❌

Normal view

Alexander Zverev è il nuovo numero 1: un re che non viene considerato tale. Limiti e meriti del campione arrivato in vetta con 10 anni di ritardo

30 October 2026 at 09:17

L’annuncio della fine del 2026 di Jannik Sinner lo aveva reso inevitabile. Bisognava solo capire dove sarebbe terminata una rincorsa durata oltre 10 anni e che molti ormai credevano non sarebbe mai arrivata a conclusione. Alexander Zverev è il nuovo numero uno del mondo. È bastato raggiungere i quarti di finale nel 500 di Vienna (grazie alla vittoria contro Tallon Griekspoor) per completare il sorpasso su Jannik Sinner nella classifica mondiale: 9.450 punti per entrambi (tedesco avanti però per la regola prevista nei pari meriti). Nella Race invece il tedesco è molto più avanti, mettendo insieme oltre 9mila punti in questa stagione. Attualmente quasi 1.500 più dell’azzurro.

Un risultato che arriva all’ombra dei 30 anni, quando quasi nessuno ci avrebbe più scommesso, figlio di perseveranza, tanto lavoro e quella fortuna che non guasta mai. Si, perché è inutile girarci intorno, per raggiungere la vetta del ranking Zverev ha avuto bisogno anche dei guai fisici che hanno colpito Carlos Alcaraz e Sinner (il primo bloccato per cinque mesi, il secondo fermo dalla finale di Wimbledon). Il numero uno è il secondo tabù spezzato dal tedesco in questo 2026, dopo essersi sbloccato negli Slam con i titoli al Roland Garros e allo Us Open. Due traguardi che hanno cancellato anni di delusioni, alleviato pressioni e limiti psicologici, rimosso la fastidiosa etichetta di “incompiuto”. Un traguardo meritato quello di Sasha: ha vinto più partite di tutti, ha vinto più Slam ed è stato più continuo. E poi c’è il fisico. In un tennis sempre più intenso, la solidità e la gestione fisica sono ormai una caratteristica non secondaria. Una dote tanto importante quanto un rovescio.

Eppure il numero uno di Zverev racchiude anche un paradosso: il nuovo leader del ranking non è considerato tale da tutti. Tutti i meriti del tedesco infatti si scontrano con alcuni dati: nessun titolo Masters 1000 nel 2026 (finora) e un rendimento contro i top 10 non certo da numero uno del mondo. Zverev quest’anno ha vinto tre partite contro un giocatore nella top 10 e non ha mai battuto un avversario diretto. Con Sinner cinque sconfitte su cinque partite, con Alcaraz ha perso l’unico confronto in Australia. E anche da Novak Djokovic è stato sconfitto a Pechino.

Questa prima posizione mondiale di Zverev arriva dopo un percorso lungo dodici anni, cominciato da Braunschweig, città della Bassa Sassonia. È qui che, il 5 luglio 2014, Sasha trionfa nel Challenger ad appena 17 anni presentandosi al mondo del tennis. Gli appassionati all’improvviso imparano a conoscere il suo nome e due anni dopo arriva anche il primo titolo Atp a San Pietroburgo superando Stan Wawrinka. Ma è nel 2017 che la rincorsa di Zverev diventa importante. Mentre Roger Federer e Rafa Nadal si dividono gli Slam, lui mette insieme due Masters 1000 agli Internazionali d’Italia (battendo Djokovic) e a Montreal (superando Federer) e sale fino alla posizione numero 3 del mondo. La vetta ormai è lì a un passo, molti già lo preannunciano, e invece Zverev non riesce a fare quell’ultimo step.

Negli Slam fatica e delude, nei momenti clou i suoi limiti vengono a galla, spesso contro i Big Three. Gli exploit non mancano. Nel 2018 elimina Federer e Djokovic e vince le Atp Finals; tre anni dopo replica il successo alle Finals e vince l’oro olimpico a Tokyo (superando ancora Nole in semifinale). Vittorie pesanti a cui si unisce però la sconfitta nella finale dell’Us Open 2020 contro Dominic Thiem dove c’è tutto Zverev, nel bene e nel male: il tedesco va in vantaggio due set a zero, si fa rimontare, è ad un passo dal vincere ma alla fine perde. Alti e bassi che non trovano mai una consacrazione definitiva. Durante la semifinale al Roland Garros 2022 contro Nadal arriva poi il grave infortunio alla caviglia. Ha 25 anni, ancora nessun titolo Slam in bacheca, e aumentano quelli che pensano che non li avrà mai.

Lo stop di sette mesi è uno spartiacque della carriera del tedesco. La stagione seguente torna in semifinale al Roland Garros (sconfitto da Casper Ruud) e in top 10, mentre nel 2024 ritrova la seconda posizione mondiale e la finale in un torneo del Grande Slam, sempre a Parigi, perdendo da Alcaraz. La rivalità con il giovane spagnolo e con Sinner parte ufficialmente in questa stagione, anche se il tedesco appare sempre distante dai due. Arriva in finale anche in Australia nel 2025, è convinto di essere vicino al livello di Sinner e invece l’altoatesino lo batte tre set a zero in una partita che poi condiziona psicologicamente tutta la sua stagione. Zverev chiude comunque il 2025 al terzo posto della classifica, lontano però 6mila punti dal numero 2 di Sinner. È una voragine quella che lo separa dal duo Alcaraz-Sinner. Per colmarla c’è bisogno di regolarità, tanta pazienza e anche una mano della fortuna. Come quella arrivata in questo 2026.

L'articolo Alexander Zverev è il nuovo numero 1: un re che non viene considerato tale. Limiti e meriti del campione arrivato in vetta con 10 anni di ritardo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il Pentagono ha rivelato uno spazioplano cinese grazie a un satellite privato

30 October 2026 at 03:45

Un satellite commerciale americano ha fotografato in orbita uno dei programmi spaziali più opachi della Cina. L’immagine, acquisita nel 2024 da un satellite di Maxar Technologies, oggi Vantor, è stata pubblicata dalla Defense Intelligence Agency (Dia), l’agenzia d’intelligence del Pentagono, nel suo nuovo rapporto “Challenges to Security in Space 2026”. Mostra uno spazioplano cinese sperimentale con ali, portellone del vano di carico e un modulo posteriore dotato di pannelli solari. È la più nitida immagine del velivolo resa pubblica finora, e offre uno sguardo raro su una capacità di cui Pechino divulga pochissimi dettagli. Una versione meno definita era già apparsa in una presentazione militare americana nel 2024.

La fotografia è significativa anche per chi l’ha scattata. WorldView-3, il satellite di osservazione della Terra di Maxar, è stato utilizzato per osservare un oggetto nello spazio, anziché una porzione della superficie terrestre. È un esempio di non-Earth imaging, la tecnica che permette ai satelliti commerciali di riprendere altri veicoli in orbita. Un’attività che può aiutare a raccogliere informazioni su sistemi spaziali altrimenti difficili da osservare, soprattutto quando i loro proprietari mantengono riservati caratteristiche e obiettivi.

La Dia non attribuisce al velivolo un nome nel rapporto, ma l’immagine viene associata al programma cinese comunemente noto come Shenlong. La sua sagoma ricorda quella dell’X-37B americano, lo spazioplano senza equipaggio utilizzato dalla Space Force per missioni sperimentali. La somiglianza, da sola, non dimostra che i due sistemi abbiano capacità o compiti identici.

