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Morte Fakir, la frase del poliziotto davanti al corpo già esanime catturata dalla bodycam: “Aò? Muori và” | Video

28 October 2026 at 20:09

Sono diversi minuti che il respiro, già flebile di Abderrahim Fakir, si sta spegnendo mentre è ammanettato e faccia a terra. “Lascia tanto non si muove”, dice uno dei due agenti all’altro mentre gli stringono le fascette intorno alle caviglie. Fakir non si muove, non reagisce. Il video della bodycam si inquadra mentre uno dei poliziotti gira il corpo, a quel punto esanime, del 42enne marocchino. Nessun segno vitale. Il corpo cade. “Aò? Ma muori và”, esclama l’agente.

Nei minuti successivi, come riporta la relazione finale fatta sull’autopsia dai consulenti dei pm di Bologna, verranno dette altre frasi dello stesso tenore. “È schiattato”. “Cazzo me ne frega a me”. Il defibrillatore intanto ripete l’analisi del ritmo cardiaco ma non consiglia la scarica. “Se schiatta ci divertiamo”. E l’altro “Eh?” “Se schiatta ci divertiamo”. I soccorritori a quel punto allertano la centrale e i poliziotti rimangono col dubbio. “È schiattato?” “Ancora non si sa”. Qualche minuto e di nuovo si interrogano: “Andato?”.

L’agente, difeso dall’avvocato Gabriele Bordoni, si è scusato “per le frasi inaccettabili che ho pronunciato”. Intanto però l’avvocato dei familiari di Fakir, Fabio Anselmo, ha presentato una nuova nota di denuncia alla Procura, in riferimento proprio a queste frasi, che ipotizzerebbe reati più gravi di quello attualmente contestato. “Conto nella giornata di giovedì di depositare anche la relazione del nostro consulente di parte, il professor Vittorio Fineschi, che evidenzia i numerosi e grossolani errori nella consulenza tecnica dei pubblici ministeri”.

Consulenza che, in sintesi, ritiene che la causa della morte di Abderrahim Fakir sia “ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia”. Hanno “contribuito l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia, effetto dell’intossicazione acuta da cocaina, nonché la posizione prona”.

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La Cgil cancella Camusso dalla foto di Landini con Lula: “Errore tecnico”. L’ex segretaria: “Ma quale incidente…”

28 October 2026 at 18:56

Una foto pubblicata dalla Cgil per festeggiare la rielezione del presidente Luiz Inácio Lula in Brasile diventa un caso. Nello scatto postato sui social, infatti, si vede il segretario generale Maurizio Landini stringere la mano al leader sudamericano, senza nessuno attorno. Ma la foto originale, scattata quando i due si incontrarono nel 202o in occasione della visita di Lula al Papa e allo stesso sindacato, c’era anche Susanna Camusso.

“La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali del Brasile è una straordinaria notizia per il popolo brasiliano e per tutte le lavoratrici e i lavoratori che nel mondo continuano a battersi per la democrazia, la giustizia sociale, la pace e l’uguaglianza”, il testo che accompagna lo scatto incriminato nel quale Landini e Lula si stringono la mano, sorridenti, ma sullo sfondo non c’è nessun altro.

Peccato che nella foto originale, compariva proprio la ex segretaria Camusso, di cui Landini ha preso la successione. Letteralmente sbianchettata per l’occasione. Ad accorgersene è stato Il Foglio e, dopo le polemiche, è intervenuta anche l’attuale senatrice Pd: “Non è stato certo un incidente. Quando si cancella una persona da una foto lo si fa in maniera deliberata e ben ponderata. Per questo ritengo sia meglio seppellire sotto un ‘no comment’ questa pessima vicenda”, ha detto Camusso al Corriere.it.

La Cgil, da par suo, si dice “stupefatta” per la polemica e sostiene di essere in “buona fede” poiché “la foto originale, senza alcuna modifica, è stata pubblicata sul sito istituzionale della Cgil nazionale, dove è tuttora, ben prima della messa online sui social”. E fornisce la propria spiegazione, definendo “becera strumentalizzazione” le ricostruzioni giornalistiche: “Come si può notare – sottolinea la Cgil – la cancellazione non riguarda solo Susanna Camusso, ma anche un’altra persona, ed è riconducibile ad un errore tecnico per seguire le strette dinamiche social. Errore tecnico che è sfuggito al controllo finale prima della pubblicazione”.

