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Ushakov: senza il sostegno europeo Kiev non attaccherebbe le raffinerie russe

 

Il sostegno militare e finanziario europeo all'Ucraina continua ad alimentare il conflitto e, come evidenzia Mosca, incoraggia il regime di Kiev a proseguire anche gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. È questa la valutazione espressa da Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, che ha collegato direttamente il comportamento delle forze ucraine alla copertura politica garantita dai governi europei. Interpellato sulla presunta audacia di Kiev nel bombardare le raffinerie russe, Ushakov ha osservato che gli ucraini probabilmente si sentono «coraggiosi» proprio perché continuano a ricevere il sostegno dell'Europa. Difficilmente, ha aggiunto, avrebbero osato condurre operazioni di questo tipo autonomamente. Un'accusa che chiama in causa la responsabilità politica dei Paesi europei nell'escalation degli attacchi contro il territorio russo.

Il rappresentante del Cremlino ha inoltre denunciato il mancato rispetto da parte di Kiev delle ripetute richieste di Donald Trump di interrompere i bombardamenti contro le raffinerie russe. Nonostante la persistente pressione del presidente statunitense su questo punto, ha sottolineato Ushakov, le autorità ucraine continuano a ignorare le indicazioni provenienti da Washington. Il quadro evidenzia anche le contraddizioni all'interno del fronte occidentale: mentre Trump manifesta insofferenza per la prosecuzione di determinate operazioni militari ucraine, Bruxelles continua a incrementare le risorse destinate all'armamento di Kiev. Soltanto in ottobre, la Commissione europea ha erogato altri 2,86 miliardi di euro per finanziare l'acquisto di droni, sistemi di difesa aerea, missili, radar, strumenti di guerra elettronica e munizioni. Una tranche che si aggiunge agli 1,24 miliardi già assegnati nei giorni precedenti.

Entrambi i finanziamenti rientrano nel prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato all'Ucraina. Ma gli impegni di Bruxelles non si fermano qui. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha dichiarato che nel 2027 l'Unione europea intende coprire circa due terzi dei 70 miliardi di euro aggiuntivi richiesti da Kiev: una quota pari a 46,7 miliardi. Nel frattempo, l'UE sollecita anche Regno Unito, Canada e Norvegia ad aumentare i rispettivi contributi. Si delinea così una strategia nella quale il sostegno finanziario europeo assume dimensioni sempre più rilevanti, nonostante le difficoltà dei bilanci nazionali e le crescenti esigenze economiche e sociali interne. Mentre si moltiplicano gli appelli alla ricerca di una soluzione diplomatica, le risorse destinate alla prosecuzione dello sforzo bellico continuano ad aumentare.

La denuncia di Mosca si inserisce in questo contesto: per il Cremlino, il sostegno europeo non rappresenta soltanto un aiuto militare a Kiev, ma anche un fattore che contribuisce a prolungare e intensificare il confronto con la Russia. Restano i doppi standard di un'Europa che continua a dichiarare di perseguire la pace, mentre prepara nuovi e ingenti stanziamenti per sostenere militarmente l'Ucraina.


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Decreto Dignità, Salario Minimo e Fisco: l'illusione delle riforme del lavoro in Italia

 

Ogni volta che si è trattato di limitare la flessibilità del lavoro e il ricorso ai contratti precari, si è formata nel Paese un'opposizione trasversale capace di unire parte del movimento sindacale con il mondo datoriale. A tutela del tempo determinato si sono levate persino voci insolite, che hanno addotto motivazioni bizzarre: secondo alcune di esse, la precarietà salverebbe i soggetti più vulnerabili dall'inerzia e dalla disoccupazione strutturale. Questa "allegra brigata" della precarietà è stata determinante nel depotenziare il Decreto Dignità, bloccando ogni intervento legislativo che potesse favorire la stabilizzazione della forza lavoro.

Parliamo di un provvedimento che in origine aveva ridotto la durata massima del contratto da 3 a 2 anni, introdotto l'obbligo di causale per i rinnovi superiori ai 12 mesi e aumentato gli oneri previdenziali a ogni proroga. Sono bastati pochi mesi, tuttavia, perché il Decreto venisse modificato rendendo le causali di fatto più flessibili.

In diversi settori dell’economia, il contratto a termine supera di gran lunga la dimensione stagionale, diventando la modalità di assunzione più utilizzata in assoluto.

In gioco ci sono le tutele individuali e collettive, ma anche ragioni di finanza pubblica: se da un lato la precarietà avvantaggia le aziende, dall'altro costringe lo Stato ad aumentare la spesa per gli ammortizzatori sociali nei periodi di inoccupazione tra un lavoro e l'altro.

La combinazione tra precarietà e riduzione delle ore lavorate — unita alla necessità di legare la produttività agli investimenti in ricerca e non ai tagli sul costo del lavoro — dovrebbe imporre una profonda riflessione sulle scelte degli ultimi anni. Il contratto a termine è legato solo in minima parte alle attività stagionali: le piccole imprese tendono a sfruttare intensamente i dipendenti evitando il tempo indeterminato a favore di formule precarie. L’obiettivo del Decreto Dignità era promuovere le assunzioni stabili, ma è stato raggiunto solo in parte, lasciando il tempo determinato come l'opzione preferita in numerosi settori. Negli ultimi anni la disoccupazione non è affatto crollata come vorrebbero far credere le dichiarazioni del Governo Meloni: i lavoratori con minore scolarizzazione continuano a essere penalizzati, costretti a contratti part-time nel sottobosco degli appalti e destinati a pensioni future al limite della sussistenza.

Rispetto al passato si è registrato un incremento delle conversioni a tempo indeterminato, anche per via dei costi di rinnovo e dei tetti temporali. Molti di questi contratti rimangono tuttavia a tempo parziale.

Resta il fatto che nessuno, né a destra né a sinistra, ha mai pensato di smantellare davvero il Jobs Act o ripristinare le tutele precedenti, dimostrando come certe involuzioni normative abbiano trovato sponda nell'intero arco parlamentare.

Dal depotenziamento del Decreto Dignità all'affossamento del salario minimo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il Jobs Act resta intatto e gli stipendi non crescono al passo con l'inflazione.

Lo stesso discorso vale per l'indice IPCA: nonostante sia palese la contraddittorietà di un calcolo che svaluta il potere d'acquisto dei salari, sindacati rappresentativi e governo hanno concordato nel mantenere inalterato questo meccanismo iniquo.

La flessione dei contratti a termine dura ormai da anni e non è attribuibile unicamente all'esecutivo attuale; risponde a dinamiche strutturali. Tuttavia, si evita accuratamente di intervenire sui tre nodi centrali: la ripresa del potere d'acquisto e di contrattazione, il rafforzamento delle tutele in caso di licenziamento e l'introduzione di meccanismi di adegueria salariale legati al costo reale della vita.

Infine, una nota sul sistema fiscale: come si può sostenere la convenienza del modello a tre aliquote se negli anni '70 ne esistevano circa quaranta? Chi oggi guadagna tra i 20 e i 40 mila euro all'anno, con il sistema degli anni '70 avrebbe pagato proporzionalmente meno tasse. Appiattire le aliquote favorisce i redditi alti, non il ceto medio o i lavoratori.

La formidabile macchina formativa e tecnologica della Cina.

 

di Michele Blanco

L’evoluzione del sistema educativo e scientifico della Repubblica Popolare Cinese rappresenta uno dei più imponenti e riusciti fenomeni di pianificazione strategica dell'era moderna. Quello che per decenni è stato considerato in Occidente un modello di mera rincorsa manifatturiera si è oggi consolidato come un’infrastruttura di eccellenza accademica globale, capace di ridefinire radicalmente gli standard della formazione avanzata. La rigida e coerente strategia statale di Pechino, orientata in modo pragmatico alla sovranità tecnologica e alla leadership nei settori scientifici e tecnologici, sta dimostrando come un assetto interamente basato sulla selezione rigorosa delle competenze possa competere e superare i modelli storici della Ivy League americana o del Triangolo d’Oro britannico, offrendo un formidabile canale di sbarco per i talenti.

Come analizzato in profondità dal sociologo Pino Arlacchi nel suo saggio La Cina spiegata all'Occidente, il prodigioso sviluppo asiatico non costituisce un'inedita e destabilizzante novità storica, bensì una spettacolare resurrezione accademica e civile di una cultura millenaria. Per circa duemila anni la Cina è stata la guida globale indiscussa dal punto di vista economico, scientifico e culturale, dimostrando come la narrazione eurocentrica secondo cui sarebbe stata l'Europa a guidare il mondo moderno sia storicamente infondata. La civiltà cinese è stata il polo principale di un'economia-mondo egemonizzata dall'Asia fin dal XIII secolo, strutturata sul principio filosofico della Tianxia, ovvero "tutti sotto lo stesso cielo", improntato a una visione inclusiva e pacifica.

Questo sfondo storico evidenzia un nodo geopolitico cruciale: la Cina persegue una via di non-espansionismo e manifesta una radicata avversione alla guerra, ponendosi in totale contrasto con le dottrine militari statunitensi. Mentre la proiezione di potere di Washington si è storicamente basata sulla forza militare, sull'intervento armato e sulla sottomissione dei mercati globali, Pechino fonda la sua potenza sul commercio, sulle infrastrutture e sull'investimento scientifico. I cinesi inventarono la polvere da sparo per i fuochi d'artificio secoli prima dell'era volgare, laddove gli europei l'hanno in seguito utilizzata per sviluppare armi da fuoco e distruzione. Attraverso il modello del socialismo di mercato, il governo è riuscito nell'impresa di indirizzare la potenza del capitalismo invece di esserne dominato; a differenza delle società occidentali, la Cina ha sottomesso le dinamiche di mercato all'interesse dello sviluppo collettivo, sradicando la povertà estrema e riaffermando l'autorità della pianificazione politica sul capitale.

A confermare la lungimiranza di questa visione contribuiscono diversi studi accademici. Nel saggio Il modello Cina, Daniel A. Bell illustra la superiorità strutturale della meritocrazia verticale cinese, in cui la selezione dei leader tramite rigidi test attitudinali garantisce standard di buon governo nettamente superiori a quelli delle democrazie elettorali occidentali, spesso vulnerabili ai populismi. A questo approccio si affianca la disamina dell'economista Claudio F. González ne Il grande sogno della Cina, che descrive l'efficacia del tecno-socialismo di Pechino nel canalizzare l'innovazione tecnologica e l'intelligenza artificiale per cementare la sovranità nazionale e l'efficienza industriale.

La reale portata di questa impostazione pedagogica trova un riscontro nei dati dell'OCSE. I risultati del test PISA mostrano un netto e sistematico distacco a favore delle nuove generazioni cinesi nei domini logico-computazionali. In matematica, a fronte di una media dei paesi OCSE scesa al minimo storico di 463 punti, la Cina ha raggiunto la quota straordinaria di 612 punti, accumulando un divario pari a circa tre anni di scolarizzazione di vantaggio. Nelle scienze naturali il sistema cinese si attesta a 597 punti contro i 482 della media dei paesi sviluppati, mentre nella valutazione delle attitudini algoritmiche oltre il 54% degli studenti cinesi si colloca nei livelli di eccellenza assoluta, rispetto a una media OCSE ferma sotto il 10%.

La stampa internazionale ha ampiamente convalidato queste evidenze. Un'analisi di The Economist sottolinea che, persino estrapolando i dati all'intera nazione e includendo le province rurali meno ricche del blocco d'eccellenza, la Cina si posizionerebbe comunque saldamente tra i vertici mondiali. Un editoriale del China Daily evidenzia come la coerenza dei programmi scolastici e gli investimenti sulle competenze logiche stiano distanziando le controparti europee e americane, mentre testate come Neo Kosmos definiscono i risultati cinesi un severo avvertimento per i sistemi educativi occidentali, segnati dal declino nelle competenze di base.

L'architrave formativo che sorregge questo primato è il Gaokao, l'esame nazionale di ammissione all'università. Gestito con misure di sicurezza militari, il Gaokao converte il percorso scolastico di milioni di candidati in un punteggio numerico oggettivo. La Repubblica Popolare Cinese opera così come una meritocrazia in cui l'accesso alle risorse d'élite e alle cariche pubbliche è subordinato a una selezione basata esclusivamente sui titoli, senza spazio per valutazioni olistiche discrezionali o raccomandazioni private. Questa architettura garantisce una reale mobilità sociale ascendente, permettendo alle classi popolari di accedere ai massimi livelli della dirigenza statale.

