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EasyJet annuncia l’arrivo del Wi-Fi sui suoi voli low cost grazie a Starlink: Ryanair la deride con la pecora di Elon Musk. Ecco come funziona e i prezzi

30 October 2026 at 08:14

La cabina di un volo low cost europeo rappresenta, ad oggi, l’ultimo vero santuario della disconnessione forzata. L’unica zona d’ombra in cui lo smartphone perde la sua onnipotenza, garantendoci un’ora o due di isolamento assoluto tra le nuvole, al riparo da email, notifiche e messaggi. Ma questa bolla di irraggiungibilità ha ormai i giorni contati. Con l’annuncio ufficiale di easyJet, che a partire dal 2027 doterà la propria flotta di connessione Wi-Fi grazie all’installazione delle antenne Starlink, si prepara a cadere anche l’ultimo baluardo dell’offline.

La seconda più importante compagnia a basso costo d’Europa si unisce così alla schiera di aviolinee che hanno bussato alla porta di Elon Musk per fornire internet ad alta velocità ad alta quota. Un servizio che cambierà radicalmente l’esperienza di viaggio, ma che porta con sé un’incognita non da poco per il portafogli dei passeggeri. Il comunicato ufficiale diffuso dalla low cost britannica non chiarisce infatti i termini dell’accordo commerciale, glissando sulla domanda cruciale: la connessione sarà offerta gratuitamente o richiederà un sovrapprezzo? Contattata dal Corriere, una portavoce dell’azienda si è limitata a prendere tempo, dichiarando che “i dettagli sui prezzi ed eventuali modalità di accesso gratuito saranno forniti più avanti”. L’ipotesi più accreditata, considerando il modello di business del vettore, è che la navigazione in volo diventi un servizio extra a pagamento.

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Il volo low cost da record tra Amsterdam e Mumbai: quasi 10 ore su un aereo da tratte brevi, senza sedili reclinabili e con 4 bagni per 195 passeggeri. Il prezzo? 478 euro andata e ritorno

29 October 2026 at 13:48

Vorreste andare in India volando con una compagnia low cost e pagando appena 478 euro per un biglietto diretto di andata e ritorno? Ebbene sappiate che potete farlo, ma a un patto: abbandonare qualsiasi idea di comodità. L’esperienza prevede infatti di trascorrere circa dieci ore chiusi in un aereo a fusoliera stretta, identico ai velivoli impiegati dai vettori economici europei per i brevi spostamenti di una o due ore. A bordo non ci sono schermi per l’intrattenimento, non c’è connessione a Internet e gli schienali non sono reclinabili. Lo spazio riservato alle gambe si ferma a 71 centimetri — lo stesso standard offerto da Wizz Air — e per circa 200 passeggeri sono disponibili appena quattro bagni. L’unica concessione riguarda i pasti e le bevande analcoliche, che vengono serviti gratuitamente.

Questa configurazione estrema è la realtà del volo “6E 21” operato da IndiGo, la principale compagnia low cost indiana, sulla rotta di quasi 6.900 chilometri che collega Mumbai ad Amsterdam. Fino al 24 ottobre la tratta veniva coperta utilizzando i Boeing 787 a doppio corridoio noleggiati da Norse Atlantic, ma dal 25 ottobre la compagnia ha introdotto l’Airbus A321Xlr, inaugurando la rotta più lunga al mondo mai operata con questo jet a corridoio singolo progettato per le distanze intercontinentali.

Secondo le statistiche rilevate da Flightradar24, il collegamento dalla megalopoli indiana allo scalo olandese richiede una durata media effettiva di 9 ore e 40 minuti, mentre il tragitto inverso da Amsterdam a Mumbai scende a una media di 8 ore e 51 minuti grazie alla spinta dei venti favorevoli. A livello operativo, come attesta il database di analisi aeronautiche Cirium, la compagnia ha depositato ufficialmente un “block time” (l’arco di tempo complessivo previsto da gate a gate) di quasi 10 ore e mezza.

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“Chi sgarra perde la valigia”: Ryanair cambia ancora le regole sui bagagli, dal 10 novembre scatta la chiusura anticipata dei banchi del check-in

29 October 2026 at 08:35

Ryanair cambia ancora le sue regole, e questa volta il rischio di veder sfumare il proprio viaggio ancor prima di raggiungere i controlli di sicurezza è decisamente alto per chi è abituato ad arrivare in aeroporto sul filo di lana. A partire da martedì 10 novembre, la compagnia aerea irlandese imporrà una nuova stretta sui tempi di consegna delle valigie: i banchi per la registrazione e il rilascio dei bagagli da stiva (bag drop) chiuderanno tassativamente 60 minuti prima dell’orario di partenza del volo, cancellando il precedente limite fissato a 40 minuti.

Quei 20 minuti in meno, che sulla carta potrebbero sembrare uno scarto marginale, nella caotica realtà aeroportuale possono segnare il confine tra una partenza serena e la perdita del volo, specialmente se si mettono in conto imprevisti come il traffico cittadino, il ritardo di una navetta o file prolungate ai terminal.

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Perché controlliamo il passaporto dieci volte prima di partire e fotografare tutto può farci ricordare meno? Ecco cosa succede al nostro cervello quando viaggiamo secondo le neuroscienze

28 October 2026 at 15:40

Il passaporto è nella tasca interna della borsa, dove lo abbiamo infilato pochi minuti fa. Eppure la mano torna a cercarlo prima di chiudere la porta, poi in taxi, poi nella coda dell’aeroporto. Apriamo la cerniera, controlliamo, richiudiamo. Anche un viaggio desiderato per mesi può cominciare con questa minuscola, ostinata richiesta di rassicurazione. Salvatore Sicuso dedica a quei gesti alcune delle pagine più riconoscibili di L’uomo non ha mai smesso di viaggiare, saggio pubblicato dall’autore (StreetLib, 158 pagine, 12,90 euro). Manager del turismo, settore nel quale lavora da oltre vent’anni, segue le partenze lungo un arco che va dalla preistoria all’esplorazione spaziale. Al racconto storico affianca una domanda più vicina alle nostre valigie: che cosa fanno l’attesa, la novità e il ricordo al modo in cui viviamo un viaggio?

«Si ricontrollano i documenti, si apre ancora una volta la valigia», scrive. Sicuso interpreta questi piccoli controlli come tentativi di ridurre l’incertezza: ci stiamo allontanando da un ambiente nel quale sappiamo muoverci e prepariamo il necessario per uno che conosciamo meno. Il suo ragionamento applica ai preparativi l’idea del cervello come sistema impegnato a formulare e aggiornare previsioni. Il documento al proprio posto offre una certezza concreta, mentre restano da affrontare una coincidenza, una lingua, un indirizzo mai raggiunto prima. L’inquietudine trova così qualcosa di verificabile a cui dedicarsi.

