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Sara Teasdale, lo spazio bianco del dolore (traduzione di Stefano Dal Bello)

30 October 2026 at 06:36

La contemplazione della Bellezza, degli uccelli e dei petali di poinsettia in volo, la presenza del dolore e della Morte: dalle passeggiate nei parchi o per le vie cittadine, nel breve tempo tra un ricovero e l’altro, Sara Teasdale (Saint Louis, 1884 – New York, 1933) raccoglie immagini e sensazioni e ce le riconsegna filtrate da una sensibilità cristallina, da versi delicati, compatti, brucianti. L’incedere a piccoli passi durante periodi di inquieta e vitale convalescenza si riversa nella struttura dei suoi componimenti. In Flame and Shadow (1920), il libro della sua maturità, la brevità delle poesie nel grande spazio bianco della pagina, il ritmo e la sonorità di ogni verso riflettono quei momenti di sofferenza e stupore, di degenza e rivelazione che hanno accompagnato la vita della poetessa, fino alla morte per suicidio a quarantotto anni. Le immagini poetiche – limpide e concrete – sono rese da parole preziose, scelte con cura. L’apparente semplicità che ne deriva nasconde un’insolita chiarezza della visione, e una capacità di arrivare all’essenziale spesso scambiata per materiale da canzonetta malinconica.

Ho cercato di mantenere intatte le fondamenta di queste poesie, ma l’approssimazione insita in ogni atto di traduzione mi ha convinto ad accompagnare le mie versioni con i testi originali. Il lettore più accorto potrà allora sentire la vera materia sonora che scorre attraverso l’opera di Sara Teasdale.

S. D. B.

Compensation

I should be glad of loneliness
And hours that go on broken wings,
A thirsty body, a tired heart
And the unchanging ache of things,
If I could make a single song
As lovely and as full of light,
As hushed and brief as a falling star
On a winter night.

*

Ricompensa

Dovrei esser grata alla solitudine,
all’ora che avanza con ali spezzate,
al corpo assetato, al cuore stanco,
al fisso dolore dentro le cose.
Se potessi, farei una poesia
tanto incantevole e piena di luce,
breve e silente: una stella cadente
in una notte d’inverno.

***

The New Moon

Day, you have bruised and beaten me,
As rain beats down the bright, proud sea,
Beaten my body, bruised my soul,
Left me nothing lovely or whole –
Yet I have wrested a gift from you,
Day that dies in dusky blue:

For suddenly over the factories
I saw a moon in the cloudy seas –
A wisp of beauty all alone
In a world as hard and gray as stone –
Oh who could be bitter and want to die
When a maiden moon wakes up in the sky?

*

Novilunio

Giorno, mi hai picchiata e illividita,
pioggia sul limpido mare orgoglioso,
corpo battuto, anima pesta,
nulla di bello hai lasciato, di intero –
ma da te ho strappato un dono,
Giorno che muori in ombroso cobalto:

sopra le fabbriche, in lampo improvviso
vidi una luna sul mare di nuvole –
un isolato respiro di grazia
sul mondo duro e grigio come pietra –
oh, chi amareggiato vorrebbe la morte
con una luna nascente nel cielo?

***

Nightfall

We will never walk again
As we used to walk at night,
Watching our shadows lengthen
Under the gold street-light
When the snow was new and white.
We will never walk again
Slowly, we two,
In spring when the park is sweet
With midnight and with dew,
And the passers-by are few.
I sit and think of it all,
And the blue June twilight dies, –
Down in the clanging square
A street-piano cries
And stars come out in the skies.

*

Crepuscolo

Non andremo più a passeggio
come a notte facevamo,
le nostre ombre, guardando, allungarsi
sotto la luce dorata dei pali
quando la neve era candida, fresca.
Non andremo a passeggiare
lentamente, noi assieme,
in primavera nel parco addolcito
da mezzanotte e rugiada,
e con i pochi passanti.
Siedo e penso a tutto questo,
muore il crepuscolo azzurro di giugno –
sulle piazze risonanti
una pianola singhiozza,
sorgono in cielo le stelle.

