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Pressed on affordability at town hall, JD Vance says all the wrong things

30 October 2026 at 13:57

With time running out in the election cycle, JD Vance participated in a prime-time town hall on Fox News, which was largely unremarkable except for one unexpected exchange.

A local college student told the vice president that the right routinely tells young people to get married and have children but that conservatives have failed to acknowledge how financially difficult this is for many. She asked, “So my question is, how does the right, and yourself, expect us to start families young when the average price of a home in America now costs more than $415,000, which just feels out of reach for us?”

It’s worth emphasizing for context that the question came from a young woman who identified herself as the vice president of her university’s Turning Point USA chapter. That is, Vance wasn’t confronting a political opponent; the question came from someone inclined to agree with the Trump White House.

Almost immediately, the Ohio Republican demonstrated the kind of political instincts that have made him famous.

Q: How do you expect us to start families young when the average price of a home feels out of reach?JD VANCE: I want to point out that I've only gotten one question about Jon Husted's ass

— Aaron Rupar (@atrupar.com) 2026-10-30T01:28:44.964Z

“I want to point out that I think that I have been asked four or maybe five questions by my count,” the vice president began. “I have only been asked one question about [Republican Sen.] Jon Husted’s ass — and it was by [Fox News’] Jesse Watters.”

So, during a nationally televised event, a young conservative voter asked a sincere question about one of the most pressing issues facing her generation, and Vance’s first thought was to make a joke about a senator’s backside.

It’s impossible to say just how many young voters watching at home were amused by this clumsy attempt at humor, but it seems likely the number was small.

It only got worse when Vance actually tried to answer the question with some substance.

“I think we have to take stock of the fact that the reason why housing exploded in the United States of America is in part because we allowed 20 million illegal aliens into our country to buy homes that ought, by right, go to American citizens,” the vice president argued.

Except that’s absurd. Vance’s statistic is wildly inflated and totally at odds with actual data — the idea that 20 million undocumented immigrants have the resources to buy up American real estate is nonsensical. (Last fall, he similarly complained to Fox News about importing “more and more low-wage servants” from other countries. How “low-wage servants” can afford to purchase homes has never been clear.)

The vice president went on to say, “Another reason why housing got too expensive in this country is because we allowed homes to be bought up by Wall Street and foreign investors.”

Unlike the rest of his response, this actually made some sense, although it touched on a problem Vance neglected to mention: Congress approved a bipartisan housing bill earlier this year that was designed to address the very problem he referenced. President Donald Trump, however, refused to sign it as part of a tantrum over a voter suppression proposal that he wanted but couldn’t have. (The housing bill, thankfully, became law anyway.)

This exchange didn’t have to be so politically messy for the vice president, but his unerring political instincts won out in the end anyway.

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Sottorganico di 30mila posti e decreti spot: così la sicurezza resta un’illusione

30 October 2026 at 13:25

A ogni fatto grave la risposta è sempre la stessa: un decreto, misure urgenti, pene più severe, nuovi reati. Ma chi ha gestito la sicurezza sulla strada sa che serve ben altro. Con organici carenti, mezzi e strutture logistiche insufficienti, la fermezza annunciata resta sulla carta.

Le responsabilità sono dell’intera politica. Una parte, da sempre condizionata da una visione ideologica della sicurezza, ha guardato con diffidenza all’autorità dello Stato, quasi fosse una controparte. Sull’immigrazione ha consentito un’accoglienza senza adeguato governo dei flussi né una strategia d’integrazione, favorendo condizioni di marginalità e disagio. L’altra ha fatto di quelle carenze una promessa elettorale di ordine e fermezza ma, al governo per un’intera legislatura, non le ha dato seguito, a partire dal ripianamento e potenziamento degli organici.

Nel novembre 2025 il Ministero dell’Interno indicava 12.813 posti scoperti nella Polizia. Fra tutte le Forze, le carenze ammontavano a 33.739 unità. Per la sola Polizia erano previste circa 16.800 cessazioni fra il 2025 e il 2028. Le assunzioni ci sono state e, si spera, continueranno. Ma ogni nuovo ingresso viene celebrato come un potenziamento, senza considerare i pensionamenti né dimostrare un effettivo incremento degli organici. E chi sostiene che abbiamo più poliziotti di Francia e Germania trascura la presenza radicata in Italia di mafia, camorra, ‘ndrangheta e quarta mafia foggiana, rendendo fuorviante un semplice confronto numerico.

Servirebbe, invece, una rigorosa programmazione progettuale e finanziaria per ripianare e potenziare gli organici, garantire formazione qualificata e continua, incentivi economici commisurati ai rischi, mezzi e tecnologie moderni, sedi dignitose. Occorrerebbe soprattutto rafforzare intelligence, strutture investigative e reparti specializzati, decisivi per individuare preventivamente e contrastare i gruppi violenti che macchiano le manifestazioni. In altre parole: una seria politica sulla sicurezza. Invece, ogni decreto aggiunge nuovi compiti a uffici già in sofferenza.

L’articolo 9 dell’ultimo decreto sicurezza svela la contraddizione: tutti i nuovi adempimenti devono essere svolti con le risorse già disponibili ad invarianza di spesa. Unica eccezione, i quasi cinque milioni di euro stanziati per i 500 militari a Milano: fondi che potevano essere destinati a potenziare le forze di polizia. È chiaro, allora, perché si tenti di celebrare il fermo preventivo. Una rivendicazione non solo strumentale, ma anche mortificante per la professionalità delle forze di polizia, già dotate di strumenti incisivi, come le perquisizioni d’iniziativa o su delega dell’autorità giudiziaria, dimostratesi ancora una volta determinanti. Attribuire al fermo meriti non propri altera la realtà. Lo si chieda agli addetti ai lavori.

Pattugliare i quartieri e rapportarsi ogni giorno ai cittadini richiede competenze e attribuzioni proprie delle forze di polizia, che l’Esercito non può avere. Un blindato protegge un obiettivo, ma non sostituisce una strategia di sicurezza urbana. Ho lavorato a lungo con i militari e so che certi impieghi suscitano in loro stessi forti perplessità, taciute per disciplina.

Anche la gestione delle piazze va ripensata. Dopo il G8 di Genova serviva recuperare fiducia, ma oggi, contro gruppi organizzati che aggrediscono e devastano, il contenimento non può diventare passività. Occorre proteggere manifestanti pacifici, negozi e beni pubblici, senza far subire violenze agli operatori fino alla fine dei disordini. Vanno respinte le ingerenze politiche nelle scelte tecniche delle autorità di pubblica sicurezza e la tendenza, come spesso accade, a scaricare sul Questore, anello debole della catena, responsabilità talvolta presunte per servizi svolti anche con forze insufficienti. Manca inoltre la certezza della pena: carenze di uffici giudiziari e carceri ostacolano processi tempestivi ed effettiva esecuzione delle condanne.

Continuando così, crescerà la distanza tra le aspettative dei cittadini e le risposte dello Stato. Mi auguro che la politica comprenda finalmente la necessità di investire seriamente nella sicurezza, restituendo alle Forze di Polizia la loro storica autorevolezza, con organici adeguati, dirigenti qualificati, investigazione e prevenzione rafforzate, affiancate da una giustizia efficiente. Servono riforme e anni di lavoro che, differentemente dai decreti urgenti, non garantiscono visibilità immediata.

Qui sta la responsabilità della politica attuale: preferire il consenso di oggi a risultati che matureranno nel tempo, forse sotto altri governi. Eppure chi assume responsabilità pubbliche deve saper investire nel futuro. Altrimenti si deteriorerà la fiducia dei cittadini che rispettano le regole e di chi rischia ogni giorno per farle rispettare.

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Alaska governor floats radical new threat in response to ballot-stacking allegations

30 October 2026 at 12:55

After months of speculation about Democrats recruiting retired teacher Dan J. Sullivan to run against incumbent Republican Sen. Dan S. Sullivan in Alaska, The New York Times uncovered credible evidence to suggest that the allegations have merit.

