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Agrivoltaico, la scommessa dell’Europa solare: pro e contro per gli agricoltori

24 October 2026 at 12:51

I pannelli fotovoltaici possono aiutare gli agricoltori. L’agrivoltaico infatti potrebbe contribuire a prevenire l’abbandono dei terreni agricoli, diventando una fonte di energia e allo stesso tempo una barriera protettiva per i raccolti. L’agrivoltaico permette di integrare la produzione alimentare con la produzione di energia rinnovabile e nella pratica consiste nell’installazione di pannelli fotovoltaici sopra o tra le coltivazioni agricole.

Secondo uno studio del 2023, l’Europa ha il potenziale per generare una quantità di energia elettrica pari a 25 volte il suo attuale fabbisogno tramite l’agrivoltaico o fotovoltaico agricolo. L’agrivoltaico ha un grande potenziale sia in termini di benefici economici sia ambientali, perché permette di ridurre la superficie necessaria per generare energia dal solare. Non tutti però sono d’accordo, perché questo sistema potrebbe “ignorare i reali problemi”.

Trasformare l’Europa in una potenza solare

L’Europa può diventare una potenza solare e a dircelo è stato persino Elon Musk, quando lo scorso gennaio ha affermato come le zone scarsamente popolate di Sicilia e Spagna potrebbero teoricamente generare l’energia solare sufficiente per tutto il continente.

Uno scenario non lontano dalla realtà che aziende come Amazon e Apple stanno cercando di realizzare. Infatti queste multinazionali hanno firmato contratti per l’acquisto di energia da grandi progetti agrivoltaici con capacità di oltre 150 MW, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 100.000 famiglie italiane.

Euronews ricorda anche come l’Europa stia già finanziando il progetto AgriSol, un investimento di 1,9 milioni di euro per progetti agrivoltaici in Spagna e in Italia. La sola Italia ha ottenuto 1,7 miliardi di euro di aiuti proprio per l’iniziativa.

L’impatto sull’agricoltura

Da una parte ci sono le promesse di un continente capace di sostentarsi solo con l’energia rinnovabile, dall’altra c’è il reale impatto di questa corsa. Le normative europee infatti limitano l’utilizzo di grandi campi per gli impianti fotovoltaici, lasciandoli all’agricoltura.

Anche i progetti agrivoltaici hanno dei limiti. In Francia, per esempio, i progetti devono mantenere almeno il 90% della produzione agricola rispetto ai rendimenti di riferimento stabiliti a livello locale, mentre in Italia la percentuale è del 70%.

La chiave, come spiega Pilar Flores, coordinatrice del progetto agrivoltaico finanziato dall’Unione Europea presso l’Istituto Murciano per la Ricerca e lo Sviluppo Agricolo e Ambientale, è garantire una perdita minima di terreno coltivabile.

Quali sono i vantaggi per gli agricoltori?

L’agrivoltaico può essere una scelta vantaggiosa per diversi agricoltori. A seconda dei casi, infatti, l’agrivoltaico può migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua, proteggere i raccolti dalle condizioni meteorologiche e aumentare la produttività dei terreni. Se si inizia a pensare agli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli come a un sistema per proteggere questi ultimi dai cambiamenti climatici, allora l’agrivoltaico può diventare un vantaggio reale per gli agricoltori, pur riducendo leggermente la percentuale di terreno dedicata alla sola coltivazione.

L’agrivoltaico infatti rappresenta uno strumento fisico per evitare l’abbandono dei terreni, ridurre i cali di profitto per gli agricoltori e proteggere i campi da caldo e piogge eccessive. I pannelli banalmente proiettano ombra, riducendo l’evaporazione e quindi aiutando il terreno a trattenere l’umidità.

Quali sono gli svantaggi?

La verità è che i benefici descritti non sono garantiti. “Tutte queste opportunità vengono talvolta presentate come se fossero scontate, ma dipendono dal sistema agrivoltaico utilizzato e dalle caratteristiche del territorio”, spiega Flores.

In alcuni casi i territori vengono sottoposti a uno stress aggiuntivo in presenza di pannelli fotovoltaici e quindi bisogna analizzare caso per caso per capire se ci siano vantaggi o meno. È della stessa opinione il presidente dell’Associazione Rurale Italiana, Fabrizio Garbarino:

L’agrivoltaico sta approfittando della crisi del settore agricolo in Italia, mentre dovremmo concentrarci su soluzioni concrete per prevenire l’abbandono dei terreni agricoli.

Le grandi aziende tecnologiche promettono risultati anche per gli agricoltori, ma come abbiamo visto non sono scontati. In uno studio del 2025 si è scoperto che l’agrivoltaico favorisce i grandi agricoltori, i proprietari terrieri e gli investitori, a scapito dei piccoli agricoltori e delle comunità locali.

I motivi sono gli elevati costi iniziali e le lunghe attese per l’allacciamento alla rete elettrica. In Italia circa 775 milioni di euro di fondi pubblici destinati ai progetti agrivoltaici sono stati impiegati su larga scala, su proprietà di multinazionali straniere e non dei piccoli agricoltori. I grandi investitori così si insediano in luoghi che spesso non conoscono e ottengono solo i benefici economici della produzione energetica, non garantendo lo stesso risultato agli agricoltori che quel terreno lo hanno ceduto.

L’agrivoltaico ha il potenziale per essere un beneficio per entrambe le parti, per chi investe nell’energia e per chi coltiva la terra, ma deve partire da una coordinazione comune, senza mai smettere di pensare al terreno e alla comunità locale.

Caro voli, Ryanair prevede «il più grande aumento della storia»: quanto e quando

24 October 2026 at 06:00

“Assisterete al più grande aumento dei prezzi dei biglietti aerei, direi, della storia in Europa nei prossimi 12 mesi”, lo ha dichiarato Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair. L’avvertimento è stato lanciato il 20 ottobre 2026 durante una conferenza stampa a Bruxelles e, stando alle giustificazioni date dal Ceo, non sembrerebbe essere oggi un’eventualità così improbabile.

Perché nel 2027 aumenteranno i prezzi dei voli in Europa

La previsione di O’Leary si fonda su due fattori principali:

  • l’aumento dei costi operativi delle compagnie aeree, soprattutto per via del costo del carburante sempre più alto;
  • una possibile riduzione dell’offerta di posti a causa di fallimenti e operazioni di acquisizione nel settore. Se alcuni vettori dovessero uscire dal mercato o ridurre le proprie attività, una parte della capacità di trasporto verrebbe meno.

Si tratta di due dinamiche che, agendo contemporaneamente, potrebbero spingere verso l’alto i prezzi dei biglietti. Quando il costo del carburante cresce rapidamente, infatti, le compagnie devono decidere come assorbire la spesa aggiuntiva. Possono quindi ridurre i margini di profitto, cercare risparmi in altre aree oppure trasferire almeno una parte dei maggiori costi sui passeggeri, attraverso tariffe più elevate.

La combinazione tra carburante più caro e minore disponibilità di posti, poi, potrebbe creare le condizioni per un trend al rialzo sempre più sostenuto. Quando la domanda rimane elevata ma diminuisce il numero di sedili disponibili, come in ogni economia, le aziende hanno un maggiore margine nell’aumentare i prezzi, soprattutto sulle rotte e nelle date più richieste.

Di quanto potrebbero aumentare i biglietti aerei

L’amministratore delegato di Ryanair, nel suo intervento, ha parlato di aumenti compresi tra il 10% e il 20% nel giro di un anno. Se le cose dovessero andare veramente così, gli incrementi riguarderebbero senza alcuna distinzione sia i voli low cost che le tratte standard, fino a ripercuotersi sugli spostamenti a medio e lungo raggio (nazionali e internazionali).

Di seguito, alcuni esempi di quanto potrebbe arrivare a costare un volo:

Prezzo attuale Con aumento del 10% Con aumento del 15% Con aumento del 20%
30 € 33,00 € 34,50 € 36,00 €
50 € 55,00 € 57,50 € 60,00 €
100 € 110,00 € 115,00 € 120,00 €
200 € 220,00 € 230,00 € 240,00 €
300 € 330,00 € 345,00 € 360,00 €

Il peso maggiore ricadrebbe sulle famiglie. Per quattro passeggeri, ad esempio, quattro biglietti da 100 euro ciascuno costerebbero complessivamente 400 euro. Con un aumento del 20%, la spesa salirebbe a 480 euro (80 euro in più per lo stesso viaggio, a parità di condizioni).