***

The garden

My heart is a garden tired with autumn,
Heaped with bending asters and dahlias heavy and dark,
In the hazy sunshine, the garden remembers April,
The drench of rains and a snow-drop quick and clear as a spark;

Daffodils blowing in the cold wind of morning,
And golden tulips, goblets holding the rain –
The garden will be hushed with snow, forgotten soon, forgotten –
After the stillness, will spring come again?

*

Il giardino

Il cuore è un prato stanco nell’autunno,
colmo di aster piegati, di pesanti e scure dalie,
e nell’offuscato sole si ricorda dell’aprile,
gli acquazzoni e il bucaneve vivo e limpido: scintilla.

I narcisi mossi al vento gelido nel farsi giorno,
i dorati tulipani, coppe colme nella pioggia –
il giardino silenziato dalla neve, presto scordato, scordato –
tornerà la primavera, dopo l’immobile inverno?

***

In a Cuban garden

Hibiscus flowers are cups of fire,
(Love me, my lover, life will not stay)
The bright poinsettia shakes in the wind,
A scarlet leaf is blowing away.

A lizard lifts his head and listens
Kiss me before the noon goes by,
Here in the shade of the ceiba hide me
From the great black vulture circling the sky.

*

In un giardino cubano

I fiori di Ibisco sono coppe di fuoco,
(amami, amore, la vita trascorre)
e la Poinsettia si muove nel vento,
fluttua nell’aria un suo petalo rosso.

Una lucertola resta in ascolto,
baciami prima che muoia il meriggio,
celami in ombra alla ceiba
dagli avvoltoi che volteggiano neri.

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Nuove Indicazioni Nazionali, errori e contraddizioni nei programmi scolastici: uno spettacolo imbarazzante

30 October 2026 at 06:32

di Serena Poli

In queste settimane, nelle scuole italiane, migliaia di docenti sono alle prese con l’ennesima liturgia burocratica: riallineare i curricoli alle nuove Indicazioni Nazionali firmate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un lavoro enorme che dovrebbe segnare il glorioso ritorno alla severità, alla tradizione e al tanto sbandierato “merito”.

Peccato che, mettendosi a leggere con attenzione, gli insegnanti si siano trovati di fronte a uno spettacolo imbarazzante: un minestrone di improvvisazione ideologica, sciatteria ed errori concettuali.

La prima cosa che salta all’occhio è la totale schizofrenia con la quale si cerca la svolta identitaria e occidentalistica. Un esempio su tutti: nel tentativo di blindare la storia della primaria entro i confini della “nostra identità”, le nuove direttive relegano ai margini le civiltà dell’Asia e del Medio Oriente. La narrazione deve rimanere prevalentemente ‘nostrana’.

Ma chi ha redatto il testo non deve essersi coordinato con chi curava la parte scientifica. Così, mentre nell’ora di storia il Medio Oriente viene praticamente tagliato fuori perché poco funzionale al catechismo patriottico, nei programmi di matematica della stessa primaria spunta l’insegnamento della “storia della matematica”. Una contraddizione surreale: come si pensa di spiegare ai bambini da dove arrivano i numeri che usiamo tutti i giorni, l’algebra o lo zero, senza approfondire proprio quelle civiltà ridotte a parentesi nell’insegnamento della storia?

Ma è quando si entra nel merito delle singole discipline che arriva lo sconforto. In matematica assistiamo all’aspetto ‘ricorsivo’ del numero, accostato come se nulla fosse a cardinalità e ordinalità. Tradotto per i non addetti ai lavori: un errore grossolano che mette sullo stesso piano la ‘sostanza’ di un oggetto con il meccanismo che serve a generarlo. Sarebbe come assimilare il significato della posizione delle lancette di un orologio al ticchettio dell’ingranaggio. Alla faccia del ritorno al ‘rigore scientifico’.

