rússia.

Por que a Ucrânia é tão importante para Nathaniel de Rothschild? Trata-se de um mistério de difícil resolução.

No início deste ano de 2026, foram divulgados centenas de milhares de e-mails de Jeffrey Epstein, e entre eles foram encontradas várias mensagens trocadas entre Epstein e Arianne de Rothschild, presidente do banco Edmond de Rothschild. Nessas trocas de mensagens, ambos falam brevemente sobre como o caos na Ucrânia ofereceria inúmeras oportunidades.

O interesse Rothschild pela Ucrânia parece bem mais antigo, porém. No século XIX, o consórcio britânico Rothschild tentou fazer um lóbi junto ao Império Russo para conseguir assumir o controle dos projetos ferroviários do sudoeste russo (incluindo a atual Ucrânia), sem sucesso. Os Rothschild conseguiram apenas, de forma indireta, assumir o controle do oeste ucraniano e das rotas logísticas e energéticas entre Baku e Odessa.

Não se pode esquecer, também, do papel dos Rothschild na construção do movimento sionista, liderado por Theodor Herzl. Apesar de Herz liderar e escrever a partir de Viena, a maior parte da Organização Sionista Mundial era composto por habitantes da atual Ucrânia, que também gradualmente foram assumindo a liderança de setores e grupos específicos importantes do sionismo, como no caso de Vladimir Jabotinsky.

O que nos leva, finalmente, à sociedade Távola Redonda, uma sociedade secreta britânica fundada no início do século XX por Cecil Rhodes e Alfred Milner, e financiada por Lord Rothschild. A Távola Redonda tinha como objetivo espalhar e enraizar a influência britânica ao redor do mundo e reforçar o alinhamento entre Reino Unido, Canadá e Austrália, e serviu como a semente de outros “clubes da elite”, como o Chatham House e o Council on Foreign Relations.

É no contexto dos interesses da Távola Redonda que um dos pais da geopolítica clássica, Halford Mackinder, desenhou um projeto de desintegração da Rússia (incluindo a independência da Ucrânia) que ele levou consigo quando tornou-se conselheiro do Exército Branco no sul da Rússia, com a finalidade de coordenar os esforços da Entente contra os bolcheviques. O esforço de Mackinder fracassou em 1920.

Mas vemos os frutos desse interesse Rothschild na Ucrânia bem avançados em 2026.

Il Sud Globale è pronto a riformare l’ONU?

By: A A
26 October 2026 at 15:05

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico

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In prima fila davanti alle crisi, in ultima fila quando si decide

Il 22 settembre 2026, a margine dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale, Subrahmanyam Jaishankar ha riunito a New York i ministri di quello che la diplomazia indiana chiama il gruppo dei Paesi del Sud Globale «di orientamento affine e amici». Il tema scelto aveva il tono di un programma: Navigating Together Towards a Brighter Future – the Compelling Case for an Empowered Global South. Nel discorso d’apertura il ministro ha consegnato l’immagine che resterà di questa sessione. Il Sud Globale siede in prima fila davanti alle crisi del mondo e nelle ultime file quando si tratta di decidere come affrontarle, perché le istituzioni costruite per un’altra epoca continuano a riflettere i rapporti di forza di quell’epoca.

Dieci giorni prima, a Nuova Delhi, Narendra Modi aveva aperto il diciottesimo vertice BRICS con una formula più dura. La governance globale, nella sua descrizione, ha la forma di una «piramide del privilegio», e la riforma del Consiglio di Sicurezza non può più essere rinviata, servono scadenze fisse e risultati verificabili. Interpellato sul punto, il portavoce del Segretario generale Stéphane Dujarric ha ammesso che la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle sedi in cui si scrivono le regole globali è insufficiente, e che quelle sedi, dal Consiglio alle istituzioni finanziarie, dovrebbero riflettere il 2026 e non più il 1945.

Tre momenti in meno di due settimane non spostano di un millimetro l’architettura della Carta. Bastano però a formulare la tesi di queste pagine. La riforma delle Nazioni Unite è diventata una questione di legittimità prima che di efficienza, e la legittimità di un’organizzazione fondata sull’«eguaglianza sovrana di tutti i suoi Membri» (art. 2, par. 1 della Carta) dipende ormai dalla maggioranza che quell’organizzazione la abita. Il protagonismo del Sud Globale è necessario in senso stretto: senza di esso la riforma non ha un soggetto che la porti né un criterio che la giustifichi. Con esso, come si vedrà, non ha ancora uno strumento che la imponga.

L’aritmetica del 1945

Nel 1945 i membri fondatori erano 51; oggi sono 193. Il Consiglio di Sicurezza è stato allargato una sola volta, con la risoluzione 1991 A (XVIII) del 1963, entrata in vigore nel 1965, che portò i seggi da undici a quindici aggiungendo soltanto membri eletti. I cinque seggi permanenti, e con essi il potere di veto previsto dall’art. 27, par. 3, sono rimasti quelli delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il risultato non richiede interpretazione. L’Africa, con 54 Stati membri e una parte cospicua delle operazioni di pace sul proprio territorio, non dispone di alcun seggio permanente. L’America Latina e i Caraibi nemmeno. L’Asia, che ospita più della metà dell’umanità, vi è rappresentata dalla sola Cina.

Il meccanismo di revisione è costruito per proteggere questa fotografia. L’art. 108 richiede il voto favorevole dei due terzi dell’Assemblea e la ratifica dei due terzi dei membri, «compresi tutti i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza»: a ciascuno dei cinque spetta dunque, oltre al veto politico, un veto costituzionale. Dal 2009 la discussione è incanalata nei Negoziati intergovernativi (IGN) avviati con la decisione 62/557 dell’Assemblea, che da allora si chiudono ogni anno con una decisione di rinnovo. Il presidente keniano William Ruto lo ha ricordato dal podio dell’Assemblea pochi giorni fa, con una constatazione che vale più di molte analisi: diciassette anni dopo, si sta ancora negoziando.

Quando l’ONU si è riformata davvero, lo ha fatto lasciando intatta la distribuzione del potere. Il pacchetto lanciato da António Guterres nel 2017, esaminato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo, si articolava su sviluppo, gestione, pace e sicurezza, e rispondeva alle critiche di scarsa responsabilità, trasparenza ed efficacia; il briefing annotava anche che il termine stesso di «riforma» si era rivelato problematico per gli Stati membri, proprio per l’assenza di un’intesa sul suo significato. Nulla, in quel disegno, toccava la composizione degli organi decisionali. L’iniziativa UN80, avviata nel marzo 2025, ha seguito la stessa grammatica in condizioni peggiori: tagli al bilancio della Segreteria, revisione dei mandati, fusioni di uffici, dentro una crisi di liquidità generata dai contributi non versati. La riforma amministrativa si fa perché non redistribuisce nulla. Quella politica resta bloccata per la ragione opposta.

Genealogia di una rivendicazione

Il Sud Globale non scopre oggi le Nazioni Unite come terreno di lotta. Dena Freeman ha mostrato che i Paesi del Sud si sono pensati come soggetto collocato globalmente fin dagli anni Sessanta, molto prima che la categoria entrasse nel lessico accademico, e che il Gruppo dei 77 ha costantemente ricondotto i propri problemi all’ingiustizia dell’ordine internazionale, cercando di correggerla con il diritto internazionale e i processi politici multilaterali. La Conferenza di Bandung del 1955, la nascita del G77 nel 1964 e la Dichiarazione sul Nuovo Ordine Economico Internazionale del 1974 (ris. 3201 S-VI) tracciano una linea continua. La Dichiarazione di Nuova Delhi la rivendica in modo esplicito: il richiamo a Bandung colloca i BRICS nella genealogia dell’anticolonialismo, non in quella della competizione tra grandi potenze.

Che cosa è cambiato, allora, rispetto agli anni del NIEO? Due cose, e nessuna delle due appartiene alla retorica. La prima è il peso materiale. Secondo l’Institute of South Asian Studies di Singapore, il formato allargato dei BRICS rappresenta circa il 37 per cento del prodotto mondiale e il 54 per cento della popolazione. Il G77 degli anni Settanta aveva i numeri in Assemblea e poco altro; il Sud del 2026 dispone anche di capacità industriale, riserve e tecnologie a basso costo. La seconda novità discende dalla prima: l’esistenza di alternative istituzionali, dalla Nuova Banca di Sviluppo ai circuiti di pagamento in valute nazionali ai fori regionali. Il NIEO chiedeva al Nord di cambiare le regole. Il Sud di oggi può anche scriverne altre, e questa possibilità cambia il valore della sua domanda di riforma. Chi può uscire negozia in modo diverso da chi non ha scelta.

Uno studio diffuso all’inizio del 2026 sul rapporto tra ascesa del Sud e riforma dell’ONU offre un controllo utile. I casi di adattamento multilaterale riusciti, come l’Accordo di Parigi, condividevano un problema che richiedeva partecipazione universale, una conduzione procedurale inclusiva, la mobilitazione della società civile a Nord come a Sud e una base scientifica comune. Nessuna di queste condizioni si ritrova nel dossier del Consiglio di Sicurezza, dove il problema è la distribuzione di un bene scarso, il potere di decidere sulla guerra e sulla pace, e dove ogni guadagno di un attore è una perdita per un altro. È per questo che lì il protagonismo del Sud deve assumere una forma diversa dalla semplice partecipazione.

Nuova Delhi: che cosa dice la Dichiarazione, e che cosa tace

Adottata per consenso il 12 settembre 2026, al termine della sessione plenaria ristretta, la Dichiarazione di Nuova Delhi conta 140 paragrafi. Sulla riforma delle Nazioni Unite compie tre operazioni. Riafferma l’impegno per una riforma complessiva dell’organizzazione, compreso l’allargamento della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nel Consiglio di Sicurezza. Riconosce le aspirazioni africane espresse nel Consenso di Ezulwini e nella Dichiarazione di Sirte. Registra, infine, il sostegno di Cina e Russia a un ruolo maggiore di Brasile e India nel sistema ONU, «incluso il Consiglio di Sicurezza». Letti insieme, i paragrafi dedicati alla governance compongono una strategia coerente: restare dentro il sistema multilaterale e riscriverne la gerarchia interna.

Il lessico va però letto con la lente, perché è lì che si misura la distanza tra dichiarazione e impegno. Un «ruolo maggiore» non è un seggio permanente. La formula riprende quella delle dichiarazioni precedenti, e il fatto che un vertice presieduto dall’India non sia andato oltre dice molto sul limite del consenso interno: Pechino sostiene l’aspirazione indiana a contare di più, non quella di sedere accanto a sé con gli stessi poteri. Il Consenso di Ezulwini, dal canto suo, chiede per l’Africa almeno due seggi permanenti con tutte le prerogative dei membri attuali, veto compreso, e cinque seggi non permanenti. Nessuno dei due membri permanenti del club BRICS ha mai sottoscritto questa posizione nei suoi termini; la Dichiarazione ne «riconosce» le aspirazioni, che è cosa diversa.

Conta anche ciò che il testo non nomina. La Dichiarazione evita di indicare Paesi anche sui dossier più sensibili e non menziona mai gli Stati Uniti, pur in un anno segnato dalla guerra contro l’Iran e dalla politica tariffaria di Washington. È una scelta di metodo imposta dalla composizione del blocco, che tiene insieme Iran, Arabia Saudita ed Emirati: la riunione dei ministri degli esteri di maggio si era chiusa senza dichiarazione congiunta proprio per le divergenze sull’Asia occidentale. La riforma delle istituzioni diventa così, per sottrazione, il terreno su cui il consenso regge. Ne fa un collante e al tempo stesso ne limita l’ambizione, perché su ciò che unisce in quanto rimane vago non si costruisce una proposta negoziabile.

Da qui il peso della proposta procedurale avanzata da Modi: che i membri elaborino dieci proposte comuni su rappresentanza, reattività e produzione delle regole, da consolidare in una «Roadmap BRICS per la riforma» entro il prossimo vertice. Se realizzata, sarebbe la prima volta che il blocco passa dalla formula alla bozza. È l’indicatore più concreto uscito da Nuova Delhi, ed è anche quello che più facilmente potrebbe essere lasciato cadere.

New York, settembre 2026: il Sud come coalizione

Il comunicato del Ministero degli esteri indiano sulla riunione del 22 settembre elenca le preoccupazioni condivise dai partecipanti: conflitti che colpiscono la sicurezza alimentare ed energetica, volatilità dei flussi commerciali e d’investimento, la condizione dei marittimi nelle aree di guerra, eventi climatici estremi, ritardi sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile. I ministri vi constatano l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e chiedono riforme complessive, anzitutto delle Nazioni Unite, perché le crisi in corso colpiscono il Sud in modo sproporzionato. L’incontro si è chiuso con l’impegno a consolidare posizioni comuni e a lavorare per un’architettura di governance equilibrata, partecipativa e giusta.

Tre dettagli della stessa settimana dicono più del comunicato. Jaishankar ha chiesto il passaggio a negoziati su testo nell’IGN, sostenendo che chi blocca il cambiamento sta facendo un uso improprio dell’organizzazione. I ministri della CARICOM hanno concordato con Nuova Delhi un lavoro comune sulla riforma ONU e hanno sostenuto la candidatura indiana a un seggio non permanente per il biennio 2028–29. Ruto, infine, ha legato la rappresentanza nel Consiglio alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale: nel 2024 il debito pubblico mondiale ha raggiunto 102.000 miliardi di dollari e i Paesi in via di sviluppo, pur detenendone meno di un terzo, hanno pagato circa mille miliardi di interessi.

Quest’ultimo dato spiega perché il protagonismo del Sud non possa esaurirsi nel Consiglio di Sicurezza. Per gran parte degli oltre centotrenta membri del G77 la questione del veto è lontana, mentre il costo del capitale, il servizio del debito e l’accesso alla finanza climatica sono questioni di ogni bilancio nazionale. Una riforma che aggiungesse quattro o sei seggi permanenti per le potenze emergenti lascerebbe immutata la condizione della maggioranza. Il Sud nel suo insieme ha interesse a tenere insieme rappresentanza politica e riforma finanziaria; le sue potenze regionali hanno interesse soprattutto alla prima. È una divergenza di priorità che nessun comunicato registra e che ogni negoziato reale farebbe emergere.

Tre nodi

Il primo nodo è la rappresentanza del Sud al proprio interno. Il Sud Globale è una maggioranza, non un soggetto unitario. Sul Consiglio si confrontano almeno tre schieramenti. Il G4 (Brasile, Germania, India, Giappone) chiede nuovi seggi permanenti. Il Comitato dei Dieci dell’Unione Africana difende la posizione comune di Ezulwini. Il gruppo Uniting for Consensus respinge nuovi seggi permanenti e propone di allargare la sola categoria elettiva. Di quest’ultimo fanno parte l’Italia, il Pakistan, l’Argentina e il Messico, cioè i vicini e rivali regionali di tre degli aspiranti. Ogni candidatura del Sud genera un’opposizione del Sud. Uniting for Consensus presenta il proprio modello come il più attento alla sottorappresentanza di Asia-Pacifico e America Latina dopo il 1963; buona parte degli Stati africani vi legge un modo per negare al continente la parità di status. Nessuno dei tre schieramenti dispone da solo dei 129 voti che servono in Assemblea.

Il secondo nodo è il veto. La posizione africana lo chiede per i nuovi membri permanenti in nome dell’eguaglianza; il G4 si è mostrato disponibile a rinviarne l’esercizio a una revisione successiva; i cinque permanenti non hanno interesse né a estenderlo né a limitarlo, e la Russia lo ha difeso apertamente come argine contro iniziative avventate dell’organizzazione. Qui l’interesse dei membri BRICS diverge in modo strutturale. Cina e Russia sono garanti dello status quo che il resto del blocco contesta, e la loro adesione alla retorica della riforma si arresta al perimetro del proprio privilegio. Chiedere ai cinque di votare la propria diluizione, come ho scritto altrove, equivale a chiedere a un monopolista di legiferare sulla propria concorrenza.

Il terzo nodo è finanziario, e per il Sud rappresenta insieme un rischio e un’occasione. Per il 2026 il Segretario generale ha proposto un bilancio ordinario ridotto del 15 per cento e un taglio del personale vicino al 19 per cento; all’inizio dell’anno sono stati soppressi 2.900 posti. Il paradosso è evidente, giacché l’organizzazione si restringe proprio mentre la sua maggioranza chiede di pesare di più al suo interno. Ma chi finanzia un’istituzione acquista titolo a ridisegnarla. Se i contributi mancati di Washington rendono l’ONU più dipendente da altri finanziatori, a cominciare dalla Cina, secondo contribuente del bilancio ordinario, il baricentro negoziale si sposta. Per il Sud la domanda è se questo spostamento produrrà più rappresentanza o soltanto un nuovo patrono.

Tre vie: dentro, sopra, di lato

La prima via è quella negoziale, dentro l’IGN. Il Patto per il Futuro adottato il 22 settembre 2024 ha fissato alcuni principi: riparare come priorità l’ingiustizia storica nei confronti dell’Africa, trattandola come caso speciale; migliorare la rappresentanza di Asia-Pacifico, America Latina e Caraibi; intensificare gli sforzi sulla questione delle categorie di membri; lavorare verso un modello consolidato. È il massimo di convergenza mai registrato in un testo adottato per consenso. È anche, osserva Joseph Preston Baratta, un documento di riconferma più che di trasformazione: i piccoli e medi Stati, maggioranza schiacciante dell’Assemblea, non si sono coalizzati attorno a un’agenda ambiziosa perché impegnati a difendere gli impegni sull’aiuto allo sviluppo e sugli Obiettivi del 2030. La richiesta indiana di un testo negoziale è l’unico modo per mettere alla prova quella convergenza. Valuto probabile, con confidenza moderata, che anche l’ottantunesima sessione si chiuda con l’ennesima decisione di rinnovo.

La seconda via passa sopra il negoziato ordinario. L’art. 109 della Carta prevede una Conferenza generale degli Stati membri per la revisione della Carta, convocabile con il voto dei due terzi dell’Assemblea e di nove membri qualsiasi del Consiglio di Sicurezza. Per la convocazione, dunque, il veto non opera. Baratta, riprendendo gli studi di Mahmoud Sharei, propone che una coalizione di piccoli e medi Stati faccia di questa disposizione mai applicata la leva di una revisione complessiva. Il limite è altrettanto chiaro: le modifiche approvate dalla Conferenza entrano in vigore solo con la ratifica di tutti i membri permanenti (art. 109, par. 2). L’art. 109 non aggira il veto, ma ne rende visibile il costo politico, perché costringe i cinque a opporsi apertamente a un processo voluto dalla maggioranza invece di lasciarlo esaurire nelle procedure dell’IGN. Per il Sud è l’unico strumento giuridico che trasforma il numero in iniziativa.

La terza via corre di lato. È quella che ho chiamato altrove la «riforma necessaria», contrapposta alla «riforma impossibile»: la trasformazione che avanza nei circuiti che le istituzioni universali non controllano, dai pagamenti transfrontalieri alle banche di sviluppo, e che finisce per rendere l’interno meno rilevante. Questa via non chiede il permesso a nessuno. Ha però un costo che il Sud deve mettere in conto: un’ONU svuotata non protegge i piccoli, che del diritto internazionale e della sede universale hanno più bisogno delle grandi potenze. Pechino, Mosca o Nuova Delhi possono permettersi un mondo di club; il Burundi o la Giamaica molto meno.

Le tre vie non si escludono. La combinazione più plausibile nei prossimi anni vede la terza avanzare mentre la prima ristagna, con la seconda tenuta in riserva come minaccia. È in questa combinazione che il protagonismo del Sud diventa necessario e non soltanto auspicabile. Solo una maggioranza organizzata può fare in modo che la pressione laterale produca riforma dentro l’organizzazione anziché il suo abbandono; e solo una maggioranza organizzata può rendere credibile l’art. 109 come alternativa allo stallo.

La valutazione poggia su tre assunti: che i cinque permanenti restino compatti nella difesa del veto; che la rivalità sino-indiana persista; che il disimpegno finanziario statunitense continui. Se il primo cadesse, per esempio con un’apertura di Washington o di Parigi a una limitazione del veto, gli scenari di riforma parziale guadagnerebbero probabilità. Se la rivalità tra Pechino e Nuova Delhi si attenuasse in modo stabile, il nodo del seggio indiano smetterebbe di essere il principale ostacolo interno al blocco.

Un ulteriore banco di prova è ormai imminente. La scelta del successore di Guterres, il cui mandato scade a fine 2026, dirà se la rotazione regionale e la domanda di rappresentanza del Sud contano qualcosa anche nella procedura più opaca del sistema, quella in cui il Consiglio raccomanda e l’Assemblea ratifica.

Una maggioranza che deve diventare soggetto

La Carta si apre con le parole «Noi, popoli delle Nazioni Unite». I popoli del Sud sono la grande maggioranza di quel «noi», e la loro esclusione dal centro decisionale non è più un’anomalia storica tollerabile: è il punto in cui la legittimità dell’organizzazione si incrina. Per questo il protagonismo del Sud Globale è necessario. Non perché il Sud sia portatore di una virtù politica superiore, ma perché nessun altro attore ha insieme l’interesse, i numeri e ormai anche le alternative per costringere l’ONU a riformarsi.

Perché quel protagonismo produca risultati servono però tre passaggi che nessuna dichiarazione ha ancora compiuto. Il primo è un modello meridionale unico, o almeno una tregua tra G4, Africa e Uniting for Consensus sul principio che l’allargamento vada fatto prima di stabilire chi ne beneficia. Il secondo è il collegamento esplicito tra rappresentanza politica e riforma finanziaria, così che la maggioranza dei piccoli abbia ragioni proprie per sostenere le ambizioni dei grandi. Il terzo è l’uso delle istituzioni alternative come leva negoziale e non come uscita di sicurezza.

