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A proposito di ‘narrattori’ eredi di Dario Fo: Matthias Martelli

24 October 2026 at 06:57

In quanto attore-autore, Dario Fo, da un lato, costituisce il punto d’arrivo di una lunga, plurisecolare “tradizione” che, dal giullare o buffone medievale, passa per i comici dell’Arte e giunge fino a noi con l’attor comico novecentesco. Dall’altro lato, possiamo considerarlo come il punto di partenza di una nuova, anomala “tradizione”, che ha influenzato ad ampio raggio il teatro italiano e non solo.

La influenza più riconosciuta e indagata riguarda senz’altro il nostro teatro di narrazione e i narrattori che ne sono protagonisti, a cominciare da quelli della prima generazione: Marco Paolini, Laura Curino e Marco Baliani, tutti e tre segnati in modi diversi dal magistero di Fo, che agisce in misura più ridotta anche sui successivi, a cominciare da Ascanio Celestini e Davide Enia. Tuttavia, com’è stato osservato spesso, ci sono forti differenze fra Fo e i narrattori, ai quali manca in genere la forte dimensione fisica, mimico-gestuale-vocale, del maestro e anche la sua propensione assoluta al comico.

Forse l’unico attore italiano, uscendo dal teatro di narrazione, che sia riuscito a tenere insieme la dimensione comica e l’impegno civile di Fo, insieme a una notevole espressività fisica e vocale, è – oltre a Beppe Grillo – Paolo Rossi, il quale del resto esordisce con lui, che gli fa da regista per L’histoire du soldat nel ’78 e con il quale lavora anche nel cinema. A Rossi si deve una versione dichiaratamente pop di Mistero Buffo, nel 2010. In questo spettacolo dell’originale restano due pezzi (La resurrezione di Lazzaro e La nascita del giullare), ma Rossi cerca di recuperare a suo modo, con esiti ovviamente molto diversi dall’originale, lo spirito dello sghignazzo, del “riso verde”, a scopo di satira.

In ogni caso, se vogliamo parlare, con tutte le cautele del caso, di “figli” o “eredi” di Fo, è proprio su Mistero Buffo che dobbiamo concentrarci.
Perché esiste un manipolo di attrici e attori italiani di prima e seconda generazione, più o meno “investiti” direttamente o indirettamente da Fo, che da molti anni ormai stanno riproponendo questo capolavoro sui palcoscenici di tutto il mondo, in varie lingue. Si va da Lucia Vasini a Ugo Dighero, da Marina De Juli a Elisa Pistis, al sorprendente Mario Pirovano, di cui mi è già capitato di parlare.

Il recente debutto al TST di Torino della sua versione de Lu santo Jullare Francesco, già collaudato in una impegnativa tournée internazionale, mi fornisce l’occasione per parlare del quarantenne Matthias Martelli, colui che molti considerano oggi l’erede più accreditato del giullare di Sangiano. Al quale ha dedicato anche un bel libro (Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo, Baldini+Castoldi, 2026). Martelli, che nasce a Urbino lo stesso giorno di Dario (24 marzo) ma sessanta anni dopo, da bambino rimane folgorato da una sua apparizione televisiva. A ventitrè anni, nel 2009, frequenta a Torino l’Atelier di teatro fisico di Philip Radice, un allievo americano di Jacques Lecoq. Incontra brevemente Fo a Santa Cristina di Gubbio (Libera Università di Alcatraz) negli anni successivi ma riconosce onestamente che quella frequentazione non si è mai trasformata “in un vero rapporto maestro-allievo”.

