Rubio: Venezuela debe reemplazar su sistema de votación antes de celebrar elecciones válidas





Nella giornata di mercoledì 21 ottobre, Latina è stata sommersa da un’alluvione, che ha fatto accorrere nella città laziale decine di volontari dai Castelli Romani e dal litorale romano della Protezione Civile per soccorrere i cittadini.
Una delle immagini catturate dal fotogiornalista del Messaggero Luciano Sciurba mostra in particolare alcune bare vuote che galleggiano per le strada di Latina, dopo che anche un’agenzia di pompe funebri locale è finita per essere sommersa dall’alluvione.
Intanto sul posto nella giornata di mercoledì 21 ottobre gli operatori delle protezioni civili comunali di Albano, Genzano, Lanuvio, Velletri , Airone Ardea e del gruppo Le Aquile di Anzio si sono messi al lavoro con potenti idrovore e pompe aspiratrici per cercare di liberare scantinati, locali, edifici pubblici, strade e case.
L’inondazione che si è verificata nel comune di Latina in particolare ha riguardato la zona Piccarello, dove si sono concentrati dunque gli sforzi dei volontari accorsi dai comuni limitrofi.
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Il Brasile non cede alle pressioni Usa e frena l’offensiva reazionaria in America Latina. Il presidente Luiz Inácio ‘Lula‘ Da Silva è stato rieletto con il 51,79% dei voti (64.256.232 in totale) mentre il senatore Flávio Bolsonaro, che risultava leggermente favorito nei sondaggi, si è fermato con il 48,21% (59.826.041 voti). Li separa poco più di un punto percentuale, cioè 4.430.191 voti. Lula, partito in svantaggio al primo turno, ha avuto la meglio nelle regioni del nordest del Paese – eccezion fatta per Roraima – con vittorie più marcate in Piauí e Bahia.
“Non esistono due Brasile. Siamo un unico Paese, un unico popolo, una grande nazione”, ha detto Lula dopo l’annuncio dei risultati, sottolineando: “Non interessa a nessuno vivere in un Paese diviso e sotto un permanente stato d’assedio“. Il presidente, eletto per la quarta volta all’età di 80 anni, chiama ad “abbassare le armi” ma, nello stesso tempo, denuncia l'”intromissione venuta dall’esterno” oltre alla “fabbrica di disinformazione” scatenata contro la sua candidatura.
Bolsonaro però non riconosce il risultato e punta all’annullamento del voto su via giudiziaria, seguendo lo schema attuato nel 2022 dal padre Jair (sfociato mesi dopo nell’assalto al Congresso). “Quanto accaduto oggi non è normale”, lamenta il senatore del Partito liberale, che ritiene “impossibile riconoscere le elezioni a queste condizioni” e chiederà quindi “l’annullamento del voto”. Il bersaglio resta il Tribunale supremo elettorale, che su richiesta di entrambi i candidatiha esteso l’orario del voto dalle 17 alle 19 in diversi seggi causa blackout, temporali e assenza di trasporti che avrebbero impedito il voto a numerosi elettori nei seggi di São Paulo, Minas Gerais, Río de Janeiro e altri. Il senatore parla di trattamento diseguale e regole truccate “arbitrariamente”. “Non saprò mai – dice – quanti voti avrei potuto prendere negli stati in cui i seggi sono stati riaperti”. In seguito, il Tribunale supremo elettorale, attraverso il giudice Cristiano Zanin, ha chiarito che la misura ha riguardato i “seggi ancora in funzione” e che “nessun’urna chiusa è stata riaperta”. “Occorreva preservare il diritto al voto di tutti”, ha osservato.
