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Quando il conto rende proibitiva perfino la curiosità

28 October 2026 at 03:45

Foto di Mathias Reding su Pexels

In alcuni ristoranti la carta dei vini pesa più del menu e si sfoglia con la riverenza riservata agli atlanti antichi: pagine di Borgogna, verticali di Barolo, qualche Champagne di quelli che si nominano a mezza voce. Poi al tavolo ci si guarda negli occhi e qualcuno ordina l’acqua frizzante. A ben vedere quella carta è un catalogo di soprammobili, bottiglie che immobilizzano denaro e nei bicchieri ci arrivano di rado. Il paradosso è che il vino, per la ristorazione italiana, vale moltissimo: secondo l’Osservatorio Fipe‑Uiv presentato a Vinitaly lo scorso aprile, i consumi di vino nei locali muovono dodici miliardi di euro l’anno e pesano per oltre il ventuno per cento sullo scontrino medio, quota che per più di un esercizio su cinque supera il trenta per cento. Lo stesso Osservatorio fotografa però un anno di contrazione sia nella spesa sia nei volumi, e l’Osservatorio Federvini curato con TradeLab ha misurato nei primi tre trimestri del 2025 un calo del sette per cento nelle consumazioni di vino fuori casa.

Dall’altra parte della filiera i numeri raccontano la stessa immobilità: a maggio, secondo l’Osservatorio di Unione Italiana Vini, nelle cantine italiane giacevano oltre 53 milioni di ettolitri tra vini e mosti, il 7,3 per cento in più di un anno prima e il livello più alto dal 2022. Il vino resta fermo in cantina e resta fermo in sala. Ci piace raccontarci che la colpa è dei giovani che bevono meno e delle abitudini che cambiano, spiegazione comoda e persino in parte vera, che però lascia fuori dall’inquadratura la cifra stampata accanto all’etichetta. Due anni fa il Gambero Rosso, con un pezzo di Beppe Monelli, segnalava un Valpolicella pagato dal ristorante 7,65 euro e proposto in carta a 45, e secondo un’inchiesta di Italia a Tavola i moltiplicatori oscillano intorno al doppio sulle bottiglie di maggior pregio e arrivano a tre volte e mezzo su quelle più accessibili, con il risultato che il vino più facile da ordinare diventa, in proporzione, il più penalizzato.

Per avere un termine di paragone, il critico londinese Andy Hayler, confrontando quasi trecento carte, ha calcolato per Londra un ricarico medio di circa tre volte il prezzo al dettaglio, mentre nei ristoranti europei di alta gamma del suo campione la media scendeva a 2,47, e ne ha concluso che il Regno Unito è tra i posti più cari per bere vino al ristorante, primato che forse non conviene inseguire. Quando il conto rende proibitiva perfino la curiosità, una quota della responsabilità torna a noi, a chi il vino lo fa e a chi lo vende. Il vino nasce per essere stappato, eppure negli anni ne abbiamo coltivato una versione feticcio, comprata per il nome sull’etichetta e destinata alla vetrina, e in sala questa logica produce cantine costruite per impressionare l’ospite più che per dissetarlo, con carte in cui chi vuole spendere una cifra ragionevole deve muoversi come un rabdomante. Intendiamoci, mantenere una grande cantina richiede competenza e capitali, e lasciare maturare un vino finché è pronto ha un senso preciso. Tenerlo fermo perché nessuno accetta il prezzo che gli abbiamo appiccicato è un’altra faccenda, ed è quella di cui si parla meno.

Il ricarico paga cose reali come il servizio, la conservazione, il personale e il lavoro di selezione, e nessuno chiede ai ristoratori di lavorare in perdita, così come nessun produttore dovrebbe svendere.

