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Dietro la furia devastante dei minorenni
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Le elezioni possono sconfiggere gli autocrati ma non bastano a ricostruire la democrazia
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Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani apriva in Portogallo quella che Samuel Huntington avrebbe chiamato la «terza ondata di democratizzazione». Più di cinquant’anni dopo, quei guadagni sono quasi interamente svaniti. È la conclusione del decimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Gothenburg, il più ampio database al mondo sulla qualità democratica: oltre 4.200 esperti, più di 600 indicatori, 202 Paesi osservati dal 1789 a oggi. A fine 2025 il mondo conta 92 autocrazie e 87 democrazie; per il secondo anno consecutivo, le prime superano le seconde. Il 74 per cento della popolazione mondiale, circa sei miliardi di persone, vive in regimi autocratici. Solo il 7 per cento, 600 milioni, vive in una democrazia liberale: il dato più basso da oltre mezzo secolo.
C’è poi un dato che misura la dinamica del fenomeno. Sono 44 i Paesi oggi in un episodio di autocratizzazione, quasi un quarto delle nazioni del pianeta. Ospitano il 41 per cento della popolazione mondiale – 3,4 miliardi di persone, contro il 9 per cento del 2005 – e il 39 per cento del Pil globale. I Paesi che si stanno democratizzando sono appena 18 e insieme fanno il 5 per cento degli abitanti della Terra.
Secondo una ricerca del gruppo V-Dem citata nel rapporto, l’ondata attuale supera per durata, estensione e intensità quella degli anni Trenta. E la prima vittima è quasi sempre la stessa: la libertà di espressione, in peggioramento in 44 Paesi. La censura dei media è la tattica preferita da tre autocratizzatori su quattro, seguita dalla repressione della società civile, che colpisce ormai il 68 per cento dei casi.
Il capitolo più impressionante riguarda gli Stati Uniti. Nel 2024 il loro Liberal Democracy Index valeva 0,75; a fine 2025 è sceso a 0,57: meno 24 per cento in un solo anno, dal ventesimo al cinquantunesimo posto su 179 Paesi. È il calo annuale più ampio dell’intera serie storica americana, che V-Dem ricostruisce dal 1789. Gli Stati Uniti non sono più classificati come democrazia liberale, ma come democrazia elettorale. Il livello raggiunto è quello del 1965, l’anno del Voting Rights Act. Ma il paragone è ingannevole, e gli stessi autori lo avvertono. Allora il deficit era legale, ossia l’esclusione di milioni di cittadini dal voto e dai diritti civili. Oggi è istituzionale, figlio di un esecutivo che concentra potere svuotando i contrappesi.
I dati scompongono bene il meccanismo. I vincoli legislativi sull’esecutivo passano da 0,86 a 0,61, perdendo un terzo del loro valore e toccando il minimo da oltre cent’anni: un Congresso a maggioranza repubblicana che ha approvato 49 leggi, quasi tutte minori, mentre il presidente firmava 225 ordini esecutivi. La libertà di espressione scende da 0,94 a 0,73, il punto più basso dal dopoguerra. Diritti civili e uguaglianza davanti alla legge tornano ai livelli di fine anni Sessanta. A colpire è soprattutto la velocità. Viktor Orbán ha impiegato oltre quattro anni per produrre un calo comparabile; Aleksandar Vučić, otto; Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan, circa un decennio. A Washington è bastato un anno. Il rapporto osserva che una caduta così ripida, in genere, si registra solo dopo un colpo di Stato.
Resta un dettaglio decisivo: quello di un indice non crollato ancora di più solo perché le componenti elettorali vengono rivalutate negli anni di voto. Il punteggio 2025 riflette le elezioni del 2024, giudicate libere e regolari. Per questo le elezioni di midterm del 3 novembre saranno il vero banco di prova. E i segnali non sono rassicuranti: richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali di quasi tutti gli Stati, 24 Stati citati in giudizio per aver rifiutato, una perquisizione dell’Fbi negli archivi elettorali della contea di Fulton, in Georgia, e il 40 per cento dei funzionari elettorali che ha lasciato l’incarico dal 2020.
Per quel che riguarda l’Unione europea, l’autocratizzazione tocca oggi sette Stati membri. Tra i dieci nuovi autocratizzatori individuati quest’anno, cinque sono europei: Croazia, Italia, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito (extra-Ue). In Europa occidentale e Nord America la Grecia era l’unico caso; ora si aggiungono Italia, Regno Unito e Stati Uniti, che insieme pesano per il 59 per cento della popolazione della regione.
Va precisato cosa significa. L’Italia rimane una democrazia liberale, trentasettesima al mondo con un indice di 0,64, ma nella fascia di incertezza che la avvicina alla categoria inferiore. L’episodio di arretramento viene fatto partire dal 2021 e il calo rispetto al 2015 è statisticamente significativo. Non siamo l’Ungheria di Orbán né la Slovacchia di Robert Fico, ma siamo nella lista. Le voci che spiegano il dato sono quelle dell’informazione. L’Italia compare tra i Paesi in cui cresce l’autocensura dei media e tra quelli in cui aumenta lo sbilanciamento dell’informazione a favore di chi governa. Sono esattamente gli indicatori che, secondo V-Dem, cedono per primi.