La Cina ha condotto quattro missioni orbitali del suo veicolo sperimentale dal settembre 2020. La seconda, lanciata nell’agosto 2022, è durata 276 giorni; la terza, partita nel dicembre 2023, è rimasta in orbita per circa nove mesi. Una quarta missione è iniziata il 7 febbraio 2026. Durante le missioni precedenti, secondo le ricostruzioni disponibili, il veicolo avrebbe anche effettuato manovre di avvicinamento e interagito con altri oggetti nello spazio. Non sono però noti tutti i dettagli delle operazioni né il carico trasportato.

Gli spazioplani possono raggiungere l’orbita a bordo di un razzo, trasportare oggetti o apparecchiature da sperimentare e poi rientrare sulla Terra. La possibilità di recuperare il veicolo e riutilizzarlo li distingue dai satelliti tradizionali e li rende adatti a una varietà di attività sperimentali. Il rapporto della Dia osserva che, grazie alla loro maggiore manovrabilità, questi sistemi possono risultare più adatti dei satelliti convenzionali ad alcune missioni. Washington è ancora l’unico Paese con un programma operativo di veicoli di lancio riutilizzabili, secondo il documento, mentre Pechino punta a diventare il secondo.

Lo spazioplano, tuttavia, è soltanto uno degli elementi di un rapporto che descrive uno spazio sempre più affollato e conteso. Secondo la Dia, la flotta cinese di satelliti per intelligence, sorveglianza e ricognizione è cresciuta rapidamente: a luglio 2026 Pechino ne disponeva di oltre 510. Questi sistemi possono raccogliere immagini ottiche e radar, intercettare segnali e contribuire a individuare e seguire forze militari avversarie. Le informazioni raccolte possono sostenere operazioni a grande distanza, soprattutto nell’Indo-Pacifico.

La crescita delle capacità spaziali cinesi si accompagna allo sviluppo di strumenti per contrastare quelle degli avversari. Il rapporto esamina missili antisatellite, sistemi laser capaci di disturbare o danneggiare sensori ottici e tecnologie che potrebbero consentire a un veicolo di avvicinarsi ad altri satelliti. Alcuni sistemi hanno anche impieghi civili, per esempio nella manutenzione orbitale o nella rimozione dei detriti: proprio questa natura duale rende difficile stabilire, in ogni caso, dove finisca la sperimentazione e dove inizi una possibile applicazione militare.

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto queste capacità contino già sul campo. Le comunicazioni satellitari e i servizi di navigazione hanno sostenuto le operazioni militari, mentre la Russia ha fatto ricorso a disturbi elettronici e attacchi informatici contro sistemi utilizzati dall’Ucraina. Nei primi giorni dell’invasione, un attacco informatico ha colpito il servizio satellitare di comunicazione di Viasat. La diffusione di servizi commerciali ha aumentato la resilienza delle comunicazioni ucraine, ma ha anche reso le infrastrutture private parte integrante del confronto militare.

Il documento dedica spazio anche alla Russia, che secondo l’intelligence americana sta sviluppando un satellite destinato a trasportare un’arma nucleare. Un’esplosione nucleare in orbita potrebbe danneggiare o rendere inutilizzabili migliaia di satelliti, compromettendo servizi di comunicazione, navigazione, meteorologia e sicurezza nazionale. La Dia sottolinea inoltre che Mosca ha cercato sostegno da soggetti cinesi per compensare le difficoltà di accesso a tecnologie spaziali occidentali dopo le sanzioni.

Il quadro comprende infine i programmi spaziali di Iran e Corea del Nord e la crescente diffusione di capacità in grado di interferire con i sistemi orbitali. La previsione americana è che la competizione aumenterà nel prossimo decennio, con più satelliti, più attori e maggiori rischi per le infrastrutture da cui dipendono le economie e gli apparati militari.

In questo scenario, la fotografia dello spazioplano cinese racconta due trasformazioni. Pechino sta ampliando le proprie capacità nello spazio, mentre Washington può contare anche su società commerciali per osservare programmi che restano in larga parte segreti. La competizione orbitale si gioca ormai non soltanto tra governi e forze armate, ma anche attraverso sensori e servizi privati capaci di trasformare un’immagine ripresa a decine di chilometri di distanza in una nuova fonte d’intelligence.

L'articolo Il Pentagono ha rivelato uno spazioplano cinese grazie a un satellite privato proviene da Linkiesta.it.

“Vaccini? Io credo nella scienza”: il ministro Schillaci sconfessa la maggioranza sul reintegro dei medici no vax

29 October 2026 at 14:13

“Io sono uno che crede nella scienza”. Pausa. “Credo nella scienza e quindi anche nei vaccini”. Il ministro della Sanità Orazio Schillaci, arrivando al Senato per il question time, parlando col Fatto sconfessa la maggioranza di governo che mercoledì alla Camera ha votato per reintegrare i medici no vax nella legge delega sulle professioni sanitarie. Testo passato con uno scarto di 13 voti a Montecitorio, che ha provocato uno scontro nella maggioranza: Forza Italia ha fatto sapere che modificherà il testo al Senato.

Ora anche Schillaci, ex rettore dell’Università Roma Tre voluto come ministro della Sanità in quota Fratelli d’Italia, parla in quanto medico e professore universitario. La sua posizione è simile a quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che proprio mercoledì ha detto che si deve “contrastare chi avvelena l’opinione sui vaccini”. Schillaci dovrà dare un parere al Senato quando arriverà l’emendamento di Forza Italia.

Gli azzurri infatti in queste ore hanno annunciato modifiche nel secondo passaggio a Palazzo Madama: “La norma non ci convince e non può restare così com’è”, ha detto la capogruppo al Senato Stefania Craxi. La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli ha rincarato la dose: “Si manda un messaggio sbagliato, a chi si è vaccinato e a chi no. Dal Covid siamo usciti grazie alla scienza e ai vaccini”.

L'articolo “Vaccini? Io credo nella scienza”: il ministro Schillaci sconfessa la maggioranza sul reintegro dei medici no vax proviene da Il Fatto Quotidiano.

Forza Italia, Tajani perde pezzi: il deputato brianzolo Sala lascia e va verso Fratelli d’Italia

28 October 2026 at 19:53

“Non mi sento più a casa né nella famiglia politica in cui sono cresciuto”. Così il deputato Fabrizio Sala ha deciso: lascia Forza Italia e approda al gruppo Misto della Camera, con lo sguardo già rivolto a Fratelli d’Italia. Uno strappo maturato dopo mesi di malumori, che il deputato brianzolo ha affidato anche a uno sfogo con i colleghi. Sala non rinnega la sua storia politica, che è stata nel segno di Silvio Berlusconi prima da sindaco e vicepresidente della provincia di Monza e poi vicepresidente della Regione Lombardia. Ma quella Forza Italia, si è sfogato con i suoi colleghi di partito, “non esiste più”.

Un disagio che, secondo Sala, sarebbe condiviso anche da altri esponenti azzurri per la mancanza di spazi interni al partito: parlando con i colleghi il deputato azzurro ha detto che avrebbe sperato di “poter essere utile alla Brianza, alla mia terra e alla mia gente” ma oggi “non vedo più le condizioni per continuare a farlo come prima, nel partito dove sono sempre stato”. Il futuro? Sala si iscriverà al gruppo Misto con una “nuova agibilità politica” sostenendo il governo di Giorgia Meloni sperando in una riconferma nel 2027.

