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Un rapper canta e registra un videoclip durante la manifestazione di Milano

30 October 2026 at 18:58

Durante il corteo per lo sciopero generale che ha sfilato questa mattina per le strade di Milano, il trapper Andrea Marrone – in arte BighiBrown – ha approfittato dell’occupazione della Tangenziale Est, bloccata per ore dai manifestanti, per girare un videoclip, cantando in playback alcune strofe di una sua canzone in mezzo a fumogeni con i colori della bandiera italiana. “I politici ci vogliono mettere l’uno contro l’altro”, ha spiegato il trapper al termine dell’esibizione, “ma a creare i problemi non è la razza bianca né la razza nera: sono loro che vogliono crearli per metterci l’uno contro l’altro e creare ancora più casino”.

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“In piazza contro il governo Meloni e il riarmo”, il vox tra i manifestanti al corteo di Roma: “Il centrosinistra? Non ci rappresenta”

30 October 2026 at 18:48
In piazza contro il governo Meloni, reclamando salari e pensioni più alte e misure concrete contro il carovita. In corteo per le strade di Roma per protestare contro la manovra e contro le politiche di riarmo portate avanti dall’esecutivo. Circa 100mila persone secondo gli organizzatori hanno sfilato per la Capitale. Un corteo tra la stazione Termini e il ministero dei Trasporti, poi ancora verso il Colosseo e i Fori imperiali – dove diversi manifestanti si sono accampati – aderendo allo sciopero proclamato dall’Usb e dai sindacati di base, tra cori e slogan scanditi contro la premier e il suo esecutivo. Così come verso il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, accusato per la propaganda sulla legge Fornero, così come per le precettazioni dei lavoratori in sciopero, contestato quando il corteo ha sfilato sotto la sede del suo dicastero. Eppure, nella piazza che contesta Meloni, non sembra esserci fiducia su chi dovrebbe rappresentare un’alternativa di governo: “Il campo largo? Non ci rappresenta“, spiegano in tanti manifestanti. “Quando governava il Pd gli studenti che contestavano venivano manganellati allo stesso modo di oggi”, accusano gli studenti dei collettivi. Ma è soprattutto sul tema degli armamenti che i progressisti non raccolgono consensi tra chi sfila e sciopera. Al massimo, c’è chi aspetta da Pd, M5s e Avs e il fronte progressista fatti concreti: “La posizione contraria sul 5% del Pil sulle spese militari? Lo vedremo alla prova dei fatti“, spiega una manifestante, mentre mette dei fiori su un cannone di cartapesta, così come si diceva negli slogan degli anni Sessanta.
Chi ci mette la faccia in piazza, mentre nelle stesse ore del corteo i leader del centrosinistra decidono di organizzare quell’incontro rinviato per mesi sul programma, sono intanto alcuni parlamentari: “Siamo venuti qui per ascoltare, anche per sentire le critiche“, si difende il dem Arturo Scotto. Che però contesta chi parla di ambiguità sul riarmo: “La nostra posizione è chiara, quella di Elly Schlein e del Pd, come quella dei partiti del fronte progressista”. C’è anche il M5s per le strade della Capitale, con il capogruppo Riccardo Ricciardi che sottolinea: “C’è chi dice che non si sente rappresentato dal nostro campo? Noi come M5s siamo sempre stati chiari contro il riarmo“. Posizione condivisa anche da Elisabetta Piccolotti, in piazza per Avs: “Siamo in piazza con tanti parlamentari. Che ci sia un vertice tra i nostri leader significa che vogliamo raccogliere le richieste di questo corteo. Ora facciamo in fretta il programma, deve essere coraggioso”. La fiducia però non c’è, almeno per ora, tra chi protesta: “Al momento una reale alternativa non la vediamo”.

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Operaio di 24 anni investito sull’A14: caccia al pirata della strada. I filmati al vaglio della polizia

30 October 2026 at 17:54

Un operaio di 24 anni è stato investito alle 2.30 di questa notte sull’A14, mentre rimuoveva la segnaletica durante le operazioni di smantellamento del cantiere. Il conducente non ha soccorso l’operaio ed è scappato; gli agenti stanno analizzando i sistemi di videosorveglianza dell’autostrada per individuare il pirata della strada. L’incidente è accaduto a poche centinaia di metri dall’area di servizio Piceno Est in territorio ascolano, tra Grottammare e Pedaso (Fermo). L’operaio di Pedaso, ferito e dolorante a terra, è stato soccorso e trasferito d’urgenza ad Ancona per essere sottoposto a un intervento chirurgico.

Il giovane, che secondo le testimonianze sarebbe stato colpito dall’auto al fianco destro, ha riportato varie fratture al torace e alle gambe. Le versioni dei testimoni circa il colore e il modello della vettura non sono univoche e al vaglio dei poliziotti di Porto San Giorgio ci sono una decina di gigabyte di video da visionare. Secondo le prime informazioni, l’auto sarà presumibilmente identificata nelle prossime ore perché, conoscendo l’orario dell’incidente, è stato possibile restringere il campo delle ricerche.

Dopo l’urto, i colleghi dell’operaio lo hanno soccorso, allertando subito il 112. Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco e il personale dell’ispettorato del lavoro. L’operaio è stato stabilizzato e poi trasferito dal 118 all’ospedale regionale di Torrette dove è stato operato e poi ricoverato in Clinica Ortopedica senza prognosi riservata.

Sulla vicenda è intervenuta la Cgil di Fermo che ha espresso vicinanza al lavoratore e posto con forza la questione sicurezza nei cantieri, parlando di un fatto di “gravità assoluta”. Il segretario Alessandro De Grazie ha ribadito la “necessità di garantire condizioni di sicurezza effettive a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, soprattutto a chi svolge attività particolarmente esposte al rischio, come gli interventi di manutenzione e sistemazione della segnaletica lungo le autostrade. È fondamentale fare piena luce sulla dinamica dell’incidente e accertate eventuali responsabilità, rispetto alla condotta del veicolo, e rispetto alle condizioni di sicurezza sul lavoro”.

