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D’Alema: “Siamo governati da truffatori”. E sbotta con Gruber: “Mi ha invitato a un comizio contro il campo largo?”

29 October 2026 at 07:34

Botta e risposta serratissimo tra Massimo D’Alema e Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7. L’ex premier, oggi presidente della fondazione Italianieuropei, è ospite della trasmissione per presentare il suo nuovo libro, “Eravamo comunisti”, edito da Feltrinelli. Ma la conduttrice lo incalza ripetutamente sulle difficoltà del campo progressista, sulle divisioni tra Pd e M5s, sull’assenza di un programma comune e sulle primarie. D’Alema replica, si spazientisce, rivendica le proprie opinioni, mentre a seguire la schermaglia, divertito, c’è anche il filosofo Massimo Cacciari, altrettanto critico nei confronti del centrosinistra.

La discussione parte dalla difficoltà delle opposizioni a intercettare il disagio delle nuove generazioni. “Perché questo centrosinistra non riesce a rappresentare questi giovani?”, domanda Gruber. “Il suo è un giudizio molto drastico”, obietta D’Alema. “Lo dicono gli stessi giovani”, ribatte la giornalista. A rincarare la dose interviene Cacciari, che critica il Pd e l’intero campo progressista per la loro incapacità di organizzarsi e di affrontare questioni decisive come la scuola e i “salari da fame” dei giovani precari. Il filosofo richiama l’esperienza del vecchio Partito comunista, sottolineando la distanza tra la sua capacità di presenza nella società e quella dell’attuale sinistra.

D’Alema prova a ridimensionare le critiche: “Non voglio fare la difesa d’ufficio del Pd, però si sono battuti per il salario minimo e per la difesa della sanità pubblica“. Ammette che la risposta delle opposizioni potrebbe essere insufficiente rispetto alla gravità della situazione del Paese, ma invita Gruber a rivolgere quelle contestazioni ai diretti interessati: “Lei dedicherà una bella serata a questi argomenti, chiamerà qui Schlein e Conte e chiederà conto a loro“.

La risposta della conduttrice è pungente: “Sì, quando decideranno di venire qui e di farsi fare qualche domanda, molto volentieri”. Poi torna alla carica: il campo largo, sostiene, non ha un programma condiviso, manca l’unità e le divisioni sono particolarmente evidenti sulla guerra.
D’Alema osserva che anche nella maggioranza di governo esistono divergenze sul tema, a suo giudizio ancora più gravi. Ma Gruber insiste sulle difficoltà dell’opposizione. E l’ex premier lascia trasparire una prima dose di insofferenza: “La prossima volta scriverò un libro sul campo largo, così approfondiremo qui la tematica”.

La battuta non ferma la giornalista: “Glielo devo chiedere perché le elezioni politiche saranno praticamente dopodomani”. “Lei non deve nulla. Lei fa giustamente quello che vuole, non quello che deve”, ribatte D’Alema. “La devo riportare al campo largo”, insiste Gruber. “Credevo che qui dovessimo parlare del mio nuovo libro“, osserva sarcasticamente l’ex presidente del Consiglio.

La conduttrice incalza: “Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli fin quando il centrosinistra non è unito”. L’ex premier sbotta: “Gentile amica, diciamo così, se avessi saputo di essere stato invitato a un comizio contro il campo largo mi sarei preparato. La questione è che lei ha una visione catastrofica dell’opposizione“. “Non lei, io”, interviene Cacciari, che ride di fronte allo scontro tra i due. “Sì, voi. Io sono più ottimista“, risponde D’Alema.

Gruber non demorde: “Lei ha detto che le primarie sono divisive. Quindi lei voterà alle primarie oppure no?”. D’Alema sbuffa, pronuncia un “Vabbè” e rimane per qualche secondo in silenzio, visibilmente seccato. “Non ho fatto una domanda scabrosa”, osserva la conduttrice. “No, no, no. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, taglia corto D’Alema.

Poi arriva la spiegazione politica della sua contrarietà alla scelta preventiva del candidato premier: “Alle elezioni politiche i cittadini con il voto scelgono una coalizione e indicano anche quale partito vogliono che sia prevalente. Quindi, in una democrazia parlamentare, il presidente del Consiglio è il frutto del voto popolare, non di una decisione che viene presa prima dai partiti”. “Ma c’è questa nuova legge elettorale“, gli fa notare Gruber.

A questo punto, D’Alema pronuncia l’attacco più duro della serata: “Io la ritengo una finzione incostituzionale. Adesso si pronuncerà la Corte costituzionale, perché il tentativo di trasformare in modo surrettizio le elezioni politiche nell’elezione diretta del presidente del Consiglio è una truffa. È una truffa! Noi siamo governati da truffatori“.