La destinazione naturale sarebbe proprio Fratelli d’Italia. Ma il trasloco deve attendere: tra Meloni e Tajani vige infatti ancora un patto politico che impedisce agli alleati di sottrarsi reciprocamente i parlamentari. Il passaggio nel Misto diventa così una tappa intermedia, in attesa che maturino le condizioni per un eventuale ingresso nel partito della premier. Per Tajani, intanto, arriva un addio dopo aver portato nel gruppo la leghista Simonetta Matone.

L'articolo Forza Italia, Tajani perde pezzi: il deputato brianzolo Sala lascia e va verso Fratelli d’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dubai potrebbe diventare il centro della prossima crisi globale

28 October 2026 at 03:45

A man steers a boat during sunset, as the city skyline with Burj Khalifa is seen in the background at Dubai Creek Harbour in Dubai, United Arab Emirates, Wednesday, March 11, 2026. (AP Photo/Fatima Shbair)

A fine febbraio del 2026 ero a Dubai per lavoro. Quella sera stavo cenando sulla terrazza dell’hotel quando sentii un’esplosione sorda, lontana. Qualche secondo dopo il telefono emise un allarme assordante. Poi un secondo. Poi altri allarmi. I messaggi invitavano a mettersi al riparo nei bunker. L’Iran aveva lanciato missili verso obiettivi negli Emirati. I sistemi di difesa degli uae li avevano intercettati.

Alzai gli occhi di scatto. Le luci del Burj Khalifa erano ancora accese. I ristoranti sul lungomare ancora pieni. Nel Golfo, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio esattamente come un’ora prima, navi che trasportavano petrolio, gas e merci verso porti che il giorno dopo li avrebbero smistati in tutto il mondo. Il sistema funzionava, con il suo ritmo e la sua continuità, come se nulla fosse successo. Non era indifferenza. Era adattamento.

C’è un tipo di rischio che non ha bisogno di nascondersi. Gli basta restare fermo. Se un pericolo entra all’improvviso, lo riconosci. Se fa rumore, lo guardi. Se sconvolge, reagisci. Ma se resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare parte dell’arredamento, succede qualcosa di più sottile: inizi a muoverti come se non ci fosse. Non perché sei diventato imprudente, ma perché ti sei abituato. E l’abitudine, nei mercati come nella vita, è la forma più silenziosa di rischio che esista.

Dubai è una città costruita a circa duecento chilometri da uno stretto attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale, in una regione in cui ogni decennio si ridisegnano equilibri politici ed economici rilevanti. Eppure negli ultimi vent’anni Dubai ha fatto esattamente l’opposto di ciò che la geografia suggerirebbe. Ha attratto capitali, ha concentrato ricchezza, diventando uno dei principali hub globali per family office, fondi sovrani e patrimoni privati in cerca di stabilità operativa.

Quando un rischio è strutturale e permanente, smette di funzionare come deterrente e diventa una variabile del sistema, nominata, misurata e poi messa da parte. Non sparisce. Smette di pesare sulle decisioni quotidiane proprio nel momento in cui è diventato abbastanza familiare da sembrare una condizione permanente invece che un pericolo reale.

[…]

Nassim Nicholas Taleb, studioso del rischio, ha definito Cigno Nero un evento imprevedibile che i modelli non riescono a vedere e che, dopo il fatto, viene spiegato come inevitabile. Il fenomeno che a me interessa è l’opposto: non l’ignoto ma il noto, non ciò che manca all’analisi ma ciò che l’analisi ha reso così familiare da non generare più reazione.

Il Dragone Nero è quel rischio grande, visibile e discusso che resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare arredamento. Viene misurato, commentato e modellizzato, e proprio per questo smette di essere percepito come urgente. Non è un pericolo che appare all’improvviso, ma un pericolo che abbiamo imparato ad abitare. È la «miccia in salotto». Quello che troverete in queste pagine non sono previsioni o formule, ma un processo fatto di domande e distinzioni che uso quando il costo dell’errore è troppo alto per permettersi narrazioni comode.

Quella sera a Dubai, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio del Golfo mentre il sistema funzionava esattamente come aveva sempre funzionato. È da qui che bisogna iniziare a guardare.

Tratto da “Il Dragone Nero” (Paesi edizioni), di Giacomo Calef, 18 euro, 192 pagine.

L'articolo Dubai potrebbe diventare il centro della prossima crisi globale proviene da Linkiesta.it.

Tre Slam con Wawrinka battendo Nadal e Djokovic: perché Sinner punta su Magnus Norman per sostituire Cahill

27 October 2026 at 13:44

Jannik Sinner avrebbe scelto Magnus Norman per raccogliere l’eredità di Darren Cahill. Questo è ciò che sostiene il giornalista del Times Tom Kershaw, secondo cui lo svedese entrerà nel team dell’azzurro questo dicembre e lavorerà accanto a coach Simone Vagnozzi. Al momento, tuttavia, non ci sono conferme ufficiali. Ma qual è il profilo del possibile nuovo allenatore dell’altoatesino?

Da giocatore Norman ha raggiunto la posizione numero 2 del ranking Atp nel 2000, lo stesso anno in cui ha perso la finale del Roland Garros contro Gustavo Kuerten, ma ha vinto gli Internazionali d’Italia a Roma. In carriera ha conquistato 12 titoli Atp in singolare e, con la Svezia, la Coppa Davis del 1998.

Si è ritirato nel 2004 e da allora ha costruito una seconda carriera da allenatore: ha lavorato con Robin Söderling, che ha portato fino al quarto posto mondiale e a due finali consecutive al Roland Garros di Parigi nel 2009 e nel 2010. Il lavoro più noto, però, è quello svolto con un tennista del calibro di Stan Wawrinka, seguito dal 2013 al settembre 2020. In quegli anni lo svizzero ha vinto tutti e tre i suoi titoli del Grande Slam, sempre battendo in finale il numero 1 del mondo: Rafael Nadal all’Australian Open 2014, Novak Djokovic al Roland Garros 2015 e agli Us Open 2016. Con Norman in panchina, Wawrinka è arrivato al terzo posto del ranking e ha vinto anche il Masters 1000 di Montecarlo nel 2014. Nel 2016, inoltre, l’Atp ha assegnato allo svedese il premio di allenatore dell’anno.

In merito alle tempistiche, l’annuncio del Times arriva a distanza di pochi giorni da quando Sinner ha aperto la sua residenza monegasca a Darren Cahill per un incontro sul futuro. Sul tavolo c’era la programmazione della prossima stagione: definire l’assetto dell’angolo tecnico insieme a Simone Vagnozzi e capire se ci fossero i margini per prolungare la collaborazione per almeno altri dodici mesi. Il coach australiano in passato aveva valutato di lasciare il circuito per motivi familiari, salvo poi rinnovare l’intesa con l’altoatesino.