To put it mildly, the GOP reactions have fallen somewhere between hair-on-fire apoplexy and unbridled rage. Donald Trump, in particular, has spent recent days in total hysterics, demanding that former Rep. Mary Peltola be, among other things, prosecuted for crimes the president failed to identify. (Peltola on Thursday again denied having had knowledge of the alleged scheme, saying she’s “not interested in tricking voters.”)

But of particular interest was the reaction from Gov. Mike Dunleavy. On Wednesday, the Alaska Republican announced that he had ordered an investigation into whether Peltola’s campaign should face criminal or civil penalties, and on Thursday he went even further. Axios reported:

Alaska Gov. Mike Dunleavy (R) suggested Thursday the state could withhold certification of the U.S. Senate election results if Democrat Mary Peltola wins.

Withholding certification could complicate Peltola’s path to the Senate, as Republicans investigate allegations that Democrats recruited a candidate with the same name as GOP incumbent Dan Sullivan.

During a NewsNation interview, the governor hedged when asked if he was prepared to certify the results, even if his preferred candidate loses. “We’re going to ensure that we aren’t going to send a scam to Washington,” Dunleavy said.

In other words, with only a handful of days remaining before Election Day, the state’s sitting governor publicly declared that even if Alaskans back the former congresswoman, he may not be prepared to accept the will of the voters.

That, in and of itself, is a radical move that puts a thumb on the scale. Governors are not supposed to effectively tell their state’s electorate, “Vote how you want, but the results might not count.”

But just as notable is the fact that the partisan outrage is wildly inconsistent with the alleged offense.

It’s more than fair to argue that ballot-stacking is underhanded campaign mischief. But it’s equally fair to note that it’s a common tactic, employed by both parties, going back generations.

As for the legality, the Times also reported, “Ballot-stacking strategies are common in politics and generally considered legal, if misleading. Republicans engaged in the tactic in Alaska this year, too, trying to prop up Democratic candidates in the Senate primary to siphon votes from Ms. Peltola.”

What we’re left with is a story in which Republicans appear to be engaging in performative outrage, not in response to a genuine scandal, but in response to polls showing them behind.

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Pirandello all’Opera di Roma: “La vita nuda”, quando la musica fa cadere la maschera

30 October 2026 at 12:08

Che bella notizia vedere una nuova opera, una produzione contemporanea, finalmente riuscita!

Novant’anni dopo la morte di Luigi Pirandello, il Teatro dell’Opera di Roma ha scelto di non commemorarlo con fedeltà museale, ma di creare qualcosa di nuovo. È la strada più rischiosa. La vita nuda, opera in un atto di Matteo D’Amico su libretto di Sandro Cappelletto, è andata in scena in prima assoluta in quel gioiellino che è il Teatro Nazionale. Il titolo viene da una novella pirandelliana, e l’opera unisce due atti unici che l’autore stesso aveva tratto dalla propria narrativa: L’uomo dal fiore in bocca e La patente. Da una parte c’è un uomo che ha la morte addosso e la osserva negli altri con lucidità feroce, con distacco disperato nei confronti dei palpiti quotidiani. Dall’altra c’è Rosario Chiàrchiaro, lo iettatore che non si difende dalla calunnia ma pretende che gli venga riconosciuta per legge, trasformando lo stigma in un mestiere. Sono due facce di quel “sentimento del contrario” che Pirandello mise al centro dell’Umorismo: il riso che si incrina e diventa pietà.

Chi ricorda Totò nell’episodio diretto da Luigi Zampa in Questa è la vita sa quanto Chiàrchiaro stia sul confine tra farsa e tragedia.

La drammaturgia firmata da Cappelletto e Cecilia Ligorio colloca le due vicende in una stazione ferroviaria nell’Italia degli anni Sessanta, un luogo sospeso dove i destini si sfiorano senza toccarsi. Le scene di Gregorio Zurla guardano al neorealismo cinematografico, i costumi di Vera Pierantoni Giua restituiscono un’epoca con precisione affettuosa e le luci di Fabio Barettin scolpiscono il tempo dell’attesa. La regia di Ligorio è asciutta e cura ogni gesto, senza un solo movimento decorativo. Questo è un esempio di adattamento intelligente, beckettiano il giusto, ma aperto a suggestioni diverse e contrastanti.

La ricchezza dello spettacolo sta proprio in questo intreccio di influenze, dove la novella siciliana dialoga con il cinema del dopoguerra e il teatro da camera con la grande tradizione operistica italiana. Francesco Giudiceandrea, su GBOpera, ha colto nel finale un’elegante eco strutturale della fuga che chiude il Falstaff verdiano, in scena praticamente negli stessi giorni a pochi metri, qui rovesciata in chiave tutt’altro che consolatoria. Ma si risentono (non so quanto consapevoli rimandi o suggestioni di chi scrive) anche echi di Gershwin, di Schönberg, di Stravinskij, perfino della tradizione madrigalista.

La partitura di D’Amico usa un linguaggio moderno ma limpido, fedele alla parola fino allo scrupolo. Giudiceandrea lo riassume con esattezza quando scrive che la musica «pare non solo voler semplicemente illustrare il libretto ma lo completa». Alessandro Cadario dirige l’Orchestra del Teatro dell’Opera, in formazione cameristica, con impeto e senso del palcoscenico. Lo conferma Blagoj Nacoski nella bella intervista concessa a Loredana Margheriti per ProgettoItaliaNews, dove dice del direttore: “La sua interpretazione è teatro, non soltanto musica”.

Il cast è il vero motore della serata. Andrea Concetti dà a Chiàrchiaro una presenza dolente e autorevole, cupa e umanissima insieme. Omar Montanari è un Uomo dal fiore in bocca intenso e commovente, capace di far vibrare ogni inciso del suo lungo congedo dalla vita. Accanto a lui Nacoski, nel ruolo dell’Avventore, è l’interlocutore ideale: Pirandello affida proprio all’Avventore l’ascolto di quella confessione, e il tenore lo rende con disinvoltura scenica e un fraseggio di grande finezza. Maria Grazia Schiavo, Rosinella e Giovane innamorata, e Annunziata Vestri, Barista e Moglie, si incontrano in un duetto di forte intensità. Marcello Nardis, Roberto Abbondanza e Federico Longhi, un giudice D’Andrea di bella autorevolezza, completano un ensemble compatto e generoso.

Il pubblico ha risposto con applausi lunghi e convinti. Resta l’augurio che questa Vita nuda torni presto in scena, magari davanti agli studenti che incontrano Pirandello sui banchi di scuola. Scoprirebbero che a teatro le maschere nude, mentre cadono, lasciano scaturire un suono dolente e riflessivo, ma comunque pacificante per la nostra interiorità.

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Chiedere chiarezza sull’operato della polizia non significa schierarsi con chi spacca le vetrine

30 October 2026 at 11:10

di Samuele Lucia

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale, ogni volta che un cittadino scende in piazza per contestare il governo, il dibattito pubblico finisce per trasformarsi in una gara a chi invoca più manganelli. Sia chiaro: chi aggredisce un agente, lancia bottiglie, incendia cassonetti o devasta una città non è un manifestante da giustificare. È responsabile delle proprie azioni e deve risponderne. Le forze dell’ordine meritano rispetto, tutela e solidarietà quando vengono aggredite. Ma il rispetto per una divisa non può trasformarsi nella rinuncia a giudicare ciò che avviene sotto quella divisa.