C’è anche un contrappeso metodologico da tenere presente, e lo offrono gli stessi principal investigator di V-Dem in un commento allegato al rapporto. Le soglie che definiscono un «episodio» sono in parte arbitrarie; tra 2024 e 2025 il punteggio di 175 Paesi su 179 non è cambiato in modo significativo; le medie pesate per popolazione amplificano il peso di giganti come India e Stati Uniti. Proprio perché i cambiamenti sono lenti e poco visibili, accorgersene presto è l’unico modo per non doverli constatare a cose fatte.
Il rapporto contiene anche un dato fondamentale per chi fa politica: circa il 70 per cento degli episodi di autocratizzazione della terza ondata è stato poi invertito. V-Dem li chiama U-turn, inversioni a U. Va tenuto insieme all’altro elemento, meno consolatorio: quando una democrazia comincia a scivolare, nel 54 per cento dei casi finisce per crollare.
Le ricerche del gruppo di Gothenburg individuano tre fattori ricorrenti nelle inversioni riuscite. I freni istituzionali – quindi integrità elettorale, magistratura indipendente, un Parlamento che controlla davvero – sono le istituzioni che rallentano l’aggressione. Negli Stati Uniti il rapporto indica la Corte Suprema e il federalismo, cioè governi e tribunali statali che amministrano il voto.
C’è poi il motore sociale: un’opposizione unita, una società civile attiva, media indipendenti, mobilitazione pacifica e continua. Infine, il tempo. La maggior parte delle inversioni avviene entro la fine del primo ciclo elettorale; dopo, il potere si consolida e la finestra si restringe.
Gli esempi non mancano. In Polonia, la coalizione guidata da Donald Tusk ha interrotto nel 2023 otto anni di governo PiS. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto nel 2022 con una coalizione di nove partiti e Jair Bolsonaro è stato condannato. In Guatemala, Bernardo Arévalo si è insediato nonostante i tentativi di rovesciarne l’elezione. In Corea del Sud, le istituzioni hanno respinto la legge marziale di Yoon Suk Yeol.
E c’è un caso arrivato dopo la chiusura del rapporto, che ne conferma le argomentazioni. Il 12 aprile scorso, l’Ungheria, prima nella classifica degli autocratizzatori e autocrazia elettorale dal 2018, ha mandato a casa Orbán dopo sedici anni. Il Tisza di Péter Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi, con un’affluenza record, oltre il 77 per cento. Un’opposizione finalmente unificata, un voto di massa, un campo ancora sufficientemente aperto. I tre ingredienti di V-Dem, visti all’opera nel caso più difficile d’Europa.
Attenzione però a scambiare l’alternanza per riparazione. La Polonia, dopo due anni, resta sotto i livelli democratici del 2015, perché smontare la cattura dello Stato si è rivelato più lento che costruirla. E lo Zambia, inversione celebrata nel 2021, è tornato a scivolare verso l’autocrazia elettorale. Vincere le elezioni resta insomma condizione necessaria, ma non sufficiente.
Il valore del rapporto V-Dem sta proprio nella capacità di diagnosi, che arriva precocemente. Le autocrazie del ventunesimo secolo nascono da un’erosione graduale: un’informazione più docile, un Parlamento che smette di controllare, una società civile messa sotto pressione. Processi lenti, quasi impercettibili, che possono diventare irreversibili. Per gli Stati Uniti le elezioni di midterm saranno il momento della verità. Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è invece che le leve funzionano finché il campo resta aperto. Difendere l’indipendenza dei media, la forza dei contrappesi, l’unità di chi si oppone e la capacità di agire presto è manutenzione ordinaria. E come ogni manutenzione, costa molto meno farla prima.
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Netanyahu stakes his re-election on the promise of another war with Iran and opposition to Arab parties
In October 2023, as the initial shock of Hamas’s attack was giving way to the realization that it had been the greatest security failure in Israel’s seven decades of statehood, few believed that Benjamin Netanyahu would still be prime minister three years later. Fewer still thought that a country used to broad coalitions and early elections — having gone to the polls on average every 2.4 years between 1996 and the last election in 2022 — would complete a full parliamentary term this time. And fewer still imagined both things happening at once: that after four years of controversy and war, Netanyahu would enter the final stretch of the election campaign, with Israelis due to vote on Tuesday, less popular and less supported than before, yet still with a realistic chance of remaining in power. “I will not surrender,” reads one campaign poster bearing his image.

© Ariel Schalit (AP Photo/Ariel Schalit)
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La moda fatta a pezzi di Beate Skonare Karlsson
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Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», scrive nel 1921 il filosofo Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 5.6: una frase breve, quasi una puntura di spillo nel velluto nero della logica, eppure sufficiente a far sanguinare un secolo intero. In Beate Skonare Karlsson, però, i limiti non sono soltanto linguistici. Sono muscolari, economici, scenografici, sociali, epidermici. Sono il punto in cui una modella cade e la moda, per una volta, non riesce a fingere di non aver visto. Sono il tacco che si spezza, la cucitura che cede, il pubblico che lancia rifiuti come una folla medievale con accesso al front row. Sono il corpo che smette di essere tempio e torna a essere incidente, animale, carne con una laurea breve in imbarazzo. Il limite, in Karlsson, non somiglia a una legge.