L’impatto potrebbe essere ancora più significativo per chi deve acquistare biglietti per le vacanze, quando la domanda tende a concentrarsi in periodi specifici e le tariffe possono già essere elevate.

Le destinazioni più a rischio aumento

Anche se O’Leary ha parlato in generale di aumenti per il mercato europeo, non indicando precisamente quali rotte diventeranno più costose, dalle sue parole sono emersi alcuni indizi sui fattori che potrebbero rendere determinati collegamenti particolarmente esposti ai rincari.

  • il primo riguarda le rotte con una domanda elevata e un’offerta limitata. Se il numero di posti disponibili dovesse diminuire, i collegamenti verso le destinazioni turistiche più richieste potrebbero diventare più costosi, soprattutto nei fine settimana, durante le festività e nei mesi estivi. La dinamica dipenderà anche dalla possibilità per i passeggeri di scegliere aeroporti alternativi;
  • un secondo elemento riguarda i collegamenti serviti da vettori che dovessero ridurre le proprie attività o uscire dal mercato. Se una compagnia abbandonasse una rotta e gli altri operatori non compensassero la perdita di capacità, i passeggeri potrebbero trovarsi con meno voli tra cui scegliere. In questo scenario, anche le destinazioni normalmente raggiungibili con tariffe low cost potrebbero diventare meno accessibili.

Quando scattano gli aumenti

Molti vettori utilizzano strategie di copertura finanziaria, note come hedging, per proteggersi dalle oscillazioni dei prezzi del carburante. Attraverso questi strumenti, una compagnia può bloccare in anticipo il costo di una parte del carburante che prevede di acquistare nei mesi successivi, riducendo l’esposizione a eventuali rialzi del mercato.

La stessa linea è stata seguita da Ryanair che, come riferito dal Ceo, quando il conflitto in Iran è iniziato, alla fine di febbraio 2026, aveva già coperto circa l’80% del proprio fabbisogno di carburante fino a marzo 2027, a un prezzo di 67 dollari al barile.

La situazione, però, cambierà a partire da aprile 2027. Per il periodo successivo, Ryanair avrebbe coperto soltanto il 15% del proprio fabbisogno di carburante a un prezzo di 85 dollari al barile, rimanendo quindi esposta alle oscillazioni del mercato per la parte restante. E dalle dichiarazioni di O’Leary, anche molte altre compagnie europee si trovano in una posizione simile.

Afd vuole smantellare l’Unione europea, ma Meloni e Le Pen hanno altri piani

24 October 2026 at 03:45

C’è una certa pigrizia intellettuale nel definire Alternative für Deutschland un partito xenofobo di estrema destra. Lo è, ma non solo. A distinguere l’AfD da buona parte dei movimenti sovranisti europei c’è una formazione economica legata alla diffidenza verso qualsiasi forma di condivisione del debito. Il partito nacque nel 2013 per iniziativa di Bernd Lucke, professore di economia ad Amburgo, e di altri accademici contrari ai salvataggi dei paesi indebitati durante la crisi dell’euro. La Grecia, e per un soffio l’Italia. Poi è arrivato il 2015, la crisi migratoria è diventata il tema del decennio e il partito è stato conquistato dalla destra nazionalista. Lucke se n’è andato, ma non la sua visione economica.

Nella prima stagione del populismo europeo, quella esplosa dopo la crisi finanziaria del 2008 e culminata con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, la ricetta sovranista era primitiva: incolpare l’Europa di qualsiasi male e uscire, preferibilmente sbattendo la porta. Giorgia Meloni chiedeva di abbandonare l’euro, Marine Le Pen prospettava persino un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione. Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD sosteneva il ritorno a una moneta nazionale. La leader Alice Weidel ha scelto una strategia più sofisticata, per attrarre il pragmatico elettorato tedesco: promettere di regredire l’Unione europea di almeno cinquant’anni. 

Il suo New Deal for Europe, presentato il 21 ottobre a Strasburgo, comincia da una proposta originale: abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e tornare a prima del 1979, quando i rappresentanti erano designati dai parlamenti nazionali. La Commissione verrebbe declassata a una sorta di segreteria al servizio dei governi. Un passo indietro che andrebbe persino oltre le origini dell’integrazione europea: già la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951 come primo nucleo della futura Unione, disponeva di un’Alta Autorità indipendente con poteri decisionali vincolanti. Anche la Corte di giustizia, istituita nel 1952, verrebbe sostituita da un tribunale arbitrale, competente soltanto sulle controversie relative ai trattati e non più sulle materie riservate agli Stati. Le costituzioni nazionali dovrebbero prevalere sul diritto europeo nelle competenze sottratte a Bruxelles. L’AfD conserverebbe invece il primato delle norme comuni nel mercato unico, che considera uno dei pochi compiti essenziali dell’Unione. Il principale centro delle decisioni politiche europee diventerebbe il Consiglio europeo, l’organo dove siedono i capi di Stato e di governo dei Ventisette Stati membri. 

Weidel vuole poi ridurre il bilancio comunitario, abolire le risorse proprie legate all’Iva e alla plastica non riciclata, impedire nuove emissioni di debito garantito congiuntamente e subordinare i fondi di coesione a risultati verificabili, utilizzando il veto tedesco sulle decisioni di finanziamento europeo per imporre le riforme. Berlino dovrebbe potersi sottrarre alle regole comuni sull’immigrazione attraverso deroghe garantite dai trattati, respingendo le quote di ricollocamento dei richiedenti asilo, e recuperare autonomia nella politica energetica, potendo scegliere liberamente fra nucleare, carbone, gas e rinnovabili.

Alla Banca centrale europea verrebbe chiesto di concentrarsi rigorosamente sulla stabilità dei prezzi, mentre le maggiori economie dell’eurozona dovrebbero contare di più nelle decisioni monetarie, attraverso diritti di voto proporzionati alle quote di capitale. Il piano chiede inoltre di porre fine al finanziamento indiretto dei debiti pubblici da parte della BCE. Al momento Afd non propone necessariamente di abolire l’euro, ma di riformarlo radicalmente, introducendo anche un meccanismo ordinato di insolvenza per gli Stati membri.

Che cosa rimarrebbe dopo questo smantellamento? Un’Unione ridotta alle poche funzioni che l’AfD considera davvero comuni: il mercato unico, la protezione delle frontiere esterne, la lotta alla criminalità transnazionale e la cooperazione nella ricerca, nell’industria e nella tecnologia militare. Ma con una differenza sostanziale: i grandi progetti comuni sarebbero decisi e finanziati dagli Stati, senza nuovo debito europeo, mentre Bruxelles avrebbe soprattutto il compito di coordinarli. Insomma, Weidel vuole spingersi più indietro delle origini stesse del progetto europeo, cancellando proprio quei poteri sovranazionali sui quali era stato costruito. La sovranità tedesca prima di tutto.

Per ora due ostacoli si frappongono tra Weidel e il suo progetto di rifondazione dell’Unione europea. Il primo è il calendario: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo uno scioglimento anticipato del Bundestag. Il secondo è la Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali escludono alleanze di governo con l’AfD. Il cancelliere Friedrich Merz ha ribadito il rifiuto dei cristianodemocratici di collaborare con Weidel. E anche gli importanti successi elettorali dell’AfD in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore non bastano a garantirle maggioranze autonome. Tre anni in politica sono un’eternità, e il tempo può giocare a favore di entrambe le parti. Gli avversari dell’AfD scommettono su un ridimensionamento del suo consenso; i sostenitori contano su un’ulteriore crescita elettorale che finisca per incrinare il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a fare i conti con Weidel.