La vacanza che immaginiamo prima di partire

Del resto, quando arriviamo in aeroporto abbiamo già trascorso parecchio tempo in viaggio con l’immaginazione. Abbiamo studiato la distanza fra l’albergo e il centro, ingrandito la fotografia di una terrazza, discusso se valesse la pena aggiungere una notte. In quelle scene ci siamo già collocati: sappiamo come vorremmo occupare una mattina, che cosa speriamo di vedere dalla finestra. «In un certo senso, la mente parte sempre qualche giorno prima del corpo», osserva Sicuso. Il libro introduce la prospezione, cioè la capacità di rappresentarsi eventi futuri, e la riconduce a un’esperienza familiare a chiunque abbia organizzato una partenza.

La città che ci immaginiamo prima di partire prende forma anche attraverso luoghi ed esperienze che conosciamo già. Ricordare il passato e immaginare il futuro coinvolgono infatti in parte gli stessi sistemi cerebrali: lo osservarono Donna Rose Addis e i suoi colleghi in uno studio pubblicato su Neuropsychologia nel 2007. Fra le aree comuni figurava l’ippocampo, coinvolto nella memoria. Per costruire mentalmente una scena che deve ancora accadere possiamo attingere a elementi dell’esperienza e ricombinarli.

L’industria turistica lavora da tempo su questa disponibilità a immaginarsi altrove. Sicuso lo nota a proposito di cataloghi, fotografie e video: «Offrono al cervello il materiale con cui costruire una simulazione del futuro». Una camera vista mare suggerisce già un risveglio; la fotografia di una strada invita a figurarsi una passeggiata. Nella scelta entrano il prezzo e i collegamenti, insieme a un’idea di come potremmo sentirci durante quei giorni.

A questo discorso Sicuso collega la dopamina, un messaggero chimico coinvolto, fra le altre funzioni, nell’apprendimento legato alle ricompense. Gli esperimenti sui primati discussi da Wolfram Schultz, Peter Dayan e Read Montague su Science nel 1997 mostrarono che, dopo l’apprendimento, la risposta di determinati neuroni poteva spostarsi dalla ricompensa al segnale che la annunciava. Sicuso richiama questi meccanismi per interpretare il desiderio di partire: un’applicazione al viaggio di ricerche condotte sull’apprendimento e sulle ricompense.

Le partenze hanno anche una storia sociale

Nelle pagine storiche, Sicuso accosta le migrazioni preistoriche ai commerci, passa per Marco Polo e le esplorazioni oceaniche, arriva al Grand Tour e alle ferie del Novecento. Le ragioni degli spostamenti cambiano enormemente: trovare risorse, negoziare merci, raggiungere un luogo sacro, conquistare territori, riposare. La continuità che il libro cerca riguarda la necessità di orientarsi, interpretare un ambiente e fare i conti con ciò che si incontra. La libertà di scegliere una vacanza resta diversa dalla necessità di spostarsi per sopravvivere. Anche la Via della Seta acquista interesse se la si osserva come una rete di percorsi terrestri e marittimi, lungo i quali circolavano merci, conoscenze e credenze. È la prospettiva documentata dal programma dell’Unesco dedicato a quelle rotte. Il tessuto che dà loro il nome accompagna una storia di scambi assai più ampia: tecniche di produzione e abitudini passavano da una comunità all’altra attraverso commerci e incontri. Il viaggio poteva modificare la vita di persone che non avevano mai lasciato la propria città.

Con il Grand Tour, al quale il volume dedica un capitolo, il viaggio diventa anche una credenziale sociale. I giovani aristocratici attraversano l’Europa con precettori e servitori, frequentano collezioni, comprano opere d’arte, affinano il gusto. Tornare dall’Italia permette di esibire una formazione riconoscibile a chi appartiene allo stesso ambiente. Sicuso richiama il concetto di capitale simbolico di Pierre Bourdieu: il prestigio che deriva da esperienze, conoscenze e segni di appartenenza. Aver visto certi luoghi rende più facile entrare in determinate conversazioni. Un ritratto di Pompeo Batoni permette di osservare questa costruzione del prestigio nei dettagli: Sir Gregory Page-Turner, dipinto nel 1768-1769. Come spiega la National Gallery, il giovane si fa rappresentare con una marsina appena acquistata, bordata d’oro, assumendo una posa ispirata all’Apollo del Belvedere. Il dipinto rende visibili insieme il guardaroba e la cultura acquisiti durante il soggiorno. La cura con cui oggi scegliamo la fotografia da pubblicare può trovare qui un precedente da osservare: il desiderio che gli altri riconoscano, nell’immagine del nostro viaggio, qualcosa della persona che vogliamo essere.

L’accesso al viaggio si allarga poi attraverso innovazioni molto pratiche, e il capitolo su Thomas Cook restituisce una delle origini meno ricordate del turismo organizzato. Il 5 luglio 1841 Cook porta circa cinquecento persone da Leicester a Loughborough per un incontro del movimento della temperanza, impegnato contro il consumo di alcol. Il Leicester City Council documenta il prezzo di uno scellino a passeggero, le carrozze aperte e la banda al seguito. La giornata prevede discorsi, giochi e tè. Il primo viaggio commerciale di Cook, verso Liverpool, arriverà nel 1845. Nella storia delle vacanze organizzate trova dunque posto anche una campagna per la sobrietà. L’organizzazione offre qualcosa che rimane prezioso anche al viaggiatore contemporaneo: sapere come raggiungere una meta, dove dormire, a chi rivolgersi quando serve. Nel libro, la crescita dei servizi turistici permette di leggere il rapporto fra desiderio di novità e ricerca di sicurezza. La sorpresa piace più facilmente quando alcune incombenze sono risolte. Si può voler conoscere un paese lontano e, allo stesso tempo, preferire che qualcuno abbia già verificato il trasferimento dalla stazione all’albergo.

Le strade che impariamo a riconoscere

Una volta arrivati, anche le operazioni modeste chiedono attenzione. Bisogna capire da quale lato esce la metropolitana, riconoscere l’incrocio che porta all’albergo, leggere un menu con ingredienti sconosciuti. Sicuso insiste su questo lavoro poco spettacolare, attraverso il quale l’ambiente comincia a diventare familiare. Chi torna alla stessa piazza per la terza volta può riconoscerla dalla facciata di un palazzo o dall’insegna di un negozio: sta imparando a usare riferimenti che il giorno precedente non possedeva.

Il caso scientifico più noto richiamato nel volume riguarda i tassisti londinesi. Nel 2000 Eleanor Maguire e i suoi colleghi rilevarono in questi professionisti un maggiore volume della parte posteriore dell’ippocampo rispetto ai soggetti di confronto. Nel 2011 Katherine Woollett e Maguire aggiunsero un elemento decisivo seguendo aspiranti tassisti durante gli anni di preparazione: in chi otteneva la qualifica aumentava il volume di materia grigia nell’ippocampo posteriore; lo stesso cambiamento non emergeva in chi non si qualificava né nel gruppo di controllo. È un esempio concreto di plasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi in relazione all’esperienza. La ricerca riguarda però un apprendimento spaziale intenso, protratto per anni. Non permette di attribuire a un fine settimana fuori casa gli stessi effetti. Aiuta, piuttosto, a dare consistenza a una delle domande del libro: che cosa richiede imparare a muoversi in un ambiente? A rendere interessante un luogo nuovo possono essere anche le capacità che ci obbliga a esercitare, oltre a ciò che offre da visitare.