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Taylor Mega replica al Fatto sul compenso come testimonial del Friuli: “Notizie inventate”. Poi conferma l’offerta e inciampa su Svevo “friulano”

30 October 2026 at 17:35

Taylor Mega rompe il silenzio. L’influencer che PromoTurismoFvg ha scelto come volto social del turismo regionale — 87.600 euro alla sua Taylor srl per otto contenuti, 10.950 l’uno, gara aggiudicata sui registri dell’Anticorruzione, come ha raccontato il Fatto — risponde con un video su Instagram intitolato “E mandi a tutti”: “mandi” è il saluto friulano, il congedo di chi chiude la questione. E la linea è quella del complotto: “Sono stata strumentalizzata”, mio malgrado, da parte di un quotidiano “che ha una chiara estrazione politica”, “sono state inventate notizie” per “creare dubbi e insinuazioni su PromoTurismo Fvg e su di me”, “io non ci sto a questa narrazione”. Il quotidiano, mai nominato, è appunto il Fatto.

Tra un’accusa e l’altra, però, Taylor Mega conferma l’essenziale. Parla di “candidatura”, si presenta come “content creator friulana con maggior seguito sui social” e soprattutto dice: ho “indicato delle condizioni economiche inferiori rispetto a quelle influencer che hanno il mio stesso seguito”, “perché ci tengo di cuore a rappresentare il mio Friuli Venezia Giulia”. Dunque l’offerta c’è, altro che notizie inventate. Quanto allo sconto di cuore: la prima proposta, parola del direttore generale Iacopo Mestroni al Fatto, “superava i 100mila euro” ed è stata giudicata “molto onerosa”; si è chiusa a 87.600, dentro il listino che lei stessa rivendicava in un’intervista: dagli 8 ai 40mila euro a post. E per lo stesso Mestroni il prezzo “è in linea con quello di chi ha i medesimi numeri”: in linea, non inferiore. È nei commenti al video, però, che la promozione del territorio incontra la geografia.

Un follower la invita a “evitare di dire che Svevo è friulano”, perché “Trieste non è Friuli”; la testimonial non si corregge, rilancia di suo pugno: “Trieste è capoluogo del Friuli Venezia Giulia! Amate di più questa splendida regione!”. Replica del follower: “Si parlava di Svevo, non generalizzare, i Triestini sono Giuliani”. Che è esattamente così: Italo Svevo è triestino e mitteleuropeo, nato nel 1861 nel Litorale austro-ungarico, morto trentacinque anni prima che la regione col trattino venisse istituita. La testimonial pagata per promuovere il territorio inciampa sulla sua geografia culturale — e invece di correggersi, raddoppia.

Eppure, quanto a volti legati davvero al territorio, il vivaio non mancava. Samira Lui, friulana, è già ambassador di PromoTurismo, schierata a febbraio alla Bit di Milano accanto a Fedriga e all’assessore Bini; lo chef Emanuele Scarello somma cinque stelle Michelin fra Udine, Venezia e Rovigno; e il repertorio va da Giuseppe Battiston a Mauro Corona, da Antonia Klugmann alle olimpioniche Manuela Di Centa e Mara Navarria — di Carlino, lo stesso paese della testimonial. La scelta dell’influencer, insomma, non era obbligata dall’assenza di alternative. E su chi l’abbia proposta l’ente resta nel vago: “le interlocuzioni ci sono state con l’agente di Taylor Mega”, ha risposto Mestroni al Fatto, un agente di cui “onestamente” non ricorda il nome; sul perché dell’affidamento diretto, ancora nessuna risposta.

“Come è stato detto da PromoTurismo, la mia candidatura è più che giustificata”, assicura lei infine. Ma PromoTurismo, il giorno prima, aveva detto altro: “Nessun accordo o incarico conferito a Taylor Mega”, pratica “tuttora in fase istruttoria”, “nessuna decisione è stata assunta”. E l’analisi dell’ufficio social dell’ente — citata dallo stesso Mestroni — la bocciava: engagement allo 0,4 per cento contro un benchmark di 0,67, “community relativamente meno coinvolta”, brand fit al 66 per cento.

Quanto alle “notizie inventate”, la nota dell’ente non smentisce i fatti: la proposta esiste (“rientra tra quelle attualmente sottoposte a valutazione e istruttoria interna”), il Cig esiste (derubricato ad “adempimento tecnico-amministrativo”), e la dicitura “aggiudicato” sta sui sistemi dell’Anticorruzione. Dove i dati non si scrivono da soli: li comunica la stazione appaltante attraverso il responsabile unico della procedura — lo stesso Mestroni che firma la nota — con importo fissato e ribasso pari a zero. Del resto è lo stesso direttore a spiegare al Fatto che le verifiche in corso “non si limitano a quelle previste per legge ma contemplano anche, chiamiamole così, delle ragioni di opportunità”.

Il resto non è “narrazione”: sulla testimonial pende la richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Milano per estorsione aggravata e diffamazione ai danni di un ex (udienza preliminare a marzo, riferisce la difesa, che respinge le accuse: era un regalo); il suo avvocato, Maurizio Miculan, assiste anche Sergio Emidio Bini, l’assessore alle Attività produttive e turismo che vigila proprio su PromoTurismo, e Riccardo Riccardi nella querela contro La Verità. E sul filone dei grandi eventi il capogruppo Pd Diego Moretti ha già investito Corte dei conti e Anac. Mandi a tutti, appunto.