D’Alema insiste soprattutto sulle prerogative costituzionali del capo dello Stato: “Oltretutto in questa legge truffa hanno dovuto scrivere: ‘Fermo restando le prerogative del capo dello Stato’. L’articolo 92 dice che è il capo dello Stato a indicare i ministri. E quindi sostanzialmente crei un’illusione. Ma perché dobbiamo inseguirli sul terreno di una truffa? Questa è l’espressione di una cultura antidemocratica, perché la destra è destra”.

E rivolge un rilievo anche al centrosinistra: “Io sarei stato fermo, almeno fino alla pronuncia della Corte, e non mi sarei precipitato a scegliere il leader per una competizione elettorale in cui non si elegge il leader”. Gruber ne approfitta per tornare alla questione che attraversa tutta l’intervista: “Quindi Schlein e Conte si azzuffano inutilmente?”. È l’ennesimo pungolo che D’Alema mostra di non gradire. E arriva un’altra replica stizzita alla conduttrice: “Questa è la mia opinione. Gruber, se lei vuole polemizzare con Schlein e Conte, cosa che fa spesso, si trovi degli interlocutori adeguati“.

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Vetrine e saccheggi, a sinistra c’è il vuoto. Perché nessuno ha visto arrivare questi giovani?

28 October 2026 at 14:26

Certo è grave che nessuno a sinistra li abbia visti arrivare questi giovani che da settimane mettono a ferro e fuoco città come Milano, Roma, Bologna (per non parlare di Parigi e della Francia intera). Grave perché il mancato avvistamento prova ancora una volta come da quelle parti non siano più in grado di cogliere gli umori della società e i relativi bisogni.

Eppure, dovrebbero essere proprio pane per i denti di quelle forze politiche che dichiarano di voler rappresentare fasce sociali subalterne, bisognosi, ultimi. Malauguratamente, nel momento del bisogno esse si sono rivelate desolatamente inadeguate. Dipenderà forse dalla loro ormai inesistente presenza sul territorio, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei luoghi di aggregazione. Giovani incappucciati e spesso minorenni privi di qualsivoglia slogan politico che non attaccano sedi di partito (almeno per adesso) o simboli istituzionali, ma depredano negozi, arraffano beni di lusso e non, biciclette, felpe, scarpe, persino torte e dolci magari per festeggiare. Che cosa ci dicono quelle vetrine rotte e questi saccheggi?

Ci dicono per cominciare che la protesta spontanea non nasce dal sentirsi parte di una classe sfruttata, come nelle lotte politico-sindacali dell’Otto-Novecento. Sembra invece alimentata dalla rabbia di sentirsi esclusi dal circuito dei consumi. Questi ribelli non reclamano un’utopia, una città ideale. Vogliono le stesse scarpe e gli stessi marchi che vedono addosso ai ricchi che magari odiano. Non contestano il modello sociale consumistico di cui sono vittime, lo hanno anzi interiorizzato al punto da essere incapaci di mettere nel mirino il sistema che lo produce e che li esclude.

Davanti a queste novità, la sfida per il cambiamento è certamente impegnativa. La sinistra storica aveva un soggetto sociale di riferimento facilmente riconoscibile, la classe operaia, collocata nella sfera della produzione delle merci e lì rintracciabile. Aveva un avversario chiaramente identificabile, la borghesia. E, grazie al marxismo nelle sue infinite declinazioni, aveva un mito, il socialismo. Oggi il soggetto sociale di riferimento è frantumato, polverizzato nella sfera dei consumi e nel limbo del precariato, sensibile solo alla capacità che ha di consumare merci. L’avversario ha mutato pelle e cambiato volto, il sistema capitalistico non è più soltanto la fabbrica e nemmeno la tradizionale finanza, una decina di grandi multinazionali, soprattutto quelle che la fanno da padroni nei più sofisticati settori tecnologici, governano il mondo. E la città ideale, il mito? Evaporato, svanito, anche a causa delle terribili esperienze consumate nei cosiddetti paesi del socialismo reale.

Ebbene, di fronte a questi sconvolgenti della struttura sociale, come si attrezzano i nostri partiti progressisti? Si professano come sempre paladini dei più deboli, degli indifesi, degli emarginati. Salvo non sapere più, almeno questa è l’impressione, dove stiano costoro e che cosa essi veramente desiderano. Non sembra abbiano la capacità di analizzare la disarticolazione sociale e soprattutto, al di là della voglia di essere più radicali o di rincorrere il fantomatico centro, non aspirano neanche ad identificare un soggetto sociale definito (meglio essere vaghi per prendere più voti) a cui ancorarsi. Soprattutto pare si vergognino a porsi una domanda elementare: visti gli eccessi, come va riformato, o superato, questo capitalismo rapace che sta divorando persino sé stesso?