In realtà, il vero tramite pratico e artistico di Martelli verso Fo è stato l’attore Eugenio Allegri (scomparso nel 2022), suo pedagogo e regista per Mistero Buffo, debuttato nel 2018 dopo quasi tre anni di lavoro. Allegri gli ha permesso di andare alle radici dell’arte attoriale di Fo senza dover tentare di riprodurne gli inimitabili esiti espressivi o condividerne una vis satirico-politica ugualmente irripetibile per tante ragioni. Fondamentali, al riguardo, furono alcuni Workshop sulla Commedia dell’Arte, durante i quali Allegri cercò di familiarizzare il trentenne Martelli con “i rudimenti del teatro comico all’italiana” (cfr. la sua testimonianza in Ripensare Dario Fo. Teatro, lingua, politica, a cura di Luca D’Onghia e Eva Marinai, Mimesis, 2020). E poi, soprattutto, si trattò di rifarsi alla lezione tecnica ed estetica del mimo Lecoq, maestro di Fo nei primi anni Cinquanta.

La versione scenica appena debuttata del testo di Fo e Rame su San Francesco, che vede Martelli unico attore, è da lui firmata anche come “direttore”, con Ornella Matranga in veste di regista assistente. Pur lontano dai vertici toccati con Mistero buffo, il testo originale, a cui si attiene fedelmente, a parte – si capisce – le presentazioni delle quattro giullarate e qualche scenetta estemporanea per il divertimento degli spettatori, restituisce con vivacità la vicenda del santo di Assisi e la straordinaria attualità del suo messaggio antropoacentrico, basato sull’amore per e fra tutti gli esseri viventi.

Martelli, che ha già al suo attivo nove anni di carriera e oltre trecento repliche di Mistero buffo in tutto il mondo, qui si conferma interprete e fabulatore di grande abilità nel servire una complessa drammaturgia da attore-autore, senza mai rischiare l’imitazione del maestro.

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L’Europa in rivolta ha le sue ragioni. Perché stupirsi?

24 October 2026 at 06:57

“Ribellarsi è giusto”, diceva il grande Maozedong. E ci aveva visto lungo, dato che la Cina rappresenta oggi di gran lunga lo Stato più evoluto del mondo, scientificamente e tecnologicamente avanzato e al tempo stesso attento alla qualità della vita e ai diritti umani del suo popolo. La rivoluzione vittoriosa con la quale il popolo cinese si è liberato di imperialisti esterni e parassiti interni, è stato un passaggio fondamentale verso la conquista dell’attuale benessere.

Qualcosa di analogo, mutatis mutandis, dovrebbe avvenire con l’Europa. Il nostro continente è stato per oltre cinque secoli l’epicentro dell’espansione del colonialismo occidentale che ha soggiogato e depredato il resto del pianeta, insediando dove possibile, dagli Stati Uniti dei secoli successivi alla. Conquista, al Sudafrica tra le due guerre e ad Israele nell’ultimo dopoguerra, insediamenti di gente culturalmente ad essa simile e quindi affetta dal virus del suprematismo e del razzismo.

Nell’Europa di oggi viviamo una situazione per certi versi rovesciata rispetto a quella appena descritta. Le nuove generazioni meticce che la affollano in misura sempre maggiore costituiscono una vera e propria nemesi storica del colonialismo e hanno ragioni anche specifiche, ad esempio la proterva e immotivata negazione della cittadinanza, per ribellarsi. Ma il malessere riguarda tutti i giovani e la popolazione nel suo complesso. I pazzoidi guerrafondai, von der Leyen in testa, installati a Bruxelles, Parigi, Berlino, Roma, come a suo tempo lo furono Luigi Quattordicesimo e Maria Antonietta a Versailles, non sanno più cosa inventarsi per ottenere la propria riconferma al malfermo timone di un barcone ormai da tempo alla deriva meno controllabile.

Si inventano, letteralmente, che la Russia ci attaccherà nel 2029, nella folle illusione di ottenere in tal modo la rilegittimazione del loro potere in via di esaurimento definitivo, mentre non sanno neanche far fronte in modo adeguato alle disastrose conseguenze delle guerre in essere, quella in Ucraina, scatenata sotto l’egida della Nato a partire dal 2014, ben prima dell’intervento russo, e oggi continuata in proprio, nella velleitaria speranza di approfittarne trovando nell’odio antirusso un collante ideologico. Ovvero quella contro l’Iran, frutto della criminale aggressione di Trump e Netanyahu, nutrita anche qui dall’inesistente prospettiva del cambiamento di regime.

