O senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ) afirmou nesta segunda-feira (26) que foi intimado pela Polícia Federal a entregar seus passaportes comum e diplomático e que está impedido de deixar o Brasil. A declaração foi feita em vídeo publicado nas redes sociais, um dia depois de ele perder o segundo turno da eleição presidencial para Luiz Inácio Lula da Silva (PT).
Segundo Flávio, a intimação ocorreu pela manhã, quando ele deixava a residência do pai, o ex-presidente Jair Bolsonaro, em Brasília. O senador atribuiu a medida a uma decisão do ministro Alexandre de Moraes, do Supremo Tribunal Federal (STF), e disse que recebeu prazo de 24 horas para entregar os documentos.
O parlamentar relacionou a determinação a declarações feitas por seu irmão, Eduardo Bolsonaro, que teria sugerido que ele deixasse o país em caso de derrota eleitoral. Flávio negou ter manifestado intenção de sair do Brasil e questionou a atuação das autoridades.
“Eu nunca falei isso, isso é motivo para tirar meu passaporte?”, afirmou no vídeo. O senador também perguntou se a medida teria sido adotada caso tivesse vencido a disputa presidencial.
Apesar das críticas, Flávio declarou que entregará os documentos e que pretende se defender da decisão. Até a divulgação das primeiras informações, a Polícia Federal e o Supremo não haviam se manifestado publicamente sobre o caso, segundo relatos da imprensa.
Senador contesta resultado eleitoral
Além de questionar a medida envolvendo os passaportes, Flávio anunciou que pretende pedir a cassação da chapa de Lula. Ele acusa o presidente reeleito de abuso de poder político e econômico e voltou a criticar a decisão que permitiu a extensão do horário de votação em parte das seções eleitorais no domingo (25).
A ampliação do horário foi determinada pelo ministro Cristiano Zanin após relatos de dificuldades de deslocamento de eleitores, especialmente em Salvador e São Paulo, devido à oferta insuficiente de transporte público. A campanha de Flávio também havia solicitado a prorrogação da votação em municípios de São Paulo, Paraná e Santa Catarina, alegando condições climáticas adversas.
Dados do Tribunal Superior Eleitoral (TSE), citados pela imprensa, indicam que 34.330 votos foram registrados depois das 17h, o equivalente a aproximadamente 0,03% do total contabilizado.
O presidente do TSE, ministro Kassio Nunes Marques, afirmou que a extensão do horário não prejudicou a totalização dos votos. O tribunal confirmou a vitória de Lula, que recebeu 64.256.232 votos, correspondentes a 51,79% dos votos válidos. Flávio terminou a disputa com 59.826.041 votos, ou 48,21%.
Investigações no Supremo
Flávio também é alvo de investigações no STF. Entre os casos mencionados em reportagens estão apurações relacionadas ao financiamento do filme “Dark Horse”, sobre Jair Bolsonaro, e suspeitas envolvendo o advogado Willer Tomaz, amigo do senador.
O material relacionado ao longa-metragem envolve recursos atribuídos ao empresário Daniel Vorcaro, ligado ao Banco Master. Já o caso que envolve Tomaz inclui suspeitas de irregularidades financeiras e investigações sobre fraudes relacionadas ao Instituto Nacional do Seguro Social (INSS).
As apurações tratam de suspeitas que ainda precisam ser examinadas pelas autoridades competentes. A existência de investigação não representa, por si só, comprovação de crime.
Enquanto contesta as decisões judiciais e anuncia medidas contra o resultado eleitoral, Flávio afirma que cumprirá a determinação de entregar os passaportes. O desdobramento do caso depende de informações oficiais sobre a decisão atribuída ao ministro Alexandre de Moraes.
Luiz Inácio Lula da Silva, 80, Brazil’s president and one of the most influential politicians in Latin America this century, achieved the comeback he had been seeking on Sunday. Lula defeated Senator Flávio Bolsonaro, 45, the political heir to the far-right Bolsonaro clan, with 51.7% of the vote to 48.2%, a margin of four million votes. He has become the first president in Brazil’s history to win after losing the first round of a presidential election.
Quattro elezioni presidenziali vinte. Due contro la famiglia Bolsonaro. E una storia politica che, ancora una volta, sembra sfidare le leggi dell’usura del potere. A ottant’anni, Luiz Inácio Lula da Silva conquista il suo quarto mandato alla guida del Brasile, battendo Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Oltre 64 milioni di brasiliani hanno scelto il presidente uscente, permettendogli di ribaltare un risultato che lo aveva visto arrivare secondo al primo turno.
Una rimonta senza precedenti nella storia delle presidenziali brasiliane dal ritorno delle elezioni dirette nel 1989. Una vittoria che va oltre i confini nazionali. Perché Lula non ha sconfitto soltanto il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ma ha inflitto una battuta d’arresto anche a Donald Trump, che nella famiglia Bolsonaro ha individuato uno dei suoi principali alleati ideologici in America Latina.
Il presidente statunitense non ha mai nascosto la propria ostilità nei confronti di Lula. Nel 2025, Washington ha imposto pesanti dazi sui prodotti brasiliani e sanzioni contro il giudice Alexandre de Moraes, protagonista dei procedimenti giudiziari contro Jair Bolsonaro. Pressioni economiche e diplomatiche che hanno finito per rafforzare uno degli argomenti centrali della campagna del presidente brasiliano: la difesa della sovranità nazionale contro le ingerenze straniere.
Lula ha così trasformato lo scontro con Washington in una questione di dignità politica. Il Brasile, ha ribadito dopo la vittoria, non è il cortile di casa di nessuno. Un messaggio rivolto a Trump, ma anche a un’America Latina che conosce bene il peso delle interferenze statunitensi nella propria storia. La giornata elettorale, tuttavia, è stata tutt’altro che tranquilla. Le forti piogge e i problemi del trasporto pubblico hanno ostacolato l’accesso ai seggi in diverse città, portando il Tribunal Superior Eleitoral ad autorizzare una proroga delle votazioni (prima volta nella storia).
Dopo la proclamazione dei risultati, Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la sconfitta, chiedendo l’annullamento delle elezioni e annunciando una battaglia legale. Un copione che il Brasile conosce fin troppo bene. L’8 gennaio 2023, migliaia di sostenitori di Jair Bolsonaro assaltarono le sedi delle principali istituzioni democratiche a Brasília, contestando il ritorno di Lula al potere. Non significa che la storia sia destinata a ripetersi ma dimostra quanto la delegittimazione del voto continui a occupare un posto centrale nella strategia politica del bolsonarismo. Perché Lula ha sconfitto due Bolsonaro, ma non ha sconfitto il bolsonarismo.
Quasi sessanta milioni di voti rappresentano una forza politica e sociale che sarebbe ingenuo sottovalutare. E il risultato delle elezioni legislative del primo turno rende il quadro ancora più complesso. Il Partido Liberal, la formazione della famiglia Bolsonaro, è diventato il primo partito alla Camera con 121 deputati, contro gli 88 della federazione guidata dal Partido dos Trabalhadores. Al Senato, il PL dispone di 28 seggi, mentre il PT ne conta appena dieci. Numeri che consegnano a Lula un Congresso a maggioranza conservatrice, nel quale ogni riforma richiederà negoziati, compromessi e alleanze con forze politiche spesso lontane dal programma del presidente. La sfida dei prossimi quattro anni sarà dunque governare un Paese nel quale la sinistra ha conquistato la presidenza, ma la destra conserva un enorme potere parlamentare. Una contraddizione che potrebbe condizionare le politiche sociali, ambientali ed economiche del nuovo mandato, oltre a esporre il governo a continue tensioni istituzionali.
Eppure, proprio in questo scenario, la vittoria di Lula assume un significato straordinario. Nel 2002, un ex operaio metallurgico, sindacalista, proveniente da una famiglia impoverita del Nordeste, arrivava alla presidenza di uno dei Paesi più disuguali del mondo. Ventiquattro anni dopo, quello stesso uomo continua a rappresentare un punto di riferimento per milioni di brasiliani.
Durante la campagna elettorale, Flávio Bolsonaro ha deriso la mano sinistra del presidente, mutilata dopo un incidente sul lavoro quando era ancora un giovane operaio. I sostenitori di Lula hanno trasformato quella stessa mano in un simbolo di resistenza. Un’immagine potente: il corpo di un lavoratore che porta i segni della fabbrica e che, contro ogni gerarchia sociale, è arrivato a esercitare il potere.