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Caso Fakir, il poliziotto che ha detto “se schiatta ci divertiamo” si scusa con la famiglia della vittima: “Frutto di stanchezza ed emozione”

28 October 2026 at 17:42

Ha detto: “Se schiatta ci divertiamo” e “Cazzo me ne frega a me”. Ma ora vuole scusarsi “con la famiglia di Abderrahim Fakir“, il 42enne marocchino che ha perso la vita durante un fermo della polizia il 19 luglio. Uno dei due agenti coinvolti nell’indagine ha parlato per bocca del proprio avvocato, dopo che martedì sono state rese note le sue dichiarazioni, registrate dalle bodycam: “Voglio scusarmi con i familiari di Fakir e con il mio corpo di appartenenza per le frasi inaccettabili che ho pronunciato”, ha detto tramite il suo legale, Gabriele Bordoni.

Nel frattempo, l‘indagine sulla morte di Fakir prosegue. Ed è proprio nel corso dell’inchiesta che sono emerse le trascrizione delle frasi registrate dalle telecamere corporee in dotazione agli agenti, poi messe agli atti. “Espressioni frutto della concitazione, della stanchezza e della grande emozione”, le ha definite Bordoni, “ma ciò non toglie che non si addicano a un servitore dello Stato”, ha affermato il legale. La relazione dei consulenti della Procura, intanto, ha affermato l’esistenza di tre concause determinanti la morte dell’uomo: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona, l’assunzione di cocaina e i problemi cardiaci.

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Youssef Siher lascia il carcere di San Vittore “protetto” dai sostenitori: gli applausi al 30enne – Video

28 October 2026 at 16:16

Youssef Siher è uscito dal carcere di San Vittore senza rilasciare dichiarazioni, dopo che la gip di Milano Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo e ne ha disposto la liberazione. Ad attenderlo all’esterno c’erano familiari, amici e sostenitori che hanno formato un cordone attorno al 30enne, accompagnandolo fino all’auto per “proteggerlo” dai numerosi giornalisti. Presente anche Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese della Lombardia che sorreggeva una bandiera della Palestina.

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Taylor Mega testimonial del Friuli Venezia Giulia, gara aggiudicata: all’influencer 87mila euro per otto post social

28 October 2026 at 14:50

Mentre i giovanissimi scendono in piazza per il loro futuro il Friuli Venezia Giulia offre loro un modello alternativo, elevando a volto social per la promozione turistica Taylor Mega, friulana di nascita, yacht, bikini e lusso ostentato per quasi tre milioni di follower — che in un’intervista ha rivendicato compensi fra gli 8mila e i 40mila euro a post, e che rischia il processo per estorsione aggravata. Stavolta pagherebbe il pubblico, in perfetto listino: l’affidamento diretto vale 87.600 euro alla Taylor srl, la società dell’influencer (75 per cento suo, 25 della madre, un dipendente), per otto contenuti social da novembre a giugno: 10.950 euro l’uno. Offerte chiuse il 22 ottobre alle 16.38, aggiudicazione all’Anticorruzione il giorno dopo.

Raggiunto dal Fatto, il direttore generale di PromoTurismoFvg Iacopo Mestroni — anche responsabile unico della procedura — frena: “Non abbiamo firmato alcun contratto”, la prima offerta “superava i 100mila euro” ed è stata giudicata “molto onerosa”, la seconda “la stiamo valutando”, le “verifiche del caso” in corso, “nulla di più”. I dati Anac raccontano però una corsa già molto avanti: gara chiusa, aggiudicataria individuata, importo fissato, ribasso zero.

È lo stesso Mestroni a citare l’analisi del suo ufficio social: engagement allo 0,4 per cento contro un benchmark di 0,67, “community relativamente meno coinvolta”, brand fit al 66 per cento, il travel fuori dal focus della sua comunicazione. Bocciata su quasi tutta la linea, la trattativa è proseguita lo stesso: da oltre 100mila a 87.600 euro.