Somiglia a una sutura mal chiusa nel corpo del lusso: la passerella ci cammina sopra con aria innocente, ma basta un passo troppo sicuro perché la ferita si riapra. Non delimita soltanto uno spazio, lo rende sensibile. Entri nella moda convinto di conoscere il catechismo spettrale del defilé, quell’arte di camminare come se il mondo fosse stato stirato a vapore, e lei ti mostra che la grazia, spesso, è una ferita amministrata con buone maniere. Cadono le modelle. Si sfasciano i vestiti. Le scarpe diventano zampe, artigli, protesi di un bestiario scandinavo che ha letto Vogue e poi ha deciso di mordere il direttore marketing. Il pubblico viene trascinato dentro il rito: da spettatore a complice, da occhio a gesto. Beate nasce a Stoccolma nel 1995, ma non nella Svezia levigata, con il design in ordine e il trauma sotto un tappeto Ikea. Viene da una Scandinavia più carnale e nerissima, dove l’oggetto quotidiano può diventare creatura. Cresce fra musica, sorelle creative, piccoli mondi fabbricati a mano; a diciannove anni va a New York per Parsons, poi passa da Central Saint Martins, Coach e Pyer Moss. È lì che l’accessorio smette di essere orpello e diventa frase filosofica con una fibbia. Prima che Avavav diventi sinonimo di passerella che crolla ridendo, Karlsson lavora sulla mutazione: The Bum, replica indossabile in silicone del sedere di Kim Kardashian, e poi le chicken feet shoes indossate da Doja Cat, trasformano celebrity culture e anatomia in zoologia morale.

Quando nel 2020 entra nell’orbita di Avavav, marchio fiorentino nato prima di lei e poi reincarnato sotto la sua direzione creativa, trova il teatro ideale: scarti nobili, tessuti deadstock, artigianalità italiana, residui aristocratici del lusso da rianimare come spiritelli in sartoria. Firenze, ma dopo una seduta spiritica con TikTok. Avavav cerca libertà creativa, humour, entertainment, evoluzione del design. Karlsson la chiama creative playhouse, ma non è un parco giochi: è una clinica del contemporaneo con le giostre accese. «Credo che la moda abbia un rapporto complicato con i limiti», dice Karlsson. «Alcuni sono necessari, altri sono giustificati. Abitudini ereditate che non abbiamo messo abbastanza in discussione». Dentro questa frase educata c’è un’intera anatomia del sistema: calendario, produttività infinita, obbligo di mostrarsi, tic della rilevanza, devozione alla novità. Il limite da smascherare è quello che decide, in silenzio, come un designer debba esistere: produrre, mostrare, esibire, restare visibile senza sembrare esausto. «La libertà totale può essere paralizzante», aggiunge. Dunque non abolire ogni confine, gesto da adolescente con forbici e cattiva playlist, ma scegliere quelli che proteggono il lavoro e lasciar morire quelli che lo soffocano.
La prima grande soglia pubblica è Filthy Rich, primavera estate 2023. Le modelle cadono intenzionalmente, trasformando l’errore più temuto della passerella in grammatica. La caduta non è una gag. È un memento mori. È il capitalismo estetico che scopre la gravità, questa vecchia comunista. La moda, che vende verticalità si ritrova orizzontale, umana, sporca. Con Fake It Till You Break It non cedono più i corpi, cedono i vestiti. Top che si aprono, minigonne che franano, tacchi che si spezzano, set che collassa. Il lusso non teme il brutto, teme il difetto. Con No Time to Design, No Time to Explain il limite diventa tempo: contratti, fornitori, avvocati, ritardi, ansia, l’agenda che divora l’immaginazione con le posate da dessert. Karlsson lo dice senza ornamenti: il problema non è solo la velocità del ciclo moda, ma «la frammentazione del ruolo, soprattutto in un piccolo marchio. Non ti limiti a disegnare, fai tutto». Il sogno si trasforma in una contabilità del nervo. Poi arriva Thanks For Your Feedback. Sullo schermo scorrono commenti velenosi, il pubblico è invitato a lanciare spazzatura sulle modelle: bucce di banana, lattine, uova, cartacce. La sezione commenti diventa materia. Il like diventa braccio.
L’algoritmo trova finalmente un cassonetto. Qui il limite è etico. Karlsson lo formula con precisione: «Tutto si riduce al consenso e all’autonomia. Nessuno dovrebbe sentirsi intrappolato, esposto o spinto a fare qualcosa contro la propria volontà». E ancora: «Nel momento in cui qualcosa accade a spese di qualcuno, anziché con lui, il confine è superato». È questo che la salva dal cinismo: non addomestica la violenza che convoca, ma non finge che sia innocente. La vergogna, in questo teatro, è una corrente sotterranea. Karlsson non la tratta come jersey o pelle. La lascia affiorare, perché «ci sono tantissime cose che possono causare imbarazzo. È ovunque». L’imbarazzo è produttivo quando resta visibile per un momento, come una macchia su un abito costoso che improvvisamente lo rende più interessante del gala. Il lavoro, dice, forse serve a evitare «un crollo silenzioso». Meglio far cadere le cose fuori che lasciarle franare dentro. Nel 2025, con The Hole, la soglia si fa quasi sepolcrale. I modelli emergono da una fossa come cadaveri risorti, coperti di terra, sangue, stanchezza, mani scheletriche.