Non significa che Lula sia immune da critiche. I suoi governi hanno contribuito a ridurre la povertà e ad ampliare la protezione sociale, ma hanno anche dovuto confrontarsi con contraddizioni irrisolte, dal peso dell’agrobusiness ai conflitti ambientali e territoriali. La sua rielezione rappresenta comunque una vittoria importante per la sinistra latinoamericana, dopo una serie di sconfitte elettorali e in un continente nel quale le destre radicali cercano di consolidare la propria influenza anche attraverso l’alleanza con Washington.
Lula ha vinto ancora. Contro la famiglia Bolsonaro, contro i pronostici del primo turno e contro le pressioni di Trump. Ma la sfida più difficile comincia adesso: governare con un Congresso ostile, difendere la sovranità del Brasile e dimostrare che la democrazia può ancora migliorare concretamente la vita delle persone. Perché vincere le elezioni è una conquista. Trasformare quella vittoria in un futuro diverso per il Paese è la vera sfida politica.
Since Brazil adopted a two-round system in 1989, no one has won the presidency after finishing second in the first round. Luiz Inácio Lula da Silva broke that rule on Sunday: he defeated Flávio Bolsonaro with 51.8% of valid votes to 48.2%. His lead — more than four million votes — is roughly double the margin in 2022, when he beat Jair Bolsonaro by just 1.8 percentage points.
Just as in 2022, Bolsonarism does not accept defeat. Back then it was the father, Jair Bolsonaro, and now the son Flávio, both defeated at the polls by Luiz Inácio Lula da Silva. The far-right candidate announced late Sunday night in Brasília that he does not recognize the result of the election and will fight to have it annulled. His argument rests on a Supreme Federal Court (STF) judge’s decision to extend polling hours by two hours after complaints about the lack of transportation for voters. The request had originally been made by the Workers’ Party (PT), but Bolsonaro’s own Liberal Party (PL) later joined it.
Il Brasile non cede alle pressioni Usa e frena l’offensiva reazionaria in AmericaLatina. Il presidente LuizInácio ‘Lula‘ DaSilva è stato rieletto con il 51,79% dei voti (64.256.232 in totale) mentre il senatore FlávioBolsonaro, che risultava leggermente favorito nei sondaggi, si è fermato con il 48,21% (59.826.041 voti). Li separa poco più di un punto percentuale, cioè 4.430.191 voti. Lula, partito in svantaggio al primo turno, ha avuto la meglio nelle regioni del nordest del Paese – eccezion fatta per Roraima – con vittorie più marcate in Piauí e Bahia.
“Non esistono due Brasile. Siamo un unico Paese, un unico popolo, una grande nazione”, ha detto Lula dopo l’annuncio dei risultati, sottolineando: “Non interessa a nessuno vivere in un Paese diviso e sotto un permanente stato d’assedio“. Il presidente, eletto per la quartavolta all’età di 80 anni, chiama ad “abbassare le armi” ma, nello stesso tempo, denuncia l'”intromissione venuta dall’esterno” oltre alla “fabbricadidisinformazione” scatenata contro la sua candidatura.
Bolsonaro come Jair
Bolsonaro però nonriconosceilrisultato e punta all’annullamento del voto su via giudiziaria, seguendo lo schema attuato nel 2022 dal padre Jair (sfociato mesi dopo nell’assalto al Congresso). “Quanto accaduto oggi non è normale”, lamenta il senatore del Partito liberale, che ritiene “impossibile riconoscere le elezioni a queste condizioni” e chiederà quindi “l’annullamento del voto”. Il bersaglio resta il Tribunalesupremoelettorale, che su richiesta di entrambi i candidatiha estesol’orariodelvoto dalle 17 alle 19 in diversi seggi causa blackout, temporali e assenza di trasporti che avrebbero impedito il voto a numerosi elettori nei seggi di SãoPaulo, MinasGerais, Río de Janeiro e altri. Il senatore parla di trattamentodiseguale e regole truccate “arbitrariamente”. “Non saprò mai – dice – quanti voti avrei potuto prendere negli stati in cui i seggi sono stati riaperti”. In seguito, il Tribunale supremo elettorale, attraverso il giudice Cristiano Zanin, ha chiarito che la misura ha riguardato i “seggi ancora in funzione” e che “nessun’urna chiusa è stata riaperta”. “Occorreva preservare il diritto al voto di tutti”, ha osservato.
Trump insinua brogli ma gli alleati regionali non lo seguono
Interviene anche il presidente Usa DonaldTrump, che denuncia presunte irregolarità mediante l’applicazione del “manuale di Joe Biden” in Brasile. “Bolsonaro aveva un grande vantaggio al primo turno – ha osservato Trump – ed era chiaramente favorito per vincere al secondo. Ma i comunisti non mollano il potere una volta che ce l’hanno”. Tuttavia alcuni alleati di Trump, come i presidenti JoséAntonioKast (Cile) e KeikoFujimori (Perù), hanno riconosciuto apertamente la vittoria di Lula alla parti degli altri governi della regione. Esulta anche il leader cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che parla di “vittoria storica” e assicura: “Può il Brasile contare su Cuba nella costruzione di una Patria grande”.
Una diga anti-egemonica
Fonti del Partitodeilavoratori consultate da ilfattoquotidiano.it affermano che, con la vittoria di Lula, il Brasile si afferma come una “diga anti-reazionaria” nella regione. Lo affermano anche analistipolitici come Talya Iscan ed EstefaníaVeloz, che parlano di “un respiro strategico per i governiprogressisti della regione”, come il Messico, e del “consolidamento di un blocco di Paesi che non intende delegare la tutela della sicurezza regionale agli Stati Uniti”. Nei media dell’America Latina si parla anche della “possibilità di batterel’ultradestra” alle urne dopo sette elezioni consecutive vinte dai candidati pro Trump. “Dovrà sedersi a tu per tu con Lula”, ipotizza l’analista in Relazioni internazionali Valeria Silva, mettendo in discussione l’efficacia dei dazi Usa sui prodotti brasiliani in materia di manifattura e beni di consumo (25,5%) e metalli pesanti, acciaio e alluminio (50%) e altre misure coercitive già strumentalizzate da Bolsonaro in campagna elettorale.
Il dibattito negli Usa
Il risultato entra a pieno titolo nel dibattito Usa, dove da alcune settimane si discute sull’impatto dei dazi e di altre misure che spingono il Brasile verso una più stretta alleanza con Cina. Già lo scorso 28 settembre senatori DemJeanneShaheen, TimKaine e PeterWelch denunciavano – in una lettera rivolta al segretario di Stato Usa Marco Rubio – la crescente “pressionediplomatica, economica e politica per indebolire le istituzioni democratiche del Brasile in vista dell’elezione presidenziale”. I senatori esortavano l’amministrazione Trump a “riconoscere il risultato” rilasciato dalle urne e “mantenere relazioni diplomatiche con qualsiasi candidato eletto libera e giustamente dal popolo brasiliano”. Monito da prendere sul serio una volta saltato il business plan del mondo Maga nel Paese sudamericano, dal fondo RockbridgeNetwork (ora sotto inchiesta in Brasile) legato a JDVance e che puntava a creare un giro di 100 miliardi di dollari nel Paese sudamericano alle terre rare di SerraVerde (Goias) dal valore di 2,8 miliardi di dollari su cui Pechino è già avanti. Respira anche l’Amazzonia, almeno per altri quattro anni.
Luiz Inácio Lula da Silva, 80, Brazil’s president and one of the most influential politicians in Latin America this century, achieved the comeback he had been seeking on Sunday. Lula defeated Senator Flávio Bolsonaro, 45, the political heir to the far-right Bolsonaro clan, with 51.7% of the vote to 48.2%, a margin of four million votes. He has become the first president in Brazil’s history to win after losing the first round of a presidential election.
Brazil’s far-right candidate challenges the election result after voting hours were extended over public transport disruptions.
Brazilian far-right presidential candidate Flávio Bolsonaro has rejected President Luiz Inácio Lula da Silva’s reelection and vowed to seek the annulment of the vote, citing a Supreme Federal Court decision to extend voting hours amid allegations of disruptions to public transport.