Queste guerre ingiuste e infami, direttamente alimentate dall’Europa con l’invio di armi ovvero con l’esagerato servilismo nei confronti di Trump e Netanyahu, stanno determinando il drastico peggioramento, in tutta Europa, delle condizioni di vita del proletariato e delle classi medie. E potrebbe aprirsi, da un giorno all’altro, il baratro della guerra nucleare, mentre le condizioni dell’ambiente continuano a peggiorare e nuove estati sempre più torride ed ardenti ci aspettano e i benefici dell’economia sono sempre più riservati a ristrette minoranze dí parassiti e speculatori. Ogni giorno, in media, almeno tre lavoratori o lavoratrici vengono macellati sull’altare del profitto (www.operaicidio.it).

Si aggiunga l’inaccettabilità etica e morale del genocidio in atto del popolo palestinese, cui i governanti europei, Italia e Germania in testa, stanno fattivamente contribuendo con l’invio di armi micidiali e la solidarietà politica più piena a Netanyahu e agli altri terroristi e criminali che lo accompagnano.

Perché stupirsi quindi, se i giovani si ribellano? Certo, in assenza di un partito rivoluzionario in grado di indicare e organizzare le più giuste ed opportune forme di lotta, la rivolta può prendere strade sbagliate: dai saccheggi indiscriminati all’ostilità tout-court alle forze dell’ordine, in una logica più da insensata jacquerie sottoproletaria che da rivoluzione sociale organizzata. Per inciso, ai fratelli e sorelle in divisa va come sempre la mia comprensione e solidarietà per dover rischiare la propria incolumità fisica per difendere un governo di servi e incapaci e un sistema disumano, basato sullo sfruttamento e l’ingiustizia strutturale.

Ma le tristi ricette demagogicamente invocate da Meloni, Vannacci & C., dall’indurimento delle sanzioni all’impraticabile baggianata della “remigrazione”, all’uso anticostituzionale delle Forze Armate in ordine pubblico, faranno solo esarcebare ulteriormente la situazione, anche se i “governanti” della destra stentano a capirlo, anche per propri evidenti e insuperabili limiti si ordine antropologico, culturale e intellettuale. L’opposizione, dal canto suo, nonostante il mio vibrante appello ai “gonzi” della settimana scorsa, è ancora a quanto pare ostaggio di Renzi, Gentiloni & C., e non ha ancora formulato un proprio convincente programma di trasformazione sociale che metta al centro le istanze e i desideri di chi, soprattutto i giovani, sta soffrendo oggi in modo sempre più acuto le contraddizioni del sistema che produce privilegi assurdi per pochi, morte e infelicità per la stragrande maggioranza.

Mettere a punto un soggetto politico collettivo in grado di assolvere a questo compito nel fuoco dello scontro politico e sociale costituisce oggi il compito davvero prioritario. Occorre costruire la nuova civiltà dei popoli contro la barbarie del potere. Fondamentale è il ruolo dei lavoratori e lo sciopero dei porti del 30 ottobre costituisce un primo segnale importante contro la guerra e il genocidio, per l’umanità. Altri ne seguiranno.

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Da Felice Genero a Napoleone Leumann: i mecenati che hanno lasciato il segno a Torino

24 October 2026 at 06:47

Ho già scritto di Augusto Abegg, che finanziò gran parte della costruzione delle Molinette, e anche di Riccardo Gualino ma la storia di benefattori e mecenati a Torino è lunga e densa di sorprese.