Le immagini e le testimonianze raccolte nelle manifestazioni del 24 ottobre, da Torino a Bologna, da Roma a Milano, raccontano anche un’altra storia. A Bologna, in via Marconi, un idrante ha colpito un’ambulanza mentre stava soccorrendo un giovane manifestante che si era sentito male dopo essere stato immobilizzato a terra dagli agenti. Una giovane è stata colpita in pieno volto da un getto d’acqua a distanza ravvicinata, riportando lesioni gravi a un occhio e un’emorragia cranica. Amnesty International ha denunciato criticità che meritano accertamenti indipendenti, segnalando episodi di possibile uso sproporzionato della forza contro persone pacifiche e fermi preventivi estesi (oltre 370 persone, di cui 110 minorenni).

Da quando il governo Meloni ha assunto la guida del Paese, la sicurezza è diventata uno dei suoi principali terreni di comunicazione. Più reati, più divieti, più poteri preventivi, più carcere. Il messaggio è semplice: lo Stato è forte quando reprime, il governo è autorevole quando promette tolleranza zero. Ma la sicurezza non si misura dal numero di persone fermate, né dalla quantità di manganellate o idranti distribuiti in una piazza.

Il governo non impartisce necessariamente ordini illegittimi agli agenti, e sarebbe scorretto sostenere il contrario senza prove. Ma la politica ha una responsabilità enorme nel clima che contribuisce a creare. Se si racconta la protesta come un problema di ordine pubblico, se si alimenta la contrapposizione tra cittadini e dissenso, se ogni critica viene liquidata come complicità con i violenti, si finisce per restringere pericolosamente lo spazio della democrazia.

La domanda non è se lo Stato debba difendersi dalla violenza. Certamente deve farlo. La domanda è se, nel farlo, possa dimenticare di essere sottoposto alle stesse leggi che pretende di far rispettare. Un poliziotto che viene aggredito è una vittima e va tutelato. Un cittadino che viene colpito ingiustamente ha gli stessi diritti e deve poter ottenere giustizia. Non esistono due pesi e due misure, né una Costituzione valida soltanto quando fa comodo a chi governa.

Eppure, in questo clima, sembra quasi che chiedere chiarezza sull’operato delle forze dell’ordine equivalga a schierarsi con chi spacca le vetrine. È un falso dilemma e un pericoloso alibi. Si può condannare senza esitazioni la violenza dei manifestanti e pretendere, contemporaneamente, che ogni abuso da parte di chi esercita il potere venga accertato e sanzionato.

Anzi, è proprio questo che distingue uno Stato democratico da uno Stato che pretende obbedienza.
Servono trasparenza, identificativi sulle divise, verifiche indipendenti, responsabilità individuali e regole chiare sull’uso della forza. Non per indebolire le forze dell’ordine, ma per restituire loro credibilità. La maggioranza degli agenti che svolge correttamente il proprio lavoro non dovrebbe pagare il prezzo di chi eventualmente sbaglia. La democrazia non si difende mettendo a tacere le piazze. Si difende garantendo che possano esistere, anche quando disturbano chi governa. Uno Stato davvero forte non ha paura di essere controllato e non ha bisogno che i cittadini abbiano paura di lui.

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Non si placa l’ostilità su Youssef Siher: sono i social i nuovi tribunali

30 October 2026 at 11:05

C’è chi si stupisce che la giudice per le indagini preliminari abbia rigettato la richiesta di convalida del fermo di Youssef Siher, rimettendolo in libertà. Eppure, a ben vedere, lo stupore nasce anche dall’immagine di questo giovane che ci è stata frettolosamente consegnata dai media e dalla politica subito dopo il suo arresto: quella di chi avrebbe progettato e promosso proteste violente e istigato a compiere atti di terrorismo.

Youssef Siher, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, sembra pagare anche per il nome che porta e le sue origini. La sua immagine rimbalza dagli schermi televisivi alle piattaforme social, moltiplicandosi e diffondendosi ovunque. Ilgiornale.it coglie l’occasione per scrivere che “il 71% delle conversazioni social sulla scarcerazione di Youssef Siher è contro la decisione della gip”.

Perché sono i social i nuovi tribunali. Una giuria popolare composta, in larga parte, da digitatori compulsivi, pronti a giudicare prima ancora di conoscere e comprendere. E questo è un dato che, ammesso che sia stato correttamente rilevato, racconta il clima di ostilità attorno a questa vicenda. Non necessariamente l’opinione degli italiani, ma il rumore di una piazza virtuale pronta a emettere sentenze.

Che il giudice abbia escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza è un fatto giuridicamente rilevante. Ma tanto è bastato per aumentare l’ostilità non solo nei confronti di Youssef ma della stessa giudice.

I digitatori compulsivi sembrano essere rimasti orfani del mostro sbattuto in prima pagina. Fanno fatica ad accettare che la rappresentazione costruita attorno a quel giovane possa non coincidere con ciò che viene riportato negli atti giudiziari. Faticano a distinguere un atto di dissenso pubblico, consapevole e non violento, che appartiene alla storia delle conquiste democratiche, dall’istigazione a commettere reati.

In un Paese nel quale il rispetto delle istituzioni non fosse continuamente messo alla prova, la classe politica, a fronte di quella scarcerazione, dovrebbe prendere atto della decisione, sostenere l’operato della magistratura ed eventualmente argomentare una critica, ma mai eccedendo nella delegittimazione.

L’attuale governo dovrebbe domandarsi del perché di così tanta sfiducia nella capacità delle istituzioni di rispondere al disagio economico, alla precarietà del lavoro, agli affitti elevati e alla difficoltà di accesso alla scuola e alla sanità. Perché la democrazia di un paese si rafforza quando le istituzioni si confrontano, non quando si delegittimano.

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Sara Teasdale, lo spazio bianco del dolore (traduzione di Stefano Dal Bello)

30 October 2026 at 06:36

La contemplazione della Bellezza, degli uccelli e dei petali di poinsettia in volo, la presenza del dolore e della Morte: dalle passeggiate nei parchi o per le vie cittadine, nel breve tempo tra un ricovero e l’altro, Sara Teasdale (Saint Louis, 1884 – New York, 1933) raccoglie immagini e sensazioni e ce le riconsegna filtrate da una sensibilità cristallina, da versi delicati, compatti, brucianti. L’incedere a piccoli passi durante periodi di inquieta e vitale convalescenza si riversa nella struttura dei suoi componimenti. In Flame and Shadow (1920), il libro della sua maturità, la brevità delle poesie nel grande spazio bianco della pagina, il ritmo e la sonorità di ogni verso riflettono quei momenti di sofferenza e stupore, di degenza e rivelazione che hanno accompagnato la vita della poetessa, fino alla morte per suicidio a quarantotto anni. Le immagini poetiche – limpide e concrete – sono rese da parole preziose, scelte con cura. L’apparente semplicità che ne deriva nasconde un’insolita chiarezza della visione, e una capacità di arrivare all’essenziale spesso scambiata per materiale da canzonetta malinconica.

Ho cercato di mantenere intatte le fondamenta di queste poesie, ma l’approssimazione insita in ogni atto di traduzione mi ha convinto ad accompagnare le mie versioni con i testi originali. Il lettore più accorto potrà allora sentire la vera materia sonora che scorre attraverso l’opera di Sara Teasdale.

S. D. B.

Compensation

I should be glad of loneliness
And hours that go on broken wings,
A thirsty body, a tired heart
And the unchanging ache of things,
If I could make a single song
As lovely and as full of light,
As hushed and brief as a falling star
On a winter night.

*

Ricompensa

Dovrei esser grata alla solitudine,
all’ora che avanza con ali spezzate,
al corpo assetato, al cuore stanco,
al fisso dolore dentro le cose.
Se potessi, farei una poesia
tanto incantevole e piena di luce,
breve e silente: una stella cadente
in una notte d’inverno.

***

The New Moon

Day, you have bruised and beaten me,
As rain beats down the bright, proud sea,
Beaten my body, bruised my soul,
Left me nothing lovely or whole –
Yet I have wrested a gift from you,
Day that dies in dusky blue:

For suddenly over the factories
I saw a moon in the cloudy seas –
A wisp of beauty all alone
In a world as hard and gray as stone –
Oh who could be bitter and want to die
When a maiden moon wakes up in the sky?

