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“La sfida a Salvini? I veneti hanno tirato indietro il braccino”. Il videoracconto del congresso della Lega

25 October 2026 at 16:28

“Questi veneti qui quando c’era da tirare fuori i coglioni si sono ritirati, mentre noi lombardi siamo andati avanti”. Lo storico militante leghista Elio Fagioli riassume così il congresso della Lega che si è concluso oggi a Milano. Matteo Salvini è stato riconfermato segretario con 465 voti a favore mentre il suo sfidante Massimo Garavaglia si è fermato a 146. “Sono soddisfatto, un ottimo risultato sostanzialmente da solo perché non ho un’organizzazione dietro se non le mie figlie fantastiche” ha detto lo sfidante che ha dato la mano e abbracciato Salvini al termine della votazione. Dall’altro lato il vicepremier rilancia: “Possiamo vincere le prossime elezioni, come minimo come secondo partito della coalizione”.

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Sabato di proteste, 5 arresti a Milano. 5mila identificati in tutto. Interviene Putin: “Accuse alla Russia? Evidenziano la debolezza dell’Europa”

25 October 2026 at 13:44

Il giorno dopo le proteste che hanno portato migliaia di persone in piazza in tutta Italia contro il governo e il carovita, con scontri e tensioni ma nessun saccheggio, scende l’allerta nelle grandi città. Anche se restano comunque presidiati alcuni punti, in particolare a Milano dove alle 15 è prevista una seconda mobilitazione. Il conto delle questure diffuse al termine di ieri segnala quasi 5000 persone identificate in totale, 9 arrestate e 87 denunciati. Intanto sui disordini nelle piazze europee è intervenuto anche il Cremlino replicando a chi ha paventato la regia di Mosca dietro le manifestazioni più violente. “Le accuse alla Russia evidenziano la debolezza e l’incapacità di alcuni leader nei Paesi europei di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo” ha detto Vladimir Putin, in una dichiarazione pubblicata oggi sul sito web di Vesti.

A Milano ieri sono state circa 15mila le persone che si sono unite al corteo spontaneo che ha attraversato la città, tra cori contro il governo Meloni e richieste di dimissioni. Oltre al 30enne Youssef Siher, presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre fermato dalla polizia prima delle proteste, la questura ha fatto sapere di aver arrestato 5 persone e denunciato altre 44. In tutto nel capoluogo lombardo sono state identificate quasi 3mila persone.

A Bologna, dove si sono verificati gli scontri più duri e dove alcuni manifestanti sono rimasti feriti, il corteo ha visto la partecipazione di oltre 3mila persone, radunate inizialmente in piazza Nettuno. Tre le persone arrestate durante gli scontri e le tensioni durate in tutto circa 4 ore. I tre manifestanti arrestati sono accusati di violenza organizzata, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento nel corso di manifestazione pubblica. Nel corso dell’intera giornata, fa sapere ancora la questura, sono stati identificate circa 700 persone. Inoltre, 30 manifestanti sono stati accompagnati negli uffici della Questura e della polizia ferroviaria per accertamenti, mentre 8 sono stati denunciati. Gli approfondimenti degli investigatori hanno poi consentito di emettere 4 fogli di via obbligatori e 2 Dacur (Divieto di accesso alle aree urbane).

A Roma, come a Bologna, la polizia ha usato anche gli idranti contro i manifestanti. Nella capitale la protesta si è svolta in modo pacifico durante l’intera giornata, in cui c’è stato anche blitz al Colosseo finito nel giro di poco. Solo a sera si è alzata la tensione, quando i manifestanti hanno provato a spostarsi verso i palazzi istituzionali e sono partite le cariche della polizia. In tutto sono state 11 le persone denunciate, 96 quelle portate negli uffici di polizia, di cui 6 minorenni e 28 fermi preventivi.

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Milano, indagata anche la moglie del presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre

25 October 2026 at 12:16

E’ indagata per istigazione a delinquere anche la moglie di Youssef Siher, il trentenne fermato nella notte dopo un lungo interrogatorio nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulle manifestazioni organizzate dal Movimento 17 ottobre e accusato di essere la “mente” dietro agli scontri che hanno funestato il centro del capoluogo lombardo.