A Nuova Delhi i BRICS hanno scritto che la riforma è dovuta. A New York il Sud Globale ha detto di essere pronto a pretenderla. Resta da vedere se saprà anche organizzarsi per ottenerla, cioè trasformare una maggioranza aritmetica in un soggetto politico. Le Nazioni Unite sono nate per impedire il ritorno del 1939; il Sud chiede che smettano di somigliare al 1945. Tra le due richieste non c’è contraddizione. C’è soltanto chi, dentro il Consiglio, ha interesse a far credere che ci sia.

El dominio del miedo y la pandemia de estulticia

By: A A
26 October 2026 at 14:00

Por Juan José SALINAS

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Vulgo pelotudez. Vengo de tomar un café con Osvaldo, un amigo entrañable con el que compartimos el temor de estar volviéndonos cada vez menos inteligentes, entre otros motivos porque cada vez delegamos más nuestra memoria a los dispositivos electrónicos, compus, smartphones y nubes.

El llevaba consigo un ejemplar de Moisés y la religión monoteísta y yo un libro mio escrito hace más de dos décadas que le regalé diciéndole que a veces me creo incapaz de volver a escribir algo de esa calidad (sea la que fuere). Antes, él había recordado un comentario mio sobre la película Ideocracy de hace, también, dos décadas atrás. Por que hace tiempo habíamos recordado esta premonitoria pelicula y cavilado sobre la estulticia creciente que venimos detectando. En un momento él se fue al baño y yo abrí su libro en la parte en que Freud conjetura que Moisés era un noble egipcio ¡Que calidad la de su escritura! Recordé la prosa eximia de Trotsky y cuando mi amigo regresó nos preguntamos si las redes sociales y la IA están aplanando notoriamente las mentes, como parece probarlo la existencia de presidentes de las cataduras de Milei y Trump.

De vuelta a casa, me pongo a leer esta nota de otro gran amigo que, justo, qué casualidad, aborda este mismo tema, por suerte con mucha mayor profundidad. Me digo que todo tiene que ver con todo. Y recuerdo a mi amado Luis Alberto Spinetta cuando zahería a los necios del público que no se cansaban de pedirle a gritos que cantara Muchacha ojos de papel: «Tengan cuidado que en un ratito pasa el bobero».

La estupidez contemporánea

El sistema que controla la realidad política y social necesita al estúpido, así como el mercado necesita que la libertad individual se confunda con el acto del consumo. La estupidez que rige el capitalismo destruye fuerzas productivas, atacando capacidad industrial en decenas de países, en función de juegos especulativos. En el escenario de la crisis de 1929, solo el 3% de los estadounidenses estaba vinculado con la especulación bursátil. Ahora es superior al 60%. Y la crisis “in progress” ya no es solamente financiera, sino también energética, alimentaria, psicológica, ambiental.

POR ÁNGEL BECCASINO / LE MONDE DIPLOMATIQUE

En la Convención Republicana de Dallas (8-9-26), Trump anuncia que comprará votos. Promete 5.000 dólares a cada adulto estadounidense si sus votos permiten a los republicanos retener el control del Congreso en las elecciones de noviembre. ¿Seducirá la oferta a un país que suma millones de familias viviendo en la pobreza, y en el que la inflación está desbocada desde que el gobierno decidió atacar a Irán? Como un adelanto de posible respuesta, los asistentes a la Convención chillan y aplauden gritando “U.S.A!, U.S.A!”, y lanzan ovaciones cuando Trump les promete seguir bombardeando Irán.

Toda elección nos pone delante una foto de la sociedad, una radiografía política-ideológica de un momento dado. En la radiografía actual, el éxito de personajes como Trump, Bolsonaro, Milei, Kast, muestra una sociedad liderada por una identidad política que tiene como denominador común la exclusión violenta de todo aquel que piense diferente. Y también tiene en común algo que Umberto Eco desarrolló en una entrevista que publicó el diario turinés La Stampa, en junio de 2015, que “Las redes sociales le dan el derecho de hablar a legiones de idiotas que antes hablaban sólo en el bar después de un vaso de vino, sin dañar a la comunidad. Ellos eran silenciados rápidamente, pero ahora tienen el mismo derecho a hablar que un premio Nobel. Es la invasión de los idiotas”. Lo redondeó alguna vez el escritor de ciencia ficción Harlan Ellison: “Los dos elementos más comunes en el universo son el hidrógeno y la estupidez.”

“El cibercapitalismo aumenta su control gracias a la guerra neocortical, cuya capacidad para anular la conciencia y la reflexión eleva el grado de sumisión y acrecienta el socialconformismo”, comenta Marcos Roitman Rosenmann, en La democracia, una práctica política venida a menos. Y Arturo Pérez Reverte, sintonizado con aquello que observó el historiador económico Carlo Mario Cipolla, de que la estupidez no se corrige ni con la experiencia, ni con estudios, ni tampoco desaparece con el tiempo, por lo cual “la persona estúpida es el tipo de persona más peligrosa que existe”, aporta: “Yo pensaba cuando era jovencito que lo peor eran los malvados. No. Con el tiempo, la edad, la comprensión de causa-efecto, te das cuenta que lo peor son los tontos. El mayor mal del mundo son los idiotas, que son fácil presa para los malvados. Tú juntas un malvado con cien tontos y tienes 101 malvados. Dando un click en “salvar a las focas” sientes que ya no estás solo, formas parte de un conjunto, de un territorio moral en el cual te sientes arropado y te sientes importante. Es que es muy fácil para un tonto sentirse importante. Las redes sociales te lo facilitan.”

Encerrado en una celda de la Alemania nazi, poco tiempo antes de ser ejecutado por ese régimen el 9 de abril de 1945, el teólogo luterano Dietrich Bonhoeffer reflexionó sobre la imbecilidad de la sociedad de su tiempo, una característica que identificó como más peligrosa que la maldad. Porque la persona estúpida se siente tan segura de sí misma, que con ella no tienen ningún efecto ni los argumentos lógicos ni los hechos objetivos. Heredero de aquella observación, al igual que Pérez Reverte, Cipolla exploró el controvertido tema de la estupidez en un ensayo breve de 1988, titulado Allegro ma non troppo, observando a los estúpidos como un peligro mayor que la mafia o el complejo industrial-militar. Sus conclusiones aplican a la perfección y en múltiples sentidos a un momento en que, como parte de la normalidad, algunos gobernantes conjugan mafia, negocios militares y estupidez, seguros de que la historia los acariciará por haber arrojado toneladas de bombas sobre niños, al tiempo que un ministro israelí celebrado en su patria, aboga por asesinar cada noche 30 o 40 habitantes de Gaza. Y, en la vida cotidiana social, como muestra del poder adquisitivo, en una subasta alguien paga 3,35 millones de dólares por un balón que, como valor añadido, carga el haber sido aquel del gol hecho con la “mano de Dios” encarnada en Maradona, o alguna cifra más o menos similar por los calzones que usó una cantante, mientras miles se arrastran por una limosna en las calles y el hambre grita en el cuerpo de cientos de millones.

La gama de la estupidez contemporánea supera la de todos los tiempos, incluidos en ellos personajes como Calígula o los ideólogos nazis que creyeron ser parte de una raza superior, como la creen hoy los sionistas que llevan adelante el genocidio de palestinos. Estúpido es quien no aprende de lo que ha sufrido, como lo es quien repite errores porque es incapaz de autocrítica, y entonces siempre cree estar en lo correcto. Estúpido es el gobernante que, ante una devastadora tragedia, impide ayuda humanitaria por consideraciones ideológicas. Estúpido es quien no evalúa el efecto de sus decisiones más allá, o no, de lo inmediato. Estúpido es el que en una pandemia difunde consejos falsos, o llama a tener conductas perjudiciales para la salud, como Donald Trump. Estúpidos son quienes promueven discursos negacionistas sobre evidencias históricas, verdades objetivas y consensuadas, el caso de la negación de la tortura y el asesinato de miles de personas en Argentina y Chile por sus actuales gobernantes, aunque su estupidez opere desde el cinismo oportunista que implicaría una funcionalidad.

Estúpidos son quienes se llenaron de temores cuando en mayo del año anterior en el manga japonés El futuro que vi, un vidente, maestro de feng shui, predijo una catástrofe: el 5 de julio se abrirá una grieta bajo el lecho marino entre Japón y Filipinas, cuya consecuencia serán olas tres veces más altas que las que siguieron al terremoto de Tohoku en 2001. Y acto seguido se disparó esa versión de la estupidez que es la superstición, produciendo una crisis en la industria japonesa del turismo: los visitantes desde Hong Kong, Korea y otros países asiáticos se redujeron a la mitad. Porque el algoritmo refleja, y multiplica la reproducción de aquello de lo que más gente está hablando, construyendo certezas por repetición de una versión. En otras palabras, operando una vez más esa ley de la comunicación con intención persuasiva que dice que la clave para el logro del objetivo no es otra que el mensaje más su frecuencia de exposición. Lo cual tiene como segunda versión aquello de que la mentira repetida muchas veces termina siendo percibida como incuestionable verdad. Que es lo que ocurre con las versiones generadas por sectas paranoicas como la norteamericana Qanon que veían pederastas y niños en el sótano de una pizzería, o con aquellos que movidos por sus cámaras de eco, como una jauría de estúpidos tomaron el capitolio de Washington reclamando por unas elecciones que perdió Trump, como los brasileros que intentaron tomarse Planalto en Brasilia cuando ganó Lula. Estúpidos que se hacían selfies destrozando lo que encontraba a su paso, como turistas encandilados con lo que están haciendo, y colgaban las imágenes en tiempo real para que todos sepan que han sido ellos.

 

El gran problema es que cuando se intenta convencer al estúpido de su error, este se atrinchera en su estupidez como si fuera su mayor valor. Así como ocurre cuando se le ridiculiza detonando su resentimiento. Ni la razón, ni la exposición de los hechos, ninguna evidencia sirve para convencer a quien vive en la repetición del relato afín a sus creencias.

El algoritmo depredador de la singularidad

—“Así como un cordón umbilical satisface las necesidades de un feto antes de que pueda comunicarlas, las plataformas tecnológicas se esmeran para asociar nuestros deseos antes de que los hayamos expresado”. Mark Andrejevic, Automated Media.

Así como Google y Wikipedia hicieron desaparecer las enciclopedias, cuando se masificó el uso de smartphones o teléfonos móviles “inteligentes, la posibilidad práctica que ofrecían condujo a la delegación de una amplia gama de funciones cerebrales. Y llegó el confortable sometimiento al algoritmo decidiendo qué deseamos, qué nos interesa, cómo movernos por la ciudad, adónde ir a comprar algo, cuál restaurante elegir para comer, qué modelo de cualquier cosa escoger. Una suerte de vida en piloto automático, siguiendo Google maps.

Si el humano evolucionó por siglos poco a poco, y la sociedad otro tanto a través de la cultura y sus lentos ritmos, con la evolución de la tecnología y sus usos todo se aceleró, y la vida se fue “algoritmizando” velozmente. Respondiendo a las órdenes del algoritmo, y no a la realidad “natural” del mundo, se eliminaron diferencias unificándose mercados, generándose tendencias que estandarizan conductas, y se avanzó en la intervención sobre la biología eliminando particularidades para optimizar la explotación de seres vivos como fuentes de proteína. De orientarnos por nuestro sentido de ubicación y conocimiento del territorio, estando atentos a lo que ocurría a nuestro alrededor, pasamos a movernos obedeciendo al GPS y dejando atrás nuestro vínculo cerebral con la calle. Al igual que los niños delegando la función de sumar 2+2 en una calculadora o una tablet, nos entregamos a la facilidad que proporciona una máquina, y eso mismo ocurrió con nuestra forma de conectar con la información como búsqueda de conocimiento. Información cuyo flujo enorme pasó a ser una parte más del entretenimiento, y por tanto dejó de producir el efecto de atención, reflexión, conciencia que en otros tiempos producía.

No más que dos o tres décadas antes del presente, hablar de “algoritmo” era hablar de matemáticas. Hoy es hablar de tendencias, de conductas, de reacciones sobre lo que nos ocurre, sobre lo que nos interesa. El algoritmo se ha convertido en quien orienta nuestras vidas, ofreciéndonos la convergencia entre lo que buscamos y lo más popular en las búsquedas como guía. Es decir, el algoritmo nos integra a las corrientes dominantes de cada momento, haciéndonos sentir integrados, “parte” de ellas. El algoritmo nos hace sentir pertenencia, identidad. Y lo hace porque conoce de nosotros lo que nos interesa, los lugares donde estamos y donde planeamos estar, lo que hemos venido comprando, los que repetimos en nuestra escogencia  (N. del E.:  Acción y efecto de escoger) y a partir de eso nos hace sentirnos parte, encajar en el mundo. Entonces nos pone delante ofertas en función de nuestras preferencias y nivel económico. Y juega con nuestra ansiedad, diciéndonos que hay otros mirando lo que nos están ofreciendo, amenazándonos con perder las oportunidades. Pero, además, nos gestiona dentro de contextos comerciales, porque no solamente cruza oferta con demanda, sino que evalúa disponibilidad de lo que se busca, la ansiedad que tenemos por llegar a tenerlo, la insistencia en la búsqueda, y en función de eso decide la relación, el precio. Por eso a dos personas de igual característica que preguntan en busca de un resultado, la respuesta les sorprende con dos precios diferentes para alcanzarlo.

Hoy que ya nadie lee la letra pequeña y se universaliza el “acepto término y condiciones”, así como el “acepto cookies” para poder acceder a casi cualquier página, se ha logrado instalar la idea de que la política es una idea pasada de moda y que todos los políticos son la misma cosa, sean de derecha o de izquierda, y que, finalmente, lo único que puede salvarnos somos nosotros mismos, cada uno por su cuenta. Y ahí juega el libre mercado, mostrándonos que ya no se trata de la lucha colectiva por el acceso a mayores niveles de igualdad y distribución de la riqueza, sino que todo depende de cada uno, y para muestra, la exhibición de algunos cuantos que, seg{un nos dicen, se han vuelto millonarios con solo proponérselo y ser constantes en lo que se han propuesto.

Refiriéndose a las plataformas digitales que “controlan todos los flujos de información, lo que en una sociedad digitalizada comprende una buena parte de las relaciones sociales”, en su texto La Sociedad Serializada, Edwin Cruz Rodríguez escribió en Desde Abajo, 19 de julio de 2024 que “dado que se trata de información cuantitativa en grandes cantidades y que circula a gran velocidad, las personas quedan sin posibilidad de dotarla de significado para convertirla en conocimiento, como hacían con los mensajes televisivos o radiales. Solo las grandes empresas tecnológicas disponen de los medios para convertir los datos en conocimiento y solo ellas se benefician de ese enorme poder.” El algoritmo cuenta con toda nuestra data, nuestros movimientos físicos por la ciudad, nuestros movimientos de tarjetas de crédito, nuestras repeticiones de compras, la comida que pedimos al domicilio, los espectáculos por los que nos interesamos, lo que miramos en las páginas, la música que escuchamos… Y así como se controla el consumo, se construyen tendencias en momentos electorales, guiando las decisiones del votante, y en general se gestionan las tendencias de opinión, tanto como de emoción política, en dirección al objetivo de proyectos que cuentan con los apoyos que se requieren para hacerlo.

La situación de los humanos (entre otros avances civilizatorios de la estupidez)

Desde hace décadas la estupidez es una política pública, comenzando por la educación, que forma a los niños priorizando la memorización sobre el pensamiento crítico, reflexivo. Es la biopolítica de la ignorancia, de que hablaba Michel Foucault. Es el trabajo del sistema para neutralizar cualquier rebeldía, cualquier motivación en dirección a cuestionar el sistema, de imaginar otra posibilidad. Y es el resultado de la manipulación sistemática de ese miedo que, como sensación, acompaña a la humanidad quizás desde siempre. Porque ese miedo que para Aristóteles era el resultado del diálogo entre las pasiones y las creencias, y que hacía a John Locke decir que es “la emoción más fuerte que la mente pueda sentir”, y por eso nos mueve más que el deseo, es hoy la máxima herramienta de cohesión social, rigiendo las relaciones de desequilibrio entre quienes tienen y quienes necesitan.

Haciendo equilibrio entre el miedo de Hobbes y esa ansiedad masiva ante la pérdida de control, a la que Montesquieu define como el terror, en medio de la desorientación que produce la rapidez con que cambian las cosas en la escena pública, Alexis de Tocqueville centra su mirada en el miedo político, que observa como algo que afecta a la masa produciendo un estado psíquico colectivo al que el individuo se somete. Entonces escribe que “vivimos en una época y en una sociedad democrática en que los individuos, incluso los más grandes, son muy poca cosa”. Y por eso necesitan de la autoridad para superar la angustia del sentimiento de estar solos. Tocqueville, que cree que cuanto más sentido del yo tiene una persona menos propensa es a sufrir ansiedad, ve en la masa el mal, y afirma en Democracy que un pueblo sumido en la desagradable ansiedad y pretendiendo estabilidad y orden con respecto a las cosas, temeroso del posible irrespeto por la propiedad, en suma, se convierte en un pueblo que aplaude la esclavitud, que deja que le quiten su libertad, y que “incluso con frecuencia la entrega él mismo”.

Hay un elemento nuevo en el territorio del miedo, y es la irrupción de un posible apocalipsis tecnológico como consecuencia del desarrollo de la Inteligencia Artificial y la robótica. En los primeros días de septiembre 2026, Evan Hubinger, jefe de seguridad de Anthropic, una de las empresas líderes en el desarrollo de la Inteligencia Artificial, escribe en X: “Creemos sinceramente que la IA podría acabar con la humanidad”. Días después Darío Amodei, CEO de la misma Anthropic, se manifiesta en el sentido de que es necesario frenar el desarrollo de la IA con el fin de evaluar mejor los riesgos derivados de sus crecientes capacidades que le permitirían “controlar toda internet”, esto es, superar la capacidad humana para controlarla. De inmediato recibe el apoyo de Sam Altman, cabeza de su competidora Open AI, y de Elon Musk, al tiempo que el rechazo de Donald Trump y otros de su círculo, entre ellos el presidente de la Cámara de Representantes, Mike Johnson, que argumenta a CNN que si el congreso intenta regular la IA “perderemos la carrera de la Inteligencia Artificial con China”, y eso no se debe permitir que suceda.

En otras palabras y hablando claro, no importa si la IA toma independencia y decide cualquier desastre sobre el mundo, porque la estupidez indica que lo único importante es la carrera de negocios sobre los usos militares de la IA y el potencial para desarrollar mayor poder destructor.

IA a un lado, Craig Gent, en su libro Cyberboss: TheRise of Algorithmic Management and the New Struggle for Control at Work (Cyberjefes: El auge de la gestión algorítmica y la nueva lucha por el control en el trabajo), observa que el problema para los trabajadores, además de la sustitución por robots, fáciles de ser afectados por el polvo y caros de mantener, y por tanto no tan funcionales en la mayoría de trabajos, es ser dirigidos por ellos mediante la gestión algorítmica. Esto es, el reemplazo del gestor humano como autoridad del sistema informático en la supervisión de la productividad de los trabajadores, tal como funciona en las cadenas de comida rápida o en el servicio de taxis. En los centros de trabajo logístico, tipo Amazon, los algoritmos gestionan a los trabajadores tanto como controlan los procesos de transporte de mercaderías: el trabajador interactúa con una pantalla, que organiza los pedidos, así como en la economía colaborativa interactúa con una aplicación. Las computadoras dirigen a los trabajadores optimizando su rentabilidad, al tiempo que los sustituyen. La tecnología reconfigura el trabajo, lo “optimiza” reorganizando procesos, controlando los tiempos del trabajador. Las computadoras no son humanas, por tanto, el trabajador no podrá exigir por su dignidad, pidiendo que sea respetado y, obviamente, esto conduce a implicancias de inhumanidad.

Por otra parte, de igual modo al que opera para intensificar el trabajo, esto es rentabilizarlo al máximo cuantificando la productividad sobre el tiempo, la gestión algorítmica opera también para incrementar el consumo, al tiempo que trabaja a otros niveles. El objetivo es que las mayorías acumulen cosas, en su mayor parte rápidamente desechables, para que unas mínimas minorías acumulen capital. Y hay cuestiones más de fondo, como lo que también ocurre en aquella “superestructura” de la que hablaba Gramsci, cuando en los Estados Unidos de la eugenesia o el supremacismo blanco anglosajón, se viralizan en las redes sociales mensajes publicitarios como el de American Eagle protagonizado por Sydney Sweeney y el slogan “Good Jeans” jugando con la homofonía entre “jeans” y “genes”, ya que la pronunciación de ambas palabras en inglés es muy similar.

La rubia de cuerpo deseable es portadora de buenos genes, decodifica el consumidor. Y así la marca de los “buenos jeans” marca la cultura aspiracional desde la hegemonía de los “buenos genes”. Y esto mientras millones utilizan diversos robots de asistencia sexual y “conversan” con la IA sobre sus vidas, sus deseos, sus traumas, sus fantasías, y en una nueva versión de la transferencia del psicoanálisis, le consultan qué decisiones les conviene tomar para resolver conflictos afectivos, o cómo resolver sus angustias, su depresión.