*

Novilunio

Giorno, mi hai picchiata e illividita,
pioggia sul limpido mare orgoglioso,
corpo battuto, anima pesta,
nulla di bello hai lasciato, di intero –
ma da te ho strappato un dono,
Giorno che muori in ombroso cobalto:

sopra le fabbriche, in lampo improvviso
vidi una luna sul mare di nuvole –
un isolato respiro di grazia
sul mondo duro e grigio come pietra –
oh, chi amareggiato vorrebbe la morte
con una luna nascente nel cielo?

***

Nightfall

We will never walk again
As we used to walk at night,
Watching our shadows lengthen
Under the gold street-light
When the snow was new and white.
We will never walk again
Slowly, we two,
In spring when the park is sweet
With midnight and with dew,
And the passers-by are few.
I sit and think of it all,
And the blue June twilight dies, –
Down in the clanging square
A street-piano cries
And stars come out in the skies.

*

Crepuscolo

Non andremo più a passeggio
come a notte facevamo,
le nostre ombre, guardando, allungarsi
sotto la luce dorata dei pali
quando la neve era candida, fresca.
Non andremo a passeggiare
lentamente, noi assieme,
in primavera nel parco addolcito
da mezzanotte e rugiada,
e con i pochi passanti.
Siedo e penso a tutto questo,
muore il crepuscolo azzurro di giugno –
sulle piazze risonanti
una pianola singhiozza,
sorgono in cielo le stelle.

***

The garden

My heart is a garden tired with autumn,
Heaped with bending asters and dahlias heavy and dark,
In the hazy sunshine, the garden remembers April,
The drench of rains and a snow-drop quick and clear as a spark;

Daffodils blowing in the cold wind of morning,
And golden tulips, goblets holding the rain –
The garden will be hushed with snow, forgotten soon, forgotten –
After the stillness, will spring come again?

*

Il giardino

Il cuore è un prato stanco nell’autunno,
colmo di aster piegati, di pesanti e scure dalie,
e nell’offuscato sole si ricorda dell’aprile,
gli acquazzoni e il bucaneve vivo e limpido: scintilla.

I narcisi mossi al vento gelido nel farsi giorno,
i dorati tulipani, coppe colme nella pioggia –
il giardino silenziato dalla neve, presto scordato, scordato –
tornerà la primavera, dopo l’immobile inverno?

***

In a Cuban garden

Hibiscus flowers are cups of fire,
(Love me, my lover, life will not stay)
The bright poinsettia shakes in the wind,
A scarlet leaf is blowing away.

A lizard lifts his head and listens
Kiss me before the noon goes by,
Here in the shade of the ceiba hide me
From the great black vulture circling the sky.

*

In un giardino cubano

I fiori di Ibisco sono coppe di fuoco,
(amami, amore, la vita trascorre)
e la Poinsettia si muove nel vento,
fluttua nell’aria un suo petalo rosso.

Una lucertola resta in ascolto,
baciami prima che muoia il meriggio,
celami in ombra alla ceiba
dagli avvoltoi che volteggiano neri.

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Nuove Indicazioni Nazionali, errori e contraddizioni nei programmi scolastici: uno spettacolo imbarazzante

30 October 2026 at 06:32

di Serena Poli

In queste settimane, nelle scuole italiane, migliaia di docenti sono alle prese con l’ennesima liturgia burocratica: riallineare i curricoli alle nuove Indicazioni Nazionali firmate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un lavoro enorme che dovrebbe segnare il glorioso ritorno alla severità, alla tradizione e al tanto sbandierato “merito”.

Peccato che, mettendosi a leggere con attenzione, gli insegnanti si siano trovati di fronte a uno spettacolo imbarazzante: un minestrone di improvvisazione ideologica, sciatteria ed errori concettuali.

La prima cosa che salta all’occhio è la totale schizofrenia con la quale si cerca la svolta identitaria e occidentalistica. Un esempio su tutti: nel tentativo di blindare la storia della primaria entro i confini della “nostra identità”, le nuove direttive relegano ai margini le civiltà dell’Asia e del Medio Oriente. La narrazione deve rimanere prevalentemente ‘nostrana’.

Ma chi ha redatto il testo non deve essersi coordinato con chi curava la parte scientifica. Così, mentre nell’ora di storia il Medio Oriente viene praticamente tagliato fuori perché poco funzionale al catechismo patriottico, nei programmi di matematica della stessa primaria spunta l’insegnamento della “storia della matematica”. Una contraddizione surreale: come si pensa di spiegare ai bambini da dove arrivano i numeri che usiamo tutti i giorni, l’algebra o lo zero, senza approfondire proprio quelle civiltà ridotte a parentesi nell’insegnamento della storia?

Ma è quando si entra nel merito delle singole discipline che arriva lo sconforto. In matematica assistiamo all’aspetto ‘ricorsivo’ del numero, accostato come se nulla fosse a cardinalità e ordinalità. Tradotto per i non addetti ai lavori: un errore grossolano che mette sullo stesso piano la ‘sostanza’ di un oggetto con il meccanismo che serve a generarlo. Sarebbe come assimilare il significato della posizione delle lancette di un orologio al ticchettio dell’ingranaggio. Alla faccia del ritorno al ‘rigore scientifico’.

Non va meglio con il latino, materia simbolo della tradizione classica: definito “curricolare” (ossia obbligatorio per gli ultimi due anni della secondaria di primo grado) ma, al contempo, descritto come “opzionale”. Siamo di fronte al Latino di Schrödinger, un paradosso quantistico in cui una disciplina può essere contemporaneamente obbligatoria e facoltativa.

Oltre a questo miracolo della fisica, tale disciplina viene eretta a panacea pedagogica: dalla pretesa di “avvicinare alla comprensione dei valori di una civiltà universale” fino all’improbabile missione di “attuare un dialogo costante con le discipline Stem e porre al centro l’attenzione ai valori della Costituzione”; insomma, dal codice binario a Cicerone, passando per la Carta Costituzionale, siamo alla mera enunciazione di principi in un continuo ripetersi di formule stanche e astratte, messe in fila per fare volume (“virtuosa dinamica”, “percezione del rapporto di continuità e alterità”, “sintesi tra visione critica del presente e memoria storica”): un lessico ripetitivo che gira a vuoto reiterando gli stessi concetti, come se l’abbondanza di inchiostro potesse colmare il deserto delle idee.

Ma oltre agli scivoloni concettuali, è altrettanto sconfortante la sciatteria della forma. Il Ministero che ha fatto del “Merito” la propria bandiera e che pretende rigore ortografico dagli studenti, scarica sulle scuole documenti con gerundi sospesi a mezz’aria, ripetizioni e concordanze fantasiose, punteggiatura assente o usata male, in un florilegio di ‘supercazzole’ da far impallidire il Conte Mascetti.

Insomma, una classe dirigente che esige sottomissione, ordine e disciplina ma concede a se stessa il privilegio della più becera approssimazione. Alle scuole non si chiede di formare cittadini dotati di pensiero critico e capaci di analizzare le fonti, ma ascoltatori passivi di una fiaba di Stato scritta, peraltro, senza dominare la sintassi della propria lingua madre.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Non mi convince l’idea che Mentana lasci La7 per i troppi programmi anti-governo

30 October 2026 at 05:57

Mentana se ne va, ci ha detto che lascia a fine anno la direzione del TgLa7 e la stessa rete di Cairo. Dove andrà e cosa farà lo sapremo solo vivendo, certo è che la sua esperienza ai vertici del telegiornale era ormai giunta al capolinea: non più vivace e lenta, a volte quasi inceppata, la sua conduzione, come per stanchezza e forse anche noia. Del giovane ‘Mitraglia’ non è rimasto nulla, al suo posto un giornalista sì dall’antico carisma, buono ancora a bucare gli schermi come si dice, ma senza più la spinta propulsiva, la verve, che ne aveva guidato le gesta non solo negli anni di Mediaset ma pure all’inizio della sua esperienza a La7.