La donna, 32 anni, di origini libanesi, è indagata in concorso con il marito. Secondo gli inquirenti, entrambi sarebbero amministratori delle pagine Instagram e Telegram del movimento che ha organizzato le proteste di piazza, pagina nata però dopo le manifestazioni del 17. Sarebbe stato proprio grazie al cellulare della donna che gli investigatori, sabato mattina, sono riusciti a rintracciare Siher, che aveva invece il telefono spento e non risultava localizzabile.

La 32enne, mediatrice interculturale, è nata e cresciuta a Como, dove risulta residente. Sui social si definisce “libanese, palestinese e araba di appartenenza”. La coppia si sarebbe sposata lo scorso settembre e vivrebbe in provincia di Milano, nonostante le residenze anagrafiche differenti: lui a Mazzano, nel Bresciano, lei a Como.

Ricercatore dei movimenti politici islamici, 30 anni, italiano di seconda generazione, da ieri sera Siher si trova in carcere a San Vittore, indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità del terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Ora le indagini si concentrano sull’analisi dei suoi dispositivi: il sequestro di cellulari e computer potrebbero restituire contatti, comunicazioni e modalità organizzative della presunta rete di chi avrebbe provato a fomentare le proteste che hanno visto giovani e giovanissimi invadere le città. Il pm di Milano Francesca Crupi chiederà lunedì la convalida del fermo. Solo dopo aver ricevuto gli atti, il giudice per le indagini preliminari fisserà una data per l’udienza.

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Salvini riconfermato leader della Lega con 465 voti: “In Cdm dirò basta a soldi e armi all’Ucraina”. E lancia nuovo simbolo senza il suo nome

25 October 2026 at 11:50

“Alla pace devi arrivarci. In questi 5 anni abbiamo assistito il popolo ucraino in ogni modo possibile, ma io penso che questo congresso mi darà, se mi risceglierete come segretario federale, il mandato di andare in Cdm e di portare la posizione chiara della Lega, non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina”. Nel secondo giorno del Congresso della Lega a Milano, in cui si sceglie il leader, Matteo Salvini dal palco del MiCo di Milano promette che, in caso di riconferma, proporrà a palazzo Chigi di tagliare i finanziamenti a Kiev. Poi chiede ai delegati della platea chi è d’accordo per alzata di mano. Quasi tutti la alzano, e lui continua: “Ok, mozione approvata all’unanimità”. E qualche ora dopo il suo futuro come segretario della Lega viene confermato per la quarta volta, con 465 voti a favore. Resterà in carica quattro anni, fino al 2030. Lo sfidante Massimo Garavaglia si ferma a 146 voti e lo definisce “un risultato buono, circa sul 25%, molto positivo anche considerando che io non ho un’organizzazione, quindi ho fatto tutto da solo e alla luce del sole”.

Salvini è arrivato accolto dagli applausi delle prime file, mentre in fondo alla sala non mancano le contestazioni. E ha lanciato il nuovo simbolo della Lega, senza il suo nome. “Proporrò al Consiglio federale un’idea che era già nella storia della Lega. Mi sono recuperato un simbolo di Bossi del ’94. Se siamo qui, è grazie a Bossi e a Maroni che hanno cominciato quando non c’era nulla. Bossi nel ’94 presentò un simbolo” con le parole Lega Italia federale. Quello nuovo sarà “Lega Italia federale senza Salvini“. Il simbolo contiene l’Alberto da Giussano tra le parole Lega in alto e Italia federale in basso, su sfondo bianco. “L’Alberto da Giussano per me è orgoglio e identità. Via Salvini premier dal simbolo, qualcuno mi ha detto di non farlo. Magari Salvini rivince il congresso, dipende da voi, non sbircio, però se Salvini vince il congresso, magari ha una corrente e l’ha data vinta a chi fa polemica da un anno con la segreteria politica. Non mi interessa. Nazionale e non nazionalista. Il simbolo deve essere chiaro. Tenere insieme la Lega nazionale con il mio istinto e la mia pelle, perché sono convinto che il federalismo sia il passato, il presente e il futuro”, ha aggiunto.

