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Le elezioni che possono cambiare il volto di Israele

27 October 2026 at 06:32

A digital billboard featuring U.S. President Donald Trump and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu displays a message in Hebrew that reads, "President Trump: Vote Netanyahu. Only with him will we complete the mission," in Tel Aviv, Israel, Wednesday, Oct. 21, 2026. (AP Photo/Oded Balilty)

Israele vota oggi in una delle elezioni più importanti della sua storia. È il primo voto nazionale dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e arriva dopo due anni di guerre, crisi interne e crescente isolamento internazionale. La sfida è tra il premier Benjamin Netanyahu e un blocco di opposizione guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot. Ma il risultato potrebbe non consegnare una maggioranza a nessuno dei due schieramenti. Secondo i sondaggi citati dal Financial Times, le forze di Eisenkot sono attese intorno a cinquantaquattro seggi, quelle di Netanyahu a cinquanta, su un totale di centoventi. Per governare ne servono sessantuno.

La posta in gioco va oltre la permanenza al potere di Netanyahu, che ha guidato il Paese per complessivi diciannove anni. «Non si tratta di un singolo insediamento, di una politica economica o di una questione specifica», ha detto al Financial Times l’analista Shmuel Rosner. «È in gioco l’identità stessa di questo luogo». La coalizione di Netanyahu, la più a destra nella storia israeliana, comprende forze che propongono di espellere i palestinesi da Gaza, annettere la Cisgiordania occupata e rilanciare la controversa riforma della giustizia che nel 2023 aveva portato centinaia di migliaia di persone in piazza.

L’opposizione promette invece di cancellare le parti della riforma già approvate, istituire una commissione d’inchiesta indipendente sulle responsabilità per il fallimento della sicurezza il 7 ottobre e porre fine all’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. Netanyahu e i suoi alleati hanno finora resistito alla richiesta di un’inchiesta statale e rinviato più volte la legge sulla leva degli ultraortodossi, un tema sempre più divisivo in una società in cui molti riservisti sono chiamati a prestare servizio per lunghi periodi.

In un reportage del New York Times, Roger Cohen racconta questa frattura attraverso due figure agli antipodi. Da una parte Simcha Rothman, esponente della destra religiosa e uno dei principali promotori della riforma giudiziaria. Vive in un insediamento in Cisgiordania e rivendica il controllo israeliano sulla terra: «No a uno Stato palestinese, mai». Dall’altra c’è Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia, che ha scelto di candidarsi nella lista del partito arabo Raam. Il suo obiettivo è costruire un’alleanza tra cittadini ebrei e arabi e difendere l’idea di Israele come Stato democratico e pluralista.

Il contrasto non riguarda soltanto il futuro dei territori occupati. Segalovitz teme che la visione della destra finisca per creare uno Stato che governa un altro popolo senza riconoscergli pari diritti. «Israele è molto più forte di qualsiasi leader», sostiene, in opposizione a un sistema politico sempre più identificato con Netanyahu. Cohen osserva che la campagna elettorale si concentra soprattutto sulla permanenza o sulla rimozione del premier, mentre la condotta della guerra a Gaza, che secondo le autorità sanitarie locali ha causato oltre 74mila morti palestinesi, è rimasta ai margini del dibattito.

Netanyahu ha puntato sulla sicurezza. Negli ultimi giorni di campagna ha rilanciato la minaccia iraniana e promesso di riprendere la guerra contro Teheran. I suoi avversari lo accusano invece di usare i pericoli esterni per evitare di rispondere del disastro del 7 ottobre. «La sicurezza di Israele non è una merce di scambio politico», ha scritto Eisenkot, ricordando che il governo era in carica quando Hamas ha att

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Il campo largo che vuole Bettini rischia di passare sopra la sovranità ucraina

27 October 2026 at 06:19

La Segretaria del Partito Democratico Elly Schlein con Goffredo Bettini all’evento ’60 under 30 Università Link — Roma—Italia — Venerdì 9 Ottobre 2026 - Politica - (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) , Democratic Party Secretary Elly Schlein and Goffredo Bettini at the event ’60 Under 30 – Link University— Rome— Italy , October 9 , Friday 2026 - Politics - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

Il centrosinistra deve allargarsi, evitare una sfida a due alle primarie e soprattutto non perdere di vista l’obiettivo di battere Giorgia Meloni. Goffredo Bettini, tra i fondatori del Partito democratico, torna a difendere l’alleanza con il Movimento 5 Stelle in un’intervista a Repubblica. Ma quando si arriva all’Ucraina, il suo invito al pragmatismo si trasforma in una ricostruzione della guerra che lascia fuori un pezzo fondamentale della storia: l’aggressione russa e il prezzo pagato da chi l’ha subita.

Sulle primarie, Bettini invita a non trasformare la scelta del candidato in una resa dei conti tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. «Francamente penso sia importante evitare il confronto a due», dice, perché ridurrebbe lo spazio per un’area di «democratici, liberali, socialisti e civici che non votano i partiti esistenti». Anche Matteo Renzi, secondo lui, deve stare nella coalizione: «Perché abbiamo bisogno di tutti e nessuno può assumersi la responsabilità di dire no, di fronte a una prova così decisiva come la costruzione dell’alternativa alla destra». La priorità, insiste, è non «rafforzare la propria mattonella» a scapito del progetto comune.

Poi arriva l’Ucraina, il tema che secondo Bettini rischia di far saltare l’alleanza. «Abbiamo fatto benissimo ad aiutare Kyjiv dopo l’aggressione criminale di Putin», premette. Ma subito dopo accusa le «classi dirigenti di Bruxelles» di aver parlato di «vittoria finale sulla Russia, persino mettendo in conto un conflitto atomico». È un’accusa pesante, formulata senza citare dichiarazioni o responsabilità precise. E soprattutto rovescia il punto di partenza: sostenere militarmente un Paese invaso non equivale a perseguire una guerra senza fine, né significa necessariamente puntare alla sconfitta totale della Russia.

Bettini riassume così la sua posizione: «Io dico sosteniamo la difesa dell’Ucraina, però no alle armi per una guerra infinita». Ma è quando passa alle condizioni di pace che la sua ricostruzione diventa più problematica. «Il problema è che i cinque stelle dicono, come Vannacci e Salvini, stop alle armi», osserva. Poi aggiunge che, finché l’Europa mantiene l’attuale linea, «mandare armi significa alimentare una guerra che cresce su se stessa». L’obiettivo finale, per lui, dovrebbe essere «una Ucraina neutrale, che la Russia non senta come una minaccia esistenziale. Dunque fuori dalla Nato e dentro l’Ue».

Il problema è che la presunta neutralità richiesta a Kyjiv coincide con una delle principali rivendicazioni strategiche di Mosca. E mentre Bettini parla di guerra che si alimenta da sola, la guerra continua a produrre vittime civili. Secondo la missione Onu per i diritti umani in Ucraina, solo a settembre di quest’anno gli attacchi hanno ucciso almeno 328 civili e ne hanno feriti 2.105, con un bilancio complessivo dell’ottantacinque per cento più alto rispetto allo stesso mese del 2025. Le Nazioni Unite segnalano anche l’intensificarsi degli attacchi russi alle infrastrutture energetiche.

È legittimo discutere di negoziati, garanzie di sicurezza e perfino di un futuro assetto europeo. Ma una pace duratura non può essere costruita trattando l’aggressione come un dettaglio e la sicurezza dell’aggredito come una concessione da strappare. La stessa Unione europea ha ribadito che il percorso verso la pace non può essere deciso senza l’Ucraina e che i confini non devono essere modificati con la forza.

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Microsoft vuole risparmiare sulla forza lavoro per investire sull’intelligenza artificiale

27 October 2026 at 06:03

FILE - A Microsoft logo is seen on a screen as people listen at an event at Microsoft headquarters, May 20, 2024, in Redmond, Wash. (AP Photo/Lindsey Wasson, File)

Microsoft offre incentivi all’uscita volontaria a un massimo di sessantamila dipendenti, circa il ventisette per cento della sua forza lavoro globale. Il gruppo sta pensando dunque di assottigliare il numero di dipendenti, ma intanto investe centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture necessarie a sostenerla. L’Associated Press scrive che il programma di tagli riguarda i dipendenti residenti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito e India, fino al livello di vicepresidente.

Tra le divisioni coinvolte ci sono Xbox, Windows e Copilot, l’assistente di intelligenza artificiale integrato nei prodotti Microsoft. Restano esclusi, tra gli altri, i dipendenti che lavorano nelle vendite, nel marketing, nella cybersicurezza, nel quantum computing, nei data center e in alcuni gruppi di ingegneria. «Questa offerta dà ai dipendenti idonei che stanno valutando un futuro fuori dall’azienda una nuova possibilità di fare ora questo passaggio con il nostro sostegno», ha scritto Amy Coleman, responsabile delle risorse umane, in una comunicazione interna riportata dal Financial Times.