Di recente Cahill ha pubblicato anche sui social alcune foto a Montecarlo, e tra i primi a mettere il like c’è stato lo stesso Sinner. L’indiscrezione giunge poi in un momento particolare, mentre l’azzurro è fermo per l’infortunio al ginocchio che lo tiene lontano dai campi dal 12 luglio, giorno della finale di Wimbledon vinta contro Alexander Zverev. L’altoatesino ha saltato tutta la seconda parte della stagione, Us Open compresi, e aveva annunciato il rientro nel 2027, rinunciando quindi alle Atp Finals e alla Coppa Davis.

Lo spostamento a fine 2026 del Six Kings Slam (Sinner stesso ha confermato ieri la sua partecipazione) gli fornirà l’occasione per ritrovare il feeling col campo. Un appuntamento propedeutico poi all’inizio dell’inizio del 2027 con gli Australian Open previsti già a metà gennaio. Una nuova stagione che dunque, se quanto scrive il Times si rivelasse vero, potrebbe vedere l’altoatesino fare spazio a una new entry di assoluto livello all’interno del suo team, dando però il definitivo addio a una figura che ha contributo in maniera decisiva a rendere Sinner il campione che è oggi.

L'articolo Tre Slam con Wawrinka battendo Nadal e Djokovic: perché Sinner punta su Magnus Norman per sostituire Cahill proviene da Il Fatto Quotidiano.

La Turchia vende armi e influenza, forte di un’industria militare in ascesa

27 October 2026 at 03:45

La guerra dei droni sta cambiando anche il mercato delle armi. Non basta disporre di sistemi sofisticati per intercettare i velivoli senza pilota: bisogna poterli abbattere senza spendere centinaia di migliaia di dollari per ogni bersaglio. La Turchia ha individuato in questo squilibrio un’opportunità industriale, mettendo a frutto le competenze maturate nei conflitti degli ultimi anni e una filiera della difesa sempre più integrata.

Il caso più recente è il Korkut, sistema antiaereo sviluppato da Aselsan, la maggiore società turca della difesa per capitalizzazione. Il suo amministratore delegato, Ahmet Akyol, ha dichiarato al Financial Times che il sistema può eliminare un drone per meno di 10.000 dollari. Il Korkut impiega cannoni da 35 millimetri con munizioni programmabili a scoppio in aria, il cui costo è stimato intorno ai mille dollari per colpo. Il confronto è con intercettori come quelli dei sistemi Patriot e Iris-T, che possono costare da centinaia di migliaia a milioni di dollari. Secondo Akyol, il sistema è operativo in nove Paesi e ha già abbattuto centinaia di droni. Tra questi c’è l’Ucraina: l’aeronautica di Kyjiv ha confermato al quotidiano britannico che una propria unità è stata equipaggiata con un numero non precisato di Korkut. Non esistono invece conferme pubbliche di abbattimenti di Shahed a propulsione a reazione, più veloci delle versioni tradizionali. Le prestazioni dichiarate dall’azienda vanno quindi distinte dai risultati verificabili sul campo.

Il Korkut, però, racconta soprattutto la trasformazione dell’industria turca. La sua crescita non dipende da un singolo prodotto, ma da un sistema che combina grandi aziende, fornitori privati, università, centri di ricerca e forze armate. Il vantaggio, secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, è anche la rapidità con cui le tecnologie possono essere sperimentate e aggiornate sulla base dell’esperienza operativa.

Aselsan è uno dei nodi centrali di questa rete. Fondata nel 1975, dopo l’embargo sulle armi imposto dagli Stati Uniti in seguito all’intervento turco a Cipro, sviluppa sensori, apparati elettronici e sistemi di guerra elettronica. Circa il 74 per cento delle sue azioni è controllato da una fondazione legata alle forze armate turche, che detiene partecipazioni anche in altre società strategiche, tra cui il produttore di missili Roketsan.

L’integrazione riguarda anche il settore dei droni. Aselsan fornisce componenti elettronici e sensori a Baykar, il gruppo presieduto da Selçuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il rapporto tra industria e apparato militare consente di provare nuovi sistemi in condizioni operative e di trasferire rapidamente le lezioni apprese alla produzione. La Libia è stata uno dei primi laboratori internazionali: nel 2020 il Korkut fu impiegato a sostegno del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, contribuendo alla protezione di infrastrutture strategiche dagli attacchi dei droni cinesi Wing Loong.

Questa esperienza si inserisce in una più ampia strategia di autonomia tecnologica. L’industria turca può contare su una base manifatturiera estesa, competenze elettroniche sviluppate in ambito militare e una rete di fornitori che permette di produrre e integrare sistemi differenti. Il risultato è un’offerta che comprende droni, missili, radar, guerra elettronica e difesa aerea, con la possibilità di adattare le soluzioni alle esigenze dei diversi clienti.

I numeri danno la misura della crescita. Secondo i dati citati dal Financial Times, la Turchia ha esportato armamenti per 10 miliardi di dollari nell’ultimo anno considerato, con un aumento del 48 per cento rispetto al 2023. Aselsan, la cui capitalizzazione di mercato si aggira sui 32 miliardi di dollari, dichiara un portafoglio ordini vicino ai 30 miliardi. I mercati internazionali rappresentano ormai un quarto dei suoi ricavi, contro l’8 per cento del 2023, e l’obiettivo è arrivare al 50 per cento entro il 2030.

Ankara guarda soprattutto ai Paesi della Nato, all’Europa orientale e al Golfo, diventato un mercato sempre più importante. L’intesa sulla difesa siglata in agosto con Arabia Saudita e Pakistan può offrire ulteriori opportunità commerciali. Akyol punta anche sullo Steel Dome, il progetto turco per integrare radar, centri di comando, cannoni e missili in una rete di difesa aerea modulare, esportabile anche per singoli componenti.

Per la Turchia, dunque, la difesa anti-drone è insieme una necessità militare e un’occasione commerciale. La diffusione di velivoli economici rende sempre più importante contenere il costo delle intercettazioni, ma nessun sistema può risolvere da solo il problema: velocità, saturazione degli attacchi e varietà delle minacce richiedono livelli di protezione complementari. La scommessa di Ankara è che la capacità di sviluppare, testare e produrre rapidamente queste tecnologie diventi un vantaggio competitivo duraturo, oltre che uno strumento di influenza internazionale.

L'articolo La Turchia vende armi e influenza, forte di un’industria militare in ascesa proviene da Linkiesta.it.

Salvini, il day after della riconferma parte male: Matone lascia la Lega e va in Forza Italia

26 October 2026 at 10:15

Simonetta Matone lascia la Lega e approda in Forza Italia. La deputata romana, ex magistrato di Cassazione, non si è presentata al congresso federale di Milano che ieri ha riconfermato Matteo Salvini alla guida del partito e decide di entrare nel partito azzurro dopo settimane di malessere per la gestione del ministro delle Infrastrutture.

Il passaggio arriva in un momento delicato per il Carroccio. Al congresso Salvini è stato rieletto segretario per la quarta volta con 465 voti, circa il 76%, contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia, e resterà in carica fino al 2030. Nella stessa assise il partito ha cambiato nome in “Lega Italia Federale”, archiviando la stagione della “Lega Salvini premier”, e ha rilanciato una linea dura sullo stop agli aiuti a Kiev. Salvini è stato messo in discussione per aver rincorso Vannacci a destra.