Ad esempio la vita di Felice Genero (1819-1885), deputato del Regno di Sardegna poi del Regno d’Italia: nella vita banchiere, fu Presidente del Banco di Sconto e della Sete di Torino e fu coinvolto nel più grande scandalo bancario del XX secolo, secondo solo a quello della Banca Romana, è una storia di postumo mecenatismo. L’Istituto bancario fallì clamorosamente, a causa dei finanziamenti sconsiderati al gruppo Ansaldo, dei fratelli Perrone, durante e dopo la prima guerra mondiale. Finito il conflitto, il colosso industriale entrò in crisi, non riuscendo a restituire le ingenti somme avute in prestito: la notizia mise nel panico i correntisti che corsero a chiudere i conti esaurendone tutte le risorse. La Banca d’Italia non intervenne e l’Istituto fu messo in liquidazione e sostituito con un nuovo soggetto, la Banca Nazionale di Credito.

Questa vicenda ebbe risvolti non solo nel mondo finanziario ma anche politico: Genero non resse il peso dello scandalo ed entrò in una profonda depressione che sfociò in una sindrome psichiatrica, soprattutto dopo una lunga detenzione per l’accusa di smercio di banconote false mosse da un faccendiere, da cui fu assolto solo il 13 maggio del 1870.

Felice Genero al culmine della sua carriera aveva acquistato la Vigna Colla in strada Santa Margherita ed in seguito la moglie unì la vicina vigna di Baldissero che comprendeva una villa, un rustico, una cappella. L’ex deputato e banchiere muore in Liguria nel 1885 e, 5 anni dopo la vedova, Giuseppina Gola, dona al Comune di Torino la villa, circondata da un parco di 60.000 mq, con l’intento di farne una sede per un un “ginnasio ricreativo” destinato a ragazzi di salute malferma e il complesso fu eletto Ente morale. Fu resa poi parco pubblico negli anni 30 e nel 1932 il Podestà, il Conte Thaon de Revel, diede l’avvio ad importanti opere per rendere fruibile da tutta la cittadinanza il vasto complesso.

Purtroppo negli anni l’incuria è sempre stata più presente e gli atti di vandalismo si sono moltiplicati, così statue e tempietto non sono più godibili allo stato originale anche se l’anno scorso il Comune è intervenuto con un modesto finanziamento di poco più di 300.000 euro. C’è da dire che la manutenzione e soprattutto pulizia del parco, è garantita da gruppi di volontari, attivi anche in altre realtà, purtroppo altri parchi cittadini versano in uno stato di desolante degrado, i più noti Parco Sempione e Parco Europa a Cavoretto. Stante la vastità del parco e la posizione invidiabile di Villa Genero, potrebbe essere presa in considerazione anche l’installazione di una struttura precaria, in armonia con il contesto, adibita a bar, per dar modo ai tanti torinesi e turisti di godere ancor più di questo rigoglioso parco.

Altro personaggio notevole come benefattore è un altro banchiere Alberto Geisser, Presidente della CRT, nato a Torino nel 1859 da padre svizzero ed amministratore delegato della Cartiera italiana nonché consigliere comunale della sua città.
Incessante fu il suo impegno filantropico, finanziando l’Opera Pia Lotteri e promuovendo la realizzazione di un convalescenziario e di una casa famiglia per avviare al lavoro le ragazze di famiglie disagiate ma la sua più geniale invenzione fu l’istituzione delle biblioteche circolanti, fondando poi il Consorzio delle Biblioteche. Fu a lui dedicata la trasformazione di un edificio anni 50 a Parco Michelotti e sede dell’Associazione Macellai, per cui Giacomo Soffiantino dipinse una pittura murale, ancor oggi presente e dedicata al Bue Api.

Dopo anni di degrado la palazzina è stata oggetto nel 2023 di un intervento di messa a norma e riqualificazione ed è molto frequentata soprattutto da anziani data la posizione amena.

Come Geisser è da ricordare un altro imprenditore anch’egli di origine svizzera, Napoleone Leumann che trasferì la sua azienda di lavorazione del cotone da Voghera alle porte di Torino precisamente a Collegno, dove in circa 60.000 mq di terreno organizzò nel 1875, su progetto di Pietro Fenoglio, un vero e proprio capolavoro urbanistico e di welfare mediante la costruzione di un villaggio completo di tutto il necessario per rendere la vita di operai ed impiegati,più gradevole ed appagante e così sorsero 59 villini suddivisi in 120 alloggi.