The Superior Electoral Court (TSE) confirmed Lula’s reelection on Sunday. Bolsonaro, however, declared the result unacceptable and announced plans to challenge it in court.
“It is impossible to recognize the election results,” Bolsonaro said. “We will turn to our legal team and request that these elections be annulled.”
Bolsonaro based his challenge on a ruling by Supreme Federal Court Justice Cristiano Zanin, who extended voting by two hours after the Workers’ Party (PT) reported alleged irregularities affecting voter transportation in several cities.
The ruling came shortly before polls were due to close at 5 p.m. Zanin ordered polling stations nationwide to remain open until 7 p.m. Brasília time, citing the seriousness of the allegations and the urgency of the measure.
The PT accused mayors opposed to Lula of failing to comply with electoral court orders requiring municipalities to provide free public transport at full capacity on election day, as they would on a regular working day. The party also called for those responsible for the alleged violations to be caught in the act.
In Salvador, electoral authorities ordered the arrest of Pablo Souza, the city’s mobility secretary, over suspicions that he had withdrawn buses to disadvantage Lula. The northeastern city is governed by União Brasil, a center-right party allied with Bolsonaro. In the first round of the presidential election, Lula received 65% of the vote in Salvador, compared with 27% for Bolsonaro.
Brazilian trade union federations also denounced transport disruptions in several cities on election night and called for immediate action by the authorities.
In a statement, the unions condemned what they described as the deliberate obstruction of eligible voters’ right to participate in the election. They alleged that some cities had reduced their bus fleets despite a Supreme Federal Court order requiring public transport to operate at full capacity on election day.
The disruptions left thousands of people waiting at bus stops, uncertain whether they would reach polling stations in time. In some cases, the unions said, voters were unable to cast their ballots.
Bolsonaro’s campaign also sought an extension of voting hours, according to local media reports. His team requested additional time in cities across São Paulo, Paraná and Santa Catarina states, citing difficulties caused by heavy rainfall.
The dispute recalls the aftermath of the October 2022 presidential election, when Lula defeated Flávio Bolsonaro’s father, Jair Bolsonaro. The former president repeatedly challenged the result and conspired to overturn it.
On Jan. 8, 2023, thousands of his radicalized supporters stormed the Congress, presidential palace and Supreme Federal Court buildings in Brasília. Jair Bolsonaro was subsequently tried and is now serving a 27-year prison sentence for conspiring against Brazil’s democratic order and attempting a coup.
1st round was narrowly led by Flávio Bolsonaro, Israel supporter and son of imprisoned former president, who looks to extend Trump-backed rightward shift in Latin America
Forse a centrarla in pieno volto è stato un mattone, forse una bottiglia di vetro. Cambia poco. Nelle ore in cui il Brasileè chiamato al voto per eleggere il nuovo capo dello Stato tra l’uscente Luis Ignacio “Lula” da Silva e Flavio Bolsonaro, la consigliera comunale Iara Pimentel, esponente del Partito dei lavoratori (Pt), è stata colpita al viso e ferita durante un’aggressione contro una manifestazione elettorale a sostegno del presidente e candidato della sinistra, sabato sera a Montes Claros, nello Stato di Minas Gerais.
Alcuni video pubblicati sui social media mostrano un gruppo di manifestanti che indossano le maglie della nazionale di calcio brasiliana mentre lanciano oggetti contro il camion con l’impianto audio sul quale sfilava Pimentel insieme ad altri politici. In un altro filmato, la donna appare priva di sensi, con una ferita vicino all’occhio. In sottofondo, un uomo non identificato condanna gli attacchi e dichiara che verranno chiamate le forze dell’ordine. La consigliere ha perso conoscenza ed è stata trasportata d’urgenza in ospedale dove è stata sottoposta a esami e tenuta in osservazione.
Anche il deputato federale Paulo Guedes presente alla manifestazione, è stato bersaglio del lancio di oggetti. Immagini pubblicate sui social network e rilanciate dai media locali mostrano il momento dell’aggressione. Il Partito dei lavoratori di Minas Gerais e altri esponenti politici hanno condannato l’attacco e chiesto che i responsabili siano identificati e perseguiti. Insegnante, Pimentel è stata eletta consigliera comunale nel 2020 e rieletta nel 2024. Si occupa della tutela dei lavoratori dell’istruzione e delle donne vittime di violenza domestica.
“A Montes Claros un gruppo di sostenitori di Bolsonaro che si trovavano in un bar ha lanciato un mattone contro una nostra consigliera – ha commentato Lula uscendo dalla scuola di Sao Bernardo do Campo, nello Stato di San Paolo, dove ha votato -. C’è un’altra notizia di un decesso avvenuto a Corumbá. Una dimostrazione di violenza contro chi vuole la democrazia”, ha concluso Lula. “Non ho mai visto così tante donne, così tanti uomini, così tanti giovani piangere e invocare la democrazia. Il rovescio della medaglia è la violenza che dalla parte del bolsonarismo si sta imponendo alla nazione brasiliana”, ha detto ancora il presidente uscente.
Domenica 25 ottobre in Brasile si vota al secondo turno delle elezioni presidenziali. Il ballottaggio è tra Lula, candidato del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori) e Flávio Bolsonaro, candidato con il Partido Liberal, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato nel 2025 a oltre 27 anni di carcere per il tentato colpo di Stato del 2023. Se l’elezione del Presidente è già di per sé un evento centrale in ogni democrazia, lo è ancor di più all’interno di un Paese la cui forma di Stato, per una serie di combinazioni storico-sociali, viene definita “presidenzialismo imperiale“. “Questa espressione evidenzia la particolare concentrazione di poteri nella figura del Presidente della Repubblica. In Brasile il Presidente non è soltanto il capo del Governo, ma anche il capo dello Stato, il vertice dell’amministrazione federale e il comandante supremo delle Forze armate”, spiega Rolando Tarchi, professore di diritto costituzionale comparato all’Università di Pisa. “Si tratta di una presidenza molto forte, a cui sono attribuiti importanti poteri di direzione politica, iniziativa legislativa e intervento nell’economia”.
Tuttavia, un presidente forte non ha un potere illimitato: la stessa Costituzione prevede pesi e contrappesi per limitarne la centralità. Dunque, indipendentemente da chi sarà, chi vincerà dovrà fare i conti con una serie di enti e istituzioni che ne controbilanceranno il potere. Primo tra tutti il potere giudiziario: in Brasile negli ultimi anni le pronunce del Supremo Tribunal Federal stanno acquisendo la tendenza a uscire dal mero controllo di costituzionalità delle leggi e a incidere sul funzionamento delle istituzioni. Accanto a esso opera il Tribunale superiore elettorale, che non si limita ad amministrare le elezioni ma giudica anche gli abusi commessi in campagna elettorale. “Le vicende seguite alle elezioni del 2022, culminate nell’assalto alle sedi delle istituzioni a Brasília l’8 gennaio 2023 e nella successiva condanna di Jair Bolsonaro, hanno mostrato quanto il potere giudiziario sia diventato centrale nella difesa dell’ordine costituzionale” spiega il professore. Nonostante la burrascosa storia democratica del Brasile, fatta di colpi di Stato e cambi repentini di regime, è la prima volta che un ex Presidente brasiliano viene condannato per un attentato all’ordine democratico.
Oltre ai rapporti con gli altri poteri dello Stato – tra cui, ovviamente, anche quello legislativo, rappresentato dal Congresso -, il Presidente brasiliano deve relazionarsi con una pluralità di centri territoriali di potere sparsi nel Paese. Il Brasile, infatti, è una federazione composta da 26 Stati, dal Distrettofederale e dai Comuni, riconosciuti dalla Costituzione come enti federativi a pieno titolo: molto delle opportunità politiche di governo passa dal rapporto con queste realtà locali. “Il federalismo brasiliano, come in genere quelli latinoamericani, è stato a lungo debole, schiacciato dal centralismo dei regimi autoritari e dalla dipendenza finanziaria degli Stati dal centro” precisa Tarchi, “ma ha recuperato importanza durante la pandemia di Covid-19. Di fronte al negazionismo imposto dalla presidenza Bolsonaro, che minimizzava la gravità del virus e osteggiava le misure di contenimento, governatori e sindaci hanno adottato autonomamente restrizioni e misure sanitarie, e nell’aprile 2020 il Supremo Tribunal Federal ha stabilito che potessero agire in autonomia, senza aspettare il governo federale. Lo Stato di San Paolo, attraverso l’Istituto Butantan, ha avviato la produzione di vaccini e ha spinto il governo federale ad avviare la campagna vaccinale nazionale. In quella fase il federalismo ha funzionato come un vero contrappeso alla Presidenza”.
