Cosa succede se Trump perde le elezioni di metà mandato
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Sono sempre di più i viaggiatori che scelgono la propria destinazione lasciandosi ispirare dalle ambientazioni viste sul grande e piccolo schermo. Per questo motivo, negli ultimi anni, anche in Italia borghi, isole, città d’arte e paesaggi naturali sono diventati mete ambite soprattutto perché sono stati set di film e serie tv.
Si chiama cine-turismo (o screen tourism), ed è un fenomeno che anche nel nostro Paese sta acquisendo sempre più valore.
Secondo Jfc Tourism & Management, il cine-turismo in Italia genera un giro d’affari stimato in:
A livello internazionale, da come è emerso dal report annuale Unpack di Expedia Group, quasi un viaggiatore su cinque nel mondo ha prenotato un viaggio dopo aver visto una destinazione in un film o in una serie televisiva.
Una parte dei turisti organizza soggiorni di più giorni per esplorare le location, mentre altri inseriscono una singola tappa cinematografica in un itinerario già programmato. Entrambe le tipologie di visita possono generare ricavi, anche se con effetti differenti sulla durata della permanenza, sulla spesa media e sulla distribuzione dei benefici tra le attività locali.
Tra le destinazioni italiane che hanno conquistato visibilità internazionale grazie a film e serie televisive c’è sicuramente Favignana, in Sicilia. L’isola, anche grazie alla popolarità raggiunta con The Odyssey, di Christopher Nolan, ha visto le prenotazioni aumentare molto questa estate. Le prime stime, inoltre, individuano in questo interesse un potenziale economico anche nei prossimi anni.
Un’altra meta particolarmente nota è Taormina, sempre in Sicilia, che ha ottenuto nuova visibilità internazionale grazie alla serie The White Lotus. Il San Domenico Palace e gli scorci panoramici della città hanno contribuito in particolare a rafforzare l’immagine della destinazione presso un pubblico interessato a viaggi di lusso, gastronomia ed esperienze esclusive.
Restando ancora in Sicilia, meritano di essere menzionate anche Scicli e Punta Secca, nel Ragusano, dove il turismo è spinto da anni ormai dal successo de Il commissario Montalbano.
Tra le destinazioni che stanno beneficiando della visibilità televisiva c’è anche la Calabria, con località come Tropea e Isola di Capo Rizzuto coinvolte nelle riprese di Sandokan, mentre Matera è diventata una scenografia riconoscibile dopo aver ospitato produzioni internazionali come No Time to Die, il film della saga di James Bond.
Infine c’è Roma, che da Vacanze romane (con Audrey Hepburn e Gregory Peck) fino agli ultimi lavori internazionali (come To Rome with Love di Woody Allen), continua a esercitare un forte richiamo sugli appassionati che vogliono ritrovare le ambientazioni della pellicola.
Per sfruttare meglio le opportunità offerte dal cine-turismo, il ministero del Turismo, in collaborazione con Enit, ha promosso il progetto “Che spettacolo l’Italia! What a movie Italia is!”.
L’iniziativa prevede contributi pubblici per realizzare filmati di qualità cinematografica della durata compresa tra cinque e dieci minuti, destinati a essere distribuiti insieme a film per le sale e a serie televisive. Il progetto prevede un finanziamento fino a 400mila euro per i produttori, che si aggiungono agli aiuti già esistenti, con l’obiettivo di trasformare i set cinematografici e televisivi in strumenti di promozione delle destinazioni italiane, attraverso la produzione di contenuti ad hoc.
Il primo governo della storia italiana a superare i quattro anni di vita è l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con alcuni numeri che danno la cifra dei provvedimenti varati, come il taglio di 140 miliardi di tasse a famiglie e imprese; la riduzione del 70% degli sbarchi illegali; l’aumento di 1,4 milioni di posti di lavoro stabili. Il documento diffuso dal governo elenca in modo sintetico i numeri più importanti e i provvedimenti più significativi approvati e avviati dall’insediamento a oggi.
Quasi un milione e mezzo di posti di lavoro e disoccupazione al 5,6% (era all’8,1% nel 2022). Tra i provvedimenti da citare il salario giusto legato ai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, il cosiddetto Decreto Primo Maggio; la svolta sulla sicurezza sui posti di lavoro che consiste in più ispettori, sblocco assunzioni in Inail e Inps, raddoppio delle assunzioni previste nell’Ispettorato e più 100 Carabinieri per la tutela del lavoro, oltre al tracciamento dei mancati infortuni, interoperabilità delle banche dati e sperimentazione del badge di cantiere. Sono stati stanziati 30 mln in più per le vittime di infortuni sul lavoro e 26 mln per le borse di studi per i figli superstiti.
Il governo ha manifestato una particolare attenzione ai costi, dopo l’allegra gestione del super bonus e del reddito di cittadinanza: l’Italia infatti è l’unica Nazione del G7 tornata già dal 2024 in avanzo primario dopo il Covid. Lo scorso 15 ottobre lo spread era a 109 punti, contro i 236 di quattro anni fa, segno di una fiducia da parte dei mercati e degli investitori. Ammonta a tre miliardi e mezzo il risparmio sugli interessi, destinabili a sanità, scuola, senza contare il minor peso fiscale per le famiglie. Sempre restando al comparto economico, la Borsa ha fatto registrare un più 130%, con la possibilità per le famiglie di detenere nel proprio portafogli più titoli. Inoltre c’è il pollice alzato da parte delle principali agenzie di rating, che migliorano il giudizio sull’affidabilità e solidità economica. La zes unica impatta complessivamente per 60 miliardi, che si somma alla decontribuzione al sud da 7 miliardi fino al 2030 per chi assume.
Altro capitolo, quello che riguarda la coesione grazie a 34 accordi siglati per lo sviluppo con Regioni, Province autonome e Amministrazioni centrali che si sono manifestati in oltre 50 miliardi di investimenti attivati, tra cui la riqualificazione dell’area di Bagnoli-Coroglio, le Province di Taranto e il Sulcis Iglesiente. Altre intese approvate in CdM sono quelle con Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto che si sommano alla legge per l’attuazione dell’Autonomia differenziata delle Regioni a Statuto ordinario e alla legge delega per la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).
Capitolo export, la voglia di Italia nel mondo cresce, come dimostra la quarta posizione mondiale raggiunta dall’Italia fra le nazioni esportatrici, impreziosita dal valore dell’agroalimentare giunto a 73 miliardi. I numeri inoltre dicono 401,8 mld nei primi 7 mesi del 2026; nuovo record di investimenti diretti esteri (più 12%). La comparazione con altri paesi rivela che il valore dell’export italiano ha superato il Giappone, i BTP decennali mostrano uno spread sceso al di sotto dei titoli francesi, il tasso disoccupazione dal IV trimestre 2025 è sceso sotto la media europea e dell’Eurozona, e infine sono state superate Germania e Uk per pil pro capite.
Alla voce infrastrutture il governo rivendica una serie di iniziative come la riforma del Codice degli appalti e della Governance portuale, il sostegno abitativo (oltre 20 mln nel 2026 per genitori separati o divorziati), il decreto Salva Casa per semplificare e rilanciare il mercato immobiliare, il Nuovo Codice della Strada e i 6,35 mld per 729 interventi sulle infrastrutture idriche. E poi c’è il Piano Casa, che consiste in 10 miliardi per 100mila alloggi in 10 anni, accanto al recupero di 60mila alloggi popolari ora non disponibili, al Fondo per l’Housing sociale e l’emergenza abitativa, agli alloggi a prezzi calmierati, al fondo garanzia mutui prima casa.