Nel frattempo cambierà sicuramente la Francia: Emmanuel Macron non potrà candidarsi per un terzo mandato consecutivo e Marine Le Pen sa di essere la favorita alle elezioni presidenziali del 2027. Il 14 ottobre, una settimana prima di Weidel, ha illustrato a Bruxelles il proprio progetto europeo. Anche lei ha abbandonato l’idea di lasciare l’Unione. E anche lei vuole trasformare la Commissione in un organismo subordinato ai governi, riducendola a un segretariato e negandole competenze autonome nella sanità, nella sicurezza, nella diplomazia e nell’intelligence. Vorrebbe anche sopprimere il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, altre due istituzioni europee importanti, ma poco conosciute dal grande pubblico. Propone inoltre di limitare a cinque miliardi di euro annui il contributo netto francese al bilancio comunitario, rispetto ai circa otto miliardi del 2024. Non arriva però a chiedere la cancellazione delle elezioni dirette del Parlamento europeo. Né rinuncia all’idea che la cooperazione Ue possa rafforzare la capacità industriale, commerciale e tecnologica degli Stati: il programma del Rassemblement national del 2024 rivendicava progetti comuni nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non comportassero un’ulteriore cessione di sovranità politica.

Le differenze più interessanti riguardano l’economia. Le Pen propone di armonizzare alcune imposte europee, in particolare quelle su tabacco e alcol, e di introdurre un’aliquota comune fra il 20 e il 25 per cento per le grandi imprese, nel tentativo di contrastare la concorrenza fiscale fra gli Stati. È una novità significativa rispetto agli ultimi mesi: Le Pen ora accetta alcune forme di armonizzazione tributaria, senza per questo sostenere un sistema fiscale federale. Weidel rifiuta nuovi trasferimenti di sovranità tributaria a Bruxelles e persino l’armonizzazione europea delle politiche sociali, dal salario minimo all’assicurazione contro la disoccupazione.

La leader francese vorrebbe una Banca centrale europea più attenta all’occupazione, alla crescita e all’innovazione, mentre la politica tedesca chiede soprattutto rigore monetario. Entrambe rifiutano però la mutualizzazione dei debiti pubblici e la trasformazione dell’Unione in un’unione permanente di trasferimenti finanziari. Anche sul clima divergono: Le Pen sostiene una tassa sul carbonio alle frontiere europee, con esenzioni per i beni che l’Europa non produce, e propone perfino di commisurare una parte dei contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’intensità delle emissioni dei singoli paesi.

L’AfD rivendica la libertà di utilizzare carbone e gas senza vincoli comunitari, ma anche il nucleare e le rinnovabili, secondo le scelte dei governi nazionali. Entrambe contestano il Green Deal, ma Le Pen conserva una concezione protezionistica dell’intervento europeo, mentre Weidel privilegia la deregolamentazione e la libertà di scelta degli Stati. È difficile immaginare che gli interessi di una Francia fortemente indebitata e quelli della Germania descritta da Weidel possano coincidere semplicemente perché entrambe sarebbero governate dalla destra nazionalista.

Un accordo sarebbe invece più facile sull’Ucraina. Pur avendo condannato formalmente l’invasione russa, Le Pen vuole interrompere i finanziamenti francesi a Kyjiv, conservando l’addestramento dei soldati ucraini e alcune forniture di equipaggiamenti militari, e chiede la revoca delle sanzioni contro Mosca. Weidel sostiene che la Germania debba smettere di finanziare una guerra che considera impossibile da vincere per gli ucraini. Entrambe chiedono negoziati con Putin. Un’eventuale intesa fra Parigi e Berlino su questa linea cambierebbe profondamente la politica europea verso l’aggressione russa.

E Meloni? Se rimarrà a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, forse già nella primavera del 2027, l’Unione potrebbe ritrovarsi con tre grandi paesi guidati dalla destra, senza per questo avere tre governi d’accordo sul futuro dell’Europa. La presidente del Consiglio condivide la critica all’accentramento delle competenze e sostiene un modello confederale fondato sulla sovranità nazionale. Il programma presentato da Fratelli d’Italia alle elezioni europee del 2024 attribuisce però a Bruxelles responsabilità importanti nella difesa. Meloni vuole inoltre rafforzare gli strumenti comuni per il controllo delle frontiere e continua a considerare i finanziamenti europei essenziali per gli investimenti strategici. E soprattutto sulla guerra in Ucraina non ha mai avuto dubbi, schierandosi sempre a favore di Kyjiv.

L’Europa delle nazioni immaginata da Meloni non prevede dunque lo svuotamento delle istituzioni comunitarie, ma una diversa distribuzione dei loro poteri. Fratelli d’Italia sostiene una politica industriale comune della difesa, integrata nella Nato, e l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali e, secondo criteri di merito, all’Ucraina e alla Moldova. Sul piano economico difende i fondi di coesione e la Politica agricola comune, chiede maggiore flessibilità nelle regole di bilancio e non esclude il debito comune per finanziare obiettivi specifici. Per Meloni la sovranità nazionale non è incompatibile con un’Unione dotata di risorse e capacità d’intervento. L’obiettivo è cambiarne le priorità: meno vincoli ambientali e burocratici, più competitività, investimenti e autonomia strategica.

La differenza tra le tre leader si vede anche nei seggi del Parlamento europeo. Tre partiti in tre eurogruppi diversi: Fratelli d’Italia nei Conservatori e Riformisti europei, il Rassemblement national nei Patrioti per l’Europa con la Lega di Matteo Salvini e l’AfD in Europa delle Nazioni Sovrane con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Una divisione che non risponde soltanto a rivalità politiche e personali, ma riflette anche idee differenti su quali poteri, risorse e responsabilità affidare alle istituzioni europee.

A luglio la delegazione di Fratelli d’Italia ha sostenuto prevalentemente l’avvio dei negoziati sull’euro digitale, osteggiato dai gruppi di Le Pen e Weidel. Il 21 ottobre, poche ore dopo la presentazione del piano dell’AfD, i 22 eurodeputati di Meloni che hanno partecipato al voto sul bilancio europeo per il 2027 si sono astenuti. I Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane hanno invece votato contro.

Meloni ha scelto di utilizzare le istituzioni europee per modificarne le politiche, costruendo maggioranze diverse secondo le convenienze. Le Pen vuole subordinare maggiormente Bruxelles ai governi nazionali. Weidel propone di riscrivere l’architettura istituzionale dell’Unione. Per riuscirci avrebbe bisogno anche dei voti degli altri Stati, perché una revisione dei trattati richiede il loro accordo e le successive ratifiche nazionali.

Fratelli d’Italia è invece più vicina alle altre destre sull’immigrazione. Il 17 giugno Fratelli d’Italia ha sostenuto insieme ai Patrioti per l’Europa e al gruppo dell’AfD le nuove regole europee sui rimpatri, approvate con 418 voti favorevoli. Una convergenza simile si era verificata nel novembre 2025, quando popolari e destre avevano approvato l’alleggerimento degli obblighi di sostenibilità delle imprese. Su questi dossier una maggioranza alternativa a quella tradizionale di Bruxelles esiste già, e può produrre risultati legislativi concreti. Ma per immaginare il futuro dell’Ue non si può vivere di sola politica migratoria. 

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La Repubblica di San Marino cerca nel mercato unico una crescita senza scorciatoie fiscali

24 October 2026 at 03:45

Per anni San Marino è stata agli occhi di molti italiani soprattutto un posto dove le tasse erano più basse e le banche facevano meno domande. Una reputazione che aveva le basi nel segreto bancario e nella possibilità di tenere capitali al riparo dal fisco italiano, due elementi che avevano contribuito alla fortuna economica della Repubblica. Oggi quel modello è tramontato e l’accordo di associazione firmato lo scorso lunedì con l’Unione europea racconta quanto sia cambiato il Paese.

Il trattato, sottoscritto il 19 ottobre insieme ad Andorra dopo oltre dodici anni di negoziati, consentirà a San Marino di partecipare più ampiamente al mercato unico senza diventare membro dell’UE. Una scelta significativa per uno Stato di appena trentaquattromila abitanti –meno di un quarto di quelli del vicino Comune di Rimini– che per decenni ha tratto vantaggio dalle differenze con il sistema italiano e ora almeno in campo economico ha interesse a ridurle.

