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La gallina vecchia e il tempo del brodo

23 October 2026 at 03:45

La paletta bucata passa appena sotto il disco giallo che si è formato durante la notte in frigorifero e lo solleva quasi intero. Sotto, il brodo di gallina è limpido e fermo: tornerà a muoversi quando sarà scaldato. È un gesto piccolo, ma spiega perché questa preparazione occupi più tempo che attenzione. «Gallina vecchia fa buon brodo» trasferisce quel tempo alle persone. Secondo il Vocabolario Treccani⁠, il proverbio attribuisce spesso maggior pregio e utilità alle cose vecchie, talvolta con un’allusione scherzosa a chi non è più giovane. L’immagine può suonare affettuosa o pungente: dipende da chi la pronuncia e da chi la riceve. Treccani distingue inoltre la gallina dalla più giovane pollastra e registra gallina vecchia proprio come espressione riferita scherzosamente a una persona.

Anche la parola brodo ha viaggiato: Treccani la fa risalire all’antico alto tedesco brod, accostandola all’inglese broth. In italiano è diventata abbastanza familiare da uscire dalla pentola. Si può «allungare il brodo» quando un discorso non finisce; si può «lasciar cuocere qualcuno nel proprio brodo». Il proverbio sceglie invece l’accezione più concreta: acqua, carne, ortaggi e una cottura lenta, un’immagine che si ricorda facilmente.

Per farla diventare pranzo, la ricetta del brodo di gallina del ⁠Cucchiaio d’Argento⁠ dà dosi per quattro persone: mezza gallina, una cipolla, una carota, un gambo di sedano e sale. Servono anche quattro litri d’acqua per la prima bollitura e altra acqua fresca per la seconda. Il sito indica 15 minuti di preparazione e 3 ore e 10 minuti di cottura. La procedura ha un passaggio che conviene leggere prima di accendere il fuoco. Mettete la gallina a pezzi e gli ortaggi in una pentola capiente con i quattro litri d’acqua. Dopo l’avvio del bollore, lasciate andare per dieci minuti a calore moderato; quindi eliminate quell’acqua, coprite di nuovo carne e verdure con acqua fresca e cuocete a fiamma bassa per almeno due ore. Salate alla fine. Per filtrare occorrono un colino e un telo da cucina; dopo il riposo in frigorifero, una paletta bucata permette di togliere il grasso affiorato. Conservate la carne cotta per un altro piatto. Il brodo, riscaldato, può arrivare in tavola da solo oppure accogliere una minestra, ma anche essere la prima base di un meraviglioso risotto. Per servirlo bastano fondine calde e un mestolo. Se si vuole dare rilievo anche agli oggetti, il mestolo Mami di Stefano Giovannoni ha una linea morbida, mentre il poggiamestolo Blip di Alessi offre un posto preciso all’utensile tra una porzione e l’altra.

In Abruzzo quel liquido può bagnare le scrippelle ’mbusse: sottili crespelle arrotolate con parmigiano, sistemate nelle fondine e raggiunte dal brodo di gallina bollente solo al momento di servire. Altrove la somiglianza sta nella pentola, mentre i piatti seguono strade proprie. La cock-a-leekie scozzese unisce brodo di pollo e porri e può essere addensata con orzo o riso. In Vietnam il phở gà porta il pollo nel mondo del phở, con noodles di riso e un diverso equilibrio di aromi e guarnizioni; l’ente nazionale del turismo vietnamita⁠ ne distingue la storia dalle versioni di manzo. Sono due modi di pensare una zuppa di pollo, ciascuno con il proprio nome e la propria tradizione.

Per incontrare il proverbio nel piatto, l’indirizzo più diretto è la Trattoria da Amerigo, in via Marconi 16 a Savigno, sui colli bolognesi. La Guida Michelin⁠ segnala espressamente i tortellini in brodo di gallina vecchia, e anche la stampa locale li loda tra i classici imperdibili.