Il gruppo di Redmond, nello Stato di Washington, aveva circa 223mila dipendenti a fine giugno. La nuova iniziativa segue il programma di pensionamento volontario avviato a luglio per i lavoratori più anziani e con maggiore anzianità di servizio: oltre il trenta per cento degli 8.750 dipendenti interessati aveva accettato l’offerta. Questa volta, però, la partecipazione potrebbe essere inferiore, perché il programma non prevede incentivi aggiuntivi rispetto alle normali indennità di uscita.

Come detto, la scelta si inserisce in una fase di forte aumento degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Microsoft sviluppa modelli propri e costruisce o prende in affitto nuovi data center per rispondere alla domanda crescente di capacità di calcolo. A luglio ha confermato una previsione di spesa in conto capitale di centosettantacinque miliardi di dollari per l’anno fiscale e ha comunicato di aver firmato contratti di locazione per centotrenta miliardi di dollari di data center nel solo quarto trimestre fiscale.

Questi investimenti stanno però mettendo sotto pressione i conti. Secondo il Financial Times, il flusso di cassa libero è diminuito del ventitré per cento su base annua nell’ultimo trimestre, a 19,6 miliardi di dollari. L’azienda deve quindi trovare un equilibrio tra l’espansione delle infrastrutture e la gestione delle risorse.

Microsoft precisa che il programma di uscite non nasce specificamente per compensare i costi degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Riflette invece, secondo una fonte citata dal quotidiano britannico, la rapidità con cui sta cambiando il lavoro e la volontà dei vertici di favorire nuove forme di organizzazione. L’azienda continua infatti ad assumere in aree strategiche e a fare controfferte per trattenere i talenti contesi dai concorrenti. La riduzione volontaria del personale e la corsa all’intelligenza artificiale procedono dunque insieme, mentre Microsoft cerca di adattare la propria struttura a un settore sempre più costoso e competitivo.

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Lula ha vinto le elezioni in Brasile, ma Flávio Bolsonaro chiede l’annullamento del voto

26 October 2026 at 06:20

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto domenica, sconfiggendo al secondo turno il candidato di destra Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Con il 100 per cento delle schede scrutinate, Lula ha ottenuto il 51,79 per cento dei voti, contro il 48,21 per cento del suo avversario, secondo i dati del Tribunale superiore elettorale. Il presidente uscente ha raccolto oltre 64,2 milioni di preferenze, circa 4,4 milioni in più rispetto a Bolsonaro, che ha però rifiutato di riconoscere il risultato e annunciato l’intenzione di chiedere l’annullamento delle elezioni.

La vittoria di Lula, che si prepara a iniziare il suo quarto mandato presidenziale, rappresenta un risultato senza precedenti nella storia democratica recente del Brasile. Dal ritorno della democrazia nel 1985, nessun candidato arrivato secondo al primo turno era riuscito a vincere il ballottaggio. Il 4 ottobre Bolsonaro aveva preceduto il presidente uscente, alimentando le aspettative di una vittoria della destra. Nelle tre settimane successive una vasta mobilitazione nelle piazze e sui social network ha modificato gli equilibri della campagna elettorale, consentendo a Lula di recuperare lo svantaggio.

Il presidente, che compirà 81 anni martedì, aveva già governato il Brasile dal 2003 al 2010, prima di tornare al potere nel gennaio 2023 dopo aver sconfitto Jair Bolsonaro alle presidenziali del 2022. Con il nuovo successo diventa il primo politico brasiliano a vincere quattro elezioni presidenziali. La sua affermazione interrompe inoltre una serie di vittorie della destra in America Latina, dove negli ultimi anni diversi governi progressisti sono stati sostituiti da amministrazioni conservatrici.

Il risultato è arrivato al termine di una giornata elettorale segnata da contestazioni e difficoltà organizzative. In diverse città, tra cui Salvador e San Paolo, sono stati segnalati problemi al trasporto pubblico che hanno impedito o ritardato l’arrivo degli elettori ai seggi. Nelle regioni meridionali, invece, piogge intense, allagamenti e interruzioni dell’elettricità hanno ostacolato le operazioni di voto. Entrambe le campagne hanno chiesto alle autorità di prolungare l’apertura dei seggi, sebbene per ragioni differenti.

Il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, già avvocato di Lula, ha quindi disposto un’estensione di due ore delle votazioni su tutto il territorio nazionale. La decisione, arrivata quando alcuni seggi avevano già terminato le operazioni, ha provocato confusione. In alcuni casi le sezioni elettorali non sono riuscite a riaprire dopo la chiusura, creando condizioni differenti per gli elettori.

È proprio su questo provvedimento che Flávio Bolsonaro ha costruito la sua contestazione. Parlando ai sostenitori riuniti a Brasília, il candidato sconfitto ha definito inspiegabile quanto accaduto e accusato Zanin di aver modificato le regole durante lo svolgimento delle elezioni, compromettendo a suo giudizio la parità di trattamento degli elettori. Ha quindi annunciato che i suoi avvocati chiederanno l’annullamento del risultato. Il margine di oltre quattro milioni di voti rende particolarmente difficile dimostrare che le irregolarità denunciate abbiano modificato l’esito delle elezioni.

Le principali autorità istituzionali brasiliane hanno intanto riconosciuto l’esito del voto. Tra queste figurano i presidenti della Corte suprema, del Tribunale superiore elettorale, del Senato e della Camera dei deputati. Kassio Nunes Marques, presidente del Tribunale superiore elettorale e giudice nominato alla Corte suprema da Jair Bolsonaro, ha confermato la vittoria di Lula, sostenendo che il prolungamento delle votazioni non abbia compromesso la regolarità dello scrutinio. 

Il rifiuto di riconoscere la sconfitta richiama quanto accaduto nel 2022, quando Jair Bolsonaro contestò la vittoria di Lula. L’ex presidente è stato successivamente condannato a 27 anni di carcere per aver partecipato a un piano golpista finalizzato a impedire il trasferimento del potere. Attualmente sta scontando la pena agli arresti domiciliari. Flávio Bolsonaro, 45 anni, avvocato ed ex senatore di Rio de Janeiro, aveva raccolto l’eredità politica del padre proponendo una linea conservatrice sulla sicurezza e sulle relazioni internazionali.

La rimonta di Lula si è costruita soprattutto dopo il primo turno. La sconfitta del 4 ottobre aveva imposto una riorganizzazione della campagna del Partito dei Lavoratori, che ha intensificato la presenza nelle piazze e la mobilitazione degli elettori più giovani. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni contro Bolsonaro nelle principali città del paese, mentre una campagna digitale coordinata dal deputato André Janones ha raggiunto milioni di utenti attraverso WhatsApp.

Il canale denominato Exército do Lula, che ha superato i dieci milioni di iscritti, è diventato uno degli strumenti principali della mobilitazione digitale, diffondendo contenuti e iniziative per incoraggiare la partecipazione al voto. La campagna ha puntato in particolare sugli elettori che si erano astenuti al primo turno e su quelli che avevano sostenuto candidati esclusi dal ballottaggio.

Durante le ultime settimane Lula ha inoltre concentrato la propria comunicazione sulla difesa dei programmi sociali, dei diritti dei lavoratori e della sovranità nazionale. Ha ricordato i risultati ottenuti dal suo governo nella riduzione della povertà, della disoccupazione e della deforestazione, accusando il rivale di voler ridimensionare la protezione sociale e avvicinare eccessivamente il Brasile agli Stati Uniti. Tra le misure promosse durante la campagna figurano un aumento del 15 per cento dei principali trasferimenti sociali, già in fase di attuazione, e una proposta per rendere gratuito il trasporto pubblico nei fine settimana, che dovrà essere sottoposta al Congresso.

Il presidente ha anche riconosciuto la necessità di governare per l’intera popolazione, compresi gli elettori che hanno scelto Bolsonaro. Il risultato mostra infatti un paese ancora profondamente diviso: quasi metà dei votanti ha sostenuto il candidato conservatore, nonostante la mobilitazione che ha permesso a Lula di ribaltare il risultato del primo turno.

La difficoltà principale per il presidente rieletto sarà però il rapporto con il Congresso. Le elezioni legislative hanno prodotto uno dei parlamenti più conservatori dalla fine della dittatura militare, e il Partito Liberale di Bolsonaro è tra le formazioni che hanno ottenuto i maggiori progressi. Secondo le proiezioni riportate da Reuters, il PL e i suoi alleati potrebbero controllare oltre 280 seggi alla Camera e fino a 50 al Senato, disponendo così di maggioranze sufficienti a ostacolare numerose iniziative del governo.

Lula dovrà quindi cercare accordi parlamentari per approvare le proprie riforme, a partire da quelle economiche e sociali. Il nuovo mandato si aprirà inoltre in una situazione finanziaria complessa. Il debito pubblico ha superato l’82 per cento del prodotto interno lordo, i tassi di interesse rimangono elevati e il governo prevede per il 2027 una crescita economica del 2,3 per cento. L’indebitamento delle famiglie rappresenta un’ulteriore preoccupazione, mentre gli investitori guardano con cautela alla prosecuzione delle politiche economiche sostenute dal presidente.