Stante la speculazione edilizia che ha devastato l’intero corso Francia, sembrava ineluttabile una cancellazione della memoria ma provvidenziali interventi del Comune di Collegno ne hanno scongiurato il pericolo, Il villaggio è risorto vivo ed abitato con molte attività commerciali. Al giorno d’oggi rare le singole personalità in veste di benefattori, più gli Enti come le Fondazioni Bancarie mentre resta un caso isolato, ma come mecenate, la figura di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

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“Non glielo dire, ci rimane male”: quando la gentilezza diventa un alibi per non decidere

24 October 2026 at 06:28

“Non glielo dire, ci rimane male”. Se questa frase chiude una discussione su un ordine sbagliato, una consegna saltata, un cliente lasciato senza risposta, il problema resta. In compenso, nessuno si è offeso. Almeno fino a quando qualcuno dovrà rimediare. È questa la gentilezza aziendale di cui diffido: quella che protegge chi deve parlare dalla fatica di farlo. La si presenta come attenzione agli altri, ma dentro può esserci una paura molto personale. Paura del confronto, di perdere consenso, di sentirsi rispondere che anche noi abbiamo sbagliato.

In una piccola impresa il groviglio è facile da immaginare. Il responsabile lavora lì da vent’anni, l’impiegata ha attraversato con il titolare periodi difficili, il commerciale è un amico di famiglia. Un’osservazione sul lavoro sembra mettere in discussione tutta la relazione. E allora si rimanda. “Troviamo il momento giusto”. A forza di aspettarlo, può arrivare prima la contestazione del cliente e la demotivazione del collaboratore. Io credo che un imprenditore o un manager debba accettare anche questo pezzo del mestiere: deludere qualche aspettativa senza mancare di rispetto a nessuno. Chi dirige cercando di essere sempre benvoluto si mette in una posizione pericolosa. A un certo punto deve scegliere tra ciò che serve all’azienda e ciò che gli consente di uscire dalla stanza senza musi lunghi.

Prendiamo un caso semplice. Un addetto dimentica di registrare le richieste di assistenza. I colleghi ricostruiscono le telefonate, richiamano i clienti, recuperano le informazioni. Il responsabile vede e lascia correre: “È fatto così, però è una brava persona”. Benissimo. Ma essere una brava persona non risolve il passaggio di consegne. E quei colleghi? La loro disponibilità viene consumata per evitare una conversazione con uno solo. Trovo poco generosa una gestione che risparmia un disagio a qualcuno e distribuisce il lavoro aggiuntivo agli altri. Poi magari il collaboratore più preciso comincia a protestare. Diventa quello difficile, quello che rovina il clima. È un capovolgimento che considero intollerabile: il problema finisce per essere chi lo segnala.

La compiacenza, però, viaggia anche verso l’alto. Immaginiamo un titolare che promette al cliente una consegna impossibile. In riunione tutti annuiscono. Appena usciti, partono i commenti: “Tanto poi ce la vediamo noi”. Quel sì non aiuta l’imprenditore. Gli nasconde una difficoltà proprio quando potrebbe ancora intervenire. Qui la responsabilità di chi comanda è enorme. Se chiedi sincerità e poi tratti ogni obiezione come una sfida alla tua autorità, stai addestrando le persone ad assecondarti. Puoi anche organizzare una giornata sulla comunicazione: lunedì mattina continueranno a dirti ciò che vuoi sentire.

Detto questo, conosco l’obiezione: “Adesso bisogna essere duri con tutti?”. No. E mi irrita la facilità con cui qualcuno scambia la franchezza per il diritto di mortificare. Un capo che urla, interrompe e umilia rende il confronto ancora più difficile. Finisce per ottenere lo stesso silenzio del capo che vuole piacere a tutti, solo per un’altra strada. Un richiamo utile richiede più precisione di una sfuriata. “Sei disorganizzato” è un giudizio sulla persona. “Queste richieste non sono state registrate e il collega ha dovuto ricostruirle” permette di discutere un fatto. Da lì si può chiedere che cosa è successo, capire l’ostacolo e stabilire come lavorare.