Ma dobbiamo porci un’altra domanda: cerchiamo il margine più alto sulla singola bottiglia o una cantina che gira e torna a ordinare? Un prezzo che spinge il cliente a rinunciare andrebbe trattato come un tappo difettoso, qualcosa da annotare e correggere, e le soluzioni sono meno rivoluzionarie di quanto sembri: più vino al calice, fasce di prezzo leggibili a colpo d’occhio, etichette da scoprire accanto ai nomi che fanno da richiamo, un assortimento che respira con le stagioni e ricarichi calibrati anche sulla rotazione, perché una bottiglia che esce spesso con un margine onesto finisce sovente per rendere più di una che compie gli anni sullo scaffale.

Poi c’è il personale, che va messo in condizione di raccontare e proporre, aiutando chi siede al tavolo a scegliere secondo gusto e portafoglio. Una carta viva costruisce fiducia, e la fiducia porta il secondo calice, che nei conti di un locale pesa parecchio. Il prestigio di un’etichetta può convivere benissimo con il piacere di aprirla, e la ricerca può trovare posto anche nella proposta di un martedì sera qualunque. Forse varrebbe la pena misurare il valore di una carta dalle bottiglie aperte e dalla voglia di ordinarne un’altra, più che dal peso della rilegatura. Prima di domandarci, per l’ennesimo convegno, perché il cliente non beve più, proviamo a guardare il numero che gli abbiamo messo davanti. La risposta potrebbe essere lì, stampata in corpo dieci, a destra del nome.

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Vinext nomina Alessandro Zanolli e Franco Brezza per sviluppare Food & Beverage, detergenza e distillati

26 October 2026 at 19:50

Zanolli al Food & Beverage, Brezza ai distillati: la scommessa sui mercati esteri

A seguito della diffusione dei principali indicatori economico-finanziari consolidati al 30 settembre 2026, approvati dal Consiglio di Amministrazione del 20 ottobre 2026, Vinext S.p.A. (“Vinext” o la “Società”), gruppo specializzato in biotecnologie e tecnologie per l’enologia, la brassicoltura e le soluzioni innovative per l’agroalimentare e l’industria, prosegue nell’attuazione della propria strategia di crescita, puntando sul rafforzamento delle competenze manageriali, sulla diversificazione delle linee di business e sullo sviluppo dei mercati internazionali. Il percorso si inserisce in una fase di progressivo recupero della redditività operativa: il terzo trimestre, sostenuto dalla ripresa della domanda legata alla stagione vendemmiale, ha generato quasi la metà dei ricavi del periodo e riportato in positivo l’EBITDA dei nove mesi. I risultati confermano il potenziale del modello di business del Gruppo e, al contempo, evidenziano l’importanza di ampliare progressivamente i settori di riferimento, così da ridurre la dipendenza dalla stagionalità del comparto vitivinicolo e costruire una base di ricavi più diversificata.

Due nuovi ingressi manageriali per accelerare lo sviluppo di nuovi mercati

In quest’ottica si inseriscono due nuovi ingressi manageriali destinati a contribuire allo sviluppo commerciale e industriale di Vinext.

Alessandro Zanolli assume la responsabilità delle attività Food & Beverage e Detergenza Industriale, portando in azienda un know-how specialistico e un’esperienza ventennale maturata presso una multinazionale leader del settore. Il suo ingresso punta a rafforzare il presidio commerciale in comparti nei quali le competenze tecnologiche del Gruppo possono trovare nuove applicazioni, ampliando le opportunità di sviluppo e di collaborazione con clienti industriali.

Franco Brezza, manager con una consolidata esperienza nei settori degli spumanti e dei distillati, maturata inizialmente nel Gruppo Martini e successivamente in Bacardi, contribuirà allo sviluppo del comparto dei distillati, un’area di business nella quale le tecnologie e i prodotti di Vinext possono offrire soluzioni di interesse per gli operatori. Il suo ingresso si inserisce inoltre nel percorso di espansione internazionale del Gruppo, con particolare attenzione a mercati quali Georgia e Francia, e al sostegno dello sviluppo della partecipata in Moldavia.