Sul versante internazionale, il governo sottolinea il ruolo dell’Italia nel mondo ottenuto con “coerenza e credibilità” di fronte alle crisi geopolitiche. In primis il sostegno all’integrazione dei Balcani Occidentali nella Ue, poi il rinnovato legame con l’America Latina, accanto al sostegno di una pace giusta e duratura in Ucraina, all’impegno per un quadro di pace e stabilità in Medio Oriente, fino alle nuove connessioni con l’Indo-Pacifico e a un rapporto da pari a pari con l’Africa e il Sud Globale. In questo senso si inserisce il ragionamento dedicato alla proiezione globale del Mediterraneo, con Roma player riconosciuto nella Ue, nella Nato e nel G7, senza dimenticare un “rapporto equilibrato con la Cina attraverso il nuovo partenariato strategico”.
Entrando nel merito dei singoli atti spiccano gli interventi a Gaza dove l’Italia è stata la prima Nazione occidentale per evacuazioni sanitarie oltre all’operazione imbastita Food for Gaza; e ancora la riforma della cittadinanza, i maggiori servizi per i connazionali all’estero (dal 2023 rilasciati 2mln di passaporti e oltre 670mila carte d’identità elettroniche) fino alle 16 intese su materie prime critiche e catene di approvvigionamento. Infine l’impegno per le interconnessioni strategiche: corridoio IMEC, corridoio VIII nei Balcani, progetto Elmed.
Una menzione a parte merita il Piano Mattei, che vede ben 18 paesi coinvolti, il doppio rispetto al varo del gennaio 2024. Sono 76 i progetti in corso, per un modello di cooperazione che si poggia su sette linee-obiettivo e che si sta intrecciando sia con progetti Ue come il Global Gateway, sia con le esigenze dei singoli paesi coinvolti, attirando le attenzioni di soggetti internazionali come Banca Mondiale, Banca africana, Commissione europea, Bei, Unione Africana.
Per quanto riguarda la difesa, l’Italia è presente in 39 missioni con alcune novità, come il ritorno alla guida della missione KFOR nei Balcani, passando per l’impegno concretizzatosi in solidarietà internazionale con aiuti a Gaza, Medio Oriente e sisma in Venezuela. A tal proposito sono molteplici i fronti geopolitici che vedono l’Italia coinvolta, come l’istituzione del Polo nazionale della dimensione subacquea, il lancio del satellite CSG-FM3, i 16 accordi internazionali e le 400 intese tecniche siglati con i partner nei campi della difesa, sicurezza, ricerca e sviluppo tecnologico, la riforma della sanità militare e l’attenzione ai nuovi domini strategici come spazio, cyber, dimensione subacquea e Artico.
Infine la sicurezza: meno 70% di sbarchi e più 55% di rimpatri. I numeri sull’azione svolta da Viminale si legano ad azioni mirate, come la lotta alle reti criminali che di fatto è entrata nel nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Da questo punto di vista va citata l’Alleanza globale contro il traffico di migranti e il rafforzamento di Europol. Gli accordi con i Paesi terzi rappresentano la novità italiana per il contrasto all’immigrazione illegale che trova concreta applicazione nel Memorandum Ue-Tunisia e nel partenariato strategico UE-Egitto. Di fatto l’Italia orienta le politiche migratorie europee grazie al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, per cui è stato superato il requisito obbligatorio di collegamento personale tra richiedente asilo e Paese terzo, consentendo, attraverso appositi accordi, l’esame delle richieste di protezione da parte di Paesi terzi sicuri
Spunta una nuova ipotesi per la Manovra 2027: l’estensione del secondo scaglione Irpef potrebbe arrivare gradualmente per contenere i costi della misura. Il primo intervento riguarderebbe i redditi fino a 55mila euro, con un risparmio massimo di 500 euro annui. Per raggiungere la soglia dei 60mila euro bisognerebbe attendere il prossimo anno.
Il progetto, illustrato dal vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani durante una riunione interna del partito.
La misura potrebbe riguardare circa 3 milioni di contribuenti. La possibilità di procedere dipenderà anche dall’esito del confronto con Bruxelles sulla flessibilità di bilancio.
L’eventuale estensione del 33% fino a 55mila euro avrebbe effetti diversi a seconda del reddito dichiarato. Il beneficio deriverebbe dalla riduzione di dieci punti percentuali applicata alla parte di reddito che, con le regole attuali, ricade nell’aliquota del 43%.
Oggi, infatti, il 33% si applica alla fascia di reddito compresa tra 28mila e 50mila euro, mentre oltre i 50mila euro scatta l’aliquota del 43%.
Portare la soglia superiore a 55mila euro significherebbe applicare il 33% anche ai successivi 5mila euro di reddito imponibile. Il risparmio massimo sarebbe quindi, come detto, di 500 euro all’anno per chi ha un reddito pari o superiore a 55mila euro, considerando esclusivamente la differenza tra le due aliquote. Con l’estensione fino a 60mila euro, invece, il beneficio massimo salirebbe a 1.000 euro annui.
Qui sotto una sintesi degli effetti progressivi sul reddito:
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha inoltre dichiarato che il governo intende confermare l’esenzione dal pagamento dell’Irpef per il settore agricolo per due anni.
Gli interventi sull’Irpef sono soltanto alcune delle questioni sul tavolo del Governo Meloni. Ci sono poi le ipotesi che riguardano la sanità e la possibilità di un cashback.
E per quanto riguarda la flat tax, sono queste le ipotesi allo studio:
C’è poi l’ampio capitolo dei bonus casa. Trovando le coperture, il Governo punta a confermare le aliquote di
Senza un nuovo intervento normativo, dal 2027 le aliquote calerebbero dal 50% al 36% per la prima casa e dal 36% al 30% per gli altri immobili.
Fra i desiderata del Governo ci sarebbe poi la possibilità di spingere l’Ecobonus al 65%.
Per quanto riguarda il taglio del bollo auto per le vetture di cilindrata più bassa per tutto il 2027, l’intenzione manifesta è quella di rendere la misura strutturale.
Sulla Manovra pesa l’incognita delle coperture. Il Governo ha intavolato una discussione con la Commissione Ue per chiedere maggiore flessibilità sui conti.
C’è poi la ricerca di fondi da banche e assicurazioni, con l’esecutivo che chiede 5 miliardi e il settore che resiste rievocando il preesistente accordo.
Nella settimana dal 29 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026, l’incidenza delle infezioni respiratorie acute (ARI) in Italia è pari a 14,07 casi per 1.000 assistiti, in diminuzione rispetto ai 14,85 della settimana precedente. I bambini fino a quattro anni continuano a registrare i valori più elevati. Le ARI comprendono infezioni causate da diversi virus respiratori e non coincidono con i soli casi di influenza.
I casi di infezione respiratoria acuta stimati nella popolazione italiana sono 802.879 nella settimana, rispetto agli 840.005 della precedente. Dall’inizio della stagione, il totale stimato raggiunge 7.556.424 casi.
La diminuzione va interpretata con cautela: durante le festività natalizie si sono ridotti sia le visite sia i dati trasmessi dai medici sentinella. Anche la chiusura delle scuole contribuisce a limitare la trasmissione nelle fasce d’età con maggiore circolazione virale. Questi fattori non consentono di considerare il calo come una conferma del superamento del picco stagionale.
Nella settimana hanno trasmesso dati 1.009 medici sentinella, con una popolazione osservata di 1.354.048 assistiti e 19.058 casi di ARI rilevati. Questi casi osservati sono distinti dalle stime riferite all’intera popolazione italiana.