La rielezione avrà conseguenze anche sulla politica estera brasiliana. Durante la campagna Flávio Bolsonaro aveva promesso un maggiore allineamento con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, soprattutto sui temi della sicurezza, del commercio e della lotta alla criminalità organizzata. Lula ha invece insistito sulla necessità di preservare l’autonomia diplomatica del Brasile e di mantenere relazioni economiche con partner diversi, compresa la Cina.

Il presidente ha ribadito questa posizione anche nel discorso della vittoria, ripetendo che il Brasile non intende accettare una condizione di subordinazione rispetto ad altre potenze. Il messaggio era rivolto soprattutto a Washington, che sotto Trump ha cercato di rafforzare la propria influenza politica e strategica in America Latina. Nelle prime ore successive al risultato non sono arrivati commenti ufficiali dal presidente degli Stati Uniti, mentre diversi leader latinoamericani e il primo ministro canadese Mark Carney si sono congratulati con Lula.

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Netanyahu ammette il rischio di un Israele paria e punta sulle criptovalute

26 October 2026 at 03:45

A poche ore dalle elezioni di domani, Benjamin Netanyahu lancia un messaggio che rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale: Israele deve prepararsi a un futuro in cui potrebbe non poter più contare né sugli aiuti militari americani né sull’accesso senza ostacoli al sistema finanziario internazionale. Tra le contromisure ipotizzate dal primo ministro uscente c’è anche il ricorso alle criptovalute. Una prospettiva che ha provocato la reazione della banca centrale e delle opposizioni.

«Dobbiamo prepararci a modi per aggirare le sanzioni bancarie attraverso un sistema economico alternativo», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista a Channel 10. Alla domanda sull’impiego di blockchain e valute digitali, ha risposto: «Sì, è una delle possibilità. Ho già chiesto che venga preparato un piano».

Il primo ministro ha collegato questo scenario anche al futuro del sostegno statunitense. «È finita. È solo questione di tempo», ha detto riferendosi agli aiuti militari americani, avvertendo che gli Stati Uniti sono cambiati. L’attuale accordo tra Washington e Gerusalemme prevede però 3,8 miliardi di dollari l’anno fino al 2028, in gran parte destinati all’acquisto di equipaggiamenti militari statunitensi.

La risposta della Banca d’Israele è stata netta. Sabato l’istituto ha avvertito che le criptovalute «non possono servire come mezzo per aggirare le sanzioni imposte a Israele», invitando la leadership politica a ridurre le tensioni internazionali. La priorità, secondo la banca centrale, dovrebbe essere preservare le relazioni economiche con i principali partner commerciali, non prepararsi a perderle.

Anche gli avversari politici hanno attaccato Netanyahu. Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e sfidante del premier, lo ha accusato di stare «smantellando l’economia israeliana». Yair Lapid ha paragonato l’idea di un’economia alternativa a quella di Iran, Russia e Venezuela, Paesi che devono fare i conti con restrizioni finanziarie e difficoltà nei pagamenti internazionali.

Il rischio evocato da Netanyahu non nasce dal nulla, ma va distinto dalle misure già adottate. Regno Unito, Francia, Canada, Paesi Bassi e Spagna hanno annunciato o valutato iniziative contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e le violenze dei coloni. Le misure comprendono strumenti diplomatici, commerciali e restrizioni rivolte a individui o aziende. Non equivalgono a un regime generalizzato di sanzioni bancarie contro Israele.

È proprio questo, tuttavia, il salto di scala che preoccupa alcuni osservatori. Se le restrizioni arrivassero a coinvolgere i rapporti tra banche, i servizi di corrispondenza e i pagamenti transfrontalieri, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre l’economia degli insediamenti. Come ha avvertito l’ex responsabile della vigilanza bancaria israeliana Yair Avidan, istituti stranieri potrebbero decidere di interrompere i rapporti con le controparti israeliane. Per un’economia fortemente integrata nei mercati globali, soprattutto nei settori tecnologico, finanziario e dei servizi, il problema non sarebbe soltanto trovare un sistema alternativo per trasferire denaro. Sarebbe mantenere l’accesso a credito, investimenti e reti commerciali internazionali. Le criptovalute possono facilitare alcuni trasferimenti, ma non sostituiscono queste infrastrutture. E le blockchain pubbliche, come hanno ricordato anche esponenti del settore, consentono di tracciare le transazioni: non sono uno strumento per rendere invisibili i flussi finanziari.

Netanyahu presenta dunque come una misura di preparazione ciò che i suoi critici considerano il segnale di un fallimento politico. Invece di prevenire l’isolamento, sostengono, il governo starebbe pianificando come sopravvivergli. Le sue dichiarazioni arrivano mentre cerca di difendere la propria leadership alla vigilia del voto, in un contesto in cui la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti e le violenze in Cisgiordania hanno aggravato le tensioni con diversi partner occidentali.

La questione è anche economica: prospettare pubblicamente la possibilità di sanzioni finanziarie può alimentare l’incertezza tra investitori e imprese, prima ancora che vengano adottate nuove misure. Il messaggio di Netanyahu è che Israele deve prepararsi a fare da sé. La replica della banca centrale è che l’obiettivo dovrebbe essere evitare di arrivare a quel punto.

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Matteo Salvini è stato rieletto segretario della Lega

26 October 2026 at 03:45

Matteo Salvini è stato confermato segretario della Lega per la quarta volta, ottenendo 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia. Il risultato del congresso straordinario, concluso domenica a Milano, gli assegna un nuovo mandato di quattro anni, fino al 2030. Nel suo intervento, il vicepresidente del Consiglio ha annunciato che chiederà al governo di interrompere l’invio di finanziamenti e armi all’Ucraina, una posizione destinata ad aprire un nuovo confronto all’interno della maggioranza guidata da Giorgia Meloni. La votazione si è svolta a scrutinio segreto, con 611 voti espressi. Salvini ha ottenuto circa il 76 per cento delle preferenze, mentre Garavaglia si è fermato al 24 per cento. Alla proclamazione del risultato sono seguiti gli applausi dei delegati e un abbraccio sul palco tra i due candidati. La conferma del segretario era considerata probabile, ma il consenso raccolto da Garavaglia ha mostrato quanto sia consistente la parte del partito che chiede un cambiamento della linea politica e dell’organizzazione interna.

Il passaggio più rilevante del discorso di Salvini ha riguardato la guerra in Ucraina. Prima del voto, il segretario aveva chiesto ai delegati di sostenerlo nella richiesta di interrompere gli aiuti italiani a Kyjiv. «Questo congresso, se mi risceglierete come segretario, mi darà il mandato di andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega: non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina», ha dichiarato, invitando i presenti a esprimere il proprio consenso per alzata di mano.

Le divergenze emerse al congresso non riguardano però soltanto la politica estera. La candidatura di Garavaglia è stata sostenuta dall’area della Lega che negli ultimi mesi ha criticato il progressivo indebolimento del partito nei territori settentrionali, tradizionalmente centrali nella sua storia politica. Il senatore ha spiegato di essersi candidato per invertire il calo dei consensi, ricordando che la Lega aveva ottenuto l’8,8 per cento alle elezioni politiche senza riuscire successivamente a recuperare terreno.

Garavaglia ha proposto un maggiore coinvolgimento degli amministratori locali e una direzione meno concentrata sulla figura del segretario. Durante il suo intervento ha indicato Luca Zaia, Claudio Durigon, Giancarlo Giorgetti e lo stesso Salvini come figure da valorizzare nella guida del partito. Dopo la sconfitta ha giudicato positivamente il risultato, ottenuto senza una struttura organizzativa a sostegno della sua candidatura, e ha assicurato la disponibilità a lavorare insieme alla maggioranza.

Le critiche alla gestione del partito erano emerse già nella prima giornata del congresso, soprattutto negli interventi dei rappresentanti delle regioni settentrionali. Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e tra i principali esponenti dell’area critica, aveva spiegato che la richiesta di un confronto politico nasceva dalla perdita di consenso tra gli elettori e non da una contrapposizione personale con Salvini. Dopo il voto, Romeo ha sostenuto che il risultato di Garavaglia conferma l’esistenza di un malessere reale, non limitato alla Lombardia.

Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riconosciuto apertamente le difficoltà del partito. «Va tutto bene? No, non va tutto bene», ha detto ai delegati, citando il caso di Bergamo, dove la Lega è passata da risultati vicini al 50 per cento a percentuali intorno al 20 per cento. Giorgetti ha inoltre ribadito la propria preferenza per una Lega nazionale ma non nazionalista, fondata sulle identità territoriali. Ha avvertito che una presenza prolungata nelle istituzioni può indebolire il rapporto con gli elettori e la capacità del partito di rappresentarne le richieste.

Il confronto ha riportato al centro del dibattito l’autonomia regionale e il federalismo, temi che avevano caratterizzato la Lega delle origini, guidata da Umberto Bossi. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha insistito sulla necessità di difendere le competenze delle regioni dalle decisioni del governo centrale, mentre l’ex presidente del Veneto Luca Zaia ha richiamato l’importanza dell’autonomia e dell’identità settentrionale. Le loro posizioni hanno evidenziato le differenze tra chi vorrebbe rafforzare il radicamento territoriale del partito e chi sostiene la linea nazionale sviluppata sotto la guida di Salvini.