Certamente nessuno, ragionevolmente, dovrebbe accontentarsi di riproporre vecchie, inefficaci ricette pseudoriformiste. E soprattutto nessuno può più rimettere in campo il socialismo vecchia maniera come approdo. Ma se non è l’uno né l’altro, che cosa? Ad oggi, il vuoto assoluto. Che non presidia più niente delle antiche aspirazioni della sinistra e lascia spazi immensi di conquista agli avversari, l’ultima versione, la più rapace, del capitalismo.

Servirebbe un pensiero all’altezza del tempo, con un progetto di società alternativa in grado di superare le disuguaglianze sociali che ci stanno distruggendo con le discriminazioni che ne conseguono. Sono i nostri progressisti in grado di rispondere a questa domanda di cambiamento? Ne hanno la voglia? Sono vocati a questi scopi o vogliono solo presidiare un campo per scopi elettorali senza esaudire la domanda politica che da quel campo sembra levarsi?

Se è vero che i giovani che si ribellano non hanno un programma politico, è pur vero tuttavia che le loro proteste si manifestano ormai in ogni angolo della vecchia Europa (e non solo). Agli smagati superstiti della tradizione comunista, quelli formati nella famosa scuola di Frattocchie (ce ne sono ancora tanti in circolazione a sinistra), non dovrebbe sfuggire che le nuove leve che irrompono sulla scena invadendo le città e distruggendo negozi potrebbero in fondo essere espressione di quelle forze di produzione di marxiana memoria che spingono e si ribellano perché l’organizzazione sociale e la relativa sovrastruttura politica sono ormai di ostacolo al loro dispiegarsi. Una volta questa roba loro l’avrebbero chiamata prodromo di una rivoluzione. Una situazione nella quale, mancando una risposta adeguata, anche le forze che si rappresentano come di sinistra rischiano di essere spazzate via con il vecchio mondo.

Di fronte a queste sommosse, il disorientato elettore della sinistra, anche se in molti casi gradisce queste manifestazioni (vedere sondaggi), preferirebbe di gran lunga delle riforme, purché serie. Il salario minimo, che in quanto salario ai suoi occhi sempre una forma di sfruttamento è, non sembra bastare. Si vorrebbe di più per intaccare questo modello di società ingiusta. Ma se la rivoluzione no, per carità, allora, cosa può ed è in grado di offrirgli questa sinistra?

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Salari fermi e prezzi alle stelle: ecco quel che dovrebbe fare il centrosinistra di concreto

28 October 2026 at 06:47

Il popolo italiano vuole il pane, e non solo promesse di rose. Il popolo ha certamente bisogno di pace, di sanità e scuole migliori, ma ha bisogno anche di avere subito soldi per arrivare alla fine del mese. Ormai da parecchi anni i prezzi aumentano e gli stipendi no, e il centrosinistra si lamenta, protesta, ma non propone nulla di concreto.

Renzi vinse il 40% degli elettori con gli 80 euro in più in busta paga. Berlusconi vinse le gare elettorali con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. La destra prende voti con la flat tax (incostituzionale) per i lavoratori autonomi e con i condoni fiscali. La sinistra invece protesta per l’inflazione che mangia i salari ma non indica una soluzione semplice e immediata: indicizzare in tutto o in parte gli stipendi al carovita, non per aumentare i salari reali, ma solo per recuperare potere d’acquisto.

Per migliorare sanità, scuole e pensioni dovrebbe proporre una tassa patrimoniale e tasse di successione ai super-ricchi; dovrebbe imporre all’Unione Europea di abolire i paradisi fiscali che sono dentro la Ue; imporre un controllo sui prezzi dell’energia per diminuire le bollette a famiglie e imprese, e altre cose di sinistra che invece il nostro morbidissimo centrosinistra – molto di centro e poco di sinistra – non propone.

Per vincere le elezioni ed essere nuovamente credibili dopo i fallimenti passati, le forze di centrosinistra dovrebbero per prima cosa garantire la difesa del potere di acquisto delle famiglie massacrato dall’inflazione crescente. Il centrosinistra ha già promesso di introdurre un salario minimo indicizzato all’inflazione; questa è una misura giusta e sacrosanta, ma non basta: infatti riguarda solo 4 o 5 milioni di lavoratori e non i 19 milioni di lavoratori dipendenti che in grande maggioranza hanno stipendi da fame o insufficienti.