“Un altro episodio di spreco di denaro pubblico. E non possiamo non chiederci come sia possibile che si continui con questo andazzo. Non ci si scandalizza che si finanzino anche gli influencer che si occupano di turismo o enogastronomia (non mi pare sia questo il caso), ma qui si sta superando davvero ogni limite di buonsenso e di uso delle risorse pubbliche”, è stata la reazione del capogruppo Pd in Regione, Diego Moretti. “E poi ci si chiede perché un giovane, dopo anni di studio e sacrifici – aggiunge – da parte delle famiglie, se ne va dal Friuli Venezia Giulia per sviluppare la propria professione e trovare un futuro meritocratico”.

E nell’analisi di PromoTurismoFvg nessun cenno all’altro dossier: il 4 febbraio la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio della testimonial per estorsione aggravata e diffamazione ai danni di un ex, Simone Belleli, vicenda raccontata dal Fatto. Secondo l’accusa l’influencer, da “mandante”, lo avrebbe costretto — tramite un esecutore presentato come membro di una “famiglia mafiosa calabrese” — a rinunciare a un paio di orecchini Bulgari da 53mila euro “in origine concessi in prestito”. Udienza preliminare a marzo, dice al Fatto il difensore, che respinge le accuse e annuncia che chiederà il giudizio abbreviato: era un regalo, “non c’è uno straccio di prova testimoniale”.

Ultima chicca dal vaso dei grandi eventi: quel difensore, Maurizio Miculan, conferma al Fatto di assistere anche Sergio Emidio Bini, l’assessore alle Attività produttive e turismo che vigila proprio sull’ente che ha scelto la sua cliente. Il giro bussa pure alla porta del terzo assistito: Riccardo Riccardi, assessore e presidente del Comitato del concerto di Gemona, difeso nella querela contro La Verità dallo stesso legale. Alla domanda se l’ente ne fosse a conoscenza, nessuna risposta diretta.

E la politica è già all’attacco. Per il capogruppo Pd Diego Moretti l’ingaggio è “l’ultimo capitolo” dello “spreco dei soldi pubblici”, il segno di una “Bengodi targata Fvg”: “oltre 10mila euro per ogni contenuto social”, dopo i milioni di Gemona su cui il suo gruppo ha investito Corte dei conti e Anac. “Il presidente Fedriga e gli assessori Bini e Riccardi — chiude — portano tutta la responsabilità politica di scelte e sprechi che non sono più tollerabili”.

A muovere la pratica è PromoTurismoFvg, lo sportello regionale dei grandi eventi — da Bocelli a Gemona a Cremonini, fino alla logistica della messa del cardinale Zuppi — al centro dell’inchiesta che Il Fatto racconta da settembre. Lo stesso sportello che, mentre la gara si chiudeva, protocollava senza rispondere le domande su un altro assegno: gli 800mila euro concessi in ventiquattr’ore a Fvg Live, la società dei 3,1 milioni senza gara per Bocelli.

Il modulo di quella domanda, compilato a penna, vale da solo il viaggio. Fvg Live lo spedisce via pec il 16 marzo 2026 alle 16.34 per chiedere il contributo sul concerto di Cesare Cremonini all’aeroporto di Gorizia; il decreto arriva il giorno dopo. La richiedente è la società con zero addetti che ha chiuso il 2025 raddoppiando i ricavi a 8,6 milioni. In allegato, obbligatorio, il curriculum del legale rappresentante Luca Tosolini: quattro righe a mano, “imprenditore e manager”, “laurea in scienze dell’architettura”.

Le carte arrivano dall’accesso civico del Fatto, accolto nonostante l’opposizione di due controinteressati: sull’uso di risorse pubbliche, scrive Mestroni, “assume rilievo l’interesse alla trasparenza”. Il piano economico spiega l’opposizione: su 1.101.400 euro di preventivo, la voce “compensi per attività artistiche” è barrata. Zero. L’artista lo porta Live Nation, che figura fra le entrate con 275mila euro di “rimborso servizi”: il contributo pubblico copre il 73 per cento dei costi, il rischio d’impresa non è pervenuto.