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“Youssef Siher e le proteste in chat? L’admin non è responsabile dei messaggi altrui, anche dopo il Decreto sicurezza”

30 October 2026 at 16:42

Nessun messaggio firmato Movimento 17 ottobre istiga alla violenza nella chat Telegram delle proteste in piazza. Basta leggere i “comunicati” degli amministratori, ora è giunta la conferma del giudice per le indagini preliminari. Post favorevoli alle devastazioni se ne contano 30 al giorno, di media, nel gruppo fondata da Youssef Siher. Ma l’amministratore della chat non paga per i messaggi altrui. Anche per questo, secondo il gip, l’accusa della procura è fragile e il giovane è stato scarcerato. La responsabilità penale è personale, un principio giuridico lasciato intatto dal nuovo Decreto sicurezza approvato dal governo il 20 ottobre, in vigore dal 23. Il criterio generale è ribadito da Guido Scorza e Marco Martorana, due avvocati esperti di privacy e diritti digitali, interpellati da ilfattoquotidiano.it. Il primo è l’ex componente del collegio del Garante della privacy. Il secondo è professore a contratto in diritto della privacy presso l’Università Mercatorum.

L’admin non paga per i post degli altri: responsabilità penale personale

L’amministratore di una chat “non ha un obbligo generale di controllare in anticipo i messaggi altrui”, dice Martorana. Neppure in virtù dell’articolo 420-bis introdotto dal Decreto sicurezza, tra le norme indicata dagli inquirenti per motivare il fermo giudiziario nei confronti di Siher, appena 24 ore la pubblicazione del testo in Gazzetta. “Il nuovo reato nasce dalla constatazione che la violenza di piazza oggi si prepara e si organizza anche nelle chat – prosegue Martorana – Per questo punisce più duramente chi sta a monte, con pene da quattro a dodici anni, rispetto a chi partecipa materialmente agli scontri, che rischia da due a cinque anni”. Ecco il pugno duro del governo contro le piazze digitali. Leggendo il decreto, la detenzione fino a 12 anni è la pena per “chiunque, anche mediante strumenti informatici o telematici, organizza o promuove la formazione del gruppo oppure incita o istiga alla commissione delle condotte” violente, durante le manifestazioni pubbliche.

Nessun obbligo di moderazione, cancellare messaggi o bannare gli utenti

“L’amministratore di una chat è perseguibile solo se firma personalmente un messaggio violento, oppure incita a commetterli”, dice Guido Scorza. Se una pagina ospita messaggi violenti, commette un reato l’admin che non li cancella e non redarguisce gli autori? “No”, risponde l’esperto, “perché il decreto non punisci l’omissione, il silenzio o la mancata denuncia dei messaggi altrui dinanzi alle autorità di sicurezza”. Il nuovo provvedimento del governo addita quattro condotte attive, sottolinea Scorza: “Istigazione e incitazione alla violenza, oppure organizzazione e promozione di un gruppo votato a quel fine”. Il professor Martorana concorda: “Gestire una chat non basta. L’amministratore ne risponde solo se è lui stesso a organizzare o promuovere gruppi violenti nelle manifestazioni, oppure a istigare alla violenza”. Nel caso del Movimento 17 ottobre, nessun messaggio firmato dal profilo admin esorta al saccheggio, agli assalti, alle vetrine da spaccare.

Movimento 17 ottobre: 30 messaggi violenti al giorno, favorevoli il 12,1 per cento degli utenti

I post violenti ci sono, nella sua chat, secondo l’analisi preliminare di una ricerca scientifica firmata da Lorenzo Alvisi, dottorando presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca. In misura maggiore rispetto ad un’altra pagina volano delle proteste, battezzata Italia in Piazza. Qui, il 20 ottobre, in cima ai messaggi gli amministratori hanno fissato il messaggio: “Non bisogna assolutamente incitare alla violenza, che sia verbale o altro”. Nessun invito simile è giunto dagli admin del gruppo Movimento 17 ottobre, dove non mancavano elogi di assalti e devastazioni. Quanti? 170 in tutto, dal 18 al 23 ottobre, secondo l’analisi di Alvisi: il 12,1 per cento degli utenti ha invitato almeno una volta alla violenza. Su Italia in piazza, la cifra scende all’1,7 per cento dei partecipanti, con 10 messaggi violenti su 7140, pari allo 0,14%. Simili numeri, possono spiegare il faro degli inquirenti, senza motivare accuse penali.

Il primo messaggio: “Troppo liberali nella chat Italia in piazza, tollerano i fascisti”

L’admin di una chat non è il parafulmine legale dei messaggi degli utenti, neppure dopo il Decreto sicurezza. Dunque nessun obbligo giuridico generale di moderazione preventiva, in capo agli amministratori. Eppure, la necessità di un argine è tra le ragioni fondanti del Movimento 17 ottobre. Basta rileggere il primo post: “Abbiamo creato questo gruppo come spazio per discutere e parlare insieme. Alcuni di noi erano nel gruppo di Italia in piazza, quelli che hanno chiamato ieri. Ma hanno un’impostazione liberale che tollera razzismo e fascismo e toglie spazio ai partecipanti per decidere insieme come organizzarci”. Ovvero, gli admin di Italia in Piazza, troppo “liberali”, avrebbero fatto bene a prendere le distanze dagli xenofobi. Eppure, secondo l’analisi di Lorenzo Alvisi, l’estrema destra radunava appena lo 0,5 dei partecipanti della chat, con il 5 per cento di destra moderata. Quanto basta per invocare la moderazione.

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Sciopero generale, il manifestante ai poliziotti: “Il governo ci affama. Scendete in piazza con noi”

30 October 2026 at 16:31

“Non ce la facciamo ad arrivare a fine mese e la vostra situazione non è così diversa”. A dirlo ai poliziotti e ai finanzieri è uno degli oltre 50mila manifestanti che hanno sfilato in corteo per le vie di Milano.