Una prima risposta organizzativa è arrivata con la modifica dello statuto, approvata nella giornata di sabato. La Lega istituirà una segreteria politica composta da un massimo di nove membri, rappresentativi dei livelli nazionale, regionale e locale. I componenti saranno nominati e potranno essere revocati dal segretario federale. La nuova struttura dovrebbe consentire una maggiore partecipazione alla gestione del partito, pur mantenendo nelle mani di Salvini il potere di scegliere i suoi collaboratori.

Il segretario ha annunciato che si prenderà una o due settimane per definire la composizione dell’organismo. Tra i nomi considerati più importanti c’è quello di Zaia, che Salvini ha definito una risorsa preziosa. Non è ancora chiaro quale ruolo avranno gli esponenti che hanno sostenuto Garavaglia, né se Romeo manterrà l’incarico di capogruppo al Senato. Interrogato su quest’ultimo punto, Salvini ha rimandato la decisione ai senatori della Lega.

Il congresso ha portato anche alla presentazione di un nuovo simbolo. La denominazione proposta è Lega Italia federale, senza il nome di Salvini, presente nel precedente contrassegno elettorale. Al centro rimane la figura di Alberto da Giussano con la spada alzata, uno dei simboli storici del movimento. Salvini ha spiegato di essersi ispirato alla tradizione della Lega di Bossi e Roberto Maroni, sostenendo che la nuova identità debba conciliare la dimensione nazionale del partito con il federalismo.

Nel suo discorso Salvini ha cercato anche di ridefinire i rapporti con gli alleati. Ha confermato il sostegno a Meloni, dicendosi convinto che il centrodestra vincerà le prossime elezioni politiche, ma ha indicato come obiettivo quello di riportare la Lega al secondo posto nella coalizione, davanti a Forza Italia. Ha inoltre chiesto maggiore considerazione per il partito nelle amministrazioni regionali governate dal centrodestra, affermando che non intende più accettare un trattamento da alleato di secondo piano.

Il segretario è tornato anche sulla decisione di partecipare al governo di Mario Draghi insieme al Partito Democratico, definendola un errore di cui si assume la responsabilità. Ha difeso invece la collocazione europea della Lega nel gruppo dei Patrioti per l’Europa, sostenendo la necessità di cambiare profondamente le politiche dell’Unione Europea. Su immigrazione e cittadinanza ha confermato la contrarietà all’introduzione dello ius soli e dello ius scholae.

Un altro momento controverso del congresso ha riguardato i rapporti con la stampa. Salvini ha attaccato alcuni giornalisti, accusandoli di raccontare il partito in modo ostile, e ha rivendicato la decisione di tenere i cronisti accreditati fuori dalla sala dei delegati, facendoli seguire i lavori da un’area separata. Le dichiarazioni hanno provocato le proteste dell’Ordine dei giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Associazione stampa parlamentare. Il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, ha ricordato che il compito dei giornalisti è fornire informazioni ai cittadini anche quando queste non sono gradite ai responsabili politici, chiedendo a Salvini di ritirare gli insulti.

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Giorgetti prepara la manovra, ma il vero ministro dell’Economia è il debito

26 October 2026 at 03:45

La coperta è corta e il clima di burrasca resta all’orizzonte. Giancarlo Giorgetti torna a mettere in guardia la maggioranza alla vigilia del varo della legge di bilancio, atteso tra domani e mercoledì. Sabato il ministro dell’Economia, dall’assemblea della Compagnia delle Opere, ha rivendicato la prudenza sui conti pubblici. Ma dietro le sue parole c’è un problema che nessun annuncio può risolvere: le risorse disponibili non bastano a soddisfare tutte le promesse politiche.

La manovra vale 23,5 miliardi di euro. Tolti gli spazi di flessibilità legati a energia e difesa, restano circa nove miliardi per finanziare le altre misure. È su questo margine che si confrontano le priorità della maggioranza: aumentare i salari dei giovani, incentivare l’occupazione femminile, sostenere le famiglie, intervenire sulla sanità e alleggerire le imposte sul ceto medio.

Sul tavolo ci sono ipotesi ancora da definire. Per i giovani si studiano agevolazioni fiscali, compresa una possibile flat tax al 5 per cento per gli under 30-35 con redditi tra 20.000 e 30.000 euro. Le maxideduzioni per le assunzioni potrebbero salire dal 130 al 140 per cento per i giovani e al 180 per cento per le giovani madri. Forza Italia insiste sull’estensione del taglio dell’Irpef, mentre la Lega chiede di consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni. Per la sanità si valuta un bonus o una card destinata soprattutto agli anziani e alle persone più fragili.

Ogni misura, però, ha un costo. E ogni priorità ne esclude potenzialmente un’altra. La tentazione di distribuire bonus per rispondere alle diverse sensibilità della coalizione si scontra con la necessità di concentrare le risorse su pochi obiettivi. Non a caso, la Cisl mette in guardia contro una manovra di taglio elettorale, invitando il governo a evitare una distribuzione a pioggia degli interventi.

A complicare il quadro c’è il confronto con le banche, alle quali l’esecutivo vorrebbe chiedere un contributo da cinque miliardi. Il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, ha avvertito che sarà difficile rinnovare un accordo con una controparte che non rispetta gli impegni. Anche questo fronte mostra quanto sia difficile trovare nuove risorse senza aprire un conflitto con chi dovrebbe metterle a disposizione.

Il problema, tuttavia, va oltre la singola legge di bilancio. Come raccontato su Linkiesta, il peso del debito rischia di diventare il vincolo decisivo per qualsiasi governo: gli interessi da pagare restringono lo spazio per investimenti e politiche pubbliche, mentre la crescita insufficiente rende più difficile alleggerire quel peso.

È qui che la prudenza invocata da Giorgetti incontra il limite strutturale della politica economica italiana. La manovra può distribuire risorse, correggere imposte e finanziare incentivi, ma non può moltiplicarle. E finché il debito continuerà ad assorbire una parte consistente della spesa pubblica, il margine per trasformare le promesse in interventi duraturi resterà ristretto. Il ministro dell’Economia può scegliere come usare la coperta. Non può allungarla per decreto.

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Vučić ha perso le elezioni in Serbia contro il movimento studentesco che aveva cercato di delegittimare

26 October 2026 at 03:45

Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni parlamentari anticipate in Serbia, vinte dal movimento nato dalle proteste studentesche contro la corruzione e il governo. Le prime proiezioni attribuiscono alla Lista degli studenti la maggioranza assoluta dei seggi, mettendo fine a oltre un decennio di predominio politico di Vučić e del suo Partito progressista serbo (SNS). Il voto di domenica ha registrato un’affluenza vicina al 70 per cento, la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992.

La sconfitta è stata riconosciuta dallo stesso Vučić in un intervento dalla sede del suo partito a Belgrado, quando ancora non erano disponibili i risultati definitivi. Secondo le stime da lui comunicate, la Lista degli studenti dovrebbe ottenere tra 135 e 140 deputati sui 250 che compongono il parlamento serbo, contro i circa 105 del SNS. Una proiezione elaborata dagli istituti CeSID e Ipsos assegna invece 138 seggi al movimento studentesco e 104 al partito di Vučić. I seggi rimanenti dovrebbero essere distribuiti tra le formazioni rappresentative delle minoranze etniche.

L’annuncio ha provocato grandi festeggiamenti a Belgrado e in altre città del paese. Migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale, mentre alla sede della Lista degli studenti i sostenitori hanno accolto le prime proiezioni con applausi e cori. Radomir Saičić, professore dell’Università di Belgrado intervenuto a nome del movimento, ha dichiarato: «Stasera festeggiamo la vittoria, domani costruiremo il futuro».

Il risultato rappresenta un cambiamento particolarmente significativo per la politica serba. Il Partito progressista serbo è al potere dal 2012 e Vučić ha occupato le principali cariche dello Stato per oltre dodici anni. È stato primo ministro dal 2014 al 2017 e successivamente presidente della Repubblica, consolidando un sistema politico nel quale il suo partito ha esercitato una notevole influenza sulle istituzioni e sui principali mezzi di informazione.

Negli anni il presidente è stato accusato dalle opposizioni e dalle organizzazioni per i diritti civili di avere indebolito l’indipendenza delle istituzioni, limitato la libertà dei media e utilizzato strutture pubbliche per rafforzare il proprio potere. Vučić e il SNS hanno sempre respinto le accuse di corruzione e repressione degli oppositori. I suoi sostenitori gli riconoscono invece di avere contribuito alla modernizzazione del paese, attraverso investimenti nelle infrastrutture, nei trasporti, nella sanità e nell’istruzione.

La crisi politica che ha portato alle elezioni è cominciata il 1° novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad ha provocato la morte di 16 persone. La tragedia ha sollevato interrogativi sulla sicurezza delle opere pubbliche e sulle responsabilità delle autorità, alimentando accuse di corruzione, irregolarità nei lavori e mancanza di controlli adeguati.