La economía de la estupidez

En su trabajo sobre el capitalismo y la contracción del sueño reparador en las personas, Jonathan Crary afirma que el tiempo medio dedicado al sueño en el último siglo ha disminuido dos horas: de ocho horas y media a seis y media. Y se pregunta sobre el efecto que el bombardeo de impulsos electrónicos, independiente del contenido, tiene en la mente humana y su capacidad de discriminar lo verdadero y lo falso, lo conveniente y lo inconveniente. Indiferente ante esto, y desde el pragmatismo que requieren sus intereses, el director general de Netflix, Reed Hastings, declara en una entrevista que el principal competidor de su negocio es el sueño. Si la persona duerme, no ve su oferta de entretenimiento. Como parte del deseo de colonizar horas de sueño por parte de las plataformas de streaming y del comercio en general, ante la fragilidad de la atención y la contracción constante del tiempo disponible para dejarse capturar por un estímulo, se observa la priorización de temas como los asesinos en serie, así como del impacto visual y la simplificación en la oferta de contenidos tanto como en la publicidad. Esto es, nuevos ingredientes para la profundización de la estupidez.

En su escrito sobre el Brutalismo Suprematista Libertario, Franco Berardi recuerda a Mc Luhan, que en 1964 escribió aquello de que cuando la comunicación interhumana pasa de la dimensión lenta de la técnica alfabética a la dimensión rápida de la técnica electrónica, el pensamiento se vuelve inadecuado para la crítica y el pensamiento mitológico se restablece. Ahí observa Berardi que, en la mirada libertaria, la empatía “no es compatible con la economía de la supervivencia; de hecho, es autolesiva.” Y escribe que “Mientras que la justicia social se condena como una intrusión aberrante del socialismo de Estado en la libertad de los individuos, la ferocidad competitiva se naturaliza: en la lucha por la vida, aquellos que no están a la altura de la ferocidad merecen morir.”

Entre el pesimismo de la inteligencia y el optimismo de la voluntad, que mencionaba Gramsci, se ha vuelto normal aceptar que esta será una generación que vivirá peor que la anterior. Lo contrario a lo que venía sucediendo. Un reciente estudio liderado por el Nobel de Economía Joseph Stiglitz, y encargado por la presidencia del G-20, que el mundo está atravesando una “emergencia de desigualdad” derivado de la alta concentración de la riqueza por parte de los más privilegiados. La definición de alta desigualdad que hace el Banco Mundial, aplica al 83% de los países, que representan al 90% de la población mundial, mientras que la riqueza de los multimillonarios equivale ya al 16% del PIB global, alcanzando el nivel más alto de la historia. En términos cotidianos, la situación es que, en el año 2025, 2.300 millones de personas se vieron obligadas frecuentemente a no ingerir alimentos, lo que representa 335 millones más que el registro correspondiente al año anterior a la pandemia Covid19.

«Medir la prosperidad en puntos de PIB es tan absurdo como pretender medir la felicidad en metros cuadrados.»

La prosperidad de los países se sigue midiendo a través de un indicador, el Producto Interno Bruto, que cuando sube se considera que la economía ha crecido, que las cosas están funcionando, que todo va de maravillas, en tanto cuando baja se encienden las alarmas. No entran en estas consideraciones los daños ambientales que genera en muchos países el crecimiento de ese PIB, lo que sugiere que medir la prosperidad en puntos de PIB es tan absurdo como pretender medir la felicidad en metros cuadrados. Entonces aparecen voces críticas que piden políticas de decrecimiento, reducir la producción y el consumo, acabar con la obsolescencia programada, deconstruir la lógica comercial-consumista, para con esto solucionar la crisis climática y otros problemas ambientales. Y se propone optar por una economía que contemple límites, aceptando el vivir bien con lo que tenemos, lo que se traduce en el concepto de simplicidad voluntaria, o de sobriedad feliz, de hedonismo alternativo, como alternativa a la búsqueda individual de más ingresos para así poder comprar más cosas.

El éxito del capitalismo que nos muestran los medios de comunicación a través de «alfombras rojas», vestidos largos, yates y mansiones, concursos de belleza y laureles de artistas, deportistas y monarquías, representa a una muy ínfima parte de la humanidad, menos del uno por ciento. Y nos tratan de convencer de que algún día podremos vivir como ese 1% que posee la mayor parte de la riqueza, y por tanto tiene acceso a las posibilidades de multiplicar esa fortuna de tal forma que algunos cuantos de ellos ganan cada día más de mil millones de dólares mientras, gracias a su poder de influencia, o distintas formas de lobby, casi no pagan impuestos. En tanto un trabajador de un país pobre entrega más de un 30, o un 40% de sus ingresos en impuestos directos o indirectos, los grandes millonarios no pagan más de un 3 o un 5%.

La voracidad capitalista que “optimizando costos” ha ido exterminando derechos laborales adquiridos tras largas luchas, que luego ha pasado a atacar al sistema pensional, que le quita a cada país sus recursos naturales, sus “commodities”, su patrimonio público, después de haberle robado los derechos a su pueblo, se ha enseñado como la lógica que debe regir el mundo. La lógica de la voracidad del deseo de lucro, que en su aprobación del egoísmo regente solo habla de crecimiento y progreso en términos de incremento de ese lucro, jamás de inclusión, de incorporar multitudes humanas a la posibilidad de vivir con lo que necesitan, como el camino para que industria y comercio se expandan.

La lógica de economías en que el Estado se sostiene endeudado y reendeudándose, y a su déficit constante debe sumar el creciente pago de intereses en los que se va la calidad de vida de sus ciudadanos. Un modelo evidentemente insostenible, pero que mientras siga implantado nos seguirá convirtiendo, generación tras generación, en aquellos “hombres degradados” a los que Hegel atribuía impotencia física y espiritual.

Publicado originalmente por  Pájaro rojo

In the name of democracy: The EU’s war on the enemy within

By: A A
26 October 2026 at 11:42

By Hüseyin DOĞRU

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Built to fight foreign interference, Europe’s security apparatus is now turning on its own people. Muslims and critics of Israel are first in line.

On 8 October 2026, the European Parliament passed a deeply Islamophobic resolution on “Islamist entryism”. Behind the text is the hand of the European People’s Party, the conservative bloc that holds sway over EU politics. Backed by the liberals of Renew Europe and the far right, it was put to a vote and passed 381 to 167. The resolution is put forward as a way to shield European democracy from extremists, but its provisions are enough to give pause to anyone with an eye on the future of our rights and freedoms in Europe.

Take for instance the matter of “hatred of Israel”. The resolution puts this undefined notion forward as an indicator of ideological radicalisation, while also sounding the alarm on the “instrumentalisation of anti-discrimination frameworks”. One has to wonder at the implications: does this mean that a campaign against discrimination or even criticism of a state under accusation for war crimes can be subsumed under the EU’s widening net of security threats?

This resolution is more than an assault on a Muslim population already demonised in Europe; it is part of a broader, unexamined shift in the Union where dissent is viewed with suspicion. I am living with the consequences of it.

From foreign interference to domestic dissent

For years, the EU has been building a security apparatus around the alleged threats of disinformation, foreign interference and hybrid warfare.

Central to this is Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI), a framework developed largely in response to “Russian information operations”. The EU’s diplomatic service describes FIMI as a “mostly non-illegal” pattern of behaviour that can negatively affect political processes and values.

The definition is telling in what it leaves out. Political officials, not judicial ones, are left to decide what constitutes a manipulation of European values and what does not. What becomes of political critique and journalism when their arbitrary judgments are applied?

In May 2025, the EU sanctioned me and my media company, red., under its Russia-related hybrid-threats regime. My alleged offence was my journalism, particularly my coverage of Palestine solidarity protests in Germany, which the EU claims supported Russia’s efforts to destabilise Europe. The evidence against me consists of screenshots of factual posts from red. and my personal social media accounts, most of them reporting or criticism of German domestic and foreign policy. Not one page of the evidence dossier so much as mentions Russia.

Without a criminal charge, trial or conviction, my bank accounts were frozen and I was banned from working and travelling.

Then there is the question of administrative sanctions. The EU will say due process is observed since one can take them to court, but by the time a judge is sitting in on the case the damage has been done. Livelihoods are in ruins, bank accounts frozen and lives in disarray, all while the sanctioned individual endures years of expensive and politicised legal wrangling to have restrictions lifted. It is an extraordinary power to wield; the punishment is meted out first and the chance to contest it later, with no need to prove criminality. Violate a sanction and you face prosecution and prison, even if your only offence was buying nappies for your own babies, which could be deemed to have circumvented the rules.

On 8 October, the same day Parliament voted on “Islamist entryism”, the EU Council renewed the sanctions regime I am listed under until October 2027 and reinstated the reasons for my listing. The new text still describes the protesters whose university occupation red. covered as “anti-Israel rioters”. To justify the renewal, the Council cited a Parliament report from September on hybrid threats. One institution supplies the political mood, another uses that mood to put names like mine on a list.

The enemy within

The Islamist entryism resolution takes this logic in another direction. “Entryism” refers to political groups infiltrating established institutions to influence them from within. In this case, the Parliament warns that Islamist networks are using charities, youth organisations, universities and other parts of civil society to gain influence over European politics. The idea was imported from Paris; the resolution leans on a May 2025 report by the French interior ministry, the same ministry that once governed Algeria’s Muslims as colonial subjects.

The threat is no longer just a foreign power supposedly interfering in European affairs. Now the EU is turning its attention to an enemy within.

The phrase has a history. In July 1984, Margaret Thatcher told Conservative backbenchers that Britain had fought the “enemy without” in the Falklands and now faced the “enemy within”. She meant the striking miners.

The way in which the resolution singles out “hatred of Israel” as a sign of radicalisation without defining the term is noteworthy. A couple of paragraphs on it concedes this is not a bar to “legitimate criticism” of the state, yet it offers no guidance on how the line between the two will be drawn, or by whom. Since when has hostility to a government been cause for suspecting extremism? Or are we to assume Europeans must love Israel? One might ask whose interests are really being served. The European Commission tells us the EU was Israel’s top trading partner in 2024, with €42.6 billion in goods. To call for an end to that trade or an arms embargo is not a danger to democracy, but to the business interests of Europe.

Working with other organisations, maintaining certain associations or allegedly misusing anti-discrimination campaigns can also become grounds for suspicion. Among the warning signs the resolution lists are “the recurrence of certain partnerships”, “proximity to already identified networks” and even “the production of activist reports”.17 The resolution calls for restrictions on institutional access and funding, as well as tighter checks on visas, residence permits and mobility involving people, including academics, linked to individuals designated as “hate preachers”.

Even the European Network Against Racism is cast in doubt, its funding said to raise “serious questions”. When an anti-racism body is conflated with entryism, the whole concept is made to look suspect. Under the terms of the resolution, a professor could be slapped with travel restrictions because of a tenuous association with a so-called “hate preacher”, having broken no law in the process. We have seen this sort of thing before. In 1972, Germany’s Radikalenerlass saw the domestic intelligence service vet some 3.5 million public sector applicants. Communists and others on the left were dismissed or denied their jobs as teachers, postmen or train drivers for who they were rather than any act they had committed.

The resolution also tells us which Muslims Europe is willing to tolerate. It promises support for “Muslim representatives” who defend democratic values and resist “Islamist pressure”.22 The good Muslim, in other words, is the one the state approves of.

Not being legally binding does not make the resolution any less alarming. The Parliament has rubber-stamped the idea that lawful activity is a security risk, laying the groundwork for enforceable restrictions down the line. The same rationale once used to counter foreign interference is now being turned on organisations and people here in Europe.

Repression in the name of democracy

Both the FIMI sanctions regime and the Islamist entryism resolution are justified in the name of defending democracy and protecting European values. Yet the EU is increasingly treating the exercise of those very freedoms as grounds for suspicion.

None of this is happening in a vacuum. Europe is rearming on a scale not seen since the Cold War (the Commission’s ReArm Europe plan alone aims to mobilise up to €800 billion) while standing by Israel through the destruction of Gaza. A state preparing for war needs a quiet home front. Those who object, to genocide abroad or to paying for rearmament with cuts at home, have to be recast as foreign agents or fifth columnists.

What counts as “hatred of Israel”? Who decides when fighting discrimination becomes “instrumentalising” it? When does criticism of EU foreign policy become foreign interference? And how many connections does it take before a journalist, academic or activist is branded a security threat?

These are not abstract questions for those of us already living with the consequences. The EU’s authoritarian turn exposes the limits of its professed liberal values, where freedom of expression and political participation are celebrated until they challenge the interests of capital and the states that serve it. Liberal democracies have always kept a second rulebook in the drawer, for strikers, communists and the colonised.

What began as a campaign against foreign interference is increasingly being turned against dissent at home, with Muslims and critics of Israel, already among the most marginalised and harassed people in Europe, first in the firing line. But they won’t be the last. Trade unionists, climate activists and anyone who stands in the way of the war economy should take note.

While Europe’s political establishment continues to congratulate itself on defending democracy, the machinery for silencing its opponents is being built in plain sight.

Original article:  braveneweurope.com

In a reverse of the Cold War domino theory, right-wing dominos are falling fast in Latin America

By: A A
26 October 2026 at 11:34

By Riva ENTEEN

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Some of the remnant socialist governments appear to be sliding toward subservience

“Respect for sovereignty is the most significant norm in international politics, and its purpose is to minimize war and facilitate peaceful relations among states.”

—John Mearsheimer

American political scientist and international relations scholar and professor

The U.S. war against Vietnam was driven by the imperialist assumption that Vietnam was one of many inevitable dominoes that would fall to communism. But the communist dominos did not fall. Instead, today, we face a dramatic, devastating loss of progressive governments throughout Latin America, with the domino game won by the reactionary forces.

We must learn from history, or we are doomed to repeat it. But today, there is little public discussion and analysis of what led to these Latin American losses, if not outright condemnation of such questions.

Though all the winds of doctrine were let loose to play upon the earth, so Truth be in the field, we do injuriously, by licensing and prohibiting, to misdoubt her strength. Let her and Falsehood grapple; who ever knew Truth put to the worse, in a free and open encounter?

— John Milton
English poet, polemicist, and civil servant

During the Cold War, the U.S. had a long pattern of supporting right-wing coups, dictatorships and death-squad operations, driven by the imperatives of big business which wanted to exploit Latin American resources.

One of the most notorious cases was Chile, where the CIA backed a coup against democratically elected leader Salvador Allende that brought in fascist Augusto Pinochet.

Today, as Peoples Dispatch reported: “The far right in Latin America is shaped by an anti-left agenda that it inherits from the Cold War, which means that its political formations typically endorse the era of U.S.-backed military dictatorships. The ideas of the left, whether from the Cuban Revolution (1959) or from the era of the Pink Tide (after 1998), are anathema to these political forces; these ideas include agrarian reform, state-led finance for industrialization, state sovereignty, and the importance of trade unions for all workers and peasants.”

Glenn Greenwald agrees: “Other than Uruguay, Brazil is the last country in South America still governed by a left-wing or center-left government, with one country after another electing leaders on the right: Argentina, Colombia, Peru, Ecuador, Chile, etc.”

Medea Benjamin also agrees: “Across the continent—from Colombia and Peru to Argentina, Chile, Ecuador, Honduras, Bolivia and Panama—there has been a stark reversal of the region’s progressives that brought hope for a more independent and socially just Latin America. The only two major powers in Latin America still governed by the left are Mexico and Brazil—and Brazil faces a fiercely contested presidential election in October.” Unfortunately, the recent election requires a runoff, as neither Bolsonaro nor Lula received over 50% of the vote. What is particularly concerning, is that Lula did not come in as strong as most predicted.

Alan MacLeod reports in Mint Press that “The United States is interfering in the Brazilian presidential elections, pressuring the Brazilian electorate into voting for right-wing candidate Flavio Bolsonaro, the son of disgraced former president, Jair Bolsonaro. If that does not work and President Lula da Silva secures a fourth term in office, the groundwork is already being laid for a potential military intervention.”

Brazilian President Jair Bolsonaro presents President Donald Trump with a Brazil national soccer team jersey
Former Brazilian President Jair Bolsonaro after he is presented with a soccer jersey by President Donald Trump. [Source: politico.com]

Colombia’s domino fell when its left-wing presidential candidate Ivan Cepeda conceded defeat on June 24 to hard-right populist Abelardo de la Espriella following a tight run-off race.

“There had been doubts among the Cepeda camp about the legitimacy of the vote process, with President Gustavo Petro—who was closely involved in the leftist candidate’s campaign—openly alleging fraud and foreign interference before and after the election.”

As CovertAction Magazine has warned, “Colombia is Fast Becoming a Neo-Colonial Outpost Under Its New Right-Wing President.

Colombia's Bukele? Abelardo De La Espriella Surges Ahead
Colombia’s far right new President Abelardo de la Espriella celebrates his recent election victory. [Source: americasquarterly.org]

Nicaragua faces electoral interference as well. As reported in The Grayzone, “In his national address on July 19, Nicaraguan President Daniel Ortega stated that, when the country’s next elections take place in 2027, none who promoted a violent anti-government insurrection in 2018 will be allowed to stand for office.” He declared that Nicaragua has the “sovereign right to fight foreign interference in its electoral process…Washington’s plans for regime change in Nicaragua are hardly a secret…The National Endowment for Democracy’s president, Damon Wilson, bragged to a House committee in February that his organization is funding media in Nicaragua with an eye to undermining its Sandinista government.”

President Ortega of Nicaragua announces there will be 'no more elections' - Vatican News
Daniel Ortega [Source: vaticannews.va]

Lest we forget, government control of media is essential for fascism to take hold. Benjamin outlines how “The market concentration of Latin American media conglomerates is among the highest in the world, with four transnational companies controlling 89 percent of the broadcast media across six major countries…The market power of these huge media conglomerates is a real obstacle to any movement for democracy or socialism.” Even darker, she reports that Allen Weinstein, a founder of the National Endowment for Democracy, told The Washington Post in 1991, “A lot of what we do today was done covertly 25 years ago by the CIA.”

Standing With Those Who Choose Freedom - NATIONAL ENDOWMENT FOR DEMOCRACY
Damon Wilson, the director of the National Endowment for Democracy. [Source: ned.org]

After Venezuela was subject to a U.S. military invasion on January 3, which resulted in the kidnapping of sitting president Nicolás Maduro and his wife Celia Flores, then-Venezuelan Foreign Minister Yván Gil said “We found ourselves alone.”

In the article titled “The U.S. Tried to Decapitate Venezuela: The Revolution Survived,” those who question whether U.S.-installed interim President Delcy Rodríguez had a choice are told that is the context which needs to be understood.

It was certainly a devastating disappointment that Russia and China, or neighboring countries such as Colombia and Brazil, did not (though under the boot of the U.S.) more militantly advocate for Maduro and Flores’s return. The illegal murders on the open seas of the Caribbean—with impunity—was writing on the wall that Venezuela was the next domino to fall. Why did the efforts to prevent the fall fail?

Months before the kidnapping, Rodríguez told The New York Times: “The Pentagon always had a strategic objective of obtaining Venezuelan reserves.” Today she asserts: “There is something that must be made absolutely clear: Venezuela retains the ownership and sovereignty over its resources.” However, former Vice President and veteran Chavista figure Elías Jaua accused Washington of stripping the nation of its sovereignty and taking control of its natural resources. When is sovereignty lost?

Who is Delcy Rodriguez, Maduro's VP and now the acting president of Venezuela? - France 24
Delcy Rodríguez [Source: france24.com]

Maduro and Flores still sit behind bars in New York. On September 3, Maduro urged the judge to dismiss the criminal drug-trafficking charges against him, arguing he should be immune from prosecution as the head of a sovereign country.

Is Venezuela still a sovereign country? Former Venezuelan Foreign Minister Jorge Arreaza said, “Everything is now negotiated” with Washington, requiring a daily give-and-take with Caracas. When does it become regime change if everything must be negotiated with Washington?

Peoples Dispatch reports that, “Despite every attempt to overthrow the government of Venezuela, President Nicolás Maduro remains in charge and has mobilized large sections of the population to defend the Bolivarian Revolution against any threats.” But as is acknowledged, “…U.S. imperialism, by having a gun pointed to the government’s head, is in a position to exert substantial coercion leading to unpalatable decisions, such as Alex Saab’s deportation.”

Doesn’t “substantial coercion” trespass upon sovereignty? When domestic peace occurs due to a gun to your head, is it the measure of success? Saab’s deportation is more grievous than unpalatable.

Although María Corina Machado is now hiring D.C. lobbyists for access to Venezuela’s future, those who question Rodriguez’s decisions are compared to Machado. “It was not so long ago that it was the likes of far-right María Corina Machado who highlighted ‘cracks and fissures within the Chavista ranks’ and anticipated ‘the beginning of a social explosion’ against the elected Venezuelan government. Now some solidarity activists are saying the same.”

Criticizing a government does not make one equivalent to a particular opposition figure. Asking questions is not counterrevolutionary, but essential. What insights have we gained during this period of U.S. imperialism?

CovertAction Magazine’s “Cuba Is Not Venezuela or Jamaica as It Refuses to Become a U.S. Neo-Colony” recounts how, when Jamaican Prime Minister Michael Manley refused Henry Kissinger’s demand to end support for the Angola liberation struggle, the U.S. made sure Manley would lose the next election. Jamaica has been a willing servant of the Empire ever since, recently ending an essential Cuban health care program that brought doctors to the country. A neo-colony is certainly not sovereign.