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Mariam Saghatelyan e il rinascimento (di nicchia) del vino armeno come presidio del territorio

23 October 2026 at 03:45

InVino, Yerevan

Il tempo non esiste (almeno come misura assoluta), ci insegna la fisica quantistica, e proprio per questo la misurazione è relativa, può quindi essere funzione delle bottiglie aperte e delle persone che le bevono in un locale. Tra i tavoli affollati di InVino, il wine bar-enoteca che nel centro di Yerevan ha contribuito a plasmare l’esperienza enoica nella capitale armena, Mariam Saghatelyan lo fa partendo da uno stupore quasi incredulo. «Se quattordici anni fa qualcuno mi avesse detto che la scena del vino armeno sarebbe diventata quella di oggi, e che avremmo avuto a Yerevan l’evento clou annuale del Concours Mondial, sarei stata piuttosto scettica», ammette sorridendo. «All’epoca non avevamo quasi nessun vino da presentare al mondo, mentre oggi ne abbiamo così tanti da offrire».

È da questa distanza percorsa che parte il suo ragionamento sul presente e sulla prospettiva del vino armeno. Un futuro che, nella sua visione, non passa dai grandi numeri.

Piccoli è la scelta, non il limite
Saghatelyan è netta nel rifiutare l’idea di un’Armenia produttrice di massa. «Poiché l’Armenia è essenzialmente così piccola e abbiamo un terroir così interessante, una storia e una cultura della vinificazione millenarie – dichiara con convinzione – credo che il nostro futuro sarà fatto di produzioni molto piccole e di proposte di nicchia capaci di essere riconosciute in tutto il mondo. Dovremo raggiungere davvero le persone a cui piacciono i nostri vini e che vogliono capire questa storia, questa cultura».

Le proporzioni sono presto fatte, perché «l’Armenia del vino non arriva alle dimensioni di una piccola regione della Francia o dell’Italia». Da questo, però, non discende un complesso di inferiorità, ma – secondo Mariam – «una strategia orientata verso vini di qualità migliore, frutto di un approccio più interessante, vinificati nei karas tradizionali, in acciaio o in cemento, esplorando tecniche portate da tutto il mondo».

InVino, Yerevan
InVino, Yerevan

Trecento vitigni da studiare e una questione di origine
Il vero “vantaggio competitivo” armeno, secondo Saghatelyan, è un universo vitivinicolo ancora in larga parte inesplorato. «Abbiamo oltre trecento varietà endemiche – ricorda – quindi serve più ricerca su questi vitigni autoctoni e su come siano adattati alle diverse regioni».

Occorre allora capire quale uva dia il meglio in quale territorio, ma in prospettiva risulta utile anche un sistema di tutela. «Mi piacerebbe che avessimo un sistema di denominazioni con cui poter proteggere il consumatore – spiega – perché un Areni della Vayots Dzor e un Areni dell’Aragatsotn non sono la stessa cosa, e chi acquista dovrebbe poterlo leggere sull’etichetta».

I risultati sono spesso eccellenti, soprattutto con i vitigni autoctoni Areni e Voskeat o con l’originalissimo Nrneni vinificato da Moonq. Quello che fa la differenza non è però ciò che sta nel bicchiere. «Per noi il vino non è solo una bevanda: è sempre la connessione con la terra, con le persone che fanno il vino, i contadini e i produttori».

Antico e nuovo, il vino come esperienza
Se il nome delle varietà è complicato e la geografia intricata, la soluzione che Saghatelyan indica è tanto semplice quanto “radicale”: visitare l’Armenia. «Il modo migliore per capire non solo la complessità del nome, ma anche il concetto, le radici, la geografia complessa delle varietà in Armenia, è venire qui e viverlo. Si possono incontrare i produttori, si può toccare la terra, riconoscere la diversità di suoli, scoprire l’energia delle persone che danno vita al vino».

L’enoturismo diventa allora il vero biglietto da visita, forse più efficace di uno scaffale in un negozio all’estero – dove peraltro il prezzo potrebbe essere penalizzato dai dazi sulle importazioni. «Credo che il turismo esperienziale, soprattutto nel settore del vino, sia molto importante. E credo che le persone cerchino cose nuove da scoprire». Perché l’Armenia può giocare la carta di un paradosso affascinante: è «la più vecchia delle nuove» regioni vinicole – come recitava il claim del Concours Mondial de Bruxelles. È infatti un Paese di antichissima tradizione – poco importa se l’archeologia lo collochi prima o dopo la Georgia – che però si presenta al mondo come emergente. «Gli armeni hanno molte emozioni da dare, perché siamo stati fuori dal mondo del vino per così tanto tempo», chiosa Mariam.

Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles
Mariam Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles

Se infatti la vitivinicoltura ha radici antiche nella regione, la pianificazione sovietica ha portato nel Novecento a una focalizzazione sulla produzione di brandy (o konjak, come veniva anche chiamato) con relativo abbandono dei vitigni autoctoni più interessanti e con una piccola “resistenza” di una vitivinicoltura di sussistenza, a uso familiare.

Fuori dallo schema
C’è un vantaggio nascosto nell’essere arrivati per ultimi, o quasi. Quando dagli anni Novanta ai primi Duemila si affermava l’idea che il vino dovesse seguire un canone preciso – il rovere da barrique, un certo processo, uno stile riconoscibile – l’Armenia era altrove. E oggi questo la rende più libera di essere sé stessa. «Con l’attenzione ai vitigni locali e a uno stile produttivo originale ­­– osserva Mariam – in qualche modo l’Armenia sembra al sicuro dal paradigma del “devi fare così”. È questo il bello. L’Armenia sta ancora esplorando tecniche e processi per trovare la sua strada, quindi stiamo ancora sperimentando, cercando ancora noi stessi».

Anche il posizionamento di mercato è, dichiaratamente, un cantiere aperto. «In questo momento abbiamo vini che partono da cinquemila dram (meno di tredici euro) e altri che arrivano oltre i duecento euro, con produzioni molto piccole da vecchie vigne. Stiamo ancora cercando di trovare un posizionamento, si sperimenta ed è tutta qui la bellezza del mondo del vino in Armenia».

Secondo Mariam, la vera scommessa rimane però il prodotto stesso. «Una volta che le persone trovano il nostro vino – dice – e capiscono che vale la pena provarlo, perché è una nicchia preziosa, allora abbiamo già raggiunto il nostro obiettivo. E questo ci aiuterà a trovare uno spazio nostro nel mercato».

Conquistare uno spazio, però, non basta. Perché bisogna difenderlo. «Se ci ritroviamo su uno scaffale da qualche parte, che garanzia c’è che un altro Paese vinicolo nuovo, soprattutto con il cambiamento climatico e tutto quello che sta succedendo, non emerga e ci prenda il posto? Una volta trovato il nostro spazio, dobbiamo fare tutto il possibile per tenercelo. Per questo cerchiamo sostegno e confidiamo nelle persone che capiscono che questo è un gioiello sconosciuto». In questo senso, oltre al consumo locale legato all’enoturismo e oltre alla curiosità dei wineloverinternazionali, i produttori contano anche sulla diaspora che ha portato milioni di armeni nel mondo.

InVino, Yerevan
InVino, Yerevan

Lavorare la terra, presidiare il confine
Il momento non è dei più facili e Mariam non finge di dimenticarsene. «Il comparto del vino va sempre su e giù ­– dice – e noi ne siamo semplicemente parte. L’Armenia è un Paese sopravvissuto: siamo passati attraverso molte guerre, molte situazioni diverse nel corso della storia». E non si parla solo dei secoli andati, perché anche la recente guerra con l’Azerbaigian per il controllo sul Nagorno-Karabakh ha impattato su cantine e viticoltori costretti a fuggire, perdendo tutto.

È qui che il discorso di Saghatelyan cambia registro e tocca il nervo scoperto per il Paese. Il vino, in Armenia, non è soltanto cultura: è un modo di tenere abitata la terra. «L’idea è che dobbiamo lavorare la terra» proclama. «L’Armenia conta oltre dieci milioni di espatriati con la diaspora e solo tre milioni di persone vivono in Armenia. Credo che, per preservare la nostra cultura, i nostri confini, tutto quello che abbiamo oggi, dobbiamo essere qui, a lavorare la terra».

Nata fuori dall’Armenia e rientrata con tutta la famiglia, Mariam non nasconde la commozione nel ricordare i tempi difficili della guerra. «Nei momenti più duri dell’aggressione, parlavamo (quasi ironicamente) di viticoltura estrema, perché mentre i vignaioli cercavano di portare a termine la vendemmia, altri gli sparavano addosso. Per fortuna ora, almeno temporaneamente, la situazione sembra pacificata e allora bisogna presidiare la nostra terra».

