❌

Normal view

Susan Sarandon: “A veces me llaman comunista. Creo que es la manera que tienen algunos de decir que alguien está como una cabra”

24 October 2026 at 04:30

El 25 de septiembre, apenas una semana después de esta entrevista, Susan Sarandon (Nueva York, 80 años) fue detenida a las puertas de la ONU en Nueva York. Protestaba, junto a otras actrices como Hannah Einbinder o Cynthia Nixon, contra la comparecencia en la Asamblea del primer ministro israelí, Benjamin Netanyahu. No era la primera vez que la detenían y quizás no sea la última. Susan Sarandon, actriz en más de 100 películas, ha protagonizado éxitos de Hollywood como El cliente, Quédate a mi lado o Las brujas de Eastwick; películas de culto como The Rocky Horror Picture Show o Thelma y Louise; y películas comprometidas como Pena de muerte, que le valió un Oscar. Ha aparecido en la serie Friends y ha rodado con Louis Malle. Porque Sarandon escoge sus proyectos como vive, de forma desprejuiciada, con una mezcla de curiosidad y desafío: “Cuando leo un guion quiero que me conmueva. Quiero que el personaje sea algo que no haya hecho antes. Está muy bien si hay un director con una buena trayectoria, pero a veces son directores nuevos. Es genial si te pueden pagar, pero a veces no pueden”. Es el caso de su último proyecto, The Accompanist (aún pendiente de título en español), donde interpreta a Sylvia, una madre de acogida atormentada y excéntrica.

Seguir leyendo

Estilismo:

Juan Cebrián

Maquillaje, peluquería y manicura:

Genevieve Herr (Sally Harlor), Matthew Monzon (TMG LA) y Pattie Yankee.

Producción:

Cristina Serrano.

Asistente de producción:

Pete Koukov.

Diseño de set y editor en set:

Elaine Winter y Mari Siviakova.

Retoque fotográfico:

La machine.

Producción local:

Drita Curanaj (R3 Mgmt) y Wojtek Szaulinski.

Sastre:

Margarita Babina.

Asistentes de fotografía:

Christopher Morel y Keegan Eckart.

Asistente de estilismo:

Fern Cerezo y Jan Anthonio Diaz.

© YULIA GORBACHENKO (EL PAÍS)

La actriz lleva camisa de terciopelo verde sobre camisa de rayas en seda y pantalón de lana, todo de GIORGIO ARMANI.

La moda fatta a pezzi di Beate Skonare Karlsson

23 October 2026 at 03:45

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», scrive nel 1921 il filosofo Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.6: una frase breve, quasi una puntura di spillo nel velluto nero della logica, eppure sufficiente a far sanguinare un secolo intero. In Beate Skonare Karlsson, però, i limiti non sono soltanto linguistici. Sono muscolari, economici, scenografici, sociali, epidermici. Sono il punto in cui una modella cade e la moda, per una volta, non riesce a fingere di non aver visto. Sono il tacco che si spezza, la cucitura che cede, il pubblico che lancia rifiuti come una folla medievale con accesso al front row. Sono il corpo che smette di essere tempio e torna a essere incidente, animale, carne con una laurea breve in imbarazzo. Il limite, in Karlsson, non somiglia a una legge. 

Somiglia a una sutura mal chiusa nel corpo del lusso: la passerella ci cammina sopra con aria innocente, ma basta un passo troppo sicuro perché la ferita si riapra. Non delimita soltanto uno spazio, lo rende sensibile. Entri nella moda convinto di conoscere il catechismo spettrale del defilé, quell’arte di camminare come se il mondo fosse stato stirato a vapore, e lei ti mostra che la grazia, spesso, è una ferita amministrata con buone maniere. Cadono le modelle. Si sfasciano i vestiti. Le scarpe diventano zampe, artigli, protesi di un bestiario scandinavo che ha letto Vogue e poi ha deciso di mordere il direttore marketing. Il pubblico viene trascinato dentro il rito: da spettatore a complice, da occhio a gesto. Beate nasce a Stoccolma nel 1995, ma non nella Svezia levigata, con il design in ordine e il trauma sotto un tappeto Ikea. Viene da una Scandinavia più carnale e nerissima, dove l’oggetto quotidiano può diventare creatura. Cresce fra musica, sorelle creative, piccoli mondi fabbricati a mano; a diciannove anni va a New York per Parsons, poi passa da Central Saint Martins, Coach e Pyer Moss. È lì che l’accessorio smette di essere orpello e diventa frase filosofica con una fibbia. Prima che Avavav diventi sinonimo di passerella che crolla ridendo, Karlsson lavora sulla mutazione: The Bum, replica indossabile in silicone del sedere di Kim Kardashian, e poi le chicken feet shoes indossate da Doja Cat, trasformano celebrity culture e anatomia in zoologia morale.