Al consuntivo — anch’esso a mano — la spesa sale a 1.398.704 euro e una voce esplode: “ospitalità”, preventivata in 10mila euro, chiude a 209.440. Venti volte tanto, in un concerto dove l’artista non costa nulla. Le “forniture di beni e servizi” passano da 456mila a 706.737. Chi siano i fornitori, qui come a Gemona, le carte non lo dicono. E l’istruttoria è ancora “in itinere”: gli 800mila, a oggi, non risultano liquidati.

Non è l’unico assegno: il 19 febbraio altri 400mila euro vanno a Fvg Live per i Gorillaz in piazza Unità a Trieste, 25 luglio 2026, con il codice di progetto di Go!2025: fondi stanziati per Gorizia Capitale della cultura che pagano un concerto a Trieste nel 2026. A monte, una filiera semplice: il 14 ottobre 2024 PromoTurismo chiede alla Regione 14 milioni per Go!2025 — tre per gli “eventi musicali” — con una relazione di due pagine che si definisce da sola “una descrizione generica” di un programma “non ancora presentato ufficialmente”. Quindici giorni dopo, concessi.

Le tabelle 2022-2026 trasmesse al Fatto mettono in fila i totali: a Fvg Live oltre 3,5 milioni in cinque anni, a VignaPr, l’altra beneficiaria di Gemona, 764mila. Dal 2026 questi contributi passano per un bando pubblico: 166 domande, massimo assegnato 425mila euro. Fvg Live non c’è: gli 800mila di Cremonini e i 400 dei Gorillaz sono passati dal canale diretto di Go!2025, senza concorso.

E un atto depositato al Registro imprese chiude il cerchio. I biglietti di Cremonini li vendeva Eilo: il 27 febbraio — diciassette giorni prima della domanda — la presidente Silvia Tosolini vende il suo 37 per cento a Opix Holding, amministrata da Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore, come raccontato da Il Fatto a settembre; Grande Amore, la società dei tre promoter, cede un 9 per cento a testa a Opix e a Fvg Live. In tutto 16.500 euro, 13.800 per il 46 per cento di Opix, pagamenti eseguiti il 26 febbraio: lo stesso giorno della lettera di esclusiva di Bocelli.

Restano gli sportelli, tutti della stessa Regione: PromoTurismo consegna le carte scavalcando l’opposizione dei privati; la Direzione attività produttive, sulle stesse società, nega l’elenco dei fornitori e il verbale di Gemona “per indagini sui reati”. Quali indagini, non è dato sapere nemmeno a chi dovrebbe condurle: il procuratore della Repubblica di Udine Massimo Lia ha confermato al Fatto che “da parte della Corte dei conti hanno richiesto della documentazione” — un procedimento contabile — mentre sull’eventuale fascicolo del suo ufficio non va oltre un “su questo non le posso rispondere”.

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Padova, l’antenna telefonica vince contro l’oratorio vincolato con gli affreschi del Mille. La Sovrintendenza: “Forte impatto, ma basta verniciarla di azzurro”

28 October 2026 at 14:33

L’antenna telefonica sconfigge l’antico campanile. E l’oratorio con gli affreschi precedenti perfino a Giotto. “Di continuo spuntano piccoli campanili romanici”. Così lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso ha descritto la sua pianura veneta. Quel susseguirsi di campanili, appuntiti nel paesaggio dolce e piatto. In fondo è uno dei segreti del Veneto e dell’Italia: i grandi tesori delle città e quelli più discreti quasi dimenticati, disseminati ovunque. Ma oggi, ecco cosa ci racconta questa storia, all’antico patrimonio sembriamo preferire le antenne telefoniche. Parliamo dell’antico oratorio di San Michele Arcangelo a Pozzoveggiani (nella frazione di Salboro che è ancora comune di Padova). I volontari dell’associazione SalboroIncontra, che ogni settimana dedicano il loro tempo a tenere aperto e vivo l’oratorio, raccontano con passione del tempietto romano che era nato proprio qui. E dell’oratorio dove decine e decine di generazioni di padovani hanno pregato da quando l’edificio fu costruito nel V-VI secolo in epoca longobarda (fu ampliato nel XII secolo). Ma soprattutto raccontano dei due cicli di affreschi precedenti perfino al maestro Giotto. Il primo, che risale circa all’anno 1000, raffigura gli apostoli tra gli archi di un colonnato. Il secondo, un piccolo anonimo capolavoro, ritrae un Cristo Pantocratore. Nel registro inferiore una teoria di apostoli con san Prosdocimo e, nella fascia inferiore, un torneo di due cavalieri con intorno un bestiario medievale.