Il centrosinistra dovrebbe dimostrare di non avere timore di scontrarsi con Confindustria, e anche con l’Ue; e dovrebbe proporre una grande riforma fiscale, fondata su imposte sui redditi non basate su scaglioni fissi ma su una progressività continua e continuamente aggiornata, come in Germania.

Occorrerebbe tassare meno il lavoro e il capitale produttivo e più la finanza. Il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio e la lungimiranza di proporre una tassa patrimoniale sui super-ricchi chiarendo che, per esempio, i miliardi presi a chi ha lo yacht verranno destinati a finanziare il taglio delle imposte per il lavoro e per i ceti medi. Occorre stabilire un vero controllo sui prezzi dell’energia, magari nazionalizzando l’Eni, ormai in gran parte in mano a azionisti stranieri. In Italia dominano le grandi banche private; occorre invece anche una banca pubblica che faccia credito per lo sviluppo delle piccole e medie aziende.

Alle ultime elezioni politiche italiane del 2022, gli astenuti che non si sono recati alle urne sono stati circa 16,6 milioni di cittadini, pari a circa il 37% del corpo elettorale. Le statistiche dicono che in grande maggioranza sono povera gente, i meno istruiti, i disoccupati e i lavoratori disillusi da una sinistra che non ha fatto nulla per loro. Il centrosinistra rischia di perdere i voti che la grande maggioranza degli astenuti gli darebbe volentieri se si impegnasse su cose concrete. Purtroppo è invece ammalato di moderatismo per non impaurire l’establishment italiano ed europeo: così però rischia di perdere e di dare tutto il potere a Meloni.

Al centrosinistra non basterà denunciare le disfunzioni della sanità pubblica o le spese per il riarmo del governo Meloni. Ormai anche la Lega di Salvini e Futuro Nazionale di Vannacci condannano il fatto che il governo italiano da anni fa morire inutilmente gli ucraini finanziando con miliardi la guerra inutile di Zelensky contro la Russia (una guerra scatenata soprattutto per il fatto che Zelensky voleva fare entrare la Nato in Ucraina).

Non basta promettere, come fanno inutilmente tutti i partiti, di recuperare l’evasione fiscale. Occorre imporre tasse sulle plusvalenze finanziarie e sulle grandi eredità. Occorre che il governo riacquisti le quote di maggioranza delle società strategiche dell’energia, in modo da controllare i prezzi per le imprese e le famiglie. Occorre che il centrosinistra denunci apertamente che l’Unione Europea non fa nulla per impedire lo scandalo dei grandi paradisi fiscali dentro la Ue: Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Malta, Cipro.

Il centrosinistra appoggia ciecamente la tedesca Ursula von der Leyen e le sue assurde politiche belliciste; non denuncia però il fatto che ogni anno lo Stato italiano a causa dell’euro – e quindi dell’impossibilità di finanziare gli investimenti pubblici con la propria moneta – paga 90 miliardi circa ai mercati finanziari solamente per pagare gli interessi sui debiti pregressi. Una tassa enorme che soffoca l’economia nazionale a beneficio della finanza nazionale ed estera.

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Al campo largo dico: un imbroglio dare i soldi alla sanità senza una riforma

27 October 2026 at 06:59

Da questo momento in poi vorrei occuparmi di “campo largo” e, più precisamente, di come il campo largo affronterà l’emergenza sanità. Lo farò provando a mettere a fuoco, di volta in volta, gli snodi cruciali della sanità, i punti decisivi necessari per uscire dall’emergenza, quindi provando ad individuare gli intrecci o gli incroci, vale a dire le complessità che questi snodi rappresentano. Che sono diversi e complessi.

E’ bene chiarire subito che la sanità, come servizio pubblico, è praticamente alla frutta, e che invertire i processi lunghi che la stanno privatizzando sempre più estesamente non è facile. Mi lasciano sgomento coloro che, a sinistra, nessuno escluso, sulla sanità la fanno facile convinti che dopo 30 anni di controriforme neoliberali si risolve tutto con un po’ di soldi. Oggi rendere di nuovo pubblica la sanità come quando era davvero un Ssn è sul serio quasi una impresa impossibile.

Penso quindi che oggi, sulla sanità, sono proprio le semplificazioni il primo vero problema e penso anche che la gente non è come si crede così sprovveduta da votare il campo largo solo perché esso promette più soldi alla sanità. Oggi dare alla gente, la sanità gratis, eliminare le liste di attesa, offrire servizi funzionanti, emergenza compresa, offrirli a tutti, ai malati acuti e ai malati gravi, garantirli sia al nord che al sud, dopo 30 anni di neoliberismo, non è così semplice come si crede. Oggi per dare la sanità gratis ci vuole una riforma che il campo largo non ha, e per ragioni di opportunità non vuole avere.