Gena-ts, alla vita
Va detto che l’Armenia, dopo la rinascita enoica, si ri-affaccia al mercato globale del vino in un momento non certo facile sotto il profilo del clima culturale che circonda il consumo di alcol in questi anni. E Saghatelyan affronta di petto la questione. «Il mondo è in un momento folle – chiosa con convinzione – e la gente dice che l’alcol non fa bene. Certo, lo capiamo, ma noi non lo scegliamo per la salute. Io non bevo vino per essere più sana; bevo vino perché, alla fine di una giornata stressante, voglio solo rilassarmi, stare con gli amici o prendermi il mio tempo, respirare e godermi la vita, perché la vita non è troppo lunga».

Ed è proprio in una parola che si raccoglie tutto il senso della sua visione del vino e della storia di InVino. «Noi armeni siamo stati schiacciati e perseguitati per tutta la nostra storia, ma la parola armena per dire brindisi è gena-ts, che significa “alla vita”. Ecco, noi beviamo sempre alla vita».

Mariam Saghatelyan
Mariam Saghatelyan

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Galtellì, canne al vento e pane carasau

23 October 2026 at 03:45

Davanti a una domus de jana a Galtellì. Dietro, il Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti

Dicono che il segreto per fare un buon pane carasau sono l’esperienza e il saper lavorare in squadra. Guardando Giovanna e suo figlio seduti accanto al forno a legna, con le guance arrossate per il caldo, non si fatica a capirne il motivo. Con gesti coordinati, resi rapidi e precisi dall’abitudine, formano in pochi minuti una consistente pila di pane lentu, che solo dopo la seconda passata in forno verrà carasato, che in sardo significa tostato.

Siamo a Galtellì, nella Sardegna centro-orientale, in provincia di Nuoro. Un paese di poco più di duemila abitanti nella verde valle del fiume Cedrino e alle pendici del Monte Tuttavista, che lo separa dal Golfo di Orosei e dal mare. Qui e altrove, fino a una quindicina di anni fa, fare il pane carasau in casa era ancora una pratica abbastanza diffusa. «Ultimamente è diventato meno comune», dice Giovanna, che in una tarda mattinata di inizio ottobre ci ha aperto le porte della sua cucina. Quando arriviamo, sta dividendo l’impasto già lievitato in piccole porzioni, come hanno fatto innumerevoli volte sua mamma e sua nonna prima di lei. Se gli uomini di famiglia erano tipicamente addetti all’impastamento, infatti, le donne erano responsabili del resto del processo, a partire dalla stesura con il mattarello e, oggi, anche con la macchina sfogliatrice.

Galtellì, ph. Alex Valenti
Galtellì, ph. Alex Valenti

Acqua tiepida, sale, lievito e semolato, una farina di grano duro di produzione sarda: per il più celebre prodotto gastronomico dell’isola non serve altro. Se non, forse, una buona dose di pazienza. Occorrono infatti circa tre ore dall’impasto alla cottura, che tradizionalmente dovrebbe avvenire in un forno alimentato con la legna di lentisco, sempreverde tipico del Mediterraneo dalle cui bacche si ricava un olio che, oggi riscoperto dalla gastronomia di nicchia, era un tempo appannaggio esclusivo di chi non poteva permettersi il più costoso olio d’oliva.

Nelle produzioni industriali i dischi di pasta stesa passano in forni studiati su misura per ottenere la cottura desiderata in pochi secondi, producendo quintali di pane al giorno. Invece in casa, perché in questa zona della Sardegna non c’è la tradizione del forno comunitario, il processo richiede una certa manualità. Bisogna far gonfiare delicatamente l’impasto vicino alla fiamma, toglierlo al momento giusto, separare le due facce con il coltello, ripassare ogni disco in forno per la carasatura e pressarlo. E poi ripetere di nuovo. Ancora, ancora e ancora. «Ogni tanto, quando mi siedo a tavola, guardo il pane che abbiamo fatto e penso: quante volte l’ho già preso in mano», dice Giovanna.

Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta
Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta

Telai, affreschi e altorilievi
Borgo di forti tradizioni, anche religiose, Galtellì fa da sfondo a “Canne al vento”, l’opera più celebre di Grazia Deledda, che nel 1926 fu la seconda donna in assoluto e la prima (e per ora unica) italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura.

