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Forum Economico Moneta 2026, Pres. Meloni: “Comprendere l’economia fa essere liberi, chi la racconta offre un servizio al Paese”

27 October 2026 at 19:45

“Voglio ringraziare e salutare il direttore Cerno, i vicedirettori, gli editori, la famiglia Angelucci e tutta la redazione de il Giornale e di Moneta. Siamo in dirittura d’arrivo per la legge di Bilancio che faremo approdare in Consiglio dei Ministri. L’obiettivo è far quadrare i conti e mantenere gli impegni presi, a partire dalla difesa dei salari, del potere d’acquisto del ceto medio, delle imprese, della sanità e dei giovani. Cercheremo di fare del nostro meglio per essere all’altezza delle aspettative, nei limiti delle risorse disponibili. Molto spesso sembra che la polemica abbia molto più spazio delle soluzioni che si cerca di dare ai cittadini. Il lavoro che la redazione sta facendo è molto prezioso. In un tempo in cui la carta stampata non se la passa benissimo, avviare questa iniziativa editoriale richiede grande coraggio. Viviamo in un’epoca in cui quando qualcosa accade dall’altra parte del globo ha delle ripercussioni dirette su di noi. Comprendere l’economia è un altro modo di essere liberi e chi la racconta fa un servizio ai cittadini, alle imprese e alla politica. Ringrazio dunque tutti coloro che lavorano e si impegnano per dare speranza all’Italia”. Lo ha detto Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, intervenendo alla prima edizione del Forum Economico Moneta, dal titolo “Competere nel nuovo scenario globale”.

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Governo, elezioni anticipate a maggio? Tutto dipende da Salvini e dalla Consulta. Ecco perché

27 October 2026 at 18:48

Governo Meloni e il rebus delle elezioni

In una giornata vissuta nell’attesa dei risultati delle elezioni in Israele, a tenere banco nella politica interna è la legge di bilancio che domani alle 15 dovrebbe essere approvata in Consiglio dei Ministri, ma soprattutto la data delle elezioni, che si sta trasformando in un rebus nel quale ogni ipotesi è valida. “Radiochigi” nelle ultime ore sembrava propendere per una data: 23 maggio, accorpando le Amministrative (Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna ecc.) alle Politiche.

Si tratterebbe dunque di anticipare, seppur di poco, la scadenza naturale del mandato (fine settembre). Il condizionale è d’obbligo, non soltanto per ragioni costituzionali (lo scioglimento delle camere è prerogativa del Presidente della Repubblica), ma perché sull’anticipo, più che sulla data in sé, è necessario trovare l’accordo con gli alleati. E su questo la linea Meloni si scontra con quella di Tajani e soprattutto Salvini. “Se si vota a maggio la vedo molto complicata per l’autonomia differenziata”, insorge il ministro Roberto Calderoli. “L’autonomia sia un pilastro del governo”, rincara la dose Luca Zaia incalzando Salvini. Il ragionamento è semplice: se si vota a maggio non ci sono i tempi per approvare l’autonomia differenziata da parte del Parlamento e dunque meglio votare a settembre/ottobre, a scadenza naturale.

A maggior ragione dopo il congresso di Milano che ha nuovamente incoronato Salvini, consegnandogli però una linea precisa da tenere, quella di approvare l’autonomia, appunto. Il ragionamento che si fa dalle parti di Palazzo Chigi, invece, tende a votare alla prima data ragionevolmente possibile, per due motivi: il primo è evitare il logoramento di una campagna elettorale lunghissima, le avvisaglie della quale già si vedono nelle ultime settimane; il secondo è che prima si vota, meno rischi di bocciatura della legge elettorale da parte della Consulta ci sarebbero. Il secondo punto è però controverso. E’ vero che il famoso Porcellum (la legge elettorale del 2005 con la quale si votò nel 2006, 2008 e 2013) fu bocciato soltanto nel 2014, ma è pur vero che sullo Stabilicum pendono già 25 ricorsi, e la prima udienza, del tribunale di Trento, risulta già calendarizzata per il 16 dicembre, con conseguente sentenza della Corte Costituzionale che potrebbe arrivare già a gennaio ‘27.