Per l’influenza, la positività dei campioni è del 17% nella comunità e del 40,5% nel flusso ospedaliero. Considerando insieme i diversi flussi della sorveglianza virologica, sono stati identificati 1.357 campioni positivi all’influenza su 3.472 campioni segnalati, pari al 39,1%, tutti di tipo A. Le percentuali si riferiscono ai campioni analizzati e non alla popolazione generale.
La fascia 0-4 anni presenta l’incidenza più elevata, con 36,85 casi per 1.000 assistiti, rispetto ai 39,37 della settimana precedente. La distribuzione delle ARI per età è la seguente:
Rispetto alla settimana precedente, l’incidenza diminuisce nelle fasce sotto i 45 anni, mentre aumenta tra i 45-64 anni, da 12,00 a 12,22, e tra le persone di almeno 65 anni, da 8,93 a 9,49. I confronti risentono della partecipazione variabile dei medici durante le festività.
I dati regionali descrivono le infezioni respiratorie acute complessive, non esclusivamente l’influenza. Tra le regioni con dati disponibili, le incidenze più elevate si registrano in Campania, con 20,53 casi per 1.000 assistiti, Sicilia, con 19,41, e Marche, con 18,52. Seguono Abruzzo con 17,37 e Puglia con 17,26.
I valori più contenuti si osservano in Valle d’Aosta, con 8,90 casi per 1.000 assistiti, Friuli-Venezia Giulia, con 9,20, e Liguria, con 9,77. Per Calabria e Molise non sono disponibili dati settimanali: l’assenza di rilevazioni non indica assenza di infezioni.
In termini di casi osservati dai medici sentinella, i numeri maggiori riguardano Lombardia, con 3.477 casi, Lazio, con 3.453, e Puglia, con 2.561. Questi conteggi dipendono anche dalla popolazione coperta dalla sorveglianza e non rappresentano stime del totale dei casi regionali. Le differenze nella copertura richiedono cautela anche nel confronto delle incidenze, soprattutto dove partecipano pochi medici.
Il confronto diretto con le stagioni precedenti è limitato dal passaggio dalla sorveglianza delle sindromi simil-influenzali (ILI) a quella delle infezioni respiratorie acute (ARI). Anche le soglie di intensità, calcolate sui dati storici delle ILI, devono essere interpretate tenendo conto di questo cambiamento.
All’interno della stagione in corso, l’incidenza è salita da 7,15 casi per 1.000 assistiti nella settimana 42 del 2025 a 17,45 nella settimana 51, per poi scendere a 14,85 nella settimana 52 e a 14,07 nella prima settimana del 2026. Le rilevazioni successive alle festività saranno importanti per valutare l’evoluzione della circolazione virale.
Per gli accessi al pronto soccorso, i dati disponibili fino alla settimana 52 del 2025 nelle nove regioni monitorate indicano un numero di accessi per sindromi respiratorie inferiore alla stessa settimana della stagione precedente. Le forme gravi e complicate di influenza risultano invece numericamente simili; il sottotipo più frequente tra queste è A(H1N1)pdm09 e la maggior parte dei casi riguarda persone non vaccinate.
Nel complesso della stagione, tra i virus influenzali A sottotipizzati prevale A(H3N2), con il 65,8%, mentre A(H1N1)pdm09 rappresenta il 34,2%. Tra i ceppi A(H3N2) sequenziati prevale il subclade K.
Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.
Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.
La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.
Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.
Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.
Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.
Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.
Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.
Oito decretos sobre segurança em quatro anos. Depois de manifestações que levaram centenas de jovens às ruas, durante os quais 330 pessoas foram detidas, o Governo de Giorgia Meloni voltou a endurecer a legislação. Especialistas alertam que mais repressão não resolve as causas do descontentamento social

La metà delle case in vendita in Italia ha un prezzo richiesto non superiore a 200mila euro, ma le differenze tra città e regioni sono molto marcate. A Milano e Firenze gli immobili disponibili entro questa fascia di prezzo rappresentano rispettivamente soltanto il 9% e il 5% del mercato, mentre a Genova e Palermo superano il 60%. È quanto emerge da un’analisi di Casa.it sugli annunci immobiliari di ottobre 2026, che ha esaminato la distribuzione delle abitazioni in vendita nelle diverse fasce di prezzo e le dimensioni medie degli immobili.
A livello nazionale, il 22% delle case viene proposto a un prezzo fino a 100mila euro, mentre il 28% si colloca tra 100.001 e 200mila euro. Rispetto allo stesso periodo del 2025, la quota complessiva degli immobili entro i 200mila euro è diminuita di due punti percentuali, passando dal 52% al 50%.
La disponibilità di immobili entro i 200mila euro cambia sensibilmente a seconda dell’area geografica. Nel Sud Italia il 68% delle abitazioni in vendita rientra in questa fascia di prezzo, mentre nelle Isole la percentuale sale al 69%. Nel Nord-Est, invece, soltanto il 37% degli immobili viene proposto a un prezzo non superiore a 200mila euro. Nel Centro la quota raggiunge il 43%, mentre nel Nord-Ovest si attesta al 49%.
A livello regionale, il Molise presenta la percentuale più elevata, con l’84% degli immobili in vendita entro i 200mila euro, seguito da Calabria e Basilicata. Le percentuali più basse si registrano invece in Trentino-Alto Adige, Veneto e Toscana.
Tra le otto principali città italiane considerate nell’analisi, Firenze risulta quella con la minore disponibilità relativa di abitazioni entro i 200mila euro. Soltanto il 5% delle case in vendita nel capoluogo toscano rientra infatti in questa fascia. A Milano la percentuale sale al 9%, mentre a Bologna raggiunge il 15%. Situazione differente a Genova, dove il 66% degli immobili viene proposto entro i 200mila euro. Seguono Palermo con il 62% e Torino con il 57%.
A Milano, Firenze e Bologna, con una spesa fino a 200mila euro si trovano mediamente immobili di un solo locale. A Roma, Napoli e Torino il numero medio sale a due, mentre a Palermo raggiunge tre locali e a Genova quattro.
| Città | Case fino a 200.000 euro | Numero medio di locali |
|---|---|---|
| Genova | 66% | 4 |
| Palermo | 62% | 3 |
| Torino | 57% | 2 |
| Napoli | 34% | 2 |
| Roma | 18% | 2 |
| Bologna | 15% | 1 |
| Milano | 9% | 1 |
| Firenze | 5% | 1 |
L’analisi di Casa.it permette di confrontare anche la distribuzione degli annunci nelle fasce di prezzo superiori. A Milano, il 24% degli immobili in vendita viene proposto tra 200.001 e 300mila euro, mentre il 20% si colloca tra 300.001 e 400mila euro. Il 21% delle abitazioni milanesi supera i 700mila euro e il 12% presenta un prezzo richiesto superiore a un milione di euro.
A Firenze la quota delle abitazioni oltre i 700mila euro raggiunge il 23%, mentre il 14% degli immobili supera il milione. A Roma, invece, il 26% delle case è disponibile tra 200.001 e 300mila euro, il 19% tra 300.001 e 400mila euro e il 14% oltre i 700mila euro.
Oltre al prezzo, l’analisi considera il numero medio dei locali disponibili nelle diverse fasce di spesa. A livello nazionale, le abitazioni in vendita fino a 200mila euro hanno mediamente quattro locali. La stessa dimensione media si registra nella fascia compresa tra 200.001 e 300mila euro.