Tale struttura didattica poggia sulla filosofia del Chiku, ovvero la valorizzazione sociale dell'impegno e della disciplina metodica attraverso oltre 54 ore settimanali di studio. Per preservare le capacità cognitive degli studenti, il Ministero dell'Istruzione applica il divieto tassativo degli smartphone nelle scuole: ben l'83% degli studenti cinesi è sottoposto a questo regime restrittivo, la cui efficacia nell'azzerare le distrazioni digitali e salvaguardare la memoria di lavoro è confermata dai monitoraggi OCSE.

Questa macchina selettiva affonda le sue radici storiche nel Keju, il sistema degli esami di Stato introdotto dalla dinastia Sui nel VI secolo d.C. La storia cinese è caratterizzata dalla guida di un'élite intellettuale selezionata tramite concorsi pubblici estremamente severi. Già in epoca imperiale l'organizzazione delle prove garantiva la massima imparzialità: i candidati venivano isolati per giorni in celle di pietra, gli elaborati venivano identificati tramite codici numerici e ricopiati a mano dagli scribi per celare la grafia agli esaminatori. La prova centrale, il saggio in otto parti, ha educato per secoli la società a considerare l'avanzamento pubblico come il risultato diretto dell'applicazione mentale, un meccanismo che la leadership contemporanea ha ereditato e riadattato con successo alle necessità dello Stato moderno.

L'attuale transizione della Cina verso una potente tecnocrazia scientifica è la filiazione diretta di questa mentalità concorsuale. Il Ministero dell'Istruzione ha razionalizzato l'offerta universitaria eliminando oltre 12.000 corsi ritenuti obsoleti per concentrare le risorse nei laboratori di intelligenza artificiale, scienze dei materiali e semiconduttori.

Questo impianto modella l'intera burocrazia statale. La promozione dei funzionari sul territorio risponde a un rigoroso sistema di valutazione delle prestazioni che monitora costantemente la crescita economica locale, la tutela dell'ambiente, l'innalzamento dei salari reali, l'urbanizzazione e la garanzia dei diritti sociali.

Si delinea così un netto contrasto con il panorama politico occidentale: la classe dirigente cinese viene selezionata mediante standard concorsuali talmente stringenti che la maggior parte dei leader europei e americani contemporanei faticherebbe a superare le soglie minime richieste per amministrare una piccola municipalità di provincia. Legando i fondi universitari, le cattedre e le carriere dei manager ai risultati effettivi e all'utilità sociale, gli atenei cinesi hanno superato quelli americani per numero di brevetti depositati. Le principali multinazionali tecnologiche non considerano più la Cina come un semplice polo produttivo, ma vi trasferiscono i propri centri di ricerca e sviluppo per attingere a un bacino di ingegneri altamente qualificati. Sancendo il primato del rigore logico-matematico e della selezione pura, la Cina si impone come la più efficace macchina di sviluppo tecnologico del pianeta, orientata al principio confuciano e socialista secondo cui la conoscenza deve servire primariamente il benessere collettivo e la stabilità dello Stato.

Il semestre d’oro di Netanyahu

 

di Michelangelo Severgnini

 

Cento euro di donazione sono arrivati proprio mentre questa puntata stava per essere caricata. Altrimenti sarebbero stati 366 euro nell’ultima settimana. Una delle cifre più basse mai toccate. Proprio mentre a Gaza, complice l’attenzione assorbita dalle elezioni israeliane, da una decina di giorni si è registrata una nuova impennata dei prezzi, colpendo le già quasi nulle possibilità economiche di quasi metà della popolazione della Striscia. In altre parole, significa niente da mangiare in questi giorni.

La distonia occidentale tocca i suoi culmini in questi stessi giorni. Ci sono elezioni da commentare, altre da preparare. Ci sono colloqui in corso, partiti che si spaccano, altri che si promettono, altri che si contano, tutti in nome di Gaza.

Di quale Gaza? Del totem costruito in questi anni di flottiglie? O della Gaza e della sua battaglia quotidiana per la sopravvivenza?

Gli esperti ci dicono che durante la fase di transizione in Israele, un esecutivo provvisorio non è soggetto allo scrutinio o ai tradizionali voti di sfiducia di una Knesset pienamente operativa. Di conseguenza, Netanyahu disporrà del controllo totale sulle decisioni strategiche e di sicurezza, un fattore cruciale data l'elevata instabilità regionale e il confronto con l’Iran alle porte.

Colpo gobbo a Gerusalemme Ovest. Quando non puoi stravincere, cerca almeno di vincere e chiudere la partita. I tempi per le consultazioni sfiorano i 3 mesi, altrettanti per convocare eventuali nuove elezioni. Si apre per l’esecutivo Netanyahu il semestre d’oro. Pieni poteri e un parlamento in fase di stallo alle sue spalle. E’ il momento di scrivere la storia, Bibi. O la va o la spacca questa volta. Il rombo degli F-22 e degli F-35 americani nelle basi israeliane sono la ninna nanna ideale per chi doveva essere travolto dalla morale borghese nei cinema e che ora si trova il primo, ma forse anche l’ultimo, punto decisivo a disposizione per chiudere la partita.

In mezzo a queste insostenibili premesse, la scuola “Al-Amal” si è trasferita, ha rimontato la struttura tenda e ha ricominciato le lezioni. Ma non andrà avanti ancora per molto, perché i finanziamenti stanno finendo. Servono 56 mila dollari per finanziare l’anno scolastico in corso. C’è qualcuno in ascolto là fuori?

Già. Gaza non è troppo lontana, Gaza è troppo vicina. Siamo noi troppo lontani.

Siamo alla sessantesima puntata. Lo ripetiamo: c’è qualcuno in ascolto là fuori?

 

Editoriale tratto da:

RADIO GAZA #60 – “Le elezioni israeliane confermano che la società israeliana è razzista e favorevole al genocidio”.

 

Guarda la puntata #60:

https://www.youtube.com/watch?v=AN0OPTkt2rg

 

(Radio Gaza, in inglese e arabo, può essere seguita attivando i sottotitoli automatici di YouTube)

 

Da giugno 2025.

214.469 € raccolti grazie a 2.166 donazioni.

213.283 € inviati finora a Gaza.

3.802 € ricevuti a ottobre.

 

Per le donazioni: 

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Conto corrente bancario per le donazioni: 

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Causale: Apocalisse Gaza

 

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L'Iran sfida gli USA: la realtà di Hormuz si determina in mare, non sui social

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha ribadito l'alta vigilanza delle Forze Armate iraniane nello Stretto di Hormuz, sottolineando che la realtà si decide sul campo, in aria, a terra e in mare, e non sui social media.

"Centcom, assassino di bambini! La crisi di Suez del 1956 ha messo a nudo i limiti del potere britannico; la storia dimostra che il corso degli eventi si decide nei punti di strozzatura strategici", ha dichiarato giovedì il generale di brigata Hossein Mohebi, portavoce dell'IRGC.

La replica giunge dopo che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato di aver bonificato le principali rotte marittime dello stretto e che il transito rimane sicuro. Il CENTCOM ha inoltre smentito le notizie su imbarcazioni colpite da mine, definendole false e affermando che migliaia di navi hanno attraversato l'area senza incidenti.

A questo proposito, il generale Mohebi ha sfidato il CENTCOM a dimostrare con prove indipendenti, e non con semplici annunci, l'effettivo sminamento dello stretto, aggiungendo che la situazione reale non si misura nei centri di guerra mediatica statunitensi. Nel frattempo, fonti iraniane riportano che tre petroliere sarebbero esplose dopo aver urtato delle mine nella zona.

Anche il vice comandante dell'IRGC, il maggiore generale Mostafa Izadi, ha smentito le dichiarazioni americane in un'intervista a Defapress, ribadendo che la via navigabile rimane chiusa e sotto il controllo dei combattenti dell'Islam finché le condizioni di Teheran non saranno soddisfatte. Il Leader Supremo ha inoltre sottolineato che la gestione iraniana dello stretto è una garanzia per la sicurezza regionale.

Il richiamo del generale Mohebi alla crisi di Suez del 1956 evoca lo scontro scoppiato dopo la nazionalizzazione del canale da parte dell'Egitto e il successivo intervento di Israele, Regno Unito e Francia, evento che compromise le forniture petrolifere europee ed evidenziò il peso geopolitico dei punti di snodo marittimi.

L'Iran ha limitato il transito a Hormuz in risposta all'aggressione israelo-americana terminata ad aprile dopo 40 giorni di conflitto. Successivamente, il 17 giugno, Teheran e Washington hanno siglato un memorandum d'intesa con la mediazione del Pakistan, il cui articolo 5 attribuisce espressamente all'Iran la gestione e la riapertura dello stretto. Tuttavia, a seguito dei tentativi statunitensi di minare tale sovranità e di imporre un blocco navale in violazione degli accordi, Teheran ha dichiarato lo stretto chiuso a tutto il traffico non coordinato.

 

Miliardi e sicurezza : Perché l'Egitto si schiera con l'Arabia Saudita

 

Il Parlamento egiziano, dopo due rinvii, ha autorizzato il presidente Abdel Fattah al-Sisi ad adottare tutte le misure necessarie per sostenere la difesa dell'Arabia Saudita. La decisione avvicina il Cairo a un coinvolgimento più diretto nel conflitto tra il Regno saudita e il movimento yemenita Ansar Allah (gli Houthi), secondo quanto riportato da Al Jazeera.

L'iniziativa è stata approvata il 26 ottobre da oltre due terzi della Camera a porte chiuse, in seguito alla richiesta di Al-Sisi di poter fornire supporto militare a Riyadh in caso di sollecitazione ufficiale. Al momento non è stata presentata alcuna richiesta formale di invio di truppe. Diversi gruppi di opposizione si sono opposti o astenuti, sostenendo che l'Egitto debba mantenere un ruolo di mediazione anziché di intervento militare, anche a causa della mancanza di chiarezza su obiettivi e durata della missione.

Sebbene il documento non specifichi il tipo di assistenza, il vicepresidente della commissione legislativa del Parlamento, Taher al-Khouly, ha dichiarato a Reuters che le forze egiziane verrebbero inviate in Arabia Saudita previo coordinamento tra i due Paesi. Prima del voto, il ministro degli Esteri Badr Abdellatty e il capo dei servizi segreti Hassan Rashad si sono recati in Arabia Saudita per consegnare una lettera di Al-Sisi al principe ereditario Mohammed bin Salman. Il presidente egiziano ha precisato che il sostegno si limiterà alla difesa del territorio e dei confini sauditi, escludendo operazioni offensive in Yemen.

La natura difensiva dell'intervento è stata ribadita dal ministro degli Esteri e dal presidente del Senato Essam Farid, il quale ha dichiarato che la posizione dell'Egitto mira esclusivamente a proteggere i confini e i luoghi sacri sauditi, sintetizzando l'approccio con la formula: "Uno scudo che protegge, non una spada che attacca".

L'esperto di Medio Oriente Elfadil Ibrahim evidenzia come la decisione del Cairo sia legata alla forte dipendenza finanziaria dalle monarchie del Golfo. L'Arabia Saudita detiene circa 10,3 miliardi di dollari depositati presso la Banca Centrale egiziana; sommando i depositi di Kuwait e Qatar, la cifra raggiunge circa 18 miliardi di dollari, pari a quasi un terzo delle riserve valutarie del Paese. Per l'Egitto, grande importatore di grano e carburante con un pesante debito in dollari, queste riserve sono vitali.

Sebbene Riyadh non abbia vincolato esplicitamente tali fondi a un sostegno militare, l'analista nota che la fragilità economica riduce il margine di manovra del Cairo. Una dinamica simile si è verificata dopo gli attacchi missilistici contro gli Emirati Arabi Uniti, quando il Cairo ha inviato caccia Rafale in seguito al malcontento espresso da Abu Dhabi, suo principale partner finanziario. Il sostegno economico del Golfo comporta quindi l'aspettativa di una lealtà strategica.

A ciò si aggiunge l'interesse diretto dell'Egitto nella sicurezza delle rotte marittime. Come osserva l'analista Thomas Bonnie James, la pressione degli Houthi sullo stretto di Bab el-Mandeb minaccia direttamente il Canale di Suez, che dall'inizio degli attacchi nel 2023 ha registrato perdite per circa 11 miliardi di dollari.

Londra: Fiera del turismo sponsorizza ente israeliano per gli insediamenti illegali

 

Un importante evento turistico internazionale a Londra si appresta a pubblicizzare la Jerusalem Development Authority (JDA), ente coinvolto nella costruzione di insediamenti illegali e nell'espropriazione di cittadini palestinesi a Gerusalemme Est, come rivelato da Middle East Eye (MEE).

