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Addio alla carta igienica? È boom di vendite dei “washlet” giapponesi ad alta tecnologia

30 October 2026 at 11:06

La carta igienica rischia davvero di sparire, soppiantata per sempre dalla tecnologia? Sì, forse, ma non certo in Italia dove il bagno è un regno sacro e i suoi rituali sono intoccabili, bidet e carta igienica inclusi. Negli Stati Uniti, invece, la rivoluzione è già in atto e marcia a ritmi serrati. Per intere generazioni, gli americani hanno conosciuto un’unica opzione: il rotolo appeso al muro. Oggi, una nuova tipologia di sedili per wc ad alta tecnologia, ereditata dalle abitazioni e dagli hotel di lusso del Giappone, sta letteralmente trasformando le abitudini d’oltreoceano, spingendo un numero sempre crescente di famiglie a dichiarare di non acquistare quasi più carta igienica.

Non si tratta del bidet indipendente che troneggia per legge nei bagni italiani. L’oggetto che sta conquistando il mercato americano è il cosiddetto bidet seat (spesso chiamato washlet): un asse tecnologico che sostituisce la vecchia tavoletta del wc e si collega direttamente alla fornitura d’acqua sotto la cassetta dello scarico. Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: dopo l’uso, un piccolo ugello a scomparsa fuoriesce garantendo la pulizia tramite un getto d’acqua regolabile per temperatura, pressione e direzione. I modelli elettrici più avanzati integrano un asciugatore ad aria calda, un sedile riscaldato, ugelli autopulenti e, in alcuni casi, un telecomando per personalizzare l’esperienza.

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Il mondo libero ha ancora bisogno dell’America

30 October 2026 at 03:45

Ci vuole molto coraggio per essere ottimisti oggi sull’America devastata da Donald Trump e presa in ostaggio dagli oligarchi dell’intelligenza artificiale. Ci vuole molto coraggio, ma bisogna fare di tutto per cercarlo e trovarlo, in modo da restare aggrappati all’idea dell’America come faro di libertà e democrazia e progresso e prosperità, come è sempre stata al netto delle immense contraddizioni e ingiustizie, particolarmente evidenti proprio negli Stati Uniti, ancora di più che nei Paesi, come il nostro, che dopo la Seconda guerra mondiale sono stati protetti dagli americani e con una maggiore copertura sociale hanno contribuito a costruire il cosiddetto mondo libero e pacifico guidato da Washington.

Sì, il modello di vita occidentale è molto lontano dall’essere perfetto ma, a parte che la perfezione non esiste, avete presente le alternative? Le alternative al modello americano sono l’autoritarismo russo, la dittatura cinese, la teocrazia sciita, il fondamentalismo islamico, per non parlare del nazifascismo e del comunismo.

Quel mondo americano che abbiamo conosciuto oggi è in crisi, spesso vittima del suo stesso successo: la crescita impetuosa della Cina e dell’Asia e la liberazione dell’Europa orientale dal comunismo che, insieme, hanno piegato il sistema industriale e il mercato del lavoro occidentale creando il discontento diffuso dove prima si concentrava la ricchezza, cosa altro sono se non il trionfo del modello americano esportato con la globalizzazione che ha sottratto miliardi di persone ai quattro angoli del pianeta dalla povertà estrema?

Questo modello è stato messo in discussione innanzitutto dall’America, e già prima di Trump. È cominciato tutto alla fine della presidenza di George W. Bush, anche come conseguenza degli interventi militari e democratici post 11 settembre in Medio Oriente che non sono riusciti a centrare l’obiettivo di promuovere in pieno libertà e stato di diritto (eppure gli afghani, e soprattutto le afghane, stavano meglio proprio in quegli anni di febbricitante promozione armata della democrazia, piuttosto che prima o dopo, sotto la sciabola talebana).

Alla fine degli anni di Bush (2000-2008), in reazione al “conservatorismo solidale” di quel tanto bistrattato presidente, sono nati i movimenti bipopulisti che ancora oggi infestano il mondo occidentale: i Tea party a destra, Occupy Wall Street a sinistra. Vent’anni dopo, il nazionalismo becero e ignorante dei Tea Party ha conquistato il Partito Repubblicano e la Casa Bianca, e i movimenti anticapitalisti hanno a poco a poco spostato l’asse politico dei democratici americani a sinistra, fino alla recente fiammata socialista che scalda l’attuale Partito Democratico.

Barack Obama, un po’ per reazione alle campagne mediorientali di Bush un po’ per formazione ideologica, ha assunto il ruolo di amministratore globale del declino americano nei rapporti con il resto del mondo, ma il declino americano non è una condizione dettata dal destino, è una scelta politica ben precisa, uguale e contraria a quella, come si diceva una volta, dell’America che fa il poliziotto del mondo. Obama ha cominciato a ritirare l’America da molti quadranti internazionali, in particolare dall’Europa e dal Medio Oriente, si è messo a guidare il mondo dal sedile del passeggero («leading from behind») e ha cominciato a limitare la propensione americana alla promozione della democrazia che aveva caratterizzato gli anni di Reagan, Clinton e Bush. Dalla Georgia alla Siria, dalla Libia alla Crimea, l’America ha smesso di fare l’America e ha preparato il terreno alla tragedia di Trump, il quale senza avere la grazia di Obama non solo ha cominciato a considerare nemici gli alleati e a intrattenere rapporti fraterni con i peggiori aguzzini del pianeta, ma ha anche cominciato a smantellare quel geniale reticolo di alleanze fatto di organizzazioni multilaterali e internazionali che nel secondo dopoguerra il genio americano ha costruito per guidare il mondo in condivisione con gli alleati.

Trump ovviamente ha fatto molto di più e di peggio, perché è mosso esclusivamente dall’interesse personale, suo e del suo brand, ed è un analfabeta della democrazia che non appartiene a nessuna famiglia politica tradizionale.

Il risultato è che oggi l’America non è più quella «città illuminata sulla collina» che indica la strada verso una società migliore e più giusta.

Le parole dell’Antico Testamento di cui si era appropriato il puritano John Winthrop nel Seicento, e poi soprattutto Ronald Reagan, ma anche Barack Obama proprio per segnare la differenza tra l’America che abbiamo sempre conosciuto e quella di Trump, oggi non hanno più senso.

L’America non è più un modello illuminato cui guardare per costruire un mondo migliore, al contrario è fonte di oscurità e genera tenebre.

Trump, con Xi Jinping e Putin, ha demolito l’ordine mondiale successivo alla Seconda guerra mondiale per far precipitare il mondo nel caos del modello anteguerra.

Prima della catastrofe Trump, con il caro e vecchio ordine internazionale post bellico, le grandi potenze avevano smesso di conquistare e annettere Paesi vicini.

Il sistema di commercio internazionale si basava sulla reciprocità, con dazi bassi e mercati prevalentemente aperti. Non è più così, e Russia e Cina ne hanno approfittato. Dall’inizio del secondo mandato, Trump ha scatenato il potere americano contro gli alleati e i partner, considerati vassalli e scrocconi; ha minacciato di annettersi il Canada e la Groenlandia; e ha cambiato i nomi ai golfi e ai laghi per umiliare ulteriormente i Paesi amici.