La sua grande ambiguità è credere di poter rifinanziare la sanità ma lasciando tutto sostanzialmente così come è. A queste condizioni è chiaro che il campo largo si potrà fare facilmente; quello che resta difficile è dare per davvero la sanità gratis a tutti e ricostruire un Ssn degno di questo nome. Se la sanità viene rifinanziata ma resta sostanzialmente neoliberista persino Calenda, Renzi, ovviamente i riformisti del Pd sarebbero d’accordo. Purtroppo anche rifinanziare la sanità, al contrario di ciò che credono molti a sinistra (compreso Gimbe), sembra facile ma non lo è. È più facile dare delle mance che finanziare per davvero il Ssn in base alle sue necessità.

I soldi che servirebbero non sono pochi. Si tratterebbe sia di trovare risorse sia di liberare risorse ma allo scopo, attenzione, di finanziare la sanità pubblica e la sanità privata, cioè il welfare fiscale sul quale si base per intero la grande speculazione privata. Il rischio è di fare un campo largo solo a condizione di salvare la speculazione privata.

Il campo largo, sotto sotto, sulla sanità sta proponendo di mantenere due sanità concorrenti da finanziare entrambe con soldi pubblici. Una totalmente e una a supporto. Questo giochetto oggi si scontra inevitabilmente con i problemi di sostenibilità finanziaria. Esso è oggettivamente irrealistico.

C’è tuttavia un’altra ragione per la quale sento il bisogno di proporre una discussione pubblica sulla sanità
Personalmente come tutti coloro della mia generazione ho vissuto in diretta l’esperienza del campo largo che si fece con il governo Prodi negli anni 90. Quel campo largo è stato addirittura più largo di quello che si sta preparando oggi. Esso era persino aperto alle forze liberali.

Tutti i problemi della sanità – ribadisco tutti – oggi sono il risultato delle politiche controriformatrici decise in quegli anni. Se è così, e vi garantisco che è così, oggi il nuovo campo largo se davvero volesse risolvere l’emergenza sanità dovrebbe da una parte definire politiche che riparino i danni pesanti fatti dal governo Prodi; dall’altra rimettere in pista l’impresa riformatrice che il governo Prodi decise con la terza via di stroncare.

Il campo largo sulla sanità, ripeto, non ha una idea di riforma sulla quale convergere (fino ad ora nessuno, a parte me, l’ha proposta) e propone di fatto subdolamente di riconfermare le controriforme fatte. La vera questione politica sulla sanità per me, è la riforma della sanità, non tanto i finanziamenti. Oggi per dare la sanità gratis a tutti certamente ci vogliono i soldi, ma prima dei soldi ci vuole una riforma ad hoc per decidere come spenderli.

Molti a sinistra credono che in sanità basterebbe tornare indietro e rimettere le cose a come erano prima del governo Prodi. Secondo me una posizione miope e irrealistica. Oggi lo stato effettivo della sanità dipende dal suo percorso contro-riformatore. Ormai la sanità ha rotto con i principi della 833. Quindi con l’articolo 32 della Costituzione. Il problema oggi per il campo largo è la sanità che è rimasta “dopo” le controriforme. Esso si dovrà prendere la responsabilità con una riforma di dire come si salva la sanità dopo le controriforme. Se non lo facesse sarebbe un imbroglio. E imbrogliare sulla sanità è come incrementare l’astensionismo.

Da tempo sostengo la necessità di fare una “quarta riforma”. Più che mai oggi sono di questa idea. Ma il campo largo l’idea di fare una riforma per salvare la sanità non ce l’ha. Nessuno fino ad ora si è posto il problema. Ribadisco nessuno. Ma senza una riforma non è possibile neanche offrire al Pd un compromesso che lo metta in condizione di accettare di riparare ai danni causati dal governo Prodi in poi. Questo compromesso secondo me è possibile. Andrebbe fatto ma è del tutto fuori dai radar del campo largo. Bisogna lavorarci. Ed è quello che proverò a fare.