Il World Travel Market (WTM) di Londra ospiterà uno stand gestito dall'ufficio del turismo del governo israeliano. Secondo il sito ufficiale dell'evento, lo spazio sarà condiviso da diverse organizzazioni e aziende, tra cui "iTravelJerusalem", piattaforma per la promozione turistica gestita proprio dalla JDA.

La JDA, agenzia governativa e comunale, promuove progetti di sviluppo a Gerusalemme ed è fortemente impegnata nell'espansione degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Già nel 2020 il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha denunciato come la JDA espropri terreni palestinesi a Gerusalemme Est per realizzare i cosiddetti parchi biblici, provocando lo sfollamento di centinaia di residenti in violazione delle Convenzioni di Ginevra e favorendo l'espansione di insediamenti come Gilo.

Un rapporto dell'Ufficio del rappresentante dell'Unione Europea per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza ha inoltre evidenziato come la JDA avesse in programma lo sgombero del complesso di Umm Haroun a Sheikh Jarrah — abitato da circa 40 famiglie palestinesi — per edificare un nuovo insediamento di 320 unità. Sempre la JDA promuove la controversa costruzione di una funivia a Gerusalemme, fortemente avversata a livello locale, e un progetto di ristrutturazione presso la piscina di Mamilla, accusato di minacciare un secolare cimitero musulmano.

Nello stand israeliano al WTM sarà presente anche Africa Israel Hotels, società coinvolta in vari progetti di edilizia coloniale. La vicenda riaccende il dibattito nel Regno Unito, il cui governo ha recentemente riconosciuto come illegale l'occupazione dei territori palestinesi. Il ministro degli Esteri Ed Miliband ha annunciato l'intenzione di vietare la pubblicità di insediamenti illegali nel Paese, richiamando una controversa fiera immobiliare svoltasi a Londra all'inizio dell'anno. Al momento della pubblicazione dell'inchiesta di MEE, i responsabili del World Travel Market non avevano fornito commenti sulla vicenda.

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Spedizioni ferroviarie tra Cina e Iran aumentano di dieci volte

 

L'Iran ha inaugurato il suo primo treno merci per l'esportazione verso la Cina, in partenza dalla città di Qom. L'iniziativa rientra negli sforzi di Teheran per espandere le proprie rotte commerciali terrene a fronte del blocco navale statunitense, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Fars il 29 ottobre.

A causa delle crescenti restrizioni al trasporto marittimo, le spedizioni merci su rotaia dalla Cina all'Iran sono decuplicate. Il primo treno container dalla provincia di Qom è stato inaugurato dal governatore Akbar Behnamjoo per agevolare l'esportazione dei prodotti locali e stabilire nuovi sbocchi commerciali esteri. Alla cerimonia di partenza hanno presenziato anche il deputato Mohammad Manan-Raeisi e diversi funzionari provinciali.

Almost all trade corridors across Eurasia now run through IRAN. China just finished the China-Iran railway - the backbone of the East-West connectivity corridor. From Xinjiang to Central Asia to Iran and straight to the Persian Gulf. Add the North-South corridor: Russia-Iran-India. Beyond geography: this is the NEW GLOBAL MAP.

— Pepe Escobar (@RealPepeEscobar) April 25, 2026

Parallelamente, l'Iran ha esportato via ferrovia in Turchia 460 tonnellate di clorato di sodio prodotto dall'azienda Kloran, come confermato dal direttore generale delle Ferrovie del Nord-Est, Alireza Rezaei. Il carico, trasportato dalla zona industriale di Semnan alla Turchia, ha sostituito l'impiego di circa 20-30 camion.

Prima del conflitto, un treno merci cinese entrava in Iran attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan ogni tre o quattro giorni. Da allora, la frequenza è salita a un treno al giorno. I numerosi confini terrestri dell'Iran e i collegamenti ferroviari con i Paesi limitrofi offrono concrete opportunità per potenziare il trasporto su rotaia nel commercio regionale.

Nel mese di febbraio, Stati Uniti e Israele hanno avviato un'aggressione militare contro l'Iran. In risposta, Teheran ha cercato di bloccare le esportazioni petrolifere degli Stati del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz, accusati di collaborare con Washington e Tel Aviv. Successivamente, l'esercito statunitense ha imposto un blocco navale sui porti iraniani.

Il blocco ha reso il trasporto marittimo — storicamente il più economico e capiente — estremamente pericoloso e oneroso. L'Iran ha così reagito incentivando il commercio via terra e trasformando la rete ferroviaria in una necessità strategica. Le esportazioni iraniane su rotaia comprendono componenti per autoveicoli, generatori, prodotti elettronici, materiali industriali e beni di consumo. I treni merci di ritorno trasportano anche beni d'importazione, seppur in quantità limitate.

Alcune fonti indicano che anche il petrolio greggio iraniano venga trasportato in Cina via ferrovia; resta tuttavia da chiarire se tali volumi possano compensare le esportazioni via mare, dati i maggiori costi del trasporto terrestre. Nel frattempo, Washington avrebbe esercitato pressioni sui Paesi confinanti, in particolare Iraq e Pakistan, affinché chiudano le frontiere con la Repubblica Islamica e ne limitino il commercio.

 

Putin commenta la telefonata con Stubb e Stowe


«Credo che sia stata la cosa giusta da fare. Dopotutto, in Europa ci sono persone che, a differenza di altre, non vogliono infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, ma desiderano invece instaurare una sorta di dialogo costruttivo», ha dichiarato Putin in una conferenza stampa al Cremlino a margine della visita di 48 paesi africani a Mosca. Lo riportano i media russi.

Dopo aver affermato che Mosca ha sempre sostenuto gli sforzi volti a normalizzare le relazioni con i paesi europei, Putin ha sottolineato che la Russia sosterrà «qualsiasi iniziativa volta a ripristinare relazioni piene e complete» con i paesi europei, sia attraverso l’UE che su base bilaterale.

Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno parlato con Putin martedì, rompendo con la prassi di lunga data tra i leader europei di evitare contatti diretti con Mosca dall’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022. L’iniziativa ha suscitato critiche da parte del primo ministro danese Mette Frederiksen, che ne ha messo in dubbio l’efficacia e ha affermato che non era stata coordinata con i partner europei.

Putin ha ribadito che la Russia non sta cercando un conflitto più ampio con l’UE o la NATO. «Non vogliamo alcuna guerra con l’Europa. Se alcuni di loro la vogliono, che si preparino. Ma non hanno raggiunto il loro obiettivo di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, ed è improbabile che ciò sia possibile entro il 2030», ha concluso.

Fulvio Grimaldi - Israele, Brasile, Serbia: cosa cambia

 

Nell’intervista fattami da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” andrebbero messe in evidenza le prospettive, potenzialità, spesso solo speranze, di un cambiamento in meglio, drastico, radicale. Dove si possono individuare, dove non ce n’è proprio traccia.

ISRAELE

Quest’ultima ipotesi s’impone con drammatica perentorietà in Israele. Nello Stato proclamatosi per legge e statuto quello esclusivo dei seguaci della religione ebraica, nulla indica l’esistenza di forze politiche, partitiche, sociali, determinate a cambiare rotta. Un capovolgimento democratico, anzi umano, rispetto a quanto Netanyahu, le forze cosiddette di opposizione e la maggioranza della società civile stanno perseguendo nei comuni termini della rimozione della questione palestinese intesa come rimozione dei palestinesi.

N on sembrano diversificarsi le posizioni articolate dalle formazioni politiche nello Knesset, che si dicano moderate o estremiste di destra, sulla questione che in definitiva è esistenziale. Che riguarda sia i 10 milioni di immigrati e coloni ebrei, sia i quasi 6 milioni di palestinesi nei territori occupati nel 1967, i 2 milioni di palestinesi cittadini israeliani nei territori assegnati nel 1948 e gli 8 milioni e passa nella diaspora, a partire dai campi profughi.

A questa rilevante maggioranza palestinese si vorrebbe ora attribuire la voce dei 19 seggi conquistati dalle sue due formazioni che alle elezioni sono state votate in massa e hanno conquistato il record di 19 seggi su 120 (con i due blocchi ebrei entrambi sotto la maggioranza assoluta dei 61 seggi).

Da questo, benevoli osservatori delle nostre parti deducono che ora si aprirebbero spazi per un ruolo addirittura strategico nei rapporti di forza tra le due comunità. Ma quella che ha impostato ogni suo proposito sull’eliminazione biologica, oltrechè politica, dell’altra, si è sempre attenuta a un principio basilare, la colonna che regge tutto il costrutto dell’edificio programmato fin dalla fine dell’800 e mai rientrato, o modificato: con coloro che, palestinesi, ma per attenuare l’impatto sono definiti “arabi” non c’è né combinazione, né collaborazione, né dialogo. La pulizia etnica, fondamento ideologico dell’intero progetto sionista, lo impone.

La Lista Unita e il Raam, le due formazioni palestinesi, sono l’espressione non certo degli abitanti di Hebron le cui case, per l’ennesima volta, sono date alle fiamme dall’IDF, o di quelli dei campi profughi in Cisgiordania, in corso di sradicamento e dispersione nel quadro dell’annessione dichiarata di tutti i territori occupati. Rappresentano quella che, già negli anni ’30 del mandato britannico, era uno strato borghese, relativamente agiato, in qualche misura risparmiato e quindi parzialmente connivente col processo di colonizzazione e poi ricolonizzazione messo in atto fin dalla dichiarazione di Balfour del 1917 sul “focolare ebraico”.

Sono ancora lì, una nicchia sociale politicamente irrilevante, che però serve ad allungare la sbrindellata coperta democratica con la quale lo Stato dell’Apartheid e del genocidio, fortunatamente sempre meno credibile, si presenta al mondo.

SERBIA

A Belgrado e nel resto del paese non è successo niente che si distanzi decisamente da quanto ho visto succedervi tra il 1999 dell’aggressione NATO (D’Alema, Mattarella) e il 2001 della prima grande e vincente rivoluzione colorata messa in atto dall’imperialismo UE-USA. Allora c’era il movimento degli studenti chiamato Otpor, al quale i mandanti occidentali avevano dato il compito di completare, con la fine della Serbia sovrana, socialista e sorella della Russia, il lavoro dei bombardamenti NATO (anche qui finalizzati, con l’uranio impoverito, a effetti duraturi nei secoli).

Ebbi l’occasione di intervistare per “Liberazione”, in un appartamento sul centralissimo Corso Knez Mihailova, due dei suoimassimi dirigenti: Non si provarono nemmeno lontanamente a offuscare la loro matrice occidentale, raccontandomi come fossero stati addestrati alla sedizione sociale, a Budapest, da “grandi esperti CIA”. Sono gli stessi che si sono poi visti all’opera in occasione di vari regime change, dal Messico alla Georgia, dall’Ucraina alle primavere arabe.

L’attuale Movimento degli Studenti, ampio vincitore delle elezioni, ha la stessa matrice e la stessa parola d’ordine, “contro la corruzione del regime”, inesorabilmente ripetuta, a dimostrazione della carenza di motivazioni sociali e contenuti ideologici, di tutte le rivoluzioni colorate.

A dire le sue virtù basta il plauso rumorosamente offertogli da tutto il cocuzzaro occidentale, a partire da Ursula von der Leyen e dalle singole cancellerie europee.

Ci si potrebbe chiedere cosa richiedesse la rimozione con urgenza dell’alternativamente presidente e primo ministro, dal 1914, capo del Partito del Progresso (solita denominazione non impegnativa), Alexander Vucic. Corruzione? Immancabile. Autoritarismo? Non più di quelli dei vicini colleghi balcanici, a partire dal corrottissimo e autocraticissimo Rami albanese, dagli ultradestri croati, dai frammenti UE balcanici come Bulgaria, Romania, Slovenia e quelli candidati: Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e la stessa Serbia.

Ed è qui che, come suol dirsi, casca l’asino. Che sarebbe Alexander Vucic. Grande equilibrista tra istanze, lealtà e pressioni diverse e, sfortunatamente per lui, alla fin fine opposte. In parole povere: stare comunque con Mosca, per tradizione storica, comunanza etnica e religiosa, volontà popolare e sostegno per la riacquisizione del Kosovo e poi bussare continuamente alle porte dell’UE, non erano, per Bruxelles, posizioni conciliabili.

Ne risultava che la Serbia restava un elemento spurio e inaffidabile nel primo fronte europeo verso la Russia. Le riforme democratiche, giudiziarie, sociali, che Bruxelles pretendeva di avanzare e non vedeva realizzate, non erano la pietra dello scandalo. Lo era Mosca, per quanto Vucic, sorridendo a Israele e armando Zelensky, ne volesse attenuare la rilevanza. Da qui la nuova Otpor.