Trump ha imposto i dazi più alti su Canada, Giappone, Corea del Sud, India e Unione Europea, e si era dimenticato di imporli alla Russia; e ha abbandonato l’Ucraina, provando pure a saccheggiare la sua ricchezza mineraria per ragioni occulte, a parte la sua palese e gigantesca stupidità, che prima o poi qualcuno riuscirà a spiegare.

Oggi l’America di Trump non è più il garante di un sistema di alleanze tra democrazie e società aperte che la pensano allo stesso modo sui diritti fondamentali, come la libertà, ma è un potere ostile che facilita l’ascesa di tutti i movimenti antidemocratici e illiberali, e che esercita la sua influenza a maggior gloria di un leader che si percepisce imperatore e del suo tornaconto personale.

Non sarà facile restaurare l’America, una volta che il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti uscirà dalla Casa Bianca, ammesso e non concesso, visto il precedente assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, che Trump accetterà di lasciarla democraticamente.

Le elezioni di metà mandato sono il primo test di controllo della democrazia americana, poi ci saranno le elezioni del 2028 a decidere il futuro. Non sono così certo che tutto si svolgerà democraticamente e senza scossoni sociali e costituzionali. Ma anche se tutto andasse per il verso giusto, il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli o ella sarà, dovrà ricostruire l’America e il mondo libero dalle macerie, dovrà riconquistare la fiducia degli alleati e immaginare un nuovo mondo come quello che i predecessori architettarono dopo la Seconda guerra mondiale, possibilmente evitandone una terza. Sarà dura, durissima, ma l’America ha ancora gli uomini, le donne, la forza, il dinamismo, lo spazio, l’innovazione, l’ingegno, e istituzioni solide da 250 anni per poter superare la calamità Trump e tornare di nuovo grande.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 03/26 – “Ritorno al futuro”, in edicola da sabato 31 ottobre ma gia ordinabile qui.

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Il Pentagono ha rivelato uno spazioplano cinese grazie a un satellite privato

30 October 2026 at 03:45

Un satellite commerciale americano ha fotografato in orbita uno dei programmi spaziali più opachi della Cina. L’immagine, acquisita nel 2024 da un satellite di Maxar Technologies, oggi Vantor, è stata pubblicata dalla Defense Intelligence Agency (Dia), l’agenzia d’intelligence del Pentagono, nel suo nuovo rapporto “Challenges to Security in Space 2026”. Mostra uno spazioplano cinese sperimentale con ali, portellone del vano di carico e un modulo posteriore dotato di pannelli solari. È la più nitida immagine del velivolo resa pubblica finora, e offre uno sguardo raro su una capacità di cui Pechino divulga pochissimi dettagli. Una versione meno definita era già apparsa in una presentazione militare americana nel 2024.

La fotografia è significativa anche per chi l’ha scattata. WorldView-3, il satellite di osservazione della Terra di Maxar, è stato utilizzato per osservare un oggetto nello spazio, anziché una porzione della superficie terrestre. È un esempio di non-Earth imaging, la tecnica che permette ai satelliti commerciali di riprendere altri veicoli in orbita. Un’attività che può aiutare a raccogliere informazioni su sistemi spaziali altrimenti difficili da osservare, soprattutto quando i loro proprietari mantengono riservati caratteristiche e obiettivi.

La Dia non attribuisce al velivolo un nome nel rapporto, ma l’immagine viene associata al programma cinese comunemente noto come Shenlong. La sua sagoma ricorda quella dell’X-37B americano, lo spazioplano senza equipaggio utilizzato dalla Space Force per missioni sperimentali. La somiglianza, da sola, non dimostra che i due sistemi abbiano capacità o compiti identici.

La Cina ha condotto quattro missioni orbitali del suo veicolo sperimentale dal settembre 2020. La seconda, lanciata nell’agosto 2022, è durata 276 giorni; la terza, partita nel dicembre 2023, è rimasta in orbita per circa nove mesi. Una quarta missione è iniziata il 7 febbraio 2026. Durante le missioni precedenti, secondo le ricostruzioni disponibili, il veicolo avrebbe anche effettuato manovre di avvicinamento e interagito con altri oggetti nello spazio. Non sono però noti tutti i dettagli delle operazioni né il carico trasportato.

Gli spazioplani possono raggiungere l’orbita a bordo di un razzo, trasportare oggetti o apparecchiature da sperimentare e poi rientrare sulla Terra. La possibilità di recuperare il veicolo e riutilizzarlo li distingue dai satelliti tradizionali e li rende adatti a una varietà di attività sperimentali. Il rapporto della Dia osserva che, grazie alla loro maggiore manovrabilità, questi sistemi possono risultare più adatti dei satelliti convenzionali ad alcune missioni. Washington è ancora l’unico Paese con un programma operativo di veicoli di lancio riutilizzabili, secondo il documento, mentre Pechino punta a diventare il secondo.

Lo spazioplano, tuttavia, è soltanto uno degli elementi di un rapporto che descrive uno spazio sempre più affollato e conteso. Secondo la Dia, la flotta cinese di satelliti per intelligence, sorveglianza e ricognizione è cresciuta rapidamente: a luglio 2026 Pechino ne disponeva di oltre 510. Questi sistemi possono raccogliere immagini ottiche e radar, intercettare segnali e contribuire a individuare e seguire forze militari avversarie. Le informazioni raccolte possono sostenere operazioni a grande distanza, soprattutto nell’Indo-Pacifico.

La crescita delle capacità spaziali cinesi si accompagna allo sviluppo di strumenti per contrastare quelle degli avversari. Il rapporto esamina missili antisatellite, sistemi laser capaci di disturbare o danneggiare sensori ottici e tecnologie che potrebbero consentire a un veicolo di avvicinarsi ad altri satelliti. Alcuni sistemi hanno anche impieghi civili, per esempio nella manutenzione orbitale o nella rimozione dei detriti: proprio questa natura duale rende difficile stabilire, in ogni caso, dove finisca la sperimentazione e dove inizi una possibile applicazione militare.

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto queste capacità contino già sul campo. Le comunicazioni satellitari e i servizi di navigazione hanno sostenuto le operazioni militari, mentre la Russia ha fatto ricorso a disturbi elettronici e attacchi informatici contro sistemi utilizzati dall’Ucraina. Nei primi giorni dell’invasione, un attacco informatico ha colpito il servizio satellitare di comunicazione di Viasat. La diffusione di servizi commerciali ha aumentato la resilienza delle comunicazioni ucraine, ma ha anche reso le infrastrutture private parte integrante del confronto militare.

Il documento dedica spazio anche alla Russia, che secondo l’intelligence americana sta sviluppando un satellite destinato a trasportare un’arma nucleare. Un’esplosione nucleare in orbita potrebbe danneggiare o rendere inutilizzabili migliaia di satelliti, compromettendo servizi di comunicazione, navigazione, meteorologia e sicurezza nazionale. La Dia sottolinea inoltre che Mosca ha cercato sostegno da soggetti cinesi per compensare le difficoltà di accesso a tecnologie spaziali occidentali dopo le sanzioni.

Il quadro comprende infine i programmi spaziali di Iran e Corea del Nord e la crescente diffusione di capacità in grado di interferire con i sistemi orbitali. La previsione americana è che la competizione aumenterà nel prossimo decennio, con più satelliti, più attori e maggiori rischi per le infrastrutture da cui dipendono le economie e gli apparati militari.