Il vecchio modello mostrò tutti i suoi limiti già durante la crisi finanziaria. Le banche sammarinesi raccoglievano capitali soprattutto dall’Italia, attirando clienti anche grazie alla riservatezza garantita sui depositi. Lo scudo fiscale varato da Roma nel 2009, insieme alla crescente pressione internazionale per una maggiore trasparenza, mise in crisi quel sistema. Tra la fine del 2008 e la metà del 2010 i depositi bancari diminuirono di circa il trentacinque percento. Negli anni successivi il settore si ridimensionò profondamente, con il numero delle banche sceso da dodici a quattro e ripetuti interventi pubblici di sostegno. Ancora nel 2025, secondo il Fondo monetario internazionale, il rapporto tra crediti deteriorati netti e prestiti netti era dell’11,1 percento.

L’industria intanto è diventata uno dei principali punti di forza dell’economia. La manifattura produce circa un terzo del valore aggiunto nazionale ed esporta quasi nove decimi della propria produzione. Impiega inoltre più di un lavoratore su tre nel settore privato. Per avere un termine di paragone, ad Andorra la manifattura pesa appena per il quattro percento del valore aggiunto. San Marino somiglia piuttosto al Liechtenstein, dove l’industria ha un impatto analogo.

Il FMI osserva anche che le esportazioni sammarinesi sono relativamente diversificate rispetto a quelle di altri microstati, soprattutto considerando i singoli prodotti. Un risultato non scontato per un Paese di queste dimensioni, anche se la dipendenza dalla domanda estera lo espone alle difficoltà dei suoi principali mercati.

Il legame con l’Italia è particolarmente evidente nel lavoro. A settembre 2025 erano oltre 8.600 i frontalieri impiegati a San Marino. Le imprese della Repubblica dipendono quindi sia dai clienti stranieri sia da una forza lavoro che arriva quotidianamente dal territorio italiano.

Non tutte le distanze dall’Italia, però, scompariranno. Nel 2014 San Marino è uscita dalla lista italiana dei territori a fiscalità privilegiata, dopo anni di tensioni e un progressivo adeguamento agli standard internazionali sulla trasparenza. Oggi non compare neppure nella lista europea delle giurisdizioni fiscali non cooperative. La Repubblica conserva comunque una propria politica tributaria, che si riflette ad esempio nei prezzi dei carburanti, inferiori a quelli italiani grazie a un diverso regime di imposte.

Ma la questione più difficile resta quella bancaria. L’accesso ai mercati finanziari europei sarà graduale e subordinato a verifiche sulla regolamentazione e sulla vigilanza. Le cautele di Bruxelles riflettono i problemi di un settore che, nonostante i progressi nel risanamento, presenta ancora fragilità patrimoniali e difficoltà di redditività. L’integrazione offrirà nuove opportunità, ma imporrà anche controlli più stringenti.

L’intesa comporta anche un compromesso politico. Per accedere più ampiamente al mercato unico, San Marino dovrà applicare molte delle norme europee che lo regolano, pur non essendo membro dell’Unione. Potrà partecipare alle consultazioni previste dall’accordo, ma non avrà il diritto di voto degli Stati membri nelle istituzioni europee. 

Sul piano diplomatico, invece, San Marino continuerà a rivendicare una tradizione di neutralità attiva, che non le impedisce di prendere posizione nelle crisi internazionali. Nel 2023 è stata tra i membri fondatori del Registro dei danni per l’Ucraina, istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa, mentre nel settembre 2025 ha riconosciuto lo Stato di Palestina, a differenza dell’Italia. Due scelte che mostrano come la Repubblica cerchi di esercitare la propria autonomia soprattutto attraverso le istituzioni multilaterali.

Il trattato dovrà ancora completare le procedure necessarie per entrare pienamente in vigore. San Marino ha firmato l’accordo con un’economia più diversificata rispetto al passato, ma anche con un sistema bancario che continua a pagare il prezzo dei vecchi squilibri. La scommessa europea nasce da entrambe queste condizioni, dalle esigenze di un’industria che lavora per l’estero e dalla necessità di non tornare al modello che aveva reso la Repubblica una piazza finanziaria prospera ma vulnerabile.

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“Vi indignate per le vetrine, ma non per chi non riesce a pagare l’affitto. Siete parte del problema”: l’eurodeputata Montero contro il Parlamento Ue

23 October 2026 at 16:07

“Se vi fa arrabbiare tantissimo un cassonetto bruciato in Francia e se trovate insopportabile una vetrina rotta in Italia, ma non vi indignate per la gente che non riesce a pagare l’affitto o per i milioni di giovani che, a causa delle vostre politiche, sono costretti a studiare in baracche, vuol dire che voi siete parte del problema“. È il duro affondo dell’eurodeputata di Podemos Irene Montero contro il Parlamento Europeo, in risposta ai commenti dei suoi colleghi sugli episodi, avvenuti in diversi Paesi, in cui migliaia di giovani hanno manifestato con violenza la loro rabbia sociale.

La politica spagnola ha accusato il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa e i presenti di essere più preoccupati per le banche, i fondi di investimento e le multinazionali, che delle persone schiacciate da violenza sociale ed economica. Cittadini che vedono i loro governi dirottare sul riarmo fondi che dovrebbero essere utilizzati per la sanità, per il diritto all’abitare o per l’istruzione. “Siete voi parte del problema”, ha concluso Montero.

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Difendere l’indipendenza dei giudici, non sempre il loro operato

23 October 2026 at 11:00

Un tribunale non diventa infallibile perché riceve un premio. E non perde il diritto di lavorare perché irrita una grande potenza. Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento europeo alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari merita di essere sostenuto a partire da queste due convinzioni. Insieme, senza cancellarne una per rendere più comoda l’altra.

Le sanzioni dell’amministrazione Trump contro la Corte pretendono di risolvere con la forza politica controversie che richiedono argomenti giuridici. Colpire un’istituzione e chi vi lavora perché indaga sugli Stati Uniti o sui loro alleati significa affermare che il diritto può arrivare soltanto dove il potente di turno gli permette di arrivare. L’Europa fa bene a opporsi. Il premio deve però esprimere una difesa dell’indipendenza dei giudici, non un’approvazione preventiva di ogni loro decisione.

In passato ho mosso obiezioni al mandato di arresto contro Benkamin Netanyahu e Yoav Gallant che mantengo. Ma proprio per questo occorre distinguere. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale riguarda presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non il genocidio. Pur non essendo una sentenza, lo ritengo ingiustificato: si è sovrapposto al sistema giudiziario di uno Stato democratico in cui, come in Israele, la giustizia è libera e indipendente e non dipende dal governo. Mi è parso del tutto intempestivo: la Corte è chiamata a intervenire solo quando gli Stati non sono disposti o non sono in grado di perseguire genuinamente i responsabili a livello nazionale, e non sostituisce le giurisdizioni interne. La Corte ha valutato diversamente, ed è su questo terreno, quello giuridico, che il confronto va fatto, non con le sanzioni.

Il ricorso per genocidio è stato invece presentato dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha ritenuto «plausibili» almeno alcuni dei diritti invocati, in particolare il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti di genocidio, e ha disposto misure provvisorie. Nel merito, però, la CIG non ha ancora deciso. Non viene dalla CPI neppure l’accusa di genocidio avanzata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite allora presieduta da Navi Pillay, che pure è stata giudice della CPI dal 2003 al 2008. È bene non confondere istituzioni, procedimenti e responsabilità per non confondere critiche e propaganda.

Il Nobel per la pace a Pillay riconosce il suo impegno per il diritto internazionale, ma non deve trasformarsi nella consacrazione delle conclusioni della commissione su Gaza, come era prevedibile sarebbe successo. Un Nobel non è una sentenza e non sostituisce la prova. Dopo il Nobel, Pillay ha insistito nel considerare l’accusa pienamente dimostrata, paragonandola al genocidio compiuto dagli Hutu nei confronti dei Tutsi in Ruanda, in cui vennero sterminate centinaia di migliaia di persone con machete, bastoni chiodati e armi da fuoco. La mia obiezione riguarda soprattutto l’uso dell’autorità morale del Nobel e il presentare come definitivamente risolto ciò che deve essere discusso e dimostrato.