Ancora più interessante è, però, il sistema dei partiti che funge da contrappeso al potere del Presidente: “Gli studiosi definiscono il modello brasiliano presidencialismo de coalizão, ossia ‘presidenzialismo di coalizione‘. È una formula apparentemente contraddittoria. Il Presidente è eletto per governare personalmente, ma per governare concretamente deve comportarsi, almeno in parte, come il capo di una coalizione parlamentare“. Il motivo di questo modus operandi particolare del presidente brasiliano risiede nella frammentazione del sistema dei partiti – differenza evidente con il caso americano, dove i partiti che si scontrano alle elezioni sono di fatto due, Repubblicani e Democratici. Alla forza giuridica della Presidenza prevista a livello teorico dalla costituzione brasiliana, si contrappone una debolezzapolitica di fatto, riconducibile proprio alla frammentazione dei partiti: il Presidente deve costruirsi una maggioranza (il più possibile ampia e solida) che gli permetta di governare. Di nuovo Tarchi: “Qui emerge il paradosso. La legittimazione diretta e i forti poteri costituzionali non assicurano una maggioranza politica stabile. Il Presidente può dipendere da accordi mutevoli, concessioni programmatiche, distribuzione di incarichi e negoziati sulle risorse di bilancio. Ne può derivare una minore trasparenza della responsabilità politica: agli elettori non è sempre chiaro quali decisioni dipendano dal Presidente e quali siano il risultato di compromessi imposti dai suoi alleati”.
Nell’ultimo mandato di Jair Bolsonaro (2019-2022) si è visto bene questo meccanismo: pur volendosi presentare come l’uomo fuori dal sistema, come il presidente che si sarebbe tenuto fuori dai meccanismi politici tradizionali, “dovette negoziare con i partiti del Centrão per la formazione delle maggioranze. Nel 2021 affidò a uno dei loro leader la Casa Civil, il cuore politico del governo” racconta Tarchi. Va detto che in Brasile le appartenenze parlamentari sono fluide: “I partiti del Centrão, come la federazione UniãoProgressista, il PSD, i Republicanos o l’MDB, hanno partecipato negli ultimi anni anche al governoLula. Più che dal voto, le maggioranze sono determinate dalle trattative che seguono il voto” prosegue il professore.
Per questi motivi, le elezioni di domenica prossima si rivelano cruciali per il futuro della vita politica del Brasile. Due gli scenari individuati da Tarchi: “Se il ballottaggio fosse vinto da Lula, si determinerebbe una situazione assimilabile al governo diviso: un Presidente privo di una maggioranza parlamentare omogenea, costretto a negoziare ogni provvedimento con un Congresso in cui i partiti a lui ostili sono maggioritari in entrambe le Camere, con il rischio di paralisi e di un conflitto permanente sul bilancio e sulle nomine. Se invece vincesse Flávio Bolsonaro, la Presidenza potrebbe contare su una maggioranza ampia e politicamente omogenea, vicina, soprattutto al Senato, alle soglie necessarie per modificare la Costituzione“.
Al primo turno il senatore FlavioBolsonaro, esponente della destra e figlio dell’ex capo dello Stato Jair, ha ottenuto il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% del leader progressista e presidente uscente Luiz Inacio Lula da Silva, pari a uno scarto di circa 2,2 milioni di preferenze. E oggi 25 ottobre i due candidati vanno al ballottaggio che deciderà il nuovo presidente del Brasile. Sono 158,7 milioni gli elettori chiamati alle urne per scegliere il capo dello Stato per i prossimi quattro anni: i seggi saranno aperti dalle 8 alle 17, ora di Brasilia, dalle 12 e alle 21 in Italia. Lo scrutinio inizierà subito dopo la chiusura e i primi dati saranno diffusi dalle 17, le 21 in Italia. La legge vieta di diffondere i risultati degli exit poll fino alla chiusura dei seggi. Considerate le urne elettroniche e il fatto che si voti solo per la presidenza a livello nazionale e per i governatori in cinque Stati e nel distretto federale, i primi dati ufficiali, utili a delineare una tendenza, arriveranno ai centri di raccolta dati statali e saranno poi trasmessi a Brasilia nel giro di pochi minuti.
Tuttavia, con una sfida attesa sul filo di lana, alla luce del pareggio indicato dai sondaggi più autorevoli, potrebbe essere necessario attendere i risultati delle ultime sezioni. Per conoscere l’esito bisognerà quindi aspettare i dati ufficiali dello spoglio. Nel 2022, Lula fu dato per matematicamente eletto alle 19.56 locali (le 23.56 in Italia), quasi tre ore dopo la chiusura delle urne. A rendere decisivo il voto saranno anche gli indecisi e gli elettori che non si sono presentati al primo turno: gli astenuti sono stati 33,47 milioni, pari al 21,08% degli aventi diritto. Peseranno inoltre le scelte di chi aveva votato per gli altri candidati, in gran parte di destra, che avevano raccolto complessivamente circa 9,3 milioni di voti. In ballo, dalle elezioni di domenica, c’è il futuro politico del più grande Paese dell’America Latina, ovvero se si unirà alla destra regionale sostenuta dal presidente statunitense Donald Trump oppure rimarrà una roccaforte della sinistra. Un sondaggio dell’istituto Datafolha mostra i due candidati in parità con il 50% delle intenzioni di voto ciascuno, rispetto al vantaggio di quattro punti percentuali di Bolsonaro nei sondaggi pubblicati due settimane fa.
I due rivali – Luiz Inacio Lula da Silva, attuale presidente e icona della sinistra latinoamericana, si gioca tutto. Approdato in politica dal mondo operaio dopo anni di sindacalismo, a 80 anni cerca uno storico quarto mandato non consecutivo. In quelli precedenti al timone del Brasile ha provato a lavorare contro povertà e analfabetismo, per esempio con l’introduzione del programma ‘Bolsa Familia’. Una sua sconfitta di fine carriera implicherebbe anche certificare il passaggio dell’intera America Latina in mano alla destra, con l’eccezione del piccolo Uruguay. Una vittoria di FlavioBolsonaro, invece, inserirebbe la più grande economia del Sud America nell’ondata di estrema destra che ha già investito il resto del continente, in linea con l’Argentina di JavierMilei, il Cile di Antonio Kast e la Colombia del neo-presidente Abelardo de la Espriella. Bolsonaro Jr., 45 anni, ha un curriculum totalmente diverso da quello dell’avversario. Proviene dalla ‘dinastia’ politica dei Bolsonaro, con il padre Jair che è stato presidente del Brasile dal 2019 al 2022 ed è agli arresti con una condanna a 27 anni per il tentato golpe con cui si tentò di impedire proprio l’insediamento di Lula. La scelta del Brasile avrà impatto, oltre che sulla gestione interna, sulle politiche per l’Amazzonia e sul posizionamento geopolitico del Paese. Flavio Bolsonaro è alleato degli Usa di Donald Trump, mentre Lula si è più volte espresso contro l’ingerenza Usa e ha rafforzato i rapporti con la Cina. La chiave per il ballottaggio sono gli oltre 33 milioni di persone che il 4 ottobre a votare non ci sono andate: si tratta del 21% degli elettori, il più alto tasso di astensione al primo turno dal 1998, ed è su di loro che hanno puntato da subito entrambi i candidati.