In questo scenario, la fotografia dello spazioplano cinese racconta due trasformazioni. Pechino sta ampliando le proprie capacità nello spazio, mentre Washington può contare anche su società commerciali per osservare programmi che restano in larga parte segreti. La competizione orbitale si gioca ormai non soltanto tra governi e forze armate, ma anche attraverso sensori e servizi privati capaci di trasformare un’immagine ripresa a decine di chilometri di distanza in una nuova fonte d’intelligence.

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Bolsonaro jr rompe il silenzio dagli Usa: “Sono io il vero presidente, presto mobilitazioni in tutto il Brasile”

29 October 2026 at 09:47

Prima si è autoproclamato “il vero presidente” del Brasile e poi ha corretto il tiro con la parola “leader”. Ha usato anche lo stemma pre 1968, che richiama gli anni della dittatura militare, poi corretto con quello attuale, della Repubblica Federativa do Brasil, comunque riservato alle comunicazioni ufficiali dello Stato secondo la legge federale 500 del 1971. C’è più di una usurpazione – e qualche sbavatura di troppo – nella lettera con cui l’ex candidato presidenziale Flávio Bolsonaro, assistito da ChatGpt, ha deciso di rompere il silenzio dopo la sua fuga negli Stati Uniti, ringraziando gli alleati Javier Milei e Donald Trump, “grande difensore della libertà di espressione”.

“Non era mia intenzione lasciare la Patria, ma so come sarebbe finita. È il classico manuale di qualsiasi colpo di Stato”, ha scritto Bolsonaro Jr, nella lettera diffusa su X, citando anche la vicenda del padre Jair per denunciare una “caccia alle streghe” volta a “silenziare chiunque non sia d’accordo con il regime di eccezione instaurato in Brasile”. Il senatore, a cui sono stati annullati i documenti di viaggio, ha poi ribadito le sue accuse alla Corte suprema diretta dal magistrato Alexandre Moraes, che a suo avviso cercava di renderlo “ostaggio e pedina di scambio per proteggere i magistrati corrotti da un impeachment”. Bolsonaro Jr. si è anche paragonato a figure come Charles de Gaulle e José Martí per poi avvicendarsi agli esempi venezuelani di Juan Guaidó e María Corina Machado. E ribadisce anche la tesi della “frode elettorale” e chiede alla comunità internazionale di “non normalizzare ciò che sta accadendo in Brasile”. L’offensiva di Bolsonaro Jr. prevede anche “una strategia per mobilitare l’opposizione e l’immenso sostegno popolare” a suo favore per “impedire che Lula possa consolidare un regime dittatoriale in Brasile”.

La lettera è stata accolta con perplessità dalla stampa locale, che l’ha definita “golpista” e “senza prove”, come scrive la Folha de São Paulo, ma anche carica di errori e affermazioni false secondo O Globo, Icl Noticias e altri mezzi di informazione. Persino Trump, interpellato dai media statunitensi, sembra smarcarsi – almeno a parole – dalla fuga in avanti di Bolsonaro. “Non commenterà nulla su questo – ha osservato -. Non mi coinvolgerò, ma sono state delle elezioni molto strane sicuramente”. Tuttavia i circuiti Maga, a partire da suo figlio Donald Trump Jr. si schierano apertamente dalla parte di Bolsonaro, inscenando – tramite Meme – l’arresto di Lula, come Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio.

Secondo l’analista politico Daniel Zovatto, la lettera rischia di trasformarsi però in un autogol che con le sue “versioni discordanti” rischia di “minare la credibilità” di Bolsonaro Jr. anche tra i suoi alleati. Reagisce anche il deputato Paulo Pimenta, leader della coalizione governativa alla Camera, denunciando che la lettera “costituisce un atto di tradimento alla Patria, di tradimento al Paese”. Nel frattempo, la Polizia federale brasiliana – su mandato della Corte suprema – ha ufficialmente avviato un’indagine (protocollata Adpf 1178) contro la il network conservatore Rockbridge Network, co fondata nel 2019 dall’attuale presidente Usa J.D. Vance, nel mirino per “ingerenza straniera” e “finanziamento illegale” della campagna presidenziale di Flávio. “Non è ammissibile l’interferenza, diretta o indiretta, di uno Stato straniero”, si legge nella risoluzione, in riferimento agli affari interni del Brasile.

Il caso esplode anche in Argentina, là dove il governo Milei ha facilitato – anche mediante uso improprio dei mezzi dello Stato – la fuga di Bolsonaro. Il deputato Pablo Juliano, del blocco Province unite, ha presentato una richiesta di interpellanza e interrogazione sul ministro degli Esteri Pablo Quirno. “Deve spiegare agli argentini se lo Stato lo ha aiutato a fuggire”. Secondo diverse ricostruzioni, la fuga di Bolsonaro è stata direttamente assistita dal consulente presidenziale Santiago Caputo, presente nella città di Puerto Izagù nelle stesse ore dell’operazione. È giallo anche sulla proprietà del Gulstream G400, matricola LV-JQW, che ha trasportato Bolsonaro Jr., appartenente a Baires Fly S.A., azienda controllata da una rete di imprenditori legata al boss Fred Machado, già sostenitore di Milei, agli arresti negli Usa per narcotraffico, riciclaggio e frode finanziaria.

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Cuba, l’Italia si inchina agli Stati Uniti e si astiene sulla risoluzione Onu che chiedeva la fine dell’embargo

29 October 2026 at 09:06

Ufficialmente i rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump sono ai minimi storici, ma se c’è da piegare la testa a a Washington il governo non si tira indietro. E’ accaduto ieri a New York, dove l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto a larga maggioranza la fine dell’embargo economico statunitense contro Cuba, in vigore da decenni. Tuttavia, un’intensa attività da parte degli Stati Uniti ha spinto diversi paesi a opporsi alla risoluzione o ad astenersi per la prima volta dopo anni. Tra questi c’è stata anche l’Italia. La risoluzione ha ottenuto 130 voti a favore, 25 astenuti e 17 contrari, tra i quali Stati Uniti e Israele. L’anno precedente, i sì erano stati 165, 7 i no e 12 le astensioni.

Stati Uniti e Cuba si sono scambiati accuse durissime nella sala dell’Assemblea Generale, trasformando un dibattito sull’embargo commerciale imposto da Washington decenni fa in un teso confronto verbale tra le due delegazioni. L’ambasciatore Usa Mike Waltz ha accusato il governo dell’Avana di arricchire la propria élite mentre la popolazione comune è alle prese con carenze e difficoltà economiche. Oltre a respingere la definizione di “blocco” utilizzata da Cuba per descrivere le misure di Washington. “Non esiste alcun blocco – ha detto Waltz – Un blocco è un cordone di navi militari attorno a un’isola. Non è questo il caso”.

La delegazione cubana ha interrotto più volte il discorso, costringendo il presidente dell’Assemblea a intervenire per richiamare le parti a rispettare le regole. A un certo punto, Waltz si è rivolto direttamente alla delegazione cubana affermando: “Questa è l’America, queste sono le Nazioni Unite. Non siamo nella vostra dittatura comunista. Non potete mettermi a tacere”. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha replicato accusando Waltz di affermazioni false e di aver mancato di rispetto all’Assemblea: “Sta offendendo la dignità del popolo e del governo di Cuba”, ha sottolineato.