Perché c’è anche questo: prima di attribuire un errore alla scarsa volontà, voglio sapere se le istruzioni erano chiare, se il tempo bastava, se lo strumento funzionava. Un imprenditore che cambia le priorità tre volte al giorno dovrebbe pensarci prima di accusare gli altri di non rispettarle. Capire le ragioni, però, deve portare a una decisione. Se manca una competenza, si affianca la persona. Se il carico è eccessivo, si riorganizza. Se il compito è chiaro e sostenibile, si chiede che venga svolto. Con una scadenza e una verifica. Altrimenti anche l’ascolto diventa un modo elegante per lasciare tutto com’è.

Nelle PMI partirei da qui, senza inventare apparati complicati. Un problema concreto, il risultato atteso, una persona incaricata di seguirlo e una data per controllare. Per esempio: da lunedì le richieste si registrano al termine della chiamata; venerdì si verifica insieme se il passaggio funziona e dove si inceppa. È una proposta da provare, correggere e rendere abituale.

Anche le riunioni vanno cambiate. Chiedere “Siamo tutti d’accordo?” quando il titolare ha già spiegato quanto tiene alla propria idea serve a poco. Preferisco una domanda più impegnativa: “Che cosa rischia di far fallire questa decisione?”. E poi bisogna lasciare il tempo di rispondere, senza smontare la prima obiezione. Non propongo un’azienda in cui ci si corregge a ogni respiro. Sarebbe estenuante. Ci sono errori su cui si può sorridere e giornate nelle quali conviene aspettare. Ma aspettare deve essere una scelta, con un motivo. Non l’abitudine di chi spera che il problema si sistemi da solo.

Per me la misura è questa: dopo una conversazione difficile, la persona deve aver capito che cosa le viene chiesto e deve poter dire la sua. Può anche uscire contrariata. Il giorno dopo si torna a lavorare, si mantiene l’impegno preso e si controlla il risultato. La serenità di un’impresa non può dipendere dal silenzio sui suoi problemi. E chi la dirige dovrebbe preoccuparsi quando tutti gli danno sempre ragione. Soprattutto se, per conservare quella bella atmosfera, a lavorare di più sono sempre gli stessi.

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Una “Alleanza per la Costituzione” non può prescindere da un riformismo radicale

24 October 2026 at 05:51

di Mario Tiberi

Si discute molto sulle questioni irrisolte nel cosiddetto “campo largo”; personalmente ho ricevuto però conforto nell’ascoltare recentemente i principali dirigenti del campo progressista fare ripetuti riferimenti alla nostra Costituzione come testo contenente tali valori di fino alla proposta di Giuseppe Conte di denominare “Alleanza per la Costituzione” lo schieramento politico di cui dovrebbe fare parte, che sembra richiamare un passo di un articolo di Federico Caffè: “oggi ci si trastulla nominalmente alla ricerca di un ‘nuovo modello di sviluppo’. E si continua ad ignorare che esso, nelle sue ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione”. Ciò implica di andare oltre il suggestivo trittico laico: liberté, égalité, fraternité ed anche del messaggio fondamentale di Beveridge del Welfare state come lotta contro i giganteschi mali sempre attuali della società: bisogno, inattività, malattie, ignoranza, miseria.