Avavav, collezione autunno/inverno 2026-27: maglione a rete geometrica

Quando nel 2020 entra nell’orbita di Avavav, marchio fiorentino nato prima di lei e poi reincarnato sotto la sua direzione creativa, trova il teatro ideale: scarti nobili, tessuti deadstock, artigianalità italiana, residui aristocratici del lusso da rianimare come spiritelli in sartoria. Firenze, ma dopo una seduta spiritica con TikTok. Avavav cerca libertà creativa, humour, entertainment, evoluzione del design. Karlsson la chiama creative playhouse, ma non è un parco giochi: è una clinica del contemporaneo con le giostre accese. «Credo che la moda abbia un rapporto complicato con i limiti», dice Karlsson. «Alcuni sono necessari, altri sono giustificati. Abitudini ereditate che non abbiamo messo abbastanza in discussione». Dentro questa frase educata c’è un’intera anatomia del sistema: calendario, produttività infinita, obbligo di mostrarsi, tic della rilevanza, devozione alla novità. Il limite da smascherare è quello che decide, in silenzio, come un designer debba esistere: produrre, mostrare, esibire, restare visibile senza sembrare esausto. «La libertà totale può essere paralizzante», aggiunge. Dunque non abolire ogni confine, gesto da adolescente con forbici e cattiva playlist, ma scegliere quelli che proteggono il lavoro e lasciar morire quelli che lo soffocano. 

La prima grande soglia pubblica è Filthy Rich, primavera estate 2023. Le modelle cadono intenzionalmente, trasformando l’errore più temuto della passerella in grammatica. La caduta non è una gag. È un memento mori. È il capitalismo estetico che scopre la gravità, questa vecchia comunista. La moda, che vende verticalità si ritrova orizzontale, umana, sporca. Con Fake It Till You Break It non cedono più i corpi, cedono i vestiti. Top che si aprono, minigonne che franano, tacchi che si spezzano, set che collassa. Il lusso non teme il brutto, teme il difetto. Con No Time to Design, No Time to Explain il limite diventa tempo: contratti, fornitori, avvocati, ritardi, ansia, l’agenda che divora l’immaginazione con le posate da dessert. Karlsson lo dice senza ornamenti: il problema non è solo la velocità del ciclo moda, ma «la frammentazione del ruolo, soprattutto in un piccolo marchio. Non ti limiti a disegnare, fai tutto». Il sogno si trasforma in una contabilità del nervo. Poi arriva Thanks For Your Feedback. Sullo schermo scorrono commenti velenosi, il pubblico è invitato a lanciare spazzatura sulle modelle: bucce di banana, lattine, uova, cartacce. La sezione commenti diventa materia. Il like diventa braccio. 

L’algoritmo trova finalmente un cassonetto. Qui il limite è etico. Karlsson lo formula con precisione: «Tutto si riduce al consenso e all’autonomia. Nessuno dovrebbe sentirsi intrappolato, esposto o spinto a fare qualcosa contro la propria volontà». E ancora: «Nel momento in cui qualcosa accade a spese di qualcuno, anziché con lui, il confine è superato». È questo che la salva dal cinismo: non addomestica la violenza che convoca, ma non finge che sia innocente. La vergogna, in questo teatro, è una corrente sotterranea. Karlsson non la tratta come jersey o pelle. La lascia affiorare, perché «ci sono tantissime cose che possono causare imbarazzo. È ovunque». L’imbarazzo è produttivo quando resta visibile per un momento, come una macchia su un abito costoso che improvvisamente lo rende più interessante del gala. Il lavoro, dice, forse serve a evitare «un crollo silenzioso». Meglio far cadere le cose fuori che lasciarle franare dentro. Nel 2025, con The Hole, la soglia si fa quasi sepolcrale. I modelli emergono da una fossa come cadaveri risorti, coperti di terra, sangue, stanchezza, mani scheletriche.

Avavav, felpa con cappuccio Shoulderless Hoodie, collezione autunno/inverno 2026-2026.