“Cosa ci vuole a farvi scendere in piazza con noi”, ha detto lo studente universitario alle forze dell’ordine in tenuta anti sommossa. “Il governo ci affama, devo fare cinquanta chilometri al giorno per andare in aula. Non vi chiedo una rivolta violenta, ma pacifica”.

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“Governo vaff**”: il grido del corteo di Reggio Calabria. “Meloni lo sai quanto costa andare da qui a Milano per curarsi?”

30 October 2026 at 15:41

Più di mille persone e nessun incidente a Reggio Calabria per il corteo che ha attraversato il centro storico della città dello Stretto per protestare contro la guerra, il riarmo e le politiche economiche del governo Meloni. Anche sulle note di “Bella ciao”, la manifestazione, partita da piazza De Nava e promosso dall’Usb insieme a Orsa Porti, ha portato in piazza soprattutto tanti giovani, tra bandiere palestinesi, striscioni e slogan contro il carovita e i tagli ai servizi pubblici.

“È una cosa importante – afferma Peppe Marra dell’Usb Calabria – perché la storia ci insegna che quando i lavoratori e gli studenti hanno sposato le stesse cause, qualcosa nel nostro Paese è sempre migliorato”. Piu duro un altro sindacalista, Aurelio Monte, sempre dell’Usb: “State distruggendo l’Italia intera e pensate soltanto ad acquistare armi, e i nostri ospedali stanno crollando. I cittadini sono costretti a emigrare per andarsi a curare”.

Rivolgendosi alla presidente del Consiglio, Monte ha aggiunto: “Tu sai quanto costa fare un viaggio da Reggio Calabria a Milano, a Roma, per andarsi a curare? Non ne hai idea. Tu viaggi con l’aereo di Stato, con l’elicottero e con la macchina blu. Meloni, ormai ti abbiamo sgamato, non sei più credibile. Vai a casa. Basta con gli inganni, basta con le promesse mancate. Governo vaffanculo”.

Nel mirino del sindacalista dell’Usb finisce pure il ministro delle Infrastrutture e il progetto del Ponte sullo Stretto: “Salvini, quel ponte che vuoi fare, mettitelo dietro”. Ma anche il segretario di Forza Italia: “Stanno arrivando i droni. Questo è il nostro ministro degli Esteri, uno che dice di nascondersi quando vediamo i droni. Siamo arrivati a questo livello. Una politica così scarsa, così incompetente, non l’abbiamo mai vista in questa Italia. Sono arrivati a dimostrare che anche gli asini possono andare in Parlamento”.

Tra gli interventi ci sono stati quelli degli studenti, che contestano i tagli all’istruzione e la gestione delle risorse pubbliche. “Io devo prepararmi a combattere per una nazione che neanche mi ascolta?”. E ancora: “Coloro che sono al governo non vogliono un popolo di successo. Loro vogliono delle pedine che seguono il volere di chi paghiamo con i nostri soldi. Alcuni chiameranno queste proteste un weekend lungo, ma quelli lì se lavorano 3 giorni alla settimana è tanto”.

Secondo un altro studente: “È importante andare a scuola e studiare la storia del nostro Paese per evitare di fare gli stessi errori ed evitare di diventare come Salvini, come Vannacci e come Tajani”.
Non mancano, infine, gli slogan antifascisti e quelli contro la presidente del Consiglio: “Meloni, vaffanculo”. Dal microfono c’è il tempo di un ultimo messaggio: “Se spendono miliardi in propaganda è perché sanno che quando la gente si incazza c’è poco da fare. Non bastano tutti i lacrimogeni in faccia e tutte le manganellate in testa e tutti i decreti sicurezza del mondo a fermare la gente quando è incazzata e quando ha detto basta”.

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Sottorganico di 30mila posti e decreti spot: così la sicurezza resta un’illusione

30 October 2026 at 13:25

A ogni fatto grave la risposta è sempre la stessa: un decreto, misure urgenti, pene più severe, nuovi reati. Ma chi ha gestito la sicurezza sulla strada sa che serve ben altro. Con organici carenti, mezzi e strutture logistiche insufficienti, la fermezza annunciata resta sulla carta.

Le responsabilità sono dell’intera politica. Una parte, da sempre condizionata da una visione ideologica della sicurezza, ha guardato con diffidenza all’autorità dello Stato, quasi fosse una controparte. Sull’immigrazione ha consentito un’accoglienza senza adeguato governo dei flussi né una strategia d’integrazione, favorendo condizioni di marginalità e disagio. L’altra ha fatto di quelle carenze una promessa elettorale di ordine e fermezza ma, al governo per un’intera legislatura, non le ha dato seguito, a partire dal ripianamento e potenziamento degli organici.

Nel novembre 2025 il Ministero dell’Interno indicava 12.813 posti scoperti nella Polizia. Fra tutte le Forze, le carenze ammontavano a 33.739 unità. Per la sola Polizia erano previste circa 16.800 cessazioni fra il 2025 e il 2028. Le assunzioni ci sono state e, si spera, continueranno. Ma ogni nuovo ingresso viene celebrato come un potenziamento, senza considerare i pensionamenti né dimostrare un effettivo incremento degli organici. E chi sostiene che abbiamo più poliziotti di Francia e Germania trascura la presenza radicata in Italia di mafia, camorra, ‘ndrangheta e quarta mafia foggiana, rendendo fuorviante un semplice confronto numerico.

Servirebbe, invece, una rigorosa programmazione progettuale e finanziaria per ripianare e potenziare gli organici, garantire formazione qualificata e continua, incentivi economici commisurati ai rischi, mezzi e tecnologie moderni, sedi dignitose. Occorrerebbe soprattutto rafforzare intelligence, strutture investigative e reparti specializzati, decisivi per individuare preventivamente e contrastare i gruppi violenti che macchiano le manifestazioni. In altre parole: una seria politica sulla sicurezza. Invece, ogni decreto aggiunge nuovi compiti a uffici già in sofferenza.