Le diatribe su programmi e scelta del leader del “campo largo” hanno richiesto molte, forse troppe, energie; numerosi sono i rilievi che vengono rivolti ai più autorevoli esponenti politici del fronte progressista, anche quando non si può negare lo sforzo di avvicinamento programmatico che si sta realizzando nelle varie sedi, istituzionali e non. Ritengo che la critica più incisiva sia, tuttavia, quella di coloro che lamentano la mancanza di una visione d’insieme, un quadro di riferimento ideale dal quale trarre l’immagine di quel “sol dell’avvenire”, necessario per riscaldare i cuori di chi dovrebbe sostenerne la realizzazione: una sorta di “Dio, Patria e Famiglia” che viene spesso esposto come stemma culturale del blocco conservatore del nostro Paese. Si tratta, in sostanza, si tratta di trasmettere ai potenziali sostenitori i valori essenziali di riferimento.

Forse il presidente dei Cinque Stelle, nel richiamarsi alla Costituzione, ha tratto conforto dalla lettura del recente libro di Antonio Polito, La Costituzione non è di sinistra per lui che intende caratterizzarsi come “progressista” e non “di sinistra”, trascurando l’illuminante osservazione di Norberto Bobbio, che vedeva nell’impegno per la giustizia sociale il tratto inconfondibile della sinistra storica. L’impegno per una maggiore equità non può certo mancare nel programma dello schieramento alternativo al centro-destra ed allora credo che si possa affermare che la Costituzione è “anche di sinistra”; del resto, dà forza la consolidata storiografia sul nostro documento fondamentale quale frutto dell’ammirevole compromesso realizzato nell’Assemblea Costituente da forze politiche cattoliche, liberali, socialiste e comuniste.

Ecco dunque l’ispirazione ideale di Keynes per “un più alto tipo di società possibile”, da costruire attraverso una coraggiosa azione politica interventista nei confronti del “sistema in cui viviamo”, inesorabilmente contraddistinto da vistosi squilibri nella distribuzione del potere politico ed economico; la chiara attenuazione di tali squilibri è il compito storico che uno schieramento politico progressista deve assolutamente perseguire per quanto difficile possa essere. E non bisogna dubitare che percorsi politici innovativi, anche radicali, siano appunto incompatibili con i dettami costituzionali; quale interprete migliore di Meuccio Ruini, uno dei più autorevoli protagonisti dei lavori dell’Assemblea Costituente, che ha scritto: “La nostra Costituzione è elastica e adattabile a quella che potrà essere la forza e la prevalenza storica delle varie correnti. Il che non ha da ritenersi compromesso deteriore ma pregio e virtù della Costituzione”.

Le forze disponibili a compiere tale percorso devono avvertire la necessità di definire i connotati del “tipo più alto di società” con la consapevolezza che occorra operare i necessari compromessi con altri settori della società, politici e non, avendo sempre l’ambizione di allargare il più possibile il consenso rispetto al progetto di profondo rinnovamento proposto al Paese.

Si tratta, quindi, di contraddistinguere in modo chiaro il necessario riformismo come riformismo radicale per distinguerlo dal legittimo e diffuso uso politico del termine riformismo: esiste nella tradizione socialcomunista, cattolica e liberale una qualificata critica, seppure differenziata, delle liberaldemocrazie caratterizzate dal rispetto generoso dei meccanismi delle economie di mercato capitalistiche. Ciò avviene quando numerose voci, non solo di economisti, mettono in evidenza i fallimenti del mercato, anche nelle sua più avanzata forma della cosiddetta globalizzazione, rispetto al superamento di problemi qualitativi seri: emigrazione, sicurezza, protezione dell’ambiente, tenuta dello “Stato sociale”, clamorose disuguaglianze, e così via. Certamente bisogna tenere ben viva la consapevolezza dei possibili fallimenti dell’ampia area del “non mercato” ma non si possono dimenticare le voci anche recenti di intellettuali che possono agevolare l’acquisizione del consenso di larghi settori, anche benestanti, delle nostre liberaldemocrazie, indispensabili per realizzare una sorta di working class liberalism, secondo una suggestiva espressione del Premio Nobel Acemoglu; già “un più alto tipo di società”!

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Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto

24 October 2026 at 05:46

Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.

Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.

Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.

È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.

So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.

Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.

In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.

Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.

È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.

Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.

A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.

Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.

Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.

Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.

Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.

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