Le prime manifestazioni, organizzate soprattutto dagli studenti universitari per chiedere giustizia e accertare le responsabilità del disastro, si sono progressivamente trasformate in una mobilitazione nazionale contro il governo. Alle proteste hanno aderito insegnanti, agricoltori, professionisti e altri settori della società serba. Nel corso di quasi due anni, le manifestazioni sono diventate le più importanti nel paese dalla caduta di Slobodan Milošević nel 2000.

Di fronte alla crescente pressione, Vučić ha indetto elezioni anticipate a settembre, scegliendo anche di dimettersi dalla presidenza per candidarsi nuovamente alla carica di primo ministro. Il suo secondo mandato presidenziale sarebbe terminato nel maggio del 2027 e la Costituzione serba gli impediva di concorrere per un terzo.

La decisione ha offerto al movimento studentesco la possibilità di trasformare la mobilitazione nelle piazze in una proposta politica. È nata così la Lista degli studenti, una formazione che non ruota attorno a un unico leader e che ha presentato 250 candidati provenienti da diversi ambiti della società civile, tra cui professori universitari, medici, agricoltori, attori e sportivi.

Il primo nome della lista è quello del cardiologo Ilija Srdanović, ma non è ancora stato chiarito chi potrebbe assumere la guida del governo. Una delle caratteristiche del movimento è proprio la scelta di affidare le candidature a figure esterne alla politica tradizionale, anziché agli studenti che hanno organizzato le proteste.

La campagna elettorale si è concentrata soprattutto sulla lotta alla corruzione, sulla responsabilità delle istituzioni e sulla necessità di ridurre l’influenza dei partiti nella gestione dello Stato. Tra gli obiettivi indicati dal movimento figurano la rimozione dei funzionari coinvolti nelle repressioni delle manifestazioni, la fine delle nomine politiche alla guida delle imprese pubbliche, il rafforzamento del sistema educativo e la restituzione dell’indipendenza al servizio pubblico radiotelevisivo.

La Lista degli studenti ha cercato di costruire un consenso anche al di fuori delle grandi città e degli ambienti universitari, organizzando incontri nei centri rurali e nelle zone considerate tradizionalmente favorevoli a Vučić. Una strategia che le ha consentito di intercettare una parte del malcontento verso il governo, in un paese dove le opposizioni tradizionali erano rimaste a lungo frammentate.

Vučić ha reagito accusando ripetutamente il movimento di essere sostenuto da interessi stranieri, indicando in particolare presunti finanziamenti provenienti dalla Croazia e dal Montenegro. Gli studenti hanno respinto queste accuse. Nel discorso con cui ha riconosciuto la sconfitta, l’ex presidente ha inoltre attribuito parte della responsabilità del risultato ai media indipendenti serbi e a presunte interferenze di paesi europei e di settori dell’apparato statunitense, senza fornire elementi a sostegno di queste affermazioni.

Durante la campagna elettorale il SNS aveva puntato soprattutto sulla continuità economica e sulla stabilità, promettendo aumenti delle pensioni, degli stipendi pubblici e degli investimenti nella sanità. Vučić aveva inoltre presentato la propria esperienza diplomatica come una garanzia per mantenere gli equilibri internazionali della Serbia.

La vittoria della Lista degli studenti apre ora una fase politica il cui orientamento non è ancora del tutto definito, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. La Serbia è candidata all’adesione all’Unione Europea, ma il percorso di integrazione è stato rallentato dalle preoccupazioni europee sullo stato di diritto, sull’indipendenza della magistratura e sulla corruzione. Il movimento studentesco ha finora dedicato maggiore attenzione alle questioni interne rispetto agli orientamenti internazionali. Non è quindi ancora chiaro in quale misura un eventuale nuovo governo intenda modificare la posizione della Serbia nei confronti di Bruxelles, Mosca e Pechino.

Durante gli anni di Vučić, Belgrado ha mantenuto rapporti stretti con la Russia, suo tradizionale alleato e principale fornitore di gas naturale, evitando di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Allo stesso tempo ha rafforzato le relazioni economiche con la Cina, importante investitore nel paese, e ha continuato a dichiarare l’obiettivo dell’integrazione europea. L’Unione Europea resta il principale partner commerciale della Serbia.

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Le cinque Regioni del Nord rafforzano l’intesa con banche e industria per sostenere le imprese

23 October 2026 at 18:26

Le cinque Regioni che partecipano al progetto del Distretto manifatturiero unico del Nord hanno concordato con l’Associazione bancaria italiana (ABI) la creazione di un tavolo tecnico per individuare nuovi strumenti di sostegno al credito e agli investimenti delle imprese. Il gruppo di lavoro dovrà elaborare proposte operative entro tre mesi, con particolare attenzione alle piccole e medie aziende. È il principale risultato dell’incontro che si è svolto oggi a Milano, durante il World Manufacturing Forum, tra i rappresentanti di Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto e quelli del settore bancario e industriale.

La riunione è stata la terza della Cabina di regia del Distretto manifatturiero unico del Nord, un’iniziativa con cui le cinque amministrazioni regionali intendono coordinare le proprie politiche industriali e rafforzare la capacità di incidere sulle decisioni nazionali ed europee. Dopo i precedenti incontri di Milano e Torino, il confronto è stato esteso alle associazioni di rappresentanza delle banche e delle imprese. Le cinque Regioni costituiscono un’area economica che, complessivamente, contribuisce a oltre la metà del prodotto interno lordo italiano.

All’incontro hanno partecipato gli assessori regionali allo Sviluppo economico Vincenzo Colla per l’Emilia Romagna, Alessio Piana per la Liguria, Guido Guidesi per la Lombardia, Andrea Tronzano per il Piemonte e Massimo Bitonci per il Veneto. I lavori si sono svolti in due sessioni distinte, dedicate rispettivamente al confronto con l’ABI e con le rappresentanze regionali di Confindustria.

La discussione con il settore bancario si è concentrata soprattutto sulle difficoltà di accesso ai finanziamenti e sulla necessità di rendere più efficaci gli strumenti pubblici a sostegno degli investimenti. Tra le questioni affrontate figura la riforma del Fondo centrale di garanzia, considerata necessaria per offrire alle imprese condizioni di maggiore stabilità e certezza nell’accesso al credito, anche in vista dei prossimi provvedimenti nazionali.

Un altro tema riguarda il coordinamento degli strumenti finanziari adottati dalle singole Regioni. L’obiettivo condiviso è sviluppare misure più uniformi, capaci di rispondere alle esigenze delle micro e piccole imprese, delle startup e delle aziende impegnate in processi di rafforzamento patrimoniale o di passaggio generazionale.

Nel confronto è stata inoltre esaminata la possibilità di introdurre nuove forme di garanzia legate alle filiere produttive. Il meccanismo, ancora da approfondire, consentirebbe di valorizzare la solidità finanziaria delle imprese capofila per facilitare l’accesso al credito delle aziende fornitrici. Si tratta di una delle ipotesi su cui lavorerà il tavolo tecnico congiunto tra le cinque Regioni e le rappresentanze territoriali dell’ABI.

Alla riunione con le banche hanno preso parte i rappresentanti regionali dell’associazione Alessandro Azzi per la Lombardia, Cristian Berselli per l’Emilia Romagna, Stefano Cappellari per il Piemonte e Sergio Bava per il Veneto, insieme a Gianluca Guaitani, già presidente della Commissione regionale ligure. Era presente anche Gianfranco Torriero, vice direttore generale vicario dell’ABI nazionale.

La seconda parte dell’incontro ha coinvolto le rappresentanze regionali di Confindustria, con i presidenti Giuseppe Pasini per la Lombardia, Andrea Amalberto per il Piemonte, Mario Gerini per la Liguria e Riccardo Fava per l’Emilia Romagna. Per il Veneto ha partecipato il direttore generale Carlo Stilli. Con gli industriali, la discussione si è concentrata sul rafforzamento delle filiere produttive, sul sostegno agli investimenti e sull’innovazione. Il confronto rientra nel tentativo delle cinque amministrazioni di superare la frammentazione degli interventi regionali e individuare priorità condivise, da tradurre successivamente in proposte comuni di politica industriale.

Nel corso della giornata è stato inoltre deciso di estendere la collaborazione a due nuovi settori: l’internazionalizzazione delle imprese e l’attrazione degli investimenti. Per il primo ambito, le Regioni intendono sviluppare un progetto congiunto che coinvolga aziende dei cinque territori appartenenti a una stessa filiera produttiva e rivolto a un mercato estero da individuare. Per il secondo, l’obiettivo è arrivare alla definizione di un patto comune per attrarre investimenti, coordinando competenze, strumenti e opportunità disponibili nelle diverse aree regionali.

Entrambe le iniziative si trovano ancora in una fase di definizione. Anche sul versante del credito, il lavoro dovrà ora passare dall’individuazione delle priorità alla costruzione degli strumenti operativi, secondo il percorso concordato con l’ABI. Il prossimo appuntamento della Cabina di regia è fissato per il 9 dicembre a Veronafiere. L’incontro servirà a proseguire il confronto con altre rappresentanze del sistema economico e produttivo che hanno chiesto di partecipare al dialogo con le cinque Regioni.