L’inserimento di nuove competenze specialistiche rappresenta un tassello della strategia di Vinext volta a rafforzare la propria presenza nei mercati di riferimento e a valorizzare il patrimonio tecnologico del Gruppo in settori complementari a quello enologico.

Diversificazione e innovazione al centro della strategia di crescita

Accanto al consolidamento del business enologico, Vinext intende sviluppare ulteriormente la propria presenza nei comparti alimentare, della detergenza industriale, della brassicoltura e dei distillati, facendo leva sulle competenze maturate, sulle tecnologie proprietarie e sulla capacità di adattare prodotti e processi alle esigenze di differenti applicazioni industriali.

La diversificazione costituisce una leva strategica per ampliare la base clienti, sviluppare nuove opportunità di cross-selling e favorire una progressiva destagionalizzazione delle attività. In questo percorso, l’attenzione alla sostenibilità e le soluzioni tecnologiche dedicate al recupero della CO₂ possono rappresentare elementi distintivi dell’offerta del Gruppo, contribuendo all’ottimizzazione delle risorse e allo sviluppo di processi produttivi più efficienti.

SIMEI: incontri internazionali e dimostrazioni delle tecnologie

La partecipazione a SIMEI 2026, salone internazionale dedicato alle tecnologie per il settore vitivinicolo e delle bevande in programma a Fiera Milano (Rho) dal 17 al 20 novembre 2026, rappresenta un’importante occasione per dare visibilità alle soluzioni del Gruppo, consolidare le relazioni commerciali e sviluppare nuove opportunità di business.

In vista della manifestazione, Vinext è già impegnata nell’organizzazione di incontri con aziende internazionali, potenziali importatori e distributori, con l’obiettivo di ampliare la rete commerciale e individuare nuove opportunità di collaborazione nei mercati esteri.

Presso lo stand del Gruppo saranno inoltre organizzate dimostrazioni tecniche e pratiche, pensate per consentire ai visitatori di conoscere direttamente le tecnologie, valutarne le applicazioni e comprenderne i vantaggi operativi. L’approccio dimostrativo intende favorire un confronto concreto con gli operatori e valorizzare le caratteristiche delle soluzioni sviluppate da Vinext, anche in relazione all’efficienza dei processi e alla sostenibilità.

Il rafforzamento della rete distributiva rappresenta un ulteriore elemento della strategia di espansione di Vinext. In questo contesto si inserisce l’accordo distributivo con Compagno, volto a sviluppare la presenza commerciale delle soluzioni del Gruppo attraverso una collaborazione dedicata.

Le dichiarazioni dell’amministratore delegato, Salvatore Vignola

Salvatore Vignola, Amministratore Delegato di Vinext, ha dichiarato: “I risultati dei primi nove mesi del 2026 confermano la capacità di Vinext di esprimere una redditività operativa positiva nei periodi di maggiore attività del mercato enologico. Il terzo trimestre ha generato quasi la metà dei ricavi dei nove mesi e un EBITDA di circa mezzo milione di euro, riportando in positivo il risultato operativo lordo progressivo. Si tratta di un segnale importante, che rafforza la nostra convinzione circa il potenziale delle tecnologie e delle competenze sviluppate dal Gruppo. La nostra ambizione è valorizzare questo patrimonio andando oltre il mercato enologico tradizionale. L’ingresso di Alessandro Zanolli e Franco Brezza ci permette di rafforzare competenze e relazioni in comparti quali Food & Beverage, detergenza industriale e distillati, aprendo nuove prospettive di sviluppo commerciale e internazionale. Vogliamo costruire un Gruppo progressivamente meno esposto alla stagionalità, capace di mettere a fattor comune le proprie tecnologie in settori differenti e di generare nuove opportunità attraverso l’innovazione, la sostenibilità e il recupero della CO₂. In questo percorso, il SIMEI sarà un momento importante di confronto con il mercato, di presentazione delle nostre soluzioni e di sviluppo di relazioni con potenziali partner e distributori internazionali. Continueremo a lavorare per rafforzare il posizionamento di Vinext, ampliare la base clienti e sostenere una crescita equilibrata, mantenendo al centro la disciplina finanziaria e la creazione di valore nel lungo periodo”.