Fotografare e ricordare sono due attività diverse

Sul posto, intanto, c’è un’altra attività a contendersi la nostra attenzione: preparare il racconto per chi è rimasto a casa. «Significa che al viaggio si è aggiunto un secondo sguardo: quello di chi vive un momento e, nello stesso tempo, immagina già come potrà raccontarlo», scrive Sicuso. Il libro coglie una situazione ordinaria senza liquidarla come vanità: osserviamo un paesaggio, cerchiamo un’inquadratura, pensiamo a chi vedrà quell’immagine. L’esperienza e la sua rappresentazione procedono ormai spesso insieme.

Uno degli studi citati in bibliografia riguarda proprio ciò che ricordiamo dopo aver fotografato. Linda Henkel, della Fairfield University, pubblicò nel 2014 su Psychological Science due esperimenti condotti durante visite a un museo. Quando i partecipanti fotografavano gli oggetti per intero, ne ricordavano meno e conservavano meno dettagli rispetto a quando si limitavano a osservarli. Se invece usavano lo zoom per concentrarsi su un particolare, quello svantaggio non emergeva. Il risultato riguarda quei compiti sperimentali; suggerisce che anche il modo di fotografare, e l’attenzione che richiede, possa fare differenza. Il rapporto fra oggetti e memoria attraversa il libro anche attraverso i souvenir. Un biglietto ferroviario conservato fra le pagine di una guida, una ceramica, una spezia comprata al mercato possono diventare appigli per recuperare un episodio. Il valore economico spiega poco di quella capacità: un oggetto insignificante per chiunque altro può richiamare una conversazione o una persona. Sicuso segue il viaggio fino a questa sopravvivenza domestica, quando le cose riportate a casa entrano negli scaffali, nei cassetti, nelle abitudini.

Anche il racconto cambia. «Una giornata faticosa può trasformarsi, anni dopo, nell’episodio che raccontiamo con maggiore divertimento», osserva l’autore. Il treno perso, la pioggia, l’indirizzo sbagliato possono acquistare una fortuna narrativa che, mentre li affrontavamo, avremmo volentieri evitato. La memoria seleziona e rielabora; al ritorno abbiamo già cominciato a scegliere quali momenti riferire agli amici e quali lasciare fuori. Più avanti, un episodio può assumere un significato diverso perché è cambiata la nostra vita. Quanto tutto questo ci trasformi resta una questione aperta, e Sicuso lo riconosce nelle pagine finali: «Il viaggio, quindi, non ci trasforma automaticamente». Poco prima delle conclusioni ribadisce: «Viaggiare non ci rende necessariamente migliori». Si può tornare avendo imparato a interpretare un’abitudine, risolto un problema inatteso, riconsiderato una comodità di casa. Sono cambiamenti possibili, la cui importanza dipende dall’esperienza e da chi la vive. Il numero dei paesi visitati, da solo, dice poco.

Del viaggio programmato con tanta cura potrebbe restare soprattutto la strada imboccata per sbaglio. Quanto al passaporto, con ogni probabilità lo controlleremo di nuovo.

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Passaggi segreti tra i palazzi, botteghe della seta e una brasserie di 190 anni: un weekend alla scoperta di Lione, la città francese dove sono nati il cinema e la grande gastronomia

28 October 2026 at 15:25

Lione non è semplicemente una città: è un’esperienza sensoriale, una sinfonia di pietra, luce e sapori. Adagiata lungo la fluida convergenza del Rodano e della Saona, Lione è la capitale indiscutibile della gastronomia mondiale e culla del cinema – nel 1895 i fratelli Auguste e Louis Lumière inventarono il Cinématographe –, capace di ammaliare chiunque ne varchi i confini. Passeggiare per le sue vie significa compiere un viaggio nel tempo, dove l’eleganza rinascimentale dei vicoli si sposa perfettamente con la vitalità di un’avanguardia culturale frizzante ed ecosostenibile. Tra le luci dorate che accarezzano i suoi ponti al tramonto e i profumi invitanti che escono dalle cucine dei suoi storici locali, Lione incanta, accoglie e conquista al primo sguardo.

Arte urbana, sapori tradizionali e crociere sulla Saona

Il viaggio parte tra i colori e la creatività urbana con un suggestivo tour nel quartiere dei murales dedicato ai grandi personaggi di Lione. Lungo le facciate dei palazzi prende vita la storia della città attraverso le immagini dei suoi celebri cittadini, primo fra tutti il leggendario chef Paul Bocuse, icona indiscutibile della gastronomia mondiale. Dopo questa immersione nell’arte visiva, ci si sposta nel cuore della tradizione per un pranzo da Les Fines Gueules. Certificato come autentico “Bouchon Lyonnais”, questo accogliente ristorante situato nel centro storico di Vieux Lyon propone una cucina conviviale, preparata con prodotti freschi e specialità tipiche francesi.

Il pomeriggio regala una pausa di relax con una crociera verso l’Île Barbe. Navigando lungo le acque della Saona si possono ammirare da una prospettiva privilegiata le sponde cittadine e gli scorci più romantici di Lione, fino a raggiungere la piccola isola nota per il suo affascinante patrimonio storico.

Da vedere, unico in Francia e situato nel Vieux Lyon (Hôtel de Gadagne), il Musée des Arts de la Marionnette custodisce oltre 300 marionette da tutto il mondo, con un focus su Guignol, icona locale. Un viaggio interattivo e suggestivo nel teatro di figura per grandi e piccini.

La serata culmina con una cena da L’Atelier des Augustins, ristorante di alta cucina con una stella Michelin nel 1° arrondissement. Qui, lo chef propone menu degustazione a sorpresa focalizzati su creatività, stagionalità e sostenibilità a chilometro zero, valorizzando le eccellenze dei produttori locali.

Panoramica dalla Basilica e la magia di Vieux Lyon

La giornata successiva prosegue salendo sulla collina di Fourvière con la funicolare: il modo più iconico e tradizionale, a cui si accede direttamente all’interno della stazione della metropolitana di Vieux-Lyon. Prima di una visita guidata ai tetti della Basilica, è d’obbligo una sosta sulla spianata adiacente alla Basilica di Notre-Dame de Fourvière, che permette di ammirare uno straordinario panorama sull’intera città. Il tour è davvero unico: dalla terrazza di San Michele fino in cima alla Torre dell’Osservatorio, lo sguardo spazia su tutto il sito storico di Lione, tutelato dall’UNESCO.

Per il pranzo, il consiglio è Le Bœuf d’Argent (Vieux Lyon), che propone un’eccellente cucina franco-italiana fatta in casa. La chef Viviana Pisacane, tra i protagonisti dell’edizione 2026 di Top Chef, rielabora con estro e passione i prodotti locali, lasciandosi ispirare dalle sue origini italiane.