Che cosa accadrebbe in questo caso con una sentenza sfavorevole allo Stabilicum? Probabilmente la Corte potrebbe dichiarare la legge elettorale parzialmente illegittima, con conseguente probabile espunzione della parte riguardante il premio di maggioranza. Un bel caos. Eppure dalle parti di via della Scrofa c’è un moderato ottimismo. I sondaggi danno Fratelli d’Italia stabilmente a ridosso del 30%, come scrive anche Affaritaliani, Vannacci sembra aver arrestato la corsa e il Campo largo deve barcamenarsi tra le Primarie e gli imbarazzi del tema sicurezza, compresi gli scontri di piazza delle scorse settimane. Tra gli scontri, lo sciopero generale di venerdì prossimo, gli esiti elettorali a sorpresa in Brasile e l’attesa per le elezioni in Israele e per quelle di midterm negli Stati Uniti, è decisamente un autunno caldo.

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Una rete di sindaci per contare in Parlamento. La scommessa di De Luca per il centrodestra

27 October 2026 at 16:13

La ‘Catena’ di De Luca per portare i sindaci in Parlamento (e il centrodestra di nuovo al governo). Questa l’intenzione del movimento promosso dal sindaco di Taormina assieme alla lista Sindaci d’Italia, la cui convention è stata aperta a Roma dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, alla presenza dello stesso De Luca e di Laura Castelli, già viceministra dell’Economia e delle Finanze, e attuale presidente del partito Sud chiama Nord (oltre che vicesindaco di Messina).

Non un nuovo tentativo sudista o frammentario, ha spiegato la seconda carica dello Stato, ma la volontà di dialogare con i territori al fine di comporre un quadro nazionale. La Russa sgombra il campo dagli equivoci: “Conosco Cateno da anni, è una persona libera ed è con estrema libertà che ha deciso di approcciarsi a questa sfida: ovvero sostenere le nostre battaglie e farlo dal pulpito dei sindaci, i veri eroi di questi tempi”. Non è questa una risposta a Vannacci, aggiunge La Russa, dal momento che quando Cateno De Luca faceva il suo movimento, il generale era sconosciuto. Piuttosto, il tentativo di dare voce ai territori all’interno di una visione nazionale. E non mancano le prese di posizione da parte di De Luca nel merito dei dossier. Come quando il leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina spiega che Meloni “si è trovata nella prima fase a gestire buffi e disastri del governo precedente”, o quando ricorda che grazie al nucleare il Meridione potrà diventare un hub energetico, o quando ammette di sentirsi spesso con la premier, a cui ha detto di essere pronto anche al voto anticipato.

C’è spazio anche per la polemica per così dire civica, quando De Luca definisce quello di Onorato “un partito di civici fatto in provetta”, mentre di contro la sua strategia non è finalizzata a creare una “correntina per qualche posto in Parlamento, ma a consentire ai sindaci di arrivare direttamente”. Ed è quella traccia seguita nei dibattiti tematici a cui hanno preso parte molteplici esponenti centristi, come Luigi Marattin segretario del partito Liberaldemocratico, Ettore Rosato vicesegretario di Azione, Domenico Carbone coordinatore nazionale Anci giovani e Marco Di Stefano responsabile enti locali di Noi Moderati.

Ad aprire la tre-giorni di congresso era stato in mattinata il ministro dell’energia Gilberto Pichetto Fratin, favorevole al contributo di Sud Chiama Nord al centrodestra perché “porta realismo alla coalizione”. In sala molti sindaci e anche molti volti territoriali, ovvero ex amministratori e soggetti che conoscono le dinamiche delle preferenze, come il sindaco di Scalea Mario Russo, il sindaco di Messina Federico Basile, il pugliese Ninni Borzillo.

“Il governo Meloni ci prende in giro”: la protesta degli agricoltori di fronte a Montecitorio contro il caro carburante – Video

27 October 2026 at 15:52

“Il governo Meloni ci prende in giro. Non riusciamo a dare da mangiare ai nostri figli, se ci fermiamo noi, si ferma tutta Italia”. Oltre cento agricoltori provenienti da Puglia e Calabria si sono riuniti davanti a Montecitorio, a Roma, per protestare contro il caro gasolio, l’aumento dei costi di produzione e la concorrenza dei prodotti agricoli esteri. “Sono mesi che denunciamo un problema di carovita. L’agricoltura italiana non è più competitiva sui mercati nazionali ed europei. Con accordi come il Mercosur si consente l’ingresso di prodotti che non rispettano le stesse normative imposte ai nostri agricoltori”, ha dichiarato Giancarlo Greco, del Movimento Popolare Nazionale. “Oggi uscire con un trattore significa spendere soldi con la certezza di non rientrare nei costi. Produrre un litro d’olio ci costa almeno 6 euro e 50, mentre sul mercato arriva olio tunisino a meno di 4 euro, fissando prezzi che penalizzano i nostri olivicoltori”, ha aggiunto.