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Sergio Castellitto immagina un futuro senza sigarette nel corto “Non Oggi”

23 October 2026 at 13:20

Che cosa resta di una sigaretta quando smette di far parte della vita quotidiana e diventa un reperto del passato? È l’immagine da cui parte “Non Oggi”, il cortometraggio diretto e interpretato da Sergio Castellitto e presentato alla Festa del Cinema di Roma.

La storia è ambientata in un futuro non troppo lontano. Il protagonista, Carlo, nel giorno del suo settantesimo compleanno visita insieme alla nipote Lulù il «Museo dei ricordi smarriti», dove sono esposti oggetti ormai obsoleti: un biglietto del cinema, una vecchia bicicletta, uno smartphone. Gli oggetti riportano alla memoria episodi della sua giovinezza e la storia d’amore con Luisa. Il percorso culmina davanti a una sigaretta, esposta come un oggetto in disuso dal 2035.

Prodotto da DUDE in collaborazione con Philip Morris Italia, il corto usa una storia intima per affrontare una questione più ampia: la possibilità di superare le sigarette tradizionali entro il 2035. «Mi ha colpito l’idea di raccontare questo tema attraverso una storia semplice: un uomo che attraversa le sale del Museo dei Ricordi Smarriti e ritrova oggetti diventati inutili, ma non i ricordi che quegli oggetti riportano alla luce», ha spiegato Castellitto. «È questo che mi ha interessato di questo progetto: usare il cinema per parlare del rapporto tra memoria e futuro, e per suggerire che un’altra possibilità può esistere, forse non oggi, ma in un futuro non troppo lontano».

Per Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, il progetto vuole contribuire ad aprire un confronto pubblico sulla possibilità di eliminare le sigarette dal Paese. «Scienza e tecnologia oggi sono disponibili; ciò che ancora manca è un ampio movimento sociale e culturale che apra un vero dibattito nel Paese», ha dichiarato, indicando il 2035 come orizzonte dell’obiettivo.

Nella colonna sonora è presente anche un brano interpretato da Andrea Bocelli, che collega “Non Oggi” a “Believe.Further”, il precedente progetto di Philip Morris International affidato alla musica. Due iniziative che, attraverso linguaggi artistici diversi, puntano a immaginare un futuro oltre le sigarette tradizionali.

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Cinque attiviste italiane sono state fermate in Cisgiordania durante la raccolta delle olive

23 October 2026 at 07:10

Cinque attiviste italiane sono state fermate giovedì dalle forze israeliane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, in Cisgiordania, mentre accompagnavano alcuni agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Le donne sono state trasferite in una stazione di polizia israeliana e sottoposte a interrogatorio. Il ministero degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto il loro rilascio immediato, mentre le autorità israeliane hanno annunciato la possibilità di espellerle dal Paese, senza fornire indicazioni certe sui tempi. Le cinque italiane sono state portate nel commissariato di Kiryat Arba, un insediamento israeliano nei pressi di Hebron. Secondo le informazioni raccolte dalla Farnesina, alle donne sono stati sequestrati i telefoni cellulari. Le autorità italiane hanno chiesto di poter stabilire un contatto diretto con loro e di verificare le condizioni in cui vengono trattenute.

Inizialmente il ministero degli Esteri aveva ricevuto conferma della presenza di quattro cittadine italiane tra le persone fermate. Il numero è stato successivamente aggiornato a cinque. L’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme hanno avviato contatti con le autorità israeliane per ricostruire le circostanze dell’operazione e ottenere la liberazione delle connazionali.

Gli attivisti si trovavano nella zona per accompagnare e proteggere gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive, una delle principali attività agricole della Cisgiordania e un’importante fonte di reddito per molte famiglie. La stagione della raccolta è anche un periodo particolarmente delicato, soprattutto per chi possiede terreni vicini agli insediamenti israeliani, dove l’accesso ai campi è spesso ostacolato dalle restrizioni militari e dalle violenze dei coloni. Nelle ultime settimane, in particolare, si sono moltiplicate le aggressioni attribuite ai coloni israeliani contro gli agricoltori palestinesi.

La polizia israeliana ha invece giustificato il fermo sostenendo che gli attivisti fossero entrati senza autorizzazione in una zona militare chiusa e avessero ignorato gli ordini dei soldati. Secondo la versione delle autorità israeliane, i volontari «hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive». Le forze di sicurezza israeliane hanno riferito di aver fermato complessivamente undici attivisti stranieri e un palestinese nella zona di Hebron. Hanno inoltre accusato alcuni dei fermati di essere coinvolti nella «promozione del terrorismo» e nella «esaltazione di attentatori», oltre che in attività riconducibili a organizzazioni considerate ostili a Israele.

La polizia ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente all’espulsione degli attivisti stranieri. Successivamente, le autorità israeliane hanno comunicato che le cinque italiane avrebbero potuto essere rilasciate ed espulse a breve, senza tuttavia fornire garanzie. Al momento le donne risultavano ancora trattenute.

Mercoledì 21 ottobre, un intervento militare aveva portato a un altro fermo di decine di attivisti, tra cui Brad Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti, successivamente rilasciato insieme ad altri volontari con restrizioni alla libertà di movimento. Nelle stesse ore erano stati fermati anche due cittadini italiani originari di Bolzano, Manuel e Alberto Tartarotti, padre e figlio, rispettivamente di 35 e 67 anni. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare fondi destinati ad attività umanitarie e sostenere gli agricoltori palestinesi. Dopo essere stati trattenuti dalla polizia israeliana, sono stati espulsi con un divieto di ingresso in Israele della durata di dieci anni.

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Trump ha chiamato Musk per rimuovere le restrizioni a Starshield in Ucraina

23 October 2026 at 06:58

Donald Trump avrebbe chiesto a Elon Musk di rimuovere le restrizioni imposte a Starshield, il sistema di comunicazioni satellitari militari utilizzato dall’Ucraina, che da oltre una settimana ostacolano le operazioni dei droni ucraini contro le forze russe. Secondo il Wall Street Journal, il presidente statunitense ha telefonato a Musk mercoledì 21 ottobre e nelle ore successive il servizio ha cominciato a funzionare più regolarmente. Il ripristino non sarebbe però ancora completo, secondo funzionari ucraini rimasti anonimi citati dal quotidiano. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente degli Stati Uniti ha evitato di confermare la telefonata, ma ha attribuito a Musk il ripristino del servizio. Ha detto che non era importante stabilire chi avesse contattato l’imprenditore, perché ciò che contava era che il sistema fosse stato riattivato. 

La vicenda è iniziata il 14 ottobre, quando diversi reparti ucraini hanno segnalato improvvise interruzioni nelle comunicazioni satellitari utilizzate per controllare i droni. I problemi riguardavano soprattutto i velivoli che superavano una velocità di circa 160 chilometri orari: oltre questa soglia, il collegamento con Starshield poteva interrompersi, rendendo impossibile proseguire la missione. In alcuni casi i droni sono precipitati.

Le restrizioni hanno avuto conseguenze sia sulle operazioni offensive sia sulla difesa aerea. I droni più lenti hanno potuto continuare a operare, mentre quelli progettati per raggiungere rapidamente gli obiettivi o intercettare velivoli nemici sono diventati molto meno efficaci. Secondo comandanti ucraini citati dal New York Times, la riduzione delle attività dei droni ha permesso alle forze russe di muoversi con maggiore libertà lungo alcune vie di comunicazione vicine al fronte, normalmente esposte agli attacchi ucraini.

I problemi hanno riguardato anche la protezione delle città dai droni russi più veloci. Zelensky ha spiegato che alcuni sistemi di intercettazione ucraini dipendono da Starshield e devono poter raggiungere velocità superiori a quelle consentite dalle nuove limitazioni. Giovedì, prima delle dichiarazioni di Trump, il presidente ucraino aveva detto che non era ancora stata ripristinata la possibilità di utilizzare il sistema fino a 400 chilometri orari.

Starshield è una versione di Starlink sviluppata da SpaceX per impieghi militari e governativi. Entrambi i sistemi utilizzano satelliti in orbita terrestre bassa per garantire comunicazioni e accesso a internet anche in aree prive di infrastrutture terrestri. Starshield offre però livelli più elevati di protezione delle comunicazioni ed è stato progettato anche per la trasmissione di informazioni riservate.

Per l’Ucraina queste tecnologie sono diventate essenziali dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, nel febbraio del 2022. La distruzione di parte delle infrastrutture di comunicazione ha aumentato la dipendenza dell’esercito dai collegamenti satellitari, utilizzati per coordinare i reparti, trasmettere informazioni e condurre operazioni con i droni. Il governo statunitense ha investito miliardi di dollari in questa tecnologia e ha consentito alle forze ucraine di accedere alla rete militare.