Una mossa politica di cui il presidente in carica potrebbe raccogliere i frutti al ballottaggio è il via libera del Senato alla riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore, una proposta spinta proprio da Lula e approvata la settimana scorsa. Fra il primo e il secondo turno ha anche denunciato Meta, accusando i suoi algoritmi di favorire Bolsonaro e ottenendo un pronunciamento del tribunale in suo favore. Manifestazioni oceaniche per Lula da una parte e per Bolsonaro dall’altra si sono tenute il 18 ottobre in diverse città del Brasile. Per Lula c’è stata una massiccia discesa in campo di artisti. Oltre all’appoggio di Bad Bunny, che prima del 4 ottobre ha dato l’ok a usare la sua ‘Lo que le pasò a Hawaii’ per un video della campagna di Lula, per il presidente si sono impegnati numerosi musicisti brasiliani. A Rio la spiaggia di Copacabana si è riempita di migliaia di persone per quello che è stato soprannominato ‘Atto per la democrazia’, con il sostegno di cantautori come Caetano Veloso e Chico Buarque. Mentre un’altra icona della musica brasiliana, GilbertoGil, era sul palco di un altro evento simile a Salvador de Bahía. Dall’altra parte Bolsonaro Jr. e i suoi sostenitori si sono radunati sull’arteria principale di San Paolo, l’Avenida Paulista, con alleati chiave, fra le ripetute richieste di rilascio di Jair Bolsonaro.
Em 30 de janeiro deste ano, Eduardo Bolsonaro postou uma foto com o Príncipe Herdeiro e Primeiro-Ministro do Reino do Bahrein, Sheik Salman bin Hamad Al Khalifa, ao lado do seu irmão, o candidato à presidência Flávio Bolsonaro (PL). Ambos apareciam vestidos nos trajes tradicionais do país. “No mundo árabe, a candora é o equivalente ao terno e gravata. Vestir a roupa tradicional é mais do que estilo, é respeito. Diplomacia se faz com gestos. E gestos constroem confiança, proximidade e resultados reais para Bahrein e Brasil”, escreveu Eduardo, que tem pretensões de assumir o Ministério de Relações Exteriores se seu irmão vencer as eleições no próximo domingo.
Eduardo participava da comitiva oficial do candidato ao lado de Paulo Figueiredo e dos deputados federais Paulo Bilynskyj (PL-SP) e Rodrigo Valadares (União Brasil-SE). A viagem incluiu uma visita ao palácio e um festival de corridas de cavalos promovido pela monarquia.
Mas o que Eduardo não mencionou no post do Instagram é que ele mantinha uma relação bem mais firme com o país.
Uma investigação da Agência Pública constatou que ele manteve uma empresa no Bahrein para realizar atividades de consultoria em gestão. Aberta em 19 de setembro de 2024, a The Next Level LLC funcionou oficialmente por pouco mais de um ano e teve suas atividades encerradas em setembro do ano passado por não ter renovado o registro de companhia limitada. O capital inicial era de cerca de R$ 130 mil.
Um detalhe chama a atenção: o irmão do candidato presidencial Flávio Bolsonaro (PL) registrou a empresa como cidadão italiano. Tanto Eduardo quanto seu irmão Carlos possuem passaporte italiano, fruto dos antepassados dos Bolsonaro na cidade de Anguillara Veneta, no norte do país.
A informação pode ampliar controvérsias em torno do lobby de Eduardo para gerir o Itamaraty e liderar a diplomacia brasileira. E abre dúvidas se ele não teria aberto empresas em outros países como cidadão italiano e não brasileiro.
Eduardo Nantes Bolsonaro, cujo nome, em árabe, aparece no Portal de Registro Comercial (SIJILAT) no Bahrein como ورانوسلوب ستنان ودراودإ, não respondeu aos questionamentos da Agência Pública sobre qual era a finalidade da empresa.
Mas ela foi aberta exatamente no mesmo período em que ele e o irmão Flávio buscavam fundos para viabilizar a realização do filme “Dark Horse”, cinebiografia de Jair Bolsonaro, que recebeu aporte de US$ 13 milhões do banqueiro Daniel Vorcaro. Foi em dezembro de 2024 que Flávio conheceu Daniel Vorcaro em uma reunião online, e nos meses seguintes, até meados de 2025, Fabiano Zettel passou a coordenar o repasse dos valores em parcelas de cerca de US$ 2 milhões. Foi um período de grande mobilização para buscar apoio para o projeto familiar.
Em maio deste ano, o deputado federal Mário Frias Filho (PL-SP), produtor do filme e detentor dos direitos sobre a história de vida de Bolsonaro – como revelou a Pública – acompanhou Eduardo em uma nova viagem até o Bahrein. Realizada entre 12 e 18 de maio, segundo Mário Fias, a visita ocorreu a convite do Conselho de Desenvolvimento Econômico do país (EDB, na sigla em inglês).
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Segundo levantamento da jornalista Juliana Dal Piva na sua coluna no ICL Notícias, Eduardo Bolsonaro esteve ao menos nove vezes no Bahrein desde 2019. Quatro destas viagens ocorreram durante o governo de Jair Bolsonaro. Depois disso, outras três coincidiram com momentos de pressão judicial do STF contra o ex-deputado federal.
A mais recente ocorreu em 8 de outubro, entre o primeiro e o segundo turno das eleições. Ele voltou a visitar o palácio e a se encontrar com o Sheikh Salman bin Hamad Al Khalifa, além do ministro de economia e finanças, para discutir cooperação econômica e comercial.
As fotos foram feitas no mesmo dia em que o ministro do STF Alexandre de Moraes decretou sua prisão pelo crime de coação no curso do processo, devido ao lobby realizado junto ao governo Trump por retaliações contra o Brasil. Alexandre mandou ainda cancelar os passaportes de Eduardo.
O ex-deputado, foragido da justiça brasileira, usou seu passaporte italiano para entrar no país e postou vídeos xingando o ministro do STF e passeando pelo aeroporto do Bahrein e dos EUA livremente.
They went into the first round of Brazil’s presidential election full of optimism. They were enormously confident that the veteran Luiz Inácio Lula da Silva would secure a first-round victory. In fact, even an outright win did not seem far-fetched to them. But election night on October 4 ended in colossal disappointment for 23-year-old Rhian Silva, for Julia de Oliveira Szöke, 25, both history students, and for the Brazilian left as a whole. Shocked, Silva allowed himself only a brief period of mourning before springing into action after Lula called for mass mobilization.
A poucos dias do segundo turno das eleições presidenciais, Flávio Bolsonaro (PL) esteve com o pai, Jair Bolsonaro, na manhã desta quinta-feira (22), em Brasília. O senador, que disputa a Presidência da República, chegou pouco antes das 8h ao condomínio Solar de Brasília, no Jardim Botânico, onde o ex-presidente cumpre prisão domiciliar.
O encontro durou aproximadamente uma hora. Flávio deixou o local sem falar com jornalistas e não comentou o motivo da visita.
A reunião ocorreu um dia antes do debate entre o candidato do PL e o presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), marcado para sexta-feira (23), na TV Globo. O confronto televisivo está previsto para três dias antes do segundo turno.
Esta é a terceira vez que pai e filho se encontram desde o fim da restrição de 90 dias às visitas a Jair Bolsonaro, determinada pelo ministro Alexandre de Moraes, do Supremo Tribunal Federal (STF).
Condenação de Jair Bolsonaro e compromissos de Flávio
O ex-presidente foi condenado pelo STF, em 2025, a 27 anos e três meses de prisão por tentativa de golpe de Estado. Desde agosto do ano passado, ele está preso e cumpre prisão domiciliar no Distrito Federal.
A agenda oficial de Flávio Bolsonaro indica que ele permanece em Brasília nesta manhã, sem compromissos públicos previstos. Para a noite, o senador tem uma transmissão ao vivo marcada para as 19h.
Twenty million families living in poverty will begin receiving extra cash this week, just days before the runoff in Brazil’s closely contested presidential election. The 15% increase in payments from Bolsa Família (the Workers Party’s flagship anti-poverty program) that President Luiz Inácio Lula da Silva announced in September, shortly before the first round of voting, is reaching the pockets of the neediest just ahead of Sunday’s runoff vote.
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“Eu queria fazer a pergunta: se ele [Flávio Bolsonaro] tem noção da destruição que ele fez nos seis hospitais federais do Rio de Janeiro, que nós agora estamos recuperando”. Essa foi a fala do presidente e candidato à reeleição Lula (PT), no último debate realizado pela TV Bandeirantes no domingo, 18 de outubro.