It is tragic that Venezuela is used as the current example of what other countries want to avoid. Maduro recently posted that “Venezuela will be reborn.” Venezuelan popular movements now call for ‘anti-imperialist resistance’ to the recent oil deal for its lack of transparency and implications for Venezuelan sovereignty. Organizer Orlando Vega argued that the Venezuelan government “stumbled” in its response to the January 3 U.S. attacks. He urged a demand for the release of Maduro and Flores and a review of legislation approved “under U.S. coercion.”

But a key political question is: “What remains of Bolivarian sovereignty if control over the country’s primary energy resources is gradually transferred to private actors linked to U.S. interests?…A process born in the name of sovereignty and independence risks resulting in the subordination of key strategic resources to the interests of a foreign power…Venezuela faces what appears to be the liquidation of sovereignty, self-determination, and the legacy of the Bolivarian Revolution.”

“History shows that, more often than not, loss of sovereignty leads to liberalization imposed in the interests of the powerful.”—Noam Chomsky

Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS) recently issued a memo which states that Cuba is not Venezuela. They predict that “The same people who keep ’57 Chevrolets on the road with a coat hanger will wreak havoc against a foreign-imposed regime.”

Cuba refuses to accept a dialogue based on subordination. It declares it will engage in dialogue with Washington, but will not negotiate under pressure or cede its sovereignty. “We have no alternative but to resist. We must resist,” said Cuban President Miguel Díaz-Canel, who explicitly linked the defense of socialism to the defense of national independence and sovereignty. Is Cuba’s refusal to kneel to Uncle Sam the reason the U.S. strategy for Cuba recently shifted from the military option to sanctions?

Cuban president acknowledges talks have begun with United States - UPI.com
Miguel Díaz-Canel [Source: upi.com]

“Our position is that we do not accept conditions of any kind which may affect the independence and sovereignty of our country just with the view to solve economic problems existing between the United States and Cuba.”—Fidel Castro

The Soviet Union helped Cuba survive its illegal sanctions, begun in 1960, but since the fall of the Soviet Union in 1991, Cuba suffered and struggled under increasing sanctions—mostly alone. In a promising new development, Russian Deputy Foreign Minister Sergei Ryabkov recently announced that Russia and Cuba will continue strengthening their strategic partnership despite attempts to undermine bilateral cooperation through intimidation and political pressure.

MFA Russia 🇷🇺 on X: "🗓 Deputy Foreign Minister Sergey Ryabkov met with participants of the strategic session of the #BRICS Civil Council (November 17-18). A comprehensive discussion took place regarding the
Sergei Ryabkov [Source: x.com]

The Pillar of Sovereignty

The Peace of Westphalia, which established the nation-states in 1648, enshrined the concept of state sovereignty into international law, which was formalized centuries later by the United Nations Charter. The founding principle was that every State, regardless of size and economic importance, has an equal right to sovereignty. This cornerstone of modern international law establishes the concept that a nation-state has supreme, independent authority over its own territory and domestic affairs.

In tragic irony, sovereignty is used to justify the right to kill in defiance of international law. Carl Schmitt, a German philosopher and jurist who joined the Nazi Party in 1933, defined sovereignty as the “power to decide the state of exception.” William Blum’s Rogue State outlines in brutal detail how the U.S. has long been a lawless state, blind to others’ sovereignty, and the devastating danger that state of exception reflects.

Recently, Marco Rubio had the audacity to claim that “The ICC [International Criminal Court] poses an intolerable threat to U.S. sovereignty.” Then on October 9, the U.S. imposed new sanctions on the ICC, apparently because the Nobel Peace Prize was awarded to Navi Pillay, a former ICC judge who once criticized Israel.

However, “The ICC is not claiming jurisdiction over conduct in the United States,” said Kenneth Roth, of Human Rights Watch. “Rubio is dressing up his quest for impunity for American war crimes under the label of national sovereignty, which ignores the sovereign right of other nations to invoke the ICC for crimes committed on their territory.” Sovereignty does not imply immunity, but accountability to the rule of law.

South African-born jurist and former UN human rights chief Navanethem "Navi" Pillay, speaks at the Nuremberg Forum in Nuremberg, Germany, October 9, 2026.
Navi Pillay [Source: lemonde.fr]

Vijay Prashad outlines the struggle for sovereignty in the Global South: “Can the nations of the Global South act together with sovereignty and dignity? Can they build institutions that serve their peoples rather than global capital?…A political consciousness that favours sovereignty and strategic autonomy is rising in the Global South.”

When a country gives up strategic autonomy, has it compromised its sovereignty? Prashad concludes: “The peoples of the Global South demand sovereignty, equality, and peace.” Sovereignty is becoming a mantra, though its clear meaning remains elusive.

“How does any country give up any sovereignty and expect to survive as a government?…That would be political suicide.”—Benigno Aquino III

Geopolitical analyst Pepe Escobar explored modern global sovereignty in “Eurasia, the Hegemon, and the Three Sovereigns,” asserting that true, uncompromised national sovereignty in contemporary geopolitics requires reconceptualizing the understanding of sovereignty. He addressed the need to “pierce far beyond sovereignty as interpreted in conventional political science and predominant international relations narratives.”

When does genocide of resident civilians cancel the right to sovereignty over them? Banning a native language is legally genocide. Ukraine banned the Russian language on the first day of the 2014 coup.

So did Russia violate Ukraine’s sovereignty when it began the SMO? The Donbas, after 12,000 civilian deaths in eight years, voted—overwhelmingly—to rejoin the Russian Federation. The Duma voted to accept their request for reunification.

When international law fails, with total UN abdication, and agreements like Minsk I and Minsk II are used as a ruse, how is Ukraine’s alleged sovereignty legitimate while it commits genocide against its own people?

Cuba remains a sovereign socialist country which says it will not surrender. Venezuela reminds us how quickly a revolution can be compromised when sovereignty becomes a negotiable variable. What is the “difference between sovereignty and subordination, between resistance and surrender?”

When Castro won the Cuban Revolution, he immediately distributed guns to the peasants, because he knew that he needed the people to maintain the victory. And he certainly agreed with Frederick Douglass that “It’s better to die free, than live as a slave.”

Sovereignty requires that the people of each country are free to make their own choices, without coercion or a gun to their head.

Original article:  covertactionmagazine.com

Up in arms… Koreans reject U.S. empire’s plan to make South Korea the next Ukraine

By: A A
26 October 2026 at 11:26

Koreans do not want to do Uncle Sam’s dirty work any longer, and they do not want their country to be dragooned into a proxy war against their Asian neighbor, China.

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South Korea is rebelling against U.S. dominance. It is witnessing a formidable opposition movement against the United States’ historic control over the Asian country’s military forces.

There is also growing pressure on the South Korean government to refuse demands by U.S. President Donald Trump for Korean troops to deploy in the Persian Gulf.

A major driver of this surging opposition movement is the widely held concern that Washington is maneuvering South Korea to fight a war with China.

Political analyst KJ Noh explains that the Korean people perceive the United States as positioning their country as a proxy to fight an eventual war with China, in a similar way to how Ukraine is being used as a front line to provoke Russia.

“The U.S. empire is making South Korea into the next Ukraine,” says KJ Noh. “It is weaponizing South Korea.”

This is analogous to how Ukraine was groomed and weaponized since 2014 to serve as a proxy for the U.S. and NATO to confront Russia.

He points out that China has always been the main target for American imperial planners seeking to extend U.S. hegemony. Pentagon Generals have openly spoken about going to war with China since 2025. Several strategic documents cite the imperative of confronting China for the U.S. to pursue its ambitions of global dominance.

Recently, the American commander in South Korea, General Xavier Brunson, referred to the country as “a dagger pointed at China” and “an unsinkable U.S. aircraft carrier.” Such brazen comments have sparked even broader opposition.

KJ Noh contends that U.S. strategists assumed defeating Russia and Iran would be relatively easy, paving the way for the main target: China. However, the protracted war in Ukraine and Trump’s debacle in the Persian Gulf have delayed the war plan against China.

Nevertheless, Korean people understand that when the U.S. empire gets around to attacking China, their country will be deployed as Uncle Sam’s proxy.

Historically, for the past 76 years, Washington has exerted full control over the South Korean military. This was enabled by the U.S. using fascist collaborators from the Second World War to control South Korea – a legacy that persists among the deep state in South Korea.

KJ Noh surveys a history of genocidal violence perpetrated by the U.S. empire in South Korea to wipe out political opposition movements. The scale of mass murder and mass graves is shocking and hardly known in the West.

Despite the brutal oppression over many decades, there is still a defiant consciousness among Koreans who refuse to be vassals of the U.S.

Koreans do not want to do Uncle Sam’s dirty work any longer, and they do not want their country to be dragooned into a proxy war against their Asian neighbor, China, with which much of the Korean economy has beneficial relations.

This is why Koreans are demanding that the United States finally hand over Operational Control of the country’s military. President Lee Jae-myung reflects the popular will by calling on Washington to comply. It is also why the Korean people and government are refusing Trump’s peevish calls for deployment in the Persian Gulf. Given the history of loyal Korean service in U.S. wars, this latest defiance is a watershed in relations.

The Brazilian left has yet to understand the evangelical phenomenon

By: A A
26 October 2026 at 11:20

Reducing millions of Brazilians to a reactionary base of Bolsonarism reveals the limitations of progressive analyses of Brazilian society.

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Since the first round of the presidential elections, segments of the Brazilian left have intensified their criticism of evangelicals, frequently portraying them as a reactionary force responsible for the rise of the right in the country. This interpretation offers a convenient explanation for progressive electoral failures, but it demonstrates a rather limited understanding of Brazilian social reality. The evangelical phenomenon has historical, cultural, and economic roots that cannot be reduced to Bolsonarism.

The first mistake is treating evangelicals as an organized political bloc. Brazil’s Protestant landscape encompasses historical denominations, Pentecostal churches, independent Neo-Pentecostal organizations, and countless local congregations, often characterized by profound doctrinal differences. There is no central ecclesiastical authority capable of coordinating this entire landscape, nor is there a uniform political orientation shared by its members. Although religious leaders have played an important role in mobilizing voters in favor of Jair Bolsonaro, their positions do not necessarily reflect the convictions of all believers.

Furthermore, the expansion of Brazilian evangelicalism has already shown signs of slowing, according to recent demographic analyses. This demonstrates that the phenomenon has its own dynamics and does not depend exclusively on the political climate. Many Brazilians find networks of solidarity, moral guidance, everyday assistance, and forms of community organization in evangelical churches. Some believers maintain conservative positions on social issues, but support social policies, workers’ rights, and causes that do not correspond to the Bolsonarist agenda. Similarly, some evangelical groups adopt more liberal approaches to cultural issues, as illustrated by the Universal Church, where support for abortion is permitted. Ultimately, this is an extraordinarily complex and broad phenomenon that cannot be reduced to simplistic political labels.

Another mistake is interpreting Brazilian evangelicalism as merely a product of American influence. The activities of foreign missionaries and international funding contributed to the expansion of certain denominations, particularly throughout the twentieth century. However, the Brazilian experience developed distinctive characteristics of its own. Churches adapted their language, practices, and organizational structures to the country’s cultural conditions, developing a form of popular religiosity deeply connected to Brazil’s national religious imagination.

In many contexts, beliefs in direct spiritual intervention, the search for healing, liberation from evil influences, and collective participation in rituals of personal transformation have parallels with practices found in Afro-Brazilian religious traditions and popular Catholicism. This does not mean that these religions are equivalent. Rather, it demonstrates that evangelical growth took place within a society profoundly shaped by syncretism and the continuous reinterpretation of its religious traditions. In practice, Brazilian evangelicalism is a genuine expression of the country’s popular spirituality, not merely an American import.

The urban dimension of this process must also be considered. For decades, the growth of Brazil’s urban peripheries and major cities created social needs that traditional institutions struggled to meet. Despite its historical importance, the Catholic Church failed to maintain a pastoral presence in every territory commensurate with the pace of urbanization. Evangelical churches occupied part of this space, establishing communities close to residents, providing everyday support, and building lasting social ties.

This presence is particularly important in favelas, peripheral neighborhoods, and prisons. These are environments where churches can offer a sense of belonging, community discipline, material assistance, and opportunities to rebuild one’s life. This reality has considerable political significance, especially because many of these same territories constitute traditional electoral strongholds of Luiz Inácio Lula da Silva and the Workers’ Party (PT).

This apparent contradiction exposes the limitations of the categories employed by segments of the left. A worker may vote for Lula because of his economic policies while attending a conservative church. Another may support progressive social programs while rejecting certain cultural positions held by the left. Political and religious identities do not have to coincide entirely.

Bolsonarism has managed to establish important alliances with evangelical leaders, mobilizing religious symbols and moral discourse as part of its electoral strategy. This does not give it ownership of the evangelical phenomenon. Confusing these two realities prevents the left from understanding the needs, aspirations, and contradictions of millions of Brazilians.

To build a lasting political alternative, progressives must abandon the tendency to classify entire communities as ideological enemies. Brazilian evangelicalism is plural, socially rooted, and culturally autonomous. Ignoring this complexity means giving up on understanding a decisive segment of Brazilian society.

The Iran war and the ‘terrible power of the purse’

By: A A
26 October 2026 at 10:14

Netanyahu is telling Trump that he needs now to finish the job of destroying Iran

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The ‘Grand Design’ to “maintain [western civilisation’s] place at the head of the world” (as U.S. Secretary of State Marco Rubio put it) requires the tools for ensuring compliance are two-fold: The creating of destructive revolutionary fervour from below (now termed ‘regime change’); and secondly, the use of what Theodore Herzl in a now famous phrase termed “the terrible power of the purse to exert irresistible pressure on international politics” in order to co-opt the ruling strata into a power network that would advance the Grand Design ‘project’.

This is what we are observing with Trump’s war on Iran. The June 2025 Israeli-American attack was primarily a decapitation attack designed to disable both Iran’s political and military leadership, whilst armed Mossad trained elements, the MEK and Baluchi separatists inter alia would be inserted into Iran to foment revolution from the street below. At that time, the former Shah’s son – implausibly – was being presented to the western media as the incoming leader of Iran.

It did not work. And now Netanyahu is touting that Israel has ‘fresh evidence’ that Iran is moving towards producing a weapon component to its nuclear programme. He is telling Trump that he needs now to finish the job of destroying Iran. And to motivate Trump further, leadingIsraeli daily Ma’ariv reports that Israel stove-piped Likud polling directly into the White House to the effect that Netanyahu might win the Israeli elections on 27 October. According to the report, this Likud information (that runs counter to most other Israeli polls) prompted Trump’s full-hearted election endorsement of Netanyahu.

At the same time, the pro-Zionist billionaire donors are wielding the ‘terrible power of the purse’ at Trump: ‘We will not accept anything less than the defeat of Iran. If you continue to seek a deal we will pull our financial support from you’.

Senior current and former security officials in Israel however, refute the need for an imminent attack on Iran and Netanyahu’s claim of new evidence of Iran moving toward a nuclear weapon –

IDF Chief of Staff Zamir told Israel’s Channel 13: “We don’t see a need to attack Iran before the elections”;

Leading Israeli military strategist Udi Evental has cautioned:

“A war to thwart the elections and democracy, not to thwart Iran’s nuclear programme. Netanyahu, who is suspected of being up to his neck in extraneous political and personal considerations, is unfit to make such a decision. He must not be allowed to”.

Whether or not there is such evidence really does not matter. Likely it doesn’t exist. The claim simply forms the peg on which the U.S. is beingtold to take action to ‘finish the job’ on Iran.

As ever, Netanyahu said in the last days:

“Iran is once again trying to develop its weapons of death … There is only one way to remove this threat once and for all – to topple the regime in Iran, and that is my directive to the IDF, the Mossad and the security agencies.”

A senior Iranian official told Drop Site that Tehran’s current internal intelligence assessment indicates a high likelihood that large-scale bombing may begin – even before Tuesday’s Israeli elections.

The point here is that Iran does not care who wins in the midterms, nor who will win the U.S. Presidency in 2028. For the Iranian leadership it is all the same. They well understand the concept of the ‘Grand Design’ (how could they not?).

It is well understood in Iran that they are engaged in a long war confronting the entire Atlanticist bloc – Israel, its intelligence services, its arsenals, its satellites, its military industry, and its media machine. It does not matter whether it is a Republican or a Democrat in the White House. Senior Iranian officials see both parties to have been bought by the Zionist terrible power of the purse.

Understanding the ‘Design’ is to understand that the Zionist donor class will never be satisfied by some ‘deal or trade-off’. They claim it to be certain that Iran ultimately would renege on any mooted acquiescence to U.S. demands. Israelis and their donor class auxiliaries simply do not believe (and repeat incessantly) that Iran would ever accept compliance to Israel, or to accept U.S. political and cultural dominance.

They may be right. Why?

Simply because Iran has a deep civilisation, stretching back to a specifically Persian-Iranian complex of beliefs and practices of the second millennium BCE – Mazdaism, a cosmology of divine drama, represented by the continuing struggle between Light and Darkness.

The renown scholar, Professor Henri Corbin, has argued that “Iran was situated at a centre … it being not only a nation or an empire, but a spiritual universe”. He understood Iran therefore, as a mediating force, both geographically and metaphysically.

For millenia, Iranians have experienced the world as having a clear metaphysical dimension – and history. It is therefore unlikely that they would be attracted to a western nihilistic material posture. Civilisational states, whether Iran or Russia, that embrace contrarian values would never succumb to the ‘Grand Design’. Hence, they must be destroyed.

What does this metaphysical history mean? It means that Iran is preparing for war, not for a ‘deal’. Mohsen Rezaei, Secretary of Iran’s Supreme National Security Council and personal representative of Supreme Leader Ayatollah Mojtaba Khamenei, stated that,

“If the question is whether Iran still has the ability to continue missile and drone operations [in the event of an attack], the answer is ‘yes’ … The United States has valuable assets in the region. In the event of war, cables, data centres and artificial intelligence facilities could also come within range. If the conflict begins again, we will have a broader plan”.

      “Everyone must understand that action against Iran carries a cost”.

Senior Iranian officials believe that war is coming. Iran has extensive plans (in the event of an attack) that encompasses Saudi Arabia and its leadership, too, a senior Iranian hinted. Karl Miller (from the field) states that in this respect, already a quarter of Saudi oil production has been destroyed and that the damage as a result of AnsarAllah’s retaliatory attacks runs through the whole Saudi production chain – ‘from wellhead to the gas station’ – and that Saudi Arabia has been covering the gap by draining their tanks.

Miller’s report, quoted by Larry Johnson, warns that,

“if Saudi Arabia’s export outlets close, its oil has nowhere to go but to its own refineries, its own power plants and its storage tanks. Once the storage is full, that is roughly the ceiling on what Saudi Arabia could keep producing. Close Ras Tanura and Yanbu at the same time, and the Kingdom would have to shut in most of its oil fields. That is exactly the scenario Ansar Allah’s campaign against the pipeline, the Red Sea and the Gulf terminals, is built to produce”.

“Any new American or Israeli campaign against Iran will land on a Saudi energy system that has no slack left to absorb it”, Larry Johnson observes.

Any new attack on Iran, by extension, will mean the end to the Gulf as we know it, an end to the petrodollar, and an end to the Gulf as the primary supplier of hard cash to Wall Street and the Tech world.

Nonetheless, Trump reportedly has said that the U.S. is not currently negotiating with Iran, and something will happen “fairly soon”.

Maybe. (But with Trump everything distils into speculation). But if he is bluffing, it won’t work, and his humiliation will be all the deeper.

One man who knows Trump better than most (having authored four books on him), Michael Wolff, opines that if the Democrats win in the 3 November midterms –

“They will be trying to impress upon the world that it is ‘a new day’. Trump, for his part, will be trying to impress upon the world that he still controls the stage. There will be a series of these kinds of things (such as a putative invasion of Cuba, for example) greater than anything we may have imagined. He will not be humbled. The idea of humility does not exist in Donald Trump’s soul. Therefore he will do – the opposite”.

“Not retreat but attack”.

Sotto il vulcano (persiano)

By: A A
26 October 2026 at 09:05

L’Iran e la Russia, entrambi sottoposti a sanzioni che li stanno portando alla rovina, sono davvero più allineati che mai e coordinano ogni cosa su un fronte comune.

Segue nostro Telegram.