La questione più controversa riguarda la responsabilità delle restrizioni. Il Wall Street Journal ha riferito, sulla base di fonti informate, che sarebbe stato Musk ad autorizzare la limitazione delle prestazioni di Starshield. Le fonti del quotidiano hanno però fornito ricostruzioni diverse sul coinvolgimento di Trump. Secondo alcune, il presidente sarebbe stato informato dopo l’introduzione delle restrizioni; secondo un’altra, Musk avrebbe discusso la decisione con Trump prima di applicarla. Entrambi hanno negato di essere responsabili della riduzione del servizio. Musk ha sostenuto pubblicamente che i sistemi Starshield appartengono al governo statunitense e che le decisioni sulle limitazioni operative spettano alle forze armate e, in ultima istanza, al presidente degli Stati Uniti.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha invece fornito una ricostruzione diversa. Mercoledì ha escluso che Trump o altri esponenti dell’amministrazione avessero chiesto modifiche al funzionamento della rete, sostenendo che le decisioni relative al servizio spettano a SpaceX, una società privata sulla quale la Casa Bianca non può esercitare un controllo diretto. Anche il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha negato che il Pentagono avesse impartito istruzioni per limitare il sistema.

Zelensky ha attribuito la responsabilità dell’accaduto sia a SpaceX sia alle autorità statunitensi. Secondo il presidente ucraino, la decisione politica sarebbe arrivata da Washington, mentre SpaceX si sarebbe occupata della sua applicazione tecnica. Ha inoltre osservato che restrizioni analoghe non risultavano essere state introdotte sui terminali Starshield utilizzati nei paesi dell’Unione Europea.

La controversia su Starshield ha provocato reazioni anche al Congresso statunitense. Il senatore repubblicano John Cornyn ha dichiarato di ritenere improbabile che Musk abbia deciso autonomamente di limitare il servizio senza almeno il consenso della Casa Bianca. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha invece avviato un’inchiesta sulle circostanze in cui la tecnologia è stata resa meno efficace senza preavviso, chiedendo spiegazioni a Musk e al segretario alla Difesa. Blumenthal ha sottolineato che l’episodio solleva interrogativi sul controllo di capacità militari fondamentali, acquistate dal governo americano con ingenti risorse pubbliche e utilizzate da un paese alleato durante una guerra.

Finora le restrizioni non sembrano aver modificato in modo decisivo l’andamento complessivo del conflitto, ma hanno ridotto temporaneamente alcune capacità operative ucraine in una fase di continui attacchi russi. Il 22 ottobre, mentre proseguivano le discussioni sul ripristino delle comunicazioni, la Russia ha colpito Kyjiv con missili balistici e l’Ucraina ha lanciato centinaia di droni in direzione di Mosca.

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L’Umbria ha approvato la legge sul suicidio medicalmente assistito

23 October 2026 at 06:37

L’Umbria ha approvato una legge che disciplina le procedure per accedere al suicidio medicalmente assistito attraverso il servizio sanitario regionale. Il provvedimento è stato approvato ieri dall’Assemblea legislativa con 11 voti favorevoli, sei contrari e tre astensioni. È la quinta regione italiana a intervenire sul tema, dopo Toscana, Sardegna, Emilia Romagna e Veneto.  La legge nasce dalla proposta di iniziativa popolare Liberi Subito, promossa dall’Associazione Luca Coscioni e sostenuta dalle firme di 4.801 cittadini umbri. Il suo obiettivo è stabilire procedure sanitarie definite per le persone che chiedono di accedere alla morte volontaria medicalmente assistita, una possibilità già riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale in presenza di determinate condizioni, ma che non è ancora regolata da una legge nazionale organica.

Il suicidio medicalmente assistito consiste nell’assunzione autonoma, da parte della persona interessata, di un farmaco letale nell’ambito di una procedura che prevede l’assistenza sanitaria. La normativa umbra non introduce nuovi requisiti per accedervi, ma definisce le modalità organizzative con cui le strutture sanitarie devono verificare le richieste e gestire il procedimento.

Ogni Azienda unità sanitaria locale dovrà istituire una commissione multidisciplinare permanente incaricata di accertare la presenza dei requisiti previsti dalla disciplina statale e dalla giurisprudenza costituzionale. La commissione sarà composta da un medico palliativista, uno psichiatra, un anestesista rianimatore, uno psicologo, un medico legale e un infermiere, ai quali si aggiungerà uno specialista della patologia della persona richiedente. I componenti saranno individuati su base volontaria tra il personale sanitario. Dopo aver esaminato la richiesta, la commissione trasmetterà una relazione al Comitato etico regionale dell’Umbria, che esprimerà il proprio parere. Le conclusioni della verifica saranno poi comunicate alla persona interessata. La procedura dovrà prevedere l’assistenza del medico di fiducia del richiedente e garanzie per evitare abusi nei confronti delle persone vulnerabili.

Durante l’esame in Aula sono stati approvati alcuni emendamenti che hanno modificato il testo iniziale. È stato eliminato il riferimento alla «fase terminale della vita della persona», che avrebbe potuto essere interpretato come un requisito aggiuntivo rispetto a quelli già previsti. Sono state inoltre introdotte disposizioni per garantire l’informazione e l’accesso alle cure palliative senza ritardare la procedura, oltre alla possibilità di sospendere o revocare la richiesta. Altri emendamenti hanno precisato le modalità di valutazione della commissione e previsto strumenti per verificare l’applicazione della legge.

L’approvazione è arrivata al termine di una discussione nella quale ha avuto un ruolo centrale la vicenda di Laura Santi, talentuosa giornalista perugina affetta da una grave forma di sclerosi multipla e tra le principali promotrici della proposta. Santi è morta il 21 luglio 2025 nella propria abitazione a Perugia, dopo essersi autosomministrata un farmaco letale. Era stata la prima persona in Umbria a ricorrere al suicidio medicalmente assistito e aveva dovuto affrontare un lungo percorso per ottenere l’autorizzazione.

In Aula era presente suo marito, Stefano Massoli, insieme ad alcuni rappresentanti dell’Associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato. Dopo la votazione, accolta da un lungo applauso, Massoli ha ricordato il ruolo avuto dalla moglie nella battaglia per la legge, dicendosi convinto che sarebbe stata soddisfatta del risultato.

Fabrizio Ricci, consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra e relatore del provvedimento, ha sostenuto che la legge non introduce un nuovo diritto, ma serve a rendere concretamente accessibile una possibilità già riconosciuta dalle decisioni della Corte costituzionale. Secondo Ricci, l’assenza di una normativa nazionale ha contribuito a creare incertezze e attese particolarmente difficili per le persone coinvolte.

La maggioranza di centrosinistra ha sostenuto il provvedimento, pur riconoscendo la necessità di rafforzare l’assistenza ai malati. Il vicepresidente della Regione, Tommaso Bori, ha definito l’approvazione «una conquista di civiltà, di libertà, di dignità». La presidente dell’Assemblea legislativa, Sarah Bistocchi, ha parlato di una risposta concreta alle persone che vivono condizioni di sofferenza estrema e di uno strumento aggiuntivo per le famiglie e il personale sanitario.

Diversa è stata la posizione della presidente regionale Stefania Proietti, che ha scelto di non partecipare al voto. Pur riconoscendo il valore del confronto svolto in Assemblea, Proietti ha sostenuto che una materia di questa rilevanza dovrebbe essere affrontata dal Parlamento, così da garantire regole omogenee sull’intero territorio nazionale. Ha inoltre insistito sulla necessità di potenziare le cure palliative, l’assistenza domiciliare e le strutture dedicate ai malati con patologie gravi e inguaribili.

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La Lombardia prova a fermare lo spopolamento delle Alpi puntando sui giovani imprenditori

22 October 2026 at 15:40

Regione Lombardia sceglie la leva dell’impresa per affrontare uno dei problemi più persistenti delle aree alpine: la difficoltà di offrire ai giovani prospettive economiche sufficienti a convincerli a restare. Una questione che ora entra nell’agenda della cooperazione europea grazie alla proposta presentata dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi, approvata a Lindau, in Germania, durante l’Assemblea generale di EUSALP. La Dichiarazione adottata al termine dell’incontro riconosce ufficialmente l’iniziativa lombarda e apre un percorso comune per sostenere l’imprenditorialità giovanile nei territori montani. A coordinarlo sarà Regione Lombardia.

Il mandato ottenuto a Lindau ha un peso politico preciso. La Regione guiderà il confronto tra amministrazioni alpine chiamate a individuare strumenti condivisi per favorire la nascita di nuove imprese. Il problema è noto: nei territori montani la possibilità di costruire un’attività economica si scontra con difficoltà che possono scoraggiare gli investimenti e alimentare la partenza delle nuove generazioni. Su queste condizioni Guidesi intende concentrare il lavoro, portando la questione anche all’attenzione della Commissione europea.

C’è però una distanza da colmare tra l’accordo istituzionale e gli interventi concreti. La missione, denominata Giovani imprenditori per le Alpi: valorizzare la prossima generazione di talenti alpini, parte con il riconoscimento delle regioni coinvolte e un programma che dovrà produrre risultati entro il 2027. Le politiche comuni sono ancora da costruire.