Vinext prosegue nell’attuazione di un piano di sviluppo fondato sul rafforzamento del business enologico, sulla crescita delle attività complementari e sull’espansione internazionale. Il potenziamento delle competenze manageriali, le iniziative commerciali e la partecipazione alle principali manifestazioni di settore sono parte di un percorso volto a valorizzare le tecnologie del Gruppo e a cogliere nuove opportunità applicative.

La Società manterrà al contempo l’attenzione sulla gestione del capitale circolante e sull’equilibrio della struttura finanziaria, elementi essenziali per accompagnare lo sviluppo delle attività e sostenere la crescita nel medio-lungo periodo.

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Mariam Saghatelyan e il rinascimento (di nicchia) del vino armeno come presidio del territorio

23 October 2026 at 03:45

InVino, Yerevan

Il tempo non esiste (almeno come misura assoluta), ci insegna la fisica quantistica, e proprio per questo la misurazione è relativa, può quindi essere funzione delle bottiglie aperte e delle persone che le bevono in un locale. Tra i tavoli affollati di InVino, il wine bar-enoteca che nel centro di Yerevan ha contribuito a plasmare l’esperienza enoica nella capitale armena, Mariam Saghatelyan lo fa partendo da uno stupore quasi incredulo. «Se quattordici anni fa qualcuno mi avesse detto che la scena del vino armeno sarebbe diventata quella di oggi, e che avremmo avuto a Yerevan l’evento clou annuale del Concours Mondial, sarei stata piuttosto scettica», ammette sorridendo. «All’epoca non avevamo quasi nessun vino da presentare al mondo, mentre oggi ne abbiamo così tanti da offrire».

È da questa distanza percorsa che parte il suo ragionamento sul presente e sulla prospettiva del vino armeno. Un futuro che, nella sua visione, non passa dai grandi numeri.

Piccoli è la scelta, non il limite
Saghatelyan è netta nel rifiutare l’idea di un’Armenia produttrice di massa. «Poiché l’Armenia è essenzialmente così piccola e abbiamo un terroir così interessante, una storia e una cultura della vinificazione millenarie – dichiara con convinzione – credo che il nostro futuro sarà fatto di produzioni molto piccole e di proposte di nicchia capaci di essere riconosciute in tutto il mondo. Dovremo raggiungere davvero le persone a cui piacciono i nostri vini e che vogliono capire questa storia, questa cultura».

Le proporzioni sono presto fatte, perché «l’Armenia del vino non arriva alle dimensioni di una piccola regione della Francia o dell’Italia». Da questo, però, non discende un complesso di inferiorità, ma – secondo Mariam – «una strategia orientata verso vini di qualità migliore, frutto di un approccio più interessante, vinificati nei karas tradizionali, in acciaio o in cemento, esplorando tecniche portate da tutto il mondo».

InVino, Yerevan
InVino, Yerevan

Trecento vitigni da studiare e una questione di origine
Il vero “vantaggio competitivo” armeno, secondo Saghatelyan, è un universo vitivinicolo ancora in larga parte inesplorato. «Abbiamo oltre trecento varietà endemiche – ricorda – quindi serve più ricerca su questi vitigni autoctoni e su come siano adattati alle diverse regioni».

Occorre allora capire quale uva dia il meglio in quale territorio, ma in prospettiva risulta utile anche un sistema di tutela. «Mi piacerebbe che avessimo un sistema di denominazioni con cui poter proteggere il consumatore – spiega – perché un Areni della Vayots Dzor e un Areni dell’Aragatsotn non sono la stessa cosa, e chi acquista dovrebbe poterlo leggere sull’etichetta».