Washington, sul fronte ucraino, potrebbe passare alla modalità “salvare la faccia” a tutti i costi. Dopotutto, la portata della sconfitta strategica subita dall’Impero e dall’Occidente allo sbando nel Paese 404 è sbalorditiva. A ciò si aggiunga la sconfitta strategica in Iran, oltre allo Yemen che martella senza tregua la Casa dei Saud. Il Gran Maestro Lavrov l’ha definita così: «L’Occidente non sarà mai più l’attore principale, a dettare le condizioni».La tentazione potrebbe essere forte di individuare un percorso più diretto verso un ordine mondiale multinodale e policentrico – sulla scia di tutte quelle concessioni sfrenate e senza precedenti di Trump a Mosca. Ma poi le vere nuvole nere continuano ad addensarsi.Il culto della morte nell’Asia occidentale e il «Sindacato di Epstein» nel suo complesso sono riusciti a sopraffare l’intera massa dei neoconservatori russofobi sparsi in tutto il MICIMATT (complesso militare/industriale/congressuale/di intelligence/mediatico/accademico/dei think tank, secondo la memorabile definizione di Ray McGovern) e a ricostituire l’Iran come l’indiscutibile e unica emergenza di sicurezza nazionale.Il piano in 7 punti o nienteIl viaggio affrettato e organizzato all’ultimo minuto del feldmaresciallo Asim Munir da Islamabad a Teheran all’inizio di questa settimana, alla fine, non ha potuto mediare nulla.Munir ha incontrato tutte le figure di rilievo. Ha chiesto senza mezzi termini al presidente del Parlamento Ghalibaf: cosa occorre per trovare una soluzione all’impasse tra Iran e Stati Uniti? Ghalibaf è stato schietto – e lo ha ribadito almeno otto volte nel corso del loro incontro: Washington deve attuare le condizioni in sette punti dell’Iran, che costituiscono essenzialmente una sintesi del memorandum d’intesa (MoU) ripetutamente fallito, che Trump aveva firmato per poi distruggerlo.I sette punti erano stati proposti per la prima volta a Tweedledum e Tweedledee – Witkoff e Kushner – tramite i qatarioti in un precedente ciclo di negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti.Il presidente Pezeshkian e il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) Mohsen Rezaee, nei loro incontri, hanno sottolineato esattamente la stessa cosa. Questo è il messaggio che Munir dovrebbe trasmettere al «sociopatico in capo».Le fonti ufficiali iraniane non lo confermeranno; solo la versione americana, pesantemente manipolata. Ma Munir potrebbe aver portato un ultimatum finale degli Stati Uniti a Rezaee, Pezeshkian e Ghalibaf: abbandonate il vostro programma nucleare, oppure andrete incontro a massicci attacchi, mirati principalmente a Pickaxe Mountain.Oltre ai 7 punti, Mohsen Rezaee ha infatti comunicato nuovamente a Munir – e quindi alla Casa Bianca – che nemmeno un granello di polvere nucleare lascerà l’Iran. Si torna così all’unica possibilità di un ritorno ai negoziati: Washington deve accettare i 7 punti.Il ministro degli Esteri Araghchi continua a ribadire l’essenziale: «Gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere nessuno dei loro obiettivi di guerra». La catena di nessi è quindi ineludibile: nessuna vittoria militare (e nessun cambio di regime); costi economici insostenibili; situazione politica insostenibile; pertanto l’unica via d’uscita sono i 7 punti.E, come se non bastasse, Teheran fa scorrere il tempo.Parallelamente, nel contesto dell’operazione «Yemeni Storm», anche Sana’a tiene il tempo.Con Aramco, linfa vitale degli Stati Uniti, di Israele e dei sicari salafiti-jihadisti sul modello dell’ISIS, nonché fonte privilegiata di finanziamento per le «guerre infinite», ora nella linea di fuoco diretta di Ansarallah, l’obiettivo yemenita è quello di adoperarsi «per prosciugare le fonti del terrorismo».

Riad, tuttavia, sta raddoppiando la posta in gioco, minacciando di bombardare ogni raduno delle tribù yemenite. Se ciò dovesse accadere, oltre un milione di yemeniti in più si uniranno alle Forze Armate yemenite e marceranno verso il confine yemenito-saudita.

Dopotutto, le tribù, ben addestrate e dotate di armamenti all’avanguardia, stanno solo aspettando un ordine dal leader di Ansarallah, Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, per riversarsi nell’Arabia «saudita» meridionale e recuperare le tre province – Najran, Jizan e Asir – che sono terre ancestrali yemenite sottratte dagli inglesi nel 1934.

Un prezzo che non potete permettervi di pagare

Potrebbe scatenarsi il finimondo: ora; a breve; o al più tardi entro la fine di novembre. Se dovesse accadere prima, prima delle elezioni israeliane, è certo che a guidare il tutto sarà il culto della morte. Il sociopatico in capo privilegia un attacco dopo le elezioni di medio termine.

Il «culto della morte» sta preparando un attacco su vasta scala contro centrali elettriche, infrastrutture petrolifere, obiettivi militari e impianti nucleari iraniani. Teheran ha ripetutamente avvertito che qualsiasi attacco, congiunto o separato, da parte degli Stati Uniti e di Israele, sarà considerato una «Totalen Krieg», una guerra totale, e la risposta supererà ogni limite o moderazione.

I servizi segreti interni iraniani sono interamente concentrati su uno scenario di bombardamenti su larga scala che si verificherà prima di martedì prossimo, giorno delle elezioni nel «culto della morte».

Qualunque cosa accada, la risposta di Teheran garantirà che il prezzo da pagare sia ben oltre ogni limite. Per quanto riguarda Israele, l’Iran sferrerà un contrattacco contro entrambe le raffinerie israeliane; i porti di Haifa e Ashdod; tutte le basi aeree; e Dimona sarà aggiunta solo se i siti nucleari iraniani dovessero essere colpiti.

In caso di attacco da parte degli Stati Uniti, qualsiasi monarchia petrolifera del Golfo che ospiti un punto di lancio diventerà immediatamente un bersaglio legittimo, comprese le reti elettriche, gli impianti di desalinizzazione, le raffinerie, i porti, i centri dati, i quartier generali e le installazioni delle aziende americane.

Lo Stretto di Hormuz verrebbe completamente chiuso. Il prezzo del barile di petrolio schizzerà alle stelle. L’economia globale entrerà in una Grande Depressione. Da un punto di vista imperiale, ciò sarebbe altrettanto desolante quanto il fatto che Washington lasci all’Iran la gestione dello Stretto di Ormuz e la riscossione dei diritti di transito: in realtà, la fine umiliante della talassocrazia unilaterale – con la Quinta Flotta degli Stati Uniti costretta a chiedere il permesso per entrare o uscire dalla propria base fatiscente in Bahrein.

Mohammad Mokhber, uno dei principali consiglieri della Guida Mojtaba Khamenei, ha sottolineato che «se gli Stati Uniti e Israele colpiranno le nostre infrastrutture petrolchimiche o le nostre centrali elettriche, l’Iran colpirà nove paesi».

Inoltre, l’agenzia di stampa Fars, molto vicina al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), è venuta a conoscenza di una serie di nuove direttive: qualora gli attacchi comportassero l’assassinio di funzionari iraniani e l’uccisione di civili, la risposta iraniana includerà obiettivi politici associati agli Stati Uniti e a tutte le nazioni partecipanti alla guerra, oltre alle loro infrastrutture.

Lavrov e Araghchi rilanciano il RIC

In mezzo a tanto orrore, cerchiamo di sottolineare almeno una tendenza positiva. Durante la recente visita di Lavrov a Teheran, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi è andato dritto al sodo:

«Mai nella nostra storia la Russia e l’Iran hanno collaborato così strettamente come ora».

Il concetto chiave è «mai nella nostra storia». Lavrov e Araghchi hanno discusso di «tutto, dall’Europa all’Asia occidentale». Ma in particolare di questi quattro temi: Libano, Palestina, Ucraina e Yemen. Per non parlare di tutto ciò che riguarda l’ampliamento della cooperazione economica e «nucleare».

Per cooperazione economica si intende in particolare l’INSTC – il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre partner dei BRICS e della SCO: Russia, Iran e India.

Si veda il mio documentario sull’INSTC girato in Iran lo scorso anno.

L’Impero del Caos fa affidamento su sanzioni, minacce e bombardamenti. L’integrazione eurasiatica si basa sulla costruzione di infrastrutture, sull’incremento degli scambi commerciali e sulla cooperazione sovrana. Pertanto, Lavrov e Araghchi hanno dovuto ancora una volta rilanciare il RIC: l’originario collegamento Russia/India/Cina, inizialmente concepito come «Triangolo di Primakov», ma ora con l’Iran al posto dell’India.

Lavrov ha proposto che il nuovo RIC istituisca una «struttura di sicurezza comune» nel Golfo Persico attraverso un vertice trilaterale. Ciò equivale a definire, nell’ambito del RIC, un quadro unificato per lo Stretto di Hormuz.

La risposta dell’Impero sarà un’ulteriore disorientazione. Poiché, ancora una volta, si tratta dell’«indivisibilità della sicurezza» – come quando la Russia l’ha proposta agli Stati Uniti e alla NATO nel dicembre 2021. Allora ciò fu accolto con una risposta che equivaleva a una mancata risposta.

Per quanto riguarda il Libano, la Palestina, l’Ucraina e lo Yemen, Lavrov e Araghchi erano in prima linea. Da un lato abbiamo l’Impero del Caos e i suoi alleati/vassalli, dall’altro la Russia e gli alleati dell’Iran.

È tutto interconnesso, naturalmente. Un arco imperiale di pressione militare si estende dall’Ucraina allo Yemen. La risposta ruota attorno a come coordinare la resistenza (corsivo mio) a tale pressione.

Per quanto riguarda la cooperazione economica, sia l’Iran che la Russia sono sottoposti a un vero e proprio tsunami di sanzioni. Le loro banche sono state espulse dal sistema SWIFT e le esportazioni di petrolio sono severamente limitate. Pertanto, il commercio tra i due Paesi deve aggirare il dollaro statunitense, l’intero sistema finanziario occidentale e la talassocrazia imposta dalla Marina degli Stati Uniti.

Il know-how necessario per aggirare le sanzioni è qualcosa che l’Iran e la Russia potrebbero condividere con l’intero Sud del mondo, attraverso pagamenti in valute locali, il baratto, i corridoi terrestri, l’INSTC e il commercio attraverso il Mar Caspio.

E questo ci riporta ancora una volta allo Stretto di Ormuz – che l’Iran controlla. Le petro-monarchie del Golfo stanno andando completamente nel panico. La Russia mantiene solidi canali di comunicazione sia con l’Iran che con il Golfo. Lavrov è in perfetta sintonia con tutti loro. Ha portato le preoccupazioni del Golfo a Teheran e, a sua volta, ha trasmesso le condizioni di Teheran al Golfo.

Lavrov ha sottolineato che il Memorandum d’intesa di Islamabad, più volte dichiarato «morto», è l’unica via da seguire. Esattamente ciò che Xi ha detto a Trump nello Studio Ovale. Esattamente ciò che la leadership iraniana ha detto ad Asim Munir a Teheran.

Ha inoltre sottolineato che le petro-monarchie del Golfo Persico devono darsi una regolata e avviare un serio dialogo sulla sicurezza con l’Iran e le nazioni arabe, compresi i paesi confinanti come l’Iraq e la Giordania, coinvolgendo la Lega Araba, l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ancora una volta: l’indivisibilità della sicurezza.

L’Iran e la Russia, entrambi sottoposti a sanzioni fino all’oblio, sono infatti in sintonia come mai prima d’ora, coordinando ogni cosa su un fronte comune – mentre il disperato «Sindacato di Epstein» rimane intrappolato nel proprio incubo di una «guerra eterna» da lui stesso architettato.

Ex-Verdi-Sekretär Ralf Krämer: “Hochrüstung ist Klassenkampf von oben”

By: A A
26 October 2026 at 05:17

Erst Sozialproteste, jetzt Friedensdemos: Beide Bewegungen eint mehr, als es scheint. Ralf Krämer erklärt, warum. Ein Gespräch über Krieg, Krise und Kapital.

Nach dem Protest ist davor: am Wochenende folgen in Berlin wie Stuttgart große Friedensdemonstrationen – diese wollen explizit an den DGB-Sozialaktionstag anschließen.

Darüber sprach Telepolis mit Ralf Krämer. Der Sozialwissenschaftler und war über zwei Jahrzehnte Gewerkschaftssekretär in der ver.di-Bundesverwaltung im Bereich Wirtschaftspolitik. Er ist aktiv in der Initiative “Nie wieder Krieg” sowie im Aktionsbündnis für die Friedensdemonstrationen am 3. Oktober.

Aufrüsten nach dem Motto “koste es, was es wolle”

  • Deutschland sieht sich gleichzeitig mit Aufrüstung, Krise und Sozialkürzungen konfrontiert. Ist das noch eine normale Verteilungskrise – oder eine grundlegende Verschiebung?

Krämer: Die Politik der Hochrüstung und die Demontage sozialer Errungenschaften sind zwei Seiten derselben Medaille. Während Bundeskanzler Merz einerseits behauptet, unser Sozialstaat sei nicht mehr finanzierbar, will er andererseits aufrüsten, koste es was es wolle. Hochrüstung ist die absolute Priorität dieser Bundesregierung.

Laut Finanzplan sollen die Militärausgaben bis 2030 auf über 200 Mrd. Euro steigen. Das schließt Ukraine-Militärhilfen ein. Das fällt alles unter die “Bereichsausnahme” der Schuldenbremse und kann unbeschränkt kreditfinanziert werden. Die Zinsausgaben steigen von 30 Mrd. (2026) auf über 80 Mrd. Euro (2030). Schon 2029 wird das Nato-Ziel von 3,5 Prozent des BIP erreicht.

Das Fünf-Prozent-Ziel schließt militärisch nutzbarer Infrastruktur ein. Deutschland gäbe dann mehr für Militärzwecke aus als Bund, Länder und Gemeinden zusammen für Bildung. Alle anderen Ausgabenbereiche werden zurückgefahren: Gesundheit, Familien und Bildung, Verkehr und Entwicklungshilfe sinken. In allen Sozialbereichen sind heftige Kürzungen geplant. Auch die Investitionen gehen nach 2026 preisbereinigt und anteilig am BIP zurück.

  • Ein Sicherheits- oder ein Verteilungsproblem?

Krämer: Das Sicherheitsproblem ist diese Bundesregierung: Sie finanziert und beteiligt sich daran, dass die Ukraine Drohnenangriffe auf zivile Ziele tief in Russland ausführt. Zugleich verbreitet sie Hysterie über angebliche russische Drohnenangriffe, für die sie keine Beweise liefert. Das dient nur dazu, Bedrohungsgefühle und Unterstützung für die Aufrüstung herbeizuführen.

Es ist eine Propagandaerzählung, dass Russland die Nato angreifen wolle. Dafür bräuchte es etwa dreifache Überlegenheit. Die Nato ist schon jetzt weit überlegen, selbst ohne die USA: mehr Soldaten, größere Wirtschaftskraft, höher entwickelte Technologie, ein Vielfaches an Militärausgaben. Nato-Generalsekretär Rutte sagte vor rund 11 Monaten selbst: “Unser Militär ist der russischen Armee unendlich überlegen.”

Ein Verteilungsproblem haben wir tatsächlich: Viele Menschen können sich ihr Leben kaum noch leisten, aber die Reichen werden reicher. Der Sozialstaat steht unter Druck durch schwache Wirtschaftsentwicklung, Alterung und ineffiziente Strukturen wie das Nebeneinander von gesetzlicher und privater Krankenversicherung. Die Kapitalseite fordert längere Arbeitszeiten und Abbau von Mitbestimmungsrechten.

Die Hochrüstung verschärft das: für Soziales, Bildung und Gesundheit bleibt immer weniger Geld übrig, Steuersenkungen gibt es nur auf Unternehmensgewinne. Das ist Klassenkampf von oben, der das Land auf Kriegstüchtigkeit trimmen soll!

Geopolitisch geht es um die Stärkung des deutschen Kapitalismus gegen die Brics-Staaten, auch um mehr Eigenständigkeit gegenüber den USA, denen man sich aber weiter unterordnet.

“Butter statt Kanonen!”

  • Die Bundesregierung stellt Aufrüstung hingegen als Jobmotor dar. Existiert eine Alternative?

Krämer: Für viele Beschäftigte und selbst Gewerkschaften ist die Rüstungsindustrie attraktiv, Jobs mit guten Löhnen locken, während anderswo Arbeitsplätze abgebaut werden. Doch jeder Arbeitsplatz in einem Rüstungsbetrieb beruht auf öffentlichen Ausgaben.

Mit gleich hohen Ausgaben für sinnvolle zivile Investitionen könnten nicht nur die gesellschaftlichen Lebensbedingungen verbessert werden, sondern auch weit mehr Arbeitsplätze und höheres Einkommen generiert werden, nachhaltigere Wachstumswirkungen ließen den Schuldenstand sinken und könnten die Gesellschaft zugleich umweltverträglicher machen.

Die Alternative sind also Zukunftsinvestitionen und Sozial- statt Rüstungsstaat und Verhandlungen um eine friedliche Lösung in der Ukraine, ein Aus der EU-Sanktionspolitik, Druck für ein Ende des von Deutschland faktisch mitgetragenen völkerrechtswidrigen Kriegs gegen den Iran, Zusammenarbeit mit China in beiderseitigem Interesse statt dem von US-Präsident Trump betriebenen Zollkrieg.

  • Dies spiegelten die Forderungen des gewerkschaftlichen Aktionstages am vergangenen Wochenende kaum wider: Was hätte die Parole sein müssen?

Krämer: Parolen wie “Butter statt Kanonen!” wären super gewesen. Sie standen nicht auf den offiziellen Transparenten, friedensbewegte Kollegen brachten sie aber ein. In einigen Reden kam es vor, nicht aber in den Hauptreden.

Insgesamt ist die Entwicklung widersprüchlich: Der DGB-Bundeskongress beschloss “Friedensfähig statt kriegstüchtig”, der Iran-Krieg wird als völkerrechtswidrig bezeichnet, neue Mittelstreckenwaffen abgelehnt, das Fünf-Prozent-Ziel in Frage gestellt.

Doch eine klare Gegenposition zur Hochrüstungspolitik fehlt, und im Aufruf zum 26. September wurde das Thema ausgeblendet. Eine Mehrheit in Mitglied- und Funktionärsschaft trägt Ukraine-Unterstützung und Aufrüstung grundsätzlich mit. Die Gewerkschaften bremsen hier keinen großen Protestwillen, nehmen aber ihre Aufgabe nicht wahr, ihn aufzubauen.

Noch nicht erkannt wird, dass die Militarisierung den Sozialstaat umfassend angreift, Arbeitnehmerrechte abgebaut werden. Bedroht sind letztlich, im “Spannungsfall”, Tarifautonomie, Streikrecht, freie Gewerkschaften und die Demokratie. Einen Vorgeschmack geben die skandalösen EU-Sanktionen gegen Autoren wie Hüseyin Doğru, denen quasi Wehrkraftzersetzung vorgeworfen wird.

  • Gewerkschaften haben mit Streiks ein Machtmittel, das kaum eine andere Organisation besitzt. Warum setzen sie es bislang so zurückhaltend ein?

Krämer: Gewerkschaften leben immer noch von der Konfrontation, allerdings der gegen Zumutungen der Arbeitgeberseite. Politisch setzen die deutschen Gewerkschaften hauptsächlich auf Lobbyarbeit und ihren Einfluss in den regierenden Parteien, um bei den einzelnen Gesetzen Arbeitnehmerinteressen einzubringen.

Große gemeinsame Mobilisierungen bleiben die Ausnahme, politische Streiks sind tabu. Auch anderswo sind Generalstreiks meist nur Demonstrationstage in der Arbeitszeit, über die sich Regierende dort genauso hinwegsetzen wie Berlin hierzulande. Erfolgreiche Streiks aber setzen aber vor allem voraus, dass die Beschäftigten geschlossen hinter den Forderungen stehen. Das erforderte breite Aufklärung und Diskussion, die es bei politischen Themen, besonders der Friedensfrage, bisher nicht gibt.

  • Müsste der 3. Oktober demnach nicht die Fortsetzung des September sein: Warum Sozialabbau hinnehmen, während zugleich Milliarden in die Aufrüstung fließen?

Krämer: Die Demonstrationen in Berlin und Stuttgart stehen unter dem Titel “Nein zu Hochrüstung, Wehrpflicht und Krieg! Für Frieden, demokratische Rechte und soziale Sicherheit!”. Für friedensbewegte Gewerkschafter ist es logisch, diesen Zusammenhang in den Mittelpunkt zu stellen. Butter und Kanonen zugleich wird es nicht geben.

Die Gewerkschaften sind von zentraler Bedeutung und müssen eine aktive Kraft der Friedensbewegung werden; auch Sozialverbände und Umweltbewegung müssen dabei sein, die Kirchen müssten sich besinnen.

Bisher haben viele die Gefährlichkeit der Lage nicht erkannt, die Kriegspropaganda wirkt, und die Führungen scheuen den Konflikt mit den Regierungsparteien. Wir müssen unsere Aufklärungs- und Mobilisierungsarbeit daher verstärken.

Originalbeitrag TELEPOLIS

Received — 25 October 2026 ⏭ Strategic Culture Foundation

Inutili e dannose le sanzioni contro la Russia. Mentre l’Italia prepara il 13esimo pacchetto di aiuti a Kiev

By: A A
25 October 2026 at 21:05

L’Italia si sta preparando al 13° pacchetto di aiuti a Kiev, ha detto il ministro della difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla britannica BBC.

Segue nostro Telegram.

“Entro fine anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”,ha detto Guido Crosetto durante la sua intervista alla televisione britannica.

Il nostro paese ha già inviato dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev, aiuti di cui i cittadini italiani non hanno diritto di conoscerne i contenuti, infatti su ogni invio è stato posto il segreto di stato, quindi nessuno sa cosa abbiamo inviato a Zelensky.

Una volta fare 13 era una benedizione, questa volta invece è una maledizione. Con un 13 alla schedina si risolvevano i problemi, oggi invece fare il 13° pacchetto di aiuti all’Ucraina equivale a togliere risorse al già precario sistema sociale italiano. La schedina pare l’abbiano vinta Zelensky e i suoi soci, non noi.

Candidamente poi ammette che “la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria agli aiuti”, ma evidentemente al governo non importa nulla del parere degli italiani sulla questione. Ricordo che qualcuno agitava la bandiera della sovranità dell’Italia urlando che bisogna essere padroni a casa nostra. Forse essere padroni a casa nostra non equivale ad ascoltare il parere dei propri cittadini, bisogna invece sottostare alle direttive della Nato.

Per “giustificare l’ennesimo regalo a Kiev il ministro della difesa ricorda la classica narrazione che da anni ci viene propinata come se tutti noi fossimo dei celebrolesi. Ha detto che “Putin non si ferma all’Ucraina. E Nato e Unione Europea si preparano. Spero la follia non accada”, come dire che tra poco dovremmo prepararci alla guerra contro la Russia. Vedremo se i suoi figli saranno i primi a partire.