O presidente acusou o concorrente Flávio Bolsonaro (PL) de mandar nos hospitais federais do Rio durante o governo do pai, Jair Bolsonaro. Lula falou de UTIs fechadas, de unidades sucateadas e de um “pedágio” cobrado de funcionários para estacionar no que Flávio respondeu que Lula estava “vomitando um monte de mentiras”.
A informação usada por Lula foi revelada pela Agência Pública em 1º de outubro, na reportagem de Caio Briso, que trouxe documentos oficiais e entrevistas que indicam como o senador Flávio Bolsonaro, sem cargo no Executivo à época, exerceu forte influência sobre a rede de saúde entre 2019 e 2022, em plena pandemia de Covid-19.
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O Rio é a única cidade do país com hospitais administrados pelo governo federal, herança dos tempos em que era a capital do país. São seis unidades: Bonsucesso, Andaraí, Cardoso Fontes, Ipanema, Lagoa e Servidores do Estado. Com orçamento alto e muitos contratos terceirizados, a rede virou um “feudo” de políticos fluminenses, segundo fontes consultadas sob reserva pela reportagem que traz detalhes de como Flávio Bolsonaro influenciou a saúde do Rio no governo de Jair Bolsonaro.
No debate, Flávio chegou a assumir uma mea culpa sobre o mal resultado da gestão do pai na saúde. “De fato, a saúde não foi uma área que a gente teve o melhor resultado. Eu faço aqui esse mea culpa”, afirmou o senador. Apesar disso, ele argumentou que Jair comprou as vacinas, sem informar que o presidente deu várias declarações contrárias à compra de vacinas, além de desinformar sobre o efeito delas.
Leia a fala de Lula na íntegra
“Eu queria fazer a pergunta: se ele [Flávio Bolsonaro] tem noção da destruição que ele fez nos seis hospitais federais do Rio de Janeiro, que nós agora estamos recuperando. Fizemos parceria com a iniciativa privada, com a prefeitura, para que a gente dê conta daqueles hospitais. Aquele hospital tem que ser hospital de qualidade, aquele hospital tem que ser referência.
Mas sabe o que ele fazia quando ele tomava conta desses hospitais? Ele cobrava até pedágio dos funcionários, os caras pagavam estacionamento. Então, quem está assistindo pode ir lá perguntar, pode ir lá perguntar, pode ir nos hospitais perguntar para a enfermeira, para médico. Tinha um hospital lá do Rio de Janeiro, federal, que ele tomava conta, que não tinha cozinha (…) Então é o seguinte, rapaz: pelo amor de Deus, quando a gente trata de saúde, você tem que tratar de saúde com respeito, com muito respeito (…)”.
Um segundo filme sobre a vida do ex-presidente Jair Bolsonaro guarda muitas semelhanças com Dark Horse, produção que ficou famosa por ter recebido pelo menos R$ 62 milhões do ex-banqueiro Daniel Vorcaro e por ter colocado o candidato à presidência Flávio Bolsonaro sob investigação da Polícia Federal. Entidades ligadas ao documentário AColisão dos Destinos, que estreou em maio nos cinemas com salas vazias, também receberam emendas parlamentares de deputados bolsonaristas — entre eles Mario Frias (PL-SP). Assim como Dark Horse, o documentário está mencionado em mensagens do celular de Vorcaro, que foi convidado a ver a obra em uma sessão particular junto com Flávio e Jair. A diferença, no entanto, é o valor da produção.
Enquanto a produção internacional teve custo declarado de R$ 75,1 milhões – valor maior que grandes produções como Ainda Estou Aqui e O Agente Secreto -, A Colisão dos Destinos teria gasto apenas R$ 4,5 mil, conforme declarou a produtora à Agência Nacional de Cinema (Ancine).
Por conta deste valor, considerado baixo pela agência para um longa-metragem, a Ancine abriu uma diligência contra a produtora Dori Filmes, responsável pelo documentário. O filme foi lançado simultaneamente em 17 estados, em maio deste ano, e tem participações do ex-presidente e seus filhos, além de políticos bolsonaristas.
Em um documento obtido pela Agência Pública, a Ancine solicita que a Dori Filmes confirme o valor do financiamento. “O valor informado não condiz com os custos de uma obra audiovisual”, justificou a diligência. Em resposta, a produtora alegou que não houve gastos com produção e finalização porque “todos os técnicos trabalharam de forma voluntária, como parceiros da obra”, tratando-se de um projeto “inteiramente sem dinheiro”.
Peça de divulgação de documentário sobre Jair Bolsonaro, que estreou em maio
Apesar da alegação, a Dori Filmes e outra entidade audiovisual também ligada ao diretor Doriel Francisco receberam R$ 860 mil em emendas parlamentares dos deputados federais Mario Frias, Marcos Pollon (PL-MS) e do ex-deputado Eduardo Bolsonaro, além de R$ 22 mil da cota parlamentar de Frias. Além disso, também houve pagamentos de R$ 600 mil por meio do diretório do Partido Liberal e R$ 84 mil da ONG Academia Nacional de Cultura, comandada por Karina Gama, a produtora de Dark Horse. O montante total recebido pelas entidades ligadas ao documentário foi de R$ 1,5 milhão.
Os recursos entraram no caixa das entidades ligadas ao documentário A Colisão dos Destinos no período em que estava sendo produzido. Somente a Dori Filmes, de propriedade de Francisco, ficou com R$ 106,4 mil desse total.
O relatório da Ancine também aponta que o deputado federal Mário Frias ocupou a função de produtor executivo do filme, cargo que é responsável pela gestão financeira da produção. O documento cita ainda que o argumento do documentário foi escrito por Frias em parceria com o ex-deputado Eduardo Bolsonaro, que foi cassado em 2025 e que atualmente vive nos Estados Unidos.
A Pública foi ao endereço oficial da Dori Filmes, na zona rural de Sobradinho, no Distrito Federal. Em vez de uma sede empresarial, a reportagem encontrou casas simples e sem muro em um terreno de difícil acesso por estrada de terra. Não há indícios físicos da produtora no local, e um vizinho afirmou desconhecer a existência da empresa. Disse também nunca ter ouvido falar de Doriel Francisco.
Endereço que consta como sendo da produtora Dori Filmes
Além da diligência sobre o valor da obra, a Ancine também abriu uma investigação para apurar os dados de exibição do documentário nos cinemas. A agência informou, em resposta à Pública via Lei de Acesso à Informação, que a distribuidora de A Colisão dos Destinos (função que foi exercida pela própria Dori Filmes) não reportou quantas salas exibiram a obra e qual foi o tamanho do público. O envio destas informações é obrigatório. A empresa foi notificada e está correndo o prazo para enviar os dados de forma voluntária.
A Colisão dos Destinos estreou em 14 de maio, em 56 salas de cinema que permaneceram esvaziadas. O lançamento ocorreu um dia depois de O Intercept Brasil revelar que o senador Flávio Bolsonaro pediu R$ 134 milhões ao ex-banqueiro Daniel Vorcaro para produzir Dark Horse. Este valor, no entanto, é superior aos R$ 75,1 milhões declarados pela produtora de Karina Gama à Ancine. Por conta disso, o candidato à presidência é investigado por suspeita de corrupção, evasão de divisas e lavagem de dinheiro.
Nos bastidores da Ancine, A Colisão dos Destinos foi apelidada de “Dark Horse da Shopee” por remeter a uma versão de baixo orçamento do longa de produção internacional.
Frias queria exibir filme a Vorcaro junto com Flávio e Jair Bolsonaro
A Colisão dos Destinos também aparece nas conversas vazadas do celular de Vorcaro, às quais a Pública teve acesso. Em 21 de março de 2025, Mario Frias procurou o banqueiro às 7h25 da manhã. “Bom dia, irmão”, ele disse. Em seguida, enviou um arquivo de vídeo com o trailer do documentário.
O deputado disparou várias mensagens em sequência para Vorcaro:
“Quando você quer assistir ao documentário? Aí no dia sala? Só me fala dia e hora convida o Ciro kkkk [sic]. E bora assistir ‘A Colisão dos Destinos’. O único documentário do mundo feito sobre o homem. Tmj”, escreveu. Vinte minutos depois, Vorcaro respondeu apenas “Bom dia”.