Del resto se, come ha egli stesso affermato, “oggi nessun ragazzino può appassionarsi al giornalismo guardando un telegiornale”, è altrettanto vero che probabilmente anche per un direttore come lui il dibattito pubblico non dev’essere oggi il massimo degli stimoli professionali.

Insomma a furia di telegiornali forse la ‘passionaccia’ si è affievolita. Eppure va a suo merito essere stato l’unico direttore di Tg ad aver rinunciato allo squallido carosello delle dichiarazioni degli esponenti dei partiti per raccontare la politica quotidiana. Ad avere sottratto tempi di parola inutili alla narrazione della realtà politica e sociale del paese. Cosa che lo ha riscattato da antiche piaggerie (che ci furono ahinoi) come quando mandò quasi per intero la videocassetta della discesa in campo di B. o nel ’98 la violenta polemica con Cossiga che voleva una legge sul conflitto d’interessi del Cavaliere.

Comunque il suo Tg, nell’edizione più vista, quella delle 20, dopo gli exploit iniziali si è ormai attestato da anni su ascolti che lo collocano non solo dietro e lontano dal Tg1 e dal Tg5, ma anche dietro al Tg3 (edizione delle 19) e poco sopra il Tg2. Vedremo se chi lo sostituirà riuscirà a farne un prodotto capace di appassionare gli spettatori più di quanto non sia riuscito a Mentana.

Un Mentana che, mi perdoni, però non mi convince affatto quando, a latere dei manifestati propositi di abbandono, quasi a giustificarne le ragioni, ha tirato fuori l’accusa alla sua rete di fare con i programmi e i talk un’informazione unilaterale, schiacciata da una parte, quasi faziosa. Non so quali trasmissioni egli abbia in testa (Otto e mezzo? Piazza Pulita?) ma dalla ricognizione delle tabelle del Garante, che analizza per chi non lo sapesse anche i programmi informativi extra tg, tutto questo sbilanciamento francamente non si vede. Tra l’altro se finisse per caso a lavorare di nuovo a Mediaset, come si vocifera, allora sì che dovrebbe protestare!

Mi aspetto dunque rinnovate critiche ai talk di quelle reti, quasi tutti notoriamente schierati (cifre alla mano). Mentre i numeri dell’Agcom dell’ultimo anno ci dicono che nei talk e nei programmi extra tg de La7 (per la precisione: Coffee Break, Dimartedì, In Altre Parole, In Onda, L’Aria Che Tira, Omnibus La7, Otto E Mezzo, Piazzapulita, Propaganda Live, Tagadà) l’opposizione occupa tra il 40 e il 48% dei tempi di parola, mentre il resto va alla destra e al governo. Mi sembra insomma che, paradossalmente, quella dell’ex direttore del Tg5 sia una posizione velata, come dire… da scarsa informazione.

La verità è che dopo oltre tre lustri per l’ex giovane speaker del craxiano Tg2 è arrivato il momento di passare la mano. Al tg de La 7 non ha più nulla da dare e da professionista quale è l’ha capito. Gli altri programmi non c’entrano.

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La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune

30 October 2026 at 05:56

a cura di Marzio Chirico

Aprire in questi giorni un sito di notizie o piuttosto sfogliare un quotidiano restituisce un mosaico quasi schizofrenico dell’attualità, seppur chiaro nella sua eccezionalità.

Da un lato gli scaffali iniziano a svuotarsi a macchia di leopardo, in modo pericoloso, dal Mezzogiorno in su. L’Università Federico II di Napoli sposta le lezioni online mentre alcuni supermercati in Puglia e in Calabria non ricevono le nuove scorte di merci e alimentari, per via della paralisi dello sciopero degli autotrasportatori; dall’altro le tensioni e i disordini urbani, Milano capofila, gestiti dal Viminale con una ricetta che ormai è palesemente securitaria e repressiva.

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha quasi il record per decreti sicurezza varati in una singola legislatura (mancherebbero ancora dei mesi). Nel mezzo, e a origine delle tematiche il dibattito sulle proteste giovanili, sulle vetrine rotte, su cosa intendiamo per violenza e le dichiarazioni dei Ministri o dei politici di turno, in solidarietà coi giovani o in aperto conflitto. Come movimento ambientale, è superfluo sottolineare che i giovani non scendono più in piazza, sia in numero che in modalità, come nel biennio ‘19-’20.

Ecco, ci raccontano, dai media mainstream, che questi momenti di crisi sono ricorrenti, episodici, sono transizione da un periodo difficile a un altro. Possiamo affermare serenamente che è una falsità. La rabbia sociale che attraversa le periferie e i lavoratori, fino a esprimersi in modi nuovi e più consistenti, ha come scenografia il modello economico basato sui fossili, sullo sfruttamento estremo dei territori e dei corpi e sulla mercificazione di ogni risorsa.

Se qualche giovane non avesse rubato qualche borsa Louis Vuitton, forse non si sarebbe parlato delle proteste al Sud. Invece, considerato il nuovo modo di protestare, contraddistinto dall’organizzazione sui social, la stretta securitaria per i giovani ha costretto l’esecutivo e reprimere anche gli autotrasportatori, alludendo a “infiltrazioni mafiose”, che non solo delegittimano una protesta giusta e importante, quanto piuttosto si rifanno a dei pregiudizi storici radicati su come il Nord vede il Sud.

E dunque, la paralisi della logistica, l’inflazione che galoppa, il collasso dell’agricoltura, messa già in difficoltà da caldo ed eventi metereologici estremi, assieme alla rabbia sociale che si insinua ed espande nei vari strati della popolazione, sono causa e conseguenza di una unica grande policrisi, quella del XXI secolo.

Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud non arrivano dal nulla. Si trovano stritolati tra il costo insostenibile del carburante e la devastazione climatica che sta desertificando le campagne e impoverendo i raccolti. A doppio filo, le guerre e la conseguente speculazione energetica fossile, col tema dello stretto di Hormuz quale punta dell’iceberg, ma che nasconde di fatto la questione centrale: un mondo che funziona a combustibili fossili è un mondo in cui diventa insostenibile anche la produzione e la distribuzione di cibo e merci.

Quando il clima estremo distrugge i raccolti e il caro-carburante blocca i camion in protesta, la merce non arriva. La logistica globale è fragile perché fondata sull’estrazione e sullo spreco. La risposta, da Piantedosi in giù, è una sola: manganelli. La ricetta prevede poi restringimenti dei manifestanti in piccole vie con lacrimogeni, idranti sparati ad altezza visto, camionette a zig zag in piazza Duomo, lanciate sulla folla; ricette che non si vedevano dal G8 di Genova. Mentre il mondo va a fuoco, la pretesa di mantenere l’ordine si fa con nuovi e aggiornatissimi decreti sicurezza.

Ora, di tutto si parla tranne che di crisi climatica. Forse c’è il tentativo, ai piani alti, di archiviare la questione come una moda giovanile ormai passata. In realtà, i movimenti climatici non sono scomparsi, a partire dal nostro. Tutt’altro. Sono vivi e vegeti e si stanno radicando sui territori, collaborando con i comitati, portando avanti lotte e istanze territoriali. Hormuz è l’esempio precipuo di come si discuta del problema senza mettere in discussione il sistema stesso che quel problema ha generato.

Ieri come oggi, la lotta climatica non è solo una questione di sensibilità ecologica individuale, ad esempio sulla differenziata o sul “salvare gli orsi polari”. La questione climatica riguarda il benessere su un pianeta salubre con pari diritti: diritto alla casa, alla salute pubblica, per un salario equo e giusto, per la difesa dei servizi essenziali, contro l’1% più ricco del mondo che tanto più inquina quanto più monetizza l’aria che respiriamo.