Nel pomeriggio ci si perde tra le meraviglie di Vieux Lyon: tra i vicoli ciottolati del quartiere Saint-Jean, attraversando le sue miraboules (cortili interni) e i celebri traboules, i passaggi pedonali coperti che collegano un palazzo all’altro. Con i suoi edifici del XV e XVI secolo in perfetto stile gotico e rinascimentale, questo quartiere è stato il primo in Francia a essere iscritto nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

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Lione

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Vieux Lyon

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Teatro di Guignol

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Avanguardie industriali e convivialità contemporanea

Lione è anche capitale dell’arte contemporanea grazie alla celebre Biennale d’Art Contemporain. L’edizione 2026 trova la sua scenografia ideale in Les Grandes Locos, ex sito industriale ferroviario a La Mulatière. All’interno delle sue imponenti campate industriali prendono vita opere su grande scala sul tema “Moving from one dream to another”.

Per l’aperitivo e la cena ci si sposta nel quartiere Gerland a La Commune. Nato nel 1907 come laboratorio di falegnameria e diventato nel 2018 il primo food court di Lione, questo spazio polifunzionale è al tempo stesso un incubatore culinario, un centro culturale con un ricco calendario di eventi gratuiti e un accogliente bar focalizzato su bevande biologiche e francesi.

Il fascino della seta e i grandi simboli della città

Altra bellezza da scoprire a Lione è il Museo Soieries Brochier, uno spazio affascinante dedicato alla storia, ai tessuti e al saper fare della storica impresa familiare leader nella lavorazione della seta. A breve distanza sorge il Grand Hôtel-Dieu, monumentale edificio affacciato sul Rodano: un tempo antico ospedale cittadino, oggi sapientemente trasformato in un elegante polo che unisce boutique, ristoranti e spazi culturali.

A pranzo ci si ferma in una vera e propria istituzione: la Brasserie Georges a Perrache. Fondata nel 1836 dal mastro birraio alsaziano Georges Hoffherr, quest’anno festeggia ben 190 anni di storia. Famosa per il suo spettacolare arredamento Art Déco, serve i piatti della tradizione accompagnati da birre artigianali prodotte direttamente in loco.

Il pomeriggio è dedicato all’architettura d’avanguardia per scoprire il quartiere Confluence. Situato nel punto di incontro tra Rodano e Saona, questo ex sito industriale è stato convertito in un distretto moderno ed ecosostenibile, famoso per il suo design futuristico e per la presenza del Musée des Confluences.

Da non perdere è anche La Maison des Canuts, sulla collina della Croix-Rousse, un museo dedicato ai Canut, i tessitori di seta di Lione attivi nel XIX secolo. Vengono proposte visite guidate arricchite da vere dimostrazioni di tessitura nell’atelier a porte aperte, in cui è possibile osservare i procedimenti di lavoro del XIX secolo attraverso antiche macchine ancora funzionanti. Nel museo si ripercorre la storia dell’industria della seta a Lione, dal 1536 fino ai giorni nostri.

Un buon indirizzo per pranzare è la Brasserie Roseaux, dove gli chef Tabata e Ludovic Mey mettono in scena i grandi classici della cucina francese in un’atmosfera conviviale e raffinata, servendo le portate direttamente al tavolo di fronte agli ospiti. La dimora perfetta per il soggiorno è l’Hotel Phénix, una deliziosa struttura a quattro stelle adagiata sulle rive della Saona nel quartiere di Vieux Lyon. Ospitato all’interno di un elegante edificio d’epoca, l’hotel unisce il fascino d’altri tempi ai più moderni comfort. Attraversando semplicemente il ponte si raggiunge in pochi minuti a piedi la vivace Presqu’île, con i suoi teatri, le boutique e i famosi bouchons lionesi. Un punto di partenza strategico per vivere la città sia di giorno che di sera, rientrando poi nella quiete e nel calore di un’accoglienza raffinata.

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L’aereo EasyJet atterra a Berlino, ma in stiva non c’è neanche una valigia: “Tutti i bagagli lasciati a Napoli per carenza di carburante”. La scoperta choc dei passeggeri all’arrivo

28 October 2026 at 15:24

Il volo è arrivato a destinazione senza intoppi, ma quando i passeggeri si sono radunati davanti ai nastri di riconsegna, ad attenderli c’è stata un’amara sorpresa: l’aereo era completamente vuoto. Nessun bagaglio da stiva era stato caricato a bordo del volo Easyjet EJU5054 decollato giovedì della scorsa settimana dall’aeroporto di Napoli Capodichino e diretto a Berlino. La motivazione fornita dalla compagnia aerea britannica, riportata dal quotidiano tedesco Bild, ha dell’incredibile: un limite di peso imposto da una carenza di carburante.

La macchina è atterrata all’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER) alle 23:19, rispettando sostanzialmente il ruolino di marcia. I problemi sono iniziati al terminal arrivi. Benjamin Hammerschmidt, un passeggero di Eichwalde intervistato dal quotidiano locale Märkische Oderzeitung (MOZ), ha raccontato che sul tabellone del nastro trasportatore è apparsa quasi subito la scritta “completed” (operazione conclusa), sebbene nessuna valigia fosse stata scaricata. Solo dopo un quarto d’ora di smarrimento collettivo, i viaggiatori hanno appreso la doccia fredda: le stive dell’aereo erano vuote.

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L’albergo che insegnò a Sorrento a guardare il mare

28 October 2026 at 03:45

C’è stato un tempo in cui a Sorrento si arrivava, si guardava il golfo e si ripartiva. I viaggiatori europei erano attratti dalla costa, dalla luce, dai luoghi legati a Torquato Tasso, ma la città restava una tappa, non una meta. Poi tutto è cambiato. Lo racconta la docente di Storia del turismo all’Università Federico II di Napoli Annunziata Berrino in Alle origini del turismo. Il Grand Hôtel Vittoria a Sorrento dei Rispoli Fiorentino, in libreria dal 6 novembre per il Mulino.

Tutto comincia con Aniello Rispoli, tra i primi a capire che Sorrento poteva essere un luogo in cui fermarsi, e non soltanto da visitare. La sua intuizione fu quella di dare al panorama un ruolo nuovo. L’albergo venne pensato per i viaggiatori e costruito in rapporto con il mare: posizione, luce, affacci e giardino facevano parte del progetto fin dall’inizio. Oggi scegliere una camera per la vista sembra scontato; mentre allora era una scelta lungimirante, che secondo Berrino anticipava persino la vicina Napoli, già ben inserita negli itinerari del viaggio europeo.

La stessa cura si estendeva a tutto ciò che accadeva fuori dalla camera. Gli ospiti potevano affidarsi all’albergo per organizzare carrozze, barche ed escursioni, accompagnati da persone conosciute e fidate. Cucina, servizio e cura degli spazi completavano un soggiorno pensato per vivere il territorio con agio e sicurezza. Era, in sostanza, un’ospitalità che andava già oltre il semplice pernottamento.