BRASILE

Qui c’è soprattutto da divertirsi per come la classe che si vuole dirigente in Brasile e che negli ultimi anni è stata impersonata dalla dinastia Bolsonaro, Jiair e Flavio, con vasta rete di parente cogerenti dello Stato, si sia vistosamente confermata corrotta, ladrona, moralmente e legalmente fetida. A Flavio, dopo l’incredibile rimonta del vecchio Lula – non proprio un Che Guevara o un Fidel, ricordiamolo – non era rimasta che la fuga nella classica Miami, inseguito da una caterva di imputazioni di ladrocinio, riciclaggio, appropriazioni indebite di regali di Stato, copia quasi precisa di quelle che, insieme al tentato golpe nel 2022, avevano chiuso in carcere il papà Jair.

Per il mistero del ricupero di 4 milioni di voti nel ballottaggio, dopo la sconfitta 45% a 47% nel primo turno, c’è anche la spiegazione che nella seconda campagna era venuto a mancare il contributo di Fernando Cerimedo e della fittissima rete latinoamericana, già bene collaudata in altre elezioni con vittorie del trumpismo. Cerimedo, mago argentino del digitale, era stato alla fine individuato come il grande manovratore cibernetico dello spostamento di scelte e di voti. In breve, si trattava della creazione di migliaia di account falsi, di manipolazione di algoritmi, che determinavano equilibri di opinioni e di forze divergenti dall’originale.

Nel secondo turno Cerimedo non c’era e non poteva dirigere le operazioni. Era rinchiuso in un carcere a La Paz, Bolivia, per aver tentato di uccidere la fidanzata, Nadia Bellier, che s’era messa a spiattellare a magistrati e media i segreti dei trucchi del mago. Metti poi il richiamo della foresta sociale (anche amazzonica che, con Lula se la vede meglio) ed ecco i 4 milioni di voti in più.

Con, però, l’opposizione dei terratenientes, deforestatori, delle sette evangeliche pentecostali, battiste, tutte di obbedienza trumpista, padrona del parlamento e con la maggioranza dei governatori degli Stati, specie nel Sud Est e nell’Ovest, in mano alla destra, per l’81enne Lula ci vorranno, per tenere botta, più che l’incerto sostegno dei BRICS, una costante mobilitazione popolare, come quella da sempre protagonista, dei Sem Terra.

Ora che il Brasile è risultato, dopo miniere e petrolio, anche il secondo possessore di terre rare, quelle del futuro e del potere tecnologici, gli appetiti tutt’intorno crescono. A noi non resta che appendere speranze e fiducia al gancio della Grande Svolta Brasiliana rispetto alla marcia, fin qui inarrestabile in Latinoamerica, di Donroe.

Iran agli USA: sette condizioni per la pace, nessun passo indietro

 

L’Iran non intende compiere nuovi passi verso un accordo con gli Stati Uniti finché Washington non avrà soddisfatto integralmente le sette condizioni poste da Teheran. A riferirlo è una fonte iraniana informata ad Al Mayadeen, che ha definito le richieste una «linea rossa» dalla quale la Repubblica Islamica non è disposta a retrocedere. Al centro della vicenda anche uno scambio di messaggi tra il vicepresidente statunitense JD Vance e Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano. La ricostruzione fornita dal presidente Donald Trump, secondo cui la comunicazione USA sarebbe stata una risposta a una richiesta iraniana di medicinali e attrezzature, viene respinta da Teheran come completamente falsa.

L'Iran nega inoltre che lo scambio rappresenti un segnale di cedimento o un progresso concreto nei negoziati. Secondo fonti iraniane, il ricorso alla corrispondenza diplomatica rifletterebbe piuttosto l'incapacità di Washington di raggiungere i propri obiettivi attraverso altri strumenti. L'ex ambasciatore iraniano in Libano, Mojtaba Amani, sostiene che Trump abbia bisogno di un'intesa per salvare la faccia in vista delle elezioni di metà mandato. La posizione iraniana è netta: le sette condizioni dovranno essere soddisfatte tutte contemporaneamente, senza applicazioni graduali. Fino ad allora, Teheran esclude sia la riapertura dello Stretto di Hormuz sia l'avvio di nuovi negoziati. Le richieste comprendono la cessazione delle operazioni militari e delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano; lo sblocco degli asset iraniani congelati; la fine del blocco navale e petrolifero; la revoca delle sanzioni economiche e politiche; il ritiro delle forze navali e aeree statunitensi dalle aree vicine all'Iran; il risarcimento dei danni di guerra e la cessazione delle minacce e degli insulti rivolti a Teheran.

Particolarmente delicato resta il dossier nucleare. L'Iran accusa Washington di voler utilizzare la questione per privarlo della propria capacità di deterrenza e presentare il conflitto come un successo statunitense. Teheran teme inoltre che un eventuale trasferimento all'estero del materiale nucleare arricchito possa aprire la strada a una nuova aggressione anziché garantire la fine della guerra. Un messaggio è rivolto anche ai mediatori: l'Iran non accetterà che il loro ruolo si riduca a trasmettere le richieste statunitensi e a esercitare pressioni sulla Repubblica Islamica. La mediazione, sostiene Teheran, deve rispettare principi di imparzialità e non trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di Washington.

Infine, sul fronte regionale, l'Iran avverte che qualsiasi utilizzo delle basi statunitensi nei Paesi del Golfo per lanciare attacchi contro interessi iraniani provocherà una risposta proporzionata alla natura dell'aggressione. Una linea dura che segnala come Teheran non sembri intenzionata a concedere aperture unilaterali. La partita diplomatica resta aperta, ma la Repubblica Islamica vuole negoziare da una posizione di forza, senza accettare che la pressione militare ed economica statunitense determini i termini di un eventuale accordo.


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Il vuoto diplomatico dell’UE: la Russia tratta con i singoli Paesi europei

Mentre l’Unione Europea continua a presentarsi come protagonista della politica internazionale, la realtà diplomatica racconta una storia diversa. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno avuto un colloquio telefonico di un’ora e mezza con Vladimir Putin, senza il coinvolgimento di Kaja Kallas, l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera. Una conversazione inizialmente prevista per appena venti minuti, che i due leader scandinavi hanno definito franca e approfondita. Il dato politicamente più significativo è che a dialogare con il Cremlino non sia stata la rappresentante della diplomazia europea, bensì i leader di due Paesi che hanno scelto di muoversi in autonomia, senza parlare a nome dell’intera Unione.

L’episodio mette in luce le profonde contraddizioni della politica estera comunitaria. Da quattro anni, sottolinea il premier norvegese, l’UE non è riuscita a elaborare un messaggio comune né una strategia condivisa nei confronti della Russia. Una frammentazione che indebolisce la capacità negoziale europea proprio mentre si discute di come porre fine al conflitto in Ucraina. La stessa Kallas aveva ammesso in precedenza che Bruxelles non può svolgere pienamente il ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev, dal momento che l’Occidente sostiene militarmente e politicamente l’Ucraina. Una constatazione che solleva interrogativi sulla sua capacità di rappresentare gli interessi diplomatici dell’Unione. Nel frattempo, la russofoba Kallas ha criticato le iniziative negoziali promosse dagli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, senza però riuscire a conquistare un ruolo centrale nei successivi incontri diplomatici.

E anche qualora Bruxelles dovesse ottenere un posto al tavolo delle trattative, secondo la ricostruzione proposta dal testo, la delegazione potrebbe essere guidata da figure vicine alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, lasciando ancora una volta Kallas ai margini. Il problema, tuttavia, va oltre la singola figura politica. Le ambizioni di Bruxelles di assumere la guida del cosiddetto Occidente si scontrano con le divisioni interne, l’assenza di una linea condivisa e una strategia sempre più identificata con il confronto e la pressione su Mosca. Il risultato è un’Europa che proclama la propria centralità geopolitica, ma fatica a incidere sui processi diplomatici più importanti.

Mentre alcuni leader cercano canali diretti con il Cremlino, la diplomazia comunitaria rischia di restare spettatrice di decisioni che determineranno il futuro della sicurezza europea.


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Cuba, il voto all'ONU e la nascita di "elbloqueo.it"


di Geraldina Colotti

 

Mentre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si pronuncia per la trentaquattresima volta consecutiva contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba, la macchina della propaganda occidentale continua a produrre cortine fumogene per giustificare l'ingiustificabile. La narrazione dominante dei grandi conglomerati mediatici vorrebbe ridurre la resistenza di un intero popolo a un presunto fallimento interno, rimuovendo deliberatamente la natura criminale e genocida di un'aggressione pluridecennale. A smontare questa menzogna con la forza inoppugnabile dei fatti e dei documenti ufficiali declassificati di Washington è intervenuta nei giorni scorsi, presso l'Ambasciata di Cuba in Italia, la presentazione del nuovo portale di controinformazione elbloqueo.it, un'iniziativa militante nata dall'incontro diretto e dall'amicizia profonda con la realtà cubana vissuta sul campo dai suoi tre creatori: l'archivista e storica Lucia Nardi, l'attivista Andrea Pesce e il più anziano del gruppo, Franco Spezia, il cui sguardo maturo e militante ha voluto trasformare l'indignazione di fronte all'ingiustizia in uno strumento permanente di lotta e controinformazione.

La mobilitazione internazionale contro il bloqueo si scontra ogni anno con il cinismo dell'imperialismo statunitense, ma restituisce una mappa politica e geopolitica chiarissima. Di fronte alla condanna della stragrande maggioranza del pianeta, Washington ha stretto i ranghi della propria catena di comando costringendo i suoi vassalli a un voto di aperta sottomissione. Nella passata sessione sono stati soltanto sette i Paesi che hanno scelto di schierarsi per mantenere il blocco e continuare a strangolare i dieci milioni di abitanti dell'isola: gli Stati Uniti e “Israele” come mandanti storici dell'assedio, l'Argentina di Javier Milei che ha svuotato la tradizione antimperialista del Paese per trasformarsi nel gendarme di Washington nel Cono Sur, l'Ungheria di Viktor Orbán che ha spaccato il fronte europeo, l'Ucraina e la Macedonia del Nord subalterne alle direttive della NATO, e il Paraguay allineato ai diktat della destra continentale. A questi si sono aggiunti dodici Paesi astenuti, appartenenti prevalentemente all'area dell'Europa orientale, baltica e balcanica legata a doppio filo all'apparato atlantista, oltre a Costa Rica ed Ecuador, di fronte a un blocco oceanico e maggioritario composto da oltre l'ottantacinque per cento delle nazioni del mondo che denunciano il carattere criminale del bloqueo.

Nelle piazze estere e italiane in corso in queste ore, i movimenti sociali, le forze della sinistra di classe e le organizzazioni studentesche stanno chiedendo a gran voce al governo di Giorgia Meloni di rompere ogni tentennamento e di non cedere ai ricatti dell'amministrazione statunitense. L'Italia ha verso Cuba un debito d'onore e di immensa gratitudine che risale ai momenti più bui della pandemia di COVID-19, quando i medici e gli infermieri della brigata internazionalista Henry Reeve giunsero a Crema e Torino per salvare centinaia di vite umane mentre l'Unione Europea voltava le spalle ai propri cittadini. Questo patrimonio di solidarietà concreta è proseguito negli ultimi anni in Calabria, dove oltre quattrocento medici cubani garantiscono la tenuta della sanità pubblica nei presidi ospedalieri territoriali provati da decenni di tagli e privatizzazioni.

Di fronte alle ingerenze e alle pesanti pressioni esercitate da Washington per esigere il rimpatrio immediato e la rescissione dei contratti dei camici bianchi caraibici, la risposta delle comunità e degli amministratori locali è stata un muro insormontabile di dignità, sintetizzata nell'inequivocabile replica indirizzata ai funzionari d'oltreoceano: se gli Stati Uniti sono in grado di inviare domani stesso quattrocento medici sul territorio potremmo farne a meno, altrimenti la presenza cubana è indispensabile per la vita del nostro popolo.

L'Italia, però, questa volta ha fatto parte dei 25 astenuti, insieme alla Germania, al Cile, al Perù, alla Polonia, alla Romania, alla Moldavia, all'Estonia, alla Lettonia e ad altri paesi baltici dócili agli Stati Uniti. I voti contrari sono stati 17, a partire dagli USA e da «Israele», dal gruppo di paesi latinoamericani passati a destra, oltre ad altri voltagabbana della Caricom, all'Austria, alla Bosnia ed Erzegovina, alla Repubblica Ceca e ad altri governi alleati degli USA. I voti a favore di Cuba sono stati 130 tra i quali, ovviamente, il Venezuela, che si è espresso attraverso l'intervento della sua rappresentante, Coromoto Godoy, ma che non ha potuto votare perché, a causa delle sanzioni che le impediscono di versare la quota all'ONU, ha perso il diritto di voto in virtù dell'articolo 19 della Carta delle Nazioni Unite.