Tra 300.001 e 500mila euro si passa mediamente a cinque locali, mentre tra 500.001 e 700mila euro la media sale a sei. Per gli immobili con un prezzo superiore a 700mila euro, il numero medio arriva a nove locali.
Secondo gli ultimi sondaggi politici, Fratelli d’Italia si rafforza raggiungendo quasi il 30%. Ma è sul fronte delle coalizioni che si gioca la partita per le elezioni politiche del 2027.
Gli scenari sulle coalizioni: il centrosinistra guidato da Elly Schlein (PD) batte il centrodestra 44,6% a 44%. Mentre il centrosinistra guidato da Giuseppe Conte (M5S) vince sul centrodestra 44,5% a 44,1%. In entrambi i casi, per i progressisti, scatterebbe il premio di maggioranza.
Qui sotto si riporta l’ultimo sondaggio effettuato da Swg per il Tg La7 del direttore Enrico Mentana. La data di pubblicazione è 19 ottobre.
La domanda è una (“Se alle prossime elezioni politiche i partiti si presentassero nelle seguenti coalizioni, quale partito voterebbe più probabilmente?”) ma gli scenari possibili sono due.
Centrosinistra guidato da Elly Schlein – 44,6%:
Centrodestra guidato da Giorgia Meloni – 44%:
Altri partiti non schierati:
Non si esprime 28%.
Centrosinistra guidato da Giuseppe Conte – 44,5%:
Centrodestra guidato da Giorgia Meloni – 44,1%;
Altri partiti non schierati:
Non si esprime 28%.
Una premessa: come si nota, il sondaggio Swg non tiene conto dell’apertura di Luigi Marattin (Partito Liberaldemocratico) al centrodestra. Probabilmente perché ci si trova ancora nella fase di avvicinamento e non di endorsement vero e proprio.
E ancora: Enzo Maraio, segretario dell’Avanti Psi, è in area Campo Largo mentre Swg lo colloca fra i centristi indipendenti.
Per il resto, si riporta la nota metodologica dell’ultimo sondaggio Swg per La7: metodo di campionamento stratificato per zona di residenza e quote per età e genere e ponderato successivamente per le variabili di età, genere, zona di residenza, studio e voto alle ultime elezioni europee; consistenza numerica campione intervistati 1.200 intervistati, 4.329 non rispondenti; campione rappresentativo dell’universo di riferimento per genere, età, zona, partito votato alle ultime elezioni europee con margine di errore +/- 2,8%; sondaggio realizzato con tecnica di rilevazione online CAWI, telefonica CATI e CAMI. Nota metodologica completa su sondaggipoliticoelettorali.it.
Dello stato delle coalizioni si è già detto. Di seguito altri elementi degni di attenzione.
FdI dal 27,7% della settimana scorsa scatta al 29,7%/29,8%, a seconda dello scenario.
Il M5S dal 12,7% della settimana scorsa si muove oggi in una forbice fra l’11,8% (scenario Schlein) al 13,1% (scenario Conte).
FN crolla dal 7,6% della settimana scorsa, che lo collocava come quarto partito, alla forbice compresa fra il 5,6% e il 5,4%. Il dettaglio non è banale e influenza scenari che riguardano tutto il centrodestra. Per tenere testa al Campo Largo, Meloni dovrà ragionare se spostarsi verso la destra di Vannacci rischiando di far scappare Tajani (FI) e Lupi (NM) oppure se orientarsi verso il centro invitando Marattin (PLD) ed eventualmente Calenda (Azione).
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Chi ha girato in certi supermercati siciliani, nelle ultime quarantotto ore, ha trovato un quadro apocalittico. Sembra di essere tornati al lockdown, quando la gente svaligiava tutto, oppure in qualche repubblica dell’Est che ogni tanto si intravedeva nei telegiornali di una volta. Resistono le penne lisce, tanto per cambiare. Le acque frizzantissime. E i panettoni. Il necessario scarseggia, ma le piramidi natalizie sono già al loro posto. A ottobre possiamo scegliere come festeggiare dicembre. Per il pranzo di oggi ci stiamo organizzando. «Il popolo chiede pane, dategli le brioche». La frase attribuita a Maria Antonietta è apocrifa: non ci sono prove che la regina l’abbia mai pronunciata. Alla regina dobbiamo una rettifica. Ai siciliani, una spiegazione.
Il fermo dell’autotrasporto siciliano è cominciato il 16 ottobre contro il caro gasolio e l’aumento dei costi dei collegamenti marittimi. Le richieste del Comitato trasportatori siciliani comprendono lo sblocco di circa 104 milioni di pagamenti arretrati, nuovi fondi per il trasporto via mare e crediti d’imposta sul carburante da rendere utilizzabili. Una parte della vertenza riguarda soldi annunciati o attesi che devono ancora diventare disponibilità effettiva. La pompa di benzina, nel frattempo, non accetta dichiarazioni d’intenti.
Sotto la parola «autotrasportatori» convivono aziende organizzate, grandi operatori della logistica e piccoli proprietari che spesso guidano personalmente il camion. Il pieno si paga in tutti i casi, ma la capacità di assorbire le perdite, aspettare un contributo e farsi ricevere dal ministro cambia parecchio. Sono giorni di picchetti a Palermo e agli accessi autostradali nel Messinese e nel Catanese, trasportatori fermati mentre cercano di consegnare e due episodi di pneumatici tagliati.
È anche una guerra tra poveri: su chi verrà aiutato per primo. Il piccolo autotrasportatore teme che gli incentivi al trasporto marittimo rafforzino gli operatori più strutturati senza risolvere il proprio conto del gasolio. Gli agricoltori chiedono di entrare nella trattativa. La rivolta ha le sue delegazioni, le sue correnti e perfino la sua sala d’attesa.
Intanto i costi si allargano. Confcommercio Sicilia stima tra quaranta e cinquanta milioni di euro di danni per la grande distribuzione e la filiera del fresco nell’arco di cinque giorni. Le difficoltà raggiungono anche i servizi. Cancellate, per mancanza di carburante, diverse corse di bus interurbani; rallenta nelle grandi città la raccolta differenziata per i mezzi fermi.
Il problema entra così nella giornata di chi deve andare a scuola, raggiungere il lavoro, buttare la spazzatura. La forza dei trasportatori sta nella dipendenza collettiva dal loro lavoro. Il limite della protesta sta nel fatto che ogni giorno aggiuntivo distribuisce perdite anche tra persone che hanno gli stessi problemi di reddito.
Le immagini di questi giorni restituiscono un’Italia spaccata in due. Nelle grandi città del Nord vediamo soprattutto i giovani in piazza; sulle strade e nei porti del Mezzogiorno, i camion. Le manifestazioni studentesche sono nazionali, arrivano anche nelle città meridionali, ma la scena pubblica sembra assegnare a ciascuno una parte: ai ragazzi gli striscioni, ai padroncini i semirimorchi.
Le richieste rimangono diverse. Nei cortei si parla di scuola, casa, affitti e costo della vita. Nei piazzali si calcola quanto costa un viaggio e quanto resta dopo averlo compiuto. Il punto di contatto è la difficoltà di costruire un’autonomia: per chi deve ancora cominciare e per chi lavora da una vita. Un ragazzo vorrebbe potersi permettere di uscire di casa. Un piccolo imprenditore vorrebbe potersi permettere di uscire dal piazzale. Entrambi scoprono che muoversi costa più di quanto riescano a sostenere.