Il corpo non è tempio, ma scavo archeologico con pressione bassa. Il grottesco perde brillantezza pop e diventa grave, quasi tenero. È una moda che non finge salute eterna. Finalmente. Con Adidas, Karlsson ironizza sulla performance sportiva: High fashion, low performance, piccolo manifesto contro l’efficienza in sneaker costose e inutili per correre. Poi, con Soon on Sale, compie un gesto meno teatrale e forse più spietato: mette la collezione nell’aldilà commerciale della moda, l’outlet. Non più corpi caduti, abiti rotti, spazzatura. Qui la catastrofe è silenziosa: ha un’etichetta, una percentuale, un neon stanco sotto cui anche il desiderio sembra chiedere il rimborso. Il titolo è una bestemmia pronunciata con educazione. Invece di fingere che il nuovo nasca puro, Avavav lo mostra come se fosse già stato bocciato dal mercato. L’aura benjaminiana non muore solo quando l’opera viene copiata, ma quando viene scontata dell’80 per cento e appesa sotto una luce da supermercato depresso.
Un abito rosso di paillettes con la scritta 80% Sale sulla schienauna pugnalata perfetta fra gala e bancarella. Qui il limite diventa economico, ontologico: quando un vestito smette di essere desiderio e diventa avanzo? Il Minotauro del sistema moda non vive in un labirinto. Vive nei margini, nelle giacenze, nei resi, nelle percentuali innominabili. Nel 2026, con The Female Gaze, Karlsson ribalta il dispositivo: le modelle osservano, gli ospiti camminano. Il front row resta senza scudo. Alcuni attraversano lo spazio in fretta, dice lei, quasi volessero scendere dalla passerella prima di diventare se stessi. Altri rallentano, si offrono, si godono i quindici secondi di fama. Poi nasce «una sorta di silenzioso effetto domino». La moda, che vive guardando corpi, costringe il pubblico a diventare corpo guardato. Non ti spoglia. Ti osserva. È molto peggio. La viralità resta lì, coinquilina brillante e tossica. Karlsson non la insegue più: «La visibilità precede la struttura. Dall’esterno può sembrare crescita, ma internamente crea pressione». Il vero lavoro, ora, è costruire fondamenta, una squadra, un ritmo. Non essere più vista, ma reggere lo sguardo.

Avavav è diventato famoso facendo rumore, ma il rumore non basta a fondare una casa. Ecco allora il cuore del suo pensiero: la soglia non è ciò che Karlsson attraversa, è ciò su cui ci costringe a sostare: «Per me non si tratta tanto di eliminare del tutto i limiti, quanto piuttosto di sceglierli con cura». È una frase adulta, quasi scandalosa in un’epoca che confonde la trasgressione con la digestione rapida di qualunque cosa. Il limite giusto non è censura. È forma. È ritmo. È una stanza abbastanza stretta perché il pensiero smetta di svenire nel troppo spazio. Per questo la sua biografia è già una teoria della soglia. Stoccolma e New York. Arte e prodotto. Meme e sartoria. Mostro e capo vendibile. Ironia e dolore. Corpo e mercato. Karlsson rifiuta due trappole opposte: l’artista pura che non deve vendere nulla e la stilista commerciale che deve fingere di non pensare. Si sforza di stare in mezzo, dove il prodotto deve funzionare e tuttavia l’idea deve mordere: «Non mi piace ridurre un marchio a un singolo prodotto», dice. «È più come un cast di personaggi». Infatti Avavav è una compagnia teatrale di oggetti lunatici: scarpe a forma di dito, borse larva, sciarpe millepiedi, pantaloni Shar Pei. Oggetti, ma anche personalità. Una piccola borghesia del mostruoso, vestita benissimo.
Resta il limite personale, forse il più difficile. Karlsson lo dice senza eroismo: non è più disposta ad accettare lo squilibrio, «l’idea di dover scegliere tra avere una vita e dedicarsi completamente alla creatività». È quasi commovente, detta da una designer che ha fatto cadere modelli, abiti, pubblici, prezzi e certezze. La prossima soglia non sarà necessariamente spettacolare. Sarà quotidiana. Creare una struttura in cui vita e lavoro possano coesistere: «Perché credo che il lavoro risulti più efficace quando non nasce dalla stanchezza». In un sistema che scambia l’esaurimento per passione, questa frase è più sovversiva di qualunque tacco artiglio. Beate Skonare Karlsson lavora lì, sul bordo dove la moda perde il contegno e, nel panico, dice finalmente qualcosa di interessante. Non demolisce il lusso. Fa di peggio: gli toglie la sedia mentre posa.