Greco ha poi criticato le misure del governo: “L’ultimo decreto sul gasolio agricolo è stata una presa in giro, un gioco delle tre carte. Hanno preso 40 milioni destinati al caro fertilizzanti e li hanno utilizzati per abbattere il costo del gasolio. Chiediamo a Meloni un po’ di rispetto. Presidente Meloni e ministro Lollobrigida, fate le cose per risolvere i problemi della gente e non per fare i reel. Gli agricoltori chiedono dignità, non soldi”.

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La politica degli incastri: Meloni tiene insieme gli alleati, Schlein e Conte devono ancora scegliere chi far entrare

27 October 2026 at 15:49

Bastano poche ore al congresso della Lega per capire quali tensioni attraversino il centrodestra. Prima del voto, Matteo Salvini chiede di fermare gli aiuti militari all’Ucraina. Dopo una telefonata della premier, raccontata dalle cronache, il segretario rieletto ammorbidisce i toni, senza rinnegare la sua posizione. Nel campo opposto, le voci su un Conte convinto che con Schlein non si vinca, benché smentite, raccontano una rivalità che rischia di pesare sulla coalizione.  Da una parte insomma c’è Giorgia Meloni, impegnata a tenere insieme una maggioranza nella quale Lega e Forza Italia competono per ottenere risultati da rivendicare davanti ai propri elettori. Dall’altra ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, che devono ancora decidere quanto largo sarà davvero il campo con cui sfidare il centrodestra. Due cantieri diversi, un problema comune: costruire una coalizione capace di arrivare unita alle elezioni senza cancellare le differenze tra i suoi protagonisti.

“Stiamo assistendo ad una sorta di  politica degli incastri, quella che si vede meno nelle dichiarazioni pubbliche e pesa di più quando si devono scrivere i programmi, distribuire le candidature e convincere gli alleati che restare insieme conviene a tutti. Meloni parte da un vantaggio: guida una coalizione che governa già. Ma proprio l’esperienza di governo obbliga la premier a confrontarsi ogni giorno con richieste concrete e con la necessità di trovare risorse. Ma la sua leadership, al contrario di quella del centrosinistra è indiscussa e saldissima, e questo fa tutta la differenza del mondo”, commenta un senatore dell’ala riformista del Pd. 

Schlein e Conte, infatti, devono ancora risolvere una questione preliminare: chi siederà al tavolo dell’alternativa e saranno solo loro due a sfidarsi o ci sarà un terzo, magari un quarto, sfidante? Per venerdì, intanto, è previsto un incontro tra la segretaria del Pd, il leader del Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dedicato all’avvio del confronto sul programma e sul perimetro della coalizione. Tra i partecipanti annunciati non c’è Matteo Renzi. Un’assenza che non equivale a un’esclusione definitiva, ma dice molto sulla strada ancora da percorrere per allargare al centro la coalizione. Anche perché proprio il centro, con i suoi tanti gruppi, rischia di aprire un nuovo fronte nel già tormentato rapporto tra i due leader.

“Il punto è che parlare di programma significa parlare anche degli interlocutori ammessi a scriverlo. Un conto è discutere con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, un altro è aprire il tavolo a Italia Viva e alle altre forze centriste. Ogni ingresso può allargare il bacino elettorale, ma cambia gli equilibri, le priorità e, inevitabilmente, i rapporti di forza sulla scelta del candidato premier”, commenta un deputato di Azione, che per ora sta alla finestra (anche se circolano voci non confermate su un avvicinamento al centrodestra). Il leader pentastellato chiede di accelerare sul programma e sulle primarie. Sa che il Movimento non può essere considerato un semplice alleato minore del Pd e vuole che il suo peso si traduca nelle scelte politiche.