Tutto questo rende ancora più necessaria la difesa dell’indipendenza della Corte penale internazionale, creata dallo Statuto di Roma del 1998 (entrato in vigore nel 2002) e chiamata a perseguire le persone fisiche, non gli Stati, per i crimini più gravi di rilevanza internazionale. Se chiediamo ai giudici di rispondere delle loro decisioni attraverso prove, motivazioni e garanzie, dobbiamo proteggerli dalle ritorsioni di chi vorrebbe sostituire quel confronto con l’intimidazione.

I meriti della Corte vanno molto al di là dei dubbi che può aver suscitato. Basti ricordare la condanna di Thomas Lubanga nel 2012, primo verdetto della sua storia, per aver arruolato bambini soldati nel conflitto in Congo: la prova che la giustizia internazionale può arrivare a sentenze fondate su prove e garanzie. Oppure il mandato di arresto per Vladimir Putin e la commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Alekseyevna Lvova-Belova, accusati dei crimini di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina occupata alla Russia; nel loro caso non c’era certo da aspettarsi l’intervento dei tribunali russi.

La scelta del Parlamento europeo è stata saggia ed è la migliore risposta a chi, come Donald Trump, in collusione con Vladimir Putin e Xi Jinping, cerca di liquidare definitivamente il diritto internazionale e gli organismi transnazionali.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Assicurazioni, tariffe in calo: per le imprese si riapre la partita dei costi

23 October 2026 at 08:13

Quando si gestisce un’impresa, ogni costo fisso pesa e l’assicurazione, spesso, finisce tra le spese che si rinnovano senza avere il tempo di rimettere tutto in discussione. Questa volta, però, fermarsi a confrontare le condizioni potrebbe fare la differenza.

Nel terzo trimestre 2026 le tariffe delle assicurazioni aziendali sono diminuite mediamente del 5% nel mondo e del 6% in Europa. Lo rileva il Global Insurance Market Index di Marsh. A livello globale è il nono trimestre consecutivo di ribassi.

Per le imprese italiane è un segnale da considerare in vista del rinnovo. Non significa che ogni polizza costerà meno, ma che il mercato può offrire maggiori possibilità di negoziare.

Perché le tariffe scendono anche se i rischi restano

L’apparente contraddizione è questa: le aziende continuano a confrontarsi con incertezza internazionale, eventi naturali e minacce informatiche, mentre il prezzo di molte coperture diminuisce.

La spiegazione è, soprattutto, finanziaria. Secondo Marsh, gli assicuratori dispongono di capitale abbondante e beneficiano di buona redditività, maggiori rendimenti degli investimenti e minori costi della riassicurazione, cioè la protezione che acquistano per trasferire parte dei rischi assunti.

Queste condizioni alimentano la concorrenza. Per mantenere i clienti o acquisirne di nuovi, le compagnie possono offrire tariffe più competitive. Il calo dei prezzi non certifica, quindi, una diminuzione dei pericoli, ma un mercato più favorevole a chi acquista coperture. Nel trimestre alcuni rinnovi hanno consentito anche massimali più elevati e franchigie inferiori.

Dove si concentrano i ribassi in Europa

Il dato medio nasconde differenze importanti. Nel mercato europeo le riduzioni più marcate riguardano le assicurazioni sui beni e quelle contro i rischi informatici.

Comparto Variazione delle tariffe in Europa, terzo trimestre 2026
Indice complessivo −6%
Danni ai beni, ramo property −9%
Responsabilità civile, ramo casualty −3%
Rischi finanziari e professionali −4%
Rischi informatici, ramo cyber −9%

Fonte: Marsh. Variazioni rilevate ai rinnovi; l’indice riflette la composizione del portafoglio clienti del gruppo. Le percentuali non si sommano.

Dietro queste categorie ci sono esigenze quotidiane: proteggere macchinari e magazzini, affrontare una richiesta di risarcimento, sostenere le conseguenze di un incidente digitale. Le assicurazioni contro i rischi informatici rispondono a esposizioni differenti dalla responsabilità civile professionale, che tutela dalle conseguenze economiche degli errori commessi nell’attività.

Che cosa cambia per le imprese italiane

Il primo elemento da chiarire è che il rapporto non certifica uno sconto del 6% per ogni azienda italiana. È una rilevazione europea delle tariffe, non una misura della spesa assicurativa di tutte le imprese.

La distinzione tra tariffa e premio è decisiva. La tariffa esprime il prezzo applicato al rischio. Il premio complessivo dipende anche dai beni assicurati, dalle garanzie e dalle condizioni contrattuali.

Un’azienda che acquista nuovi impianti o aumenta le scorte può, quindi, pagare più dell’anno precedente anche con una tariffa in discesa. Allo stesso modo, ampliare la protezione può assorbire il beneficio del ribasso.

Marsh segnala, inoltre, che esposizione alle catastrofi e qualità della documentazione continuano a influenzare le offerte europee. Il risultato del rinnovo dipende anche da come viene valutata la singola attività.

Quanto può valere il risparmio

Un esempio permette di dare concretezza alle percentuali. Su un premio di 10.000 euro, esclusi imposte e altri oneri, una riduzione effettiva del 6% porterebbe l’importo a 9.400 euro, con un risparmio di 600 euro.

È un calcolo illustrativo, non un preventivo: presuppone che restino identici beni assicurati, rischi, garanzie e condizioni. Non considera gli effetti fiscali.

Per un’impresa sarebbe una minore uscita di cassa, ma se il prezzo inferiore comportasse una franchigia più alta, una parte del vantaggio corrisponderebbe a un rischio maggiore rimasto sulle sue spalle. Il confronto deve, quindi, comprendere massimali, esclusioni e quota del danno a proprio carico.

Merita attenzione anche l’interruzione dell’attività: una polizza può proteggere un macchinario senza coprire tutte le perdite economiche legate al fermo. Cause ammesse, durata della garanzia ed eventuali periodi di attesa cambiano il valore effettivo della protezione.

Il rinnovo diventa una decisione di bilancio

Per chi deve far quadrare i conti, risparmiare sul premio può liberare liquidità. Mantenere la stessa spesa ottenendo una copertura migliore può, invece, ridurre il peso economico di un imprevisto.

Il rapporto Marsh offre un riferimento per riaprire questo confronto. La domanda utile, al rinnovo, è quanto cambia il costo a parità di protezione. Perché il risparmio che conta è quello che alleggerisce il bilancio senza lasciare l’impresa più esposta proprio quando avrebbe bisogno di sostegno.

Correggere il Green Deal dovrebbe servire a renderlo efficace

22 October 2026 at 11:00

Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.

In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.

Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?

C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.

Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.

Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.

Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.

Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.

Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.

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Ciclone Harry, dall’Ue 74,9 milioni all’Italia: a cosa serviranno gli aiuti

22 October 2026 at 06:00

Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.

Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.

Ciclone Harry, quanto riceverà l’Italia dall’Unione europea

La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.

Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.

A cosa serviranno i fondi per il ciclone Harry

Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.

Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.

Fondo di solidarietà Ue, come funziona

Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.

Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.

Putin dice di voler trattare con l’Ucraina, ma continua a bombardarla

22 October 2026 at 06:40

Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.

Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.

A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.

Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.

La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.

Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.

Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.

Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.

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Francia e Germania mettono da parte le rivalità per arginare la Cina

22 October 2026 at 03:45

Aerial view of new cars waiting for shipment at a port in Shanghai, China, Wednesday, Jan. 14, 2026. (Chinatopix Via AP) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Francia e Germania sono sempre state come cane e gatto. Per almeno un secolo e mezzo, la politica europea è stata attraversata dalla loro rivalità. Oggi a riavvicinarle è il timore verso la sovraccapacità industriale cinese, anche perché il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina ammonta a un miliardo di euro al giorno. Il 5 ottobre Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno scritto congiuntamente a Ursula von der Leyen chiedendo uno strumento per escludere un Paese terzo dal mercato unico. Obiettivo tacito, la Cina. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginarlo, soprattutto da parte tedesca, poiché la Germania è legata a doppio filo alle imprese cinesi.