Nata a Roma nel 1953, Matone ha alle spalle una lunga carriera in magistratura: per diciassette anni pubblico ministero al Tribunale per i minorenni, poi sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma e presidente di sezione della Cassazione. È stata inoltre capo di gabinetto al ministero per le Pari Opportunità guidato da Mara Carfagna. Il suo ingresso in politica risale alle comunali di Roma del 2021, quando diventò capogruppo della Lega in Campidoglio.

Eletta alla Camera nel 2022, siede in Commissione Giustizia ed è stata tra i volti più presenti del partito nei talk show, oltre che tra le sostenitrici del sì al referendum sulla riforma della magistratura. Matone è uno dei volti liberali del partito. Per la Lega si tratta di un’uscita che pesa sul fronte romano. Per Forza Italia, di un rafforzamento sui temi della giustizia.

L'articolo Salvini, il day after della riconferma parte male: Matone lascia la Lega e va in Forza Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Milano non è una città dove crescere in modo sano. A Lisbona siamo più felici e pago meno tasse”

25 October 2026 at 06:00

A volte, a cambiare la direzione di una vita non è un licenziamento, uno stipendio troppo basso o un’offerta arrivata dall’altra parte del mondo. È una figlia che nasce e ti costringe a guardare la città in cui vivi con occhi diversi. Per Andrea Villa, 43 anni, è successo a Milano nel 2020. Lavorava in una società italiana che opera nel settore alimentare, dove dal 2018 si occupava del mondo dell’ospitalità. Un contratto solido, autonomia, un bell’ambiente di lavoro. Poi è nata sua figlia, e quella stessa città ha cominciato a sembrargli inadatta alla famiglia che stava costruendo. “Ti rendi conto che non è proprio una città disegnata per far crescere una famiglia in maniera sana”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Due anni dopo, nel luglio 2022, sua moglie gli ha dato una risposta quasi istintiva alla proposta di cambiare vita: “Lisbona”.

A gennaio 2023 erano già lì. La scelta del Portogallo non nasce da un calcolo fiscale. Andrea e sua moglie avevano già trascorso del tempo a Lisbona e ne avevano conservato una sensazione precisa: una città semplice, ancora capace di vivere di relazioni umane e di ritmi meno compressi. Andrea decide di lasciare il lavoro dipendente e tornare a fare il consulente, mettendosi in proprio. “È stata solo ed esclusivamente una scelta per essere più felici, per essere più sereni e per crescere in maniera un pochettino più sana, più naturale”.

I vantaggi economici li avrebbe scoperti dopo. L’ultimo anno, da partita Iva, in Italia aveva pagato ben oltre il 50% di tasse. In Portogallo, oggi, ne paga circa un terzo. La differenza non è rimasta soltanto sulla dichiarazione dei redditi: è entrata nella vita quotidiana. Quando è partito aveva pagato il trasloco, l’anticipo per la casa e si era ritrovato “con niente sul conto corrente”. In tre anni ha invece cominciato a mettere da parte denaro, a viaggiare, a pensare persino all’acquisto di una casa. “Ragionamenti che anni fa sarebbero stati utopici per me”.

Ma la questione fiscale, insiste, è arrivata dopo. A convincerlo è stato soprattutto ciò che accade fuori dal lavoro. A Lisbona, Andrea ha trovato una quotidianità che mette al centro la figlia, oggi di 6 anni. La bambina frequenta una scuola semi-privata, parla tre lingue e cresce circondata da persone di origini differenti. “La sua migliore amica è israeliana, un altro amico è portoghese. Mia figlia cresce senza sapere qual è la differenza tra un ragazzo caucasico e un bambino di colore”. È questo, per lui, il valore più importante della scelta compiuta.

E il confronto con l’Italia passa anche da gesti apparentemente piccoli. A Lisbona racconta di bambini che a 6 anni possono andare a scuola da soli, di persone che si fermano ad aiutare anche sconosciuti, di parchi vissuti la sera dalle famiglie senza quella che lui definisce “una costante sensazione di paura”. A 5 minuti da casa c’è un grande spazio verde dove ogni venerdì sera lui e gli amici organizzano picnic, mentre i bambini giocano. “Noi non li vediamo per due ore e non c’è nessuna sensazione di paura. Nel parco poi non c’è nemmeno la minima sporcizia”. Non è soltanto una questione di sicurezza. È l’idea stessa di spazio pubblico a sembrargli diversa.

Lisbona, dice, è “una città costruita dentro la natura”: parchi, colline, il Tago, l’oceano. “Andare a correre qui non è la stessa cosa che correre a Milano”. E questa possibilità di prendersi cura di sé, sostiene, ha finito per modificare anche il suo rapporto con il lavoro e con la famiglia. Il distacco dall’Italia, però, non è nato dal disamore. Andrea torna spesso per lavoro e proprio questi ritorni, racconta, rafforzano la sua convinzione di aver scelto la strada giusta. E racconta di incontrare nel mondo professionale italiano clienti che non pagano, persone che cercano di approfittarsi delle situazioni, rapporti diventati più diffidenti. “È una realtà oggi che non mi riconosco”.

Nel confronto con Lisbona, il tema della diversità diventa centrale. Andrea vede nel Portogallo “una società più abituata alla contaminazione e meno incline a trasformare le differenze in una minaccia”. E soprattutto ha trovato un ambiente nel quale sua figlia può crescere senza ricevere continuamente messaggi legati alla paura dell’altro. “È un crescere completamente diverso, sia di mente che di animo”.

Il Portogallo, precisa, non è un paradiso. I portoghesi devono fare i conti con difficoltà economiche e salari bassi, mentre una parte dei vantaggi sembra andare soprattutto a chi arriva dall’estero. Ma per Andrea, la qualità di una società non si misura soltanto dal reddito. “Conta la fiducia, la sicurezza, la cura degli spazi comuni, la possibilità di vivere la città”. E conta sapere cosa si riceve in cambio delle tasse pagate a livello di servizi. Per questo un ritorno in Italia oggi non rientra nei suoi piani. Lo dice “Con la morte nel cuore”, perché il legame con il Paese rimane, soprattutto attraverso la famiglia e i ricordi. Quando partì dal Medio Oriente, dove aveva vissuto tra il 2013 e il 2016, tornare in Italia gli sembrava ancora naturale. Oggi quella prospettiva non la vede più. E il ricordo dell’Italia che porta con sé è anche quello di un paesaggio trasformato, di quell’erba che lascia spazio al cemento. Questa cosa la soffro tremendamente”. Non perché un Paese non debba cambiare, chiarisce, ma perché “farlo con un po’ di rispetto, con un po’ di mano sulla coscienza, sarebbe la cosa giusta”. Andrea non ha quindi smesso di voler bene all’Italia. Ha smesso di immaginarla come il luogo in cui far crescere la propria famiglia. A Lisbona ha trovato non soltanto un sistema fiscale più favorevole, ma il tempo, lo spazio e la tranquillità per pensare al futuro.