Le tensioni all'interno del Palazzo di Vetro di New York hanno intanto toccato il culmine durante il dibattito generale, quando il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha dovuto rispondere con fermezza alle provocazioni e alle menzogne pronunciate dal rappresentante permanente degli Stati Uniti, Mike Waltz. Dal podio dell'Assemblea Generale, Waltz ha tentato goffamente di negare l'esistenza del blocco e di addossare alle autorità cubane la responsabilità delle difficoltà economiche e della crisi energetica dell'isola, arrivando a mettere in discussione la straordinaria e universalmente riconosciuta cooperazione medica internazionale di Cuba e ad avanzare accuse surreali sulla gestione degli aiuti umanitari.

Di fronte a questo spettacolo di arroganza neocoloniale, il capo della diplomazia cubana ha sollevato una vigorosa mozione d'ordine, avanzando fino al seggio della presidenza per denunciare come gli Stati Uniti non si limitino a mentire in modo grottesco e prepotente, ma calpestino la dignità degli Stati membri e offendano il popolo e il governo di Cuba, ricordando peraltro al rappresentante statunitense di permettere ai propri cittadini di viaggiare liberamente nell'isola prima di dare lezioni di libertà. La reazione scomposta della delegazione statunitense, culminata nella minaccia diretta e nell'annuncio di ritorsioni e persino nell'espulsione di un diplomatico cubano accreditato alla missione ONU, ha mostrato plasticamente l'isterismo di un impero che non tollera il dissenso.

La voce di Cuba all'ONU e di fronte a qualsiasi aggressione imperialista si è levata forte grazie al sostegno compatto dei grandi organismi multilaterali del Sud globale, dal Gruppo dei 77 più Cina al Movimento dei Non Allineati e all'ALBA-TCP, i cui rappresentanti hanno ribadito con forza il rigetto assoluto delle misure coercitive unilaterali. È in questo scenario di feroce scontro politico che il valore di elbloqueo.it assume una portata strategica straordinaria. Durante la presentazione romana, l'Ambasciatore di Cuba in Italia, Jorge Luis Cepero Aguilar, affiancato dal Consigliere Politico e Secondo Capo Missione Damián Delgado Vázquez, ha rivolto un commosso e solenne omaggio alla memoria dei trentadue cubani caduti il 3 gennaio in Venezuela nel tentativo di impedire il sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ribadendo che il popolo cubano reagirà con la stessa determinazione di fronte a ogni attacco. L'Ambasciatore e i creatori del sito hanno evidenziato come il portale offra una risposta documentale basata sulle stesse fonti primarie prodotte da Washington, sfruttando l'enorme mole di archivi storici e di intelligence declassificati della CIA, del Dipartimento di Stato e degli uffici del Congresso che gli Stati Uniti pubblicano online. Sfogliare questi documenti significa mettere nero su bianco la natura genocida del bloqueo, a partire dal famigerato Memorandum Mallory dell'aprile 1960, in cui il sottosegretario di Stato Lester Mallory raccomandava esplicitamente di provocare la fame, la disperazione e il malcontento economico per spingere il popolo cubano al rovesciamento del governo.

Una linea di castigo collettivo che attraversa i decenni, dal decreto di Kennedy del 1962 fino alle misure coercitive imposte dall'amministrazione Trump e al recente blocco energetico formalizzato nel gennaio 2026, che ha impedito l'arrivo a Cuba di carburanti e di oltre settemila container, sequestrati nel Puerto España. Gli effetti di questa guerra economica non convenzionale si misurano drammaticamente sulla pelle della popolazione: un danno record valutato in oltre otto miliardi di dollari in un solo anno, la mortalità infantile salita a livelli allarmanti, la cronica mancanza di trecento farmaci essenziali su trecentonovantacinque del quadro di base, l'impossibilità di acquisire tecnologie salvavita per la cardiologia infantile e l'oncologia a causa delle minacce extraterritoriali e delle sanzioni alle aziende terze.

Come ha sottolineato Andrea Pesce durante la presentazione, la resistenza di Cuba non è soltanto la difesa di un baluardo antimperialista, ma il banco di prova della nostra stessa umanità di fronte alla barbarie di un capitalismo finanziario e ipertecnologico che vuole azzerare ogni patto sociale. Difendere Cuba, scendere nelle piazze e studiare la verità documentale raccolta nel sito web elbloqueo.it significa dunque lottare per la dignità e la giustizia sociale dell'umanità intera.

Mentre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si pronuncia per la trentaquattresima volta consecutiva contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba, la macchina della propaganda occidentale continua a produrre cortine fumogene per giustificare l'ingiustificabile. La narrazione dominante dei grandi conglomerati mediatici vorrebbe ridurre la resistenza di un intero popolo a un presunto fallimento interno, rimuovendo deliberatamente la natura criminale e genocida di un'aggressione pluridecennale. A smontare questa menzogna con la forza inoppugnabile dei fatti e dei documenti ufficiali declassificati di Washington è intervenuta nei giorni scorsi, presso l'Ambasciata di Cuba in Italia, la presentazione del nuovo portale di controinformazione elbloqueo.it, un'iniziativa militante nata dall'incontro diretto e dall'amicizia profonda con la realtà cubana vissuta sul campo dai suoi tre creatori: l'archivista e storica Lucia Nardi, l'attivista Andrea Pesce e il più anziano del gruppo, Franco Spezia, il cui sguardo maturo e militante ha voluto trasformare l'indignazione di fronte all'ingiustizia in uno strumento permanente di lotta e controinformazione.

La mobilitazione internazionale contro il bloqueo si scontra ogni anno con il cinismo dell'imperialismo statunitense, ma restituisce una mappa politica e geopolitica chiarissima. Di fronte alla condanna della stragrande maggioranza del pianeta, Washington ha stretto i ranghi della propria catena di comando costringendo i suoi vassalli a un voto di aperta sottomissione. Nella passata sessione sono stati soltanto sette i Paesi che hanno scelto di schierarsi per mantenere il blocco e continuare a strangolare i dieci milioni di abitanti dell'isola: gli Stati Uniti e “Israele” come mandanti storici dell'assedio, l'Argentina di Javier Milei che ha svuotato la tradizione antimperialista del Paese per trasformarsi nel gendarme di Washington nel Cono Sur, l'Ungheria di Viktor Orbán che ha spaccato il fronte europeo, l'Ucraina e la Macedonia del Nord subalterne alle direttive della NATO, e il Paraguay allineato ai diktat della destra continentale. A questi si sono aggiunti dodici Paesi astenuti, appartenenti prevalentemente all'area dell'Europa orientale, baltica e balcanica legata a doppio filo all'apparato atlantista, oltre a Costa Rica ed Ecuador, di fronte a un blocco oceanico e maggioritario composto da oltre l'ottantacinque per cento delle nazioni del mondo che denunciano il carattere criminale del bloqueo.

Le tensioni all'interno del Palazzo di Vetro di New York hanno toccato il culmine durante il dibattito generale, quando il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha dovuto rispondere con fermezza alle provocazioni e alle menzogne pronunciate dal rappresentante permanente degli Stati Uniti, Mike Waltz. Dal podio dell'Assemblea Generale, Waltz ha tentato goffamente di negare l'esistenza del blocco e di addossare alle autorità cubane la responsabilità delle difficoltà economiche e della crisi energetica dell'isola, arrivando a mettere in discussione la straordinaria e universalmente riconosciuta cooperazione medica internazionale di Cuba e ad avanzare accuse surreali sulla gestione degli aiuti umanitari. Di fronte a questo spettacolo di arroganza neocoloniale, il capo della diplomazia cubana ha sollevato una vigorosa mozione d'ordine, avanzando fino al seggio della presidenza per denunciare come gli Stati Uniti non si limitino a mentire in modo grottesco e prepotente, ma calpestino la dignità degli Stati membri e offendano il popolo e il governo di Cuba, ricordando peraltro al rappresentante statunitense di permettere ai propri cittadini di viaggiare liberamente nell'isola prima di dare lezioni di libertà. La reazione scomposta della delegazione statunitense, culminata nella minaccia diretta e nell'annuncio di ritorsioni e persino nell'espulsione di un diplomatico cubano accreditato alla missione ONU, ha mostrato plasticamente l'isterismo di un impero che non tollera il dissenso.

La voce di Cuba all'ONU e di fronte a qualsiasi aggressione imperialista si è levata forte grazie al sostegno compatto dei grandi organismi multilaterali del Sud globale, dal Gruppo dei 77 più Cina al Movimento dei Non Allineati e all'ALBA-TCP, i cui rappresentanti hanno ribadito con forza il rigetto assoluto delle misure coercitive unilaterali. A fare da eco a questa battaglia istituzionale vi è stata la mobilitazione di piazza: in ogni parte del mondo, dalle Americhe all'Europa, fino all'Africa e all'Asia, si sono susseguite oceaniche manifestazioni, presidi e iniziative di solidarietà promosse da sindacati di classe e organizzazioni antimperialiste per gridare il proprio no all'assedio. È in questo scenario di feroce scontro politico che il valore di elbloqueo.it assume una portata strategica straordinaria. Durante la presentazione romana, l'Ambasciatore di Cuba in Italia, Jorge Luis Cepero Aguilar, ha aperto l'incontro con un commosso e solenne omaggio alla memoria dei trentadue cubani caduti in difesa della patria, ribadendo che la determinazione del popolo e della diplomazia cubana rimarrà incrollabile di fronte a ogni attacco.

L'Ambasciatore e i creatori del sito hanno evidenziato come il portale offra una risposta documentale basata sulle stesse fonti primarie prodotte da Washington, sfruttando l'enorme mole di archivi storici e di intelligence declassificati della CIA, del Dipartimento di Stato e degli uffici del Congresso che gli Stati Uniti pubblicano online. Sfogliare questi documenti significa mettere nero su bianco la natura genocida del bloqueo, a partire dal famigerato Memorandum Mallory dell'aprile 1960, in cui il sottosegretario di Stato Lester Mallory raccomandava esplicitamente di provocare la fame, la disperazione e il malcontento economico per spingere il popolo cubano alla disperazione e al rovesciamento del governo. Una linea di castigo collettivo che attraversa i decenni, dal decreto di Kennedy del 1962 fino alle sanzioni draconiane dell'amministrazione Trump e al recente cerco energetico formalizzato nel gennaio 2026, che ha bloccato carburanti e oltre settemila container a Puerto España. Gli effetti di questa guerra economica non convenzionale si misurano drammaticamente sulla pelle della popolazione: un danno record valutato in oltre otto miliardi di dollari in un solo anno, la mortalità infantile salita a livelli allarmanti, la cronica mancanza di trecento farmaci essenziali su trecentonovantacinque del quadro di base, l'impossibilità di acquisire tecnologie salvavita per la cardiologia infantile e l'oncologia a causa delle minacce extraterritoriali e delle sanzioni alle aziende terze. Come ha sottolineato Andrea Pesce durante la presentazione, la resistenza di Cuba non è soltanto la difesa di un baluardo antimperialista, ma il banco di prova della nostra stessa umanità di fronte alla barbarie di un capitalismo finanziario e ipertecnologico che vuole azzerare ogni patto sociale. Difendere Cuba, scendere nelle piazze e studiare la verità documentale raccolta in elbloqueo.it significa dunque lottare per la dignità e la giustizia sociale dell'umanità intera.

Pepe Escobar - I brasiliani sconfiggono la “Madre di tutte le guerre ibride”


di Pepe Escobar - Geopolitics Prime

 

Non conta nulla se non ha quel tipico swing brasiliano. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: una questione di vita o di morte. Così, i brasiliani sono scesi in strada – e si sono recati ai seggi – riuscendo nell'impresa.

Hanno compiuto nientemeno che l'addomesticamento della "madre di tutte le guerre ibride", sconfiggendo – seppur momentaneamente – una coalizione potente e tossica che includeva l'intero apparato dell'amministrazione legata alla "dottrina Monroe"; il tecnofeudalesimo della Silicon Valley, promosso in particolare da Meta; Wall Street e la "dea del Mercato"; i molteplici tentacoli del "sionismo S.p.A."; le vecchie élite reazionarie – insieme ai loro media; le nuove élite ostentatamente ricche; il delirio evangelico; e, non da ultimo, una mediocre dinastia neofascista determinata a trasformare il Brasile in una neocolonia estrattivista, al servizio del "padrone" di turno.