Attingendo a documenti d’archivio e pubblicazioni dell’epoca, Berrino segue poi il passaggio di quella visione alla famiglia Fiorentino, che ne raccolse l’eredità e ha guidato l’albergo attraverso le generazioni. Oggi, alla sesta, la famiglia continua a gestirlo, e l’Excelsior Vittoria resta uno dei rari grandi alberghi storici italiani rimasti nelle mani della stessa famiglia dal 1834.

Chi ci entra oggi trova un cinque stelle lusso, membro di The Leading Hotels of the World, arroccato sulla scogliera davanti al Golfo di Napoli e al Vesuvio. La tradizione vuole che sotto la proprietà si trovino i resti di una villa dell’imperatore Augusto, e il passato si mostra ovunque: nelle colonne settecentesche, nei soffitti affrescati, negli arredi d’epoca. Le ottanta camere, di cui quarantanove suite, si dividono tra tre edifici, La Vittoria, La Favorita e La Rivale, immersi in un parco di due ettari tra agrumi e ulivi. Un ascensore porta gli ospiti direttamente dal porto all’albergo, comodità che i viaggiatori dell’Ottocento non avrebbero potuto immaginare.

Courtesy of Grand Hotel Excelsior Vittoria

Eppure molti di loro sono passati di qui. Tra gli ospiti illustri ci sono stati Richard Wagner e Oscar Wilde, ma la storia più celebre è quella di Enrico Caruso, che vi soggiornò nel 1921, pochi mesi prima di morire. La sua suite è rimasta com’era, con il pianoforte, la lavagna, le lettere e le fotografie del tenore. Nel 1986 proprio in quella stanza dormì Lucio Dalla, che lì compose Caruso, una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Oggi anche il cantautore ha una suite a lui intitolata, e la Terrazza Vittoria, con il tramonto davanti al Vesuvio, è diventata il luogo simbolo di quella canzone.

L’attenzione all’accoglienza descritta nel libro si ritrova anche nel presente. La cucina è affidata all’Executive Chef Antonino Montefusco, che guida il ristorante stellato Terrazza Bosquet, l’Orangerie nell’aranceto accanto alla piscina e la Terrazza Vittoria, con ingredienti della Penisola Sorrentina e dell’orto dell’albergo. Nella serra ottocentesca è nata la spa La Serra, mentre lo champagne bar La Pergola si apre sulla piazza e sul mare sotto un glicine secolare.

E il legame con la storia del turismo non è soltanto un racconto: l’hotel ospita infatti una sala del Museo del Turismo e sostiene il FAI come Corporate Golden Donor. Il libro di Berrino restituisce la sua profondità, mostrando come l’attenzione al panorama, al servizio e al territorio fosse già scritta nel progetto originario, quando Sorrento stava ancora imparando a diventare una destinazione turistica.

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“Mi hanno detto: ‘O paghi 73 euro extra per il trolley o chiamiamo la polizia’. Io ho pagato anche se era già compreso nel biglietto e non mi hanno neanche dato la ricevuta”: la denuncia contro Wizz Air

27 October 2026 at 12:29

Domenica 25 ottobre, all’aeroporto di Tenerife Sud, un passeggero in procinto di imbarcarsi sul volo Wizz Air diretto a Roma Fiumicino è stato costretto a versare un supplemento imprevisto di 73 euro per un trolley, di fronte a un ultimatum del personale di terra. “O paghi o chiamiamo la polizia”, è la frase rivolta a Gianluca S., in viaggio con la moglie e i due figli di 2 e 4 anni. Come riportato dal Messaggero, la controversia è nata al gate per le presunte dimensioni irregolari del bagaglio a mano, scatenando tensioni, incomprensioni linguistiche e minacce di negato imbarco.

La famiglia aveva superato senza intoppi i controlli di sicurezza e si trovava in fila per l’imbarco. Al momento di presentare i biglietti, gli addetti della società spagnola incaricata dei servizi aeroportuali hanno bloccato il passaggio contestando le dimensioni di una valigia. Il gruppo familiare viaggiava con un totale di cinque colli: quattro bagagli piccoli gratuiti (uno per persona) e un trolley aggiuntivo da cappelliera, garantito dal servizio Wizz Priority acquistato dalla moglie. Le policy della compagnia aerea consentono infatti di portare a bordo gratuitamente una borsa da sistemare sotto il sedile (massimo 40 × 30 × 20 centimetri e 10 chilogrammi), mentre il servizio Priority aggiunge un trolley fino a 55 × 40 × 23 centimetri. La valigia rosa associata alla tariffa Priority è stata imbarcata senza problemi, ma il personale ha preteso il pagamento extra per uno dei bagagli piccoli. Sicuro che le misure fossero a norma per lo spazio sotto il sedile, Gianluca ha chiesto di conferire con un responsabile Wizz Air, facendo notare che la valigia non era stata nemmeno inserita nell’apposito misuratore metallico per la verifica oggettiva degli ingombri.

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Volo Ryanair decolla da Dublino diretto in Inghilterra ma viene travolto dalla tempesta Boelo ed è costretto ad atterrare in Spagna: l’odissea dei passeggeri bloccati a 1600 km di distanza

27 October 2026 at 10:37

Imbarcarsi su un volo a corto raggio che dovrebbe durare meno di un’ora e ritrovarsi, quasi tre ore dopo, a 1.600 chilometri di distanza in un Paese completamente diverso. Non si tratta di un errore di imbarco, ma dell’odissea vissuta dai passeggeri del volo Ryanair FR2955, intrappolati in una deviazione estrema a causa dei venti devastanti della tempesta Boelo che si è abbattuta sul Regno Unito nel fine settimana.

Il Boeing 737-800 è decollato dall’aeroporto di Dublino alle 22:19 di sabato. L’obiettivo era raggiungere l’Inghilterra — originariamente Newquay Cornwall, poi Bristol come scalo alternativo — in un viaggio che solitamente richiede meno di 90 minuti. Raggiunta l’altitudine di crociera di 27.000 piedi, l’aereo ha iniziato la discesa verso lo scalo di Bristol. Tuttavia, le condizioni meteorologiche al suolo si sono rivelate tutt’altro che clementi, non lasciando altra scelta al comandante se non quella di interrompere il tentativo di atterraggio.

Mentre i controllori di volo cercavano senza successo uno scalo alternativo sicuro nel Regno Unito, i tracciati del sito AirNav Radar hanno mostrato l’aereo allontanarsi per quasi 1.000 miglia. Il velivolo ha attraversato il Canale della Manica e la Francia, puntando verso il sud della Spagna per evitare il nucleo della perturbazione, e ha toccato terra all’aeroporto di Alicante-Elche all’1:16 di domenica (le 2:15 ora locale).

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La guida Ristoranti d’Italia 2027 del Gambero Rosso: Niko Romito scavalca Massimo Bottura, un trionfo per l’Abruzzo. Il direttore: “La domanda da cui siamo partiti è semplice: in quali ristoranti vorremmo tornare?”