Il terreno di confronto è ampio. EUSALP, la Strategia dell’Unione europea per la Regione Alpina, riunisce 48 regioni appartenenti a sette Paesi, dall’Italia all’Austria, dalla Francia alla Germania, fino a Slovenia, Svizzera e Liechtenstein. Amministrazioni che operano in sistemi economici differenti, ma condividono la necessità di mantenere vive comunità nelle quali la presenza di imprese e opportunità professionali può incidere sulle scelte delle nuove generazioni. Regione Lombardia cercherà di individuare soluzioni utilizzabili nei diversi territori, partendo dalle esperienze già maturate a livello regionale.

A Lindau è emersa anche una questione meno immediata, che riguarda le condizioni necessarie per fare impresa. Un giovane può avere un progetto imprenditoriale, ma la scelta di realizzarlo in montagna dipende anche dalla possibilità di trovare casa e dalla disponibilità dei servizi. Il primo laboratorio operativo della missione, organizzato all’Inselhalle, si è concentrato proprio su questi aspetti. Giovani e rappresentanti istituzionali delle regioni alpine hanno discusso delle difficoltà legate alla vita nei territori montani, attraverso domande interattive e momenti di confronto diretto. I contributi raccolti serviranno a orientare le prossime attività.

Per Guidesi, la capacità di trattenere le nuove generazioni passa dalla costruzione di opportunità economiche credibili. «Il futuro dei nostri territori dipende dalla capacità di offrire opportunità concrete ai giovani», ha dichiarato l’assessore, indicando nella collaborazione tra le regioni uno strumento per migliorare le politiche esistenti e rappresentare a Bruxelles le esigenze specifiche delle aree alpine.

La scelta di Regione Lombardia è dunque quella di mettere l’imprenditorialità giovanile al centro del confronto sul futuro delle montagne. La nascita di nuove attività può contribuire al ricambio generazionale e alla tenuta economica delle comunità, dove la riduzione della popolazione rende più difficile mantenere servizi e occupazione. Resta da individuare quali strumenti possano favorire concretamente questo processo e quali esperienze regionali siano applicabili anche altrove.

La Dichiarazione di Lindau ha formalizzato l’avvio del percorso, approvando la Nota di missione lombarda. Nella stessa assemblea EUSALP ha riconosciuto altre due iniziative, dedicate all’economia circolare nel settore tessile e alla sostenibilità dei grandi eventi sportivi. Per il progetto sull’imprenditorialità giovanile, Regione Lombardia lavorerà con le regioni partner e con il Consiglio dei giovani EUSALP. Saranno coinvolti anche i Gruppi d’Azione della Strategia alpina ed esperti scientifici.

La prima fase prevede la raccolta di dati e una ricognizione delle politiche regionali già adottate. Il confronto proseguirà attraverso consultazioni e laboratori con i giovani, per individuare gli ostacoli più ricorrenti e verificare quali soluzioni possano essere condivise. Un lavoro che dovrà tenere conto delle differenze tra i territori, evitando di considerare le aree alpine come un unico contesto economico.

Il calendario fissa già una scadenza. Entro la fine del 2027 Regione Lombardia dovrà arrivare a un quadro comune di riferimento per le politiche di sostegno all’imprenditorialità giovanile. Il documento sarà presentato all’Assemblea generale EUSALP e potrà essere utilizzato dalle amministrazioni regionali per orientare i propri interventi e avanzare proposte condivise alla Commissione europea.

L’eventuale passaggio successivo è previsto nel 2028, con la possibilità di avviare un progetto pilota sulla base dei risultati ottenuti. Per ora l’iniziativa non definisce nuove misure operative né un pacchetto di finanziamenti. Il confronto dovrà stabilire quali interventi proporre e su quali priorità trovare un accordo. Nel frattempo cambierà anche la guida politica della cooperazione alpina. La presidenza EUSALP passerà dalla Baviera alla Francia per il 2027. Sarà sotto la presidenza francese che Regione Lombardia dovrà portare a compimento il lavoro avviato a Lindau, presentando alle altre amministrazioni alpine le proposte elaborate insieme ai giovani e ai territori coinvolti.

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Il piano di Afd per ridimensionare l’Unione europea

22 October 2026 at 07:12

La leader dell’estrema destra tedesca Alice Weidel ha presentato un piano per ridurre drasticamente i poteri dell’Unione europea, abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e trasferire gran parte delle decisioni alle istituzioni nazionali. Il progetto, illustrato ieri a Strasburgo, prevede anche una riduzione del bilancio comunitario e maggiori possibilità per la Germania di sottrarsi alle politiche comuni. Almeno inizialmente, però, il partito Alternative für Deutschland (AfD) non intende chiedere l’uscita del paese dall’Unione o dall’euro.

Il documento, intitolato New Deal for Europe, definisce la strategia con cui l’AfD vorrebbe trasformare l’Unione in un’organizzazione fondata sulla sovranità degli Stati, con istituzioni centrali più deboli e competenze limitate. Durante la conferenza stampa al Parlamento europeo, Weidel ha sostenuto che l’attuale struttura dell’UE abbia bisogno di una revisione profonda e che i governi e i parlamenti nazionali debbano tornare a essere i principali responsabili delle decisioni politiche.

La proposta più significativa riguarda il Parlamento europeo. L’AfD vuole eliminare il sistema di elezione diretta, introdotto nel 1979, e sostituirlo con un’assemblea composta da delegati designati dai parlamenti dei singoli Stati. In questo modo, i cittadini europei non eleggerebbero più direttamente i propri rappresentanti a Strasburgo e Bruxelles. Il partito propone inoltre di trasformare la Commissione europea in un organismo con funzioni esclusivamente amministrative, privandola di gran parte delle attuali competenze politiche, e di sostituire la Corte di giustizia dell’Unione europea con un tribunale arbitrale incaricato di risolvere le controversie tra gli Stati.

Il progetto comporterebbe quindi una revisione sostanziale dei trattati europei, che oggi disciplinano il funzionamento delle istituzioni e la distribuzione delle competenze tra l’Unione e i governi nazionali. Secondo Weidel, l’attuale sistema attribuisce a Bruxelles un potere eccessivo, soprattutto nella regolamentazione economica e nelle scelte che riguardano direttamente cittadini e imprese. In una recente intervista all’Economist, la leader dell’AfD ha descritto il proprio obiettivo come quello di riportare l’Unione a una comunità di Stati sovrani, legati principalmente da un’area di libero scambio.

Un altro elemento centrale del programma riguarda il finanziamento delle istituzioni europee. L’AfD propone di ridurre e fissare un limite massimo al bilancio dell’Unione, bloccare l’aumento del personale e abolire alcune agenzie comunitarie. Il partito vorrebbe inoltre utilizzare il potere di veto della Germania per eliminare determinate fonti di finanziamento europeo, comprese quelle collegate all’IVA e ai contributi sulla plastica non riciclata.

Il documento prevede anche la possibilità di bloccare future decisioni sul finanziamento dell’Unione e di minacciare una drastica riduzione dei contributi tedeschi qualora Bruxelles non accettasse le riforme richieste. La Germania, uno dei principali contributori netti al bilancio europeo, dovrebbe secondo l’AfD smettere di sostenere una quota così elevata delle spese comuni.

La stessa impostazione riguarda le politiche economiche e monetarie. Il partito si oppone all’emissione di debito comune europeo, rifiuta l’introduzione dell’euro digitale e chiede che le maggiori economie dell’eurozona abbiano un peso superiore nelle decisioni della Banca centrale europea. Weidel sostiene inoltre che la BCE dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, criticando gli interventi monetari che, secondo l’AfD, hanno favorito il finanziamento del debito pubblico degli Stati.

Sul piano delle competenze, il programma chiede che la Germania possa ottenere deroghe alle regole europee in materia di immigrazione, fiscalità, politiche sociali, difesa e indebitamento comune. Ulteriori esenzioni sarebbero richieste per le politiche ambientali, industriali, agricole e finanziarie qualora l’Unione non accettasse modifiche sostanziali. Weidel ha citato anche il sistema di Schengen, sostenendo che la Germania dovrebbe poterne uscire se non fosse più in grado di garantire un controllo efficace delle frontiere.

La presentazione del piano arriva in una fase favorevole all’AfD sul piano elettorale. Il partito ha ottenuto importanti successi nelle recenti elezioni regionali in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore e figura ai primi posti nei sondaggi nazionali. Weidel ha indicato le elezioni federali tedesche del 2029 come il principale appuntamento per provare a conquistare responsabilità di governo e avviare il programma di riforme europee.

La possibilità di realizzarlo dipenderà tuttavia anche dagli equilibri politici tedeschi. Nonostante la crescita elettorale, l’AfD avrebbe bisogno di alleati per formare una maggioranza parlamentare. I principali partiti tradizionali, compresa l’Unione cristiano democratica, continuano a escludere una collaborazione con l’estrema destra attraverso la politica di isolamento comunemente definita Brandmauer, il cordone sanitario contro l’AfD. Weidel ha criticato questa strategia e ha sostenuto che spetti ai conservatori modificare la propria posizione, escludendo concessioni sui punti fondamentali del programma del suo partito.

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Putin dice di voler trattare con l’Ucraina, ma continua a bombardarla

22 October 2026 at 06:40

Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.

Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.

A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.

Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.

La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.

Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.

Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.

Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.

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