L’effetto – rasserenante – è simile a quello di un classico della bossa nova di Antônio Carlos Jobim cantato da Frank Sinatra. Sì, il Brasile è troppo grande – e troppo selvaggio – per essere il cortile di casa di qualcuno. E che svolta, per quanto riguarda Lula personalmente: la geopolitica non vedeva un ritorno in grande stile come questo dai tempi della battaglia di Stalingrado.

Abbiamo perso: quindi le elezioni sono state “truccate”

Il giorno delle elezioni è iniziato all’insegna della tensione, ma con Flávio Bolsonaro che, secondo Polymarket – beniamino della DARPA – aveva ancora l’82% di probabilità di vittoria. È come se lo “Stato profondo” conoscesse il risultato in anticipo – proprio come al primo turno.

Eppure, alla fine, Lula ha vinto con 4,4 milioni di voti di vantaggio. Non senza una buona dose di colpi di scena. Poco prima della chiusura dei seggi, un giudice della Corte Suprema – ex avvocato personale di Lula durante il caso di corruzione “Lava Jato” – ha prorogato di due ore le operazioni di voto in tutto il Paese. Spettava al tribunale elettorale pronunciarsi in merito. Non lo ha fatto perché un altro giudice della Corte Suprema – nominato da Bolsonaro – stava temporeggiando sulla questione.

La proroga è stata fondamentale – perché a quel punto era già stato dimostrato che i sindaci bolsonaristi stavano deliberatamente ostacolando il trasporto pubblico, in particolare gli autobus, nelle roccaforti di Lula come Salvador, a Bahia: una tattica tratta direttamente dal manuale del sabotaggio oligarchico, utilizzata per sopprimere il voto popolare.

Il fatto fondamentale è che entrambe le campagne avevano chiesto una proroga delle votazioni. E questo smentisce completamente le affermazioni di quegli idioti bolsonaristi e legati al movimento MAGA secondo cui le elezioni sarebbero state “truccate”.

Com’era prevedibile, Flávio Bolsonaro si rifiuta di riconoscere la sconfitta e vuole che le elezioni vengano annullate. Ciò non accadrà – secondo lo stesso giudice nominato da Bolsonaro che, in primo luogo, stava temporeggiando.

Al secondo turno, Lula ha aumentato il proprio totale di voti di oltre 10,1 milioni, mentre Bolsonaro ne ha ottenuti solo 3,6 milioni in più. A ciò si aggiunge un dato quasi improbabile: ci sono state oltre 1,8 milioni in meno di schede nulle o non valide rispetto al primo turno – e la stragrande maggioranza è andata a Lula.

Diverse ragioni spiegano la performance del «Comeback Kid» – o «Nonno». A cominciare dalla massiccia mobilitazione popolare: l’astensionismo è sceso dal 21,08% al 19,21%. Quasi 3 milioni di persone in più si sono recate alle urne.
Lula ha ampliato i propri margini di vantaggio dove era già forte – nel Nordest – e ha ridotto le perdite nel ricco Sud-Est.

La campagna di Lula ha messo in atto un’importante autocorrezione: invece di concentrarsi sul passato – i risultati concreti del suo governo – ha iniziato a parlare della realtà attuale e drammatica: l’economia familiare; gli enormi livelli di indebitamento; il costo della vita; gli stipendi; e ha persino avanzato proposte concrete per i prossimi quattro anni.

La campagna di mobilitazione digitale è stata qualcosa di straordinario – completa di un’arma letale scatenata su WhatsApp: il canale “Esercito di Lula”, che è passato da circa 50.000 follower a ben 10 milioni in meno di tre settimane: una vera e propria fanteria digitale. Il Brasile è una delle nazioni più connesse del pianeta.

Guidata dal neoeletto deputato André Janones, la campagna ha dimostrato come Lula abbia battuto l’egemone tecno-feudale Meta al suo stesso gioco: questa strategia sarà studiata negli annali delle scienze politiche per generazioni.

E poi c’è la sbalorditiva incompetenza di Flávio Bolsonaro – un mix letale di arroganza e ignoranza che semplicemente non poteva essere spacciato come un’alternativa moderata.

Appena due giorni prima del ballottaggio, durante l’ultimo, cruciale dibattito, Bolsonaro, in diretta, davanti all’intera nazione e a milioni di elettori indecisi, ha chiamato Lula “il nove dita” – deridendo la sua disabilità fisica.

Lula ha sferrato il contrattacco in tempo reale, veloce come un cobra. Ha ricordato come, a 19 anni, avesse perso il mignolo in una pressa per la lavorazione dei metalli, vittima della precarietà e della mancanza di sicurezza che milioni di lavoratori in Brasile devono sopportare: «Qualcosa di molto diverso da te, Bolsonaro, che non hai mai lavorato».

Questo ha segnato la svolta: il mignolo perso come simbolo definitivo di dignità di fronte al privilegio.

La situazione si farà davvero brutta

Governare il Brasile sarà un’impresa sisifea per il quarto mandato di Lula. Il Senato (81 seggi) è controllato dall’estrema destra (48 seggi): una maggioranza assoluta. Al Congresso, l’estrema destra conta 303 seggi (ben al di sopra della maggioranza, fissata a 257), il centro ne ha 86 e la sinistra solo 124. Qualsiasi riforma, bilancio o legge si scontrerà con un muro di ferro.

Probabilmente la migliore definizione di Lula è stata data una volta dal grande Comandante, Fidel Castro, ormai scomparso:

«Non è mai stato un estremista di sinistra, né è diventato un rivoluzionario partendo da posizioni filosofiche, ma da quelle di un lavoratore di origini molto umili e di fede cristiana, che ha lavorato duramente creando plusvalore per gli altri».

Lula, ormai ottantenne, sembra aver ritrovato quella scintilla. Non c’è dubbio che sappia benissimo come questa massiccia sconfitta per Trump, il movimento MAGA e la Dottrina Donroe lo costringerà a mobilitare tutte le sue forze – per organizzare il Brasile e al contempo contenere la furia fuori controllo dell’Impero.

Qualunque sia l’esito delle elezioni di medio termine statunitensi della prossima settimana, Trump intensificherà inevitabilmente le sanzioni e/o i dazi contro il Brasile e continuerà a ricorrere a ogni mezzo e a lanciare operazioni sporche per destabilizzare il Paese. La CIA e lo «Stato profondo» sono profondamente intrecciati alla realtà brasiliana e in grado di scatenare una serie illimitata di trucchi sporchi.

Lula lo sa: la situazione si farà davvero brutta.

In sintesi, Lula può essere descritto come la personificazione di un Brasile cattolico, tradizionale, lusofono-meticcio e progressista.

Ciò si scontra frontalmente con l’asse reazionario, evangelico, neo-pentecostale e sionista anglo-americano. Dopotutto, i neo-pentecostali sostengono la folle teologia della “Fine dei Tempi” che ha plasmato il sionismo cristiano anglo-americano.

Flávio Bolsonaro – come tutti i membri del clan – ha promesso di trasferire l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme; ha liquidato i BRICS definendoli «altamente ideologici»; e ha attaccato i rapporti di Lula con l’Iran (anch’esso membro dei BRICS). Flávio, un guscio vuoto, avrà anche perso le elezioni. Ma la macchina infernale che lo sostiene non si arrenderà mai.


(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Vertice Russia-Africa, Putin: "Siamo alleati naturali nella costruzione di un ordine mondiale multipolare e veramente democratico"

Il Cremlino ha chiuso oggi la seconda giornata del III Vertice Russia-Africa con un messaggio inequivocabile: l’alleanza con il continente africano non solo retorica diplomatica, ma un’architettura economica e politica concreta. Alla sessione plenaria, il presidente Vladimir Putin e il suo omologo del Burundi, Evariste Ndayishimiye, attuale presidente di turno dell’Unione Africana, hanno delineato un partenariato fondato sulla de-dollarizzazione e sulla cooperazione strategica.

I numeri presentati dal leader russo indicano una crescita del 50% del volume degli scambi rispetto al precedente vertice, raggiungendo la soglia dei 27 miliardi di dollari. Il dato più significativo, tuttavia, è di natura valutaria. "La quota del rublo nelle transazioni commerciali tra Russia e Africa ha già raggiunto l’85%", ha rivelato Putin. Un canale di pagamenti definito dal presidente come "affidabile” e capace di "proteggere i nostri scambi economici dalle influenze esterne e renderli più resilienti alle fluttuazioni del panorama economico e politico mondiale".

Le imprese di Mosca, ha sottolineato, operano "con onestà, rispetto e buona fede, conducendo gli affari su base di parità". Niente estrazione di risorse a senso unico. "Lontano dal drenare i profitti nello spirito delle pratiche coloniali delle ex potenze imperiali, reinvestono quanto guadagnato nello sviluppo delle vostre economie, condividono tecnologie avanzate e coinvolgono ampiamente subappaltatori locali", ha dichiarato Putin, tracciando un confine netto con i modelli storici occidentali.

La Russia si conferma fornitore stabile di derrate per il continente. Dopo gli 18 milioni di tonnellate di grano del 2025, nei primi nove mesi del 2026 ne sono state consegnate 13 milioni. A questo si aggiunge l’offerta, inaspettata ma logica nel contesto attuale, di delocalizzare parte della produzione industriale in Africa per aggirare il regime sanzionatorio occidentale. "Le nostre compagnie sono interessate a trasferire alcune strutture produttive nei paesi africani, il che è del tutto negli interessi della Russia nell’attuale contesto", ha spiegato il presidente, citando settori come l’energia nucleare civile, l’estrazione mineraria e la logistica. 

?? "Rusia y África están unidas por lazos sólidos de amistad y estrecha colaboración" El presidente ruso, Vladímir Putin, afirmó que Rusia y África son aliados naturales en la construcción de un orden mundial multipolar, democrático y libre de dobles raseros. https://t.co/fpZE4eqORZ

— Errete en Español (@erreteespanol) October 29, 2026

Anche il sistema dei dazi gioca a favore del continente: 47 paesi africani beneficiano delle preferenze tariffarie dell’Unione Economica Eurasiatica, e 32 di questi godono di dazi doganali completamente azzerati.

L’espansione dell’influenza russa passa anche dalle rappresentanze fisiche. Dall’ultimo vertice del 2023, otto nuove ambasciate hanno aperto i battenti in Africa, portando il totale a 48. A breve, Botswana, Seychelles e Togo apriranno le loro rappresentanze a Mosca, un flusso che il Cremlino sostiene con "tutta l’assistenza necessaria". Sul piano della sicurezza, Mosca vanta accordi di cooperazione militare e tecnico-militare con 45 paesi del continente, pur ribadendo il principio cardine delle "soluzioni africane ai problemi africani".

Nel suo intervento, Putin ha toccato anche i dossier più sensibili. Ha annunciato un’operazione umanitaria in corso ad Alyoshki, nella regione di Kherson, per assistere la popolazione civile, citando il sostegno della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump. Sulla crisi ucraina, ha ribadito che Mosca sta esplorando opzioni per una risoluzione pacifica. 

Sul Medio Oriente, il leader russo ha avvertito che "non bisogna perdere di vista i problemi della Palestina, che continua a soffrire", ribadendo il sostegno del Cremlino alla soluzione dei due Stati come unica via per una risoluzione definitiva.

I lavori del Vertice si chiuderanno con l’approvazione di una dichiarazione finale, un piano d’azione per il triennio 2027-2029 e un documento specifico sulla cooperazione nell’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è elevare la partnership a un livello qualitativamente nuovo, capace di sfidare le dinamiche di potere del XXI secolo.

La toppa peggio del buco. Il comunicato della Farnesina per "giustificare" l'astensione sul bloqueo a Cuba

 

Il governo Meloni ieri ha scelto l'infamia umiliando, con l'ignavia dinanzi un assedio medioevale che non permette a neonati, donne anziane e incinte di poter avere il sostentamento sanitario minimo, tutti i cittadini italiani. Lo ha fatto decidendo di astenersi per la prima volta alle Nazioni Unite nella risoluzione che ogni anno condanna il criminale bloqueo contro Cuba.

Con stucchevoli parole di circostanza, la Farnesina ha voluto oggi tentare di giustificare l'infamia tirando in ballo la Germania, l'Olanda e altri paesi (altrettanto vassalli) dell'UE con una toppa peggio del buco. Come se il fatto di non essere l'unico vassallo alleviasse l'infamia per i burocrati del nostro ministero degli esteri. 

Vi pubblichiamo il comunicato completo senza ulteriore commento per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

 

Dal sito della Farnesina (esteri.it)

Alle Nazioni Unite, come ogni anno, è stata votata oggi una risoluzione dell’Assemblea generale che chiede di revocare l’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense contro Cuba. L’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia.