Nel corso dell’intervento, il leader ha assicurato che “con la Lega al governo Ius Soli e Ius Scholae non saranno mai approvati” e ha fatto mea culpa per essere entrato nel governo Draghi, difendendo la scelta di fare parte del gruppo dei patrioti in Europa. “Spero che nessuno proponga mai alla Lega di entrare nei popolari per mal governare con quei socialisti in Europa, già mi pento amaramente dell’errore fatto e mi assumo tutta la responsabilità entrando nel governo Draghi col Partito Democratico. Mai più! Mai più! Mai più!”. Poi ha risposto a chi critica la scelta della Lega in Europa di confluire nel gruppo dei patrioti, dove siedono anche Rassemblement National, Fidesz e Vox: “Adesso qualcuno storce il naso perché siamo patrioti ma noi lo siamo perché questa Ue va cambiata da cima a fondo, è solo un enorme fardello. Siamo Davide contro Golia, i piccoli contro i grandi”.

Tornando al dibattito interno al partito, si è poi speso in un accenno all’intervento di ieri di Massimiliano Romeo, che aveva detto ‘evitiamo di fare la fine del partito di Renzi’, in riferimento al calo di voti per la Lega. “Ieri l’unica roba che mi ha disturbato in un contesto sacro come questo è stato evocare il nome di un tizio da cui ci separa il mondo, Renzi, noi con lui non abbiamo niente a che fare – ha detto il vicepremier -. Noi non abbiamo la spocchia e l’arroganza di Renzi e, aggiungo con amarezza, neanche la sua dichiarazione dei redditi”, ha aggiunto, dicendosi sicuro che “Luca Zaia sicuramente darà una mano nei prossimi mesi nel percorso vincente e virtuoso”. Poi, spazio all’ottimismo: “Possiamo vincere le elezioni come minimo come secondo partito della coalizione. Lo dico con rispetto degli amici di Forza Italia: la sera delle politiche, Meloni sarà presidente del Consiglio e la Lega sarà secondo partito della coalizione, per il momento”. E alle promesse: “Siamo leali da quattro anni, siamo una coalizione di amici e di diversi. Abbiamo fatto dei chilometri in alcuni casi verso gli altri. E penso a come viene trattata la Lega dove siamo in maggioranza, non tollererò più che la Lega sia trattata come un alleato di serie B in una regione dove governa al centrodestra. I numeri sono i numeri, chiediamo rispetto”.

Salvini non ha mancato di spiegare di essere stato lui ad avere deciso di collocare i giornalisti al piano inferiore per evitare di “inquinare” il Congresso. “Se altri anni di sacrificio meritano di essere fatti lo chiedo a voi oggi qua, non sui giornali, non in piazza, non facendo sorridere quei giornalisti servi che scrivono cazzate, perché la stampa non ci ha mai aiutato e non inizierà ad aiutarci adesso. Sono qua e sono al piano di sotto, e da giornalista iscritto all’ordine ho chiesto io agli organizzatori per non inquinare militanti e delegati che non meritano di essere circondati da certa gente che non è qua per raccontare la Lega. È da 40 anni che cercano di stroncarci e chiunque gli dia spazio non aiuta la Lega, non si aiuta la Lega con le interviste, con i libri, con la polemica o con il post su Facebook. Qua si aiuta la Lega“.

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La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

25 October 2026 at 11:07

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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Cosa lega il Sessantotto alle contestazioni di oggi? Attenzione alla trappola della Storia che si ripete

25 October 2026 at 06:09

Impossibile resistere alla tentazione di tracciare, se non un parallelo, una linea di contatto tra il ‘68 e la attuale contestazione studentesca. Ma bisogna fare molta attenzione a non cadere nella trappola della Storia che si ripete, perché la Storia sta cambiando radicalmente. Allora c’era lo Stato e noi, oggi c’è lo Stato, noi e l’intelligenza artificiale – o come è comunemente nota, l’Ai. L’equazione è cambiata, e forse è proprio questo il nocciolo della questione.