Le mobilitazioni di queste settimane sono destinate a moltiplicarsi nei prossimi mesi e anni se non arriverà una messa in discussione sistemica al tema del profitto dell’1% più ricco contro il 99% della popolazione che vede sempre più eroso il diritto a una vita dignitosa.

Non c’è e non ci può essere la ricetta della soluzione totale. Questa richiede un deciso ritorno alla programmazione pubblica nei settori strategici. Lo Stato non solo deve tornare a produrre e installare direttamente impianti ed energia pulita, ma proprio costituire una filiera delle componenti degli impianti rinnovabili, laddove l’agricoltura va ridefinita valorizzando i contadini come custodi del territorio e operatori della collettività. Un cambiamento radicale che si fonda sulla reintroduzione dei servizi universali di base, pilastro irrinunciabile di una vera giustizia sociale ed ecologica.

Trattare il carovita, la guerra, la crisi energetica e la cementificazione come compartimenti stagni significa avere una visione miope sul futuro che, invece, possiamo costruire dal basso, prospero per tutte e tutti. Per questo, dai giovani agli agricoltori, è necessario costruire un fronte comune che possa riprendere il controllo pubblico dell’energia, dei servizi, dei diritti, contro un futuro gestito a colpi di decreti sicurezza e manganelli.

Le periferie insorgono, i fiumi si prosciugano, le catene di approvvigionamento si spezzano. Il sistema fossile è fallito. Bismillah, c’est les ténèbres.

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Non mi sembra che la manovra di Meloni affronti i problemi reali del Paese

30 October 2026 at 05:56

L’Italia sta vivendo un grande momento di difficoltà economico e sociale. Non pretendo che i miei testi stimolino la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a compiere una reale inversione di marcia che consiste nel guardare in faccia i problemi reali del paese, ma speravo che qualche politico occasionalmente li leggesse e si mettesse in discussione o perlomeno capisse che investire nel sociale non significa sprecare delle risorse economiche, ma al contrario, si rende l’Italia pronta ad accogliere le sfide che ci attendono. Non mi sembra che i provvedimenti previsti nella legge di bilancio presentata ieri sia il modo adeguato ad affrontare i problemi reali del paese, anzi mi sembra quasi una beffa.

L’Italia, per quanto riguarda le disuguaglianze e la povertà, è messa peggio di 15 anni fa: se non si investe nei giovani con dei progetti concreti che li stimolino a restare, il nostro paese non avrà futuro. I giovani vanno ascoltati, va data loro la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e non di certo nella compravendita di armi che contribuisce alla loro crescita e si infonde la speranza in un futuro migliore.

Non riesco a comprendere come Giorgia Meloni e il suo governo non voglia vedere la realtà, la maggior parte delle famiglie non riesce più a fare la spesa né a pagare le bollette, “le politiche dei bonus” non reggono più e anzi credo che per molte famiglie sia diventato avvilente pensare solo di dover farne richiesta, servono aiuti più corposi e ben strutturati.

Credo che fin tanto che chi ci governa rimane arroccato all’interno dei propri palazzi a tutelare solo i propri interessi, il Popolo ha il dovere di manifestare e chi governa dovrebbe considerare quelle proteste un momento di riflessione per cambiare direzione, e le misure repressive non servono a nulla. Spero (anche se ormai ho perso le speranze) il governo Meloni impari ad ascoltare i bisogni reali del nostro paese.

Io continuerò sempre a dare voce alle vostre storie, sempre a titolo gratuito.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Quant’è labile la memoria degli italiani. Ricordate quella volta di Umberto Bossi…?

30 October 2026 at 05:29

Quando la realtà diventa troppo dolorosa e traumatica, e quella contemporanea non è certo Il paese dei campanelli, la memoria labile è un’ottima difesa contro il burnout emotivo. E’ un fenomeno talmente diffuso che non ce ne rendiamo neppure conto. Ricordate, per esempio, quando…

… venne scoperto un nuovo ceppo del virus Hiv, l’Hiv7, che non ti uccideva, ma ti faceva diventare deputato del Ccd?

… alcuni scienziati clonarono una pecora a Edimburgo e ai giornalisti che gli chiedevano perché risposero: “Ci sentivamo soli”?

… il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, che finì al centro dell’inchiesta Tangentopoli 2, aveva 5 bypass attraverso i quali, secondo gli inquirenti, astutamente portava i suoi miliardi all’estero?

… l’altro protagonista della vicenda, l’ex amministratore delle ferrovie Lorenzo Necci, in carcere rifiutò di mangiare un pasto preparato apposta per lui perché temeva di essere avvelenato, però mangiò subito tutto quando gli assicurarono che non era cibo FS?

… sotto la gestione di Necci aumentò non solo il deficit delle ferrovie ma anche la confusione, tanto che un giorno, alla stazione di Bologna, l’Intercity delle 9 e 30 arrivò sul binario 5 da entrambe le direzioni?

… si scoprì che la Dichiarazione d’Indipendenza della Padania scritta da Umberto Bossi era copiata da quella del Québec, discostandosene nella parte che recita “Quando nel corso degli eventi umani”, che era copiata dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, e nella parte che comincia con “E così Sally può attendere”, che invece era presa pari pari da una canzone degli Oasis?

… papa Woytila fu sottoposto a un’operazione chirurgica al Gemelli, dove gli tolsero l’appendice e gliela sostituirono con un’appendice artificiale?

… la Cassazione assolse un muratore di Palermo che in un raptus gelosia aveva preso a sberle la moglie, creando un precedente preoccupante perché da allora per picchiare una donna in santa pace bisogna pure sposarla?

… fece scandalo la foto scattata da Oliviero Toscani per un manifesto Benetton in cui si vedeva un cavallo nero che stava montando una cavalla bianca e il motivo dello scandalo era che la cavalla bianca era una lesbica transessuale sieropositiva minorenne?

… in un’inchiesta sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, Vanoni, uno dei manager sotto accusa, s’avvalse della facoltà di non rispondere e chiese invece di girare la ruota?

… in Norvegia fu ritrovata nel ghiaccio dopo quasi 10 anni una coppia di italiani scomparsa durante una vacanza e, scongelati, la loro prima domanda fu: “C’è ancora Berlusconi?”

E ricordate quando a Hollywood un bimbo di 6 anni fu sospeso da scuola perché giocava al dottore con una compagna di classe, mentre le norme dell’istituto vietavano agli alunni di praticare mastectomie? No? Che vi avevo detto?

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Eighteen Years in Power, the PPP Still Owes Karachi Answers

30 October 2026 at 04:26

Spencer Eye Hospital in Lyari has reopened, and patients can get free care through the Karachi Metropolitan Corporation. Nobody sensible begrudges that. But Bilawal Bhutto Zardari did not stop at the hospital. As reported, he declared the new-province question closed, accused federal representatives of spreading hatred in Karachi, and complained of inflation, joblessness and crushing electricity bills. Then he said he would like to see all of Lyari run on solar power.

Read that again. The party that has governed Sindh without a break since 2008 is complaining about Sindh’s state.

The party that wrote the rules

The 18th Amendment of 2010, which the PPP counts among its proudest achievements, made health, municipal services and urban infrastructure provincial subjects. The NFC Award gave provinces a larger share of national resources. The PPP wanted the powers, took the powers and has held them ever since. A party cannot cut the ribbon on that arrangement and then point at Islamabad when it fails to deliver. When water runs short, roads break up and hospitals decay, the first door to knock on is in Karachi.

That is why the “spreading hatred” line sits so badly. Federal politicians may well owe Karachi explanations of their own. But a citizen asking why his city is in this condition is not spreading hatred; he is asking a question. Renaming questions as hostility is politics’ oldest dodge. A government that trusts its record simply answers.