27 October 2026 at 09:24

Un sorpasso storico, che ridisegna la geografia del fine dining italiano e incorona l’Abruzzo come nuovo epicentro dell’eccellenza gastronomica. La guida Ristoranti d’Italia 2027 del Gambero Rosso, giunta all’edizione del quarantennale, si apre con un terremoto in vetta: Massimo Bottura cede lo scettro. L’Osteria Francescana di Modena, pur salendo a 98 centesimi, deve accontentarsi del secondo posto. A conquistare la vetta in solitaria con lo stratosferico — e inedito — punteggio di 99/100 è Niko Romito con il suo Reale a Castel di Sangro (L’Aquila). Conferma il bronzo, saldo a 97 punti, Piazza Duomo di Alba (Cuneo) di Enrico Crippa.

Un trionfo abruzzese celebrato anche dalle istituzioni locali, con il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri che ha definito il traguardo di Romito “un esempio virtuoso per l’Abruzzo, perché racconta al mondo una terra capace di esprimere eccellenze e valorizzare le proprie risorse”. Ma l’egemonia della regione non si ferma qui: il premio Ristorante dell’anno va infatti all’Osteria dei Maltagliati di Torano Nuovo (Teramo), dove Maicol Capriotti e Federica Brandimarte hanno costruito in un piccolo borgo un progetto incentrato su brace, grandi tagli, vino e ospitalità. Sempre in Abruzzo brillano Genya Malafronte di Legàmi a Morro d’Oro (Chef emergente) e Sextantio – Cucina a Santo Stefano di Sessanio (Novità dell’anno).

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“Arrivano in pullman, salgono sulle Dolomiti in ciabatte e prenotano gli hotel prima dei tedeschi”: la rabbia degli albergatori contro il boom dei turisti asiatici

26 October 2026 at 12:32

Scalzano gli storici e metodici turisti tedeschi prenotando le stanze d’albergo con mesi di anticipo, si riversano in massa nelle valli dolomitiche a bordo di grandi pullman e affrontano i ripidi sentieri d’alta quota calzando disinvoltamente un paio di ciabatte. È la nuova ondata del turismo asiatico in Alto Adige, un fenomeno in vertiginosa espansione che, come riporta un articolo del Corriere, sta ridisegnando gli equilibri economici, sociali e persino paesaggistici di un territorio ormai saturo. I numeri parlano chiaro: il 2025 ha fatto registrare oltre 38,2 milioni di pernottamenti, con un’agosto 2026 da 1,3 milioni di arrivi. In questa marea umana, i turisti provenienti da Corea del Sud, Cina, Giappone e Taiwan si sono piazzati saldamente al quarto posto, subito dietro a italiani, tedeschi e statunitensi.

Il fascino virale del Seceda o della Val di Funes, rimbalzato sugli schermi degli smartphone asiatici, porta tra le montagne flotte di visitatori che non hanno bisogno di alcuna campagna pubblicitaria istituzionale. Roberta Agosti, direttrice dell’Azienda di Soggiorno di Bolzano, ne inquadra le dinamiche: “È un pubblico diverso, che si ferma ancora poco e su questo dobbiamo lavorare”. La sfida, spiega, è decentralizzare un flusso che rischia di paralizzare poche e specifiche valli: “Dobbiamo informarli anche sul resto che c’è da vedere. Il nostro territorio ha molto da offrire oltre alle mete iconiche conosciute a livello internazionale”.

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Dopo la morte del marito in Vespa a Trieste era risalita in sella per fare il giro del mondo da sola: Sandra Carozzi muore a 63 anni in Cina, nel giorno in cui avrebbe festeggiato 10 anni di nozze con Mario

23 October 2026 at 09:52

Prima il marito, poi lei. Entrambi in sella a una Vespa, entrambi lungo la strada di un sogno rimasto a metà. Sandra Carozzi, 63 anni, triestina, è morta il 15 ottobre in Cina, nella provincia del Sichuan, mentre portava avanti da sola il giro del mondo che aveva immaginato con Mario Pecorari, scomparso nel 2024 a 70 anni. Lo riporta Il Corriere della Sera.

Carozzi era partita da Trieste l’8 giugno, con la sua Vespa PX150 e un diario di viaggio con scritto “Mario e Sandra in viaggio“. Secondo le prime ricostruzioni, il giorno dell’incidente il suo scooter si sarebbe scontrato con una bicicletta che viaggiava nella stessa direzione. Sandra ha perso il controllo ed è finita fuori strada. Portata in ospedale, non ce l’ha fatta. La dinamica è ancora da chiarire e la notizia è arrivata a Trieste solo quattro giorni dopo.

Cinque giorni prima, a Xi’an, era davanti all’esercito di terracotta. Il 10 ottobre ricorreva il decimo anniversario di nozze e lei aveva dedicato a Mario foto e parole: “Ti sarebbe piaciuto sai amore! Volevo brindare con te! Abbracciarti e dirti ti amo! Ma non ci sei! Un giorno ci incontreremo di nuovo e non ci lasceremo mai più!”.

Mario era morto il 26 maggio 2024 in piazza dei Volontari Giuliani, a Trieste: aveva perso il controllo della Vespa schiantandosi contro un cassonetto. Sandra, che lo seguiva, aveva assistito alla scena senza poter intervenire. Eppure era risalita in sella.

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Ceci, trippa e sidra, a Oviedo dove la pace si fa a tavola

22 October 2026 at 03:45

Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Oppure: sedetevi a tavola col nemico, davanti a un piatto di ceci, a uno di trippa, il tutto annaffiato da una buona dose di sidra. È la filosofia di vita che ispira il Menu della Pace, servito nei ristoranti e nelle sidrerie di Oviedo nei giorni che accompagnano il Desarme, la più antica festa gastronomica di Spagna. 

L’origine è lontana nel tempo, la battaglia di Oviedo del 19 ottobre 1836, con la vittoria della milizia locale fedele alla regina Isabella II sulle truppe carliste (dal nome dell’infante Carlo di Borbone). Per festeggiare venne organizzato un grande pranzo comunitario non solo per i soldati e la popolazione vittoriosa, ma anche per i nemici fatti prigionieri. La storia, come spesso accade, si intreccia con le leggende popolari e la più celebre racconta, invece, che la città accolse le truppe carliste affamate con una gigantesca comilona a base di ceci: un pasto così pesante da farli appisolare, permettendo al popolo di rubare le loro armi, senza spargere una goccia di sangue. Da qui il nome disarmo. 

Comunque sia andata, e con il passare del tempo, un tragico evento storico si è fatto eredità culturale, momento di convivialità, legandosi alla tradizione culinaria delle Asturie. Fino al 25 ottobre ci si può sedere a tavola e ordinare in decine di locali il Menù del Desarme (o de la Paz): ceci con baccalà e spinaci (garbanzos con bacalao y espinacas); trippa alla moda di Oviedo, cioè con piedini di maiale, pancetta e patate fritte (callos a la asturiana); riso al latte (arroz con leche). 