Il voto dell’Assemblea Generale Onu ha un peso politico, ma solo il Congresso di Washington può revocare l’embargo a Cuba, risalente all’epoca della Guerra Fredda. L’Assemblea adotta questa risoluzione ogni anno da oltre tre decenni, con la sola eccezione del 2020, durante la pandemia di Covid. “Sono soddisfatto del fatto che così tanti paesi, tra cui importanti economie come la Corea, la Germania e altri, abbiano cambiato la loro posizione”, ha detto ai giornalisti Waltz dopo il voto. “La diplomazia richiede tempo, ma ora che abbiamo assistito a una triplicazione del numero di paesi che hanno mutato orientamento, ci aspettiamo che questo trend continui a crescere”, ha aggiunto.

“L’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia”, ha riferito la Farnesina. In sintesi, si legge nella nota, “l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. La revoca dell’embargo potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche e favorire una ulteriore apertura dell’economia cubana, a beneficio del popolo cubano: ma le riforme non arrivano, le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale. La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale”.

“Sono necessarie urgentemente riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno dovranno essere attuate rapidamente”, prosegue la nota. L’Italia, sottolinea la Farnesina, “inoltre rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba, in particolare dopo gli eventi del luglio 2021, e ribadisce il suo appello al governo cubano affinché rilasci tutti i prigionieri politici. Deploriamo inoltre, si legge, che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale Onu del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina“.

Pazienza se l’Avana dà una grossa mano all’Italia nella sanità pubblica, dove i medici cubani rappresentano una realtà consolidata, in particolare in Calabria. Per far fronte a una cronica e drammatica carenza di personale, la Regione ha siglato un accordo con l’Avana che prevede il reclutamento di quasi 500 camici bianchi. Attualmente, centinaia di specialisti caraibici prestano servizio negli ospedali calabresi, lavorando in prima linea nei pronto soccorso e nei reparti più in affanno. Dopo una prima esperienza emergenziale in Lombardia e Piemonte durante la pandemia del 2020, questa cooperazione è diventata strutturale: l’intesa è stata infatti prorogata fino al termine del 2027 per garantire la continuità dei servizi sanitari essenziali.

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Gli Stati Uniti e Trump al bivio alle elezioni di midterm: la contesa tra democratici e repubblicani e gli scenari per il Congresso

29 October 2026 at 07:05

L’inimmaginabile potrebbe a questo punto accadere. Soltanto qualche mese fa, la previsione più realistica nella politica americana era che alle elezioni di midterm i democratici riconquistassero la Camera e i repubblicani si confermassero maggioranza al Senato. Il dato si basava su un calcolo. Per conquistare il Senato, i democratici avrebbero dovuto conservare quattro seggi che già ora controllano – Georgia, Minnesota, New Hampshire, Michigan – ma che i repubblicani giudicavano “contendibili”. Oltre a mantenere i quattro collegi, i dem ne avrebbero dovuto conquistare altri quattro tra Maine, North Carolina, Alaska, Texas, Ohio, Iowa. Se non impossibile, la cosa appariva ardua. In molte di queste zone Trump aveva vinto nel 2024 con oltre 20 punti di vantaggio. Come sarebbe stato possibile ribaltare una così massiccia prevalenza dei conservatori? Quanto sarebbe stata realistica una vittoria liberal nella Trumpland?

A pochi giorni dall’apertura delle urne, l’inimmaginabile può essere immaginato. Oltre che alla Camera, i democratici potrebbero prevalere anche al Senato. In tutti gli Stati sopra menzionati, sondaggisti e ricercatori parlano di una situazione di sostanziale equilibrio. A rivelarlo, oltre ai sondaggi, è anche la corsa disperata che Donald Trump ha intrapreso da un comizio all’altro in Texas. Ohio, Iowa, Mississippi, fino a qualche mese fa solide roccaforti repubblicane e dove ora si spedisce a far comizi last minute un presidente ottantenne, non si sa quanto consapevole del momento. Il timore è che le roccaforti crollino. Persino il Kansas, che non elegge un senatore democratico dal 1932, non pare più così certa terra repubblicana. Nelle ultime settimane si è assistito a un altro fenomeno significativo. I repubblicani, che pure a queste elezioni dispongono di un solido vantaggio finanziario rispetto ai democratici, stanno riposizionando ingenti risorse dai collegi elettorali “di attacco” a quelli “di difesa”. Gli strateghi del G.O. P. si sono cioè convinti che a questo punto non si tratti tanto di strappare seggi ai democratici ma di difendere, disperatamente, i propri. Con un presidente largamente impopolare e un’economia frenata dalla guerra in Iran, la linea non può che essere quella della resistenza.

Se questo è il quadro che a pochi giorni dal voto emerge da sondaggi e analisi, una certa prudenza è comunque d’obbligo. Chi nel 2016 avrebbe mai pensato che un imprenditore mezzo fallito diventato personaggio TV folkloristico fosse candidato repubblicano alla presidenza, senza esperienza e senza un partito alle spalle, e potesse battere Hillary Clinton e diventare presidente degli Stati Uniti? Chi avrebbe immaginato che sempre quel presidente, sconfitto, allo sbando, circondato da generale riprovazione per aver lanciato i suoi supporter contro il Congresso, potesse tornare alla ribalta e rientrare trionfalmente alla Casa Bianca quattro anni dopo? La carriera politica di Trump – il corso della sua vita – sono costellati da continue cadute e inaspettati ritorni e non si può escludere che istinto e capacità di capire cuore e testa degli americani lo facciano tornare in auge anche questa volta.

La cosa è possibile, ma improbabile. Trump ha ottant’anni e, nonostante le chiacchiere da lui stesso alimentate, nessuna possibilità di un terzo mandato. Tra due anni lascerà la Casa Bianca e il suo principale problema non sarà tanto consolidare il movimento che ha creato e trovargli un leader, quanto difendere se stesso e la sua famiglia dalle inchieste che i democratici, nel caso di ritorno al potere, faranno partire. C’è poi da aggiungere che difficilmente la crisi energetica globale, scatenata dalla guerra in Iran, si risolverà nel giro di qualche settimana. Se si incrociano lo stato attuale delle cose e i dati dei sondaggi, quello che potrebbe accadere il 3 novembre è quindi molto di più di un semplice trasferimento del controllo del Congresso dai repubblicani ai democratici. La sera del 3 novembre potrebbe rappresentare l’inizio della fine dell’era Trump, il momento in cui un presidente ormai anziano, pochissimo amato, segnato da diverse crisi che non sa risolvere, perde anche il sostegno del suo partito al Congresso e diventa una delle figure tragiche dell’immaginario politico americano. Una lame duck, un’anatra zoppa.

Ovviamente gli scenari sono diversi per i diversi risultati del voto. Nel caso i democratici dovessero riprendere il controllo della sola Camera, potranno nominare lo speaker, gestire l’agenda dei lavori e le commissioni, avviare inchieste e indagini formali, ostacolare l’approvazione di tasse e bilancio federale (il power of the purse, il potere di borsa, negli Stati Uniti appartiene al Congresso nel suo insieme, la Camera ha però più funzioni di proposta e il Senato di verifica e approvazione). A Trump resterebbe il potere di veto e la possibilità di governare attraverso decreti e ordini esecutivi. Il Senato in mano ai repubblicani significherebbe una cosa soprattutto – e importante per i conservatori: audizioni più veloci e quasi certa approvazione per i giudici federali nominati dal presidente. Limitato nei poteri sul fronte interno, Trump potrebbe dedicarsi con più tempo e impegno alla politica estera – su cui il presidente ha più ampia autonomia – puntando alla chiusura del conflitto in Ucraina e alla liquidazione della minaccia nucleare iraniana. Per un politico che da sempre sogna di tramandare ai posteri il segno del suo passaggio alla Casa Bianca, non è cosa trascurabile.