Non va meglio con il latino, materia simbolo della tradizione classica: definito “curricolare” (ossia obbligatorio per gli ultimi due anni della secondaria di primo grado) ma, al contempo, descritto come “opzionale”. Siamo di fronte al Latino di Schrödinger, un paradosso quantistico in cui una disciplina può essere contemporaneamente obbligatoria e facoltativa.

Oltre a questo miracolo della fisica, tale disciplina viene eretta a panacea pedagogica: dalla pretesa di “avvicinare alla comprensione dei valori di una civiltà universale” fino all’improbabile missione di “attuare un dialogo costante con le discipline Stem e porre al centro l’attenzione ai valori della Costituzione”; insomma, dal codice binario a Cicerone, passando per la Carta Costituzionale, siamo alla mera enunciazione di principi in un continuo ripetersi di formule stanche e astratte, messe in fila per fare volume (“virtuosa dinamica”, “percezione del rapporto di continuità e alterità”, “sintesi tra visione critica del presente e memoria storica”): un lessico ripetitivo che gira a vuoto reiterando gli stessi concetti, come se l’abbondanza di inchiostro potesse colmare il deserto delle idee.

Ma oltre agli scivoloni concettuali, è altrettanto sconfortante la sciatteria della forma. Il Ministero che ha fatto del “Merito” la propria bandiera e che pretende rigore ortografico dagli studenti, scarica sulle scuole documenti con gerundi sospesi a mezz’aria, ripetizioni e concordanze fantasiose, punteggiatura assente o usata male, in un florilegio di ‘supercazzole’ da far impallidire il Conte Mascetti.

Insomma, una classe dirigente che esige sottomissione, ordine e disciplina ma concede a se stessa il privilegio della più becera approssimazione. Alle scuole non si chiede di formare cittadini dotati di pensiero critico e capaci di analizzare le fonti, ma ascoltatori passivi di una fiaba di Stato scritta, peraltro, senza dominare la sintassi della propria lingua madre.

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Non mi convince l’idea che Mentana lasci La7 per i troppi programmi anti-governo

30 October 2026 at 05:57

Mentana se ne va, ci ha detto che lascia a fine anno la direzione del TgLa7 e la stessa rete di Cairo. Dove andrà e cosa farà lo sapremo solo vivendo, certo è che la sua esperienza ai vertici del telegiornale era ormai giunta al capolinea: non più vivace e lenta, a volte quasi inceppata, la sua conduzione, come per stanchezza e forse anche noia. Del giovane ‘Mitraglia’ non è rimasto nulla, al suo posto un giornalista sì dall’antico carisma, buono ancora a bucare gli schermi come si dice, ma senza più la spinta propulsiva, la verve, che ne aveva guidato le gesta non solo negli anni di Mediaset ma pure all’inizio della sua esperienza a La7.

Del resto se, come ha egli stesso affermato, “oggi nessun ragazzino può appassionarsi al giornalismo guardando un telegiornale”, è altrettanto vero che probabilmente anche per un direttore come lui il dibattito pubblico non dev’essere oggi il massimo degli stimoli professionali.

Insomma a furia di telegiornali forse la ‘passionaccia’ si è affievolita. Eppure va a suo merito essere stato l’unico direttore di Tg ad aver rinunciato allo squallido carosello delle dichiarazioni degli esponenti dei partiti per raccontare la politica quotidiana. Ad avere sottratto tempi di parola inutili alla narrazione della realtà politica e sociale del paese. Cosa che lo ha riscattato da antiche piaggerie (che ci furono ahinoi) come quando mandò quasi per intero la videocassetta della discesa in campo di B. o nel ’98 la violenta polemica con Cossiga che voleva una legge sul conflitto d’interessi del Cavaliere.