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Due italiani su tre vogliono accordi proprio sui temi che dividono destra e sinistra
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Esiste un’Italia politica distinta dall’Italia elettorale? E poi come facciamo a leggere e interpretare il magma di opinioni, giudizi e pregiudizi, rabbie, paure e – perché no? – speranze che la politica condensa, guida (o da cui è guidata) e che, talvolta, fa fatica a capire? Pensiamo ai sondaggi quotidiani che si spostano dello zero virgola, ma non sappiamo cosa c’è dietro, quali sentimenti, ansie ed emozioni vi si nascondano o vi esplodano. E poi ci sorprendiamo che i sondaggi non siano predittivi.
L’Anima Politica degli Italiani 2 – il lavoro di ricerca che la Fondazione Libertà Eguale e la Fondazione Magna Carta hanno commissionato a Sociometrica e FieldCare – cerca di scandagliare il gioco perpetuo tra il magma e lo sbocco elettorale: il primo fa sentire tutto il suo peso in maniera spesso indistinta, impolitica, confusa e contraddittoria, e il secondo, da un lato, assorbe il movimento del magma e, dall’altro, lo alimenta, o cerca di farlo. Detto in poche parole: qual è la mente politica italiana, qui e ora?
Prima di entrare nel merito delle cose, è necessaria una disclosure: chi scrive è l’autore della ricerca. Il che, se da un lato è un bene, perché sicuramente conosce l’argomento, dall’altro può contenere dei bias interpretativi. Poco male, perché i dati sono disponibili nella loro interezza, come il report (www.fieldcare.it; www.antoniopreiti.it; www.animapolitica.it) e ciascuno può farsi un’idea.
C’è una distanza, in Italia, che nessun sondaggio sulle intenzioni di voto riesce a misurare: quella fra il tono del dibattito politico e il tono dell’opinione pubblica. Il primo è polarizzato, costruito sulla contrapposizione permanente; la seconda, quando la si interroga sul merito delle questioni, è molto più misurata di quanto la sua rappresentazione lasci credere.
Il dato che riassume tutto è uno. Soltanto il 15,6 per cento degli italiani desidera «una netta e continua contrapposizione» fra centrodestra e centrosinistra. Due terzi (66,2 per cento) vogliono che gli schieramenti continuino a competere, ma trovando un accordo sulle questioni fondamentali di interesse nazionale. Fra chi esprime un’opinione, chi vuole lo scontro permanente è meno di uno su cinque. La polarizzazione, insomma, è soprattutto delle élite, dei talk show e della comunicazione politica, non dei cittadini.
La novità di questa edizione sta nel metodo prima che nei numeri. Finora si è letta l’opinione pubblica una domanda alla volta; qui, per la prima volta, le posizioni espresse su quindici temi – dall’Ucraina all’immigrazione, dalla sicurezza alla legge elettorale – sono state considerate tutte insieme, chiedendo quanti e quali «tipi» di cittadini esistano davvero. È la logica della cluster analysis: non raggruppa le persone per quello che dichiarano di essere, ma per quello che pensano, e lascia che siano i dati a disegnare i confini. Ne escono cinque anime politiche: i moderati di governo (36,8 per cento), i progressisti europeisti (21,8 per cento), i sovranisti securitari (20,1 per cento) e poi due aree di distanza dal dibattito – la periferia chiusa (13,3 per cento) e i silenziosi (7,9 per cento) – che insieme valgono un quinto del Paese. I nomi sono «evocativi», i contenuti saldi.
Il gruppo decisivo è il primo. I moderati di governo sono la maggioranza relativa degli italiani e il baricentro dell’opinione pubblica: su ogni tema scelgono la posizione intermedia – immigrazione «controllata e selettiva», pene «più severe» ma non «leggi durissime», equilibrio fra tasse e servizi spendendo meglio, atlantismo senza rinunciare all’Europa – e quasi mai rispondono «non so». Sono lontani dalle polarizzazioni per temperamento, non per disinteresse: sono anzi il gruppo più informato e più certo di andare a votare (77 per cento). Ed è qui che emerge il punto politicamente più sensibile dell’intera ricerca: in questo gruppo il 48 per cento si colloca nel centrodestra o nella destra e il 26 per cento nel centrosinistra o nella sinistra.
Sul fronte internazionale il risultato più netto è l’ancoraggio all’Europa. Di fronte a un ordine mondiale sconvolto e a un alleato americano che mette in discussione la propria garanzia, quattro italiani su dieci (39,8 per cento) vogliono un’Italia «totalmente con l’Europa, in totale autonomia da chiunque», il doppio di chi sceglie l’opzione atlantica tradizionale; le opzioni filo-russa e filo-cinese, sommate, non arrivano al 3,5 per cento. Non è l’atlantismo della Prima Repubblica e non è l’euroscetticismo sovranista degli anni Dieci: è un europeismo autonomista che la presidenza di Donald Trump ha accelerato e che legge l’Europa come contenitore della sovranità nazionale in un mondo divenuto ostile.