Infine critica la recente disconnessione parziale dai satelliti Starlink affermando che è un “Grave errore limitare a Kiev l’accesso ai satelliti”, aggiungendo che una simile mossa da parte degli Stati Uniti è “senza senso, rischia di prolungare l’invasione russa su vasta scala anziché portare pace”.

Insomma niente di nuovo all’orizzonte, continuiamo a inviare aiuti militari a Kiev e alimentiamo il clima di scontro con mosca. Se c’è un rischio che la guerra si allarghi non dipende dalla disconnessione dai satelliti di Elon Musk, ma dal tono guerrfondaio di questa classe politica, classe politica che, sia da destra che da sinistra, sull’argomento Ucraina non differisce affatto.

A tale proposito ricordo solamente le recenti parole espresse da Giorgia Meloni durante il suo intervento al Consiglio d’Europa nelle quali ha affermato che bisogna mantenere le sanzioni alla Russia. Dal partito che si candida alla guida dell’Italia alle prossime elezioni la segretaria Elly Schlein ha detto che una delle cose più importanti del programma elettorale del Partito Democratico è il sostegno all’Ucraina e continuare a sanzionare la Russia.

Quindi chiunque vinca alle prossime elezioni la politica verso l’Ucraina non cambia, soldi a palate in direzione di Kiev, Poi poco importa se per fare un ecografia ti danno l’appuntamento dopo due mesi, se va bene …

Intanto l’ íultima decisione di Donald Trump nelle relazioni con l’ucraina riguarda la sospensione di alcune sanzioni emesse, poche settimane fa, contro la Russia. Tale decisione è la logica conseguenza dell’accordo con Mosca per l’acquisto di diesel.

Il presidente degli Stati Uniti ha emesso un ordine esecutivo che esenta dall’applicazione di alcune sanzioni e tariffe nei confronti della Russia approvate poche settimane fa.

“Con la presente rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e degli obblighi previsti dalla legge Graham”, ha dichiarato nel documento, pubblicato venerdì dalla Casa Bianca, riferendosi alla normativa promossa dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, noto per la sua posizione russofoba.

Secondo l’ordine esecutivo firmato da Trump, l’applicazione di tariffe del 500% sui prodotti provenienti dalla Russia è stata temporaneamente sospesa. Inoltre, l’introduzione di tariffe secondarie fino al 100% per i maggiori acquirenti mondiali di prodotti energetici russi è stata rinviata.

Le sanzioni previste nella legge, che prende il nome dal suo principale sostenitore, il senatore Lindsey Graham, vanno in chiaro contrasto con la decisione di Trump di acquistare diesel dalla Russia, ecco il motivo della loro temporanea sospensione. Trump ha sostenuto che “l’emissione di tale esenzione in questo momento si traduce nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Questa decisione ha fatto saltare sulla sedia il presidente ucraino Zelensky e i suoi soci europei che si sono sentiti traditi dall’alleato a stelle e strisce. Ma le tensioni con Kiev non si fermano qui. Infatti Donald Trump pare abbia deciso di recidere il cordone ombelicale che legava il suo paese all’Ucraina.

Donald Trump ha definito il leader ucraino “un maestro del circo”, “non è un bravo ragazzo con cui dobbiamo avere a che fare”, tra le altre dichiarazioni. Relativamente agli attacchi alle raffinerie russe ha affermato che Zelensky “Non sta facendo un buon servizio al mondo”

Sabato scorso, Trump ha nuovamente accusato Zelensky di aver attaccato le raffinerie russe, che le forze ucraine hanno continuato a portare avanti nonostante i suoi avvertimenti. “Gli abbiamo detto: ‘Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema globale’. Ed è andato e ha attaccato”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, che ha lanciato una forte proposta agli ucraini: “Suggerisco loro di ottenere un nuovo leader che possa raggiungere un accordo”.

Insomma, questa volta, la rottura tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il capo del regime di Kiev Vladimir Zelensky sembra essere reale, ma sarà davvero così o è una semplice mossa pre elettorale?

Le prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti suggeriscono che probabilmente la risposta giusta è la seconda. Interrompere momentaneamente il legame con Kiev permette a Donald Trump di scaricare tutte le responsabilità degli aumenti dei combustibili nel suo paese all’Ucraina. Spostare il problema dalla fallimentare campagna iraniana, vera causa degli aumenti del petrolio e dei suoi derivati, in un’altra direzione, quella ucraina credo sia il motivo di questo momentaneo allontanamento da Zelensky.

Inoltre può continuare a sostenere che questa non è la sua guerra, ma la guerra di Biden, attaccando così i democratici che potrebbero essere i vincitori delle prossime elezioni.

Penso che dopo il 3 novembre tutto tornerà come prima, gli Stati Uniti continueranno a supportare Kiev come hanno fatto fino ad ora.

Articolo originale:  farodiroma.it

A esquerda brasileira ainda não compreendeu o fenômeno evangélico

By: A A
25 October 2026 at 15:33

Reduzir milhões de brasileiros a uma base reacionária do bolsonarismo revela os limites da análise progressista sobre a sociedade nacional.

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Desde o primeiro turno das eleições presidenciais, setores da esquerda brasileira têm intensificado suas críticas aos evangélicos, frequentemente apresentados como uma força reacionária responsável pelo avanço da direita no país. Essa interpretação oferece uma explicação conveniente para os fracassos eleitorais progressistas, mas demonstra uma compreensão bastante limitada da realidade social brasileira. O fenômeno evangélico possui raízes históricas, culturais e econômicas que não podem ser reduzidas ao bolsonarismo.

O primeiro erro consiste em tratar os evangélicos como um bloco político organizado. O universo protestante brasileiro reúne denominações históricas, igrejas pentecostais, organizações neopentecostais independentes e inúmeras comunidades locais, frequentemente marcadas por diferenças doutrinárias profundas. Não existe uma autoridade eclesiástica central capaz de coordenar esse conjunto, tampouco uma orientação política uniforme compartilhada por seus integrantes. Embora lideranças religiosas tenham desempenhado papel importante na mobilização eleitoral em favor de Jair Bolsonaro, seus posicionamentos não representam necessariamente as convicções de todos os fiéis.

Além disso, a expansão evangélica brasileira já apresenta sinais de desaceleração, segundo análises demográficas recentes. Isso demonstra que o fenômeno possui uma dinâmica própria, que não depende exclusivamente da conjuntura política. Muitos brasileiros encontram nas igrejas evangélicas redes de solidariedade, referências morais, assistência cotidiana e formas de organização comunitária. Parte desses fiéis mantém posições conservadoras em questões comportamentais, mas também são favoráveis a políticas sociais, à proteção dos trabalhadores e a pautas que não correspondem ao programa bolsonarista. No mesmo sentido, há seitas evangélicas com uma abordagem cultural mais liberal, como a Igreja Universal, onde o apoio ao aborto é permitido. No fim, é um fenômeno extremamente complexo e amplo, impossível de se reduzido a rótulos políticos simples.

Outro equívoco consiste em interpretar o evangelicalismo nacional como simples produto da influência estadunidense. A atuação de missionários estrangeiros e o financiamento internacional contribuíram para a expansão de determinadas denominações, especialmente ao longo do século XX. Entretanto, a realidade brasileira adquiriu características próprias. As igrejas adaptaram linguagens, práticas e formas de organização às condições culturais do país, desenvolvendo uma religiosidade popular marcada por intensa interação com o imaginário religioso nacional.

Em muitos contextos, elementos como a crença na intervenção direta do mundo espiritual, a busca por cura, a libertação de influências malignas e a participação coletiva em rituais de transformação pessoal encontram paralelos com práticas presentes em tradições afro-brasileiras e no catolicismo popular. Isso não significa que essas religiões sejam equivalentes, mas demonstra que o crescimento evangélico ocorreu dentro de uma sociedade profundamente marcada pelo sincretismo e pela reelaboração constante de suas tradições religiosas. Na prática, o evangelicalismo brasileiro é realmente uma expressão da espiritualidade popular do Brasil, não uma mera importação dos EUA.

A dimensão urbana desse processo também precisa ser considerada. Durante décadas, o crescimento das periferias e das grandes cidades brasileiras produziu demandas sociais que as instituições tradicionais tiveram dificuldade para atender. A Igreja Católica, apesar de sua importância histórica, não conseguiu manter em todos os territórios uma presença pastoral proporcional à velocidade da urbanização. Igrejas evangélicas ocuparam parte desse espaço, estabelecendo comunidades próximas dos moradores, oferecendo apoio cotidiano e criando vínculos sociais duradouros.

Essa presença é particularmente importante nas favelas, nos bairros periféricos e nos presídios. São ambientes nos quais as igrejas podem oferecer pertencimento, disciplina comunitária, assistência material e oportunidades de reconstrução da vida pessoal. Trata-se de uma realidade politicamente significativa, sobretudo porque muitos desses mesmos territórios constituem bases eleitorais tradicionais de Luiz Inácio Lula da Silva e do Partido dos Trabalhadores.

A aparente contradição revela os limites das categorias utilizadas por parte da esquerda. Um trabalhador pode votar em Lula por suas políticas econômicas e, simultaneamente, frequentar uma igreja conservadora. Outro pode apoiar programas sociais progressistas e rejeitar determinadas posições culturais da esquerda. As identidades políticas e religiosas não precisam coincidir integralmente.

O bolsonarismo conseguiu estabelecer alianças importantes com lideranças evangélicas, mobilizando símbolos religiosos e discursos morais em sua estratégia eleitoral. Isso não lhe confere propriedade sobre o fenômeno evangélico. Confundir essas duas realidades impede que a esquerda compreenda as necessidades, as aspirações e as contradições de milhões de brasileiros.

Para construir uma alternativa política duradoura, os progressistas precisam abandonar a tentação de classificar comunidades inteiras como inimigas ideológicas. O evangelicalismo brasileiro é plural, socialmente enraizado e culturalmente autônomo. Ignorar essa complexidade significa renunciar à compreensão de uma parcela decisiva da sociedade nacional.

Is Tallinn closing off the Baltic Sea? The height of absurdity

By: A A
25 October 2026 at 15:27

A country with a population of 1.3 million announces that it can strangle the commercial lifeline of the world’s leading nuclear power in a matter of hours.

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A string of provocations, but it’s all just cheap jewelry

Certain statements should be read twice – the second time aloud – to be sure you didn’t dream them. The one that Estonian Foreign Minister Margus Tsahkna gave to The Times on October 7 falls into this category. Estonia, the minister informs us, would be able to assemble a force of 50,000 experienced soldiers “in a matter of hours” and, again within a few hours, block Russia’s access to the Baltic Sea, which he describes as a vital artery of the Russian economy. For Moscow, that sea is a matter of survival, he added, especially since the Black Sea, he claims, is already closed off. Then, with a sense of timing that no playwright would have dared to imagine, Tsahkna called it “absurd” to describe NATO as an offensive organization.

The minister’s outburst did not come out of the blue. It comes at the end of an autumn that Tallinn has methodically shaped. In mid-September, the government announced it was ready to seal the border if a general mobilization were declared in Russia; on October 1, it banned the transit of Russian and Belarusian wheat; around the same time, the Financial Times reported on elite units being deployed to the border and the purchase of weapons capable of striking deep into Russian territory. The defense budget for 2026 stands at 2.4 billion euros, or 5.4% of gross domestic product. We are looking at a country of 1.3 million people that has chosen to live in a state of constant readiness and to let the world know, every week, just how prepared it is to fight.

The minister was careful to specify that the blockade would be triggered only after a Russian attack capable of invoking Article 5. The clause is about as reassuring as a “friendly dog” sign hanging on the gate of a kennel. Publicly announcing a plan to choke off a nuclear power’s main energy export route remains a deliberate political act, regardless of any qualifying conditions attached to it. Under customary international law, a naval blockade is an act of war; and in the age of severed cables, stateless drones, and oil tankers in the so-called “shadow fleet,” the threshold for what constitutes an “attack” has become elastic. Who decides when it has been crossed? The very same government that denounces a new provocation every morning?

The math of fifty thousand

Let’s focus on the numbers, which are the most entertaining part. According to public data from the Estonian armed forces, the wartime strength is just over 43,000. Of these, only 4,200 are on permanent standby; the rest are reservists and volunteers from the Defense League – brave people who train in the woods on weekends. So, there are no 50,000 “experienced” soldiers in a matter of hours. Unless you count those from other countries.

And that is exactly how the figure should be interpreted. Tsahkna’s 50,000 do not speak Estonian. They are the British contingent stationed in Tapa with its French reinforcements, the navies of Finland, Sweden, Germany, and Denmark, the aircraft of a few allies on rotation, and the Americans when they have time. A dozen or so flags, each with its own chain of command, its own parliament, its own public opinion, and its own election calendar. The Estonian minister disposes of that army the way a condominium manager disposes of the residents’ savings: in words, with great nonchalance. Could some assistant please explain to him how to do his job?

Let’s try to imagine the first missile. In London, the cabinet meets and seeks a legal opinion. Paris launches a strategic review, which requires a document and a conference. Berlin awaits the Bundestag’s vote and the blessing of its less-than-convinced coalition partner. Rome seeks clarification at the Atlantic Council; Budapest puts its reservations on record; Washington is busy elsewhere. Article 5, after all, doesn’t force anyone to fire a shot: it obligates each ally to take the action it deems necessary, and “necessary” can mean anything from an aircraft carrier to a note of protest. The oldest debate in any coalition would immediately begin: who steps in first, who withdraws last, who covers whose flank, and who pays for the fuel. Meanwhile, the Estonians would be there counting down the minutes.

European history is all too familiar with this scenario. In September 1939, France and Great Britain had guaranteed Poland’s security with the same solemnity with which Tallinn is guaranteed today. They declared war, and then spent eight months behind the Maginot Line simply watching: the French called it the drôle de guerre, the “phoney war.” Warsaw, meanwhile, had long since stopped laughing.

Let’s now set aside arithmetic for geography, which isn’t swayed by interviews – someone should tell the Minister that! About eighty kilometers of sea lie between Tallinn and Helsinki: it is along this narrow passage that the minister would like to close off the Gulf of Finland. From the Estonian capital to the Russian border at Narva, there are just over two hundred kilometers. Russia’s GDP, in nominal terms, is more than fifty times that of Estonia. The Baltic Fleet is based in Kronstadt, at the far end of the Gulf, and in Baltiysk, in the Kaliningrad exclave; which means, incidentally, that a substantial portion of that fleet is already outside the “plug” that Tallinn dreams of inserting.

Strategists carefully distinguish between three things that Estonian politicians happily confuse: guarding a passage, making its use risky for the adversary, and maintaining stable control over it. The first is possible; the second is costly; the third, against Russia, has never succeeded for anyone. Those who lay mines may fall victim to them; those who deploy coastal anti-ship batteries become, in turn, fixed targets, surveyed down to the meter.

And this is where physics comes in. Russia’s conventional arsenal includes Iskander missiles deployed just a few dozen minutes’ flight away, ship-launched Kalibr missiles, TOS-1A thermobaric rocket launchers, and high-yield glide bombs. There’s no need to bring up nuclear warheads, which remain the favorite bogeyman of Western talk shows. The coastal batteries, depots, command centers, and docks from which our dear friends in Tallinn intend to block the Gulf would go from a solid to a gaseous state in the time between launch and impact. And with them, the solidity of Estonia’s political stance would evaporate, long before an agreement on the statement is reached in Brussels. We’re not writing this to be smug. We’re writing this because, in that scenario, ordinary Estonians would be the first to pay the price, used as pawns by a ruling class that’s playing with fire in its own living room.

Creative accounting for oil

There remains the issue of the “lifeline.” Tsahkna attributes about 60% of Russian oil exports by sea to the Baltic route. Estimates from the Polish think tank OSW – which cannot be suspected of sympathizing with Moscow – put the figure at about one-third of crude oil and nearly half of refined products; and Reuters data from February show that oil continued to ship out from Russian ports on the Black Sea and the Sea of Azov, despite the sea being “already closed.” Inflating figures is an age-old rhetorical technique: it serves to make the threat seem more deadly than it is and one’s own position stronger than it actually is.

Moreover, a blockade would not affect only Moscow. Neutral shipowners, insurance companies, freight rates, refineries, and energy prices would all suffer the consequences, and Europe – which in recent years has already paid dearly for its economic war against Russia – would once again bear the cost. There’s even a grotesque detail: in 2025, Estonia sold goods worth approximately 252 million euros to Russia. They’re threatening to cut off their neighbor’s lifeline, but in the meantime, business as usual continues.

Why, then, all the fuss? The answer lies in the role the Estonian ruling class has carved out for itself within the Alliance: that of the permanent vanguard, the most zealous member of the eastern flank, the top student who raises their hand before the teacher finishes the question. It’s a source of privilege. It guarantees attention, funds, allied troops on its territory, and invitations to summits. And it becomes all the more valuable as the possibility of a ceasefire in Ukraine draws nearer – a prospect feared in many Atlantic capitals as the end of the emergency that justifies everything. So the fever must be kept high: a statement every week, a ban every month, a threat of a blockade every fall.

In 1955, Leonard Wibberley published a satirical novel, *The Mouse That Roared*, in which the tiny Grand Duchy of Fenwick declared war on the United States with the sole purpose of losing it and collecting reconstruction aid. The difference with Tallinn lies in the ending. The Grand Duchy counted on losing to a generous power, an ocean away. Estonia is threatening a neighboring power – one that has forgotten nothing since 1991 – and is entrusting its fate to a coalition that has never fought a real war together against an opponent of equal strength.

From apotheosis to casus belli?

Let’s recap. A country with a population of 1.3 million announces that it can strangle the commercial lifeline of the world’s leading nuclear power in a matter of hours. To do so, it relies on soldiers it doesn’t have – lent by allies it hasn’t consulted – based on oil figures that Western sources themselves downplay. It ties all of this to a war that its rhetoric makes a little more likely every day, and in the same breath accuses those who see NATO as something offensive of absurdity. If there is such a thing as the apotheosis of the absurd, it can be found at the Foreign Ministry in Tallinn.

Moscow, to tell the truth, doesn’t even need to respond. Geography does it, the balance of power does it, and the history of European coalitions – which have always found it easier to make promises than to keep them – does it. Deterrence that turns into permanent provocation ceases to dissuade and begins to seek its own casus belli. The Baltic Sea deserves mature diplomacy among the coastal states that will have to share it anyway. For now, it must settle for – a minister who roars – and an audience of allies who, at the first real blow, will look around wondering who should answer the phone.

Why are so many Brazilians voting for Flávio Bolsonaro?

By: A A
25 October 2026 at 15:17

Public security, rejection of the woke agenda, and the defense of traditional values help explain the Brazilian right’s electoral strength.

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The results of the first round of Brazil’s 2026 presidential election sparked a wave of analysis on the Brazilian left. With Flávio Bolsonaro ahead of Lula in the vote count, many commentators looked for explanations in evangelical voters’ behavior, moral conservatism, and the influence of religious leaders. These factors matter, but they do not explain everything. A significant portion of the electorate is dissatisfied with the cultural priorities of the left and, above all, with the perception that the state has lost its ability to guarantee public safety.

Public security occupies a central place in this debate. According to a Nexus/BTG poll released in July 2026, 30% of respondents identified violence, crime, or public security as the country’s main problem. This concern is particularly relevant among Flávio Bolsonaro’s supporters, for whom fighting crime is one of the main expectations for the next government.

The situation in Rio de Janeiro illustrates the scale of the problem. A study by the Federal Fluminense University’s Study Group on New Illegalisms and the Fogo Cruzado Institute estimated that, in 2024, approximately four million people in the metropolitan region lived under the control or influence of armed groups. This represented 34.9% of the region’s population. Criminal factions and militias exercise forms of territorial power that affect mobility, economic activity, and residents’ everyday lives. Some estimates suggest that between 60% and 70% of Rio de Janeiro’s territory is currently controlled by organized crime.

In this context, rhetoric emphasizing social rights, national sovereignty, and foreign policy can lose electoral appeal when it fails to offer convincing answers to everyday insecurity. Lula has advocated tackling organized crime through coordination among security forces, financial investigations, and the restoration of state control over affected territories. Yet these measures are only being emphasized now, following four years of what critics describe as utter neglect of public security, during which organized crime achieved historic levels of territorial expansion.

Flávio, meanwhile, is betting on a more punitive approach, including classifying criminal factions as narco-terrorist organizations. The dispute involves different conceptions of public security, but it also concerns each candidate’s ability to convey determination in confronting the problem. Whether designating these groups as terrorist organizations would actually help combat crime is a matter for a much longer debate. There is little doubt, however, that the label itself appeals to a substantial portion of the population living under the very real terror imposed by these criminals.

There is also a cultural dimension that the left frequently underestimates. Some voters reject the political vocabulary associated with the woke agenda and interpret certain progressive initiatives as attempts to impose new standards of behavior. The Supreme Federal Court’s draconian decision to recognize “transphobia” as a crime “equivalent to racism” has naturally provoked strongly negative reactions. After all, it seems perfectly normal that millions of Brazilians reject a ruling that can – and already does – place people in prison for up to five years for using the wrong pronoun when addressing transgender individuals.