Oggi, però, il campanile, che per secoli è stato un punto di riferimento per viandanti e fedeli, è sovrastato da un’antenna telefonica azzurrina. Tutto comincia, come racconta l’ex sindaco di Padova, Ivo Rossi, quando una società telefonica presenta la domanda per installare un enorme ripetitore proprio accanto all’oratorio. Il Comune, come poi è stato dichiarato in giudizio, sostiene “che l’oratorio non risulta nemmeno classificato tra i beni di interesse culturale”. Come se soltanto ciò che è tutelato dalle norme meritasse di essere protetto. Ma non sarebbe nemmeno così, come riferisce qualcuno: il Ministero della Cultura – Commissione Regionale per il patrimonio culturale infatti ha accertato “la sussistenza dell’interesse culturale nell’immobile” per il quale l’oratorio doveva essere sottoposto a disposizioni di tutela. Ma intanto arriva la prima sorpresa: il comune di Padova dà il via libera al ripetitore. Tocca, come spesso succede in Italia, alle associazioni e ai comitati degli abitanti, provare a difendere quel patrimonio che le istituzioni sembrano non curare. Viene così presentato un ricorso amministrativo. Alla fine il Consiglio di Stato dà ragione ai comitati: “Con una sentenza del giugno 2026”, ricorda Rossi, “viene annullata l’autorizzazione, rendendo l’antenna priva di titolo”.

Anche il Comune, tardivamente, si accorge del guaio. Qualcuno storce il naso e ammette l’errore. Peccato che l’impianto sia già stato realizzato. Ma la parabola del campanile non è ancora finita. Nei giorni scorsi ecco arrivare la decisione della Sovrintendenza. Piuttosto sorprendente: si “riconosce… l’effettivo impatto percettivo determinato dalla realizzazione dell’opera”. Un’espressione burocratica per dire che l’antenna non ci sta proprio bene, accanto all’oratorio millenario. Dunque l’impianto dovrà essere rimosso? No, arriva la soluzione, per così dire, all’italiana. Dipingere il palo. Si può procedere, scrive la Sovrintendenza, alla “colorazione dell’impianto in tutto il suo spiccato fuori terra […] sulla scorta di idonee campionature da produrre in opera. La cromìa dovrà essere individuata nella gamma dell’azzurro e del grigio ceruleo, in modo da ridurre la complessiva percettibilità del palo rispetto allo sfondo in essere”. Vincono i cellulari, per farla breve. Anche se l’assessore alla Cultura di Padova, Andrea Colasio, cerca di correre ai ripari: “La prima autorizzazione, a nostro avviso, è arrivata in assenza di vincolo. Oggi il vincolo c’è”. Quindi? “Ho chiesto la rimozione dell’antenna o, almeno, il suo spostamento centocinquanta metri più in là”.

E pensare che non era la prima volta che l’oratorio di San Michele veniva minacciato. Nel 1866 il Veneto era stato infatti annesso al Regno d’Italia. Appena un anno dopo, con una legge del 15 agosto 1867, insieme con altri abbattimenti e acquisizioni al demanio, era stata prevista la demolizione dell’oratorio di San Michele. Ma il combattivo parroco di Salboro, don Giovanni Rizzo, si era ribellato alla decisione del Regno e aveva scritto addirittura al sindaco di Padova, Andrea Meneghini. A quei tempi, però, la decisione del primo cittadino era stata diversa da oggi: con una nota del 7 agosto 1869, il Comune annunciò che la “Direzione Compartimentale del demanio e Tasse di Venezia ha dichiarato l’oratorio di San Michele in Pozzoveggiani debba ritenersi immune dalla devoluzione al Demanio”. L’oratorio era salvo. Un’altra epoca. Allora, verrebbe da dire, il nostro patrimonio artistico era più curato di oggi. Proprio Rossi ricorda la storia da molti dimenticata della Cappella degli Scrovegni; proprio quella con il ciclo di Giotto che è diventata il simbolo della città e uno dei più noti tesori artistici italiani (ogni anno attira oltre 320mila visitatori). Un secolo fa abbiamo rischiato di perderla e di venderla all’Inghilterra. Era il 1880 quando i proprietari della Cappella, la potente famiglia Gradenigo-Baglioni, decise di venderla agli inglesi che avrebbero trasferito probabilmente i dipinti a Londra. “Per fortuna – conclude Rossi – la città poteva allora contare su un assessore di rara sensibilità e determinazione, quell’Antonio Tolomei che sarebbe diventato sindaco nel 1881, il quale si oppose alla vendita e aprì un durissimo contenzioso con i conti Gradenigo-Baglioni. Il Comune di Padova alla fine acquistò la cappella e la lasciò alla città”.