Lo stesso vale per la difesa. Una maggioranza assoluta (60,6 per cento) vuole una politica di difesa comune europea – tre favorevoli per ogni contrario – e il consenso è trasversale: ciò che cambia da sinistra a destra non è il «se» ma il «come», più autonomista a sinistra, più atlantico a destra. Un tema che per decenni è stato da addetti ai lavori è diventato una domanda di opinione pubblica.
Sull’Ucraina il quadro è coerente e insieme più sfumato. Sul piano del giudizio prevale il riconoscimento delle ragioni di Kiev: il 43,2 per cento sta con l’Ucraina e sui soli rispondenti si arriva alla maggioranza assoluta. Sul piano dell’azione prevale la prudenza: la modalità più scelta è un sostegno «prevalentemente economico, umanitario, energetico», con aiuti militari limitati (30,4 per cento). È una prudenza, va detto, soprattutto dei ceti meno istruiti: fra i laureati la disponibilità a un sostegno militare sale al 37 per cento. Qui il punto dirimente non è tanto sulle ragioni del conflitto, su cui le posizioni sono chiare e favorevoli alla difesa dell’Ucraina, quanto sui «pericoli di guerra» di natura generale e indistinta. Questa prudenza, però, non nasce da una sottovalutazione del pericolo. Due terzi degli italiani (65,7 per cento) considerano la Russia una minaccia per l’Europa, e la modalità più frequente è quella del pericolo «serio ma non immediato» (33,3 per cento).
Se sul fronte esterno gli italiani sono misurati, su quello interno la sicurezza è il tema su cui hanno le idee più chiare e più severe. La quota di non risposte è la più bassa dell’intera indagine; sei intervistati su dieci (59,6 per cento) chiedono pene più dure e la modalità più radicale – «leggi durissime e molto più carcere», anche per la criminalità minore – è la singola risposta più scelta, non una posizione di frangia. La tesi che l’allarme sia esagerato è sostenuta dall’1,4 per cento: praticamente nessuno.
Il dato più istruttivo è chi chiede severità. L’allarme cresce in proporzione inversa all’istruzione – l’area «repressive» è al 70 per cento fra chi ha la licenza elementare o media, al 44 per cento fra i laureati – e tocca il suo massimo fra le casalinghe (77 per cento) e fra chi cerca lavoro (70 per cento). Non è l’esposizione al rischio statistico a generare la paura, ma la vulnerabilità percepita: la domanda di sicurezza è una domanda di protezione dello spazio di prossimità – la casa, il quartiere, la scuola dei figli – formulata da chi, non avendo altre risorse di difesa, affida interamente allo Stato la propria tutela. È la «cultura del controllo» delle società tardo-moderne, nella quale la domanda di pena cresce indipendentemente dall’andamento reale dei reati; ed è, insieme, una domanda sociale prima che ideologica.
Sull’immigrazione la risposta è più articolata di quanto il dibattito lasci intendere. Non prevale l’opzione «accogliamoli tutti», che raccoglie il 2 per cento; non prevale la chiusura totale – «non fare entrare nessuno», 14,7 per cento – e tanto meno ha spazio l’idea di una remigrazione. Prevale, con quasi la metà del campione (46,8 per cento), l’ingresso «controllato e selettivo, in base alle esigenze del Paese»: una gestione regolare e regolata dei flussi, che tutte le aree politiche condividono, dal 37 per cento della destra al 62 per cento del centrosinistra. Il baricentro è certamente spostato verso la restrizione e la legalità dell’ingresso è il criterio di giudizio più stringente: per sei italiani su dieci arrivare illegalmente è di per sé un motivo di respingimento, sia pure per metà con eccezioni umanitarie per chi fugge dalla guerra. La norma è rigida, la sua applicazione è umana. Ma la domanda di fondo è di governo del fenomeno, non di muri né di porte spalancate.
È qui che i fili si riannodano. Quando si chiede agli italiani su quali temi centrodestra e centrosinistra dovrebbero soprattutto trovare un’intesa, la graduatoria è eloquente: la sicurezza al primo posto (42,6 per cento), con oltre dodici punti di vantaggio; poi immigrazione (29,9 per cento) e giustizia (29,7 per cento) appaiate, quindi ambiente ed energia (24,0 per cento), politica estera ed Europa. Chi non vede alcun terreno d’intesa è lo 0,4 per cento: praticamente nessuno pensa che non ci sia nulla su cui accordarsi.
La graduatoria è significativa perché i temi su cui si chiede l’accordo sono esattamente quelli su cui lo scontro fra gli schieramenti è più acceso. Gli elettori chiedono la de-politicizzazione delle questioni che percepiscono come problemi da risolvere, non come alternative fra cui scegliere: la sicurezza, l’immigrazione, il funzionamento della giustizia. Non è una domanda di grande coalizione né di consociativismo – la modalità preferita è il conflitto come regola e l’accordo come eccezione – ma una domanda di responsabilità condivisa sulle questioni di sistema. E la sua base sociale è precisamente quel gruppo dei moderati di governo, trasversale alle coalizioni.