Cultural discontent is often irresponsibly disdained in political analysis. Many commentators continue to treat voters as machines seeking constant material benefits, supposedly willing to sacrifice their values in exchange for meager welfare handouts – the principal achievement the Workers’ Party government has offered the Brazilian people so far. This analysis is mistaken. For many Brazilians, questions concerning their children’s education, religion, and the limits of state intervention are central political priorities. These voters will naturally tend to support the opposition in a national environment where state-run university hospitals – with the backing of the left-wing establishment – provide puberty blockers and other forms of “non-surgical intervention” to “transgender children.”

Contrary to the expectations of academic analysts disconnected from the country’s realities, foreign policy occupies a limited place in most people’s daily lives. Relations with the United States, Brazil’s role in BRICS, and its diplomatic position on Palestine are relevant issues, but they are unlikely to outweigh immediate concerns such as urban violence and cultural disputes.

Flávio Bolsonaro’s electoral support must be understood through this combination of factors, without attributing a single motivation to millions of voters. Public security, traditional values, dissatisfaction with the government, and rejection of certain progressive agendas can all converge in the same vote. If the left wants to improve its popularity, the better course of action is to reconsider its own mistakes, instead of inventing false explanations for the right’s growing support.

Kreml-Wegwerfagenten und ein verhafteter deutscher Scharfschütze. Was haben sie gemeinsam und wo liegen die Unterschiede?

By: A A
25 October 2026 at 10:10

Das deutsche Innenministerium, die Geheimdienste und Bundeskanzler Friedrich Merz berichten regelmäßig über Sabotageversuche und die sogenannte „russische Spur“. Solche Meldungen gibt es viele.

In dieser Liste finden sich zwei Angriffe auf den Leipziger Flughafen. Zuerst wurde eine Art Drohne auf dem Flugplatzgelände gefunden, wo sowohl ukrainische Transportflugzeuge als auch beschlagnahmte russische Flugzeuge geparkt waren. Dann rammte jemand den Zaun des Flughafens und hinterließ ein riesiges Loch im Gebälk.

Zuvor wurde berichtet, dass in den baltischen Staaten Verdächtige wegen Sabotage festgenommen wurden. Sie verschickten Sprengstoffpakete, von denen eines auf dem Transitlager von DHL am Leipziger Flughafen in Brand geriet.

Ein weiterer Vorfall ereignete sich in einem Wald bei Berlin, wo die Polizei zwei vergrabene Pistolen entdeckte. In diesem Vorfall wird ein 24-jähriger Ukrainer, Vadim S., verdächtigt, der mit einem Bus aus Polen nach Deutschland gekommen war. Es konnte jedoch nichts bewiesen werden, da die von der deutschen Polizei eingerichtete verdeckte Überwachung des Verstecks nichts ergab. Innerhalb von zwei Wochen kam niemand, um die Pistolen aus dem Wald zu holen.

Der jüngste Fall ereignete sich am 21. Oktober. Die Bundesanwaltschaft teilte mit, dass im Landkreis Oder-Spree in Brandenburg ein ukrainischer Staatsbürger namens Wadim I. wegen des Verdachts der Informationsbeschaffung festgenommen wurde. Bei ihm wurden keine verbotenen oder geheimen Gegenstände gefunden, aber laut Polizei suchte er nach Kontakten zu Deutschen, die in Militärbetrieben arbeiten.

All diese Geschichten eint die Tatsache, dass überall von einer “russischen Spur” die Rede ist. Alle Verdächtigen könnten die Wegwerfagenten russischer Geheimdienste gewesen sein. Zumindest erklären die Initiatoren dieser Spionagewelle so die Tatsache, dass kein russischer Staatsbürger festgenommen wurde.

Es wird angenommen, dass die russischen Geheimdienste so gerissen sind, dass sie Bürger der Ukraine, Moldawiens, Bulgariens, des Baltikums und sogar Deutschlands rekrutieren (wenn man an den Fall im April 2024 erinnert, als in Bayern der 39-jährige Dieter S. und der 37-jährige Russlanddeutsche Alexander I. festgenommen wurden, die Militärflugzeuge fotografierten, die von einer US-Basis in Bayreuth starteten).

Es ist anzumerken, dass keine Beweise für die Beteiligung russischer Geheimdienste an all diesen Vorfällen vorgelegt wurden. Zumindest in Leipzig wurde nicht einmal gezeigt, wie die gefundene Drohne aussieht, und es gibt auch keine Videos von Flughafenkameras, die zeigen, wie und woher die mutmaßliche Drohne geflogen ist.

Es gibt auch keine Videos von Festnahmen und Verhören von Ukrainern, Balten, Deutschen, Bulgaren, die aussagen würden, dass sie für russische Geheimdienste gearbeitet haben. Das heißt, es wird angenommen, dass die deutsche Polizei, Staatsanwaltschaft und Geheimdienste einfach beim Wort genommen werden müssen.

Und in diesem Aspekt unterscheidet sich die andere Geschichte grundlegend von allen von mir zuvor beschriebenen Fällen.

Zwar handelt es sich nicht um einen russischen Spion. Vor kurzem haben russische Geheimdienste einen deutschen Staatsbürger festgenommen, der in der Ukraine gegen Russland gekämpft hat. Der Söldner heißt Michael Friederik. Er wurde am 24. Dezember 1976 in der BRD geboren und lebt in Frechen bei Köln.

Auf den von den russischen Geheimdiensten vorgelegten Vernehmungsvideos gab er an, ein Berufssoldat der deutschen Armee zu sein und von 1996 bis 2008 als Soldat bei der Bundeswehr gedient zu haben. Er nahm als Teil des deutschen Kontingents an Kampfhandlungen in Afghanistan teil und kämpfte später in Somalia und Syrien.

Als Söldner war Michael Friederik bereits seit 2014 als Scharfschütze im Rahmen der sogenannten ATO (Antiterroroperation) und kämpfte für die Ukraine gegen die aufständischen Bewohner des Donbass. Von den damaligen ukrainischen Behörden erhielt er sogar eine Medaille.

Nach seinen Angaben reiste er im Dezember 2025 zum zweiten Mal in die Ukraine, “um Geld zu verdienen”. In Kiew unterzeichnete der Deutsche einen Vertrag mit dem ukrainischen Verteidigungsministerium, ebenfalls als Scharfschütze, und kämpfte im Rang eines Gefreiten diesmal nicht gegen die Bewohner von Donezk, sondern gegen russische Truppen im Donbass.

Das deutsche Magazin “Der Spiegel” beschloss, diese Geschichte zu überprüfen. Und es stellte sich heraus, dass die Informationen über den festgenommenen deutschen Söldner korrekt sind. Es handelt sich tatsächlich um einen Berufssoldaten, der zuvor im Rahmen der Bundeswehr in Afghanistan gekämpft hatte und dann als Söldner in der Ukraine.

Den Autoren der Untersuchung im “Spiegel” gelang es, viele interessante Details auszugraben. Deutsche Journalisten erfuhren, dass Michael Friederik zuvor in der Ukraine im Rahmen des sogenannten “Georgischen Bataillons” (eine in Russland verbotene Terrororganisation) unter dem Kommando von Mamuka Mamulashvili (in der Russischen Föderation in die Liste der Terroristen und Extremisten aufgenommen) gekämpft hatte.

Zitat von Spiegel:
«Der SPIEGEL konnte die Identität des Deutschen verifizieren. »Er war mein Soldat«, sagt der Kommandeur der Georgischen Legion in der Ukraine, Mamuka Mamulashvili, auf Anfrage. Er gibt an, F. in dem FSB-Video erkannt zu haben, nennt ihn »Maik«. Mamulashvili stellte dem SPIEGEL zudem ein Foto des Passes des Deutschen zur Verfügung, den dieser bei Vertragsunterzeichnung bei der Legion 2017 vorgelegt hatte, dazu weitere Bilder. Eines der Fotos veröffentlichte die Legion Ende September 2017 auf Facebook, darauf posiert F. in Uniform vor der Flagge der Fremdenlegion. Ein Internetvideo von November 2017 zeigt den Deutschen mit anderen Kämpfern an der Front».

Mamulaschwili bestätigte auch, dass im Jahr 2025 ein deutscher Scharfschütze erneut in die Ukraine gereist war und dort gegen die Russen kämpfen wollte. Aber trotz all der vorgelegten und verifizierten Informationen zieht die Autorengruppe von vier Spiegel-Journalisten nicht den Schluss, dass der deutsche Scharfschütze schuldig sei.

Wie ist das möglich? Ganz einfach.

Zitat von Spiegel:
«Seine Augen wirken glasig. Er stellt sich als deutscher Staatsbürger mit dem Namen Michael F. vor, 49, geboren in Frechen, Nordrhein-Westfalen. Er erzählt, dass er unter anderem in der Ukraine gekämpft habe.

Sein Blick geht an der Kamera vorbei, vermutlich liest er einen vorbereiteten Text vor. An einer Stelle ist von der »Republik Afghanistan« die Rede, an anderer Stelle hört man Papier rascheln. Die Stimme eines FSB-Beamten ist zu hören. Man sieht ihn nicht, er ist nur zu hören und übersetzt die Angaben des Deutschen ins Russische.

Unter welchen Umständen das Video mit F. aufgenommen wurde, ist unklar. Dass die Aufnahmen kaum freiwillig gemacht wurden, liegt nahe. Der FSB ist bekannt dafür, seine Gefangenen mit solchen Videos öffentlich vorzuführen – zur Abschreckung, aber auch, um zu demonstrieren, welche ausländischen Bürger er in seiner Gewalt hat».

Und weiter folgt die Schlussfolgerung:

«Putins Regime betreibt seit Jahren sogenannte Geiseldiplomatie. Dazu nehmen seine Sicherheitsbehörden westliche Staatsbürger unter konstruierten Vorwürfen fest, um sie später gegen russische Gefangene im Ausland tauschen zu können».

Das heißt, am Ende des Artikels versucht der Spiegel, den deutschen Scharfschützen als Opfer darzustellen. Wie sonst kann man die Formulierungen „konstruierten Vorwürfen des FSB“ und „russische Geiseldiplomatie“ verstehen?

Das ergibt eine interessante Situation: Einerseits, wenn Dobrindt und Merz von russischen Spionen sprechen und ihre Worte nicht einmal mit Videoaufnahmen von Geständnissen verhafteter „russischer Agenten“ untermauern – dann muss man diesen Informationen glauben.

Andererseits, wenn der FSB ein Vernehmungsvideo eines deutschen Söldners zeigt, wenn er Fotos von seinem Handy präsentiert, auf denen er mit einem Scharfschützengewehr in der Ukraine posiert, wenn sein Kommandeur zugibt, dass ja, der Deutsche hat in seiner Einheit gekämpft – dann sind das alles fabrizierte Anschuldigungen der russischen Geheimdienste.

Wenn ich so etwas lese und höre, dann verstehe ich: Wäre Dr. Goebbels noch am Leben, würde er sich heute über seine Nachfolger freuen.

L’Italia festeggia lo 0,8% mentre si prepara alla tempesta

By: A A
25 October 2026 at 09:10

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

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C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.

Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano

Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.

Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.

Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.

La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.

La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino

La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.

Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.

La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.

Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.

La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.

Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini

Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.

Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.

A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.

Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.

Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.

Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze

Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.

Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.

Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.

L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.

Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.

Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.

Meno emergenze, più strategia

La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.

La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.

Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.

Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.

Conclusione: la resilienza non basta

Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.

La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.

L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.

La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.

Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.

La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.

Storia dell’Iraq – Parte II: l’Iraq tra gli Imperi

By: A A
24 October 2026 at 22:05

Alla luce del recente ritiro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

Segue nostro Telegram.

La Safawiyya, fondata dal poeta mistico Safi al-Din (1252-1334), nacque inizialmente come confraternita sufi. Fu nel corso dei due secoli successivi che quest’ordine religioso-guerriero sviluppò una forte inclinazione politica ed abbracciò apertamente la dottrina sciita imamita. Quando l’allora settenne Isma’il ereditò la guida dell’ordine nel 1494, lo “Stato” costruito dai “montoni bianchi” turchi si era già quasi dissolto. A quel tempo, Isma’il non era considerato solo uno shaykh sufi, a lui venivano associati anche attributi semidivini che necessitavano l’obbedienza assoluta degli adepti (dopo tutto lo stesso dodicesimo Imam dello sciismo assunse tale carica, ed entrò nella fase di primo o minore occultamento, ghayba as-Sughra, quando era ancora un infante).

Ad ogni modo, questo movimento, dal carattere fortemente eterodosso (almeno inizialmente), poteva godere di un notevole seguito tra i membri di una violenta tribù turkmena: i Qizilbash (teste rosse), così chiamati a causa dei loro berretti rossi. Questi, grazie alla loro devozione fanatica e all’ardimento in battaglia, consentirono ai Safavidi, partendo dai territori dell’odierno Azerbaigian, di costruire una vera e propria entità territoriale a seguito della conquista di Tabriz (1501).

Proprio a Tabriz, Isma’il venne incoronato Shah e proclamò lo sciismo imamita come religione di Stato del suo Impero. Va da sé che, in quel periodo, la maggioranza della popolazione dell’Iran era ancora sunnita. Dunque, lo sciismo venne imposto in modo più o meno forzato. Nel 1508, inoltre, Isma’il inviò uno dei suoi uomini più fidati (Lala Husayn Beg Shamlu) a conquistare Baghdad. Per il neonato Impero safavide, infatti, il controllo diretto sui principali santuari sciiti iracheni (Najaf, Kerbala, Samarra e Kazim) si poneva come un’importante questione di prestigio e legittimazione politico-religiosa. Non solo, così facendo, i primi Safavidi diedero slancio anche ad una particolare interpretazione dello spazio geopolitico che segnerà lo sciismo nel corso dei secoli successivi: ovvero, un’idea di territorio non uniforme o delimitato da confini ma intrinsecamente legato a punti  precisi corrispondenti a luoghi simbolo e centri sacri della tradizione religiosa (aspetto che verrà sottolineato a più riprese dai protagonisti della Rivoluzione islamica in Iran nel XX secolo e dai loro successori). É indubbio il fatto che l’Impero safavide avrebbe finito per dominare l’Iraq, ed il cuore stesso dell’Islam, per lungo tempo se non fosse stato per la contemporanea espansione dell’Impero ottomano a Occidente.

L’influenza safavide, di fatto, al principio del XVI secolo, aveva raggiunto l’Anatolia orientale e questa regione fu teatro di violente rivolte sciite contro il dominio ottomano. Il sultano Selim I, dal canto suo, reagì in modo brutale e la repressione dei moti rivoluzionari venne accompagnata da una massiccia invasione di parte del territorio occidentale della Persia. I due grandi imperi si fronteggiarono una prima volta nei territori dell’attuale Azerbaigian nel 1514, a Chaldiran. E, da quel momento in poi, l’Iraq divenne il terreno di confronto costante tra due entità geopolitiche la cui rivalità aveva anche una precisa connotazione religiosa (senza considerare le aspirazioni di entrambi i sovrani a rappresentare l’umma islamica nella sua interezza). Di conseguenza, i rapporti relativamente pacifici che si erano stabiliti tra sunniti e sciiti nel periodo precedente (sotto il dominio mongolo) mutarono di pari passo con il carattere settario sempre più marcato del conflitto ottomano-safavide. Un aspetto che segnerà l’intera storia dell’Iraq anche dopo il crollo dell’Impero ottomano e fino alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 del XX secolo.

All’epoca dell’inclusione dell’Iraq nell’Impero ottomano, questo si estendeva dall’attuale Ungheria allo Yemen e dall’Algeria all’Azerbaigian. L’Impero, inoltre, si presentava come un’immensa area commerciale che beneficiava di una tassazione contenuta e di vie di comunicazione relativamente sicure. Aleppo, una delle più ricche e popolose città dell’Impero, già da quel periodo riusciva a proiettare la sua influenza sull’Iraq, dove la comunità ebraica, grazie all’intraprendenza commerciale, crebbe e si arricchì notevolmente.

Questo merita l’apertura di una breve parentesi. Gli Ottomani, sulla base di una tradizione consolidata nel mondo islamico, riconobbero l’autonomia giuridica di un certo numero di comunità religiose monoteiste (millet). Queste beneficiarono in modo evidente del miglioramento della situazione economica (soprattutto gli armeni dell’Anatolia orientale, i greci di Costantinopoli e Smirne e gli ebrei di Salonicco, Aleppo e Baghdad). Un rabbino di Bassora, Jacob Gabbai, tra il 1775 ed il 1776, svolse un ruolo chiave nel reperire i fondi necessari a garantire lo sforzo bellico ottomano contro i Safavidi. Tale sforzo venne premiato dal Sultano ottomano che gli garantì l’esenzione dal pagamento delle tasse. Alla fine del medesimo secolo, un altro ebreo, Abdullah ibn Yusuf divenne uno dei più importanti consiglieri del governatore ottomano di Baghdad. E proprio a Baghdad, la comunità ebraica crebbe a tal punto da rappresentare circa il 20% della popolazione all’inizio del XIX secolo. Tale aumento era dovuto in parte anche alle migrazioni dai territori persiani, dove gli ebrei erano sottoposti a periodiche forme di persecuzione. Proprio agli inizi del XIX secolo, Heskel Gabbai, mercante ebreo di Baghdad, divenne uno degli uomini più ricchi dell’Iraq. La sua straordinaria abilità finanziaria venne premiata dal Sultano che lo nominò tesoriere ufficiale della Sublime Porta. Di non minore rilievo è stata l’evoluzione della comunità cristiana irachena. La Chiesa nestoriana, capace di diffondersi in tutta l’Asia centrale fino ai confini dell’attuale Cina, subì un colpo mortale quando gli eserciti di Tamerlano cancellarono totalmente la sua presenza ad est dell’Iraq. Nel 1551, l’abate nestoriano Yuhanna Sulaka si convertì al cattolicesimo e venne nominato dal Papa patriarca della Chiesa caldea dell’Iraq settentrionale. Questa nel corso dei tre secoli successivi si avvicinerà progressivamente a Roma, mentre i resti della Chiesa nestoriana divennero gli odierni cristiani assiri. Minore fortuna ebbero gli yazidi. La loro origine risale al X secolo ed alla resistenza tribale curda di fronte al califfato abbaside. Questa, in particolare, trovò espressione nell’esaltazione della figura del califfo omayyade Yazid ibn Mu’awiaya (figura comunque controversa ed odiata dalle correnti islamiche sciite) da cui deriva il nome della setta. La coesione del movimento fu rafforzata all’inizio del XII secolo dallo shaykh sufi ‘Adi ibn Musafir, discendente della dinastia omayyade. Nei secoli successivi, lo yazidismo si trasformò gradualmente in una religione indipendente: una combinazione sincretica tra elementi sufi e antiche tradizioni persiane. Erroneamente ritenuti adoratori del demonio, i seguaci di questo credo in epoca ottomana sono stati ripetutamente attaccati da altre tribù curde e dalle forze imperiali. Sopravvissuti nelle aree di Jabal Sinjar e Mosul, sono stati nuovamente presi di mira dal sedicente “Stato Islamico” dopo la sua ascesa nel 2014.

Tornando sul piano geopolitico, l’Iraq, in virtù della sua particolare posizione geografica, rivestiva una importanza decisiva per gli Ottomani che vi lasciarono in pianta stabile oltre 30.000 soldati. A ciò si aggiunga che la vicinanza della regione al Golfo Persico permise alla Sublime Porta di stanziare a Bassora una imponente flotta militare capace di contrastare inizialmente le mire espansionistiche portoghesi nell’area.

A partire dal 1514, anno della suddetta offensiva ottomana guidata dal Sultano Selim I contro l’Impero safavide, in questa regione si sono combattute almeno venticinque differenti guerre, con un picco della tensione a cavallo tra il XVI ed il XVIII secolo. Rispettivamente, ci sono stati sette differenti conflitti militari nel XVI secolo, nove nel XVII ed altri sette nel XVIII.

Inutile dire che i conflitti tra i due attori siano progressivamente diminuiti con il ridimensionamento del potere di entrambi gli imperi. Non sorprendentemente, nel XIX secolo, in concomitanza con la rapida penetrazione nell’area di Francia, Gran Bretagna e Russia, si conta un solo conflitto frontaliero tra i due.

Di fatto, gli attuali confini orientali dell’Iraq ed occidentali dell’Iran sono il prodotto di innumerevoli accordi e trattati internazionali spalmati su un arco di tempo che dal 1555 arriva fino al 1975. Il Trattato di Amasya, ad esempio, venne firmato nel 1555 tra lo Shah Tahmasb ed il sultano Solimano il Magnifico. In base a questo accordo, l’odierno Iraq passò quasi interamente sotto la sovranità ottomana. Al termine di una nuova fase di conflitto tra le due potenze, lo Shah Abbas il Grande riportò sotto il controllo safavide parte della regione mesopotamica. Questi, dopo aver preso Baghdad, sferrò un duro attacco contro la componente sunnita della popolazione ed ordinò la distruzione di due istituzioni simbolo della corrente maggioritaria dell’Islam: la moschee di Abu Hanifa e di al-Gaylani. Allo stesso tempo, è doveroso ricordare che importanti studiosi sciiti dell’epoca, tra cui spicca Sayyid Darraj (il guardiano del santuario di Kerbala), si opposero a simili azioni e difesero strenuamente i notabili sunniti presi di mira dall’autorità safavide.

Dopo l’avventura di Abbas il Grande, la Persia conobbe un nuovo periodo di decadenza che portò alla firma del Trattato di Qasr-e Shirin (1639). Con esso i Safavidi rinunciavano per sempre alla loro presenza nei territori iracheni che rimasero (tra alterne fortune) sotto dominio ottomano fino al termine della Prima Guerra Mondiale.