In sintesi, l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. La revoca dell’embargo potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche e favorire una ulteriore apertura dell’economia cubana, a beneficio del popolo cubano: ma le riforme non arrivano, le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale. La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale.

Sono necessarie urgentemente riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno dovranno essere attuate rapidamente.

L’Italia inoltre rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba, in particolare dopo gli eventi del luglio 2021, e ribadisce il suo appello al governo cubano affinché rilasci tutti i prigionieri politici. Deploriamo inoltre che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale ONU del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina.

Allo stesso tempo l’Italia e l’Unione europea non hanno interrotto la loro assistenza alla popolazione cubana. Nel 2026 la Ue ha aumentato a 16 milioni di euro i propri aiuti umanitari a Cuba, dando priorità all’assistenza sanitaria, agli aiuti alimentari d’emergenza e all’accesso all’acqua e all’energia. Attualmente sono in corso 12 iniziative della Cooperazione allo sviluppo italiana per un valore totale di circa 30 milioni di euro, a cui si aggiungono circa 32 milioni di euro per la cooperazione delegata UE. Per il 2026 sono previsti ulteriori interventi: 250.000 euro al WFP per il sostegno nutrizionale ai gruppi vulnerabili, e 3,5 milioni di euro per il progetto di sviluppo rurale e sicurezza alimentare realizzato con la Fondazione Lavazza. A questi aiuti si sommano ulteriori aiuti di emergenza.

Il rischio del processo mediatico

 

di Paolo Arigotti

Questo articolo non ha lo scopo di riprendere la cronaca di un evento già abbondantemente trattato a livello mediatico, quanto di soffermarsi su alcuni aspetti che, apparentemente riservati agli addetti ai lavori, meritano a nostro avviso maggiore attenzione. Sia chiaro che non faremo lezioni di diritto e procedurale penale, men che mai di diritto costituzionale, tematiche molto complesse e che richiederebbero ben altro approfondimento, circa il quale il materiale non manca.

Vorremmo, piuttosto, porre l’accento su aspetti che troppo spesso vengono bypassati, specie sull’onda emotiva del momento, senza per questo voler ricercare responsabilità o colpe, che non sta a noi valutare.

In primo luogo, ci preme evidenziare una distinzione fondamentale, quella che ricorre tra un fermo di polizia, una misura cautelare e una condanna in sede definitiva, circa le quali esistono profonde differenze, sia per quanto concerne l’iter, che riguardo i presupposti e le finalità previste per la loro adozione. Differenze forse ovvie e scontate per gli operatori del diritto, ma che troppo spesso sfuggono nel dibattito pubblico.

Partendo da ciò, riprendiamo la notizia della scarcerazione di Youssef Siher, disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Milano, che ci offre lo spunto per una riflessione che va ben oltre il caso specifico. Nella sua ordinanza, il magistrato ha ravvisato l’insussistenza dei presupposti di legge per disporre la convalida del fermo e per l’applicazione della misura cautelare, oltretutto escludendo la presenza dei gravi indizi di colpevolezza e per le più gravi imputazioni prospettate dalle autorità.

Nel pervenire a tale decisione il giudice, in effetti, si è limitato ad applicare il contenuto delle norme di rango costituzionale (art. 13 della Carta fondamentale) e soprattutto del codice di rito (art. 390 codice di procedura penale), che subordinano a una serie di parametri e requisiti la conferma da parte della magistratura giudicante delle misure cautelari disposte dall’autorità procedente (a seconda dei casi, l’autorità di pubblica sicurezza o il magistrato requirente).

Occorre innanzitutto comprendere che il diritto alla libertà personale, tutelato dall’art. 13 della Costituzione repubblicana, è inviolabile nel senso che solo la legge e l’intervento dell’autorità giudiziaria possono disporre limitazioni e/o restrizioni, il che costituisce una delle più importanti garanzie proprie dello stato di diritto.

Fu proprio per accantonare ogni forma di arbitrio o abuso, caratteristico dei cosiddetti stati assoluti o di polizia, che vennero introdotte tali presidi, onde impedire che misure afflittive potessero essere adottate in carenza di ogni forma di controllo o garanzia. Ecco perché in alcuni passaggi dei comunicati ufficiali diramati nelle scorse ore, leggiamo di istituti posti a presidio dello stato di diritto, oltre che richiamare un altro fondamentale principio, quello dell’autonomia e indipendenza della magistratura, che ne rappresenta uno dei capisaldi (art. 101 e 104 Cost.), proprio perché affida a un potere terzo e imparziale la verifica.

Il fatto stesso che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101, secondo comma), determina che il singolo magistrato nell’assumere le sue decisioni è tenuto all’applicazione di disposizioni già scritte, in particolare quelle del codice di rito, e in difetto dei presupposti non può che disporre il rilascio (per meglio dire, la non convalida) delle misure adottate in via d‘urgenza dall’autorità procedente. La garanzia per ogni cittadino è strettamente legata al fatto che esiste una norma, oltretutto approvata dall’organismo rappresentativo per eccellenza della volontà popolare: il Parlamento, al quale solo spetta determinare casi e modalità nei quali la libertà personale possa subire limitazioni di sorta.

Dire questo non significa che le decisioni giudiziarie non possano essere criticate, tenuto conto che è lo stesso ordinamento a prevedere strumenti di reazione contro i provvedimenti adottati (pensiamo solo all’appello o al ricorso per Cassazione).

Il problema è un altro. In questo caso nell’interpretazione operata dal GIP è stata esclusa la sussistenza dei fondamenti previsti dalla norma per l’adozione (convalida) delle misure restrittive, vale a dire i gravi indizi di colpevolezza, visto che, sempre stando all’ordinanza del GIP, i messaggi attribuiti (e contestati) a Siher non costituiscono incitamento alla violenza, richiamando piuttosto forme di protesta e disobbedienza civile, il che escluderebbe perfino la stessa configurabilità dell’illecito, quanto meno nella prospettazione fattane dagli inquirenti.

Per correttezza, occorre precisare che avverso tale decisione del GIP potrebbe essere proposto ricorso per Cassazione secondo le disposizioni di legge, e che l’ordinanza non equivale a proscioglimento definitivo, visto e considerato che la stessa non esclude affatto la prosecuzione delle indagini, e che potrebbe essere comunque richiesto il rinvio a giudizio (ovviamente ricorrendone i presupposti), che spetterà sempre alla magistratura giudicante valutare. Ma rimane il fatto che ad avviso del magistrato investito della decisione, non ci sono i requisiti per l’applicazione (convalida) delle misure cautelari, e questo è quanto.

E qui veniamo al nodo centrale della questione, specie sotto il profilo della comunicazione. Uno degli equivoci, o se vogliamo un’errata percezione, della nostra epoca è quella di identificare l’avvio di un’indagine penale, accompagnata o meno dall’applicazione di misure cautelari (come un fermo o un arresto) a una condanna. E la responsabilità di questa distorsione può essere imputabile a due fattori, che possono benissimo concorrere tra loro: l’ignoranza del dettato normativo e un linguaggio mediatico che tende a utilizzare narrazioni o espressioni, magari formalmente corrette, atte a generare nell'opinione pubblica una percezione opposta rispetto alla realtà giuridica.

Partiamo dal primo dato di fatto che, per quanto banale, occorre sempre avere ben presente: se o quando una persona viene fermata dalla polizia, arrestata o sottoposta a indagine, non significa affatto che sia stata giudicata colpevole.

Nel caso di Siher, al quale l’autorità contestava reati gravissimi, tra i quali l'istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, parliamo di una tesi investigativa sub specie di accusa, non di una verità processuale. Quest’ultima potrebbe essere sancita solo da un eventuale accertamento definitivo in sede processuale, e non prima. E se nel nostro ordinamento sono stati previsti istituti come la riparazione per ingiusta detenzione e la revisione del processo, è di tutta evidenza che persino una sentenza definitiva (tecnicamente passata in giudicato) possa essere rivista.

Confondere uno o più di questi livelli significa demolire le garanzie che proteggono ogni cittadino. Nel caso di Siher la misura disposta era il cosiddetto fermo di polizia (art. 384 codice di procedura penale), che non ha finalità punitiva, bensì di provvedimento contingente adottato a fronte di gravi indizi di reato o concreto pericolo di fuga. E in quanto misura straordinaria, la legge impone che lo stesso debba essere (o meno) convalidato dal giudice in un arco temporale brevissimo, in linea col disposto dell’art. 13, comma secondo, della Costituzione che prescrive che “In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto”.

Un discorso del tutto analogo, per quanto non riguardi il caso in esame, deve essere fatto la custodia cautelare in carcere (ancora chiamata impropriamente “carcerazione preventiva”), che può essere adottata dall’autorità giudiziaria quale extrema ratio, vale a dire in assenza di soluzioni alternative, e ricorrendo i presupposti di legge (pericolo di fuga; rischio di inquinamento delle prove; pericolo di reiterazione dei reati, art. 274 codice di procedura penale).

Come nel caso dell’arresto o fermo di polizia, parliamo pur sempre di provvedimenti cautelare a presidio varie esigenze, ma non certo di un’anticipazione della pena, tanto è vero che in caso di condanna il periodo di custodia cautelare in carcere deve essere computato ai fini della durata della pena. E la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione hanno ripetutamente affermato che la custodia cautelare non può mai trasformarsi in una sanzione anticipata, perché ciò violerebbe il principio fondamentale della presunzione di innocenza, previsto dall’art. 27, comma 2, della Costituzione che stabilisce che: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva."

Ogni volta che il dibattito pubblico trasforma un'indagine (o una misura restrittiva) in una condanna preventiva, dovrebbe tornare alla mente il caso di Enzo Tortora. Ricordiamo che nel lontano 1983 il celebre presentatore televisivo venne arrestato con accuse gravissime e infamanti. Non furono poche le testate e i commentatori a emettere una sentenza di condanna ben prima dei tribunali, che poi assolsero con formula piena un uomo per bene e totalmente estraneo ai fatti contestati. Il che non toglie che la gogna mediatica minò il suo benessere e la sua persona, contribuendo forse alla prematura scomparsa. Un caso che andrebbe sempre tenuto presente, specie da coloro che continuano ad avere la tendenza a confondere la giustizia col clamore mediatico, o forse, peggio ancora, coi propri pregiudizi.

Una tendenza inquietante, riscontrata negli ultimi decenni, dove molte indagini sono state presentate all’opinione pubblica come prova di colpevolezza, dove l’informazione di garanzia (per l’indagato) è stata trasformata in condanna, le restrizioni disposte in sede cautelare come sinonimo di colpevolezza e la loro revoca come una sorta di fallimento della giustizia. Sono tutti esempi di distorsione della realtà (giuridica e fattuale), e che si prestano a pericolose fughe in avanti.

Una lezione che potrebbe, e dovrebbe, valere per chiunque, e non solo per il caso di Youssef Siher, è che la preservazione (e lo studio) di certi principi fondamentali costituisce una garanzia per tutti noi, a maggior ragione quando la fattispecie investa personalità molto distanti da noi, per opinione, cultura, appartenenza etnica, politica o religiosa.

Forse è proprio nel momento nel quale ci paiono meno comprensibili, che quei principi stanno assolvendo alla loro funzione più vera e autentica.

Il Corriere parla di "isolamento russo". A Mosca 48 Paesi al vertice con Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

29 ottobre. Tra le varie reazioni al colloquio telefonico del 27 ottobre tra il presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre col presidente russo Vladimir Putin, una delle più “curiose” e, di fatto, tra le più indicative del clima che avvolge ben determinati circoli della congregazione europeista ormai in stato lotta a coltello tra soggetti che si presentano gesuiticamente solidali, è stata quella del Financial Times. Quello che è considerato il megafono mediatico dei globalisti ha riportato l'evento come se Putin abbia interrotto una discussione sostanziale sull’Ucraina, tenendo invece ai suoi interlocutori una lezione sulla storia medievale degli slavi. Immediata smentita di tale versione da parte del primo ministro norvegese Støre, che ha dichiarato falsa la versione secondo cui Putin avrebbe «monopolizzato» la conversazione impedendo agli europei di intervenire. Anche Helsinki, a nome di entrambi i paesi, ha chiesto ufficialmente alla redazione di correggere il falso e Støre ha affermato che il giornale avrebbe dovuto correggere l’articolo, dato che i partecipanti al colloquio telefonico sanno esattamente di cosa si sia discusso, a differenza degli anonimi informatori del giornale. Per tutta risposta, il Financial Times si è rifiutato di apportare correzioni. Dunque, osserva Nikolaj Anfalov su PolitNavigator, il succo della questione non consiste tanto nel fatto il Financial Times abbia scritto il falso, quanto nella costruzione politica che abbia generato la distorsione. Riassumendo: Stubb e Støre contattano Putin di propria iniziativa; il colloquio dura un’ora e mezza e loro cercano di coinvolgere l’Europa nel processo negoziale, sempre più determinato da Washington e Moskva. Dalla versione del FT risulta invece che mentre gli europei cercano di condurre negoziati seri, Putin non intende concordare alcunché e che i negoziatori hanno dunque sprecato il loro tempo: una trama molto comoda per coloro si oppongono a contatti autonomi di leader europei con il Cremlino e che coincidono con quegli ambienti europei cui non conviene il ripristino di un dialogo diretto con Moskva. L'esposizione fatta da Putin nel corso della telefonata, riguardo la situazione in Europa dal 2014, nella versione del FT si trasforma in una lezione di “storia medievale degli slavi”: quello che si chiama una sostituzione dell’argomentazione politica con una sua caricatura, che toglie in partenza ogni significato ai negoziati.