L’ingresso di un terzo personaggio nel quotidiano sta scombussolando tutto: la guerra cambia, l’informazione si altera e quel confine netto tra realtà e finzione evapora. Chi non si domanda vedendo un video se è vero oppure no? Il morbo dell’incertezza fa stragi ovunque e nessuno ne è immune. Fatichiamo a recepire tutto ciò che ci sta intorno: politica, economia, persino l’amore si sfilaccia attraverso i siti online che offrono una varietà di profili falsi di compagni ‘ideali’ che gli algoritmi offrono nella solitudine esistenziale dell’era della super-comunicazioni.

In quattro anni l’avvento di AI ha distrutto gran parte delle verità che ci hanno accompagnato per millenni. Soprattutto, il presente non esiste più perché tra pochi minuti sarà sostituito dal futuro ed è impossibile prepararsi o anticipare il cambiamento. Ed è vero anche il contrario: il futuro non esiste più perché si fa incessantemente presente. Come si sente un adolescente di fronte a questa rivoluzione?

Non è facile rispondere, bisogna esserci in quel marasma senza tempo, viverci dentro per capire cosa si provi. E proviamoci.

Nel ’68 l’obiettivo era democratizzare la scuola, rompere le catene dell’autoritarismo e dare libero sfogo alla creatività, alla libertà, alla pace. Oggi la contestazione giovanile chiede una scuola che funzioni, una cultura di cui genitori e nonni hanno potuto usufruire. Chiede di essere messa al centro delle politiche perché il domani, il futuro, è composto da chi lo vivrà.

Sono domande legittime, giuste, di chi capisce che dietro l’angolo dell’età adulta non c’è nessuna certezza, ma le risposte non ci sono. La sovrapposizione tra presente e futuro ha indebolito governi già inefficienti, svuotato la battaglia politica delle idee, pensiamoci bene: se tutto cambia costantemente, come si fa a programmare? È vero, investire nel riarmo quando non ci sono i soldi per istruire i giovani o curare gli anziani è un’assurdità, ma che tipo di percorso accademico si può offrire nell’arco di una generazione al ritmo dei cambiamenti attuali? Tra qualche anno le funzioni di tante professioni saranno svolte da Ai e dai robot. La velocità supersonica di apprendimento dell’intelligenza artificiale rende qualsiasi programmazione obsoleta.

Più facile è invece per i governi focalizzarsi su settori reali, contingenti. L’Europa non ha un esercito, non ha armamenti: allora investiamo nell’industria bellica. Anche qui la marcia a perdifiato delle armi intelligenti rende il presente precario, ma le armi le stiamo usando, le armi hanno una vita breve, anzi brevissima e possono essere sostituite da quelle nuove, ed è relativamente facile incamerare le nuove tecnologie.

La retorica della difesa è diventata il cavallo di battaglia di una classe politica europea incapace di gestire la nuova equazione: Stato-popolo-AI. La violenza attribuita ai manifestati ne è il corollario, ci si deve difendere dalla minaccia esterna e dalle rivolte interne. E meno male che c’è l’Ai che ci aiuta a farlo! Peccato che questa difesa non includa i giovani, ma rimanga confinata alla protezione delle élite al potere, al mantenimento di uno status quo fuori tempo.

Ed ecco un’istantanea del nostro mondo: lo Stato si rimpicciolisce e diventa l’espressione dei privilegiati, non solo quelli dei ricchi e potenti, ma anche di chi ha avuto la fortuna di usufruire di una scuola che gli ha trasmesso cultura e incoraggiato la creatività. Il primo è ormai un bene che l’intelligenza artificiale ci sta strappando e il secondo un dono che sta scomparendo. I ragazzi lo sanno e temono l’inevitabile: crescere ignoranti.

Nessuna innovazione tecnologica è stata mai fermata, ci siamo adattati a tutte nel bene e nel male. Anche questa volta bisognerà farlo, però non rimuovendo la cultura e impoverendo la scuola. Questi ragazzi devono trovare il modo di scuotere uno Stato annichilito, che ha perso il senso del suo esistere, ma anche di mobilitare il popolo per bilanciare nell’equazione della democrazia il peso, e la minaccia, dell’intelligenza artificiale. E forse per riuscirci dovranno reinventare lo Stato insieme all’idea stessa di democrazia.

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