Comunque il suo Tg, nell’edizione più vista, quella delle 20, dopo gli exploit iniziali si è ormai attestato da anni su ascolti che lo collocano non solo dietro e lontano dal Tg1 e dal Tg5, ma anche dietro al Tg3 (edizione delle 19) e poco sopra il Tg2. Vedremo se chi lo sostituirà riuscirà a farne un prodotto capace di appassionare gli spettatori più di quanto non sia riuscito a Mentana.

Un Mentana che, mi perdoni, però non mi convince affatto quando, a latere dei manifestati propositi di abbandono, quasi a giustificarne le ragioni, ha tirato fuori l’accusa alla sua rete di fare con i programmi e i talk un’informazione unilaterale, schiacciata da una parte, quasi faziosa. Non so quali trasmissioni egli abbia in testa (Otto e mezzo? Piazza Pulita?) ma dalla ricognizione delle tabelle del Garante, che analizza per chi non lo sapesse anche i programmi informativi extra tg, tutto questo sbilanciamento francamente non si vede. Tra l’altro se finisse per caso a lavorare di nuovo a Mediaset, come si vocifera, allora sì che dovrebbe protestare!

Mi aspetto dunque rinnovate critiche ai talk di quelle reti, quasi tutti notoriamente schierati (cifre alla mano). Mentre i numeri dell’Agcom dell’ultimo anno ci dicono che nei talk e nei programmi extra tg de La7 (per la precisione: Coffee Break, Dimartedì, In Altre Parole, In Onda, L’Aria Che Tira, Omnibus La7, Otto E Mezzo, Piazzapulita, Propaganda Live, Tagadà) l’opposizione occupa tra il 40 e il 48% dei tempi di parola, mentre il resto va alla destra e al governo. Mi sembra insomma che, paradossalmente, quella dell’ex direttore del Tg5 sia una posizione velata, come dire… da scarsa informazione.

La verità è che dopo oltre tre lustri per l’ex giovane speaker del craxiano Tg2 è arrivato il momento di passare la mano. Al tg de La 7 non ha più nulla da dare e da professionista quale è l’ha capito. Gli altri programmi non c’entrano.

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La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune

30 October 2026 at 05:56

a cura di Marzio Chirico

Aprire in questi giorni un sito di notizie o piuttosto sfogliare un quotidiano restituisce un mosaico quasi schizofrenico dell’attualità, seppur chiaro nella sua eccezionalità.

Da un lato gli scaffali iniziano a svuotarsi a macchia di leopardo, in modo pericoloso, dal Mezzogiorno in su. L’Università Federico II di Napoli sposta le lezioni online mentre alcuni supermercati in Puglia e in Calabria non ricevono le nuove scorte di merci e alimentari, per via della paralisi dello sciopero degli autotrasportatori; dall’altro le tensioni e i disordini urbani, Milano capofila, gestiti dal Viminale con una ricetta che ormai è palesemente securitaria e repressiva.

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha quasi il record per decreti sicurezza varati in una singola legislatura (mancherebbero ancora dei mesi). Nel mezzo, e a origine delle tematiche il dibattito sulle proteste giovanili, sulle vetrine rotte, su cosa intendiamo per violenza e le dichiarazioni dei Ministri o dei politici di turno, in solidarietà coi giovani o in aperto conflitto. Come movimento ambientale, è superfluo sottolineare che i giovani non scendono più in piazza, sia in numero che in modalità, come nel biennio ‘19-’20.

Ecco, ci raccontano, dai media mainstream, che questi momenti di crisi sono ricorrenti, episodici, sono transizione da un periodo difficile a un altro. Possiamo affermare serenamente che è una falsità. La rabbia sociale che attraversa le periferie e i lavoratori, fino a esprimersi in modi nuovi e più consistenti, ha come scenografia il modello economico basato sui fossili, sullo sfruttamento estremo dei territori e dei corpi e sulla mercificazione di ogni risorsa.