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Una “Alleanza per la Costituzione” non può prescindere da un riformismo radicale

24 October 2026 at 05:51

di Mario Tiberi

Si discute molto sulle questioni irrisolte nel cosiddetto “campo largo”; personalmente ho ricevuto però conforto nell’ascoltare recentemente i principali dirigenti del campo progressista fare ripetuti riferimenti alla nostra Costituzione come testo contenente tali valori di fino alla proposta di Giuseppe Conte di denominare “Alleanza per la Costituzione” lo schieramento politico di cui dovrebbe fare parte, che sembra richiamare un passo di un articolo di Federico Caffè: “oggi ci si trastulla nominalmente alla ricerca di un ‘nuovo modello di sviluppo’. E si continua ad ignorare che esso, nelle sue ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione”. Ciò implica di andare oltre il suggestivo trittico laico: liberté, égalité, fraternité ed anche del messaggio fondamentale di Beveridge del Welfare state come lotta contro i giganteschi mali sempre attuali della società: bisogno, inattività, malattie, ignoranza, miseria.

Le diatribe su programmi e scelta del leader del “campo largo” hanno richiesto molte, forse troppe, energie; numerosi sono i rilievi che vengono rivolti ai più autorevoli esponenti politici del fronte progressista, anche quando non si può negare lo sforzo di avvicinamento programmatico che si sta realizzando nelle varie sedi, istituzionali e non. Ritengo che la critica più incisiva sia, tuttavia, quella di coloro che lamentano la mancanza di una visione d’insieme, un quadro di riferimento ideale dal quale trarre l’immagine di quel “sol dell’avvenire”, necessario per riscaldare i cuori di chi dovrebbe sostenerne la realizzazione: una sorta di “Dio, Patria e Famiglia” che viene spesso esposto come stemma culturale del blocco conservatore del nostro Paese. Si tratta, in sostanza, si tratta di trasmettere ai potenziali sostenitori i valori essenziali di riferimento.

Forse il presidente dei Cinque Stelle, nel richiamarsi alla Costituzione, ha tratto conforto dalla lettura del recente libro di Antonio Polito, La Costituzione non è di sinistra per lui che intende caratterizzarsi come “progressista” e non “di sinistra”, trascurando l’illuminante osservazione di Norberto Bobbio, che vedeva nell’impegno per la giustizia sociale il tratto inconfondibile della sinistra storica. L’impegno per una maggiore equità non può certo mancare nel programma dello schieramento alternativo al centro-destra ed allora credo che si possa affermare che la Costituzione è “anche di sinistra”; del resto, dà forza la consolidata storiografia sul nostro documento fondamentale quale frutto dell’ammirevole compromesso realizzato nell’Assemblea Costituente da forze politiche cattoliche, liberali, socialiste e comuniste.

Ecco dunque l’ispirazione ideale di Keynes per “un più alto tipo di società possibile”, da costruire attraverso una coraggiosa azione politica interventista nei confronti del “sistema in cui viviamo”, inesorabilmente contraddistinto da vistosi squilibri nella distribuzione del potere politico ed economico; la chiara attenuazione di tali squilibri è il compito storico che uno schieramento politico progressista deve assolutamente perseguire per quanto difficile possa essere. E non bisogna dubitare che percorsi politici innovativi, anche radicali, siano appunto incompatibili con i dettami costituzionali; quale interprete migliore di Meuccio Ruini, uno dei più autorevoli protagonisti dei lavori dell’Assemblea Costituente, che ha scritto: “La nostra Costituzione è elastica e adattabile a quella che potrà essere la forza e la prevalenza storica delle varie correnti. Il che non ha da ritenersi compromesso deteriore ma pregio e virtù della Costituzione”.

Le forze disponibili a compiere tale percorso devono avvertire la necessità di definire i connotati del “tipo più alto di società” con la consapevolezza che occorra operare i necessari compromessi con altri settori della società, politici e non, avendo sempre l’ambizione di allargare il più possibile il consenso rispetto al progetto di profondo rinnovamento proposto al Paese.

Si tratta, quindi, di contraddistinguere in modo chiaro il necessario riformismo come riformismo radicale per distinguerlo dal legittimo e diffuso uso politico del termine riformismo: esiste nella tradizione socialcomunista, cattolica e liberale una qualificata critica, seppure differenziata, delle liberaldemocrazie caratterizzate dal rispetto generoso dei meccanismi delle economie di mercato capitalistiche. Ciò avviene quando numerose voci, non solo di economisti, mettono in evidenza i fallimenti del mercato, anche nelle sua più avanzata forma della cosiddetta globalizzazione, rispetto al superamento di problemi qualitativi seri: emigrazione, sicurezza, protezione dell’ambiente, tenuta dello “Stato sociale”, clamorose disuguaglianze, e così via. Certamente bisogna tenere ben viva la consapevolezza dei possibili fallimenti dell’ampia area del “non mercato” ma non si possono dimenticare le voci anche recenti di intellettuali che possono agevolare l’acquisizione del consenso di larghi settori, anche benestanti, delle nostre liberaldemocrazie, indispensabili per realizzare una sorta di working class liberalism, secondo una suggestiva espressione del Premio Nobel Acemoglu; già “un più alto tipo di società”!