Il nodo Renzi si inserisce proprio qui: non riguarda soltanto vecchie rivalità personali, ma l’identità della coalizione, il suo equilibrio interno e la capacità di trovare una sintesi sui temi economici e sociali. La domanda che accompagna il vertice di venerdì sembra essere dunque abbastanza scontata: si comincerà a costruire un progetto aperto anche alle forze oggi assenti o il primo accordo tra Pd, Movimento e Avs finirà per definire condizioni che potrebbero anche essere malviste dai tanti cespugli centristi che chiedono spazio?  Una risposta ancora non c’è. E Meloni può osservare che, mentre le opposizioni discutono di chi debba entrare, la premier prova a consolidare e allargare una squadra già esistente.

Gli equilibri nel centrodestra

Anche nel centrodestra, però, gli incastri sono tutt’altro che semplici. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno interessi diversi e un obiettivo in comune: rafforzare i rispettivi partiti senza compromettere la tenuta del governo. Entrambi sanno che, alla fine della legislatura, agli elettori non basterà raccontare la fedeltà alla coalizione. Serviranno risultati riconoscibili. Per la Lega il risultato più importante è l’autonomia differenziata. Dopo il passaggio sulle intese con le Regioni, il ministro Roberto Calderoli ha indicato nell’«ultimo miglio in Parlamento» la tappa decisiva. Portare a compimento una battaglia storica consentirebbe al Carroccio di presentarsi al Nord con una risposta concreta a una domanda che accompagna la sua storia da decenni.

Per Forza Italia la bandiera è la riduzione delle tasse, a cominciare dall’Irpef per il ceto medio. Tajani insiste da settimane sulla necessità di estendere il beneficio oltre la soglia dei 50 mila euro. Il confronto riguarda le coperture e l’ampiezza dell’intervento: tra le ipotesi è stata discussa anche quella di arrivare a 55 mila euro. Per gli azzurri la questione è politica prima ancora che numerica: dimostrare che la loro presenza al governo produce un vantaggio per famiglie e lavoratori.

La competizione fra Lega e Forza Italia passa anche da qui. Salvini punta a rilanciare il Carroccio e ha indicato l’ambizione di farne il secondo partito della coalizione. Tajani vuole consolidare il ruolo degli azzurri e difendere lo spazio moderato. Meloni ha interesse a che nessuno dei due esca indebolito: una coalizione vince più facilmente se i suoi alleati portano voti aggiuntivi, non se si limitano a contendersi quelli già disponibili. La premier può perciò provare a esercitare una funzione di regia: accompagnare l’autonomia verso l’approdo parlamentare e, insieme, trovare spazio per un intervento fiscale rivendicabile da Forza Italia. Non c’è un automatismo tra i due dossier, né un accordo formale che li leghi. Ma la loro gestione contemporanea può diventare la base di un equilibrio politico: ciascuno ottiene un risultato, tutti si presentano come parte di una maggioranza capace di decidere.

I sondaggi

In questa partita, Giorgia Meloni dispone di una carta che pochi suoi predecessori hanno potuto giocare dopo un periodo così lungo a Palazzo Chigi: un consenso personale che, almeno secondo l’ultima rilevazione SWG per il Tg La7, non si è consumato rispetto all’inizio della legislatura. La fiducia nella presidente del Consiglio è al 41%, un punto percentuale in più rispetto all’ottobre 2022. Non è un plebiscito, naturalmente. Ma è un dato politicamente significativo: dopo quattro anni segnati da guerre, inflazione, tensioni internazionali e scelte spesso difficili sui conti pubblici, la premier conserva una quota di fiducia leggermente superiore a quella registrata all’inizio del suo mandato.

A questa operazione si aggiunge il lavoro sui possibili nuovi interlocutori. Giovedì 29 ottobre Meloni interverrà alla convention promossa a Roma da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia, l’iniziativa che vede tra i protagonisti Cateno De Luca e che porterà alla presentazione del simbolo del nuovo progetto politico. Anche questa scelta richiederà mediazioni. Allargare una coalizione significa trovare spazio per nuovi soggetti, fare i conti con gli equilibri locali e, più avanti, con le candidature. La Sicilia, dove De Luca ha una propria storia politica e rapporti complessi con il centrodestra regionale, mostra quanto possano essere complicati questi passaggi. Ma l’interesse di Meloni è chiaro: cercare consensi oltre il nucleo tradizionale della maggioranza senza indebolirne la coesione.