L'articolo “Milano non è una città dove crescere in modo sano. A Lisbona siamo più felici e pago meno tasse” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Tanti dei miei specializzandi sono partiti e rimasti all’estero. La sanità pubblica muore per scelte precise, non per fatalità”

24 October 2026 at 06:00

C’è una domanda che Federico Lombardi, per anni direttore della Scuola di specializzazione in Malattie cardiovascolari dell’Università Statale di Milano, si è sentito rivolgere più volte dai suoi giovani medici: “Professore, che cosa mi offre la sanità italiana?”. Una domanda difficile non tanto per la risposta economica, quanto per tutto ciò che veniva dopo. Perché dietro quei 6 anni di Medicina e i 4 di specializzazione c’erano 10 anni di studio, sacrifici, turni, ricerca e formazione pratica. E il rischio, una volta arrivati al traguardo, era di scoprire che il lavoro proposto non coincideva affatto con quello per cui ci si erano preparati.

Il professor Lombardi ha lasciato il Policlinico di Milano alla fine del 2019 e ha diretto la scuola di specialità dal 2012 al 2018. Da quella posizione ha visto partire molti dei suoi ex allievi verso Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo e Regno Unito. “La grande maggioranza è rimasta dove è andata”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Non perché i ragazzi non amino l’Italia, ma perché fuori hanno trovato qualcosa che qui spesso mancava: la possibilità di fare davvero il medico.

Il punto, secondo il professore, non è soltanto lo stipendio. È l’organizzazione. Un giovane cardiologo che esce dalla specializzazione con competenze specifiche dovrebbe poterle utilizzare. Se è un emodinamista, per esempio, dovrebbe trascorrere “almeno il 50% del proprio tempo lavorativo” in sala di emodinamica. Se sceglie l’elettrofisiologia e impara a impiantare pacemaker e defibrillatori, dovrebbe poter esercitare concretamente quelle competenze. “All’estero retribuiscono una persona perché svolga esattamente il lavoro per cui è pagato”, osserva.

In Italia, invece, il giovane arrivato per ultimo finisce spesso a coprire turni ambulatori e ore di guardia. Attività necessarie, certo, ma che rischiano di trasformare anni di formazione altamente specialistica in una professione molto più generica. “Questo svilisce la persona, il suo percorso formativo e ciò che vorrebbe fare”. E così si crea un paradosso: lo Stato investe 10 anni nella formazione di un cardiologo, con scuole che il professore definisce “di ottimo livello tra attività pratica, ricerca e preparazione clinica”. Poi, quel medico prende un aereo e porta quelle competenze altrove. “Regaliamo ad altri paesi persone che hanno avuto un’ottima formazione”, sostiene Lombardi.

Le destinazioni raccontano anche un’altra parte della storia. Non soltanto stipendi migliori, ma città in cui i percorsi professionali possono diventare carriere: Barcellona, Parigi, Lugano, Amsterdam, Londra. Chi parte, molto spesso, non torna. “Il numero di chi vuole rientrare è veramente modesto”, spiega il professore. E quando qualcuno prova a farlo, incontra comunque ostacoli salariali e burocratici. “I pochissimi che rientrano lo fanno per motivi familiari. Oppure sono persone in età molto avanzata che hanno un grosso nome magari all’estero e che, nella parte finale della loro carriera, prendono la decisione di tornare in Italia”.

Lombardi solleva poi un’altra questione, quella inerente il riconoscimento dei percorsi maturati all’estero: “Se uno rientra dopo un periodo abbastanza prolungato, che posizione riesce a ottenere nel Servizio Sanitario Nazionale? Difficile dirlo. Il periodo all’estero adesso viene riconosciuto, ma non c’è equiparazione di titolo. Per cui dipende dalla struttura e dalle opportunità che ci sono. Spesso, se viene a mancare una figura con particolari caratteristiche, la persona che prima era all’estero può provare a rientrare, ma ovviamente c’è una barriera non indifferente che è quella del salario”.

Per il professore, la fuga dei giovani specialisti è dunque anche il sintomo di una sanità che spreca tempo e competenze. Il medico italiano è costretto a occuparsi di una quantità di incombenze amministrative che in altri sistemi vengono affidate a personale dedicato. Persino un piano terapeutico può trasformarsi in una lunga pratica al computer invece di lasciare il professionista accanto al paziente. E il problema si manifesta anche quando arriva l’innovazione. L’intelligenza artificiale sta entrando nella diagnostica per immagini, nella refertazione e persino nella lettura dell’elettrocardiogramma. “Ma gli ospedali devono essere organizzati per utilizzarla: servono matematici, ingegneri, tecnici che lavorino accanto a medici e infermieri. Non quello che ripara l’ecografo che si è rotto. È una figura che deve diventare parte integrante del reparto” sostiene Lombardi. Intanto rimangono i turni aggiuntivi, la carenza di personale e la vecchia regola per cui chi ha finito il proprio turno non può andarsene finché non arriva il sostituto. “È così che anche il burnout diventa una conseguenza dell’organizzazione”.

La soluzione, per il professore, passa da due parole all’apparenza molto semplici: dignità e specializzazione. Aumentare gli stipendi e permettere ai giovani cardiologi di fare davvero ciò per cui sono stati formati. “Sette o otto anni fa – ricorda il professore – un giovane cardiologo poteva guadagnare 1.800-2.000 euro netti in Italia, contro i 3.800-4.000 di Zurigo o Barcellona. Oggi la differenza si è ridotta, ma resta significativa”. E invece chi sono gli studenti che, alla fine, decidono di restare? “Per molti di questi c’è un problema familiare sicuramente alla base. Per alcuni, c’è forse anche la possibilità di essersi costruiti, ma è un numero molto limitato, un futuro nelle strutture dove si sono formati. Per altri, sempre in un numero molto limitato, l’aspetto economico non è così importante perché hanno un backup familiare tale da tollerare dei periodi difficili”.

E mentre i ragazzi continuano a partire, il professor Lombardi guarda con preoccupazione a un sistema nel quale le attività più complesse rischiano di essere sacrificate per coprire le emergenze quotidiane. “La sanità pubblica si sta sciogliendo non per una fatalità, ma per scelte precise”. E il rischio è che a sciogliersi, insieme alle strutture, siano anche le competenze di una generazione intera.

L'articolo “Tanti dei miei specializzandi sono partiti e rimasti all’estero. La sanità pubblica muore per scelte precise, non per fatalità” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dall’acqua alle batterie, Londra si prepara alle emergenze partendo dalle famiglie

23 October 2026 at 03:45

Il governo britannico invita le famiglie a prepararsi a tre giorni di emergenza. Non è un invito a fare scorte per affrontare un assedio, né una previsione di guerra imminente. È un tentativo di rendere la popolazione più autonoma quando qualcosa smette di funzionare: la corrente, l’acqua, le comunicazioni o i servizi bancari. Ma, in un Paese che considera sempre più seriamente le minacce informatiche e le azioni di Stati ostili (come la Russia), anche una torcia e una radio a batterie assumono un significato che va oltre la vita domestica.

La campagna si chiama «Be Ready» ed è stata lanciata ieri dal Cabinet Office, il dipartimento del governo britannico responsabile del coordinamento dell’esecutivo. Il suo obiettivo è incoraggiare i cittadini ad adottare piccoli accorgimenti per affrontare le emergenze. L’iniziativa durerà tre anni e si rivolge anche alle famiglie con bambini piccoli e alle persone anziane, più esposte alle conseguenze di un’interruzione dei servizi essenziali.