I risultati sono spesso eccellenti, soprattutto con i vitigni autoctoni Areni e Voskeat o con l’originalissimo Nrneni vinificato da Moonq. Quello che fa la differenza non è però ciò che sta nel bicchiere. «Per noi il vino non è solo una bevanda: è sempre la connessione con la terra, con le persone che fanno il vino, i contadini e i produttori».

Antico e nuovo, il vino come esperienza
Se il nome delle varietà è complicato e la geografia intricata, la soluzione che Saghatelyan indica è tanto semplice quanto “radicale”: visitare l’Armenia. «Il modo migliore per capire non solo la complessità del nome, ma anche il concetto, le radici, la geografia complessa delle varietà in Armenia, è venire qui e viverlo. Si possono incontrare i produttori, si può toccare la terra, riconoscere la diversità di suoli, scoprire l’energia delle persone che danno vita al vino».

L’enoturismo diventa allora il vero biglietto da visita, forse più efficace di uno scaffale in un negozio all’estero – dove peraltro il prezzo potrebbe essere penalizzato dai dazi sulle importazioni. «Credo che il turismo esperienziale, soprattutto nel settore del vino, sia molto importante. E credo che le persone cerchino cose nuove da scoprire». Perché l’Armenia può giocare la carta di un paradosso affascinante: è «la più vecchia delle nuove» regioni vinicole – come recitava il claim del Concours Mondial de Bruxelles. È infatti un Paese di antichissima tradizione – poco importa se l’archeologia lo collochi prima o dopo la Georgia – che però si presenta al mondo come emergente. «Gli armeni hanno molte emozioni da dare, perché siamo stati fuori dal mondo del vino per così tanto tempo», chiosa Mariam.

Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles
Mariam Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles

Se infatti la vitivinicoltura ha radici antiche nella regione, la pianificazione sovietica ha portato nel Novecento a una focalizzazione sulla produzione di brandy (o konjak, come veniva anche chiamato) con relativo abbandono dei vitigni autoctoni più interessanti e con una piccola “resistenza” di una vitivinicoltura di sussistenza, a uso familiare.

Fuori dallo schema
C’è un vantaggio nascosto nell’essere arrivati per ultimi, o quasi. Quando dagli anni Novanta ai primi Duemila si affermava l’idea che il vino dovesse seguire un canone preciso – il rovere da barrique, un certo processo, uno stile riconoscibile – l’Armenia era altrove. E oggi questo la rende più libera di essere sé stessa. «Con l’attenzione ai vitigni locali e a uno stile produttivo originale ­­– osserva Mariam – in qualche modo l’Armenia sembra al sicuro dal paradigma del “devi fare così”. È questo il bello. L’Armenia sta ancora esplorando tecniche e processi per trovare la sua strada, quindi stiamo ancora sperimentando, cercando ancora noi stessi».

Anche il posizionamento di mercato è, dichiaratamente, un cantiere aperto. «In questo momento abbiamo vini che partono da cinquemila dram (meno di tredici euro) e altri che arrivano oltre i duecento euro, con produzioni molto piccole da vecchie vigne. Stiamo ancora cercando di trovare un posizionamento, si sperimenta ed è tutta qui la bellezza del mondo del vino in Armenia».

Secondo Mariam, la vera scommessa rimane però il prodotto stesso. «Una volta che le persone trovano il nostro vino – dice – e capiscono che vale la pena provarlo, perché è una nicchia preziosa, allora abbiamo già raggiunto il nostro obiettivo. E questo ci aiuterà a trovare uno spazio nostro nel mercato».

Conquistare uno spazio, però, non basta. Perché bisogna difenderlo. «Se ci ritroviamo su uno scaffale da qualche parte, che garanzia c’è che un altro Paese vinicolo nuovo, soprattutto con il cambiamento climatico e tutto quello che sta succedendo, non emerga e ci prenda il posto? Una volta trovato il nostro spazio, dobbiamo fare tutto il possibile per tenercelo. Per questo cerchiamo sostegno e confidiamo nelle persone che capiscono che questo è un gioiello sconosciuto». In questo senso, oltre al consumo locale legato all’enoturismo e oltre alla curiosità dei wineloverinternazionali, i produttori contano anche sulla diaspora che ha portato milioni di armeni nel mondo.