Il calendario rende questa pressione ancora più scomoda per chi governa. Siamo nell’ultimo anno della legislatura nazionale e nell’avvicinamento alla scadenza ordinaria di quella siciliana: l’orizzonte delle Politiche e delle Regionali è il 2027. Le date non sono ancora fissate, ma le elezioni sono già entrate nelle decisioni dei partiti. Per i trasportatori è un vantaggio contrattuale. Un banco del fresco vuoto porta il malcontento in luoghi che nessun comizio raggiunge: davanti alla lista della spesa, mentre una famiglia decide a cosa rinunciare.
Renato Schifani annuncia interlocuzioni. Ha avuto un colloquio con Matteo Salvini, che è stato, nelle sue parole, «assolutamente positivo». La Regione promette risorse contro il caro carburante nelle variazioni di bilancio all’esame dell’Ars. La disponibilità è stata comunicata. Adesso servono misure, destinatari e tempi.
Nella stessa manovra, insieme agli interventi per famiglie e imprese, resiste il Fit, Fondo per gli investimenti territoriali. Acronimo asciutto, ripieno abbondante: cinquanta milioni di euro per il 2026, confermati dall’analisi del Servizio Bilancio dell’Ars aggiornata al 19 ottobre. Il fondo è ancora nel testo in discussione. I destinatari previsti sono enti pubblici ed enti ecclesiastici. Gran parte degli interventi viene individuata attraverso un ordine del giorno parlamentare; altre quote sono riservate ai soggetti rimasti fuori, attraverso domande e progetti. Il rischio politico è evidente: il bisogno di un territorio finisce per pesare anche in base alla capacità del suo deputato di farlo entrare nell’elenco.
Un Comune, una parrocchia, un impianto sportivo possono avere progetti utilissimi. Dovrebbero poterlo dimostrare attraverso criteri pubblici e priorità verificabili. Il valore di un’opera dovrebbe risultare dal progetto. La riconoscenza verso l’onorevole non dovrebbe essere una voce del quadro economico.
Le opposizioni chiedono di cancellare il fondo o di assegnarlo con un avviso pubblico. L’opposizione propone di usare le risorse per famiglie e imprese colpite dal caro carburante e contesta la priorità di interventi come i campi di padel proposti nelle ultime settimane. La Sicilia può certamente coltivare ambizioni sportive. In questo momento avrebbe anche qualche problema con la spesa.Cinquanta milioni non risolvono da soli la crisi dell’autotrasporto. Scegliere come impiegarli, però, rende visibile la gerarchia delle urgenze.
La casta siciliana continua così a preparare le proprie brioche farcite mentre chiede pazienza a chi deve riempire il serbatoio. Ai cittadini si spiegano i vincoli. Per il collegio elettorale si cerca una soluzione. Alla piccola impresa si promette un’interlocuzione. Per l’intervento sponsorizzato si prepara un ordine del giorno.
Dentro la protesta c’è una domanda che riguarda anche chi non possiede un camion: quanto bisogna fermare, o chi bisogna conoscere, per essere ascoltati? Se la risposta arriva soltanto dopo un porto bloccato o attraverso una mediazione politica, il disagio diventa una gara tra chi può produrre più danni e chi ha il contatto migliore. Il radicchio, intanto, è finito. I panettoni resistono. Sulle brioche di Maria Antonietta non abbiamo prove. Sui cinquanta milioni delle nostre sicilianissime brioche abbiamo un disegno di legge.
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A Verona una professoressa entra in classe e trova solo cinque studenti. Gli altri sono rimasti a casa. Hanno paura dei messaggi che da giorni circolano sui telefoni, con annunci di stupri di gruppo e aggressioni. A Pavia i genitori chiamano i carabinieri, preoccupati dalle chat che annunciano assalti alle scuole. A Milano un messaggio, inoltrato da un gruppo WhatsApp all’altro, sostiene che quattrocento ragazzi si sarebbero organizzati per violentare le ragazze incontrate per strada. Altri annunciano assalti alla Bocconi e alla IULM. Nel Bresciano, a Chiari, le forze dell’ordine presidiano la stazione dopo che su Telegram è stata annunciata una manifestazione violenta con duemila partecipanti. Si presentano soltanto piccoli gruppi di studenti. A Como la Digos sta invece esaminando alcune chat nelle quali si parla di possibili saccheggi per sabato 24 ottobre. I presunti responsabili sarebbero i maranza, come televisioni e social hanno ribattezzato, con una certa approssimazione, gruppi di ragazzi di periferia, spesso figli di immigrati.
Prove? Per ora non ce ne sono. Le autorità non hanno trovato riscontri ai presunti piani di stupro e nessuno ha dimostrato che dietro i messaggi ci sia un’organizzazione. Potrebbe essere l’ennesima catena di Sant’Antonio per rincoglionauti, come quelle che anni fa invitavano a inoltrare un messaggio a dieci amici per evitare che WhatsApp diventasse a pagamento. Stavolta c’è poco da ridere. Molti genitori hanno ancora negli occhi le immagini dei saccheggi e degli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano dove le violenze sono avvenute davvero. Visto il contesto, è difficile liquidare come una sciocchezza l’avvertimento ricevuto sul telefono del figlio. Nel dubbio, meglio tenerlo a casa.
I messaggi si assomigliano, anche se arrivano da città diverse, e potrebbero essersi diffusi semplicemente passando da un gruppo WhatsApp all’altro. Il dubbio è lecito, il complottismo una tentazione: possibile che sia una coincidenza casuale? Qualche goliarda sta cercando deliberatamente di spaventare migliaia di ragazzi? E se dietro ci fosse qualcosa di più grande?
Che Paesi stranieri, in primis la Russia, conducano operazioni di disinformazione contro i Paesi occidentali è documentato. Nella relazione approvata ad agosto, il Copasir riferisce di una rete di siti e account social riconducibili ad attori russi che diffondono propaganda contro l’Unione europea e la Nato, con campagne mirate anche all’Italia. Tra i messaggi diffusi, quelli sull’inefficacia delle sanzioni contro Mosca e sull’inevitabile sconfitta dell’Ucraina. Basta ricordare anche l’operazione Doppelgänger, che ha riprodotto copie fasulle dei siti di importanti giornali europei, compresa l’Ansa, per diffondere propaganda filorussa sotto le sembianze di notizie autentiche.
Ma che Mosca abbia ideato i saccheggi di Milano o la diffusione delle false minacce nelle scuole, invece, non è stato dimostrato. Per far circolare una bugia su WhatsApp non serve un servizio segreto. E una protesta contro il caro vita può degenerare in violenza senza che qualcuno l’abbia pianificato dall’estero. Come nei film dei fratelli Coen, a volte bastano quattro teppisti e una serie di decisioni sconsiderate perché il caos, visto da lontano, assuma l’aspetto di un complotto ben organizzato.
In questo clima di straordinaria follia in cui i mitomani annoiati si confondono con gli utili idioti bisogna stare attenti a pesare le parole. Per questo motivo meritano particolare attenzione le dichiarazioni rilasciate ieri dal ministro della Difesa Guido Crosetto, durante il Defence Procurement Forum di Roma, un convegno dedicato agli investimenti militari. Crosetto ha definito gli scontri di Milano «il punto di arrivo» di una guerra ibrida condotta contro l’Occidente attraverso strumenti come TikTok e YouTube.