A promise to the courts, answered with a majority

The same amendment inserted Article 140A, which obliges every province to hand political, administrative and financial authority to elected local governments. In February 2022, a three-judge bench of the Supreme Court, headed by Chief Justice Gulzar Ahmed, called it a mandatory obligation. It struck down Sections 74 and 75(1) of the 2013 Sindh Local Government Act, barred the province from starting new projects in the local government domain without the local government’s consent, and ordered that local governments receive their Provincial Finance Commission share with no arrears.

How did the PPP respond? In September, the Sindh Assembly passed the Sindh Local Government Amendment Bill 2026 by majority vote while opposition lawmakers tore up copies of it in protest. The Jamaat-e-Islami said the new law still does not give chairmen adequate powers, and a PTI member accused the provincial government of contempt of a Supreme Court judgment. The opposition fought hardest over the provision the PPP insisted on: keeping sitting mayors and chairmen in office as administrators until fresh elections, which it then pushed through with its numerical majority.

Nobody forced those amendments through. A party with a majority chose to use it, on the exact question the Supreme Court told it to settle in the city’s favour. MQM Pakistan lawmakers have pointed out that the PPP’s own 2008 manifesto promised to devolve local government powers. Eighteen years later, the manifesto is still waiting.

Yes, Karachi has an elected mayor, and he is from the PPP. But a title is not authority. If control over water, solid waste, and the master plan for a city of more than 20 million is reportedly still being bargained over in provincial committee rooms, he looks more like a spokesman than its manager. The party that preaches cooperation should let its own mayor manage.

Full stop on the province, full speed on what?

The Sindh Assembly has placed a full stop on the question of new provinces. Magnificent. Eighteen years of water shortages, broken roads and decaying hospitals, and the one thing this government has ever delivered with perfect speed is a full stop. One wonders what else it might finish if it applied that urgency to the sentences that matter to Karachi, the ones about water, roads and hospitals, which seem to trail off mid-thought every budget season.

And what of the full speed? Mr Bilawal is the frontman of a family that has run Sindh for eighteen years, and his cabinet is a fine collection of gentlemen who have never been seen in a hurry to fix a pipe, yet are never far from signing a contract. Ask anyone at a Karachi tea stall what a Sindh minister’s portfolio really is, and watch them smile. Something about percentages. Something about files that move faster when they are fed. Of course, it is all gossip, and gossip is not evidence, so we would never say it ourselves. Let the ministers prove the tea stalls wrong. Publish every contract award. Publish every audit response. Publish, project by project, what was spent, what was built and who was paid. If the books are as clean as the ribbons are shiny, it will be the easiest press conference of their lives.

Funny how the ministers who can announce a scheme in thirty seconds always need thirty years to show the receipts.

Bills, solar and arithmetic

Electricity tariffs are set federally, and households feel the strain. Neither point is in serious dispute. But the chairman put the remedy in the province’s hands, so the numbers are fair game.

Sindh has announced 275,000 solar systems this fiscal year at about Rs18 billion, with a subsidised financing scheme for middle-income families alongside. As Dawn reported, the chief minister was earlier told that the province has roughly 2.6 million households off the grid. Even if every system reached one of them, the programme would cover about one in ten. Earlier reports describe a typical system as enough for a fan and three bulbs. That matters to a family with no electricity. It does little for a Karachi household staring at a heavy grid bill.

A wish, fifteen months late

The chairman says he wishes to solarise all of Lyari. Yet in July 2025 the provincial energy minister had already inaugurated a “Solar Homes” project there, presented as part of the chairman’s vision of a fully solar-powered Sindh, and a PPP assembly member promised to expand it to other Lyari neighbourhoods in the coming days.

Fifteen months on, the people of Lyari are offered a wish. How many homes are done? Which neighbourhood comes next, and when? A government that can stage an inauguration can publish a progress report, and the public is entitled to one.

The test

Declaring the province question closed does not close the grievances behind it. They concern water, roads, hospitals, bills, and who gets to decide. The PPP can respond. It can give real power to elected local governments, in line with Article 140A and the Supreme Court’s judgment. It can release the local share of provincial funds on time. It can put water, waste and planning under one accountable city authority. It can publish contract awards and solar delivery figures house by house.

Hospitals will keep being restored, and ribbons will keep being cut. But a ribbon is not a ledger, and eighteen years is long enough to be asked for the ledger.

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Thursday’s Mini-Report, 10.29.26

29 October 2026 at 21:30

Today’s edition of quick hits.

* Good news on growth, bad news on inflation: “The pace of price increases stepped up in September, keeping inflation well above the Federal Reserve’s target, while the economy grew faster than expected in the third quarter, according to Commerce Department reports Thursday.”

* That we knew this was coming doesn’t make it any easier to swallow (or inhale): “President Donald Trump said Tuesday that his administration is ‘terminating’ a Biden-era rule that aimed to cut planet-warming emissions of methane from oil and gas drilling. Trump said during a campaign rally in Texas that the change would save companies and consumers billions of dollars and unlock 210 million barrels of oil. That’s equivalent to about 10 days of U.S. petroleum consumption.”

* The obvious call: “A federal judge has denied the Trump administration’s request for an emergency order that would have forced California to set aside mail ballots from more than 20,000 registered voters whom the Department of Homeland Security has identified as ‘likely’ noncitizens.”

* Another heartening ruling: “Chronically ill people on Medicaid won’t be bound by new work requirement rules that the latest Trump administration guidance requires in order to qualify for ‘medically frail’ exemptions, a federal judge ruled Thursday.”

* The White House’s pal in Pyongyang wants attention again: “North Korea launched a barrage of ballistic missiles toward its eastern waters Thursday, South Korea’s military said, days after the North threatened to resume front-line propaganda loudspeaker broadcasts and deploy new weapons along the rivals’ tense border. The launches also followed leader Kim Jong Un’s surprise weekend visit to China, the North’s main ally and economic pipeline, to push for greater cooperation.”

* Putting the government back together again is going to be a dramatic undertaking: “President Donald Trump has overseen the departure of about 1 in every 5 government workers since the start of his second term, a faster and deeper overhaul than under any recent predecessor, a Washington Post analysis found. By some metrics, Black people — who have historically made up a larger portion of government employees compared with their share of the population — were hit hardest, The Post found.”

* Trump doesn’t often surprise me, but I’ll confess I didn’t see this latest rhetorical trend coming: “Trump has long had a penchant for complimenting — or disparaging — the physical appearances of his allies and enemies alike. But a new analysis by The Washington Sun shows that Trump has referenced physical appearance almost three times as much in the past year as he did during the same period in the 2016 campaign.”

See you tomorrow.

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Field Marshal Reaches Tehran during Testing Times

29 October 2026 at 19:52

High-stakes diplomacy was seen. Three Muslim countries flew to Iran. Meetings organised by Turkish, Pakistani, and Saudi Arabian officials with European leaders of the UK, France and Italy last Friday in Istanbul paved the way for Pakistan to take credit for organising this assembly of influentials in Tehran a day before the general elections in Israel. The situation in reality is much more complicated than it appears.

Reportedly, Houthi militia activities inside Saudi Arabia and impending US-Israel combined strikes on Iran were two areas of discussion.  How much time participants give to each issue, and with what attitude and seriousness, remains to be seen.  However, the kinetic happening of the last three weeks between Saudi Arabia and Yemen and its aftermath remained a source of concern for Saudi Arabiaas well as other Mecca pact signatories.

A significant part of the meeting was concerning the Houthi militia’s activities at a time when Saudi Arabian interceptors are down by 91%. Saudi Arabia is under maximum vulnerability and continuous pressure but is operating with a lot of maturity. Why Saudi Arabia is under so much pressure from many directions is by itself a bigger question.One school of thought argues that pressure on KSA is about renegotiating and reconfiguring US military presence, and that the US wants Saudi Arabia to take the initiative.

