❌

Normal view

Redditi in aumento, ma più famiglie non arrivano a fine mese: 5,4 milioni in povertà assoluta

26 October 2026 at 14:12

In Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione residente. Il dato, riferito al 2025, rimane sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma evidenzia un peggioramento nel lungo periodo. Secondo il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes) 2026 dell’Istat, nel 2014 la povertà assoluta interessava il 6,9% dei residenti. Nell’arco di undici anni l’incidenza è quindi aumentata di 2,4 punti percentuali.

Povertà assoluta in Italia, 5,4 milioni di persone nel 2025

I dati Istat mostrano che nel 2025 l’8% delle famiglie residenti si trova in povertà assoluta, una quota stabile rispetto al 2024. Considerando le singole persone, il fenomeno interessa il 9,3% della popolazione, per un totale superiore a 5,4 milioni di individui.

La povertà assoluta viene misurata sulla base della capacità di una famiglia di sostenere le spese necessarie per acquistare beni e servizi essenziali e mantenere condizioni di vita considerate adeguate.

Il confronto storico evidenzia un aumento significativo. Nel 2014 la povertà assoluta colpiva il 6,9% della popolazione, contro il 9,3% del 2025. Secondo l’Istat, nel periodo considerato il fenomeno ha registrato una diminuzione soltanto nel 2019, mentre gli aumenti più rilevanti si sono verificati nel 2020 e nel 2022.

Nel primo caso hanno inciso le conseguenze della pandemia, mentre nel secondo l’accelerazione dell’inflazione ha pesato soprattutto sulle famiglie con minori disponibilità economiche.

Povertà assoluta più alta al Sud, il confronto con Nord e Centro

Le condizioni economiche cambiano sensibilmente tra le diverse aree del Paese. Nel 2025 il Mezzogiorno presenta l’incidenza più elevata di povertà assoluta, pari all’11,5%, sebbene il dato sia diminuito rispetto al 12,5% registrato nel 2024.

Al Nord la percentuale si attesta all’8,5%, in lieve calo rispetto all’8,8% dell’anno precedente. La situazione più favorevole si osserva nel Centro, dove la quota di persone in povertà assoluta è del 7,4%, contro il 7,6% del 2024.

Un altro indicatore utilizzato dall’Istat è il rischio di povertà, che misura la quota di persone con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% del valore mediano nazionale.

Questo parametro è diverso dalla povertà assoluta, perché considera il reddito familiare rispetto alla distribuzione dei redditi della popolazione. Nel 2025 il rischio di povertà interessa il 32,1% dei residenti nel Mezzogiorno, una percentuale più di tre volte superiore al 10,4% registrato al Nord.

Nel Centro il valore è del 15,1%, mentre la media nazionale si attesta al 18,6%, sostanzialmente stabile rispetto al 18,9% del 2024. Le differenze sono particolarmente evidenti anche a livello regionale.

In Sicilia il rischio di povertà raggiunge il 38,4%, in Campania il 35,6% e in Calabria il 32,8%. Le tre regioni superano quindi il 30% e presentano valori nettamente superiori alla media italiana.

Rischio di povertà, Italia al 21° posto nell’Ue

Il confronto internazionale mostra una situazione italiana meno favorevole rispetto alla media europea. Secondo i dati Eurostat riportati nel Bes 2026, il 22,6% della popolazione italiana è a rischio di povertà o esclusione sociale, contro una media del 20,9% nell’Unione europea. L’Italia occupa il 21° posto tra i 27 Stati membri, considerando l’ordinamento dal valore più basso a quello più elevato dell’indicatore.

Il parametro europeo comprende tre dimensioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e sociale e bassa intensità lavorativa delle famiglie. Nel confronto con gli altri Paesi, l’Italia presenta una percentuale superiore a quelle di Germania e Francia, entrambe vicine alla media europea, ma inferiore alla Spagna, dove il valore raggiunge il 25,7%. La Repubblica Ceca registra il dato più basso, pari all’11,5%, mentre la Bulgaria presenta quello più elevato, con il 29%.

Dove si vive meglio in Italia, la classifica delle regioni: 2 eccezioni al Sud

26 October 2026 at 12:57

In alcune regioni ci sono più servizi, in altre la vita costa meno e in altre ancora c’è maggiore possibilità di trovare un lavoro. L’Italia presenta caratteristiche specifiche che variano a seconda della geografia. L’ultimo report, la 13ª edizione del “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” dell’Istat, racconta proprio le tendenze delle disuguaglianze di benessere che si possono osservare sul territorio. In altri termini, l’Istat classifica le regioni in base a dove si vive meglio per accesso alla sanità, istruzione e formazione, lavoro, benessere economico, relazioni sociali, sicurezza, ambiente, innovazione, qualità dei servizi e diverse altre voci.

La mappa del benessere conferma la spaccatura tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Infatti, mentre tutte le regioni del Nord e del Centro, con l’eccezione del Lazio, registrano prestazioni superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori, nel Mezzogiorno, con la sola eccezione dell’Abruzzo, la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media. Quindi dove si vive meglio in Italia? L’Istat ha trovato la risposta.

Dove si vive meglio in Italia?

Per rispondere alla domanda su dove si viva meglio in Italia basterebbe dire in tutte le regioni del Nord e del Centro, a eccezione del Lazio. Di conseguenza si potrebbe dire che in tutte le regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per l’Abruzzo, si vive peggio.

Ma oltre a quello che dice la media dei risultati dell’analisi del Rapporto sul benessere equo e sostenibile, si può scendere nei dettagli e rispondere caso per caso.

Per esempio, la distanza tra Nord e Mezzogiorno è evidente in alcuni domini del benessere, come lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico e relazioni sociali.