Non che Parigi e Berlino siano improvvisamente del tutto d’accordo su come proteggere l’industria europea. La posta in gioco riguarda l’intera base industriale, dall’acciaio alle tecnologie pulite. Proprio sull’automotive si erano trovate su fronti opposti. Sulle emissioni delle nuove auto al 2035, Berlino voleva obiettivi più leggeri mentre Parigi resisteva. Sull’Industrial Accelerator Act (Iaa), la proposta con cui Bruxelles vuole usare appalti e incentivi pubblici per sostenere la produzione europea, i ruoli erano invertiti. Parigi voleva un “Made in Europe” rigido, Berlino temeva di escludere partner importanti e di spezzare le catene di fornitura della sua industria. Il 16 ottobre, l’armistizio. La Francia ha accettato un obiettivo di riduzione delle emissioni delle nuove auto del 90% entro il 2035; la Germania ha accettato un criterio “Made in Europe” per l’auto nell’Iaa. Entrambi i dossier sono ingabbiati nel trilogo, e il compromesso politico rimane tutto da tradurre in realtà.

È stata la Cina a spingere Francia e Germania verso l’intesa. A metà giugno i leader europei avevano chiesto alla Commissione di provare la strada del dialogo con Pechino per riequilibrare il deficit commerciale, preparandosi a intervenire se entro l’autunno non fossero arrivati risultati. Il 29 giugno Maroš Šefčovič, Commissario europeo al Commercio, e il ministro cinese del Commercio Wang Wentao hanno così inaugurato le Eu-China Trade and Investment Consultations. Il primo banco di prova è stato l’automotive. Nel 2024 l’Ue aveva imposto dazi sulle auto elettriche cinesi ma non sulle ibride, e i produttori cinesi hanno sfruttato la falla. Quando Pechino ha rifiutato di limitare le esportazioni, la Commissione ha iniziato a preparare una reazione, un cosiddetto “strumento di salvaguardia”. Lo strumento è rapido ma ha un difetto. Le regole dell’Omc impongono di applicarlo a tutti, senza discriminazioni. Per fermare la Cina, Bruxelles avrebbe colpito anche Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e gli altri partner. È l’obiezione che si sente spesso a porte chiuse a Bruxelles: le salvaguardie colpirebbero soprattutto i paesi like-minded.

È qui che si situa l’iniziativa Macron-Merz. La loro lettera del 5 ottobre propone un nuovo strumento, diverso da quello di salvaguardia, per reagire in maniera rapida alle distorsioni commerciali, fino a interrompere l’accesso al mercato interno. La minaccia è bastata, e il 9 ottobre Pechino ha accettato un tetto di trecentocinquantamila auto ibride nel primo anno: meno della metà di quelli attesi, ma comunque più di quelli importati nel 2025. In cambio, Pechino ha accettato anche di continuare a facilitare le licenze per l’esportazione verso l’Europa di terre rare e magneti permanenti.

È un compromesso che mostra insieme la forza e i limiti dell’Unione europea. L’accesso a un mercato di quattrocentocinquanta milioni di consumatori offre a Bruxelles una leva che Pechino non può ignorare. Ma colpire in maniera mirata un singolo concorrente sleale senza coinvolgere gli alleati è piuttosto difficile. È il problema che l’Europa sta cercando di risolvere con l’Iaa. In Parlamento sono stati depositati circa cinquemila emendamenti e anche i grandi gruppi come il Partito Popolare sono divisi tra due impostazioni: partire da un numero ristretto di Paesi e ammettere progressivamente i partner che rispettano determinate condizioni, oppure partire da un perimetro più ampio e lasciare alla Commissione il compito di escludere chi non garantisce reciprocità. Anche gli Stati stanno cercando un compromesso: la presidenza irlandese del Consiglio ha proposto di valutare l’accesso prodotto per prodotto e Paese per Paese, sulla base degli impegni commerciali assunti dall’Ue. È in questo negoziato che acquista peso l’armistizio del 16 ottobre. Francia e Germania propongono una possibile via di mezzo: un “Made in Europe” aperto anche ad alcuni partner europei esterni all’Unione, a condizione di reciprocità e di allineamento alle regole europee. Che questo diventi un paradigma per tutti i settori non è scontato, considerando che ognuno ha interessi divergenti. Ad esempio, chi produce acciaio chiede definizioni strette, mentre i settori più integrati nelle catene globali temono di perdere fornitori e mercati.

Dopo anni passati a discutere se l’Europa debba proteggere più attivamente la propria industria, qualcosa si muove. Quali prodotti considerare europei, quali partner ammettere nel “Made in Europe” e quali condizioni chiedere in cambio? Il compromesso Macron-Merz non risolve ancora queste domande. Ma il fatto che Parigi e Berlino abbiano cominciato a formularle insieme è una novità importante.

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Mario Draghi: “C’è un problema comune sotto le proteste: Europa offre poche possibilità”

21 October 2026 at 11:29

Mario Draghi richiama l’attenzione sulle difficoltà economiche dei giovani europei, collegando le proteste degli ultimi giorni alla mancanza di crescita e alle disuguaglianze tra generazioni. L’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano è intervenuto durante una conferenza di Citadel Securities, rispondendo alle domande della giornalista di Bloomberg Lisa Abramowicz. Secondo Mario Draghi, alla base delle proteste che hanno interessato diverse città europee c’è una difficoltà strutturale legata alle prospettive economiche delle nuove generazioni.

Draghi sulle proteste dei giovani: “Aspettative bloccate”

L’ex premier ha parlato di “aspettative bloccate”, spiegando che molti giovani “hanno la sensazione che nessuno li ascolti”. Il problema riguarda soprattutto la possibilità di trovare un’occupazione stabile, migliorare la propria condizione economica e affrontare i cambiamenti del mercato del lavoro.

“La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla”, ha dichiarato Draghi. L’ex presidente della Bce ha sottolineato che i giovani “faticano a trovare un impiego” e devono confrontarsi con “una società in rapidissima trasformazione tecnologica”. La mancanza di prospettive economiche, secondo Draghi, “genera ansia” e contribuisce ad alimentare il malcontento sociale.

La stagnazione economica in Europa

Nel corso dell’intervista Mario Draghi ha individuato nella stagnazione economica uno dei principali problemi strutturali dell’Unione europea. “Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca”, ha affermato. Nonostante alcune revisioni al rialzo delle previsioni economiche, l’ex premier ritiene che il continente continui a confrontarsi con le difficoltà di “una società ricca, certamente, anziana e che non cresce”.

La crescita insufficiente rischia di accentuare le differenze tra chi occupa già una posizione lavorativa consolidata e chi cerca di entrare nel mercato del lavoro. “Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani”, ha spiegato Draghi.

Riferendosi alle manifestazioni e agli scontri registrati a Parigi e Milano, l’ex premier ha precisato che la violenza “va condannata in ogni circostanza”. Le dinamiche politiche e gli episodi di disordine rappresentano, nella sua analisi, fattori che amplificano un problema economico e sociale già presente.

Le due condizioni necessarie per un intervento della Bce

Nell’analisi di Mario Draghi sono due gli elementi principali che potrebbero rendere necessario un intervento della Banca centrale europea. Il primo riguarda il contagio finanziario, ossia la diffusione della crisi di un Paese agli altri Stati dell’area euro. “Francamente, non vediamo un contagio sostanziale in Europa”, ha dichiarato, precisando che l’aumento dei rendimenti registrato in diversi mercati è diverso dalla situazione osservata durante le precedenti crisi finanziarie.

Il secondo elemento riguarda il funzionamento del credito e la capacità delle decisioni della Bce di raggiungere famiglie e imprese attraverso il sistema bancario. Un intervento potrebbe diventare necessario in presenza di difficoltà nei mercati del credito o di problemi nella trasmissione della politica monetaria. Secondo Mario Draghi, questi segnali attualmente non emergono. Anzi, “gli ultimi dati mostrano che i prestiti bancari sono aumentati”.

Regolare gli affitti brevi non basta a risolvere la questione della casa

21 October 2026 at 08:51

Un regolamento europeo in attesa di approvazione permetterà di limitare gli affitti brevi. Darà un sollievo temporaneo alla questione abitativa. Per affrontarla in modo strutturale servono però interventi e politiche per le famiglie meno abbienti.