L’articolo 9 dell’ultimo decreto sicurezza svela la contraddizione: tutti i nuovi adempimenti devono essere svolti con le risorse già disponibili ad invarianza di spesa. Unica eccezione, i quasi cinque milioni di euro stanziati per i 500 militari a Milano: fondi che potevano essere destinati a potenziare le forze di polizia. È chiaro, allora, perché si tenti di celebrare il fermo preventivo. Una rivendicazione non solo strumentale, ma anche mortificante per la professionalità delle forze di polizia, già dotate di strumenti incisivi, come le perquisizioni d’iniziativa o su delega dell’autorità giudiziaria, dimostratesi ancora una volta determinanti. Attribuire al fermo meriti non propri altera la realtà. Lo si chieda agli addetti ai lavori.

Pattugliare i quartieri e rapportarsi ogni giorno ai cittadini richiede competenze e attribuzioni proprie delle forze di polizia, che l’Esercito non può avere. Un blindato protegge un obiettivo, ma non sostituisce una strategia di sicurezza urbana. Ho lavorato a lungo con i militari e so che certi impieghi suscitano in loro stessi forti perplessità, taciute per disciplina.

Anche la gestione delle piazze va ripensata. Dopo il G8 di Genova serviva recuperare fiducia, ma oggi, contro gruppi organizzati che aggrediscono e devastano, il contenimento non può diventare passività. Occorre proteggere manifestanti pacifici, negozi e beni pubblici, senza far subire violenze agli operatori fino alla fine dei disordini. Vanno respinte le ingerenze politiche nelle scelte tecniche delle autorità di pubblica sicurezza e la tendenza, come spesso accade, a scaricare sul Questore, anello debole della catena, responsabilità talvolta presunte per servizi svolti anche con forze insufficienti. Manca inoltre la certezza della pena: carenze di uffici giudiziari e carceri ostacolano processi tempestivi ed effettiva esecuzione delle condanne.

Continuando così, crescerà la distanza tra le aspettative dei cittadini e le risposte dello Stato. Mi auguro che la politica comprenda finalmente la necessità di investire seriamente nella sicurezza, restituendo alle Forze di Polizia la loro storica autorevolezza, con organici adeguati, dirigenti qualificati, investigazione e prevenzione rafforzate, affiancate da una giustizia efficiente. Servono riforme e anni di lavoro che, differentemente dai decreti urgenti, non garantiscono visibilità immediata.

Qui sta la responsabilità della politica attuale: preferire il consenso di oggi a risultati che matureranno nel tempo, forse sotto altri governi. Eppure chi assume responsabilità pubbliche deve saper investire nel futuro. Altrimenti si deteriorerà la fiducia dei cittadini che rispettano le regole e di chi rischia ogni giorno per farle rispettare.

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Il video di Lagarde con cerotti sul viso mentre annuncia le dimissioni dalla Bce: “Ho fatto un intervento. Fatevi controllare la pelle”

30 October 2026 at 13:11

Aveva un cerotto sulla guancia e uno sul naso, Christine Lagarde, nel video sui social con cui ha annunciato le sue dimissioni anticipate da presidente della Bce. Gli utenti si sono scatenati, facendo ipotesi sul suo stato di salute. La numero uno dell’Eurotower non ha voluto lasciare spazio a teorie fantasiose e ha chiarito tutto: “Per evitare speculazioni sui social, i cerotti sul viso sono dovuti a un piccolo intervento chirurgico a cui mi sono sottoposta all’inizio della settimana”, ha scritto su X. Nel messaggio, condiviso dal suo staff, la presidente della Bce ha colto l’occasione per invitare alla prevenzione: “Seguite le prescrizioni del medico e fate controllare regolarmente la pelle“.

La sua uscita di scena da Francoforte sarà il 7 febbraio 2027. Fino ad allora presiederà altre due riunioni del consiglio direttivo, quella di dicembre e l’ultima il 4 febbraio.

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Parma, 2 morti e un neonato grave per un’intossicazione da monossido. Ipotesi malfunzionamento di una stufa

30 October 2026 at 13:02

Una grave intossicazione da monossido di carbonio, probabilmente a causa del malfunzionamento di una stufa, ha provocato la morte di due persone, un uomo e una donna, a Bocca d’Enza di Mezzani, nel Parmense.

In casa con loro c’era anche una bambina di 7 mesi, ricoverata all’ospedale Di Vaio di Fidenza in condizioni molto gravi, e un bambino di sei, uscito con le proprie gambe dall’abitazione. Le due vittime, di origine presumibilmente africana, avevano 35 e 32 anni e sarebbero stati marito moglie. Nonostante l’arrivo dei soccorsi, per loro non c’è stato nulla da fare.

Sul posto 118 e carabinieri, impegnati nella ricostruzione della dinamica che ha portato al decesso delle persone: la prima ipotesi sarebbe il malfunzionamento di una stufa. La neonata, al momento, viene trattata nel centro iperbarico dell’ospedale per cercare di ristabilire i parametri di ossigenazione del sangue.

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Corteo a Napoli, bruciato un carro armato di cartone per protesta contro la spesa militare

30 October 2026 at 12:45

Un carro armato di cartone – con dei soldi finti e il volto di Giorgia Meloni – è stato dato alle fiamme dai manifestanti del corteo di Napoli contro il carovita e la politica del riarmo. “È un gesto simbolico“, dicono i promotori schierati proprio davanti all’ingresso dell’autostrada in via Reggia di Portici. Di fronte a loro le forze dell’ordine in assetto anti sommossa per impedire l’accesso all’autostrada. Alle spalle degli agenti anche quattro camionette blindate di polizia e carabinieri. Un gruppo di manifestanti sta continuando a percorrere via Reggia di Portici, andando in direzione dell’uscita dell’autostrada.