Tutto ciò diventerebbe ancora più restrittivo dei poteri del presidente, nel caso i democratici conquistassero la maggioranza di Camera e Senato. A quel punto l’agenda legislativa di Trump subirebbe uno stop quasi totale e la Casa Bianca sarebbe costretta a un’estenuante lavoro di compromesso sulle leggi che fanno funzionare la macchina statale. Per i giudici federali scelti da Trump, l’audizione davanti ai senatori non sarebbe più una formalità. E un ruolo chiave verrebbe a quel punto giocato dalle commissioni del Congresso, controllate in toto dai democratici e da cui partirà una probabile, profonda revisione politica e giudiziaria degli anni di governo di Trump – inclusa la schiera dei collaboratori particolarmente zelanti: Pete Hegseth, Robert F. Kennedy, Todd Blanche. Non ci sono dubbi sul fatto che i democratici faranno partire, proprio dalla Camera, un nuovo impeachment per Trump. Anche questo, come i precedenti, si concluderà nel nulla. Sono necessari i due terzi del voto del Senato per mettere sotto accusa un presidente – e i dem non li hanno. Anche questo, come i precedenti, creerà tensioni e alimenterà la crisi americana nei due anni finali di Donald Trump – destinato a uscire di scena come tigre ferita, più che anatra zoppa.

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“Ho sognato Antonio Banderas, era nudo su una tortilla messicana, con guacamole e salsa, lo arrotolavo e lo mangiavo. L’amore? Muore, senza alcun motivo”: Isabel Allende si racconta

28 October 2026 at 08:34

La parola magica. È questo il titolo del nuovo libro di Isabel Allende, nel quale la scrittrice dà suggerimenti a chi vorrebbe diventare scrittore ma, soprattutto, racconta sé stessa con la consueta schiettezza. “Anche mia madre me lo diceva sempre: ‘Perché devi raccontare tutto? Così sei vulnerabile’. Io rispondevo: ‘Quello che ti rende vulnerabile sono i segreti che mantieni, non le cose che racconti’”, spiega a Vanity Fair. È una lunga conversazione nella quale tornano continuamente due figure centrali della sua vita: la figlia Paula, morta a 29 anni nel 1992 dopo una brutta malattia, e la madre Francisca, per tutti “Panchita”.

Proprio della madre Allende racconta un episodio che compare anche nel libro: quando decise di portarla in un sex shop. “Stavo scrivendo un libro, Afrodita, sugli afrodisiaci, e vagavo per negozi hard a San Francisco. Mia madre era arrivata molto depressa, al punto che è scesa dall’aereo su una sedia a rotelle, per me fu uno shock. Poi sono successe due cose: prima l’ho portata da uno psichiatra, le hanno dato dei farmaci, e per la prima volta in vita sua è stata curata. La vita di mia madre è cambiata dopo questo. E nel sex shop, la vedo ancora adesso con i suoi occhiali a guardare tutta quella roba e cercare di capire cosa fosse. Ridevamo come delle pazze. Così è cominciata la sua guarigione”.

Restando in tema di erotismo, a un certo punto della sua vita il sogno proibito della scrittrice è stato Antonio Banderas, protagonista di due film tratti dai suoi romanzi. “Era così sexy, e così bello. Avevo una cotta per lui, ovvio, solo metaforica. E niente, un giorno l’ho sognato, era nudo su una tortilla messicana, con guacamole e salsa, lo arrotolavo e lo mangiavo”.

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Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua”

27 October 2026 at 17:04

Nemmeno il tempo per il suo partito di riconoscere la vittoria dell’avversario alle ultime presidenziali, Luiz Inácio Lula da Silva, che scoppia un caso intorno a Flavio Bolsonaro. Il figlio dell’ex presidente Jair, secondo quanto riportato dai media locali, ha lasciato il Brasile fuggendo negli Stati Uniti, con un passaggio intermedio in Argentina. A conferma di questo, scrive Reuters, c’è la testimonianza di due funzionari americani che confermano l’imminente arrivo nel Paese del candidato sconfitto in Brasile. Anche altri media hanno confermato la ricostruzione citando, invece, persone vicine alla famiglia.

La polizia aveva deciso in giornata di annullare il passaporto del candidato di destra brasiliano dopo il suo rifiuto, il giorno precedente, di consegnarlo spontaneamente alle autorità, come richiesto. Lui stesso sui social aveva raccontato: “Sono andato a trovare mio padre, che come sapete è agli arresti domiciliari. E mentre stavo uscendo, la Polizia Federale di Lula era alla sua porta, in mezzo alla strada. Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”. Una delle ipotesi è che la decisione delle autorità fosse legata alla richiesta alla Corte Suprema del deputato Lindbergh Farias, schierato con Lula, di sequestrare il documento perché coinvolto anche lui nelle indagini in corso sul fratello, Eduardo, circa lo scandalo dei finanziamenti al film sulla vita del padre, Dark Horse. Nella denuncia, Lindbergh sostiene che esista un collegamento tra le azioni di Eduardo negli Stati Uniti, la campagna internazionale per le sanzioni contro i giudici della Corte Suprema e il finanziamento illecito al film.

Adesso, però, la priorità è diventata quella di capire come abbia fatto Flavio Bolsonaro a lasciare il Paese. La Polizia federale sta verificando i registri ai valichi di frontiera e quelli dei voli per capire come abbia lasciato il Paese. Indagini partite dopo che il sito argentino Infobae, scrive Folha de S.Paulo, ha riferito che Bolsonaro avrebbe preparato la sua fuga nella notte, attraversando la frontiera con l’Argentina, passaggio che sulla base dell’accordo tra i Paesi del Mercosur è possibile fare con la sola carta d’identità, quindi anche senza passaporto. A quel punto, avrebbe trovato un jet privato per volare negli Usa. Il governo di Javier Milei nega però che sia entrato nel Paese.

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La Cia cerca nuovi informatori a Cuba su Instagram: “Diteci tutto ciò che sapete”. L’Avana: “Siete disperati”

27 October 2026 at 06:54

“La sua informazione è più preziosa di quanto tu possa credere”. La Cia cerca nuove spie a Cuba e, come già fatto in passato, ricorre anche a Instagram, dove sabato è stata pubblicata una breve guida per garantire un “contatto virtuale” e “sicuro” per la popolazione dell’isola. “Vogliamo conoscere la verità su Cuba, e stiamo cercando persone di fiducia che sappiano e possano comunicarci questa verità”, si legge sull’account ufficiale della Cia, dove i cubani che hanno la possibilità di viaggiare sono invitati a “recarsi di persona presso una sede ufficiale negli Stati Uniti oppure inviare qualcuno di sua fiducia” mentre coloro che rimangono nell’isola sono tenuti a seguire una serie di istruzioni, come l’utilizzo di una Virtual private network (Vpn) e la navigazione in “modalità incognito” su browser “forniti da compagnie Usa o situate in un Paese alleato”, come Chrome, Firefox o Safari. Anche il Vpn “affidabile” e non sviluppato “a livello locale”, né da Paesi ritenuti “ostili” quali Cina, Iran e Russia.