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La Moldova vuole entrare nell’Ue per sottrarsi alla pressione russa

21 October 2026 at 03:45

Igor Grosu, president of Moldova's parliament and leader of the pro-EU Party of Action and Solidarity speaks during an interview with the Associated Press in Chisinau, Moldova, Thursday, Sept. 25, 2025, ahead of parliamentary elections taking place on Sept. 28. (AP Photo/Aurel Obreja) associated Press / LaPresse Only italy and spain

Arrivato in Italia per la Conferenza europea dei presidenti di Parlamento, Igor Grosu riporta una richiesta chiara: l’Italia accompagni la Moldova nell’Unione europea. Il presidente del Parlamento moldavo e leader del Partito di Azione e Solidarietà (Pas), la formazione europeista che esprime la Presidente Maia Sandu, Grosu ha incontrato Linkiesta dopo il colloquio del 15 ottobre con Lorenzo Fontana, presidente della Camera. La visita in Italia è arrivato in una settimana in cui l’avanzamento dei negoziati europei si è intrecciato con le nuove violazioni dello spazio aereo moldavo durante gli attacchi russi all’Ucraina. «Questi incidenti non sono un caso, servono a instillare paura nella popolazione e a demotivare il cammino della Moldova verso l’Unione europea», ha detto.

Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre quattro droni hanno attraversato lo spazio aereo moldavo, uno dei velivoli è anche uscito e rientrato. «Quest’anno gli incidenti sono molto aumentati», dice ancora Grosu. La risposta, spiega, dovrà tenere insieme protezione del territorio, coordinamento con l’Ucraina e soprattutto la comunicazione con la popolazione.

Per Grosu, la sicurezza della Moldova dipende anche dalla capacità dell’Ucraina di continuare a proteggere il continente. Per questo respinge l’idea che una riduzione dell’assistenza militare occidentale possa accelerare la fine del conflitto. «È falso, offrirebbe solo una possibilità alla Russia», dice Grosu. «La formula è molto più semplice di prima. Oggi è guerra o pace», afferma a proposito del percorso di adesione della Moldova all’Unione europea. Il suo calendario politico prevede la conclusione dei negoziati nel 2028 e l’ingresso nell’Unione europea nel 2030. In patria è uno di quelli più impegnati a fissare un termine e farlo rispettare.

La visita a Roma segue un avanzamento concreto: il 13 ottobre l’Ue e la Moldova hanno aperto i negoziati su due cluster, quello del mercato interno e quello della competitività e crescita inclusiva. I cluster sono raggruppamenti di capitoli negoziali che organizzano, per materie affini, il lavoro di allineamento del Paese candidato alle regole europee. Con queste aperture, quattro dei sei raggruppamenti risultano avviati. Restano quelli sull’agenda verde e la connettività sostenibile e sulle risorse, l’agricoltura e la coesione. Grosu vuole che siano aperti anche gli ultimi due entro la fine dell’anno.

Guarda già al primo semestre 2028, quando l’Italia eserciterà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea: un appuntamento che vorrebbe far coincidere con la conclusione del negoziato.

«Questo è il momento migliore per avvicinare le due rive del fiume Dnestr», dice ancora. L’integrazione europea, sostiene Grosu, può diventare l’incentivo decisivo per riavvicinare la Transnistria al resto della Moldova. La sua valutazione parte dalla crisi economica della regione separatista. «Il suo modello economico è collassato», afferma, indicando nel gennaio 2025 un punto di svolta, quando l’interruzione del flusso di gas russo ha colpito il sistema energetico transnistriano esponendone la dipendenza. Grosu racconta un riavvicinamento che passa dalle scelte quotidiane: abitanti della regione che cercano lavoro e protezione sociale in Moldova, famiglie che scelgono le scuole moldave per i loro figli. «Il processo di reintegrazione è in moto». La stessa Kaja Kallas ha dichiarato che la regione «non sarà un ostacolo nel percorso europeo della Moldova».

L’avvicinamento procede anche attraverso un graduale allineamento delle regole. Oggi le imprese transnistriane pagano dazi e Iva come i moldavi e questi soldi finiscono in un fondo di convergenza, destinato a finanziare infrastrutture, servizi e interventi per la popolazione transnistriana. L’obiettivo è associare la progressiva integrazione a benefici riconoscibili per chi vive nella regione.

«La presenza delle forze armate russe in Transnistria è illegale», dice Grosu a proposito del contingente di circa 1500-2000 militari russi nella regione. Il loro ritiro, insieme a tutto il loro equipaggiamento, dovrebbe essere negoziato dalla Moldova, dall’Unione europea e dell’Ucraina. «La nostra diaspora è un ponte fra i nostri Paesi». Quando parla dei moldavi in Italia, Grosu insiste sul legame che la migrazione ha costruito tra le due società. In questo contesto richiama anche l’iniziativa di Antonio Tajani sulla Comunità di Italofonia, istituita in occasione a Roma nel Novembre 2025, concepita come un forum permanente di cooperazione attraverso la lingua italiana. «L’Italia è un’ottima amica della Moldova», afferma Grosu. Il rapporto che descrive comprende relazioni bilaterali, sicurezza comune e tutela della diaspora.

Uno dei risultati più concreti è l’accordo di sicurezza sociale congiunto. L’intesa consente di considerare insieme i periodi contributivi maturati nei due Paesi quando quelli versati in uno solo non bastano a raggiungere la pensione. Per chi ha diviso la propria vita lavorativa tra Moldova e Italia fa tanta differenza.

All’Italia Grosu chiede ora di accompagnare al passaggio successivo: l’apertura degli ultimi cluster negoziali e il sostegno alla conclusione del percorso europeo. Il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Ue nel 2028 è il riferimento attorno al quale costruisce questa richiesta. Nel suo calendario, Roma potrebbe contribuire ad un avanzamento decisivo verso l’adesione.

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Autotrasportatori, non solo sciopero: con l’Ets2 rischio aumento diesel. La scelta dell’Ue e dell’Italia

20 October 2026 at 07:20

Il prezzo del diesel potrebbe aumentare fino a 40 centesimi al litro con l’introduzione dell’Ets2, il nuovo sistema europeo che estenderà il mercato delle emissioni di CO2 anche ai carburanti utilizzati nel trasporto stradale. Il meccanismo dovrebbe entrare pienamente in funzione dal 1° gennaio 2028, ma il Governo italiano e diversi Paesi europei chiedono di rivederne le condizioni per limitare le conseguenze economiche su imprese e famiglie. L’allarme arriva soprattutto dal settore dell’autotrasporto, già alle prese con il caro gasolio. Secondo Conftrasporto-Confcommercio, l’applicazione dell’Ets2 potrebbe comportare ulteriori rincari compresi tra 30 e 40 centesimi al litro, con il rischio di portare il prezzo del diesel oltre i 2,50 euro. Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026, i leader dell’Unione hanno raggiunto un compromesso sulla necessità di valutare gli effetti del nuovo sistema, senza però approvare un ulteriore rinvio della sua entrata in vigore.

Cos’è l’Ets2 e come funziona la nuova normativa europea

L’Ets2, acronimo di Emission Trading System 2, è il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione, introdotto nell’ambito delle politiche dell’Unione per ridurre i gas serra. A differenza del sistema Ets già applicato a grandi industrie e altri settori, l’Ets2 coinvolgerà anche il trasporto stradale, gli edifici e alcune attività produttive.

Il meccanismo prevede che i fornitori di combustibili acquistino quote corrispondenti alle emissioni di CO2 generate dai carburanti immessi sul mercato. Il numero complessivo delle quote disponibili diminuirà progressivamente, con l’obiettivo di incentivare la riduzione dei consumi di combustibili fossili.

L’obbligo di acquistare le quote ricadrà sui distributori di combustibili e non direttamente sui singoli automobilisti. Ovviamente i maggiori costi sostenuti dalle aziende potrebbero essere trasferiti, almeno in parte, sui prezzi finali di benzina, gasolio e combustibili utilizzati per il riscaldamento. L’avvio del nuovo sistema era stato inizialmente previsto per il 2027, prima dello slittamento al 2028.