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Papa Leone XIV vota per corrispondenza alle elezioni di midterm Usa: «È ancora iscritto nelle liste dell'Illinois»

30 October 2026 at 11:52
Prevost ha tre cittadinanze, risulta ancora residente a New Lenox, in Illinois. Dai registri pubblici, risulta che si era espresso nelle primarie repubblicane del 2012, 2014 e 2016, in quelle democratiche del 2008 e del 2010, e alle elezioni del 2012, 2014, 2018 e 2024

Napoli, manifestanti portano cornetti e sfogliatelle alle forze dell’ordine: “Gesto per abbassare le barriere”

30 October 2026 at 11:17

Durante la protesta in zona porto, in via Reggia di Portici, a Napoli alcuni manifestanti hanno deciso di portare cornetti, graffe e sfogliatelle alle forze dell’ordine in servizio. A parlare è proprio uno dei manifestanti: “Sì, abbiamo deciso di portare sfogliatelle, cornetti, graffe alle forze dell’ordine. È un gesto che serve per abbassare le barriere. Abbiamo visto tante cose brutte nelle manifestazioni, hanno usato tanta violenza per screditare le cose che portavamo in piazza e non è una cosa giusta“, spiega l’intervistato. “La maggior parte siamo tutte brave persone, lavoriamo, andiamo all’università e abbiamo i nostri problemi. E non dobbiamo prendercela con le forze dell’ordine, perché anche loro fanno benzina, fanno la spesa, hanno i figli. E come dicevo prima, sono angeli, perché comunque ci tutelano, mettono tutto in sicurezza. E quindi dobbiamo abbassare un po’ questa barriera d’odio che si è creata. Grazie mille”, ha concluso.

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Chiedere chiarezza sull’operato della polizia non significa schierarsi con chi spacca le vetrine

30 October 2026 at 11:10

di Samuele Lucia

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale, ogni volta che un cittadino scende in piazza per contestare il governo, il dibattito pubblico finisce per trasformarsi in una gara a chi invoca più manganelli. Sia chiaro: chi aggredisce un agente, lancia bottiglie, incendia cassonetti o devasta una città non è un manifestante da giustificare. È responsabile delle proprie azioni e deve risponderne. Le forze dell’ordine meritano rispetto, tutela e solidarietà quando vengono aggredite. Ma il rispetto per una divisa non può trasformarsi nella rinuncia a giudicare ciò che avviene sotto quella divisa.

Le immagini e le testimonianze raccolte nelle manifestazioni del 24 ottobre, da Torino a Bologna, da Roma a Milano, raccontano anche un’altra storia. A Bologna, in via Marconi, un idrante ha colpito un’ambulanza mentre stava soccorrendo un giovane manifestante che si era sentito male dopo essere stato immobilizzato a terra dagli agenti. Una giovane è stata colpita in pieno volto da un getto d’acqua a distanza ravvicinata, riportando lesioni gravi a un occhio e un’emorragia cranica. Amnesty International ha denunciato criticità che meritano accertamenti indipendenti, segnalando episodi di possibile uso sproporzionato della forza contro persone pacifiche e fermi preventivi estesi (oltre 370 persone, di cui 110 minorenni).

Da quando il governo Meloni ha assunto la guida del Paese, la sicurezza è diventata uno dei suoi principali terreni di comunicazione. Più reati, più divieti, più poteri preventivi, più carcere. Il messaggio è semplice: lo Stato è forte quando reprime, il governo è autorevole quando promette tolleranza zero. Ma la sicurezza non si misura dal numero di persone fermate, né dalla quantità di manganellate o idranti distribuiti in una piazza.

Il governo non impartisce necessariamente ordini illegittimi agli agenti, e sarebbe scorretto sostenere il contrario senza prove. Ma la politica ha una responsabilità enorme nel clima che contribuisce a creare. Se si racconta la protesta come un problema di ordine pubblico, se si alimenta la contrapposizione tra cittadini e dissenso, se ogni critica viene liquidata come complicità con i violenti, si finisce per restringere pericolosamente lo spazio della democrazia.

La domanda non è se lo Stato debba difendersi dalla violenza. Certamente deve farlo. La domanda è se, nel farlo, possa dimenticare di essere sottoposto alle stesse leggi che pretende di far rispettare. Un poliziotto che viene aggredito è una vittima e va tutelato. Un cittadino che viene colpito ingiustamente ha gli stessi diritti e deve poter ottenere giustizia. Non esistono due pesi e due misure, né una Costituzione valida soltanto quando fa comodo a chi governa.

Eppure, in questo clima, sembra quasi che chiedere chiarezza sull’operato delle forze dell’ordine equivalga a schierarsi con chi spacca le vetrine. È un falso dilemma e un pericoloso alibi. Si può condannare senza esitazioni la violenza dei manifestanti e pretendere, contemporaneamente, che ogni abuso da parte di chi esercita il potere venga accertato e sanzionato.

Anzi, è proprio questo che distingue uno Stato democratico da uno Stato che pretende obbedienza.
Servono trasparenza, identificativi sulle divise, verifiche indipendenti, responsabilità individuali e regole chiare sull’uso della forza. Non per indebolire le forze dell’ordine, ma per restituire loro credibilità. La maggioranza degli agenti che svolge correttamente il proprio lavoro non dovrebbe pagare il prezzo di chi eventualmente sbaglia. La democrazia non si difende mettendo a tacere le piazze. Si difende garantendo che possano esistere, anche quando disturbano chi governa. Uno Stato davvero forte non ha paura di essere controllato e non ha bisogno che i cittadini abbiano paura di lui.