“Se è possibile – indica la Cia – non usi devices o connessione internet associati alla sua identità o ai suoi luoghi di lavoro”. Le autorità cubane hanno reagito attraverso il viceministro degli Esteri, Carlos Fernández de Cossio, che su X ha ironizzato: “Ora gli Usa ricorrono a reclutamenti pubblici della Cia. Devono esserci molta disperazione o carenze nelle file dell’agenzia, che si vede costretta a vendere le proprie offerte come un tubetto di dentifricio”. Fonti de L’Avana denunciano anche “l’ennesima operazione psicologica” volta ad accrescere “le tensioni dentro l’Avana” e “minare la fiducia tra il popolo e le istituzioni”.

A tale riguardo, le Forze di sicurezza dello Stato e l’impresa statale di telecomunicazioni (Etecsa) ha rafforzato i propri meccanismi di sorveglianza e controspionaggio, anche attraverso i Comitati di difesa della rivoluzione. A livello giudiziario, l’eventuale contatto tra i cittadini dell’isola e la Cia potrebbe essere imputato come “spionaggio” o “tradimento alla patria”. Il clima preoccupa alcuni settori del Congresso e dell’intelligence americana, che temono l’esposizione indebita e il crescente rischio per informatori già attivi a L’Avana. L’annuncio della Cia è in continuità con l’invito lanciato venerdì dal segretario di Stato Usa Marco Rubio a “un’associazione discreta con la Cia” per “coloro che vogliono promuovere un cambiamento positivo“. “Ora è il momento” è stato l’appello di Rubio, denunciando le “promesse fallite, la corruzione e le vite agiate di pochi”, in riferimento alla classe dirigente di Palazzo della Revolución.

L’offensiva Usa nei confronti dell’Isola ha ripreso forza lunedì con l’annuncio del mandato di cattura contro l’ex presidente Raúl Castro, 96 anni, imputato di cospirazione per commettere omicidio in primo grado in occasione dell’abbattimento di due velivoli civili nel 1996 e la conseguente uccisione di tre cittadini e un residente Usa. A sua volta, il presidente statunitense Donald Trump ha rincarato la dose, sottolineando che, una volta concluse le operazioni in Iran, le sue imbarcazioni militari passeranno davanti a Cuba e “una di esse si fermerà a 45 metri dalle coste“. A quel punto, afferma Trump, i vertici del governo cubano “alzeranno le mani” e Marco Rubio scenderà in campo per “chiudere l’accordo”.

Per il momento, voci dell’amministrazione Usa consultate da Associated Press smentiscono un’eventuale operazione militare imminente dopo le iniziali preoccupazioni suscitate dall’annuncio del Tycoon. Secondo diverse fonti, la ricetta venezuelana annunciata sull’Avana punta a riallacciare i ponti con l’elettorato cubano-statunitense, il cui 68% aveva votato Trump nel 2024. E il tempismo tra l’escalation e il voto anticipato iniziato sabato nella Florida, che concentra il maggior numero di esuli cubani, accresce le critiche tra gli analisti. “È un grande show politico“, dice Eduardo Gamarra, docente di Scienze politiche presso l’Università internazionale della Florida, osservando che l’offensiva contro L’Avana punta a “sbloccare la situazione elettorale” nello stato, sempre più lontano da Trump. Tuttavia, Palazzo della Revolución non abbassa la guardia. “Il governo degli Stati Uniti lascia in evidenza che non rinuncia alle sue ambizioni di dominazione su Cuba“, ha denunciato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez. “È bene ricordare – ha aggiunto – che ciò che i cubani abbiamo raggiunto nel 1959 è la nostra vera indipendenza e siamo disposti a difenderla”.

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Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump

27 October 2026 at 03:45

Vice President JD Vance arrives to speak at a midterm campaign rally at the LevelUp Training Complex in Monroe, Mich., Thursday, Oct. 15, 2026. (Daniel Heuer/Pool Photo via AP)

Prima scena. Il giornalista Mark Halperin chiede a J.D. Vance se, in caso di candidatura alla presidenza nel 2028, potrebbe contare sull’endorsement di Donald Trump. Il vicepresidente sorride: «Direi di sì, ma non lo so, amico mio». Del resto, il sostegno del presidente è fondamentale. E aggiunge che in effetti i due non ne hanno mai parlato. Seconda scena. L’indomani, nello Studio Ovale, Halperin fa la stessa domanda al presidente, gli chiede se è pronto dare l’endorsement al suo vice, e Trump abbozza un complimento, poi dice che non ne hanno parlato, fa il vago, si gira anche verso lo stesso Vance che ricambia con un altro sorriso. Un attimo dopo il vicepresidente perde l’espressione gioviale, si incupisce. Si aspettava una risposta più esauriente. Dal video si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore. Ne era convinto, dovrebbe essere lui il candidato di punta del Partito Repubblicano, l’alfiere del trumpismo dopo Trump. Ma con un capo così, chi può avere delle certezze?

La scena tragicomica è della settimana scorsa e sintetizza bene il problema politico di Vance: è uno dei volti più riconoscibili dell’universo Maga, nonché il favorito per la nomination repubblicana, eppure non può dare per scontato il sostegno di Trump, cioè l’uomo che lo ha portato fin lì. Per diventare il futuro del partito deve dimostrare di poter fare a meno di Trump, senza perderlo.

Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato, si vota per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Il clima è sfavorevole ai repubblicani, c’è aria di riscatto dei democratici (ne aveva scritto il direttore Christian Rocca in questo editoriale). L’approvazione di Trump è al livello più basso dei suoi due mandati.

I sondaggi più recenti confermano una tendenza negativa che dura ormai da mesi, su cui pesano il costo della vita, i prezzi dell’energia e la guerra con l’Iran. Butta male per il Partito Repubblicano, e forse per Vance è una brutta notizia solo a metà: in caso di sconfitta, la base Maga ancora fedele a Trump potrebbe stringersi attorno al vicepresidente. Ma il condizionale è d’obbligo.

Vance avrebbe bisogno del sostegno degli elettori che si identificano con Trump e, insieme, di recuperare una parte di quelli che si sono allontanati da lui. Non può permettersi di fare campagna elettorale scaricando il trumpismo e non può nemmeno limitarsi a imitare Trump, rischiando di ereditarne l’impopolarità. Per questo il vicepresidente sta cercando di costruirsi una sua autonomia politica, anche in modi imprevedibili. Di recente ha evitato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alle elezioni in Israele, limitandosi a una risposta cerchiobottista: «Io sostengo i candidati americani», spiegando di essere concentrato sulle midterm, quindi non ha attaccato Netanyahu né sconfessato Trump che invece lo appoggia apertamente. La cautela è notevole ancor di più perché in primavera Vance aveva fatto campagna in Ungheria per Viktor Orbán. E non risulta un passaporto americano per l’ex autocrate di Budapest.

La successione a Trump non riguarda soltanto chi riceverà l’endorsement del presidente, riguarda soprattutto il tipo di partito che dovrà guidare. Sotto l’etichetta Maga convivono visioni diverse dell’economia, della religione, dello Stato e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump ha potuto rinviare il confronto perché lui tiene tutti sotto la sua ala, fa da collante. Ma nessun altro, almeno per il momento, ha mostrato le stesse capacità.