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Morte David Rossi, la Dda di Firenze indaga per omicidio: fascicolo aperto anche a Brescia. La figlia: “Finalmente”

28 October 2026 at 12:01

Due nuove indagini, una nel capoluogo toscano e una a Brescia, per fare luce sulla morte di David Rossi, l’ex capo comunicazione di Montepaschi di Siena morto il 6 marzo del 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio di Rocca Salimbeni, nella città toscana. La Direzione distrettuale antimafia di Firenze sta indagando da qualche mese, da quanto si apprende, per omicidio: è la prima volta che succede dopo due indagini della magistratura senese che hanno archiviato la morte di Rossi come suicidio. A riportarlo sono il Corriere della Sera e la Repubblica.

Il lavoro dei magistrati e la pista della ‘ndrangheta

È stata la procura di Siena a inviare gli atti a Firenze, competente sui reati legati alla criminalità organizzata in Toscana, dopo un esposto della moglie di Rossi, Antonella Tognazzi, e della figlia, Carolina Orlandi, che da anni chiedono di indagare per omicidio. I due quotidiani riferiscono anche che ci sarebbe un fascicolo aperto anche alla procura antimafia di Brescia: Mps gestiva un budget di 50 milioni di euro l’anno per le sponsorizzazioni e nel Mantovano Mps sosteneva una squadra di rugby. Poco prima della morte di Rossi ci fu un taglio di una decina di milioni. Si indaga quindi sul movente economico, cercando di capire chi avrebbe beneficiato di quel denaro e se ci fosse l’interesse anche di personaggi legati alla ‘ndrangheta, come alcuni testimoni, ascoltati in Procura tra Firenze e Brescia, avrebbero raccontato. Nel fascicolo di Firenze sono confluiti anche gli atti della commissione parlamentare di inchiesta bis che a marzo scorso aveva presentato la relazione intermedia in cui si escludeva l’ipotesi del suicidio

Dunque, come detto, anche la Direzione distrettuale antimafia di Brescia indaga sulla morte. Il fascicolo è arrivato la scorsa estate sul tavolo della pm Claudia Passalacqua, con l’obiettivo di verificare eventuali legami con la criminalità organizzata nel Mantovano, in particolare nell’area di Viadana, e possibili intrecci con la cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri, originaria di Cutro, in Calabria, e da tempo radicata tra Mantovano e in Emilia. Tra gli aspetti da approfondire ci sarebbero alcuni movimenti finanziari. Quello bresciano è uno dei tre filoni investigativi antimafia sulla vicenda, insieme a quelli delle Dda di Firenze e Bologna, che starebbero esaminando contesti e possibili collegamenti differenti.

Le parole dei familiari: “Speriamo si arrivi fino in fondo”

“Finalmente anche per la procura l’archiviazione come suicidio è superata; lo Stato non si divide e contraddice più, è omicidio per tutti“. Lo ha detto Carolina Orlandi, figlia di David Rossi, commentando la notizia dell’apertura da parte della procura antimafia di Firenze di un fascicolo con ipotesi di omicidio per la morte del padre. Orlandi si è sempre battuta contro l’ipotesi del suicidio suffragata dalle indagini della magistratura senese

“Sono 14 anni che speriamo in quello che oggi è finalmente accaduto; speriamo che questa procura, a differenza di altre, vada avanti con l’intento di scoprire ciò che è successo a David”. Lo ha affermato all’Adnkronos Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi. “Non conosco gli atti però finalmente si indaga per omicidio che è la giusta parola che andava ipotizzata fin da subito – continua – Per noi oggi è un bel risultato e continuiamo a chiedere che si lavori seriamente per capire cosa gli è successo”.