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Nel Pd c’è chi prepara l’aut-aut per Schlein: o candidata premier o segretaria

24 October 2026 at 03:45

Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.

In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.

Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.

Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».

Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».

Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.

Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.

Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.

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Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

21 October 2026 at 09:18

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

La podcaster americana che sogna una sinistra uguale e contraria al trumpismo

16 October 2026 at 03:45

Jennifer Welch

All’inizio Jennifer Welch parlava solo di seccature quotidiane e di tutte quelle piccinerie da dare in pasto al pubblico annoiato sul divano. Un giorno era un gender reveal party, un altro il galateo su Instagram, altre volte i bambini maleducati. Si era ritagliata un ruolo in quel frammento di rumore mediatico che pretende di dire alla gente da che parte sta il buon senso. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca e le ha offerto un bersaglio più grosso. Anzi due: Welch insulta il presidente un giorno sì e l’altro pure, poi si gira dall’altra parte e tratta allo stesso modo i democratici che non lo combattono come vorrebbe.

Durante una puntata del suo podcast “I’ve Had It” reagisce a una dichiarazione del Segretario di Stato Marco Rubio sulle sanzioni contro la Corte penale internazionale cominciando dall’aspetto fisico. «Sembra invecchiato di venticinque anni, ecco che effetto deve fare essere Maga e commettere crimini di guerra». Poi aggiunge che Trump ha la maturità di una cheerleader dodicenne che non è riuscita a entrare nella squadra della scuola.

In un’intervista con Don Lemon definisce il vicepresidente J.D. Vance «la miglior prostituta del Paese», accusandolo di essersi lasciato trasformare in un prodotto politico dal miliardario Peter Thiel. È la sua cifra stilistica. Welch attacca da sinistra repubblicani e democratici, ma lo fa con i metodi del trumpismo. Cioè vocabolario da spogliatoio del calcetto e attacchi sul personale, attingendo a piene mani al torbido della conversazione pubblica. Una miscela di populismo e trivialità. È la versione più esasperata del woke estremo – quello che perfino Alexandria Ocasio-Cortez ha cercato di mettersi alle spalle.

“I’ve Had It” va in onda dal 2022, co-condotto da Welch con l’amica Angie Sullivan. Le due hanno raccolto milioni di follower sulle piattaforme e più di un milione di iscritti su YouTube. Gli ascoltatori sono cresciuti talmente tanto da diventare una tappa quasi obbligata per i personaggi della sinistra americana. Negli anni sono passati al microfono Barack Obama, Kamala Harris, Bernie Sanders, Zohran Mamdani.

A gennaio, intervistata da David Remnick del New Yorker, Welch ha definito la sua filosofia «dark woke», una specie di magia nera applicata alla sinistra radicale – o il contrario. La giustizia sociale come stella polare, la volgarità becera come vascello. Tutto è pensato per diventare un pezzettino virale sui social. Persino i titoli dei contenuti che posta su YouTube – principalmente spezzoni di “I’ve Had It” – sono portati all’estremo, con aggettivi roboanti in caps lock e anteprime appariscenti. «Devi sapere contro chi ti stai battendo, e devi essere spregiudicato», ha detto.

L’idea è di combattere il trumpismo con le sue stesse armi, una ricetta semplice e spietata. Se il woke tradizionale è diventato un sistema di sorveglianza morale, una disciplina dell’eloquio, il dark woke vuole conservare gli obiettivi progressisti liberandosi di ogni riguardo formale.

È un declivio pericoloso da intraprendere. E Welch ci si è tuffata di testa. Con Trump dice di non condividere nulla, ma considera il suo modo di parlare un modello di comunicazione che la politica democratica dovrebbe avere il coraggio di adottare.

Nelle biografia di Welch ci sono tutti gli elementi che l’hanno portata fin qui. È nata a Dallas, ma è cresciuta a Oklahoma City, con due genitori atei e progressisti nel cuore della Bible Belt. Intorno a lei una cultura evangelica in cui religione e identità politica spesso si sovrappongono. La distanza fra la famiglia e il mondo che la circondava ha alimentato il suo antagonismo.

Prima faceva l’interior designer e aveva successo. In tv è arrivata alla ribalta con “Sweet Home Oklahoma”, un reality dell’emittente Bravo che seguiva la sua attività e la vita di un gruppo di amiche benestanti. Il programma è stato cancellato nel 2018, dopo due stagioni.