La prima corrente con cui Vance deve fare i conti è quella dei national conservatives, i conservatori nazionali. Sono quelli che hanno progressivamente superato il vecchio conservatorismo reaganiano – libero mercato globale, interventismo militare – incanalando l’agenda del movimento Maga in una dottrina intellettuale e politica strutturata, ispirandosi anche alle linee nazionaliste promosse da Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation. Tutto fa perno sulla nozione di “Heritage American”, che privilegia chi discende da famiglie presenti nel Paese fin dalle origini.

La conversione cattolica sbandierata nel libro “Communion” avvicina Vance ai postliberali, che a differenza dei nazional-conservatori vogliono uno Stato impegnato a promuovere una visione morale della società. Il Claremont Institute, altra area di riferimento per Vance, punta invece a ridimensionare il potere federale.

Le differenze riemergono anche sui confini del Maga: ad AmericaFest, nel 2025, Vance ha messo in guardia dalle «prove di purezza» ideologica caldeggiate da una parte di mondo repubblicano, mentre la destra americana discuteva se isolare figure come il suprematista Nick Fuentes (di lui avevamo parlato qui), evitando di indicare chi escludere dal movimento. Insomma, tenere unita la coalizione significa convivere con contraddizioni che Trump poteva lasciare irrisolte, ma che il suo successore dovrà prima o poi affrontare.

Una rete attraversa quasi tutte queste correnti ed è decisiva per l’ascesa di Vance: quella di Peter Thiel, il miliardario della tecnologia che ne ha sostenuto la carriera. Il rapporto comincia a Yale nel 2011; attraverso Thiel, Vance incontra il pensiero di René Girard e un ambiente in cui cristianesimo, critica del liberalismo e innovazione tecnologica convivono. Dopo Yale Vance entra nel venture capital: lavora a Mithril Capital e avvia poi Narya Capital. Nel 2022, quando si candida al Senato dell’Ohio, Thiel versa quindici milioni di dollari a un Super Pac che lo sostiene. L’endorsement di Trump completa l’operazione e porta al Senato un uomo che fino a pochi anni prima era conosciuto soprattutto come autore di “Hillbilly Elegy” e critico del trumpismo.

Rispetto a Trump, Vance potrebbe quindi essere ancor più accondiscendente nei confronti degli oligarchi digitali. A settembre, il vicepresidente ha respinto le richieste di una regolamentazione internazionale della sicurezza dell’intelligenza artificiale, sostenendo che le aziende preoccupate dei rischi delle proprie tecnologie dovrebbero fermarne lo sviluppo, anziché chiedere nuove regole. Una posizione motivata anche dalla competizione con la Cina, che rivela però una tensione interna al mondo Maga: come conciliare la difesa dell’industria americana con la diffidenza verso il potere delle grandi imprese?

La politica estera mette a nudo le contraddizioni del Maga, dove convivono nazionalisti contrari alle guerre e sostenitori di un ruolo militare globale. Jonathan Chait sull’Atlantic scriveva a giugno che Vance aveva sconsigliato l’intervento in Iran, ma dopo la decisione ha difeso Trump, ritrovandosi a sostenere una guerra che contraddice la promessa di ridurre gli impegni americani.

Anche l’Ucraina mostra che “America First” non è necessariamente sinonimo di isolazionismo. Vance ha sostenuto la riduzione degli aiuti a Kyjiv, ma si è anche impegnato in prima persona per chiedere a Volodymyr Zelenky di fermare attacchi contro petroliere, impianti di raffinazione e altre infrastrutture critiche – mai alla Russia, ci mancherebbe. Perché va bene l’isolazionismo, ma quando c’è da difendere gli interessi nazionali allora si può derogare ai propri slogan e intervenire.

Vance ha una risorsa che Trump non ha mai posseduto nella stessa misura: una rete di intellettuali, finanziatori e organizzazioni che prova a dare al movimento una struttura e una dottrina. Questo potrebbe far emergere le contraddizioni e le divergenze tra nazional-conservatori, postliberali, ambienti di Claremont e imprenditori tecnologici. Frizioni che Trump è spesso riuscito a tenere sotto controllo, senza risolverle, perché il punto di convergenza era lui. Vance dovrà convincere il partito di poter custodire quell’eredità senza diventare una copia in sedicesimo del suo predecessore.

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Audi in Georgia: 4.500 posti di lavoro e produzione dal 2030

26 October 2026 at 05:47

Audi investe 4 miliardi di dollari nel primo stabilimento americano in Georgia: 4.500 posti di lavoro e capacità fino a 200.000 veicoli l’anno.

Audi compie un passo decisivo nella strategia di crescita globale con il progetto del suo primo stabilimento produttivo negli Stati Uniti. L’Azienda intende investire circa 4 miliardi di dollari e creare circa 4.500 posti di lavoro. Il sito sarà progettato per una capacità annua fino a 200.000 veicoli: la costruzione dovrebbe iniziare nel 2027, mentre la produzione è prevista per i primi anni ’30.

Crescere in America per i clienti americani

Gli Stati Uniti sono il secondo mercato premium al mondo e rappresentano per Audi un potenziale di crescita considerevole. Il progetto nasce con SUV premium su misura per i clienti nordamericani e prodotti localmente, all’interno di una strategia di lungo periodo basata su esigenze dei clienti, gamma competitiva e un modello di business più efficiente. La strategia per Audi Stati Uniti punta a una crescita redditizia e sostenibile. Il CEO di AUDI AG, Gernot Döllner, sostiene che le ambizioni per il marchio in America sono molto più grandi e che il potenziale non è ancora stato pienamente realizzato. Secondo il manager, l’obiettivo è costruire un business Audi più solido nel Paese, non soltanto realizzare uno stabilimento, grazie a prodotti premium, un brand più forte e una base produttiva locale competitiva. Avvicinare la produzione alla domanda dei clienti nordamericani è un elemento chiave del progetto. Per un marchio premium, il radicamento locale significa seguire da vicino preferenze, volumi e tempi di un mercato che resta tra i più importanti del settore.

Audi Georgia: perché il Middle Georgia Mega Site

La scelta della Georgia si basa su forza lavoro qualificata, una rete consolidata di fornitori automotive e una solida infrastruttura logistica. Lo Stato è considerato recettivo per gli investimenti industriali e l’area “Middle Georgia Mega Site” garantisce flessibilità e spazio per successive espansioni del sito. Lo stabilimento sarà progettato sulle future esigenze produttive Audi, con attenzione a efficienza, flessibilità e capacità di rispondere ai cambiamenti della domanda e alle esigenze dei clienti. La disponibilità di spazi consente inoltre al sito di crescere nel tempo, adattandosi a scenari di mercato in evoluzione.

Un impianto da zero con processi avanzati

Gerd Walker, membro del Board per la produzione e la logistica di AUDI AG, sottolinea che partire da zero permette di sviluppare fin dal primo giorno processi altamente efficienti e flessibili, integrare tecnologie avanzate e costruire una rete di fornitori locali solida. L’ambizione dichiarata è fissare un nuovo standard di riferimento per la produzione premium e rafforzare la rete globale Audi. Con circa 4.500 posti di lavoro previsti, il progetto aprirà opportunità per fornitori, prestatori di servizi e partner regionali, con effetti che vanno oltre i cancelli dello stabilimento. Il caso mostra come un investimento industriale possa generare un indotto esteso sul territorio.