La checklist pubblicata dal governo è molto concreta. Suggerisce di conservare acqua in bottiglia (almeno tre litri al giorno per persona, per bere) e alimenti non deperibili sufficienti per tre giorni. Servono poi una torcia con batterie di ricambio, coperte, una radio FM a batteria o a manovella, un caricabatterie portatile, contanti, copie dei documenti, un kit di primo soccorso e i medicinali necessari. Le famiglie con bambini devono considerare anche pannolini e latte artificiale; chi ha animali domestici, cibo e acqua per loro.  Non occorre acquistare tutto in una volta. Il governo consiglia di controllare prima ciò che si possiede già e di completare gradualmente le scorte, distribuendo la spesa nel tempo. L’indicazione è pensata per evitare che la preparazione diventi un lusso: una parte delle misure è gratuita e l’obiettivo è ridurre la pressione sui soccorsi, permettendo loro di concentrarsi sulle persone più vulnerabili.

La novità, dunque, non è tanto l’elenco degli oggetti quanto il messaggio politico che lo accompagna e che ha accompagnato diverse iniziative simili già adottate in Paese dell’Europa centrale, occidentale e settentrionale, oltre che a Taiwan. La resilienza nazionale non dipende soltanto dalle capacità delle forze armate o dalla protezione delle infrastrutture strategiche: richiede anche che i cittadini sappiano affrontare le prime ore di una crisi senza fare affidamento immediato su ogni servizio pubblico. È lo stesso approccio che il governo di Londra ha deciso di adottare contro la disinformazione.

Il governo britannico presenta l’iniziativa soprattutto come una risposta a eventi meteorologici estremi, alluvioni e incendi. Ma la campagna richiama anche il rischio di attacchi informatici, che possono compromettere servizi essenziali e pagamenti L’iniziativa è stata presentata, infatti, in un periodo in cui il governo avverte sempre più spesso dei rischi legati a possibili conflitti e mentre altri Paesi della Nato, soprattutto nel Nord e nell’Est Europa, comunicano ai cittadini in modo più esplicito come prepararsi a una crisi.

Londra sottolinea che indicazioni analoghe sono già adottate da Francia, Irlanda e Paesi Bassi. Non si tratta di trasformare ogni famiglia in un rifugio autonomo, ma di riconoscere che, quando una crisi colpisce contemporaneamente più servizi, la risposta delle istituzioni può richiedere tempo.

Tre giorni di autonomia non risolvono una crisi nazionale. Possono però contribuire a renderla meno difficile da gestire. La sicurezza collettiva comincia anche da qui: dalla capacità di non trovarsi impreparati quando la normalità si interrompe.

L'articolo Dall’acqua alle batterie, Londra si prepara alle emergenze partendo dalle famiglie proviene da Linkiesta.it.

The Logic of Discernment

22 October 2026 at 05:01
Discerning and voicing truth is not an enemy of love. Because no human being can live without forming opinions, we must learn to distinguish the unavoidable evaluation of human practices from the unjust, prideful condemnation of human hearts.   In my previous post, I isolated a deductive argument regarding the biblical restrictions on attending same-sex... Continue Reading

La casa delle vacanze come cavallo di Troia della Russia in Europa

22 October 2026 at 03:45

La Russia può trasformare una casa di villeggiatura in un avamposto per operazioni ostili. E il Nord Europa sta cominciando a prenderne atto. È il quadro che emerge da un’inchiesta del Telegraph, secondo cui le autorità di Svezia, Lituania e Norvegia stanno intervenendo su centinaia di immobili collegati a cittadini russi, acquistati nei pressi di basi militari e infrastrutture strategiche.

Il caso più delicato riguarda Muskö, in Svezia, dove una proprietà di sette camere da letto, riconducibile alla moglie di un oligarca russo vicino a Vladimir Putin, si trova all’ingresso di una base navale. Il ministro della Difesa svedese Pål Jonson ha annunciato l’intenzione di acquisire l’immobile, giudicato una minaccia per la sicurezza della struttura. Secondo le autorità, la proprietà rappresenta una falla nella protezione della base, anche di fronte alla crescente minaccia dei droni.

In Lituania, immobili legati a cittadini russi sono stati individuati nei pressi di aeroporti, basi aeree e aree di addestramento militare. In Norvegia, alcune baite di proprietà russa si trovano vicino alla base di Bardufoss, che ospita caccia F-35. Secondo gli esperti citati dal quotidiano britannico, queste proprietà potrebbero essere utilizzate per osservare i movimenti militari, conservare attrezzature, preparare sabotaggi o lanciare droni.

Il punto, però, è più ampio della singola operazione. La proprietà immobiliare può diventare uno strumento di accesso a luoghi sensibili, soprattutto quando la sorveglianza si concentra sull’acquisto in sé e trascura il contesto in cui avviene.Non è necessario dimostrare che ogni compravendita nasconda un piano ostile: basta riconoscere che un immobile collocato in una posizione strategica può creare una vulnerabilità da sfruttare durante una crisi.

È una logica che si inserisce nel repertorio delle operazioni coperte attribuite a Mosca. La raccolta di informazioni, la sorveglianza e la preparazione di azioni di disturbo non richiedono necessariamente agenti sotto copertura o infrastrutture clandestine. A volte possono beneficiare di una presenza apparentemente ordinaria, resa possibile da un acquisto regolare. Il Telegraph richiama anche altri casi svedesi, tra cui una chiesa ortodossa russa vicina a un aeroporto strategico, sulla quale le autorità hanno sollevato sospetti di attività di spionaggio.

Le reazioni dei lettori alzano un ulteriore punto: il problema non è esclusivamente europeo. Negli Stati Uniti sono state sollevate preoccupazioni analoghe per immobili acquistati da soggetti cinesi vicino a installazioni militari. Il confronto invita a evitare allarmismi selettivi: il criterio dovrebbe essere la vulnerabilità strategica, indipendentemente dalla nazionalità dell’acquirente, e la capacità delle autorità di verificare i rischi.

La notizia relativamente positiva, sottolineata anche nei commenti all’inchiesta, è che questa volta il problema è emerso e alcuni governi stanno agendo. La Svezia ha rafforzato i poteri di controllo sugli immobili sensibili e la Lituania ha introdotto restrizioni agli acquisti russi vicino a siti strategici.

Resta da capire quanto questi interventi saranno efficaci e quanto rapidamente potranno essere applicati. Servono controlli preventivi, verifiche sui beneficiari effettivi delle proprietà e un coordinamento più stretto tra autorità centrali, amministrazioni locali e responsabili della sicurezza. Perché individuare una vulnerabilità dopo che è diventata pubblica è importante; impedire che venga sfruttata è il vero obiettivo.

L'articolo La casa delle vacanze come cavallo di Troia della Russia in Europa proviene da Linkiesta.it.

Perché in Sicilia gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando

21 October 2026 at 03:45

Chi ha girato in certi supermercati siciliani, nelle ultime quarantotto ore, ha trovato un quadro apocalittico. Sembra di essere tornati al lockdown, quando la gente svaligiava tutto, oppure in qualche repubblica dell’Est che ogni tanto si intravedeva nei telegiornali di una volta. Resistono le penne lisce, tanto per cambiare. Le acque frizzantissime. E i panettoni. Il necessario scarseggia, ma le piramidi natalizie sono già al loro posto. A ottobre possiamo scegliere come festeggiare dicembre. Per il pranzo di oggi ci stiamo organizzando. «Il popolo chiede pane, dategli le brioche». La frase attribuita a Maria Antonietta è apocrifa: non ci sono prove che la regina l’abbia mai pronunciata. Alla regina dobbiamo una rettifica. Ai siciliani, una spiegazione.