Lo stendardo del Desarme caratterizza le strade di Oviedo nel mese di ottobre

La spinta decisiva a quella che dall’anno scorso è Festa di interesse turistico nazionale, si deve a Miguel Ángel de Dios, sessantunenne a capo della Cofradía del Desarme (Confraternita del Disarmo), nata nel 2012 per preservare il menù tradizionale. «All’inizio eravamo sette – racconta De Dios, hostelero del Bodegón de Teatinos, un ristorante dove la madre già nel 1955 vendeva vino sfuso -. Oggi siamo in duecentoquaranta. Il menu veniva consumato solo il 19 ottobre, adesso è disponibile per dieci giorni e puntiamo a superare gli ottantamila pasti. A Oviedo, direi, abbiamo imparato che la pace si costruisce lentamente e che davanti a un buon piatto tutte le differenze si annullano». Non a caso il cavaliere effigiato nello stendardo della confraternita, esposto ovunque in città, impugna un cucchiaio al posto della spada.

La gastronomia locale non è solo quella del menu, ma rimane strettamente tradizionale, lascito di un’economia di sussistenza, della necessità antica e contadina di non sprecare nulla. La fabada, per esempio, il piatto più famoso cucinato a fuoco lento, e mangiato con più gusto il giorno dopo, mischiando le fabas (i pregiati fagioli bianchi asturiani) al compango, cioè chorizo, sanguinaccio affumicato e pancetta. Oppure tra i dolci, i frixuelos (simili alle crepes e tipici del Carnevale) e i carbayones, a base di pasta sfoglia, crema di mandorla, tuorlo d’uovo, creati negli anni Venti del secolo scorso da Camilo de Blas e subito entrati nella tradizione pasticcera del nord della Spagna. 

Da El Fartuquin (fartucu in lingua asturiana è chi ha mangiato e bevuto a sazietà) il piatto della casa è il pote. «Uno stufato di fagioli ancora più antico della fabada – dice il proprietario José Luis Suárez -, da cui si distingue per l’aggiunta delle patate e delle berzas, una varietà di cavolo nero». Suárez è un altro confratello del Desarme, i suoi genitori avevano una storica Cantina in Plaza del Fontán e oggi gestisce El Fartuquin con la moglie Mary Fernández, la figlia Seila e il genero Iván. Mary è nella ristorazione da quando aveva quindici anni ed è tra le animatrici più convinte de Le Guisanderas: un club di quaranta cuoche con almeno dieci anni di esperienza che promuove «il lavoro delle donne in cucina, con la C maiuscola» e si prefigge l’obiettivo di tramandare le ricette autentiche con l’utilizzo di prodotti locali e tecniche tradizionali. 

Le mele conferite alla sidreria Trabanco per la produzione del sidro

Nel locale di Mary e José si serve la sidra accompagnata dalle tortos de mais o con una selezione degli ottanta tipi di formaggio asturiani, ma quella della bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione delle mele è da queste parti una vera e propria cultura, tanto da aver ottenuto due anni fa dall’Unesco lo status di Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. A Nava nello stabilimento di Viuda de Angelón se ne producono un milione e mezzo di bottiglie all’anno, oltre quattro milioni in quello di Trabanco a Gijón (la seconda città del Principato delle Asturie).

Un processo che comincia tra settembre e ottobre con il conferimento del frutto per concludersi a marzo con l’imbottigliamento. Le mele devono essere delle settantasei varietà prodotte nella regione per ottenere la Dop e ne servono due chili ogni litro di sidra naturale. «Noi ne utilizziamo solo quarantotto tipi – spiega Lia Martinez Castro della sidreria Trabanco -, il mosto di mele fermenta in botti di castagno di sessant’anni per due, tre mesi e poi viene mescolato con la tecnica del trasiego per giungere a un prodotto omogeneo in acidità e grado alcolico». Oltre al sidro naturale si producono il filtrato e lo spumantizzato, mentre prendono piede versioni più esotiche e di nicchia come la sidra de hielo (ispirata ai vini di ghiaccio tedeschi), in pratica un passito che raggiunge i dodici gradi contro i sei di quello naturale, ma resta una produzione in gran parte semi-artigianale, connessa intimamente alla tradizione rurale e a una economia circolare ante-litteram. «La selezione delle mele è fatta a mano – spiega ancora Lia Martinez Castro -, ma quelle scartate tornano agli allevatori per alimentare le mucche che con i loro escrementi concimeranno i meleti». 

A Oviedo le sidrerie sono ovunque. Gli abitanti sorseggiano a ogni ora del giorno, mescolandosi ai visitatori che in questo periodo sono attratti (oltre che dal Desarme) dal Premio Principessa delle Asturie, uno degli appuntamenti culturali più attesi di Spagna con la presenza dei reali alla consegna dei riconoscimenti, ma anche ai pellegrini che per gran parte dell’anno scelgono di raggiungere Santiago di Compostela attraverso il Cammino di Salvador o di percorrere il tratto più ostico, quello del Cammino Primitivo.

Bere la sidra è di per sé un rituale che si ripete di continuo, viene chiamato escanciado: è necessario portare la bottiglia in alto, sopra la testa e col braccio ben teso, per poi colpire il bordo del bicchiere tenuto alla vita con il getto. Solo così la sidra versata si ossigena al punto giusto, per poi berla entro pochi secondi. Ogni anno un concorso premia il miglior escanciador de sidra. L’ultimo è Salvador Ondó, e a suo modo anche lui è un simbolo di pace. Ha quarantatrè anni ed è arrivato dalla Guinea Equatoriale quando ne aveva tredici. 

L’escanciado in una sidreria di Oviedo

 

 

 

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Autunno ai piedi dello Sciliar: passeggiate, tradizioni e benessere

19 October 2026 at 13:22

L’autunno è una stagione interessante per scoprire Siusi allo Sciliar (Seis am Schlern) e i suoi dintorni. I boschi cambiano colore, i paesi ritrovano ritmi più tranquilli e le giornate ancora miti invitano a passeggiare tra prati e piccoli centri abitati. Questa zona dell’Alto Adige, ai piedi dell’Alpe di Siusi (Seiser Alm), offre anche diverse occasioni per conoscere le tradizioni gastronomiche locali.

Non occorre necessariamente programmare lunghe escursioni: una vacanza può essere l’occasione per visitare i borghi, assaggiare le specialità del territorio e concedersi qualche momento di riposo.

Un soggiorno tra buona cucina e benessere

La scelta dell’albergo contribuisce a rendere piacevole una vacanza autunnale, soprattutto quando offre spazi nei quali rilassarsi dopo le visite e le passeggiate.

Chi cerca un hotel 3 stelle nell’Alpe di Siusi con piscina può prendere in considerazione il Parc Hotel Florian, situato a Siusi allo Sciliar, ai piedi dell’altopiano. La struttura dispone di un ampio parco privato, di una piscina all’aperto e di un’area benessere con sauna e altri spazi dedicati al relax.

Un ruolo importante è riservato anche alla gastronomia, con una cucina che propone specialità altoatesine e piatti mediterranei, accompagnati da una selezione di vini.