Nei prossimi giorni le due coalizioni offriranno dunque immagini diverse dello stesso lavoro politico. Giovedì Meloni incontrerà una realtà che può contribuire ad allargare il centrodestra; venerdì Schlein e Conte cominceranno a discutere del programma e dei confini dell’alternativa. Le difficoltà non mancano da nessuna parte. La prova, per entrambe, sarà tenere insieme identità e interessi diversi quando arriveranno le decisioni su programmi e candidature.

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Perché il posto di Italia ed Europa è al fianco di Taiwan. Parla Menia (da Taipei)

27 October 2026 at 14:13

A fronte dell’espandersi dell’autoritarismo e di minacce ibride sempre più complesse, la stretta collaborazione tra Europa e Taiwan è di fondamentale importanza, non solo per rafforzare la resilienza democratica, ma anche per salvaguardare i valori condivisi e affrontare le sfide emergenti in ambito di sicurezza. Sono le conclusioni della dichiarazione finale della Conferenza annuale del Formosa Club 2026, tenutasi a Taipei, forum giunto al secondo anno di vita, alla presenza di 49 parlamentari europei e 19 parlamenti nazionali europei, a dimostrazione del loro sostegno a Taiwan.

Si tratta di una piattaforma fondamentale per promuovere la libertà, lo Stato di diritto, la resilienza democratica e un ordine internazionale basato su regole, in un contesto caratterizzato da crescenti pressioni autoritarie e minacce ibride (tra virgolette, la Cina). Perché l’Ue ha tutto l’interesse a spingere verso tale partnership? “Taiwan è un presidio di modernità, valori comuni di diritti e democrazia, resistenza e resilienza, straordinaria capacità produttiva globale nei semiconduttori, impegnata nelle grandi sfide dell’IA, ma soprattutto frontiera della libertà. L’Italia non può che esserle al fianco”, dice a Formiche.net il vicepresidente della commissione Esteri/Difesa del Senato, Roberto Menia (FdI), raggiunto telefonicamente a Taipei, dove partecipa all’annuale conferenza.

Il riferimento è ad una cooperazione, quella tra Europa e Taiwan, che si sta focalizzando su settori nevralgici come le catene di approvvigionamento resilienti, l’innovazione democratica, l’uso dell’intelligenza artificiale, dei droni, dei sistemi a pilotaggio remoto, fino ad un ambito ormai imprescindibile come i semiconduttori avanzati. In questa direzione l’appuntamento di Taipei ha ribadito alcuni punti fissi.

Primo, l’Europa sostiene Taiwan per la gestione dei rischi relativi ai cavi sottomarini internazionali, lanciata dal ministro degli Esteri Lin Chia-lung. “Si tratta, come è noto, di arterie vitali per Nazioni ed economie digitali – aggiunge Menia – ragion per cui la cooperazione tra Europa e Taiwan va allargata ad una serie di micro settori interconnessi, come condivisione delle informazioni, riforme sistemiche, sviluppo delle conoscenze e consapevolezza del dominio marittimo. Abbiamo l’obbligo di far procedere questa alleanza su un binario preferenziale, anche a causa del diffondersi di minacce ibride sempre più complesse”.

Il Forum ha acceso un fascio di luce, a tal proposito, su un provvedimento legislativo adottato dalla Cina, ovvero la “Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico”, su cui ci sono state due risoluzioni del Parlamento europeo (il 30 aprile 2026 e il 7 ottobre) che hanno condannato le disposizioni extraterritoriali di tale legge, definendole una forma di repressione transnazionale. Secondo, le attività condotte contro Taiwan nella cosiddetta “zona grigia” abbracciano svariate forme di interferenza ibrida, come la disinformazione e le pressioni di carattere militare fatte nello Stretto di Taiwan. Terzo, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non definisce lo status di Taiwan e non preclude la partecipazione significativa di Taiwan a organizzazioni e meccanismi internazionali, per cui il Forum sostiene che la partecipazione internazionale di Taiwan, laddove le sue competenze possano offrire un contributo alla comunità internazionale, sia da perseguire in maniera decisa.

“L’Italia – conclude il senatore di FdI – è consapevole del ruolo di Taiwan nello scacchiere economico e geopolitico, d’altronde siamo dinanzi ad una fase caratterizzata da policrisi, come ripetuto spesso dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Roma sta tessendo con Taipei una tela fatta di amicizia, rispetto e condivisione di progetti industriali e obiettivi politici, così come il governo ha fatto sin dal suo insediamento con la grande attenzione verso l’Indopacifico”.