Così, camminando nel centro storico del borgo, si incontrano alcuni dei luoghi resi immortali dal romanzo, toccati dai percorsi di visita del Parco Letterario Grazia Deledda. Ad esempio, la casa in cui ha soggiornato la scrittrice, che nella finzione diventa la residenza delle protagoniste, le dame Pintor: al momento l’edificio è visibile dall’esterno, ma quest’anno l’amministrazione comunale è finalmente riuscita ad acquistare l’immobile con l’intenzione di renderlo un centro culturale. Oppure la piccola chiesa di San Pietro, custode di un affascinante ciclo di affreschi medievali e vegliata da una tozza torre campanaria eretta alla fine del Cinquecento.

Per ritrovare le atmosfere del passato fuori dalla pagina scritta si può visitare altrimenti Sa Domo ‘e Marras, un’antica casa padronale risalente al diciottesimo secolo attentamente restaurata e resa un museo etnografico, con stanze arredate, suppellettili d’epoca, telai di ginepro, macine in pietra e altri attrezzi da lavoro.

Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta
Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta

Incontrare le eredità di questi antichi mestieri al di fuori del museo non è difficile. Davanti all’Infopoint, nel cuore del borgo, si trova ad esempio il Laboratorio Tessile “Gaia Due”, storica bottega di tessitura tradizionale che organizza anche esperienze e lezioni per i visitatori. Le due “padrone di casa”, Rita e Rita, siedono al telaio orizzontale fin dal 1979 e tirando fili di lino grezzo e di lana di pecora sarda realizzano tappeti, asciugamani, tende e altri complementi d’arredo.

Fatevi aprire le porte anche da Zizzu Pirisi Spanu, apprezzato artista locale. Molte delle sue opere sono esposte tra il laboratorio e la galleria vicino alla sua casa, ma almeno una è visibile anche semplicemente passando dalla strada. Tra il 2022 e il 2023 Zizzu ha infatti realizzato un grande altorilievo sul muro esterno: una reinterpretazione di Guernica sia per celebrare l’anniversario della morte di Picasso, sia per mandare un messaggio di pace mentre l’Ucraina veniva trascinata in guerra.

Rita al telaio, ph. Chiara Beretta
Rita al telaio, ph. Chiara Beretta

Tra fede e feste (anche a tavola)
Abitata fin dall’epoca prenuragica, come dimostrano le domus de janas (ovvero le tombe preistoriche scavate nella roccia) qui eccezionalmente rinvenute anche a pochi passi dal centro storico, Galtellì è stata nel corso dei secoli un centro di potere difeso dal castello di Pontes e una sede vescovile. La sua è in effetti una storia segnata dalla spiritualità e dalla fede: lo dimostrano le varie chiese del paese, tra cui l’importante chiesa del Santissimo Crocifisso. La statua di Gesù in croce che capeggia all’interno ha barba e capelli veri, donati dai galtellinesi, ed è oggetto di venerazione anche per via di un miracoloso sanguinamento che le venne attribuito nel 1612. Secondo la leggenda, la statua sarebbe arrivata direttamente dal mare, restituita dalle onde sulla spiaggia di Orosei. Fu trasportata in paese su un carro trainato da buoi, che si fermarono testardamente proprio nel luogo in cui sorge la chiesa, che fu ingrandita per ospitare la maestosa statua.

Da sempre il calendario liturgico, con quello agricolo, ha determinato i ritmi di vita del borgo: la festa del raccolto, il giorno di Sant’Andrea per celebrare il vino nuovo, la Pasqua e naturalmente il Patrono Santissimo Crocifisso, con la processione che attraversa il centro storico. Se l’alimentazione quotidiana era semplice, con pane carasau e formaggio trasportati nelle bisacce dai pastori, queste giornate diventavano, e diventano ancora oggi, una festa anche di sapori. Si cucinano il maialino, l’agnello e la pecora, si portano in tavola i dolci e i formaggi impregnati di s’abbathu, decotto di miele tipico della cultura rurale sarda. Imperdibili le paste tipiche di Galte, come Deledda chiamava il paese: i maccarones de punzu, a metà tra un’orecchietta e un malloreddu, e i maccarones de busa, una sorta di bucatino ricavato avvolgendo pezzi di pasta intorno a ferri sottili.

Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti
Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti

Dal Tuttavista al Golfo di Orosei
Le strade acciottolate del borgo invitano alla lentezza, ma basta alzare lo sguardo per trovare la voglia di salire in sella a una bici o di mettersi in cammino su un sentiero. Il paese è dominato dalla sagoma del Monte Tuttavista che, arrivati in cima, non tradisce la promessa del suo nome e regala un panorama che abbraccia l’entroterra sardo dal mare alle vette del Supramonte, e oltre. Lungo l’escursione si incontra Sa Preda Istampata, una parete calcarea con un’ampia apertura creata dall’erosione.