Messo insieme, il quadro racconta un Paese attraversato da una grande apprensione. Apprensione per un mondo divenuto ostile, in cui la garanzia americana non basta più e la Russia è avvertita come una minaccia seria; apprensione per la criminalità quotidiana, sentita con più forza proprio da chi ha meno strumenti per difendersi; apprensione per un’immigrazione che si vuole governata e non subita. Ma a questa apprensione non corrisponde, negli elettori, la febbre che anima il dibattito pubblico. Gli italiani chiedono misura dove la politica offre contrapposizione.
È, in fondo, una domanda di saggezza: la richiesta che chi governa e chi si oppone sappiano distinguere ciò su cui è giusto dividersi da ciò su cui è doveroso convergere. Questa domanda ha oggi una maggioranza relativa che la esprime – i moderati di governo – e ha un’inclinazione, verso il centrodestra, che la sinistra farebbe bene a non considerare irreversibile. Ma resta, nei dati, una domanda ancora inevasa: nessuna offerta politica l’ha interamente intercettata, e lo spazio fra ciò che gli elettori chiedono e ciò che la politica propone è forse la misura più precisa della distanza che separa, oggi, il Paese reale dalla sua rappresentazione.
Qui “L’Anima Politica degli Italiani 1”.
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A Orvieto i riformisti vogliono dare al centrosinistra un metodo per governare
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Domenica scorsa, alla Nuvola dell’Eur, l’Assemblea nazionale del Partito democratico ha prorogato all’unanimità il mandato della segretaria nel caso in cui la scadenza cada in un anno di elezioni politiche. E ha approvato un ordine del giorno che stabilisce che, se ci saranno primarie di coalizione, il Pd presenterà una sola candidata: Elly Schlein. Su questo secondo punto i voti sono stati 578 a favore e 3 contrari; 26 gli astenuti. E gli astenuti sono i riformisti: a spiegarne le ragioni, a nome dell’area, è stato Lorenzo Guerini. Quella scelta, secondo la minoranza, forza lo statuto del partito.
Il 24 e 25 ottobre, nell’aula magna del Centro Studi «Città di Orvieto», quella stessa area si ritrova fuori dal perimetro del Nazareno, insieme a pezzi di riformismo che nel Pd non sono mai entrati o ne sono usciti. Libertà Eguale e Base Italia tengono congiuntamente le loro assemblee nazionali con un titolo che, letto dopo le ultime vicende, suona quasi come una replica: «Riformisti, un passo avanti» – lungi comunque dal voler essere un regolamento di conti interno, piuttosto un rilancio.
Orvieto è da più di venticinque anni la casa di Libertà Eguale, l’associazione di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini e Claudia Mancina, nata dall’incontro tra la tradizione migliorista del Pci, il cattolicesimo democratico e il socialismo riformista. È il luogo in cui, edizione dopo edizione, la sinistra di governo ha discusso di riforme istituzionali, di mercato e di Europa senza il riflesso condizionato della demonizzazione dell’avversario.
La novità di quest’anno è la presenza di Base Italia, start-up civico-politica coordinata da Marco Bentivogli, che porta l’esperienza di un riformismo cresciuto fuori dai partiti, tra mondo del lavoro, innovazione e attivismo politico continuo. In sostanza, il riformismo italiano, ancora frammentato in correnti, associazioni e sigle, prova a darsi un’infrastruttura comune.
Il programma delle giornate va letto come architrave politico. I quattro focus tematici del weekend coincidono, presi singolarmente, con i nodi su cui l’alleanza progressista è più fragile, che rischiano di diventare vere e proprie fratture. Si comincia sabato mattina con l’Ucraina, con Paolo Gentiloni, Lia Quartapelle e Tonini. Il sostegno a Kyiv in apertura, nel momento in cui la coalizione alternativa a Giorgia Meloni tiene dentro sensibilità molto distanti sulla politica estera e sulla difesa europea, significa dire che per i riformisti la collocazione internazionale dell’Italia è precondizione, ben oltre l’idea di un capitolo da negoziare a valle del programma.
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Nel primo pomeriggio, focus sulle istituzioni, moderato da Emilia Patta. Tavolo con Peppino Calderisi, Ceccanti, Cesare Salvi e Marcello Pera. Dibattito tra esperti che arriva in una fase in cui la maggioranza ha approvato la sua riforma elettorale, sulla quale la Corte costituzionale è attesa a pronunciarsi entro la fine di gennaio. Proprio sulle regole, l’opposizione ha spesso scelto la battaglia a prescindere, a volte fuori dalla concretezza delle cose. Orvieto prova a rivendicare un’altra postura: quella di chi le riforme le contesta nel merito perché ha una propria idea di come dovrebbero essere fatte, di come migliorarle.
A pomeriggio inoltrato, si parla di energia con Federico Testa e Carlo Stagnaro, con le conclusioni di Morando. Domenica mattina tocca al governo dell’economia, con Bentivogli, Sandro Trento, Marco Leonardi e Giorgio Gori, con chiusura finale affidata a Mancina. Energia ed economia sono i due terreni su cui la distanza tra una sinistra che inizia dalla redistribuzione e una che parte da crescita e opportunità diventa una caratterizzazione di policy: costi e sicurezza degli approvvigionamenti, produttività, salari, politica industriale.