On the other hand, Saudi Arabia is not only reluctant but has some reservations and sees other alternatives. Not allowing free use of its air space during active war period in the recent past, Mecca pact and military cooperation with Ukraine are few recent steps which speak of Saudi desire for a broad based, multifaceted security umbrella than the US specific shield which she wore for 65 years.

Participation in the meeting, especially by the Saudi defence minister, was exceptionally significant. It has melted the ice where diplomacy has been allowed to stretch its limits and resultantly the situation might evolve differently aftera week or so. Reportedly, Iran has remained stubborn and apparently made very few concessions. Iran’s strategy was very clear. If we are safe, you all are safe, and vice versa. Iran’s body language seemed more prepared to absorb the impending combined strikes than to make any concessions at this point. A window of six strike days is available before celebrating mid-term election results and Netanyahu’s victory in the USA and Israel on 4 Nov.

This is still possible if Iran gets permission to sell its oil in return for opening the Strait of Hormuz.  It might work for Trump at home as a last resort. It will not be a winning situation, but it may avert the disaster of war. Trump’s options, though limited, are still doable. At the same time, the global arena smells bad, as if a strike decision has already been made.  If Iran survives and retaliates, the world will see a kind of recession and events not seen before.

Let’s hope and pray that sense prevails over madness. Peculiar to Pakistan, in the event of a lingering and expanding Middle East conflict, the widening gap between military pressure and negotiated settlement had to be bridged. It’s a diplomatic race led by Field Marshall to prevent a wider Middle East war.  Pakistan has definitely created an opportunity, but timing could not be more critical than where the clock stands today.  All four countries have agreed to continue consultations on regional peace and security, which speaks to the talks’ conclusive nature and is exceptionally encouraging. Ice between Iran and Saudi Arabia is cracking if not yet melting and is likely to pave way for regional security and stability.

The US and the world need to understand how fragile temporary halts are during complicated, consequential issues.  Pakistan and its top leadership are extending diplomatic reach while promoting collective understanding by tying commitments to verifiable outcomes. Lastly, what did Field Marshall actually do in Tehran? The report says he offered a deal to Iranian officials with Donald Trump’s blessing.  It had something for both America and Iran. If approved, Mecca pact and Qatar shall act as guarantors.

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Team Trump pushes notorious phrase linked to white supremacists (again)

29 October 2026 at 19:37

If you spend enough time paying attention to political messaging, you’ll inevitably hear about “dog whistle” politics. The idea is straightforward: Just as actual dog whistles can only be heard by canines, officials and candidates often use coded language to deliver subtle messages to targeted audiences in ways that are not immediately obvious to everyone else.

Donald Trump and his allies have been using these rhetorical tactics quite a bit lately.

On Wednesday afternoon, for example, the official “war room” account for the president’s political operation published an item to social media that read, “Which way Western Man?” The typical person might not have given this much thought, but it’s quite likely that fascists recognized the phrasing immediately.

Last year a Newsweek report supplied the relevant context after Trump’s Department of Homeland Security pushed a similar message:

The Trump administration has been accused of quoting a white supremacist who was backed by a Neo-Nazi group, as part of its social media campaign to recruit immigration enforcement agents.

In a post shared to X on Monday, the Department of Homeland Security (DHS) said “Which way, American man?”, a quote appearing to reference Which Way, Western Man, a 1978 book by the avowed white supremacist William Gayley Simpson, who argued Hitler was right and Jews must be killed.

The post from the president’s official “war room” account came three weeks after Homeland Security Secretary Markwayne Mullin published an item of his own via social media that accused the left of trying to “vandalize the demographics of America.”

For some generous observers, it might be tempting to give the Republican administration the benefit of the doubt, but there’s also a track record to consider. The New York Times reported earlier this year:

The posts have referred to neo-Nazi literature, ethnic cleansing and QAnon conspiracies, mused about deporting nearly a third of the U.S. population, and promoted lyrics from an anthem bellowed by the far-right militants of the Proud Boys.

Their authors are not on society’s fringe. They are in the offices of the White House and the departments of Homeland Security and Labor, using official government accounts.

The article highlighted several messages, including one from January in which the White House and DHS jointly posted a recruitment ad for Immigration and Customs Enforcement. The message began, “WE’LL HAVE OUR HOME AGAIN.”

It wasn’t long before observers noted this same phrase is the name of a song, which, as the Times noted, was written by members of a self-described “pro-White fraternal order” and has been embraced by white nationalist groups.

To be sure, administration officials have repeatedly denied that they’re trying to send signals to right-wing extremists and have insisted that the rhetorical similarities are coincidental.

That said, William Braniff, director of the Polarization and Extremism Research and Innovation Lab at American University, told the Times that one or two posts might be easy to overlook. But “when you add it all together,” Braniff said, “it’s much harder to dismiss.”

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‘Sick of the waste’: Democrats seize on Linda McMahon’s office furniture flap

29 October 2026 at 18:48

When Ben Carson led the Department of Housing and Urban Development, he faced a variety of controversies, but one of the most embarrassing involved furniture he bought for his office at taxpayer expense. In one especially memorable congressional hearing, the then-secretary offered a rambling, and at times contradictory, explanation for the spending, initially saying the furniture was necessary in part for “security” reasons, before ultimately blaming his wife.

Around the same time, then-Environmental Protection Agency Administrator Scott Pruitt also spent more than $43,000 to install a soundproof phone booth in his office for reasons that never made any sense.

Nothing of consequence came of the incidents, even if the controversies might have served as cautionary tales for future Cabinet members: It’s best to exercise caution when it comes to public funds and office decor.

It’s a lesson Education Secretary Linda McMahon, who actually served alongside Carson in the first Trump administration, failed to learn. The New York Times reported:

Linda McMahon, the education secretary, plans to spend $43,000 on new furniture for her government office, a work space makeover that comes as she lobbies Congress to shut down her department.

Ms. McMahon’s team has informed Congress that her current furniture is worn out and “cannot be configurationally or aesthetically integrated into the agency’s new office space,” according to Education Department records reviewed by The New York Times that have not been publicly disclosed.

I know effectively nothing about interior design, but I suppose “cannot be … aesthetically integrated” is another way of saying “looks funny.”

The amount of money is notable in its own right, but that McMahon wants to spend money on furnishing an office she doesn’t think should exist adds an element to the story that makes it unavoidably worse.

Two Democratic senators — Patty Murray of Washington, the vice chair of the Senate Appropriations Committee, and Tammy Baldwin of Wisconsin, the ranking member of the Senate Appropriations Subcommittee on Labor, Health and Human Services, Education and Related Agencies — wrote to the secretary this week, pressing her to abandon her spending plans.

“It has come to our attention that as you cut off funding for students, push out staff, and do all you can to illegally dismantle the very department you lead, you plan to spend $43,278.64 on new furniture for your own office,” the senators wrote. “You vowed to put yourself out of a job; now you expect American taxpayers to pick up the tab to refurnish your own office.”

“Secretary McMahon, you have asked students, families, and teachers across the country to endure extraordinarily painful cuts in the name of ‘fiscal responsibility,’ and you have pushed out nearly half of the staff at the Department,” they added. “This year, you have asked Congress to slash funding for important K-12 programs and to cut funding for higher education programs by nearly $5 billion. But it is clear that you do not think that you should have to abide by the same rules you want to apply to others.”

Murray and Baldwin concluded, “The American people are sick of the corruption, sick of the waste, and sick of the hypocrisy coming out of all corners of this administration.”

The Education Department’s press secretary told the Times the agency was “saving taxpayers millions of dollars,” in large part by moving to smaller offices as part of the broader effort to dismantle the department altogether. It’s a line McMahon is likely to repeat the next time she testifies on Capitol Hill.

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