Secondo il ministro della Difesa, alcune nazioni hanno accumulato attraverso le piattaforme digitali una quantità di informazioni tale da poter conoscere e influenzare le nuove generazioni meglio delle loro famiglie. L’intelligenza artificiale avrebbe reso questa capacità ancora più efficace. Crosetto parla di una «controeducazione» che avrebbe modificato il rapporto dei ragazzi con le regole democratiche, precisando che il fenomeno riguarda i giovani italiani in generale e non solo quelli di seconda generazione. Dice di aver denunciato questo pericolo da quattro anni, senza essere ascoltato.
Le minacce ibride esistono, e quelle russe in Europa si stanno avvicinando alla soglia della guerra aperta, come dimostrato nel caso di Lipsia. Uno Stato può usare la disinformazione per alimentare tensioni in un altro Paese. Ma la capacità dei social di amplificare la violenza non basta a dimostrare l’esistenza di una regia straniera. E Crosetto, nelle sue dichiarazioni pubbliche, non ha chiarito se il riferimento agli scontri di Milano si fondi su informazioni specifiche o su una valutazione più generale dell’influenza delle piattaforme digitali.
La distinzione conta, soprattutto perché il ministro della Difesa auspicabilmente dispone di informazioni riservate e altrettanto auspicabilmente su quelle basa le sue dichiarazioni e il suo agire. Nessuno gli chiede di divulgarle, però evocare una «guerra ibrida» senza chiarire se si stia parlando di fatti accertati o di una valutazione politica rischia di trasformarsi in una versione involontaria del celebre editoriale «Io so. Ma non ho le prove», scritto da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera nel 1974. Con una differenza sostanziale: Pasolini rivendicava la libertà di interpretazione di un intellettuale, Crosetto ha la responsabilità di un ministro della Repubblica. Può custodire i segreti dello Stato, ma dovrebbe almeno distinguere ciò che sa da ciò che ritiene possa essere accaduto. Altrimenti il rischio è di alimentare, proprio mentre si denuncia la disinformazione, quel complottismo che prospera tra chi delle notizie conosce soltanto l’eco dell’eco. Come un genitore che cerca di capire quanto debba preoccuparsi per un messaggio arrivato nella chat di famiglia.
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E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.
Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.
L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.
L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.
(Foto: Kfor on X)

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Domenica scorsa, alla Nuvola dell’Eur, l’Assemblea nazionale del Partito democratico ha prorogato all’unanimità il mandato della segretaria nel caso in cui la scadenza cada in un anno di elezioni politiche. E ha approvato un ordine del giorno che stabilisce che, se ci saranno primarie di coalizione, il Pd presenterà una sola candidata: Elly Schlein. Su questo secondo punto i voti sono stati 578 a favore e 3 contrari; 26 gli astenuti. E gli astenuti sono i riformisti: a spiegarne le ragioni, a nome dell’area, è stato Lorenzo Guerini. Quella scelta, secondo la minoranza, forza lo statuto del partito.
Il 24 e 25 ottobre, nell’aula magna del Centro Studi «Città di Orvieto», quella stessa area si ritrova fuori dal perimetro del Nazareno, insieme a pezzi di riformismo che nel Pd non sono mai entrati o ne sono usciti. Libertà Eguale e Base Italia tengono congiuntamente le loro assemblee nazionali con un titolo che, letto dopo le ultime vicende, suona quasi come una replica: «Riformisti, un passo avanti» – lungi comunque dal voler essere un regolamento di conti interno, piuttosto un rilancio.
Orvieto è da più di venticinque anni la casa di Libertà Eguale, l’associazione di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini e Claudia Mancina, nata dall’incontro tra la tradizione migliorista del Pci, il cattolicesimo democratico e il socialismo riformista. È il luogo in cui, edizione dopo edizione, la sinistra di governo ha discusso di riforme istituzionali, di mercato e di Europa senza il riflesso condizionato della demonizzazione dell’avversario.
La novità di quest’anno è la presenza di Base Italia, start-up civico-politica coordinata da Marco Bentivogli, che porta l’esperienza di un riformismo cresciuto fuori dai partiti, tra mondo del lavoro, innovazione e attivismo politico continuo. In sostanza, il riformismo italiano, ancora frammentato in correnti, associazioni e sigle, prova a darsi un’infrastruttura comune.
Il programma delle giornate va letto come architrave politico. I quattro focus tematici del weekend coincidono, presi singolarmente, con i nodi su cui l’alleanza progressista è più fragile, che rischiano di diventare vere e proprie fratture. Si comincia sabato mattina con l’Ucraina, con Paolo Gentiloni, Lia Quartapelle e Tonini. Il sostegno a Kyiv in apertura, nel momento in cui la coalizione alternativa a Giorgia Meloni tiene dentro sensibilità molto distanti sulla politica estera e sulla difesa europea, significa dire che per i riformisti la collocazione internazionale dell’Italia è precondizione, ben oltre l’idea di un capitolo da negoziare a valle del programma.
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Nel primo pomeriggio, focus sulle istituzioni, moderato da Emilia Patta. Tavolo con Peppino Calderisi, Ceccanti, Cesare Salvi e Marcello Pera. Dibattito tra esperti che arriva in una fase in cui la maggioranza ha approvato la sua riforma elettorale, sulla quale la Corte costituzionale è attesa a pronunciarsi entro la fine di gennaio. Proprio sulle regole, l’opposizione ha spesso scelto la battaglia a prescindere, a volte fuori dalla concretezza delle cose. Orvieto prova a rivendicare un’altra postura: quella di chi le riforme le contesta nel merito perché ha una propria idea di come dovrebbero essere fatte, di come migliorarle.
A pomeriggio inoltrato, si parla di energia con Federico Testa e Carlo Stagnaro, con le conclusioni di Morando. Domenica mattina tocca al governo dell’economia, con Bentivogli, Sandro Trento, Marco Leonardi e Giorgio Gori, con chiusura finale affidata a Mancina. Energia ed economia sono i due terreni su cui la distanza tra una sinistra che inizia dalla redistribuzione e una che parte da crescita e opportunità diventa una caratterizzazione di policy: costi e sicurezza degli approvvigionamenti, produttività, salari, politica industriale.
Orvieto, in ogni caso, si pone l’obiettivo di non offrire soltanto una proposta, ma ancor più un metodo. Il riformismo, prima di essere un’etichetta di collocazione, è un modo di costruire le scelte pubbliche. Si parte dai problemi e non dalle appartenenze, si mettono le soluzioni alla prova dei numeri e della fattibilità, si accetta il confronto con chi la pensa diversamente, avversario compreso – perché una riforma che non regge alla critica non regge nemmeno alla prova del governo.
Ogni focus ha un perimetro definito, i relatori sono scelti per competenza, ai tavoli siedono anche voci lontane dal centrosinistra. È un metodo esportabile, ed è forse ciò di cui l’alternativa a Meloni ha più bisogno. Un cammino per arrivare a un programma che regga l’urto della realtà.
Il secondo elemento riguarda chi propone. Un’iniziativa nata per allargare non può sorgere dentro un partito né attorno a un leader. Chi parte da una sigla o da un nome chiede agli altri di aderire, più che di contribuire. Per essere credibile, deve nascere da realtà dell’associazionismo, dall’attivismo di terzo settore, pur con una caratterizzazione politica evidente e rivendicata. Sono le sole in grado di funzionare da piattaforme programmatiche, luoghi in cui le idee circolano oltre i personalismi e gli ego che da anni paralizzano l’area riformista, condannandola a moltiplicare le sigle invece di sommare i consensi. Che Libertà Eguale e Base Italia abbiano scelto di presentarsi come quel che sono, e cioè associazioni, invece che di conformarsi all’ennesimo cantiere di un nuovo partito, è da questo punto di vista la scelta più politica di tutte.