Se qualche giovane non avesse rubato qualche borsa Louis Vuitton, forse non si sarebbe parlato delle proteste al Sud. Invece, considerato il nuovo modo di protestare, contraddistinto dall’organizzazione sui social, la stretta securitaria per i giovani ha costretto l’esecutivo e reprimere anche gli autotrasportatori, alludendo a “infiltrazioni mafiose”, che non solo delegittimano una protesta giusta e importante, quanto piuttosto si rifanno a dei pregiudizi storici radicati su come il Nord vede il Sud.

E dunque, la paralisi della logistica, l’inflazione che galoppa, il collasso dell’agricoltura, messa già in difficoltà da caldo ed eventi metereologici estremi, assieme alla rabbia sociale che si insinua ed espande nei vari strati della popolazione, sono causa e conseguenza di una unica grande policrisi, quella del XXI secolo.

Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud non arrivano dal nulla. Si trovano stritolati tra il costo insostenibile del carburante e la devastazione climatica che sta desertificando le campagne e impoverendo i raccolti. A doppio filo, le guerre e la conseguente speculazione energetica fossile, col tema dello stretto di Hormuz quale punta dell’iceberg, ma che nasconde di fatto la questione centrale: un mondo che funziona a combustibili fossili è un mondo in cui diventa insostenibile anche la produzione e la distribuzione di cibo e merci.

Quando il clima estremo distrugge i raccolti e il caro-carburante blocca i camion in protesta, la merce non arriva. La logistica globale è fragile perché fondata sull’estrazione e sullo spreco. La risposta, da Piantedosi in giù, è una sola: manganelli. La ricetta prevede poi restringimenti dei manifestanti in piccole vie con lacrimogeni, idranti sparati ad altezza visto, camionette a zig zag in piazza Duomo, lanciate sulla folla; ricette che non si vedevano dal G8 di Genova. Mentre il mondo va a fuoco, la pretesa di mantenere l’ordine si fa con nuovi e aggiornatissimi decreti sicurezza.

Ora, di tutto si parla tranne che di crisi climatica. Forse c’è il tentativo, ai piani alti, di archiviare la questione come una moda giovanile ormai passata. In realtà, i movimenti climatici non sono scomparsi, a partire dal nostro. Tutt’altro. Sono vivi e vegeti e si stanno radicando sui territori, collaborando con i comitati, portando avanti lotte e istanze territoriali. Hormuz è l’esempio precipuo di come si discuta del problema senza mettere in discussione il sistema stesso che quel problema ha generato.

Ieri come oggi, la lotta climatica non è solo una questione di sensibilità ecologica individuale, ad esempio sulla differenziata o sul “salvare gli orsi polari”. La questione climatica riguarda il benessere su un pianeta salubre con pari diritti: diritto alla casa, alla salute pubblica, per un salario equo e giusto, per la difesa dei servizi essenziali, contro l’1% più ricco del mondo che tanto più inquina quanto più monetizza l’aria che respiriamo.

Le mobilitazioni di queste settimane sono destinate a moltiplicarsi nei prossimi mesi e anni se non arriverà una messa in discussione sistemica al tema del profitto dell’1% più ricco contro il 99% della popolazione che vede sempre più eroso il diritto a una vita dignitosa.

Non c’è e non ci può essere la ricetta della soluzione totale. Questa richiede un deciso ritorno alla programmazione pubblica nei settori strategici. Lo Stato non solo deve tornare a produrre e installare direttamente impianti ed energia pulita, ma proprio costituire una filiera delle componenti degli impianti rinnovabili, laddove l’agricoltura va ridefinita valorizzando i contadini come custodi del territorio e operatori della collettività. Un cambiamento radicale che si fonda sulla reintroduzione dei servizi universali di base, pilastro irrinunciabile di una vera giustizia sociale ed ecologica.