Sulla vetta, invece, svetta la monumentale opera in bronzo di Pedro Angel Terrón Manrique: un Cristo Crocifisso alto dodici metri ispirato a quello custodito nella chiesa del borgo. Il percorso escursionistico che sale al Tuttavista e poi scende al Golfo di Orosei è tra l’altro la prima tappa del Cammino dei Beati, itinerario naturalistico e spirituale lungo circa novanta chilometri che, in cinque tappe, prosegue verso Dorgali, Oliena e Orgosolo. Il Cammino è in fase di strutturazione (al momento si percorre con le tracce Gpx: manca ancora la segnaletica), ma promette raccoglimento e paesaggi mozzafiato a coloro che sono in grado di affrontare i tratti selvaggi del Supramonte.

Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti
Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti

Nei dintorni di Galtellì si estendono invece le verdi pianure del fiume Cedrino, attraversate da quieti percorsi da godersi in bici o e-bike (noleggiabili presso Active Holiday Sardinia). Le rive sono coperte di canne mediterranee, le stesse che si ritrovano nel titolo del romanzo di Deledda e nel suo significato più profondo: «Siamo canne, e la sorte è il vento», dice Efix a donna Ester. Tra la vegetazione spiccano anche numerosi eucalipti: una pianta non autoctona, portata qui negli anni Settanta per rifornire una cartiera, oggi chiusa, che all’epoca si pensava potesse contribuire al rilancio economico dell’isola. È l’ennesimo esempio di come, a Galtellì, la storia non sta chiusa nelle teche: la raccontano i sentieri, le chiese e le cucine. Per leggerla serve la pazienza di farsi guidare e di fermarsi a parlare con chi vive questo territorio, perché sono loro a tradurla per chi è solo di passaggio.

È un viaggio dal passo più lento, ma ripaga. Si riparte con il profumo del pane carasau appena uscito dal forno ancora addosso, negli occhi le pianure del Cedrino e le montagne ammirate dalla cima del Tuttavista, nelle orecchie le voci dei Cantores de Garteddi, che di generazione in generazione si tramandano le melodie dei canti sacri popolari. Un bagaglio leggero, ma difficile da disfare.

La statua sul Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti
La statua sul Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti

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Bisogna spiegare anche il vino famoso

23 October 2026 at 03:45

Il nome arriva al 94 per cento degli italiani, il metodo produttivo al 42 per cento, e tra questi due numeri si apre la questione più interessante della ricerca Ipsos Doxa presentata dal Consorzio Franciacorta in occasione della Milano Wine Week: quanto sappiamo davvero di un vino che riconosciamo quasi tutti? Il 75 per cento dichiara di averlo assaggiato almeno una volta, il 50 per cento di consumarlo con maggiore o minore frequenza. La familiarità con il nome, dunque, non coincide con quella con il bicchiere, e il riconoscimento del prestigio può precedere la comprensione delle caratteristiche che lo giustificano.

L’indagine restituisce un’immagine nitida del posizionamento: l’86 per cento associa Franciacorta alle occasioni importanti, l’84 per cento a una qualità elevata, l’80 per cento lo definisce prestigioso. L’85 per cento gli riconosce la capacità di esprimere e valorizzare il territorio e l’italianità, dimostrando nei fatti un patrimonio di reputazione consistente. Ma il legame con i momenti speciali pone anche una domanda: quale spazio resta nelle altre occasioni di consumo? Il passaggio dalla reputazione alla conoscenza richiede spiegazioni comprensibili. Che cosa significa rifermentazione in bottiglia? Quale lavoro precede la vendita? In che modo le scelte in vigneto e in cantina diventano caratteristiche riconoscibili all’assaggio? Anche l’analisi delle conversazioni online rileva interesse per il metodo, le cantine e le differenze rispetto ad altre tipologie di vino: al di là della superficie, dunque, c’è l’esigenza di approfondimento

«La notorietà è ampia, ma resta spazio per far conoscere il metodo produttivo, il lavoro delle cantine e il legame con il territorio», osserva il presidente del Consorzio Emanuele Rabotti. Il punto è dare un significato ai dettagli tecnici, senza presumere che chi acquista possieda il vocabolario di chi produce.