Il corpo non è tempio, ma scavo archeologico con pressione bassa. Il grottesco perde brillantezza pop e diventa grave, quasi tenero. È una moda che non finge salute eterna. Finalmente. Con Adidas, Karlsson ironizza sulla performance sportiva: High fashion, low performance, piccolo manifesto contro l’efficienza in sneaker costose e inutili per correre. Poi, con Soon on Sale, compie un gesto meno teatrale e forse più spietato: mette la collezione nell’aldilà commerciale della moda, l’outlet. Non più corpi caduti, abiti rotti, spazzatura. Qui la catastrofe è silenziosa: ha un’etichetta, una percentuale, un neon stanco sotto cui anche il desiderio sembra chiedere il rimborso. Il titolo è una bestemmia pronunciata con educazione. Invece di fingere che il nuovo nasca puro, Avavav lo mostra come se fosse già stato bocciato dal mercato. L’aura benjaminiana non muore solo quando l’opera viene copiata, ma quando viene scontata dell’80 per cento e appesa sotto una luce da supermercato depresso. 

Un abito rosso di paillettes con la scritta 80% Sale sulla schienauna pugnalata perfetta fra gala e bancarella. Qui il limite diventa economico, ontologico: quando un vestito smette di essere desiderio e diventa avanzo? Il Minotauro del sistema moda non vive in un labirinto. Vive nei margini, nelle giacenze, nei resi, nelle percentuali innominabili. Nel 2026, con The Female Gaze, Karlsson ribalta il dispositivo: le modelle osservano, gli ospiti camminano. Il front row resta senza scudo. Alcuni attraversano lo spazio in fretta, dice lei, quasi volessero scendere dalla passerella prima di diventare se stessi. Altri rallentano, si offrono, si godono i quindici secondi di fama. Poi nasce «una sorta di silenzioso effetto domino». La moda, che vive guardando corpi, costringe il pubblico a diventare corpo guardato. Non ti spoglia. Ti osserva. È molto peggio. La viralità resta lì, coinquilina brillante e tossica. Karlsson non la insegue più: «La visibilità precede la struttura. Dall’esterno può sembrare crescita, ma internamente crea pressione». Il vero lavoro, ora, è costruire fondamenta, una squadra, un ritmo. Non essere più vista, ma reggere lo sguardo.

Avavav, The Female Gaze, collezione autunno/inverno 2026-2027: blazer nero dal taglio sartoriale asciutto e strutturato. Sotto, shorts ibridi grigi con tagli asimmetrici (cut-out) e calze autoreggenti integrate con le calzature monster toes o anatomical feet.

Avavav è diventato famoso facendo rumore, ma il rumore non basta a fondare una casa. Ecco allora il cuore del suo pensiero: la soglia non è ciò che Karlsson attraversa, è ciò su cui ci costringe a sostare: «Per me non si tratta tanto di eliminare del tutto i limiti, quanto piuttosto di sceglierli con cura». È una frase adulta, quasi scandalosa in un’epoca che confonde la trasgressione con la digestione rapida di qualunque cosa. Il limite giusto non è censura. È forma. È ritmo. È una stanza abbastanza stretta perché il pensiero smetta di svenire nel troppo spazio. Per questo la sua biografia è già una teoria della soglia. Stoccolma e New York. Arte e prodotto. Meme e sartoria. Mostro e capo vendibile. Ironia e dolore. Corpo e mercato. Karlsson rifiuta due trappole opposte: l’artista pura che non deve vendere nulla e la stilista commerciale che deve fingere di non pensare. Si sforza di stare in mezzo, dove il prodotto deve funzionare e tuttavia l’idea deve mordere: «Non mi piace ridurre un marchio a un singolo prodotto», dice. «È più come un cast di personaggi». Infatti Avavav è una compagnia teatrale di oggetti lunatici: scarpe a forma di dito, borse larva, sciarpe millepiedi, pantaloni Shar Pei. Oggetti, ma anche personalità. Una piccola borghesia del mostruoso, vestita benissimo. 

Resta il limite personale, forse il più difficile. Karlsson lo dice senza eroismo: non è più disposta ad accettare lo squilibrio, «l’idea di dover scegliere tra avere una vita e dedicarsi completamente alla creatività». È quasi commovente, detta da una designer che ha fatto cadere modelli, abiti, pubblici, prezzi e certezze. La prossima soglia non sarà necessariamente spettacolare. Sarà quotidiana. Creare una struttura in cui vita e lavoro possano coesistere: «Perché credo che il lavoro risulti più efficace quando non nasce dalla stanchezza». In un sistema che scambia l’esaurimento per passione, questa frase è più sovversiva di qualunque tacco artiglio. Beate Skonare Karlsson lavora lì, sul bordo dove la moda perde il contegno e, nel panico, dice finalmente qualcosa di interessante. Non demolisce il lusso. Fa di peggio: gli toglie la sedia mentre posa.