Trattare il carovita, la guerra, la crisi energetica e la cementificazione come compartimenti stagni significa avere una visione miope sul futuro che, invece, possiamo costruire dal basso, prospero per tutte e tutti. Per questo, dai giovani agli agricoltori, è necessario costruire un fronte comune che possa riprendere il controllo pubblico dell’energia, dei servizi, dei diritti, contro un futuro gestito a colpi di decreti sicurezza e manganelli.

Le periferie insorgono, i fiumi si prosciugano, le catene di approvvigionamento si spezzano. Il sistema fossile è fallito. Bismillah, c’est les ténèbres.

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Non mi sembra che la manovra di Meloni affronti i problemi reali del Paese

30 October 2026 at 05:56

L’Italia sta vivendo un grande momento di difficoltà economico e sociale. Non pretendo che i miei testi stimolino la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a compiere una reale inversione di marcia che consiste nel guardare in faccia i problemi reali del paese, ma speravo che qualche politico occasionalmente li leggesse e si mettesse in discussione o perlomeno capisse che investire nel sociale non significa sprecare delle risorse economiche, ma al contrario, si rende l’Italia pronta ad accogliere le sfide che ci attendono. Non mi sembra che i provvedimenti previsti nella legge di bilancio presentata ieri sia il modo adeguato ad affrontare i problemi reali del paese, anzi mi sembra quasi una beffa.

L’Italia, per quanto riguarda le disuguaglianze e la povertà, è messa peggio di 15 anni fa: se non si investe nei giovani con dei progetti concreti che li stimolino a restare, il nostro paese non avrà futuro. I giovani vanno ascoltati, va data loro la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e non di certo nella compravendita di armi che contribuisce alla loro crescita e si infonde la speranza in un futuro migliore.

Non riesco a comprendere come Giorgia Meloni e il suo governo non voglia vedere la realtà, la maggior parte delle famiglie non riesce più a fare la spesa né a pagare le bollette, “le politiche dei bonus” non reggono più e anzi credo che per molte famiglie sia diventato avvilente pensare solo di dover farne richiesta, servono aiuti più corposi e ben strutturati.

Credo che fin tanto che chi ci governa rimane arroccato all’interno dei propri palazzi a tutelare solo i propri interessi, il Popolo ha il dovere di manifestare e chi governa dovrebbe considerare quelle proteste un momento di riflessione per cambiare direzione, e le misure repressive non servono a nulla. Spero (anche se ormai ho perso le speranze) il governo Meloni impari ad ascoltare i bisogni reali del nostro paese.

Io continuerò sempre a dare voce alle vostre storie, sempre a titolo gratuito.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it

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Quant’è labile la memoria degli italiani. Ricordate quella volta di Umberto Bossi…?

30 October 2026 at 05:29

Quando la realtà diventa troppo dolorosa e traumatica, e quella contemporanea non è certo Il paese dei campanelli, la memoria labile è un’ottima difesa contro il burnout emotivo. E’ un fenomeno talmente diffuso che non ce ne rendiamo neppure conto. Ricordate, per esempio, quando…

… venne scoperto un nuovo ceppo del virus Hiv, l’Hiv7, che non ti uccideva, ma ti faceva diventare deputato del Ccd?

… alcuni scienziati clonarono una pecora a Edimburgo e ai giornalisti che gli chiedevano perché risposero: “Ci sentivamo soli”?

… il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, che finì al centro dell’inchiesta Tangentopoli 2, aveva 5 bypass attraverso i quali, secondo gli inquirenti, astutamente portava i suoi miliardi all’estero?

… l’altro protagonista della vicenda, l’ex amministratore delle ferrovie Lorenzo Necci, in carcere rifiutò di mangiare un pasto preparato apposta per lui perché temeva di essere avvelenato, però mangiò subito tutto quando gli assicurarono che non era cibo FS?