C’è poi il prezzo, che è un fattore rilevante per una parte dei consumatori. E anche in questo caso, raccontare il lavoro necessario ad arrivare a una bottiglia può renderne comprensibile il costo; anche se la disponibilità economica segue una logica distinta, perché occorre distinguere la capacità di spesa dalla comprensione del valore: un consumatore può riconoscere la qualità e scegliere comunque di destinare altrove le proprie risorse.

Il territorio offre un’altra possibilità di incontro. Il 32 per cento dichiara di avere visitato la Franciacorta; tra questi, il 51 per cento riferisce una maggiore propensione all’acquisto dopo la visita. Tra chi non c’è ancora stato, il 62 per cento ritiene che andarci potrebbe influenzare positivamente le proprie scelte. Dati che indicano quanto l’esperienza dei luoghi e l’enoturismo possano contare nel rapporto con il vino.

Sul fronte dei giovani adulti, infine, la sintesi segnala margini di crescita tra i maggiorenni della Gen Z e i Millennials più giovani.

Il tema che emerge resta solido come domanda di lavoro: come trasformare un nome riconosciuto in una scelta compresa? Per Franciacorta significa spiegare ciò che succede prima del brindisi. E verificare quanto quel racconto incontri curiosità, occasioni di consumo e possibilità di spesa delle persone.

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Torna il Gastronomika Festival

23 October 2026 at 03:45

Manca un mese al nuovo appuntamento live che Gastronomika organizza al Teatro Franco Parenti di Milano, in questa occasione nell’ambito di Linkiesta Festival. Il tema di questo secondo appuntamento live del 2026 è “L’era dell’intelligenza”, che comincia da un pizzico di sale: dall’abilità umana del sapere quanto ne serve, dove metterlo e quando fermarsi. Nell’artigianato del cibo, l’intelligenza è tecnica, emotiva e pratica: passa dalla testa, dai sensi e arriva le mani.

Sabato 21 novembre per l’intera giornata si alterneranno talk, incontri, masterclass. La giornata sarà aperta dalla nostra ormai mitica “Prima, colazione” che in questa occasione sarà anche accompagnata dalla rassegna stampa con i giornalisti di Linkiesta e da una speciale puntata live di “Non ho capito”, la newsletter che ci spiega i gradi temi di attualità curata dal giornalista Andrea Fioravanti. In degustazione per il pubblico le delizie degli artigiani selezionati dalla redazione che offriranno ai partecipanti una colazione dolce e salata.

Inoltre, la mattina di sabato la redazione animerà uno speciale Sweet Date dedicato ai pasticceri e ai professionisti dell’ambito dolce.

Se sei un pasticcere e vuoi unirti a noi per il confronto aperto con i colleghi, chiuso al pubblico e solo su invito, puoi candidarti e partecipare. Scrivici subito a gkfestival@linkiesta.it

Uno spoiler sugli argomenti e i protagonisti:

Un’altra agricoltura è possibile

Maurizio Martina, vicepresidente FAO; Stefano Lorenzi, esperto di agroforestazione

Tenera è la carne 

Marella Levoni, direttrice comunicazione di Levoni

Come si attualizza l’alta cucina? 

Enrico Marmo chef, Ester Azzola, Chef, FoodFellas, Federico Andreini, pastry chef 

Pane e parole 

Fulvio Marino presenta il nuovo libro “Nel forno di casa. Le mie ricette per tutti”. 186 ricette di focacce, pizze, pani e dolci per mettere le mani in pasta

Durante la giornata, tante masterclass

Con Franciacorta scopriremo il fascino del vino e del suo terroir, con Petra Molino Quaglia e il pasticcere Fabio Longhin impareremo tutto sui biscotti e con la scuola ALMA coglieremo tutte le sfumature del Parmigiano Reggiano. Inoltre, avremo l’occasione di conoscere il nuovo progetto di Marco Magnocavallo, Selvatiq, e scopriremo come si crea un brand start up di gin nell’era del consumo consapevole. 

L’evento è possibile grazie ai contributi di Petra Molino Quaglia, Barilla, Levoni, Franciacorta, Rational, Galbusera, Tre Marie. Partner tecnico: Grand Hotel et de Milan. 

Sabato 21 Novembre, dalle 9 alle 18
Teatro Franco Parenti e Bagni Misteriosi
Milano 

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