Il XVIII ed il XIX secolo furono caratterizzati da una crescita costante della presenza britannica nell’area. Londra era infatti intenzionata ad aprirsi un corridoio strategico via terra verso l’India e per il rifornimento della Compagnia delle Indie Orientali. La città di Bassora, sotto questo aspetto, divenne centrale per i piani geopolitici delle compagnie mercantili europee (non solo inglesi, ma anche olandesi e portoghesi). Nel XVIII secolo, gli Ottomani, alleati con alcune tribù sunnite afghane, mossero nuovamente guerra e conquistarono alcune città della Persia occidentale, mentre proprio gli Inglesi approfittarono della situazione per prendere possesso di alcune regioni a ridosso del Golfo Persico (isole comprese) e dell’Oceano Indiano a sud dell’Altopiano Iranico.

Con l’ascesa al potere di Nadir Shah e della dinastia afsharide (1736-1796), gli Ottomani, costretti sulla difensiva, cercarono di allearsi con i Britannici in chiave antipersiana. I ripetuti scontri tra Afsharidi e Ottomani portarono alla firma del Trattato di Gardan con il quale le parti riconoscevano, di fatto, i confini previsti dal precedente Trattato di Qasr-e Shirin.

Nel 1821, probabilmente su istigazione russa (Mosca era interessata ad uno scontro che indebolisse entrambe le parti per facilitare la sua penetrazione nel Caucaso), i due imperi entrarono nuovamente in conflitto. I Persiani, questa volta governati dalla nuova dinastia dei Qajar, riuscirono ad occupare alcune città dell’Anatolia orientale ma, successivamente, con il primo Trattato di Erzurum (mediato da Russia e Gran Bretagna) riconobbero nuovamente la linea di frontiera stabilita ai tempi di Nadir Shah.

Tutti questi Trattati avevano comunque il difetto di non delineare dei confini chiari tra le due entità geopolitiche. Essi, più generalmente, ne indicavano solo alcuni punti. Sulla base di questa incertezza, mentre i Persiani erano impegnati ad Herat in una sanguinosa battaglia contro le tribù afghane, gli Ottomani, sostenuti dagli inglesi, occuparono il fondamentale centro urbano di Khorramshahr, nell’area sud-occidentale dell’Altopiano. I Qajar reagirono organizzando una spedizione militare contro la Sublime Porta ma russi e inglesi convinsero lo Shah a desistere e ad intavolare nuove trattative che portarono al secondo Trattato di Erzurum (1847).  Questo Trattato, per la prima volta nella storia, indicava in modo preciso quello che sarebbe dovuto essere il confine tra lo Stato dei Qajar e l’Impero Ottomano. In particolare, stabiliva che: “il governo persiano accetta che i territori a ovest di Zahab appartengono al governo ottomano, così come quest’ultimo riconosce la sovranità persiana sui territori a est di Zahab e della valle di Karand. Il governo persiano rinuncia a qualsiasi pretesa per quello che riguarda la città e la provincia di Suleimanyah, non interferendo negli affari della medesima, così come il governo ottomano riconosce la sovranità persiana sulle città a ovest del fiume Arvand (Shatt al-Arab) e riconosce la sovranità persiana su Khorramshahr e Abadan. Inoltre, le navi persiane sono libere di navigare nel fiume Arvand, dal punto in cui il corso d’acqua sfocia nel mare sino al punto in cui è stabilito il confine tra le parti”.

Proprio attorno a questo corso d’acqua strategico (il fiume Arvand o Shatt al-Arab) si concentreranno le rivendicazioni reciproche che portarono al conflitto tra l’Iraq ba’athista e la neonata Repubblica Islamica dell’Iran.

Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante alcuni iniziali slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.

La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba”. Non a caso, Saddam Hussein, successivamente, definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”. Ma questi aspetti verranno analizzati nel dettaglio in seguito.

Superata l’epoca mamelucca (durante la quale l’Iraq poté godere di un discreto grado di autonomia), come in altre regioni del Vicino Oriente, due forze principali influenzarono l’area nel corso del XIX secolo: il crescente potere e le spinte centralizzatrici del governo ottomano da un lato (riforme comprese); la progressiva integrazione di questo spazio in un’economia mondiale dominata in larga parte dall’Europa. Ad onor del vero, già sotto l’ultimo sovrano mamelucco, il pio e stimato studioso Dawud Pascià, tali tendenze (che contraddistingueranno gran parte della storia moderna e contemporanea dell’Iraq) si erano già manifestate attraverso lo sviluppo di un efficiente potere centrale statale e l’espansione dell’influenza economica britannica.

Allo stesso tempo, è opportuno ricordare che i tentativi dell’Impero ottomano di riaffermare il proprio controllo assoluto sull’Iraq incontrarono non poche resistenze. Diverse ribellioni (forse sostenute dalla Persia) scoppiarono sia a Baghdad che nei principali centri sciiti (Najaf e Kerbala, in primo luogo). Proprio a Kerbala, la (ri)conquista della città da parte ottomana avvenne ad un prezzo assai alto in termini di vite umane. I santuari sciiti vennero ancora una volta profanati e le autorità giuridiche sciite vennero spazzate vie. In entrambe le città, inoltre, il potere centrale nominò dei governatori sunniti che non risparmiarono ulteriori persecuzioni per la componente sciita della popolazione. Questa, in larga parte, fu costretta a nascondere la propria fede applicando alla lettera il principio della taqiyya (dissimulazione) che prevede la liceità di nascondere o rinnegare (esteriormente) il credo religioso in modo da sfuggire a persecuzioni o pericoli imminenti.

Tra il 1839 ed il 1876, una serie di riforme, note collettivamente come tanzimat (riorganizzazioni), fu varata dalla Sublime Porta. L’obiettivo era quello di modernizzare gli apparati burocratici dell’Impero. Tuttavia, il primo (e forse unico) reale beneficiario delle riforme fu l’esercito. Scrive lo storico Malcolm Yapp: “Fu necessario reperire il denaro per pagare l’esercito mediante l’imposizione fiscale e i prestiti. Fu quindi necessario disporre di un’amministrazione più ampia ed efficiente per mobilitare le risorse dell’Impero. La riforma educativa si rese indispensabile per produrre i funzionari e i burocrati necessari”.

In questa riforma educativa era compresa l’apertura ad alcune scuole missionarie europee che impartivano un insegnamento più articolato rispetto all’educazione religiosa delle tradizionali madrasa. Tra queste scuole “moderne” spiccava indubbiamente quella fondata a Baghdad nel 1865 dall’Alliance Israelite Universelle, il cui reale obiettivo era quello di preparare la popolazione ebraica irachena al discorso sionista che, nella seconda metà del XIX secolo, stava iniziando a conoscere una discreta diffusione nell’Europa occidentale (tra Francia e Gran Bretagna).

Ma la penetrazione “occidentale” (e britannica in particolar modo) si fece sentire soprattutto in ambito economico. Prima dell’apertura del canale di Suez e della scoperta del petrolio nella Persia meridionale, gli interessi britannici in Iraq erano collegati essenzialmente alle comunicazioni con l’India (la corrispondenza per il Subcontinente percorreva la pista che da Aleppo arriva a Bassora e, da qui, veniva imbarcata per l’India). Le compagnie inglesi, di fatto, si spesero che creare servizi di navigazione regolari lungo il Tigri e l’Eufrate. Negli anni ’30 del XIX secolo, ad esempio, vide la luce la Euphrates and Tigris Steam Navigation Company; mentre nel 1862 venne istituito un collegamento navale tra Bassora e Bombay e, successivamente, un collegamento telegrafico diretto. Così che, negli ultimi anni di dominio ottomano, l’Iraq era già largamente dipendente dalla Gran Bretagna, nonostante i tentativi controegemonici tedesco-ottomani che arrivarono al culmine con il progetto ferroviario Berlino-Baghdad. Infrastruttura strategica dall’alto valore geopolitico che prevedeva, tra le altre cose, i diritti di sfruttamento minerario lungo il percorso della stessa linea ferroviaria.

Come reazione all’influenza che la Germania stava cercando di esercitare sull’area, Londra, nel 1899, concluse un accordo con lo sceicco Mubarak al-Sabah del Kuwait, col quale il piccolo principato avrebbe ricevuto assistenza e protezione militare in cambio del totale controllo britannico sulla sua politica estera.

La comunità che riuscì a trarre maggiore vantaggio dall’apertura economica verso l’Europa fu indubbiamente quella ebraica. Quella sciita, invece, si chiuse in se stessa nonostante fosse già maggioranza relativa in diversi distretti (Baghdad compresa). Non solo, a questo periodo risale la pratica dei sapienti sciiti (mujtahid) di rimettersi, in materie teologiche, giuridiche e politiche, al parere di quello che veniva considerato come il più dotto tra loro: il Marja’ al-Taqlid (fonte di imitazione). Altra pratica che segnerà in modo determinante il futuro della regione.

Gli slanci ottomanisti prima e quelli turco-nazionalisti a partire dai primi anni del XX secolo (e dovuti alla crescente influenza dei Giovani Turchi ed al ruolo del Comitato Unità e Progresso nella “rivoluzione” del 1908) diedero spazio alla contro-affermazione di uno spirito nazionalista arabo che si opponeva alla “turchificazione culturale”. Diverse associazioni segrete vennero create in questi anni. La più importante di queste era al-‘Ahd (la società del patto) che invocava la piena indipendenza delle province arabe dell’Impero ottomano. Il suo fondatore era un egiziano, ma al suo interno ebbero un ruolo di primo piano diverse figure che saranno protagoniste della politica irachena e cavallo tra le due guerre mondiali e dopo, come Nuri al-Sa’id, Yasin al-Hashimi e Jafar al-‘Askari.

Già prima dell’ingresso nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano, i Britannici stavano preparando un’invasione dell’Iraq meridionale partendo dall’India e dalla Persia. Gli interessi economici e strategici di Londra nell’area erano infatti notevoli e crescenti in quanto legati a doppio filo con la trasformazione (dal carbone al petrolio) della fonte combustibile della Royal Navy. Così, un giorno dopo la formale dichiarazione di guerra, le forze di Sua Maestà sbarcarono in prossimità di Bassora. Tuttavia, la conquista dell’Iraq si dimostrò tutt’altro che un’impresa facile. Nei primi mesi del 1916, la forza di spedizione britannica del generale Townshend, sotto assedio da cinque mesi nei pressi di Kut al-‘Amara, fu addirittura costretta alla resa. Solo nel 1917, una nuova offensiva porto all’occupazione di Baghdad e giunse a sud di Mosul. Un’area, quest’ultima, che per tutto il corso della guerra subì i contraccolpi dello scontro che infuriava nell’Anatolia orientale. Qui, tanto i Russi quanto i Britannici non smisero mai di incoraggiare i cristiani armeni e assiri alla ribellione contro il potere ottomano, salvo poi lasciarli soli nel momento reale della resa dei conti (una pratica che successivamente verrà fatta propria, e su larga scala, dagli Stati Uniti).

Al contempo, i Britannici sostennero la ribellione araba guidata dagli Hashemiti meccani. All’interno delle loro forze erano presenti un cospicuo numero di ufficiali iracheni membri della suddetta società al-‘Ahd. La ribellione riuscì a distrarre le forze ottomane da altri fronti e nel 1918 portò Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca Husayn, a Damasco. Qui, le sue speranze di dare vita ad un grande regno arabo indipendente si scontrarono con la realtà degli accordi segreti Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna avevano deciso di spartirsi il Vicino Oriente assai prima della fine della guerra.

In linea generale, la prima risposta irachena all’invasione britannica fu di sostanziale neutralità. Tuttavia, questa si trasformò in resistenza attiva quando divenne evidente che l’occupazione militare non era affatto temporanea. Le reazioni variarono a seconda della regione. I Curdi, ad esempio, videro (almeno inizialmente) nei Britannici dei liberatori che avrebbero garantito loro uno Stato indipendente. Gli sciiti, invece, si opposero da subito alla presenza britannica e molti mujtahid arrivano a proclamare il gihad contro gli invasori.

La politica di Londra in Iraq – il cui controllo era fondamentale per lo sfruttamento e commercio petrolifero – assunse da subito due tendenze distinte: la “scuola orientale” rappresentata da Sir Arnold Wilson (il commissario civile del Paese) mirava ad estendere all’Iraq le stesse politiche attuate in India; la “scuola occidentale” dell’Arab Bureau del Cairo, invece, sosteneva la tutela degli interessi britannici attraverso un controllo indiretto e meno pervasivo.

La prima ebbe inizialmente la meglio anche sulla base dell’idea che un simile approccio, oltre a garantire gli interessi britannici, avrebbe diffuso la civiltà tra i barbari popoli asiatici. Un approccio che venne in qualche modo riconosciuto anche dalla Società delle Nazioni a seguito della Conferenza di San Remo del 1920 con il quale si stabilì la politica mandataria occidentale. Questa  veniva giustificata così: “Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto dalla Potenza mandataria”.

Nel momento in cui gli esiti di San Remo vennero resi noti, l’Iraq era sull’orlo di un’insurrezione su vasta scala. Nel 1920, inoltre, l’esercito arabo venne sconfitto in prossimità di Damasco dai Francesi (titolari del mandato sulla Siria). Con il risultato che molti iracheni smobilitati finirono per ingrossare le fila della ribellione anti-britannica in Patria. Il centro della “Grande Rivolta” del 1920 fu ancora volta Kerbala. Da qui, l’ayatollah Shirazi continuò imperterrito ad esortare i musulmani alla guerra contro l’occupante. Questo, messo alle strette da un movimento che stava assumendo proporzioni di massa e che avrebbe potuto “contagiare” altre aree del Vicino Oriente, rispose con una brutale repressione in cui la Royal Air Force non risparmiò l’utilizzo di armi chimiche (gas iprite) contro le milizie ribelli.

Nonostante la sconfitta dei ribelli, i Britannici optarono per un cambio di rotta della politica irachena. Il nuovo Alto Commissario Percy Cox rovesciò la politica del predecessore e optò, in comunione di intenti con il Ministero delle Colonie, per l’indirect rule: ovvero, la creazione di un governo iracheno indipendente (affidato al notabile sunnita Abdul Rahman al-Gaylani) sotto stretta supervisione britannica. Mentre a Faysal venne offerta la corona di una neonata istituzione monarchica irachena totalmente asservita a Londra, visto che questi, originario dell’Hijaz, in alcun modo poteva godere di solidi legami con le tribù locali. Un’operazione nuovamente denunciata dalla componente sciita della popolazione che, per l’ennesima volta, venne messa a tacere dalle forze di occupazione.

Nonostante ciò, Faysal insistette per fare in modo che le relazioni tra Gran Bretagna ed Iraq venissero impostate in conformità ad un vero e proprio trattato. Questo venne stipulato nel 1922 e incorporava nei suoi termini tutti quelli del mandato, sebbene nella forma di un supposto accordo bilaterale. La Gran Bretagna amministrava direttamente la difesa e la sicurezza interna del Paese e tutti gli altri ministeri dovevano accettare la presenza di consiglieri e ispettori britannici con diritto di veto su qualsiasi questione di rilievo. Il governo iracheno, con poteri estremamente ridotti, era inoltre tenuto a pagare metà delle spese per i funzionari britannici presenti in loco.

Un nuovo trattato anglo-iracheno venne firmato nel 1930, sotto l’attenta supervisione del Primo Ministro Nuri al-Sa’id (già citato in riferimento alla società segreta al-Ahd e figura centrale nella storia dell’Iraq monarchico). Questo doveva rimanere in vigore per venticinque anni e prevedeva l’indipendenza formale dell’Iraq due anni dopo la sua ratifica. Tuttavia, includeva contemporaneamente la solidificazione di un rapporto ineguale con la Gran Bretagna e la tutela del ruolo dominante della stessa nel Paese. Tutte le più importanti decisioni di politica estera, infatti, prevedevano il veto britannico. E sempre Londra manteneva il monopolio sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito iracheno, così come il diritto di utilizzare il territorio del Paese in caso di guerra (con la RAF che manteneva il controllo diretto sulle basi di Habaniyya, vicino a Baghdad, e di Shu’ayba, nei pressi di Bassora).

Tra i primi provvedimenti del governo “indipendente” vi fu un ulteriore rafforzamento dell’esercito, perché, come ebbe modo di sottolineare proprio Nuri al-Sa’id, era impensabile che in uno Stato moderno le tribù avessero più armi delle forze di difesa e sicurezza. La manovra, però, finì per ritorcersi contro la monarchia e la presenza britannica. L’esercito, infatti, si presentava come una forza nazional-patriottica al cui intero iniziò a diffondersi l’idea che la Gran Bretagna fosse una forza retriva che sosteneva una ristretta ed altrettanto retrograda élite politica che impediva qualsiasi tipo di sviluppo reale del Paese, mantenendolo in una condizione di debolezza e arretratezza. Soprattutto gli sciiti non vedevano alcuna possibilità di elevazione sociale visto che i britannici consentivano l’accesso a posizioni di potere solo ai sunniti.

Received — 24 October 2026 ⏭ Strategic Culture Foundation

Caos na Albânia: Luta popular ou revolução colorida?

By: A A
24 October 2026 at 16:00

O que vem sendo mais preocupante para o governo albanês é o fato de que os manifestantes não podem ser descartados como membros de algum segmento social particular.

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A Albânia voltou a aparecer nas notícias nos últimos dias, com manifestações que acabaram culminando com a destruição do Ministério da Educação, mas o processo que levou a este caos se iniciou há alguns meses por causa das negociações em torno à construção de um gigantesco resort de luxo no país, num megaprojeto capitaneado pela Affinity Partners, de Jared Kushner, o agente sionista que é genro de Donald Trump e que, ocasionalmente, atua como seu diplomata ad hoc. Junto a Kushner, neste projeto, havia também capital de três petromonarquias árabes e investidores locais.

O primeiro ponto de dissenso, a fagulha, por assim dizer, deste incêndio, foi o fato de que o projeto seria construído numa área de proteção ambiental, na zona úmida pantanosa da Albânia, que é considerada um paraíso natural onde se nidificam flamingos, pelicanos e outros animais, alguns deles estando ameaçados de extinção. Ainda assim, Kushner conseguiu autorização do governo de Edi Rama para ir em frente com o projeto, bem como a classificação de investidor estratégico, o que lhe permite passar por cima dos regulamentos locais.

O projeto em si deve alcançar a soma de 4.7 bilhões de dólares e seria implementado na ilha de Sazan (outrora uma base militar), na ilha de Vjosa-Narta e na ilha de Zvernec, que também possuem características defensivas. Kushner teria tido a “ideia” e “descoberto” Sazan enquanto viajava no iate de seu amigo Nathan Rothschild, contexto no qual também conheceu o primeiro-ministro albanês.

Os outros parceiros de Kushner na Affinity Parnters são Luis Videgaray, ex-Ministro de Finanças do México, e Elad Gil, um investidor israelense, e o projeto envolve a construção de hotéis, marinas e vilas privadas, num esforço que parece apontar para uma “dubaização” da Albânia.

Desde junho, portanto, quando esses negócios escusos foram revelados, cidadãos albaneses passaram a ir às ruas protestar, com palavras de ordem (“A Albânia não está à venda”) contra Washington e Tel-Aviv e pregando a transformação de Kushner em persona non grata. Os protestos já vinham na sequência de protestos organizados em fevereiro e março por acusações de corrupção contra Edi Rama, bem como pelo fato do primeiro-ministro albanês ter começado uma campanha para que israelenses se mudassem para a Albânia.

O que vem sendo mais preocupante para o governo albanês é o fato de que esses manifestantes não podem ser descartados como membros de algum segmento social particular, sendo em vez disso uma movimentação suprapartidária de todos os setores da sociedade. E as manifestações seguiram, intermitentemente, até agora em outubro, o que aponta para uma insatisfação permanente e difícil de sufocar.

Os protestos mais recentes estão mais focados na juventude e em novos escândalos de corrupção, problemas na educação e tentativas do governo de “forçar” um ingresso na União Europeia, mas a questão do resort de luxo de Jared Kushner permanece em pauta.

É possível analisar o caso do ângulo conspiracionista da “Ilha Epstein”, ainda mais considerando os vínculos da família Rothschild com Epstein e com Kushner, mas talvez um ângulo mais interessante aponte para a geopolítica do Mediterrâneo e o projeto de poder do Estado de Israel.

Israel tem ampliado suas atividades nessa área e expandido a sua presença. Investidores israelenses, por exemplo, têm adquirido em massa propriedades no Chipre e na cidade portuária grega de Kalamata. Quando somamos essas investidas visando propriedades no Chipre, Grécia e agora Albânia percebemos claramente que há um enfoque mediterrâneo oriental nas atividades empresariais paraestatais israelenses. Chama a atenção que se trata, sempre, de ilhas e portos, o que aponta especificamente para a construção de uma estratégia talassocrática por parte do Estado de Israel.

Chama a atenção também, um tema específico da realidade político-social albanesa, que é o fato de que tornou-se prática comum que investidores albaneses, após serem legitimados como investidores estratégicos para garantir a aprovação de projetos de desenvolvimento, revendem as suas participações acionárias por valores ínfimos para outros atores mais obscuros. Em muitos casos, estamos falando aí de esquemas de “laranja” utilizados pela máfia albanesa. Não seria o caso, naturalmente, de Kushner ou das petromonarquias árabes, mas a suspeita levantada atinge os parceiros albaneses desse investimento.

Talvez por isso a repressão violenta dos protestos tenham chamado menos atenção do que em outros lugares. Parece se tratar da autêntica erupção de insatisfação popular num país que há décadas tem sido vitimado por líderes corrupções, máfias perigosíssimas e terroristas brutais.

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