Tempi e tappe del progetto

Il percorso prevede l’avvio dei lavori nel 2027 e la produzione nei primi anni ’30. Nel frattempo il progetto dovrà consolidare la filiera di fornitori locali e le competenze della forza lavoro, elementi che i vertici indicano come centrali per la competitività dello stabilimento. Il calendario lungo è coerente con la natura del progetto: un impianto nuovo, costruito da zero, che richiede una pianificazione dettagliata di processi, tecnologie e logistica prima dell’avvio della produzione.

Il sostegno dello Stato

Il Governatore della Georgia, Brian P. Kemp, rivendica la reputazione dello Stato come luogo in cui le aziende globali possono costruire il proprio futuro. Per Kemp la scelta di Audi rappresenta un passaggio cruciale in questo percorso e un’occasione per generare prosperità economica duratura e contribuire alla prossima generazione dell’industria automobilistica americana.

Investire negli USA per la competitività globale

Una presenza più forte in Nord America permette ad Audi di operare a livello globale in modo più bilanciato e resiliente, riducendo l’esposizione ai rischi commerciali e valutari e aprendo ulteriori opportunità di crescita redditizia. La Germania e l’Europa restano la spina dorsale industriale del marchio, grazie a competenze ingegneristiche, capacità tecnologiche e know-how locale. Manfred Döss, Presidente del Consiglio di Vigilanza di AUDI AG, sostiene che il futuro dell’azienda non sarà garantito solo dalla riduzione dei costi o da una maggiore efficienza. Serve il coraggio di investire e di prendere decisioni che plasmeranno l’azienda nei decenni a venire, e l’investimento americano è proprio questa determinazione. Il caso Audi sembra indicare una tendenza più ampia: i grandi costruttori premium stanno rivedendo la geografia della produzione per restare vicini ai mercati di riferimento e ridurre le vulnerabilità legate al commercio internazionale.

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Nyt: “Teheran pronta a colpire personale Usa, sono considerati obiettivi legittimi”

25 October 2026 at 11:27

Teheran è convinta che Israele e Stati Uniti si stiano preparando al terzo grande attacco su vasta scala contro la Repubblica islamica in 16 mesi, motivo per cui sarebbe in una “fase avanzata” la pianificazione da parte dell’Iran di attacchi contro funzionari statunitensi. Il timore all’interno dell’amministrazione Trump viene ribadito dal New York Times, che cita due fonti iraniane – tra le quali un ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran – secondo cui tra gli obiettivi possibili ci sarebbero effettivamente diplomatici e personale americano, obiettivi che hanno detto di considerare “legittimi” dopo le operazioni militari dei mesi scorsi di Usa e Israele contro l’Iran. Osservazioni sulla portata delle capacità iraniane a parte, il conflitto in Medio Oriente, è la sintesi del giornale, è entrato in una nuova fase in cui una serie di fattori, dalle elezioni in Israele e negli Usa alla possibilità che le parti cerchino pretesti per l’azione, creano livelli di tensione e rischio sempre più elevati.

Funzionari Usa, rilancia il Nyt, affermano di essere concentrati su elementi delle informazioni di intelligence più recenti secondo cui gli iraniani potrebbero tentare di uccidere ambasciatori americani in Medio Oriente e funzionari americani in territorio Usa, quello che il quotidiano sottolinea essere un vecchio obiettivo dell’unità 840, unità d’élite iraniana, ricordando come “la storia insegni che le ambizioni dell’Iran sono spesso superiori alle sue capacità“. Fonti americane e alleati europei, evidenzia ancora il giornale, hanno sottolineato come le notizie di intelligence su possibili attacchi siano aumentate dopo i fatti nel Regno Unito, dopo l’allarme nella base Raf Fairford usata dalle forze Usa. E le fonti citate hanno precisato che le informazioni di intelligence valutate da ufficiali di alto livello includono la pianificazione da parte dell’Iran di un’eventuale risposta a possibili operazioni di Usa o Israele. In questo contesto, stando a una fonte, ci sarebbero prove che gli iraniani abbiano agenti negli Usa “che non sono semplicemente cittadini iraniani“.

Dal punto di vista politico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha portato l’attenzione sullo stretto di Hormuz, dove la situazione non tornerà “allo stato in cui si trovava prima delle due recenti guerre”. Il conflitto in corso, ha proseguito, “ha cambiato tutto. Le rotte attraverso lo Stretto di Hormuz non saranno più quelle di un tempo”. Araghchi ha inoltre aggiunto che l’Iran ha sottolineato agli intermediari che la guerra deve cessare su tutti i fronti della regione, “altrimenti la pace rimarrà irraggiungibile”. Riferendosi a recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che non ha escluso l’ipotesi di nuovi attacchi contro l’Iran, Araghchi ha sottolineato: “Si parla di una nuova guerra, ma io sto già pensando al periodo successivo alla guerra. Indipendentemente dal fatto che una guerra scoppi o meno, le nostre politiche rimangono invariate. Se prevarrà un minimo di razionalità, non tenteranno nuovamente un’aggressione militare contro l’Iran. Ci hanno già provato due volte e hanno visto come è andata a finire. Se dovessero tentare ancora una volta, sanno bene che il risultato non sarà diverso da quello che hanno sperimentato in passato”.

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L’anatomia delle Midterm americane

23 October 2026 at 09:04

A metà di un mandato presidenziale, negli Stati Uniti si svolgono le elezioni di Midterm. Sono forse meno note le dinamiche e le strategie che possono emergere in questa fase, ma in questa puntata cercheremo di capire due punti fondamentali: il ridisegno dei distretti e l'instaurazione di un governo diviso.

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Zelensky recupera l’intelligence americana, non la certezza di poter decidere la pace

21 October 2026 at 06:35

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, center, stands beside Norwegian Prime Minister Jonas Gahr St¿re, right, Finnish President Alexander Stubb, 2nd left, and U. S. envoy Steve Witkoff, in Oslo, Norway, Tuesday, Oct. 20, 2026. (Heiko Junge, Pool Photo via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.

L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.

A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.

Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».

Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.

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USA-Russia: nessuna contraddizione. Ecco la vera chiave di lettura

11 October 2026 at 00:09
Abstract: Il seguente testo espone una profonda analisi dell’attuale panorama geopolitico internazionale, focalizzandosi sul drastico riorientamento strategico degli Stati Uniti. Mettendo da parte i vecchi dogmi ideologici in favore di ...

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Il mito dello “scrocco”: Perché l’America ha un disperato bisogno di un’Europa in trincea

28 August 2026 at 23:03
L’Europa ha beneficiato della difesa degli Stati Uniti “a scrocco”? Il punto fondamentale di tutta questa storia è uno solo: gli Stati Uniti non hanno mai protetto l’Europa per beneficenza. ...

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Trump punta a instillare sfiducia per Spezzare l’Asse Putin-Kim

25 August 2026 at 00:13
L’architettura geopolitica globale sta subendo una trasformazione in cui le alleanze tradizionali lasciano il posto a intese transazionali e strategie di sopravvivenza. Analizzando le dinamiche tra Washington, Mosca, Pyongyang, Seul ...

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