Interviene anche il presidente Usa Donald Trump, che denuncia presunte irregolarità mediante l’applicazione del “manuale di Joe Biden” in Brasile. “Bolsonaro aveva un grande vantaggio al primo turno – ha osservato Trump – ed era chiaramente favorito per vincere al secondo. Ma i comunisti non mollano il potere una volta che ce l’hanno”. Tuttavia alcuni alleati di Trump, come i presidenti José Antonio Kast (Cile) e Keiko Fujimori (Perù), hanno riconosciuto apertamente la vittoria di Lula alla parti degli altri governi della regione. Esulta anche il leader cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che parla di “vittoria storica” e assicura: “Può il Brasile contare su Cuba nella costruzione di una Patria grande”.
Fonti del Partito dei lavoratori consultate da ilfattoquotidiano.it affermano che, con la vittoria di Lula, il Brasile si afferma come una “diga anti-reazionaria” nella regione. Lo affermano anche analisti politici come Talya Iscan ed Estefanía Veloz, che parlano di “un respiro strategico per i governi progressisti della regione”, come il Messico, e del “consolidamento di un blocco di Paesi che non intende delegare la tutela della sicurezza regionale agli Stati Uniti”. Nei media dell’America Latina si parla anche della “possibilità di battere l’ultradestra” alle urne dopo sette elezioni consecutive vinte dai candidati pro Trump. “Dovrà sedersi a tu per tu con Lula”, ipotizza l’analista in Relazioni internazionali Valeria Silva, mettendo in discussione l’efficacia dei dazi Usa sui prodotti brasiliani in materia di manifattura e beni di consumo (25,5%) e metalli pesanti, acciaio e alluminio (50%) e altre misure coercitive già strumentalizzate da Bolsonaro in campagna elettorale.
Il risultato entra a pieno titolo nel dibattito Usa, dove da alcune settimane si discute sull’impatto dei dazi e di altre misure che spingono il Brasile verso una più stretta alleanza con Cina. Già lo scorso 28 settembre senatori Dem Jeanne Shaheen, Tim Kaine e Peter Welch denunciavano – in una lettera rivolta al segretario di Stato Usa Marco Rubio – la crescente “pressione diplomatica, economica e politica per indebolire le istituzioni democratiche del Brasile in vista dell’elezione presidenziale”. I senatori esortavano l’amministrazione Trump a “riconoscere il risultato” rilasciato dalle urne e “mantenere relazioni diplomatiche con qualsiasi candidato eletto libera e giustamente dal popolo brasiliano”. Monito da prendere sul serio una volta saltato il business plan del mondo Maga nel Paese sudamericano, dal fondo Rockbridge Network (ora sotto inchiesta in Brasile) legato a JD Vance e che puntava a creare un giro di 100 miliardi di dollari nel Paese sudamericano alle terre rare di Serra Verde (Goias) dal valore di 2,8 miliardi di dollari su cui Pechino è già avanti. Respira anche l’Amazzonia, almeno per altri quattro anni.
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Enfrentarse periódicamente al escrutinio de decenas de miles de personas puede parecer una terapia de choque para la ansiedad social, pero el cantante Mora (Bayamón, Puerto Rico, 30 años) admite que hacerse fotos con seguidores aún se le hace cuesta arriba. “Lo hago porque sé que lo merecen, pero no lo disfruto”, confiesa. “Puedo estar cantando frente a 50.000 personas y no hay problema, porque no interfiere en mi espacio personal. Pero si estoy caminando por la calle y se me acercan dos, ya empiezo a sudar. Hay gente que quizás puede decir: ‘Este cabrón es un huelebicho’, pero no es que yo no quiera compartir, es que no tengo unas destrezas sociales muy buenas, que digamos”. Por eso, antes de convertirse en uno de los claros protagonistas de la escena reguetón moderna, Mora se situaba cómodamente en la sombra, como arquitecto de algunos de los éxitos que catapultaron a grandes nombres de hoy, como Bad Bunny (Dákiti o La difícil llevan su rúbrica), Karol G (la omnipresente El makinón), Eladio Carrión o Anuel AA.
Realización: Agustina Piriz. Asistente de fotografía: Diego Pérez. Asistente de realización: Lidia Lara. Maquillaje: Fidel Fernández (Another Artists Agency). Coche: Vintage Cars.

© Ayub El Kadmiri