Siusi, Castelrotto e Fiè allo Sciliar

Siusi allo Sciliar è un buon punto di partenza per esplorare questa parte delle Dolomiti. Il paese conserva un’atmosfera raccolta e permette di raggiungere facilmente altre località interessanti.

A pochi chilometri si trova Castelrotto, con il suo centro storico, le case dalle facciate decorate e l’imponente campanile della chiesa parrocchiale. Vale una visita anche Fiè allo Sciliar, conosciuta per il suo nucleo storico e per il vicino Castel Presule, uno dei complessi castellani più caratteristici della zona. Sono luoghi che meritano di essere visitati senza fretta, lasciando spazio anche a una sosta nei caffè e nelle piccole attività locali.

Chi preferisce trascorrere del tempo all’aperto può scegliere tra passeggiate nei dintorni dei paesi e percorsi panoramici, valutando sempre le condizioni meteorologiche e l’eventuale presenza di neve in quota.

Il Törggelen e i sapori dell’autunno

Tra le tradizioni altoatesine più legate a questo periodo figura il Törggelen, un’usanza che invita a ritrovarsi nelle locande e nei masi per gustare i prodotti della stagione.

Il menu comprende generalmente specialità contadine, come canederli, zuppe, carne affumicata e crauti, accompagnate dal vino nuovo. A fine pasto non mancano spesso le castagne arrostite e i dolci fatti in casa.

Nella zona dello Sciliar vengono organizzate anche escursioni e degustazioni dedicate a questa tradizione. Prima di partecipare è comunque opportuno verificare le date delle iniziative e l’apertura delle strutture.

L’Alpe di Siusi verso la stagione sciistica

Con l’arrivo dell’inverno, l’Alpe di Siusi si prepara ad accogliere gli appassionati degli sport sulla neve. L’apertura della stagione sciistica è prevista per i primi giorni di dicembre, con attività programmate fino all’inizio di aprile.

Il comprensorio offre circa 63 chilometri di piste, in prevalenza facili e di media difficoltà, particolarmente apprezzate dalle famiglie e da chi desidera sciare senza affrontare tracciati troppo impegnativi.

Un’opportunità in più per chi sceglie questa zona dell’Alto Adige, dove alle passeggiate autunnali subentrano gradualmente le varie attività invernali.

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Viaggia attraverso il Nilo e torna indietro nel tempo

27 July 2026 at 08:40

Basta con le piramidi di Giza, la sfinge e il giro sul cammello: torna davvero indietro nel tempo con un viaggio attraverso il Nilo. La civiltà che ha reso popolari i monumenti egizi non era concentrata al Cairo ma si radunava intorno al fiume.

Restare connesso mentre scopri l’Egitto

Viaggiare lontano dal Cairo significa attraversare lunghi tratti senza un segnale locale affidabile e il roaming internazionale in Egitto può comportare costi elevati e imprevedibili non appena esci dalle zone urbane vicino al fiume. Molti viaggiatori scelgono di attivare un piano eSIM per l’Egitto prima della partenza, così da tenere sempre attive mappe, strumenti di traduzione e verifica delle informazioni. È una soluzione pratica per un problema specifico: restare connessi in un luogo dove i monumenti sono millenari. Inoltre non richiede nessuna sostituzione fisica, garantendo la massima comodità di utilizzo. L’unica cosa da tenere a mente è verificare la compatibilità della eSIM con il tuo smartphone. Non temere però, se hai un dispositivo moderno, questa sarà nella maggior parte dei casi supportata.

Il fiume “divino”

Gli storici antichi descrivevano l’Egitto come un Paese costruito dal fiume stesso: ogni anno esondava lasciando dietro di sé il limo nero che rendeva possibile l’agricoltura in una terra quasi senza pioggia. Gli antichi egizi trattavano il Nilo come qualcosa più vicino a una divinità che a una risorsa. Veneravano Hapi, dio delle piene e dell’abbondanza, di solito rappresentato con un corpo tondeggiante e fertile, e costruirono interi sistemi religiosi attorno al ritmo del fiume. Capire l’Egitto senza capire il Nilo è sicuramente impossibile.

Tebe, la città dietro Luxor

A più di seicento chilometri a sud del Cairo si trova Luxor, una città moderna costruita direttamente sopra l’antica Tebe, che fu per oltre un millennio la capitale politica e religiosa dell’Egitto. Il Tempio di Luxor, eretto principalmente sotto Amenofi III e ampliato da Ramses II, custodisce ancora statue colossali.

Poco distante trovi Karnak che ha richiesto il contributo di più di trenta faraoni per essere completato. La sua sala ipostila da sola contiene oltre cento colonne di pietra, alcune così alte da poter contenere un intero edificio. I due templi erano collegati da un viale fiancheggiato da sfingi, lungo il quale le statue degli dei venivano trasportate durante la festa di Opet, uno degli eventi religiosi più importanti del calendario antico.

Le meraviglie più silenziose della sponda occidentale

La Valle dei Re custodisce più di sessanta tombe reali scavate nella roccia calcarea, i cui interni dipinti conservano ancora il colore dopo migliaia di anni sottoterra. La tomba di Tutankhamon, piccola e modesta rispetto alle vicine, resta la più famosa semplicemente perché fu ritrovata quasi intatta. Poco lontano, il tempio funerario di Hatshepsut si erge su tre lunghe terrazze contro una parete rocciosa, costruito da una delle poche donne che governarono l’Egitto come faraone a pieno titolo.

Verso sud, fino ad Aswan, sempre più indietro nel tempo

Continuando a navigare verso sud si arriva a Edfu, dove un tempio dedicato al dio falco Horus è sopravvissuto quasi intatto perché la sabbia del deserto lo ha sepolto per secoli, proteggendo le sue incisioni dalle intemperie e dai saccheggi. Segue Kom Ombo, un tempio insolito diviso equamente tra due divinità, una dedicata a Sobek il dio coccodrillo e l’altra a Horus. Le sue pareti mostrano persino antichi strumenti chirurgici scolpiti nella pietra, testimonianza di conoscenze mediche più antiche di quanto si immagini. Vicino ad Aswan si trova Philae, dedicato alla dea Iside, smontato blocco per blocco negli anni Sessanta e ricostruito su un terreno più elevato prima che le acque crescenti della Grande Diga di Aswan potessero sommergerlo.

Il fiume che ricorda

Le piramidi continueranno sempre ad attirare chi visita l’Egitto per la prima volta ma le storie più antiche, più strane e più umane dell’Egitto si trovano più a monte, nelle pareti dei templi che conservano ancora il colore, nelle tombe costruite per i grandi re, e in un fiume che non ha mai smesso di plasmare le persone che vivono lungo le sue rive. Scoprirlo richiede di lasciarsi il Cairo alle spalle, almeno per qualche giorno, e permettere che sia il Nilo a dettare l’itinerario.

L'articolo Viaggia attraverso il Nilo e torna indietro nel tempo su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza

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