Frias continuou: “Só marcar. Tá pronto. Chama quem você quiser e me fala dia e hora, irmão. Vc vai adorar o filme.” O banqueiro sinalizou que poderia “na outra semana”, “pois a que vem não irei a bsb”, continuou. O deputado respondeu: “Fechado”.
Em outra conversa, de 27 de março de 2025, o empresário e lobista Thiago Miranda diz a Vorcaro que Flávio Bolsonaro e Frias pediram para levar Jair Bolsonaro para assistir ao documentário na casa de Vorcaro. “Flavio e Mario me pediram isso. Querem levar o presidente na sua casa para assistirem juntos com vc o documentário”, disse.
O banqueiro mais uma vez foi sucinto: “Vamos marcar sim”. Miranda insistiu: “Me passa duas opções de data que fica melhor pra você semana que vem?” Não fica claro, pelas mensagens, se o encontro aconteceu. Na época, a assessoria de Flávio negou que tenha ocorrido.
Na pré-estreia do filme, o deputado Sóstenes Cavalcante, líder do PL na Câmara, disse à CNN que o filme iria reforçar a campanha de Flávio à presidência da República. “Eu vou fazer campanha com este documentário nos municípios do meu estado para todos verem a história de um homem que admiramos.” O filho de Bolsonaro teve 47% dos votos válidos no primeiro turno das eleições.
Nós procuramos Doriel Francisco, Dori Filmes, Mario Frias, Marcos Pollon e Eduardo Bolsonaro, mas não obtivemos resposta até a sua publicação. O espaço permanece aberto.
Dinheiro de ONG ligada a Dark Horse
A Colisão dos Destinos também tem relação com a ONG Academia Nacional de Cultura, comandada por Karina Gama, a produtora de Dark Horse. A ONG fez um repasse de R$ 84 mil para a Dori Filmes entre 2025 e 2026. A informação consta de um relatório da Polícia Federal, revelado pela Folha de S.Paulo, no contexto das investigações sobre o Dark Horse. Até o momento, a produtora não se manifestou sobre o motivo do pagamento.
Em 2024, ano em que A Colisão dos Destinos foi rodado, Mário Frias repassou R$ 22,4 mil de sua cota parlamentar à Dori Filmes por serviços de divulgação do mandato, como revelado pelo Metrópoles. Segundo as notas fiscais apresentadas à Câmara, com valores entre R$ 3,5 mil e R$ 7 mil, a produtora teria confeccionado folders e vídeos sobre a atuação do deputado.
Ainda naquele ano, Frias também destinou uma emenda parlamentar de R$ 180 mil, via Ministério da Cultura, para a ONG Passos da Liberdade. O diretor Doriel Francisco integra a presidência da entidade como primeiro secretário e é coautor de outras obras audiovisuais da organização.
A Passos da Liberdade ainda recebeu verbas de emendas de Eduardo Bolsonaro, enquanto ainda tinha mandato, e do deputado Marcos Pollon, nos valores de R$ 500 mil e R$ 180,9 mil, respectivamente. Na época, os deputados disseram que o dinheiro seria para o financiamento do documentário Nós (anteriormente chamado de Genocidas), sobre regimes autoritários comunistas. Doriel Francisco é creditado como co-roteirista do filme. As emendas passaram a ser descritas no site da ONG depois de reportagem do UOL.
O diretório do PL também enviou R$ 600 mil do fundo partidário para a Passos da Liberdade sob a justificativa de “prestação de serviços de assessoria de comunicação e de produção audiovisual” em Minas Gerais. À Folha, a organização confirmou o contrato com o PL para “prestação de serviços de comunicação institucional”.
Com sede em Porto Alegre, a ONG é presidida por Rodrigo Cassol Lima, que foi o número dois da Secretaria Nacional de Desenvolvimento Cultural durante o governo Bolsonaro. Na época, o órgão era subordinado à Secretaria Especial de Cultura, chefiada por Mário Frias. O filme Nós é dirigido por outro ex-membro do governo Bolsonaro: Gustavo Lopes, que foi secretário nacional de Audiovisual.
Em resposta à Pública, a Passos da Liberdade disse que não teve participação financeira e nem envolvimento com a produção de A Colisão dos Destinos. A organização também disse que o documentário Nós deve ser lançado em streaming em novembro e que o contrato com o PL é de natureza institucional. Leia a íntegra.
Prestação de serviços em campanhas bolsonaristas
Após a estreia de A Colisão dos Destinos, a Dori Filmes foi contratada por duas campanhas bolsonaristas nas eleições deste ano para produção de vídeos. A vereadora de São Luís, Flávia Bethier (PL-MA), que se autointitula “a bolsonarista do Maranhão” e é presidente do PL Mulher no estado, pagou R$ 30 mil pelos serviços da Dori e mais R$ 19.700 para a Star City, empresa da qual Doriel se tornou sócio em junho deste ano. Ela concorreu a uma vaga como deputada federal e passou como suplente.
Cena do documentário mostra Jair jovem com os três filhos mais velhos
Entre junho e julho, Berthier patrocinou uma caravana que levou exibições gratuitas do filme a São Luís e mais de 20 cidades do interior do Maranhão. Flávio Bolsonaro gravou um vídeo agradecendo a política pela iniciativa. “Bora resgatar o Brasil começando pelo Maranhão”, diz ele. Também houve apresentações em cidades de Pernambuco.
Outro candidato que contratou o diretor do documentário de Bolsonaro para prestar serviços para sua campanha, por R$ 20 mil, foi Vilmar Vigo, conhecido como “Bolsonaro da Shopee” por se parecer fisicamente com o ex-presidente. Vigo concorreu à Câmara Federal pelo Mato Grosso, mas não se elegeu.
Doriel Francisco entrou como sócio em duas empresas – a Star City Mídia e Capital Facilities Gestão Administrativa e Imobiliária – em junho deste ano, pouco antes do período eleitoral. Ele se tornou sócio de Deuselis Braga André Filho, lotado como assessor parlamentar do senador Izalci Lucas (PL).
Deuselis é dono de páginas nas redes sociais que reúnem influenciadores de direita e faz campanha para Flávio Bolsonaro. Ele também comanda páginas que agrupam atos conservadores pelo Brasil e organiza protestos de direita. Mais recentemente, organizou uma motocarreata em Brasília. O próprio candidato gravou um vídeo, ao lado de Deuselis, chamando para o ato.
A página de Deuselis nas redes sociais, chamada “Influenciadores de Direita”, é mencionada como “parceira” na produção de A Colisão dos Destinos, junto com uma agência de marketing político de Brasília de pequeno porte. Berthier e Deuselis não responderam ao pedido de entrevista.
O documentário A Colisão dos Destinos exibe a “história não contada” do ex-presidente preso por tentativa de golpe de Estado, retratado como uma figura simples que foi escolhida por Deus para comandar o país. As filmagens aconteceram antes de ele ser condenado por tentativa de golpe de Estado e proibido de dar entrevistas.
O presidente Lula (PT) afirmou que quer os votos de 100% dos presidiários, incluindo o do ex-presidente Jair Bolsonaro, pai do adversário do petista, Flávio Bolsonaro (PL). O chefe do Executivo havia perguntado o motivo para o senador ter se posicionado contra a prisão de Bruno Delaroli, policial militar responsável pela bala perdida que matou a menina Ana Clara Machado, de cinco anos, no Rio de Janeiro.
Flávio, no entanto, não respondeu a pergunta e rebateu: “Lula, com você, a criminalidade explodiu no Brasil. Inclusive, você pode responder por que 73% dos presidiários votaram em você?”, e o petista disse: “Eu quero 100% dos votos dos presidiários, até do seu pai”.
Condenação de Jair Bolsonaro
Jair Bolsonaro foi condenado a mais de 27 anos de prisão pelo STF (Supremo Tribunal Federal) por participar de um plano de golpe de Estado para impedir que Lula assumisse a Presidência da República. O ex-presidente se encontra em prisão domiciliar. (Anna Júlia Lopes/FOLHAPRESS)
A aposentada Elizabete Oliveira Gregório, 72, é eleitora de Lula (PT) desde a primeira vez em que o ex-metalúrgico se candidatou à Presidência, em 1989. Nascida numa pequena cidade do Paraná, ela diz que teve contato com os ideais do atual presidente quando se mudou para Guarulhos, em São Paulo.