“Da oltre un anno avevamo depositato la nostra istanza di riapertura e l’avevamo corredata di elementi precisi, dettagliati, fatti che ritenevamo nuovi e assolutamente incompatibili con il provvedimento di archiviazione che era ormai consolidato per suicidio”. A dirlo sempre all’Adnkronos è l’avvocato Carmelo Miceli, legale della vedova di David Rossi e della figlia. Miceli si è detto convinto che gli aggiornamenti “mettono la parola fine sulla parola suicidio- I fatti nuovi che sono stati da noi prodotti e via via prodotti anche dalla Commissione di inchiesta, evidentemente, hanno consentito di superare quel provvedimento”.

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Spionaggio e stalking su cinesi “dissidenti” a Milano: indagate 10 persone. Minacciato anche l’influencer Teacher Li

28 October 2026 at 11:26

Spionaggio e repressione su quelli che vengono considerati “dissidenti” che vivono nel capoluogo lombardo. La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha chiuso le indagini in vista della richiesta di processo a carico di dieci indagati, tra cui quattro cinesi in “continuo contatto con le autorità” di Pechino. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata ad “azioni repressive e coercitive nei confronti” di alcuni connazionali critici nei confronti del governo cinese.

In particolare, nell’inchiesta della Digos della Polizia di Torino, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, si contestano una serie di attività di stalking, monitoraggio, pressioni e minacce sull’influencer da milioni di follower Teacher Li, 34 anni, attivista e dissidente.

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Il Garante della privacy blocca servizi televisivi e articoli sull’11enne coinvolto negli scontri a Milano: “Riservatezza del minore va rispettata”

28 October 2026 at 10:51

Il Garante della privacy blocca la diffusione di un video e di alcuni articoli riguardanti un ragazzino di 11 anni, coinvolto negli scontri di Milano, durante le proteste per il carovita. Lo stop è giunto con il provvedimento n. 809, firmato ieri dal presidente Pasquale Stanzione, a tutela del diritto alla riservatezza del minore. Nel mirino dell’Autorità c’è un servizio trasmesso “su Rai News e nella trasmissione Le Iene“, ma anche “articoli giornalistici online pubblicati dalle testate Open (www.open.online), Il Giornale d’Italia (www.ilgiornaleditalia.it), Corriere della Sera” nell’edizione milanese, “Milano Post (www.milanopost.info)”. Emittenti tv e testate “dovranno comunicare entro tre giorni le misure adottate“: ovvero, spiegare in che modo hanno provveduto a fermare la diffusione dei loro contenuti, additati dal Garante. Il provvedimento cita il video trasmesso da Le Iene, con “immagini del minore intento a compiere i menzionati atti vandalici, oltreché a inveire nei confronti del soggetto che ha effettuato le riprese”.

Secondo la nota diffusa oggi dall’Autorità, articoli e video hanno diffuso dati rilevanti come “le immagini, l’età, il quartiere, la scuola frequentata e altri dettagli personali“. Abbastanza per rendere “il minore identificabile, con possibili gravi ripercussioni sul suo sviluppo“. L’Autorità ammonisce sulla priorità del diritto del minore alla riservatezza, rispetto al diritto di cronaca delle testate giornalistiche, “qualunque sia il ruolo del minore nei fatti narrati. L’interesse pubblico a raccontare gli eventi può essere soddisfatto senza esporre i minori coinvolti“. Chiunque diffonda ulteriormente immagini e contenuti legati al minore – ammonisce il Garante – rischia la violazione delle leggi sulla privacy. Intanto, procede l’indagine.

Secondo Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy, il provvedimento del Garante è corretto: sui minori, “la normativa sulla privacy prevede speciali tutele che sono contenute sia nella Carta di Treviso che nelle Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’attività giornalistica, che sono parte integrante del Codice della Privacy. Le testate che non rispettano queste norme, non violano quindi solo la deontologia della categoria professionale, ma anche il GDPR, e per questo si espongo a pesanti sanzioni da parte del Garante per la protezione dei dati personali”.

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