Attacco hacker alla Camera dei deputati: prese di mira alcune caselle di posta elettronica, anche quella di Meloni

27 October 2026 at 12:56

Un attacco hacker, negli ultimi giorni, ha colpito i sistemi informatici della Camera dei deputati, coinvolgendo alcune caselle di posta elettronica di parlamentari, e tra queste anche quella da deputata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Sono state messe in campo tutte le misure di protezione“, fanno sapere fonti di Montecitorio sottolineando che l’attacco ai sistemi informatici “non ha carattere di emergenza“, anzi sarebbe una questione che “si presenta quotidianamente”. I tecnici della Camera, intanto, stanno tenendo la situazione sotto controllo e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) ha attivato un protocollo specifico per rispondere all’attacco. “Le misure possono prevedere anche la temporanea disattivazione di alcune funzionalità dei sistemi informatici, secondo prassi. Risulta peraltro che da alcuni giorni si siano intensificati analoghi tentativi di attacco e pressioni sui sistemi informatici anche verso altre istituzioni nazionali, europee e internazionali”, sottolineano le fonti.

Viene precisato che l’indirizzo che la premier usa abitualmente è un altro, protetto dai sistemi più alti di sicurezza per evitare intromissioni di qualsiasi tipo. Secondo il Corriere, gli altri profili presi di mira sono quelli di Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Paolo Formentini, deputato della Lega. La Procura di Roma attende una prima informativa dalla Polizia Postale in relazione al cyberattacco. I pm di piazzale Clodio apriranno un fascicolo di indagine per accesso abusivo al sistema informatico. Solo poche settimane fa, il ministero degli Esteri è stato il bersaglio di un attacco informatico, sventato e contenuto.

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Manovra 2027, dalla flat tax ai bonus per le famiglie: tutte le misure sul tavolo

27 October 2026 at 09:31

La legge di Bilancio 2027 è ormai alle porte. In attesa del testo, l’incontro tra Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giorgetti, Tajani, Salvini e Lupi ha permesso di fare un sunto delle priorità di spesa. Sarà una manovra ancora prudente, come ci ha insegnato questo governo, resa necessaria anche dal proseguimento dell’interlocuzione con Bruxelles sui margini di flessibilità per i costi energetici.

Ci sono diverse certezze e alcune ipotesi sul tavolo. Al centro della manovra sanità, famiglie, ceto medio e sostegno alle imprese, energia, giovani e sostegno agli anziani. Le risorse sono limitate, ma ogni forza di maggioranza ha potuto portare avanti il proprio cavallo di battaglia.

Cosa ci sarà nella Manovra 2027

Il consiglio dei Ministri dovrebbe riunirsi mercoledì alle 12:00 per dare il via libera al testo definitivo della manovra 2027. Non sono ancora noti tutti i dettagli della legge di bilancio da 23,5 miliardi di euro, sono tante infatti le misure ancora in bilico a cui il vertice di maggioranza tenutosi lunedì 26 ottobre non ha apertamente risposto.

Con al centro famiglia, giovani, sanità ed energia, vediamo cosa ci sarà e cosa potrebbe esserci nella nuova legge di bilancio.

Flat tax under 30-35

Tra le ipotesi sul tavolo c’è la flat tax al 5% per gli under 30-35 con redditi fino a 20-30.000 euro. Dal lato giovani lavoratori si intende rendere le retribuzioni italiane più competitive e quindi frenare l’uscita verso altri Paesi.

Per le imprese invece si punta a maxi deduzioni per le assunzioni, suddivise in:

  • dal 130 al 140% per i giovani;
  • al 180% per le giovani madri.

Detassazione

È allo studio anche una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti per rinnovi contrattuali e del 15% sulle maggiorazioni per il lavoro notturno e festivo.

Taglio dell’Irpef

Forza Italia continua a premere per l’estensione dell’aliquota al 33% fino a 55.000 euro. Il costo sarebbe di circa 1,2 miliardi di euro.

Altra proposta che incontra diversi ostacoli (parere della Commissione europea) è l’estensione della flat tax per le partite Iva dagli attuali 85.000 euro fino a 100.000 euro.

Famiglie

Per quanto riguarda il tema famiglie, si punta sul rafforzamento dei congedi parentali, bonus nuovi nati e bonus mamme soprattutto in presenza di tre o più figli.