L'articolo La moda fatta a pezzi di Beate Skonare Karlsson proviene da Linkiesta.it.

MUDE lança primeira coleção cápsula de moda circular

20 October 2026 at 17:47
Desenhada pelo editor e curador de moda Paulo Gomes, a linha chega à loja do museu a 20 de outubro: sem geração, sem estação e com plásticos do Mediterrâneo transformados em fibra têxtil.

Paulo Gomes é o designer que assina a coleção, pensada para todas as gerações e estações

Kylie Jenner e o sutiã de 43 milhões da Victoria's Secret

19 October 2026 at 17:59
Jacob Arabo, relojoeiro de Ronaldo, é quem assina o fantasy bra mais caro de sempre, que marca o regresso da peça ao desfile da Victoria's Secret -- em noite de regresso também para Gisele Bundchen.

© Getty Images for Victoria's Secr

Na estreia na passerelle do fashion show da Victoria's Secret, Kylie Jenner ganhou papel de destaque com o regresso do fantasy bra

Os looks da Gala do Museu da Academia

19 October 2026 at 11:56
Da alta-costura de Piccioli para a Balenciaga ao duelo Chanel/Dior, e ainda o efeito statement de Miguel Castro Freitas, veja os looks do evento de angariação de fundos para a Academia do Cinema.

© FilmMagic

Grace Gummer usou um vestido Dior em seda verde-pastel e dourada, adornado com detalhes em tule e um laço lateral.

Os candelabros da baixela Germain que regressam a Portugal

18 October 2026 at 16:10
Parte do conjunto de mais de mil peças encomendado por D. José I ao ourives de Luís XV, as peças foram adquiridas recentemente por colecionadores portugueses, por 3,4 milhões de euros.

Os candelabros foram adquiridos em setembro pelo casal de colecionadores Maria e João Cortez de Lobão

Da tinturaria de Çal Pfungst ao fenómeno girlie de Nabinho

15 October 2026 at 17:15
Com seis apostas distintas na moda de autor portuguesa, tomamos o pulso às novas coleções e estratégias comerciais dos designers da Workstation da ModaLisboa.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

Um look da coleção apresentada por Francisca Nabinho na recente edição da ModaLisboa

Peças da marca de Rita Rugeroni encontradas em Benfica

15 October 2026 at 16:06
Milhares de peças da marca de roupa Favorite People, das irmãs Rita e Madalena Rugeroni, foram furtadas na passada segunda-feira. Agora, a PSP apreendeu várias delas à venda no Mercado de Benfica.

Rita e Madalena Rugeroni fundaram a marca de jardineiras há cerca de quatro anos

Bárbara Bandeira: moda de palco para "um jantar com amigos"?

14 October 2026 at 17:14
Dos volumes ao veludo com plumas, a 2B reinventa-se e apresenta uma coleção ideal para palco -- ou dar espetáculo fora dele. "Gosto da ideia de entrar numa sala e parar tudo o que está a acontecer".

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

Bárbara fechou o desfile na ModaLisboa com a equipa do atelier de Cantanhede responsável pela produção da nova coleção. Tomás Sancho assina esta segunda coleção da 2B.

67ª ModaLisboa: as clientes, a política e a festa

12 October 2026 at 11:07
No espaço onde Carlos Moedas e Lili Caneças se abraçam há a festa de Dino Alves, as clientes famosas de Gonçalo Peixoto e Nuno Baltazar e a moda conceito de Kolovrat e Valentim Quaresma.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

Dino Alves fechou os trabalhos na 67ª edição da ModaLisboa

Até onde vai a loucura para sobreviver ao apocalipse?

12 October 2026 at 07:57
Com toneladas de comida num bunker escondido numa aldeia, um pai raptou a própria filha para salvar do fim do mundo. E agora também há uma nova moda: tomar banho passou à história.

Coleção de Elie Saab com H&M tem sapatos portugueses

11 October 2026 at 20:51
Luís Onofre é o responsável pela produção dos modelos que fazem parte da edição limitada comercializada em todo o mundo. Na ModaLisboa, apresenta uma coleção multicolorida para o próximo verão.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

Luís Onofre apresentou a nova coleção no último dia de ModaLisboa

ModaLisboa no Tesouro Real: raio X, tour e Luís Carvalho

11 October 2026 at 20:48
Diante do seu squad de celebridades, o designer apresentou no Palácio da Ajuda a coleção primavera/verão com a nostalgia da infância traduzida numa alfaiataria leve e uma nova linha de acessórios.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

Luís Carvalho trouxe o público para o Museu do Tesouro Real, no Palácio da Ajuda
❌