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“A fine stipendio c’è ancora troppo mese, come faremo a pagare i riscaldamenti?”. “Spendete i soldi per i giovani, non nelle armi”: le voci dal corteo di Milano

30 October 2026 at 10:23

“Siamo stufi di sentire le solite bugie, di fare guerra tra poveri”. “Faccio la maestra e oggi sciopero per il carovita, i tagli alla salute e i tagli alla scuola”. Sono alcune delle voci dal corteo di Milano durante la mobilitazione generale del 30 ottobre. “A fine stipendio c’è troppo mese”, dice una docente. “Ora che arriva l’inverno come faremo con il riscaldamento?”.

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Napoli, bruciate le immagini di Meloni e Bernini durante lo sciopero generale

30 October 2026 at 09:36

Bruciate le immagini di Meloni e Bernini a Napoli durante lo sciopero generale. Gli studenti e le studentesse del CAU (collettivo autorganizzato universitario), durante il grande corteo regionale indetto dall’unione sindacale di base contro carovita, guerra e carobenzina hanno dato fuoco ad un’immagine rappresentante la premier Giorgia Meloni e la Ministra dell’università Annamaria Bernini mentre stringono le mani del famoso omino simbolo del gioco di società Monopoly.

Gli studenti hanno spiegato le ragioni del loro gesto: “I prezzi dei beni di prima necessità sono triplicati, la benzina è diventata un bene di lusso, i trasporti funzionano sempre peggio, lo stipendio – quando c’è – non basta più, e invece di ricevere risposte concrete dall’attuale governo vediamo solo tappeti rossi alla speculazione edilizia”.

La critica principale mossa dai giovani del CAU è proprio rivolta all’attuale piano di edilizia studentesca voluto dal governo Meloni nel PNRR: “Siamo stufi di continuare ad assistere a politiche di privatizzazione e di definanziamento del settore universitario, paghiamo affitti che raggiungono i 700€ per una camera singola nelle grandi città universitarie e l’unica risposta di questo governo è investire miliardi del PNRR per la costruzione di studentati di lusso privati in cui solo il 30% dei posti è a prezzi calmierati e che coprono meno del 5% del numero di fuorisede in Italia”.

Infine, concludono: “Noi vogliamo una vita degna, una vita bella, chiediamo che il totale degli investimenti PNRR siano destinati alla sola costruzione di studentati pubblici al 100%, un calmiere sui prezzi degli affitti delle nostre città e extra tassazione dei multiproprietari che nelle nostre città posseggono decine di case e le tengono sfitte”.

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Elicottero precipitato in Bosnia: il pilota, lo specialista, la studentessa e l’infermerie. Chi sono le 4 vittime

30 October 2026 at 09:30

Due militari e due operatori della Cri (Croce Rossa Italiana) hanno perso la vita ieri 29 ottobre mentre si trovavano a bordo di un elicottero che è precipitato in Bosnia. Accanto a loro 11 persone sono rimaste ferite. Secondo le ricostruzioni, il velivolo, un CH 47, si è alzato in volo giovedì mattina da Viterbo e, dopo uno scalo all’aeroporto di Pratica di Mare, ha raggiunto la Bosnia: è precipitato nel corso di alcune operazioni addestrative quotidiane, che sono una delle attività proprie dell’operazione Eufor Althea. Quest’ultima è una missione che opera sotto l’autorità del Consiglio dell’Unione europea e ha come obiettivi il monitoraggio delle condizioni di pace che hanno posto fine alla guerra di Bosnia-Erzegovina e il supporto delle autorità nel percorso di crescita del Paese e di adesione all’Ue.

I due militari ai comandi del velivolo erano il sergente Simone Ruggia, pilota, e il sergente Claudio Marchesi, specialista dell’aeromobile, ed entrambi erano in servizio al Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo. I due soldati, inoltre, erano di stanza al primo reggimento Antares del Centro Addestrativo di Viterbo – struttura di addestramento e formazione di piloti e tecnici di volo. Simone Ruggia, 30 anni, era originario di Salerno ed era a Viterbo da almeno otto anni: amava il mare, la corsa e il ciclismo. Claudio Marchesi, 35 anni, era originario di Orvieto e si trovava nella città laziale da tre anni: lo sport era la sua passione principale, in particolare la palestra, lo sci e il calcio, che aveva praticato da ragazzo.

Le altre due vittime facevano parte del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana: il tenente Franco Adriano Zecchillo, infermiere originario di Milano che avrebbe compiuto 65 anni tra pochi giorni, e il sergente Laura Procacci, studentessa di medicina. Quest’ultima aveva 24 anni ed era la prima donna sottoufficiale di Andria ad aver prestato giuramento nel Corpo militare della Cri.

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Scuole e università, le ragioni di chi sta occupando. Dal carovita ai tagli all’istruzione: “La guerra non la paghiamo”

30 October 2026 at 07:07

Non soltanto lavoratori e sindacati. Nelle piazze di venerdì 30 ottobre, per lo sciopero generale proclamato dall’Unione sindacale di base, ci sarà anche una parte del movimento studentesco che da settimane occupa scuole e università in tutta Italia. Diritto allo studio, caro affitti, edifici fatiscenti e riarmo: sono queste alcune delle ragioni che hanno portato gli studenti a mobilitarsi e che domani proveranno a portare in piazza insieme ai lavoratori.