C’è, inoltre, la proposta di prorogare il bonus per le scuole paritarie fino a 1500 euro per studente.

Aiuti per gli anziani

Forza Italia, invece, ha proposto un aiuto per gli anziani. Si tratta di una carta da 300 a 500 euro per le spese sanitarie degli over 75. Potrebbe esserci una soglia Isee oppure un sistema di rimborsi cashback.

Sanità

Restando sul tema aiuti per la sanità, si stanno studiando risorse per il Fondo sanitario nazionale e l’innalzamento del tetto di spesa per i dispositivi medici per alleggerire il peso del payback sulle imprese.

Pensioni

Lato pensioni la Lega ha rilanciato il pensionamento anticipato a 64 anni con il ricalcolo contributivo dell’assegno.

Sul tavolo però c’è anche la rivalutazione delle pensioni per il recupero dell’inflazione, ma il costo è piuttosto elevato.

Energia e casa

Altro capitolo è quello dedicato all’energia. È previsto il rafforzamento dell’iperammortamento per le imprese e si valutano sconti sull’energia per nuovi impianti da fonti rinnovabili.

Per quanto riguarda il lato casa, le detrazioni potrebbero restare al 50%, mentre l’ecobonus potrebbe arrivare fino al 65%.

“Adda venì Vannacci”: chi è davvero il generale e perché una parte d’Italia lo aspetta? Dalla carriera militare alla Lega, il nuovo libro di Francesco Bonazzi indaga il fenomeno politico – L’estratto

27 October 2026 at 08:20

È in uscita il 27 ottobre per l’editore Aliberti Adda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista Francesco Bonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di Roberto Vannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:

Il dividendo dell’incertezza

Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.

O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.

In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.

V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.

V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.

V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,

ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.

L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.

Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?

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Manovra, sconto Irpef agli under 35 e contributo dalle banche di 5 miliardi

27 October 2026 at 08:05

Manovra, sconto Irpef agli under 35 e contributo dalle banche di 5 miliardi

La maggioranza continua a discutere, sono ore cruciali per la presentazione del testo ufficiale con tutte le misure previste nella nuova manovra. Il vertice convocato per la tarda sera di ieri serve ad avvicinare l’intesa sulla Manovra e farla così approdare in Consiglio dei ministri forse già nella giornata di domani. I due capitoli più complicati – riporta Il Corriere della Sera – restano le pensioni (con la Lega orientata a introdurre l’uscita dal lavoro a 64 anni) e l’Irpef (Forza Italia ha insistito fino all’ultimo per estendere l’aliquota al 33% ai redditi almeno fino a 55 mila euro).

Il Documento programmatico di Bilancio (Dpb) con i numeri della prossima finanziaria – prosegue Il Corriere – è stato approvato lo scorso 13 ottobre dal Consiglio dei ministri e inviato a Bruxelles. Il testo calcola in 23,5 miliardi di euro il costo della manovra economica, con un extradeficit di 14,4 miliardi accordato dall’Ue per i capitoli difesa e energia. Gli interventi previsti riguarderanno misure per famiglie e welfare, voci a cui saranno destinati circa 5 miliardi; mentre sono 3,5 i miliardi per le imprese.

Nella Manovra dovrebbe figurare un pacchetto di misure per aumentare l’occupazione degli under 35. L’idea è lavorare su un fronte duplice, con interventi a favore delle imprese che assumono e sgravi per i giovani che trovano un lavoro. Coperture permettendo, l’intento è potenziare gli sconti per le aziende che assoldano giovani, l’altra questione è, come detto, alleggerire le imposte per i neo assunti. Per quest’ultima ipotesi balla una possibile flat tax al 5%, in alternativa, un abbattimento fino al 50% del reddito su cui pagare le tasse.

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Meloni, Schlein e la stranezza delle loro molte convergenze

27 October 2026 at 03:45

Se lo Stabilicum non dovesse assegnare il premio, l’unica maggioranza possibile a due partiti sarebbe quella tra Fdi e Pd. Fantapolitica, ma che dice molto su quanto i perni del bipolarismo italiano siano più vicini di quanto si pensi

Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.

Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.

Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta. Nella teoria delle coalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.

Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.

Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.

La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poi sciolte su un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.

Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.

Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.

Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.

Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.

Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.

La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.

La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.

La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.

Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.

Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.

La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.

La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a  Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.

È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.

A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.

Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.

La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?

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