Per inciso, l'aperta falsificazione del quotidiano britannico a proposito del colloquio a tre, si trasforma, ad opera del Corriere della Sera, in una distorsione che, mentre tace sulle divisioni che, con ogni evidenza, acquistano sempre più forza tra gli sponsor europei della junta nazigolpista di Kiev, ribalta l'evidenza dei fatti, come si stanno evidenziando proprio in questi giorni nella capitale russa. Se da via Solferino si sostiene che «sul piano diplomatico, una novità rompe la linea di isolamento del Cremlino seguita da gran parte dei leader dell’Europa occidentale dal 2022. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Støre hanno telefonato a Vladimir Putin», ecco che, in barba a quell'“isolamento”, sono giunti a Moskva, per il summit Russia-Africa del 28-29 ottobre, esponenti di primo piano di 48 paesi africani su 54, tra cui 22 tra presidenti e primi ministri. Di contro alla cieca e bieca visione eurocentrica dei media bellicisti, che tentano di esorcizzare l'autentico isolamento in cui sta rotolando sempre più l'Europa – per dire: il beniamino di Bruxelles, Vladimir Zelenskij è in preda al panico, perché, in Cina, USA, Cina e Russia potrebbero accordarsi senza di lui su una sospensione delle ostilità, o addirittura sulla completa conclusione del conflitto – a Moskva Putin definisce la Russia e i paesi africani quali alleati naturali nella costruzione di un mondo multipolare, sottolineando che la quota del rublo nelle operazioni commerciali raggiunge l'85% e il volume degli scambi commerciali Russia-Africa dovrà superare i 50 miliardi di dollari. Questo, considerato che già nei tre anni trascorsi dal precedente vertice di Piter, il volume degli scambi è aumentato di 1,5 volte, raggiungendo i 27 miliardi di dollari e ha riguardato principalmente prodotti agricoli e fertilizzanti, tanto che il grano russo occupa un terzo del mercato africano, mentre la quota dei fertilizzanti è di poco superiore al 20%.

Insomma, se ne dovrebbero fare una ragione al Corriere: il colloquio telefonico tra Stubb, Støre e Putin, dice l’ex consigliere del Pentagono e colonnello USA a riposo Douglas McGregor, non dimostra altro se non che l’Europa ha preso coscienza della propria sconfitta in Ucraina: la telefonata «dimostra che gli europei... sono costretti ad ammettere che il conflitto con la Russia, anche se in modo tacito, è stato provocato dall’Occidente. È stato proprio l’Occidente a creare le forze armate ucraine, a portare al potere quel governo, a finanziarlo, a rifornirlo e poi a lanciarlo in guerra... ora l’Ucraina è di fatto annientata... si diffonde la consapevolezza che lo Stato ucraino sia tenuto in vita artificialmente e che potrebbe non sopravvivere, qualunque cosa l’Occidente possa ora intraprendere». Il colloquio, dice ancora McGregor, testimonia del fatto che anche la NATO comincia a cambiare la propria politica nei confronti della Russia.

Su questa linea, l'opinionista internazionale di Le Figaro, Renaud Girard afferma che l'Europa, che aveva promesso all'Ucraina ogni possibile sostegno, si è dimostrata incapace di proteggere persino il porto di Odessa, che rappresenta un'arteria vitale per gli ucraini, da cui transitano tutte le loro esportazioni agricole. Il porto di Odessa non è più operativo: l'arteria economica dell'Ucraina ha cessato di funzionare. Ma non basta: a parere di Girard, paesi come Belgio e Paesi Bassi potrebbero diventare ostili a Kiev: «Se gli americani (questo non è ancora stato deciso) decidessero di cessare completamente il loro sostegno all'Ucraina, allora credo che questi paesi si schiereranno dalla parte degli americani» e anche la Polonia potrebbe benissimo essere tra i paesi che volgerebbero le spalle all'Ucraina, se ciò risultasse conveniente ai propri interessi nazionali.

D'altronde, da più parti si dice ormai apertamente che l'Europa non sia più in grado di sostenere il regime nazigolpista finanziariamente. Secondo il politologo ucraino Andrej Zolotarëv, per le élite europee, un ulteriore sostegno all'Ucraina equivarrebbe a un suicidio politico. Dunque, dice, è evidente come la telefonata a Putin sia solo un assaggio: «un segnale che la posizione dell'Europa cambierà. Non volontariamente, però. Perché i problemi economici e il puntare sul sostegno all'Ucraina che, si diceva, avrebbe radicalmente cambiato qualcosa in Russia, esaurendola, si sono evidentemente rivelati una strategia sbagliata. E, se la strategia è sbagliata, allora bisogna apportare delle modifiche, allora qualcosa deve cambiare. Sembra che questi cambiamenti siano in arrivo... dal punto di vista finanziario, ho detto e continuo a dire che l'UE non è finanziariamente in grado di sostenere l'Ucraina».

Sul canale The Peacemonger, l'analista britannico Matthew Blackburn dice che dopo cinque anni di guerra contro la Russia, la coalizione europea a sostegno di Kiev non ha ottenuto nulla. La “Coalizione dei Volenterosi” potrebbe essere ribattezzata “Coalizione dei Non Volenterosi”: «intendo dire che non sono giunti a nessuna conclusione e ora sono “restii e indecisi"». Dopo i negoziati di Istanbul, dice Blackburn, ci sono state molte opzioni per uscire dalla situazione, ma gli europei non ne hanno appoggiata nessuna: «Zelenskij è il denominatore comune per cui tutti questi tentativi falliscono; la leadership europea sta cambiando, ma Zelenskij è l’unica costante»; così che le élite europee che sostengono il regime di Kiev stanno perdendo consensi una dopa l'altra e saranno costrette a lasciare i loro incarichi. «I politici europei hanno perseguito una posizione massimalista e se ora cedono e dicono “ci siamo sbagliati, abbiamo fatto un errore di valutazione, non sapevamo cosa stavamo facendo”, sembreranno dei falliti assoluti». Hanno sempre proclamato di “sostenere l'Ucraina finché sarà necessario"; ma ora molti di qui leader comprendono che sostenere l'Ucraina costa loro caro finché la guerra continua. Circola una battuta, dice Blackburn, sulla "maledizione di Zelenskij", che ha afflitto e destabilizzato un leader dopo l'altro, specialmente in Gran Bretagna.

D'altronde, già così l'Ucraina è sull'orlo di una catastrofe umanitaria. La strategia russa di attaccare le infrastrutture critiche ucraine è estremamente efficace, ha affermato il generale polacco Jaroslaw Kraszewski, ex capo del Dipartimento di supervisione delle forze armate, intervistato dal quotidiano Gazeta Wyborcza. Anche quest'anno, con «l'avvicinarsi dell'inverno, il fronte si stabilizza, entrando in una fase di stagnazione che ricorda i combattimenti della Prima Guerra Mondiale. L'unica differenza è che ora la parte russa sta attivamente cercando, a qualsiasi costo, di provocare una catastrofe umanitaria in punti strategici dell'Ucraina». Le forze russe, afferma Kraszewski, utilizzeranno massicci attacchi aerei contro infrastrutture chiave: sistemi di riscaldamento e fornitura di energia, impianti di carburante, reti stradali e ferroviarie e, alla fine ci sarà un enorme esodo di profughi verso ovest. Ma, una volta raggiunto il territorio della UE, si aprirà un «altro dibattito: dovranno essere accolti o no? L'Europa dovrebbe continuare a sostenere l'Ucraina nella sua lotta o dovrebbe cessare il suo sostegno?». All'osservazione secondo cui i paesi UE dovrebbero prepararsi a un afflusso di un milione di ucraini, Kraszewski afferma che la cifra potrebbe essere molto più alta.

E tra quei milioni, ci permettiamo di aggiungere, potrebbero esserci non solo profughi stremati da tredici anni di potere golpista al servizio di monopoli USA-UE e NATO, ma anche migliaia di nazisti addestrati alla guerra, che potranno servire da avamposto per l'ucrainizzazione dell'Europa.

 

La "ricostruzione" del FT della telefonata Putin-Stubb-Store diventa un caso

 

"Il presidente russo Vladimir Putin ha dedicato gran parte della conversazione telefonica avuta ieri con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre a una lunga ricostruzione della storia degli slavi nel Medioevo, anziché concentrarsi sulle prospettive di conclusione della guerra in Ucraina". Lo scriveva ieri il quotidiano britannico “Financial Times”, citando sue fonti dirette anonime. La telefonata, inizialmente prevista per una durata di 30 minuti, si è protratta per un’ora e mezza, e secondo il quotidiano inglese, Stubb e Støre avrebbero deciso di non interrompere il presidente russo per valutare quanto seriamente intendesse avviare un dialogo con l’Europa. Nel resoconto ufficiale, il Cremlino ha riferito che Putin ha richiamato l’attenzione sulle “politiche di confronto dei Paesi dell’Ue e della Nato, che stanno portando a un prolungamento delle ostilità”. 

Il governo finlandese ha però contestato la versione del FT e dichiarato al quotidiano norvegese Verdens Gang (VG) che la descrizione era inesatta e che la Finlandia aveva contattato il FT a nome di entrambi i paesi per contestarne la versione dei fatti, come riportato giovedì dal giornale. Anche altri media finlandesi hanno dato risalto alla contestazione congiunta, con il quotidiano Helsingin Sanomat che ha citato fonti proprie per contestare la descrizione della telefonata fornita dal quotidiano britannico. Il consigliere per la politica estera di Putin, Yury Ushakov, ha dichiarato più tardi nella giornata che l’articolo del FT è «informazioni inventate, o meglio disinformazione» e che i leader nordici hanno fatto bene a contestare la pubblicazione.

Il FT, tuttavia, ha respinto la richiesta, comunicando al VG di confermare la propria versione dei fatti. L'articolo del FT è stato scritto da tre autori. Uno di loro, il cittadino statunitense Christopher Miller, ha lavorato in precedenza per Radio Free Europe/Radio Liberty, un’emittente internazionale finanziata dal governo statunitense, originariamente fondata con fondi segreti della CIA per condurre operazioni di propaganda anticomunista durante la Guerra Fredda. Miller si è recato in Ucraina nel 2010 come volontario del Corpo di Pace degli Stati Uniti. Sull'attendibilità di quello che scrive e delle sue fonti qualche dubbio emerge

Un altro dei giornalisti protagonisti dello scoop, Seddon, si è contraddistinto per un altro articolo pubblicato la scorsa settimana intitolato «I sussurratori di Putin», che raccontava una storia drammatica ma difficile da verificare su cittadini statunitensi e tedeschi che tentavano di scongiurare un «Armageddon nucleare» attraverso una diplomazia segreta con Mosca. Il terzo autore, Foy, nel 2025 è stato uno dei principali diffusori della fake news che sosteneva che un aereo a bordo del quale viaggiava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen avesse subito un sospetto disturbo del segnale GPS da parte della Russia. Lo stesso giornalista del FT si trovava a bordo dell’aereo quando è atterrato in Bulgaria, come ha successivamente rivelato nel podcast del quotidiano. Il suo articolo originale, citando funzionari anonimi, suggeriva che la Russia potesse aver deliberatamente preso di mira la massima responsabile dell’UE con interferenze elettroniche. Gli elementi chiave della notizia sono stati contestati quasi immediatamente dal servizio di monitoraggio dei voli Flightradar24. Le autorità bulgare hanno successivamente smentito le affermazioni principali riportate dal FT.

Commissario UE Jorgensen ammette: i giovani potranno non raggiungere mai il tenore dei genitori

Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.

In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.

Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?

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