InVino, Yerevan
InVino, Yerevan

Lavorare la terra, presidiare il confine
Il momento non è dei più facili e Mariam non finge di dimenticarsene. «Il comparto del vino va sempre su e giù ­– dice – e noi ne siamo semplicemente parte. L’Armenia è un Paese sopravvissuto: siamo passati attraverso molte guerre, molte situazioni diverse nel corso della storia». E non si parla solo dei secoli andati, perché anche la recente guerra con l’Azerbaigian per il controllo sul Nagorno-Karabakh ha impattato su cantine e viticoltori costretti a fuggire, perdendo tutto.

È qui che il discorso di Saghatelyan cambia registro e tocca il nervo scoperto per il Paese. Il vino, in Armenia, non è soltanto cultura: è un modo di tenere abitata la terra. «L’idea è che dobbiamo lavorare la terra» proclama. «L’Armenia conta oltre dieci milioni di espatriati con la diaspora e solo tre milioni di persone vivono in Armenia. Credo che, per preservare la nostra cultura, i nostri confini, tutto quello che abbiamo oggi, dobbiamo essere qui, a lavorare la terra».

Nata fuori dall’Armenia e rientrata con tutta la famiglia, Mariam non nasconde la commozione nel ricordare i tempi difficili della guerra. «Nei momenti più duri dell’aggressione, parlavamo (quasi ironicamente) di viticoltura estrema, perché mentre i vignaioli cercavano di portare a termine la vendemmia, altri gli sparavano addosso. Per fortuna ora, almeno temporaneamente, la situazione sembra pacificata e allora bisogna presidiare la nostra terra».

Gena-ts, alla vita
Va detto che l’Armenia, dopo la rinascita enoica, si ri-affaccia al mercato globale del vino in un momento non certo facile sotto il profilo del clima culturale che circonda il consumo di alcol in questi anni. E Saghatelyan affronta di petto la questione. «Il mondo è in un momento folle – chiosa con convinzione – e la gente dice che l’alcol non fa bene. Certo, lo capiamo, ma noi non lo scegliamo per la salute. Io non bevo vino per essere più sana; bevo vino perché, alla fine di una giornata stressante, voglio solo rilassarmi, stare con gli amici o prendermi il mio tempo, respirare e godermi la vita, perché la vita non è troppo lunga».

Ed è proprio in una parola che si raccoglie tutto il senso della sua visione del vino e della storia di InVino. «Noi armeni siamo stati schiacciati e perseguitati per tutta la nostra storia, ma la parola armena per dire brindisi è gena-ts, che significa “alla vita”. Ecco, noi beviamo sempre alla vita».

Mariam Saghatelyan
Mariam Saghatelyan

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Justice Dept. Opens Inquiry Into Corey Lewandowski

The details of the inquiry remain unclear, but it is one of the rare instances in which a Trump ally or appointee has been investigated for potential wrongdoing during the president’s second term.

© Haiyun Jiang for The New York Times

Corey Lewandowski, who served as President Trump’s first campaign manager a decade ago, worked closely with Kristi Noem, the former homeland security secretary.

La tradición de Jerez da el salto al whisky con un nuevo Single Malt elaborado en España

16 October 2026 at 23:03
Imagen de la marca de whisky Carlos I

Carlos I Single Malt Whisky es la nueva apuesta de Carlos I, la marca de Brandy de Jerez Solera Gran Reserva de Osborne, que ha anunciado su lanzamiento en la categoría del whisky. Se trata de su primera referencia en este segmento, elaborada con malta de cebada 100% española y sometida a un proceso de doble envejecimiento durante seis años en botas históricas de Jerez.