Poi c’è un tema che non è in scaletta, ma che tutti avranno in testa. Lo dice esplicitamente Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale: oltre ai focus tematici, a Orvieto ci sarà «una riflessione in positivo sul percorso delle forze di opposizione verso una credibile alternativa di governo. Sarebbe funzionale a questo percorso una primaria in tempi ragionevolmente brevi, a doppio turno, col coinvolgimento di tutte le anime del centrosinistra nel loro pluralismo, di cui vari leader devono rappresentare la sintesi».
In tempi ragionevolmente brevi, mentre il Nazareno ragiona su un calendario che porta le primarie a dopo la sentenza della Consulta. A doppio turno, la formula che il Movimento 5 Stelle rifiuta e che il Pd non ha ancora fatto propria. Tutte le anime, all’indomani di un voto che ha ridotto l’anima riformista del Pd a un’astensione di fondo. Altro che tecnicismi: con più candidature in campo, il doppio turno è il meccanismo che consente a un’area minoritaria ma decisiva di pesare due volte, al primo turno con una proposta propria, al secondo indirizzando i propri voti tra i due contendenti principali.
È qui che la composizione della platea si arricchisce. Tra gli interventi previsti ci sono Enzo Bianco, Franco Debenedetti, Benedetto Della Vedova, Graziano Delrio, Piero Fassino, Elisabetta Gualmini, Guerini, Raffaella Paita e Walter Verini. Esponenti dem, di +Europa, di Italia Viva, di Azione. Un riformismo che attraversa i partiti di coalizione e opposizione, invece di abitarne uno solo, dove Orvieto diventa arena comune del riformismo.
«Guardando alla realtà, vedo purtroppo accrescersi la distanza tra le posizioni prevalenti nel centrosinistra di governo europeo (di cui il Pd fa parte) e quelle della costruenda coalizione italiana. Teniamo ora l’Assemblea di Orvieto per tentare una riconciliazione con queste posizioni. Il momento per provare è adesso», spiega a Linkiesta Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale. «Vogliamo insistere per la massima apertura della coalizione sia sul tema della leadership, sia sul terreno programmatico. Una ricerca promossa da Libertà Eguale, in collaborazione con Magna Carta, dimostra che una parte significativa dell’elettorato di centrosinistra si ispira a obiettivi di governo, capaci di realizzare un cambiamento radicale. Se la coalizione si chiude, presentandosi confinata nel segmento della sinistra identitaria, limita le proprie concrete possibilità di vittoria. Aprire sia le primarie per la leadership, sia il lavoro programmatico a tutte le diverse energie è il nostro obiettivo. Ed è la condizione per vincere».
Il riformismo, insomma, si organizza e va organizzato. È la promessa giusta, e anche quella più difficile da mantenere. I riformisti italiani hanno avuto raramente un problema di idee; hanno però avuto a lungo un problema di consenso, di radicamento, di capacità di trasformare la qualità delle proposte in voti e in rapporti di forza. La differenza, questa volta, la farà la capacità di uscire dalla due giorni con qualcosa che somigli a un’idea da percorrere. Una direzione comune su Europa, istituzioni ed economia, una posizione di sintesi sulle regole delle primarie, magari un’indicazione su chi debba portarla.
Il centrosinistra che ha deciso alla Nuvola di semplificarsi attorno a una leadership avrà bisogno, per vincere, di chi parla agli elettori che quella leadership non intercetta. Se Orvieto saprà diventare quel ponte, il passo avanti potrà imprimere davvero un cambio di marcia importante.
I lavori saranno trasmessi in diretta da Radio Radicale.
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Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati.
Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 centottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare?
«Cause naturali» indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo.
Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica.
Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi.
La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione?
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Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.
Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?
Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.
Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?
L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.
Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?
I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.
Quali i settori più promettenti?
Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.
Cosa deve fare l’Ue?
Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.
L’autonomia strategica europea come va perseguita?
L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.
Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.
Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.
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La Lombardia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale sulla capacità di formare una nuova generazione di imprenditori. Il primato manifatturiero europeo della Lombardia non è una rendita di posizione. Nei prossimi anni conterà chi sarà capace di prendere in mano le aziende esistenti e quanti giovani avranno la possibilità di costruirne di nuove. È una questione di classe dirigente, prima ancora che di politica economica. Il ricambio generazionale rappresenta una delle condizioni fondamentali per assicurare continuità a un sistema produttivo che ha costruito la propria forza sulla diffusione dell’iniziativa privata e sulla capacità delle imprese di competere nei mercati internazionali. E in gioco c’è anche la tenuta delle comunità nelle quali quelle imprese sono nate e continuano a operare.
È una sfida che Regione Lombardia ha deciso di affrontare anche sul terreno culturale, portando il confronto con le nuove generazioni direttamente nei territori. Si chiama Generazione Impresa il progetto promosso dall’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, che dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme è arrivato il 16 ottobre al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano. La terza tappa ha messo al centro le storie di chi ha costruito un’attività, le competenze necessarie per farla crescere e le opportunità che il sistema produttivo può offrire ai giovani. Il percorso proseguirà il 23 novembre a Monza, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente le diverse realtà economiche della regione.
La formula ha puntato sulle testimonianze dirette, lasciando agli imprenditori il compito di raccontare come nasce e si sviluppa un’azienda, quali difficoltà si incontrano e che cosa serve per affrontarle. A Sant’Angelo Lodigiano il confronto ha attraversato mondi produttivi differenti, dall’artigianato alla comunicazione, fino alla ristorazione collettiva. C’è una scelta precisa dietro questa varietà. Il futuro dell’impresa lombarda non si esaurisce nell’economia digitale o nelle startup ad alta tecnologia. Si costruisce anche nei mestieri tradizionali e nelle aziende familiari che devono trovare il modo di rinnovarsi senza disperdere le competenze accumulate nel tempo. Ed è nei centri di provincia, non soltanto nei grandi poli economici, che questo passaggio diventa particolarmente cruciale.
Claudio Curioni, artigiano della Falegnameria Curioni, ha portato la propria esperienza in un confronto sul valore del saper fare. «La nostra storia di falegnameria dimostra che anche se si è artigiani, in una città di provincia, possiamo valorizzare il nostro territorio, crescere con esso, ottenere risultati e soprattutto motivare le generazioni future», ha spiegato. La falegnameria è un esempio concreto di quanto il patrimonio manifatturiero lombardo dipenda da conoscenze che si acquisiscono lavorando e che rischiano di andare perdute quando manca chi è disposto a raccoglierle. Ma conservare un mestiere richiede anche la capacità di adattarlo al mercato contemporaneo. Per un giovane, rilevare un’attività esistente e darle una prospettiva nuova può essere una scelta imprenditoriale altrettanto impegnativa quanto fondare una nuova società.
A raccontare il rapporto tra idee e mercato è stato invece Emanuele Carelli, amministratore delegato di Minimals, con un intervento dedicato alla comunicazione e al marketing. «Io e la mia agenzia siamo molto legati al Territorio», ha sottolineato, augurandosi che la storia della sua attività incoraggi altri giovani a credere nelle proprie idee. Una buona intuizione commerciale rischia di rimanere sulla carta quando manca la capacità di raggiungere i clienti e costruire un’identità riconoscibile. La possibilità di crescere senza recidere il legame con il luogo da cui si è partiti è una parte della sfida.