Orvieto, in ogni caso, si pone l’obiettivo di non offrire soltanto una proposta, ma ancor più un metodo. Il riformismo, prima di essere un’etichetta di collocazione, è un modo di costruire le scelte pubbliche. Si parte dai problemi e non dalle appartenenze, si mettono le soluzioni alla prova dei numeri e della fattibilità, si accetta il confronto con chi la pensa diversamente, avversario compreso – perché una riforma che non regge alla critica non regge nemmeno alla prova del governo.
Ogni focus ha un perimetro definito, i relatori sono scelti per competenza, ai tavoli siedono anche voci lontane dal centrosinistra. È un metodo esportabile, ed è forse ciò di cui l’alternativa a Meloni ha più bisogno. Un cammino per arrivare a un programma che regga l’urto della realtà.
Il secondo elemento riguarda chi propone. Un’iniziativa nata per allargare non può sorgere dentro un partito né attorno a un leader. Chi parte da una sigla o da un nome chiede agli altri di aderire, più che di contribuire. Per essere credibile, deve nascere da realtà dell’associazionismo, dall’attivismo di terzo settore, pur con una caratterizzazione politica evidente e rivendicata. Sono le sole in grado di funzionare da piattaforme programmatiche, luoghi in cui le idee circolano oltre i personalismi e gli ego che da anni paralizzano l’area riformista, condannandola a moltiplicare le sigle invece di sommare i consensi. Che Libertà Eguale e Base Italia abbiano scelto di presentarsi come quel che sono, e cioè associazioni, invece che di conformarsi all’ennesimo cantiere di un nuovo partito, è da questo punto di vista la scelta più politica di tutte.
Poi c’è un tema che non è in scaletta, ma che tutti avranno in testa. Lo dice esplicitamente Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale: oltre ai focus tematici, a Orvieto ci sarà «una riflessione in positivo sul percorso delle forze di opposizione verso una credibile alternativa di governo. Sarebbe funzionale a questo percorso una primaria in tempi ragionevolmente brevi, a doppio turno, col coinvolgimento di tutte le anime del centrosinistra nel loro pluralismo, di cui vari leader devono rappresentare la sintesi».
In tempi ragionevolmente brevi, mentre il Nazareno ragiona su un calendario che porta le primarie a dopo la sentenza della Consulta. A doppio turno, la formula che il Movimento 5 Stelle rifiuta e che il Pd non ha ancora fatto propria. Tutte le anime, all’indomani di un voto che ha ridotto l’anima riformista del Pd a un’astensione di fondo. Altro che tecnicismi: con più candidature in campo, il doppio turno è il meccanismo che consente a un’area minoritaria ma decisiva di pesare due volte, al primo turno con una proposta propria, al secondo indirizzando i propri voti tra i due contendenti principali.
È qui che la composizione della platea si arricchisce. Tra gli interventi previsti ci sono Enzo Bianco, Franco Debenedetti, Benedetto Della Vedova, Graziano Delrio, Piero Fassino, Elisabetta Gualmini, Guerini, Raffaella Paita e Walter Verini. Esponenti dem, di +Europa, di Italia Viva, di Azione. Un riformismo che attraversa i partiti di coalizione e opposizione, invece di abitarne uno solo, dove Orvieto diventa arena comune del riformismo.
«Guardando alla realtà, vedo purtroppo accrescersi la distanza tra le posizioni prevalenti nel centrosinistra di governo europeo (di cui il Pd fa parte) e quelle della costruenda coalizione italiana. Teniamo ora l’Assemblea di Orvieto per tentare una riconciliazione con queste posizioni. Il momento per provare è adesso», spiega a Linkiesta Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale. «Vogliamo insistere per la massima apertura della coalizione sia sul tema della leadership, sia sul terreno programmatico. Una ricerca promossa da Libertà Eguale, in collaborazione con Magna Carta, dimostra che una parte significativa dell’elettorato di centrosinistra si ispira a obiettivi di governo, capaci di realizzare un cambiamento radicale. Se la coalizione si chiude, presentandosi confinata nel segmento della sinistra identitaria, limita le proprie concrete possibilità di vittoria. Aprire sia le primarie per la leadership, sia il lavoro programmatico a tutte le diverse energie è il nostro obiettivo. Ed è la condizione per vincere».
Il riformismo, insomma, si organizza e va organizzato. È la promessa giusta, e anche quella più difficile da mantenere. I riformisti italiani hanno avuto raramente un problema di idee; hanno però avuto a lungo un problema di consenso, di radicamento, di capacità di trasformare la qualità delle proposte in voti e in rapporti di forza. La differenza, questa volta, la farà la capacità di uscire dalla due giorni con qualcosa che somigli a un’idea da percorrere. Una direzione comune su Europa, istituzioni ed economia, una posizione di sintesi sulle regole delle primarie, magari un’indicazione su chi debba portarla.
Il centrosinistra che ha deciso alla Nuvola di semplificarsi attorno a una leadership avrà bisogno, per vincere, di chi parla agli elettori che quella leadership non intercetta. Se Orvieto saprà diventare quel ponte, il passo avanti potrà imprimere davvero un cambio di marcia importante.
I lavori saranno trasmessi in diretta da Radio Radicale.
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