… sotto la gestione di Necci aumentò non solo il deficit delle ferrovie ma anche la confusione, tanto che un giorno, alla stazione di Bologna, l’Intercity delle 9 e 30 arrivò sul binario 5 da entrambe le direzioni?

… si scoprì che la Dichiarazione d’Indipendenza della Padania scritta da Umberto Bossi era copiata da quella del Québec, discostandosene nella parte che recita “Quando nel corso degli eventi umani”, che era copiata dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, e nella parte che comincia con “E così Sally può attendere”, che invece era presa pari pari da una canzone degli Oasis?

… papa Woytila fu sottoposto a un’operazione chirurgica al Gemelli, dove gli tolsero l’appendice e gliela sostituirono con un’appendice artificiale?

… la Cassazione assolse un muratore di Palermo che in un raptus gelosia aveva preso a sberle la moglie, creando un precedente preoccupante perché da allora per picchiare una donna in santa pace bisogna pure sposarla?

… fece scandalo la foto scattata da Oliviero Toscani per un manifesto Benetton in cui si vedeva un cavallo nero che stava montando una cavalla bianca e il motivo dello scandalo era che la cavalla bianca era una lesbica transessuale sieropositiva minorenne?

… in un’inchiesta sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, Vanoni, uno dei manager sotto accusa, s’avvalse della facoltà di non rispondere e chiese invece di girare la ruota?

… in Norvegia fu ritrovata nel ghiaccio dopo quasi 10 anni una coppia di italiani scomparsa durante una vacanza e, scongelati, la loro prima domanda fu: “C’è ancora Berlusconi?”

E ricordate quando a Hollywood un bimbo di 6 anni fu sospeso da scuola perché giocava al dottore con una compagna di classe, mentre le norme dell’istituto vietavano agli alunni di praticare mastectomie? No? Che vi avevo detto?

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Eighteen Years in Power, the PPP Still Owes Karachi Answers

30 October 2026 at 04:26

Spencer Eye Hospital in Lyari has reopened, and patients can get free care through the Karachi Metropolitan Corporation. Nobody sensible begrudges that. But Bilawal Bhutto Zardari did not stop at the hospital. As reported, he declared the new-province question closed, accused federal representatives of spreading hatred in Karachi, and complained of inflation, joblessness and crushing electricity bills. Then he said he would like to see all of Lyari run on solar power.

Read that again. The party that has governed Sindh without a break since 2008 is complaining about Sindh’s state.

The party that wrote the rules

The 18th Amendment of 2010, which the PPP counts among its proudest achievements, made health, municipal services and urban infrastructure provincial subjects. The NFC Award gave provinces a larger share of national resources. The PPP wanted the powers, took the powers and has held them ever since. A party cannot cut the ribbon on that arrangement and then point at Islamabad when it fails to deliver. When water runs short, roads break up and hospitals decay, the first door to knock on is in Karachi.

That is why the “spreading hatred” line sits so badly. Federal politicians may well owe Karachi explanations of their own. But a citizen asking why his city is in this condition is not spreading hatred; he is asking a question. Renaming questions as hostility is politics’ oldest dodge. A government that trusts its record simply answers.

A promise to the courts, answered with a majority

The same amendment inserted Article 140A, which obliges every province to hand political, administrative and financial authority to elected local governments. In February 2022, a three-judge bench of the Supreme Court, headed by Chief Justice Gulzar Ahmed, called it a mandatory obligation. It struck down Sections 74 and 75(1) of the 2013 Sindh Local Government Act, barred the province from starting new projects in the local government domain without the local government’s consent, and ordered that local governments receive their Provincial Finance Commission share with no arrears.

How did the PPP respond? In September, the Sindh Assembly passed the Sindh Local Government Amendment Bill 2026 by majority vote while opposition lawmakers tore up copies of it in protest. The Jamaat-e-Islami said the new law still does not give chairmen adequate powers, and a PTI member accused the provincial government of contempt of a Supreme Court judgment. The opposition fought hardest over the provision the PPP insisted on: keeping sitting mayors and chairmen in office as administrators until fresh elections, which it then pushed through with its numerical majority.