Valentina Volpi, direttore commerciale e componente del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro, ha affrontato il tema della crescita nella ristorazione collettiva, dove la qualità deve confrontarsi ogni giorno con l’organizzazione e con le esigenze di un mercato competitivo. Ha richiamato il valore del passaggio generazionale e dell’innovazione nelle imprese familiari, senza perdere il rapporto con le origini: «mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con i valori che rappresentano le nostre radici». Esperienze lontane tra loro, ma utili a mostrare quanto siano diverse le strade attraverso le quali si può costruire un’impresa e quanto la sua evoluzione incida anche su chi lavora e vive intorno all’azienda.
Filippo Galli, ex calciatore e formatore, è stato protagonista di un confronto sul rapporto tra responsabilità individuale e risultati collettivi. Ha ricordato come il cambiamento possa fare paura e come innovare sia «il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri». Il collegamento con il mondo produttivo è meno distante di quanto possa sembrare. L’immagine dell’imprenditore che costruisce da solo il proprio successo appartiene più alla retorica motivazionale che alla realtà aziendale. Un’organizzazione cresce quando chi la guida sa valorizzare il lavoro degli altri. Imprenditori e dipendenti hanno ruoli differenti, ma condividono l’interesse alla competitività dell’azienda. Questo non cancella la diversità delle loro responsabilità e dei loro interessi; ricorda però che la capacità di costruire una squadra è decisiva soprattutto per chi si prepara ad assumere responsabilità.

La scelta di un formato aperto e accessibile risponde a un problema che la politica economica incontra spesso quando si rivolge ai giovani: la distanza tra le opportunità esistenti e la percezione che quelle stesse opportunità siano davvero alla loro portata. Parlare di impresa attraverso persone che l’hanno costruita può essere più efficace di una campagna istituzionale, soprattutto se le testimonianze non nascondono gli ostacoli incontrati. È anche un modo per avvicinare i giovani a una realtà economica che in Lombardia ha pochi paragoni in Europa. Con oltre 816 mila imprese attive e il 27 per cento delle startup innovative italiane, la regione dispone di un patrimonio produttivo nel quale convivono grandi realtà industriali e aziende nate dall’iniziativa di singoli imprenditori. Un patrimonio che offre alle nuove generazioni la possibilità di trovare la propria strada, raccogliendo esperienze consolidate oppure avviando attività capaci di aprire nuovi mercati.
Ma nessuna leadership industriale si conserva per inerzia. Le aziende devono affrontare trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, mentre la concorrenza internazionale impone capacità di adattamento e investimenti continui. In molte realtà familiari si aggiunge la questione del passaggio generazionale. La domanda, inevitabilmente, è chi sarà disposto ad assumersi queste responsabilità nei prossimi vent’anni. E che cosa perderanno i territori se quel testimone non verrà raccolto
I giovani lombardi mostrano una disponibilità maggiore di quanto suggerisca una certa rappresentazione pubblica, spesso concentrata sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Una ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli per Regione Lombardia su mille ragazzi tra i 16 e i 30 anni rileva che uno su cinque sogna di avviare un’attività in proprio. Il 37 per cento prenderebbe in considerazione questa possibilità per il proprio futuro professionale. Sono numeri che descrivono un interesse diffuso, senza però garantire che possa trasformarsi in nuove imprese. Tra l’aspirazione e la decisione concreta pesano le difficoltà burocratiche, la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili e le incertezze legate all’avvio di un’attività. L’80 per cento degli intervistati attribuisce alle istituzioni un ruolo centrale nel favorire l’autoimprenditorialità.
La politica regionale si trova così davanti a due questioni strettamente collegate. La prima è rendere possibile l’avvio di nuove attività, soprattutto per chi non dispone di risorse familiari o di un accesso consolidato al credito. La seconda riguarda la formazione di una cultura imprenditoriale capace di rendere questa scelta riconoscibile e realisticamente praticabile. Per anni il rapporto tra giovani e lavoro è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell’occupazione da trovare. Resta un obiettivo essenziale, ma una regione industriale deve anche preoccuparsi di chi quell’occupazione potrà crearla.
Sul versante degli strumenti economici, Regione Lombardia ha costruito una rete di interventi che prova a ridurre alcuni degli ostacoli iniziali. Il bando Nuova Impresa prevede contributi a fondo perduto fino al 50 per cento delle spese ammissibili. La misura Microcredito dispone di 24 milioni di euro destinati alle piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi. Per le attività innovative le risorse sono più consistenti: Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP mobilitano complessivamente 140 milioni di euro. Il primo fondo ha già contribuito ad attivare oltre 87 milioni di euro di investimenti a favore di 14 imprese innovative.
Il problema è accompagnare le aziende anche oltre la fase iniziale, quando un progetto deve dimostrare di saper reggere la prova del mercato. Per sostenere lo sviluppo tecnologico delle startup innovative e il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale sono stati stanziati 15,6 milioni di euro. Le Startup Competitions 2026, organizzate con il sistema universitario lombardo e Federated Innovation @MIND, mettono a disposizione complessivamente 900 mila euro attraverso sei competizioni dedicate a filiere strategiche dell’economia regionale. Start Cup Lombardia, dal 2016 al 2026, ha contribuito alla nascita di 54 nuove imprese innovative, che hanno raccolto oltre 70 milioni di euro di investimenti.
A queste iniziative si affiancano programmi di accelerazione come SkyDeck Europe Milano, che dal 2022 ha sostenuto 45 startup, ed ESA BIC Milano, dedicato alle attività imprenditoriali legate all’economia spaziale. Più recentemente è stato avviato Pianeta Accelerator, promosso da Regione Lombardia insieme a Fondazione Cariplo e Principia, con il coinvolgimento dell’Università di Berkeley. Sono strumenti pensati per rafforzare un ecosistema nel quale l’accesso ai capitali deve incontrare competenze adeguate e possibilità concrete di sviluppo industriale.
C’è poi una questione che attraversa l’intero sistema produttivo e riguarda la disponibilità di persone qualificate. La misura Talenti destina 7 milioni di euro a favorire l’inserimento stabile nelle aziende di giovani ricercatori e professionalità altamente specializzate. La competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre queste figure e di trattenerle. Per molte imprese lombarde, soprattutto quelle di dimensioni minori, la difficoltà di reperire competenze può diventare un limite alla crescita anche quando esistono le condizioni economiche per investire.
Le politiche di sostegno, per quanto necessarie, non possono però sostituire una nuova disponibilità delle generazioni più giovani a mettersi in gioco. Il rischio sarebbe continuare a finanziare la nascita di imprese senza allargare realmente il numero di persone che considerano possibile avviarne una. La politica ha la responsabilità di costruire un ambiente nel quale l’iniziativa economica venga incoraggiata, il rischio possa essere affrontato con strumenti adeguati e il successo imprenditoriale non venga rappresentato come il risultato di circostanze eccezionali. Le imprese possono rendere credibile questa prospettiva mostrando ai giovani percorsi di lavoro, apprendimento e crescita possibili anche vicino a casa.
È anche una questione di classe dirigente. La Lombardia ha bisogno di giovani capaci di prendere decisioni e assumere responsabilità, indipendentemente dal fatto che scelgano di fondare una startup, guidare un’azienda familiare o sviluppare un’attività artigiana. Il sistema manifatturiero regionale è cresciuto grazie a una diffusione dell’imprenditorialità che ha consentito a molti territori di costruire una propria specializzazione produttiva. Preservare questa caratteristica richiede che nuove persone possano entrare nel mondo dell’impresa, portando competenze diverse e una maggiore familiarità con i cambiamenti tecnologici.
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