Según informó la compañía, con este lanzamiento traslada al mercado del whisky su experiencia en la elaboración y crianza de vinos y brandies de Jerez, aprovechando el patrimonio de soleras históricas de Osborne que ha conservado a lo largo de generaciones.

El nuevo whisky combina dos sistemas de envejecimiento. Durante los primeros cuatro años, el destilado reposa de forma estática en botas de aproximadamente 70 años de antigüedad, que previamente albergaron vinos de Jerez Oloroso y Amontillado durante 50 años y, posteriormente, Brandy de Jerez Solera Gran Reserva Carlos I durante otros 20 años, en las bodegas de El Puerto de Santa María (Cádiz).

La segunda fase de maduración se prolonga durante dos años mediante el tradicional sistema de Criaderas y Solera, en botas de más de un siglo de antigüedad que han contenido los vinos de Jerez VORS Amontillado 51-1ª y Oloroso Sibarita de Osborne. Este proceso permite integrar aromas y sabores procedentes de la madera y de los vinos que anteriormente envejecieron en ella.

Carlos I Single Malt Whisky se elabora a partir de malta de cebada española, que se muele en Granada y se somete a un proceso de sacarificación con agua procedente del deshielo de Sierra Nevada. Posteriormente, el mosto fermenta y se destila dos veces en alambiques de cobre, antes de trasladarse a las bodegas de Osborne para completar su envejecimiento.

Según explicó Marcos Alguacil, Master Blender y enólogo de Osborne, la selección de las botas ha sido uno de los elementos fundamentales para definir el carácter del nuevo producto. "Cada bota cuenta una historia. Al envejecer nuestro destilado primero en botas de Brandy de Jerez Carlos I y luego en las exclusivas botas de Osborne VORS, nuestro whisky Carlos I ofrece una experiencia de cata única, que refleja generaciones de artesanía e historia de la región de Jerez", señaló. "El resultado es un whisky de color ámbar dorado, con notas de ciruelas pasas, frutas confitadas, chocolate, especias y frutos secos, en el que destaca la influencia de las botas de Jerez".

La nueva referencia se incorpora a la categoría de whiskies sin declaración de edad (Non-Age Statement), que prioriza el perfil sensorial y la selección de barricas frente a la indicación de los años de envejecimiento en su etiquetado. Coincidiendo con el lanzamiento, la marca ha desarrollado una propuesta de coctelería en El Coleccionista, el nuevo espacio del Grupo Dani García en Madrid, donde se podrá degustar el cóctel Don Carlos, elaborado con el nuevo whisky, licor artesanal de tabaco, sirope de azúcar moscabado y bitter de especias.

Escavações em Vale de Mir revelam segredos da ocupação romana no concelho

15 October 2026 at 12:16

VTM

Entre as principais descobertas, está o Castro de Vale de Mir, um povoado fortificado conhecido desde o século XIX, que foi alvo de campanhas de escavação para estudar a transição e a romanização na região.

Foram também descobertos vários vestígios que indicam a existência de estruturas agrícolas de uma vila romana, incluindo um lagar de vinho romano descoberto em 2015, além de antigos estábulos e uma área identificada para tratamento do linho.

Toni Silvino, arqueólogo especializado no período romano e responsável pelas escavações, explicou à VTM que em toda a encosta onde decorrem as escavações há vestígios muito antigos, desde a pré-história. “No período romano havia a parte económica e a parte residencial, e aqui localizava-se a parte económica de uma vila romana. Agora ainda nos falta encontrar a zona residencial”.

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Un equipo de investigadores ha publicado el hallazgo de una instalación de procesamiento agrícola construida dentro del llamado Baño Pequeño de Antioquía del Crago (Antioquia ad Cragum), en la región histórica de Cilicia Áspera, en la actual Turquía. El estudio, firmado por Emlyn Dodd (Universidad de Adelaida), Leticia R. Rodriguez (Universidad de Houston) y otros […]

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