Ma il quadro non è omogeneo:

  • sul tema del lavoro, Abruzzo e Sardegna si distinguono dal contesto meridionale;
  • sul tema innovazione, ricerca e creatività Valle d’Aosta e Liguria sono sotto la media nazionale.

Il tema della Sicurezza

Sorprende il valore della sicurezza in determinate regioni. Infatti, rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, la contrapposizione Nord-Sud sul tema della sicurezza non è così netta. Secondo l’Istat le regioni meridionali registrano risultati migliori rispetto alla media nazionale.

Tranne la Campania, le grandi aree metropolitane del Centro e del Nord risultano penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze.

Le criticità più marcate si registrano nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Un risultato che spinge a ragionare sugli stereotipi territoriali, ma soprattutto a non confondere il benessere economico con una maggiore sicurezza o una minore esposizione a determinati reati.

Le migliori regioni dove vivere

Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province autonome di Trento e Bolzano sono le uniche realtà territoriali che hanno raggiunto valori medi superiori al valore dell’Italia in 10 dei 12 domini di benessere calcolati. Si può quindi dire che sono questi i territori dove si vive meglio.

All’opposto ci sono le regioni dove i valori di almeno 10 dei 12 domini sono peggiori rispetto al riferimento medio nazionale. Ciò accade in:

  • Campania;
  • Puglia;
  • Calabria.

Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive

23 October 2026 at 15:36

Le mappe che trovate qui di seguito mostrano i principali indici di disagio sociale calcolati dall’Istat. I dati di riferimento sono quelli del 2023, gli ultimi resi disponibili dall’Istituto di Statistica. La prima mappa è dedicata a Milano – diventata epicentro della protesta giovanile nelle ultime settimane. E’ possibile navigare selezionando i quartieri, le aree ADU (aree di disagio urbano definite dall’Istat) o specificamente all’interno delle sezioni urbane.

Una cosa importante da tenere in considerazione è che all’interno del Comune, l’indice sintetico di disagio sociale (Idise) misura la variazione rispetto al valore dell’intero Comune fatto 100. L’Idise, a sua volta, è “un indice composito costruito come combinazione di nove indicatori elementari, rappresentativi delle componenti più rilevanti del fenomeno e misurabili con elevata disaggregazione territoriale”. Questo significa, banalmente, che alcuni indicatori – ad esempio la presenza di anziani soli in abitazioni in affitto, possono “pesare” come disagio anche in quartieri tendenzialmente ricchi. Dalla mappa di Milano, ad esempio, appare tanto evidente quanto sorprendente che zone come Duomo e Brera abbiano un indice di disagio maggiore rispetto alla media della città. Ma non necessariamente, scorrendo i singoli indici, questo significa che si tratti di zone più povere. Al contrario, alcuni indicatori usati nell’indice possono avere una doppia valenza. Il basso numero di lavoratori stabili – ad esempio – che nei quartieri più poveri pesa certamente come fattore di disagio, nei quartieri ricchi potrebbe avere una valenza esattamente contraria. A questo va aggiunto che alcune aree centrali della città hanno pochissimi residenti dichiarati. Di conseguenza il peso statistico delle eccezioni è molto più forte nella costruzione dell’indice. Questo tipo di avvertenza non è necessario nella seconda mappa, dedicata all’intero territorio nazionale e navigabile per comuni. In questo caso i pesi statistici sono riequilibrati sull’intero territorio.

Gli indicatori mostrati sono complessivamente 26: nove dedicati ai singoli indicatori di disagio (anziani soli, disoccupazione, istruzione, continuità lavorativa) e 15 che spiegano il contesto di riferimento (immigrazione, età, composizione delle famiglie) più un indice riassuntivo. In ogni mappa è possibile cercare tra le aree/comuni, zoomare e tornare alla visione di insieme.

La mappa del disagio a Milano

La mappa del disagio a livello nazionale

L'articolo Da Milano all’intera penisola: così è distribuito il disagio sociale in Italia – le mappe interattive proviene da Il Fatto Quotidiano.

Serve una spiegazione delle correzioni al Pil

13 October 2026 at 09:15

Le prime stime dell’attività economica sono spesso diverse dal risultato finale. Non è una questione solo italiana e le revisioni sono sempre al rialzo. Capire perché accade diventa cruciale e gli istituti di statistica dovrebbero chiarirne le cause.

L'articolo Serve una spiegazione delle correzioni al Pil proviene da Lavoce.info.

Il termometro-Istat non ha colpe

6 October 2026 at 08:50

Il deficit 2025 confermato dall’Istat al 3,1 per cento del Pil ha riacceso il dubbio che le prime stime sottovalutino l’economia. Ma le revisioni del Pil spostano il rapporto deficit/Pil di centesimi, non di decimi. E il problema non è chi fa i calcoli.

L'articolo Il termometro-Istat non ha colpe proviene da Lavoce.info.

Come si è arrivati al 3,1 per cento

30 September 2026 at 09:21

Sul 3,1 per cento di deficit confermato dall’Istat si è alzato un polverone. A parte il fatto che il vincolo del 3 per cento non è più così stringente, Pil ed entrate sono aumentati. Sono le previsioni sbagliate sulla spesa ad aver determinato il risultato.

L'articolo Come si è arrivati al 3,1 per cento proviene da Lavoce.info.

Chi vivrà in Italia nel 2080?

16 September 2026 at 10:07

A fine agosto l’Istat ha pubblicato le previsioni della popolazione italiana residente fino al 2080. Sono dati che vengono adottati per stimare i fabbisogni per pensioni o spesa sanitaria. Comprendono anche il ruolo dei flussi migratori. Con qualche sorpresa.

L'articolo Chi vivrà in Italia nel 2080? proviene da Lavoce.info.

❌