A Milano, alla Bicocca, gli studenti di Cambiare Rotta hanno occupato l’università con uno slogan che lega le rivendicazioni studentesche alla mobilitazione generale: “La guerra non la paghiamo”. “Ormai da settimane, gli studenti, i giovani e i lavoratori di tutta Europa stanno alzando la testa contro il crescente carovita e lo smantellamento dei servizi pubblici a favore della guerra e del riarmo”, scrivono. Nel mirino c’è un governo accusato di non intervenire sul costo della vita, sugli affitti e sulle bollette, mentre destina risorse al riarmo. “Il carrello della spesa delle nostre famiglie costa il 50% in più rispetto a cinque anni fa”, denunciano. La protesta parte anche da condizioni quotidiane sempre più difficili: “È il futuro di chi non trova lavoro, di chi è costretto a pagare 600 euro per una stanza, di chi paga per studiare ma vede la propria università crollare sotto i colpi del definanziamento, di chi non può nemmeno permettersi di accedere all’istruzione”. Sempre a Milano, alla Statale, l’occupazione è stata accompagnata da un elenco di problemi che racconta le difficoltà di chi frequenta l’ateneo. “1559 studenti idonei non beneficiari a un posto letto in residenze pubbliche abbandonati alla speculazione del mercato degli affitti o agli studentati di lusso; corsi di studio con un numero di docenti irrisorio che fanno partire le lezioni in ritardo di un mese; edifici chiusi da anni che non si sa quando riapriranno; aule sovraffollate o che ci crollano in testa”. È “un percorso a ostacoli dove studiare diventa sempre più difficile e, soprattutto, costoso”. Domani saranno in piazza contro “guerra e carovita”, con un messaggio esplicito: “Sappiamo di avere un nemico comune nel Governo Meloni e nei guerrafondai europei che vogliono trascinarci in guerra e scaricare su studenti e lavoratori il prezzo di queste scelte: non glielo permetteremo, siamo pronti a bloccare tutto di nuovo”.

A Roma, alla Sapienza, Cambiare Rotta ha occupato la facoltà di Lettere e Filosofia. “La nostra generazione è in rivolta, è stanca di subire, ha alzato la testa e vuole strappare un futuro a chi non ci garantisce neanche un presente dignitoso”, scrivono gli studenti, che chiedono più risorse per l’università, borse di studio e residenze pubbliche. Anche qui il definanziamento viene messo in relazione alle spese militari: “Ogni euro che nel bilancio si sposta sulla guerra però è un euro tolto al nostro futuro”. La richiesta non riguarda soltanto più fondi, ma anche un diverso modello di istruzione, sottratto alla logica del profitto e del riarmo. Le occupazioni riguardano anche altri grandi centri universitari. A Torino è occupato il campus Einaudi: tra le richieste c’è che i posti letto realizzati con i fondi del Pnrr escano dalla gestione privata per entrare nel sistema pubblico. “Più soldi all’università, non alla guerra” è uno degli slogan della protesta. A Napoli, invece, gli studenti dell’Orientale occupano da oltre una settimana Palazzo Giusso; mobilitazione anche a Porta di Massa, sede della Federico II. Le rivendicazioni riguardano “il carovita, lo smantellamento dell’università pubblica e l’emergenza abitativa studentesca”. La mobilitazione attraversa anche le scuole superiori. A Roma sono occupati, tra gli altri, il Mamiani, il Tasso, il liceo artistico di via Ripetta, l’Argan, il Piaget, il Plinio Seniore e il Morgagni. Al Plinio, il collettivo 20 novembre contesta una scuola sempre più simile a un’azienda, con “ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori”, e denuncia il rischio di una “scuola caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio”. Gli studenti rivendicano il diritto a organizzarsi e annunciano che la protesta non si fermerà con la fine delle lezioni: “Occupare, manifestare, scioperare, sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù”. Al liceo Francesco d’Assisi la protesta passa invece dalle condizioni materiali dell’edificio: “I bagni in cui non funzionano gli scarichi o non si chiudono le porte sono la maggior parte. I corridoi sono sporchi, la palestra ha un’infiltrazione d’acqua e le macerie rimaste da ormai un anno, che occupano il nostro cortile, non sono mai state smaltite”. Gli studenti contestano anche le politiche scolastiche del Governo.

A Firenze sono occupati diversi istituti, tra cui il Gramsci, l’Alberti-Dante, il Castelnuovo, il Da Vinci, il Galileo-Michelangiolo e il Machiavelli-Capponi. Le denunce riguardano aule che si allagano quando piove, infestazioni di insetti e ratti, muffa, carenze di personale e problemi di sicurezza. Ma le contestazioni investono anche le politiche del governo, dal tetto agli studenti stranieri al disegno di legge sull’educazione sessuo-affettiva, fino ai percorsi scuola-lavoro. “Abbiamo deciso di bloccare le nostre scuole in segno di protesta di fronte a un governo che prioritizza la guerra a discapito dell’istruzione”, scrivono gli studenti. Le occupazioni e le proteste coinvolgono anche altre città. A Torino sono mobilitati il Boselli, il Volta, il Beccari, il Giolitti e il Gobetti; a Bologna sono occupati il Minghetti e il Laura Bassi, mentre al Copernico, al Sabin e al Galvani gli studenti hanno bloccato gli ingressi. A Genova le mobilitazioni interessano diversi istituti, dal Gastaldi-Abba al Nautico San Giorgio, mentre a Palermo le scuole occupate sono più di dieci, tra cui il Galilei, il Pio La Torre, l’Umberto I, il Meli e l’Einstein. Anche a Milano, accanto ad alcune occupazioni, si sono moltiplicate assemblee, presidi e altre iniziative di protesta, che hanno coinvolto istituti come il Tenca, il Virgilio, l’Einstein, il Carducci, l’Agnesi, il Bottoni e il Boccioni. Per gli studenti delle superiori e delle università, lo sciopero generale è l’occasione per mettere in comune le rivendicazioni di chi studia e di chi lavora. “Vogliamo essere parte di una mobilitazione capace di unire le lotte di studenti e lavoratori, di chi nelle scuole e nelle università si organizza contro il definanziamento e di chi nei luoghi di lavoro si oppone allo sfruttamento e alla perdita dei propri diritti”, scrivono.

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