Diesel fino a 40 centesimi in più al litro: quanto costerebbe un pieno

Secondo le stime di Conftrasporto, l’introduzione dell’Ets2 potrebbe determinare un aumento del gasolio compreso tra 30 e 40 centesimi al litro. Si tratta di una previsione elaborata dall’associazione di categoria, non di un incremento già stabilito dalle istituzioni europee. L’effetto effettivo dipenderà dal prezzo delle quote di emissione e dalla parte dei costi che verrà trasferita ai consumatori. Per gli automobilisti, un rincaro di questa entità avrebbe conseguenze dirette sul costo dei rifornimenti. Un pieno da 50 litri costerebbe 20 euro in più rispetto al prezzo senza tale rincaro.

Gli effetti dell’Ets2 potrebbero estendersi oltre il prezzo del carburante pagato dagli automobilisti. In Italia, secondo le stime richiamate da Conftrasporto, circa il 90% delle merci viene movimentato su strada. Un aumento dei costi del trasporto potrebbe quindi influire sulle spese sostenute dalle aziende per la distribuzione dei prodotti. Le imprese alimentari, agricole e commerciali potrebbero trovarsi a sostenere costi logistici maggiori, con possibili ripercussioni sui prezzi finali di alcuni beni.

La posizione del Governo Meloni

Il tema dell’Ets2 è stato affrontato durante il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, in un contesto segnato dall’aumento dei prezzi dell’energia e dalle difficoltà economiche delle imprese. L‘Italia ha sostenuto, insieme ad altri Paesi europei, la necessità di intervenire sul nuovo sistema per contenere il rischio di ulteriori rincari energetici.

Nelle conclusioni del vertice, i leader hanno chiesto alla Commissione europea di aggiornare la valutazione degli effetti dell’Ets2, con particolare attenzione al funzionamento del meccanismo e alle misure di salvaguardia contro aumenti eccessivi dei prezzi. Non è stato invece approvato un rinvio dell’Ets2 al 2030, soluzione sostenuta da diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale.

Il Governo italiano punta anche a ottenere maggiori margini di intervento nazionale per sostenere i settori più esposti alla crisi energetica. Il confronto rimane aperto, mentre Bruxelles è chiamata a valutare ulteriori strumenti per contenere i costi dell’energia senza modificare gli obiettivi generali di riduzione delle emissioni.

Autotrasportatori contro l’Ets2

A contestare gli effetti economici della nuova normativa è Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto-Confcommercio, secondo il quale il sistema rischia di aggravare una situazione già difficile per le imprese di trasporto. “L’Ets2 darebbe il colpo di grazia all’autotrasporto italiano”, ha dichiarato Russo, sottolineando che il prezzo del gasolio potrebbe superare i 2,50 euro al litro.

Secondo l’associazione, il carburante rappresenta ormai oltre il 40% dei costi complessivi delle imprese di autotrasporto, mentre il prezzo del gasolio sarebbe aumentato di oltre 50 centesimi al litro dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Conftrasporto segnala inoltre che un’impresa di autotrasporto su cinque rischierebbe il fallimento entro la fine dell’anno a causa delle attuali difficoltà economiche. Per affrontare l’emergenza, il settore chiede lo sblocco degli aiuti già annunciati e ulteriori risorse per coprire gli aumenti dei costi negli ultimi mesi del 2026.

Ventisette ferrovie nazionali non fanno una rete europea

20 October 2026 at 03:45

Treni rotaie

L’alta velocità non è soltanto una questione di infrastrutture. Per Ana Vasconcelos, eurodeputata portoghese del gruppo Renew Europe, rappresenta uno dei tasselli fondamentali per completare il mercato unico europeo e rafforzare l’integrazione tra gli Stati membri. Mentre il Parlamento è impegnato nell’esame del dossier “Connecting Europe through High-Speed Rail”, Vasconcelos indica una priorità chiara: trasformare le reti ferroviarie nazionali in un autentico sistema europeo. Secondo l’eurodeputata, la sfida principale non consiste soltanto nel costruire nuove linee, ma nel superare la frammentazione normativa e tecnica che ancora caratterizza il settore. Sistemi di segnalamento diversi, standard non armonizzati e procedure di autorizzazione differenti impediscono ancora oggi ai treni di circolare senza ostacoli da uno Stato membro all’altro. È un problema che richiama anche le conclusioni del Rapporto Letta, secondo cui l’alta velocità europea continua, di fatto, a fermarsi alle frontiere nazionali.

Per questo, la relazione in discussione punta a favorire una rete realmente europea, con regole armonizzate, standard tecnici comuni e un mercato più aperto alla concorrenza. Vasconcelos ritiene infatti che l’ingresso di nuovi operatori possa contribuire sia a migliorare la qualità del servizio sia a ridurre il costo dei biglietti per i passeggeri. Accanto all’apertura del mercato, considera prioritaria l’accelerazione dei collegamenti transfrontalieri ancora mancanti, spesso rallentati da procedure autorizzative lunghe e da difficoltà di coordinamento tra gli Stati membri.

Il nodo resta anche finanziario. Secondo le stime della Commissione europea, per completare la rete ferroviaria ad alta velocità entro il 2040 saranno necessari investimenti compresi tra 345 e 546 miliardi di euro, ben superiori alle risorse oggi disponibili. Per Vasconcelos, l’Unione dovrà concentrare gli investimenti soprattutto sui collegamenti transfrontalieri più strategici e utilizzare i fondi europei per attrarre anche capitali nazionali e privati, evitando di disperdere le risorse in interventi poco coordinati.

Rendere il treno una valida alternativa all’aereo richiede però anche un cambiamento nell’esperienza dei viaggiatori. «Le persone scelgono soprattutto in base al prezzo e ai tempi di percorrenza», sottolinea Vasconcelos. La risposta passa quindi attraverso linee più veloci, l’eliminazione dei principali colli di bottiglia della rete e condizioni di concorrenza più equilibrate con il trasporto aereo. Un ruolo importante sarà svolto anche dall’integrazione tra aeroporti e rete ferroviaria, così da rendere più semplici gli spostamenti porta a porta.

Tra gli ostacoli più evidenti per chi viaggia in Europa resta la difficoltà di acquistare un unico biglietto per tratte operate da compagnie diverse. Oggi organizzare un viaggio internazionale può essere complesso e, in caso di coincidenze perse, i diritti dei passeggeri non sempre sono garantiti lungo l’intero percorso. La proposta legislativa europea sulla bigliettazione ferroviaria, attualmente all’esame del Parlamento, punta proprio a introdurre sistemi di prenotazione multioperatore e a rafforzare la tutela dei viaggiatori durante tutto il tragitto.

Per l’eurodeputata portoghese, inoltre, l’alta velocità non deve limitarsi a collegare le grandi capitali europee. «Va considerata uno strumento di coesione», afferma. Significa investire anche nelle regioni periferiche e nei collegamenti mancanti dell’Europa centrale, orientale e atlantica, assicurando che la rete ad alta velocità sia pienamente integrata con il sistema ferroviario regionale. Una rete più capillare, sostiene, potrebbe contribuire a ridurre la pressione abitativa sulle grandi città, favorire lo sviluppo economico dei centri di medie dimensioni e contrastare lo spopolamento delle aree periferiche.

Per Vasconcelos, la posta in gioco va oltre la politica dei trasporti. «Un treno che deve fermarsi a una frontiera rappresenta un problema politico tanto quanto tecnico». L’obiettivo per il 2040 è la realizzazione di un vero Spazio ferroviario europeo unico, nel quale passeggeri e operatori possano muoversi senza barriere, acquistare un unico biglietto valido lungo l’intero percorso e contare su standard comuni in tutta l’Unione. Solo così, conclude, il treno potrà diventare un’alternativa realmente competitiva al trasporto aereo sulle medie distanze e uno dei simboli più concreti dell’integrazione europea.

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Regioni Ue meno sviluppate: quel che resta garantito dopo il 2027

19 October 2026 at 09:04

L’ultimo Consiglio europeo non ha chiuso sul bilancio 2028-2034. Confermato un minimo per le regioni meno sviluppate, che per l’Italia è di 27 miliardi, il resto passa da scelte nazionali. Serve un monitoraggio territoriale che arrivi fino ai risultati.

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