Il fermo dell’autotrasporto siciliano è cominciato il 16 ottobre contro il caro gasolio e l’aumento dei costi dei collegamenti marittimi. Le richieste del Comitato trasportatori siciliani comprendono lo sblocco di circa 104 milioni di pagamenti arretrati, nuovi fondi per il trasporto via mare e crediti d’imposta sul carburante da rendere utilizzabili. Una parte della vertenza riguarda soldi annunciati o attesi che devono ancora diventare disponibilità effettiva. La pompa di benzina, nel frattempo, non accetta dichiarazioni d’intenti.

Sotto la parola «autotrasportatori» convivono aziende organizzate, grandi operatori della logistica e piccoli proprietari che spesso guidano personalmente il camion. Il pieno si paga in tutti i casi, ma la capacità di assorbire le perdite, aspettare un contributo e farsi ricevere dal ministro cambia parecchio. Sono giorni di picchetti a Palermo e agli accessi autostradali nel Messinese e nel Catanese, trasportatori fermati mentre cercano di consegnare e due episodi di pneumatici tagliati.

È anche una guerra tra poveri: su chi verrà aiutato per primo. Il piccolo autotrasportatore teme che gli incentivi al trasporto marittimo rafforzino gli operatori più strutturati senza risolvere il proprio conto del gasolio. Gli agricoltori chiedono di entrare nella trattativa. La rivolta ha le sue delegazioni, le sue correnti e perfino la sua sala d’attesa.

Intanto i costi si allargano. Confcommercio Sicilia stima tra quaranta e cinquanta milioni di euro di danni per la grande distribuzione e la filiera del fresco nell’arco di cinque giorni. Le difficoltà raggiungono anche i servizi. Cancellate, per mancanza di carburante, diverse corse di bus interurbani; rallenta nelle grandi città la raccolta differenziata per i mezzi fermi.

Il problema entra così nella giornata di chi deve andare a scuola, raggiungere il lavoro, buttare la spazzatura. La forza dei trasportatori sta nella dipendenza collettiva dal loro lavoro. Il limite della protesta sta nel fatto che ogni giorno aggiuntivo distribuisce perdite anche tra persone che hanno gli stessi problemi di reddito.

Le immagini di questi giorni restituiscono un’Italia spaccata in due. Nelle grandi città del Nord vediamo soprattutto i giovani in piazza; sulle strade e nei porti del Mezzogiorno, i camion. Le manifestazioni studentesche sono nazionali, arrivano anche nelle città meridionali, ma la scena pubblica sembra assegnare a ciascuno una parte: ai ragazzi gli striscioni, ai padroncini i semirimorchi.

Le richieste rimangono diverse. Nei cortei si parla di scuola, casa, affitti e costo della vita. Nei piazzali si calcola quanto costa un viaggio e quanto resta dopo averlo compiuto. Il punto di contatto è la difficoltà di costruire un’autonomia: per chi deve ancora cominciare e per chi lavora da una vita. Un ragazzo vorrebbe potersi permettere di uscire di casa. Un piccolo imprenditore vorrebbe potersi permettere di uscire dal piazzale. Entrambi scoprono che muoversi costa più di quanto riescano a sostenere.

Il calendario rende questa pressione ancora più scomoda per chi governa. Siamo nell’ultimo anno della legislatura nazionale e nell’avvicinamento alla scadenza ordinaria di quella siciliana: l’orizzonte delle Politiche e delle Regionali è il 2027. Le date non sono ancora fissate, ma le elezioni sono già entrate nelle decisioni dei partiti. Per i trasportatori è un vantaggio contrattuale. Un banco del fresco vuoto porta il malcontento in luoghi che nessun comizio raggiunge: davanti alla lista della spesa, mentre una famiglia decide a cosa rinunciare.

Renato Schifani annuncia interlocuzioni. Ha avuto un colloquio con Matteo Salvini, che è stato, nelle sue parole, «assolutamente positivo». La Regione promette risorse contro il caro carburante nelle variazioni di bilancio all’esame dell’Ars. La disponibilità è stata comunicata. Adesso servono misure, destinatari e tempi.

Nella stessa manovra, insieme agli interventi per famiglie e imprese, resiste il Fit, Fondo per gli investimenti territoriali. Acronimo asciutto, ripieno abbondante: cinquanta milioni di euro per il 2026, confermati dall’analisi del Servizio Bilancio dell’Ars aggiornata al 19 ottobre. Il fondo è ancora nel testo in discussione. I destinatari previsti sono enti pubblici ed enti ecclesiastici. Gran parte degli interventi viene individuata attraverso un ordine del giorno parlamentare; altre quote sono riservate ai soggetti rimasti fuori, attraverso domande e progetti. Il rischio politico è evidente: il bisogno di un territorio finisce per pesare anche in base alla capacità del suo deputato di farlo entrare nell’elenco.

Un Comune, una parrocchia, un impianto sportivo possono avere progetti utilissimi. Dovrebbero poterlo dimostrare attraverso criteri pubblici e priorità verificabili. Il valore di un’opera dovrebbe risultare dal progetto. La riconoscenza verso l’onorevole non dovrebbe essere una voce del quadro economico.

Le opposizioni chiedono di cancellare il fondo o di assegnarlo con un avviso pubblico. L’opposizione propone di usare le risorse per famiglie e imprese colpite dal caro carburante e contesta la priorità di interventi come i campi di padel proposti nelle ultime settimane. La Sicilia può certamente coltivare ambizioni sportive. In questo momento avrebbe anche qualche problema con la spesa.Cinquanta milioni non risolvono da soli la crisi dell’autotrasporto. Scegliere come impiegarli, però, rende visibile la gerarchia delle urgenze.

La casta siciliana continua così a preparare le proprie brioche farcite mentre chiede pazienza a chi deve riempire il serbatoio. Ai cittadini si spiegano i vincoli. Per il collegio elettorale si cerca una soluzione. Alla piccola impresa si promette un’interlocuzione. Per l’intervento sponsorizzato si prepara un ordine del giorno.

Dentro la protesta c’è una domanda che riguarda anche chi non possiede un camion: quanto bisogna fermare, o chi bisogna conoscere, per essere ascoltati? Se la risposta arriva soltanto dopo un porto bloccato o attraverso una mediazione politica, il disagio diventa una gara tra chi può produrre più danni e chi ha il contatto migliore. Il radicchio, intanto, è finito. I panettoni resistono. Sulle brioche di Maria Antonietta non abbiamo prove. Sui cinquanta milioni delle nostre sicilianissime brioche abbiamo un disegno di legge.

L'articolo Perché in Sicilia gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando proviene da Linkiesta.it.

Attending A Same-Sex “Wedding” – Liberty or Disobedience? (Part 1 of 2)

19 October 2026 at 05:04
Some suggest that a Christian can attend a same-sex ceremony merely as a “spectator” or a “well-wisher” of the individuals rather than a ratifier of the institution. This is to introduce a fatal logical contradiction. This defense attempts to separate the person from the event, but under closer theological and linguistic scrutiny, the logic completely... Continue Reading
❌