“Meu esposo sempre falava muito que ele era trabalhador, uma pessoa pobre igual todo mundo”, ela conta, admitindo que, apesar de não entender muito de política à época, repetiu o voto do marido, nesta e nas eleições seguintes, acreditando na confiança que ele depositava no sindicalista.
Elizabete mora em Ribeirão das Neves, na região metropolitana de Belo Horizonte, desde a década de 1990. Com 330 mil habitantes, a periférica cidade é um dos dez maiores colégios eleitorais de Minas Gerais e tem se destacado, nos últimos anos, como um município-chave para observar as idas e vindas da polarização hoje corrente no país.
Antigo reduto petista que deu ampla vantagem a Lula e a Dilma Rousseff (PT) nas eleições de 2002 a 2014, Ribeirão das Neves tem apresentado um movimento de gangorra em relação aos últimos posicionamentos políticos da maioria de seus habitantes e seguido, à risca, o cenário das eleições nacionais.
Jair Bolsonaro (PL) venceu por lá em 2018, eleito em segundo turno com 59,59% dos votos válidos, e Lula retomou a dianteira do PT em 2022, por uma estreita margem de 50,63%. No primeiro turno deste ano, a cidade escolheu Flávio Bolsonaro (PL), que marcou 46,53% dos votos válidos, ante 43,93% de Lula.
Elizabete, que é evangélica, diz nunca ter mudado de opinião. Ela guarda a lembrança da primeira vez que foi ao banco, para fazer um empréstimo e adquirir um cartão de crédito, conquista que dedica à gestão do petista. “Eu creio que, se ele ganhasse agora, seria bom como foi das outras vezes”, diz.
Eleitores mudam de posição e criticam governos
Lula também foi o candidato escolhido em 2022 por Marcelo Augusto, 23. Ele é comerciante numa loja de roupas e atualmente faz curso de barbeiro. “Foi meu pior arrependimento. O cara não fez nada”, ele diz.
No primeiro turno das eleições deste ano, votou em Flávio, escolha que pretende manter para o segundo. “Não é que ele seja meu candidato favorito, mas eu acho melhor dar uma chance pra ele, que está chegando agora, do que deixar o PT, que não fez nada nesses 20 anos de governo”, explica, citando ainda a repercussão dos escândalos do mensalão e do Banco Master.
Marcelo acredita que a polarização política na cidade se dá porque muitas pessoas não sabem por que votam, e cita o próprio exemplo -ele diz que votou no Lula no último pleito por influência da mãe, que vê no petista um bom presidente.
“Eu acredito que muitas pessoas não estudam e não procuram saber em quem estão votando, e vão muito na onda dos outros”, ele diz, definindo-se hoje como uma pessoa de extrema direita.
Ele justifica a posição afirmando ser contra algumas bandeiras que entende serem defendidas pela esquerda, como a questão do aborto e pautas relacionadas à defesa da diversidade de gênero e orientação sexual.
Marcelo também é crítico à PEC do fim da escala 6×1, promulgada nesta sexta-feira (16) após aprovação por ampla maioria na Câmara e no Senado. “Um descanso a mais sim, mas eu sou a favor do poder de compra. Não adianta a pessoa ter um dia de folga e não ter condições de comprar nada”, afirma.
Na sua opinião, um eventual governo Flávio tem chance de ser melhor do que a gestão de seu pai, Jair. “Tomara, porque, se também não for, daqui a quatro anos, eu voto em outra pessoa. Eu sou desse jeito.”
Ele assume a vontade de entrar para a política no futuro e diz que suas principais bandeiras seriam o combate à corrupção e à criminalidade.
A escolha por Flávio é a mesma da freelancer Cynthia Miriam, 45, que afirma nunca ter votado no PT. “O governo Bolsonaro parece que deixou o Brasil com dinheiro no cofre, né? Quem sabe não acontece o mesmo?”, diz.
Abstenção e votos nulos refletem insatisfação
Já Lael Chaves, 32, se considera uma pessoa de centro e disse que não votou em ninguém no primeiro turno, decisão que ele afirma manter para o segundo. “Como uma forma de protesto”, explica.
Ele trabalha com sua bicicleta como entregador de uma plataforma de delivery, e conversou brevemente com a reportagem em uma pausa entre pedidos.
“Entra político, sai político e o país está sempre pior”, ele afirma. “A inflação está sempre aumentando e o poder de compra do brasileiro diminuindo, seja nas gestões de esquerda ou de direita.”
Ele considera que as propostas de ambos os presidenciáveis funcionam como fachada para que os candidatos defendam interesses pessoais. “Eu sou contra a classe política atual, não tem ninguém que me represente”, diz, citando Lula, Flávio Bolsonaro e Renan Santos (Missão), que ficou em quarto lugar no primeiro turno.
A justificativa se assemelha às razões da estudante de direito Tainá dos Santos, 22, para votar nulo em todos os cargos eletivos, do Executivo e do Legislativo, desde que esteve apta a participar do processo, aos 16 anos.
“Tem essa opinião das minhas colegas, sempre falando comigo da importância da política e do voto feminino, mas, apesar de me importar com questões feministas, eu nunca quis escolher alguém e nunca me dei esse trabalho”, ela conta. “É uma opinião normal, a minha.”
Ela questiona como o seu voto, 1 entre os 158,7 milhões de eleitores brasileiros, poderia influenciar a porcentagem alcançada pelos candidatos em primeiro turno. “Será que o meu voto mudaria alguma coisa? Eu cheguei à conclusão de que não e pretendo continuar assim, votando nulo.”
Ela conta que a sua família é bastante ligada às questões políticas. “Aqueles votantes doentes, sabe?”, ela diz, contudo, afirmando não saber se eles pendem mais para o PT ou o PL.
“Nunca quis participar dessas conversas, que sempre acabam em discussão. Não gosto de violência e dessas trocas que são muito invasivas”, diz a estudante.
Apoiadores de Lula defendem reeleição
Estudantes realizam ato a favor da reeleição de Lula | Foto: Reprodução
Outros estudantes realizaram um ato a favor da reeleição de Lula na noite de quinta-feira (15) e passaram a tarde no centro comercial da cidade convocando público para a manifestação.
A artista e assistente social Nádia Nascimento, 37, era uma das que estavam panfletando e balançando a bandeira do petista numa das principais vias do município, confiante na virada do atual presidente. “Estou hoje aqui, no meu dia de folga, porque acredito na democracia.”
Ela afirma que a direita desconstruiu Ribeirão das Neves, cidade que, na sua avaliação, funciona por meio de políticas públicas para a população. Segundo Nádia, isso ocorre desde a eleição do prefeito Junynho Martins, então pelo PSC, em 2016. Ele foi reeleito pelo DEM em 2020. Hoje, a cidade é governada por Túlio Raposo (PP).
“Nessas eleições, acho que Neves infelizmente deu uma mancada. A população que votou na direita foi um pouco ingrata”, ela diz.
Neste ano, 45.450 pessoas deixaram de votar no primeiro turno na cidade, o que representa uma taxa de abstenção de 20,79%. Os votos em branco somaram 3,05% do eleitorado, enquanto 3,58% anularam o voto.
Eleitor ainda não decidiu voto no segundo turno
Nei de Lima, 43, não revelou o voto no pleito deste ano, mas diz que votou em Bolsonaro em 2018 e em Lula nas eleições de 2022, escolha que reverbera a maioria conquistada pelos candidatos na cidade nos respectivos pleitos.
“Votei no Bolsonaro porque achei que ia ter uma mudança, o PT já estava no controle do país há alguns anos”, conta o motorista de aplicativo. “Como não teve uma mudança significativa, votei no Lula de novo na última eleição.”
Neste segundo turno, ele ainda não sabe em quem vai votar. Do último governo Lula, diz estar insatisfeito com o valor do salário mínimo e com as altas taxas de feminicídio, que no primeiro trimestre deste ano atingiram um novo patamar recorde. “Dá pra melhorar nesses quesitos”, ele opina.
Na sua opinião, Flávio poderia representar uma mudança frente ao que já está posto. “Mas se essa mudança vai ser pra melhor a gente só vai ver depois.” (Gabriel Araújo/FOLHAPRESS)