Nobody forced those amendments through. A party with a majority chose to use it, on the exact question the Supreme Court told it to settle in the city’s favour. MQM Pakistan lawmakers have pointed out that the PPP’s own 2008 manifesto promised to devolve local government powers. Eighteen years later, the manifesto is still waiting.

Yes, Karachi has an elected mayor, and he is from the PPP. But a title is not authority. If control over water, solid waste, and the master plan for a city of more than 20 million is reportedly still being bargained over in provincial committee rooms, he looks more like a spokesman than its manager. The party that preaches cooperation should let its own mayor manage.

Full stop on the province, full speed on what?

The Sindh Assembly has placed a full stop on the question of new provinces. Magnificent. Eighteen years of water shortages, broken roads and decaying hospitals, and the one thing this government has ever delivered with perfect speed is a full stop. One wonders what else it might finish if it applied that urgency to the sentences that matter to Karachi, the ones about water, roads and hospitals, which seem to trail off mid-thought every budget season.

And what of the full speed? Mr Bilawal is the frontman of a family that has run Sindh for eighteen years, and his cabinet is a fine collection of gentlemen who have never been seen in a hurry to fix a pipe, yet are never far from signing a contract. Ask anyone at a Karachi tea stall what a Sindh minister’s portfolio really is, and watch them smile. Something about percentages. Something about files that move faster when they are fed. Of course, it is all gossip, and gossip is not evidence, so we would never say it ourselves. Let the ministers prove the tea stalls wrong. Publish every contract award. Publish every audit response. Publish, project by project, what was spent, what was built and who was paid. If the books are as clean as the ribbons are shiny, it will be the easiest press conference of their lives.

Funny how the ministers who can announce a scheme in thirty seconds always need thirty years to show the receipts.

Bills, solar and arithmetic

Electricity tariffs are set federally, and households feel the strain. Neither point is in serious dispute. But the chairman put the remedy in the province’s hands, so the numbers are fair game.

Sindh has announced 275,000 solar systems this fiscal year at about Rs18 billion, with a subsidised financing scheme for middle-income families alongside. As Dawn reported, the chief minister was earlier told that the province has roughly 2.6 million households off the grid. Even if every system reached one of them, the programme would cover about one in ten. Earlier reports describe a typical system as enough for a fan and three bulbs. That matters to a family with no electricity. It does little for a Karachi household staring at a heavy grid bill.

A wish, fifteen months late

The chairman says he wishes to solarise all of Lyari. Yet in July 2025 the provincial energy minister had already inaugurated a “Solar Homes” project there, presented as part of the chairman’s vision of a fully solar-powered Sindh, and a PPP assembly member promised to expand it to other Lyari neighbourhoods in the coming days.

Fifteen months on, the people of Lyari are offered a wish. How many homes are done? Which neighbourhood comes next, and when? A government that can stage an inauguration can publish a progress report, and the public is entitled to one.

The test

Declaring the province question closed does not close the grievances behind it. They concern water, roads, hospitals, bills, and who gets to decide. The PPP can respond. It can give real power to elected local governments, in line with Article 140A and the Supreme Court’s judgment. It can release the local share of provincial funds on time. It can put water, waste and planning under one accountable city authority. It can publish contract awards and solar delivery figures house by house.

Hospitals will keep being restored, and ribbons will keep being cut. But a ribbon is not a ledger, and eighteen years is long enough to be asked for the ledger.

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‘A win is a win’: Lapid declares victory for anti-Netanyahu majority, asks for patience amid coalition talks

30 October 2026 at 02:41
Knesset set to be sworn in on November 10 * Argentina’s Milei congratulates Netanyahu on ‘great victory’ at election * Bus driver killed, at least 20 passengers wounded in collision with tractor in south, medics say
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