“I’ve Had It” è nato poco dopo, senza troppe ambizioni. Welch e Sullivan hanno un’amicizia ventennale e volevano solo parlare alle persone che avevano seguito il reality, soprattutto donne della loro generazione. Già il titolo è una specie di manifesto: ne ho abbastanza. Conteneva il germe della protesta.

La virata sulla politica ha avuto diversi ostacoli, soprattutto da parte del network (PodcastOne ha acquistato i diritti del programma nel 2023) che avrebbe preferito contenuti meno divisivi. Ma il dibattito pubblico americano era incendiato da anni, il trumpismo aveva avvelenato i pozzi: più Welch e Sullivan alzavano il livello dello scontro, più gli ascolti crescevano.

Sul Washington Post, la giornalista Rachel Monroe ha descritto le due conduttrici come una coppia che difficilmente i democratici avrebbero immaginato di reclutare per trovare nuovi messaggeri: due cinquantenni dell’Oklahoma, con accento del Sud, modi bruschi e un aspetto che Welch definisce «Fox News-coded», cioè codificato sui parametri di Fox News, la tv più vicina a Trump. Monroe ricostruisce anche un momento in cui le due si sono accorte di essere arrivate molto più lontano di quanto immaginassero: il figlio di Welch le segnalò che Hasan Piker, lo streamer di sinistra seguito soprattutto da un pubblico giovane e maschile, aveva elogiato il loro programma definendolo «il podcast progressista più radicale del Nord America, il quartier generale della vera resistenza». Poi Piker è diventato un ospite ricorrente, nel più prevedibile dei crossover.

Nel 2016 Welch aveva votato Hillary Clinton contro Bernie Sanders, una scelta che in seguito avrebbe considerato un errore. Nel 2024 aveva sostenuto Kamala Harris, ma già dubitava della scelta di spostarsi verso il centro. La sconfitta elettorale ha accelerato la sua rottura con le posizioni maggioritarie del partito.

Trump resta il nemico principale, ma Welch attacca anche Chuck Schumer, che chiama «Chuckles», Hakeem Jeffries, Rahm Emanuel e tutti i democratici non estremisti. Un anno fa il senatore democratico Cory Booker si era fatto intervistare da Welch e Sullivan, che lo hanno incalzato perché definisse Benjamin Netanyahu un criminale di guerra. Booker ha contestato la formulazione della domanda; Welch ha giudicato evasiva la risposta, leggendola come l’emblema di un partito che sacrifica i propri principi alle alleanze e agli interessi politici.

James Kirchick sull’Atlantic le contesta proprio questo modo di argomentare, con accuse gravissime senza un adeguato approfondimento, in cui alla fine il suo avversario del momento emerge sempre come quello mosso da intenzioni maligne.

Il 6 ottobre Welch ha pubblicato il libro “Not Today, Fascists”, in cui ha riversato tutta la sua insofferenza. Le prime recensioni insistono sul linguaggio aggressivo, ma gli obiettivi che elenca sono concreti, come se fosse un programma politico: salari più alti, assistenza sanitaria accessibile, infrastrutture migliori, un sistema di protezione sociale più robusto e meno influenza delle aziende sulla politica. Vorrebbe una rivolta interna al Partito Democratico, con la sostituzione dei suoi vertici parlamentari e una profonda ristrutturazione della Corte Suprema a colpi di impeachment contro i giudici più conservatori. «L’unico modo per uscirne è la rivoluzione», dice. Non è un appello alla violenza, è più un rifiuto del gradualismo e della deferenza verso le istituzioni; rigetta anche l’idea che, una volta sconfitto Trump, si debba semplicemente tornare allo status quo ante. Sa che questo approccio può allontanare gli elettori, ma in fondo non è candidata per un seggio (almeno non ancora) e non ha intenzione di comportarsi come se dovesse piacere a tutti.

Il dark woke è tutto qui. Una sinistra che vuole combattere l’autoritarismo senza preoccuparsi di apparire gentile, che rivendica la giustizia sociale ma considera l’umiliazione dell’avversario un’arma legittima. Jennifer Welch ha capito che la rabbia può cementare una comunità, può diventare perfino un programma politico. Resta da vedere se possa diventare anche una strategia per governare, dal momento che Trump non sta andando granché bene. Per ora, quella che aveva cominciato dicendo di averne abbastanza delle piccole seccature quotidiane sembra averne abbastanza anche dell’obbligo di essere educata e composta mentre distribuisce patenti di democraticità. Con milioni di persone disposte ad ascoltarla mentre manda tutti al diavolo.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

16 October 2026 at 03:45

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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