❌

Normal view

La historia tras 'Mente de bolboreta', la canción que explica cómo vivir con ELA

30 October 2026 at 06:24

La esclerosis lateral amiotrófica (ELA) es una enfermedad neurodegenerativa que provoca la muerte de las motoneuronas. Poco a poco, las células del sistema nervioso dejan de funcionar, por lo que el cerebro no puede enviar órdenes a los músculos y se produce una parálisis. Esta afección es irreversible, por lo que, cuando a Andrés Hermosilla le diagnosticaron, decidió explicar al mundo cómo era su día a día.

Así, su idea fue componer una canción que pudiera llegar a todo el mundo. Sin embargo, no podía lograrlo solo. Así, Samuel, su vecino, le pidió ayuda a Daniel González, un cantautor de Vigo. Juntos, crearon Mente de bolboreta (que se traduciría al castellano como Mente de mariposa), en al que narraron cómo es vivir con ELA.

Lanzar la canción no fue sencillo. Los tres hombres comenzaron a trabajar a través de videollamada. "Cuando Andrés escuchó la canción, se emocionó mucho. No pensaba que pudiera sacar el proyecto adelante, pero llegó un momento en el que Andrés me conmovió tanto y me caló tan hondo que no pude no hacerlo", explicó el intérprete a Informativos Telecinco.

El tema saldrá en plataformas el próximo 20 de noviembre, aunque, como así explicó el cantante, hubiera preferido esperar un tiempo. "Está un poco verde, pero Andrés tiene muchas ganas de verla ya publicada", confesó. De hecho, el tema se creó en menos de dos semanas.

Como así confesó, él mismo no conocía la enfermedad hasta que conoció a Andrés. De hecho, el tema nace de un poema suyo, por lo que a pesar de que el músico creó la melodía, las palabras son de su compañero. "Le he hecho coautor para que él pueda hablar del tema y sea suyo. Al fin y al cabo, yo no haría la canción si no fuese por Andrés", recalcó.

“Politici, media e social ci dividono, io canto ciò che ci unisce. Da ex soldato dico che se non capisci l’altro, finisci allo scontro. Il caso Ed Sheeran? Se non si sente di esporsi, va rispettato”: parla James Blunt

30 October 2026 at 05:00

“Airplane Mode”, in uscita il 6 novembre, è il disco con cui James Blunt dice di essersi ritrovato dopo essersi perso. Scritto tra Ibiza e la Svizzera e registrato ai Pig Music Studios di Banbury con la sua band di sempre, nasce come un dialogo con se stesso più che con il pubblico o le radio. Blunt ripercorre il successo di “Back to Bedlam”, il contraccolpo della fama e gli anni passati a scrivere “per piacere agli altri”.

Racconta poi i brani più personali, da “Circles” a “Weight Of It All”, il “tocco umano” contro la musica generata al computer e il legame con l’Italia, le lezioni di canto lirico alla collaborazione con Laura Pausini. Da ex soldato riflette sulla guerra, che definisce una scelta dei politici pagata dai giovani. Poi l’annuncio di un tour europeo che toccherà Milano 27 febbraio 2027 all’Unipol Forum e Firenze il 28 febbraio al Nelson Mandela.

Abbiamo incontrato il cantautore, che si trova in questi giorni a Ibiza: “Passo metà dell’anno a Ibiza e metà in Svizzera, a Verbier: in montagna d’inverno, al sole d’estate”.

“Parte di questo album nasce dal fatto che ho smesso di tornare in studio a Londra, trattando la musica come un lavoro. – ha dichiarato – Ho detto alla mia etichetta: sarò a Ibiza o in Svizzera, e chi vuole lavorare con me verrà lì. Abbiamo allestito uno studio nella mia camera da letto e uno studio qui. Mi è sembrato di scrivere canzoni come da ragazzo, ma parlando del mondo reale, della mia vita e delle mie esperienze, invece di scrivere su commissione. Per questo l’album è forse diverso dai precedenti”.

Qual è la differenza con la prima fase della tua carriera?
Il mio primo album l’ho fatto da giovane con un sogno, e quel sogno si è realizzato in tutto il mondo, con un enorme successo commerciale.

E dopo il successo cos’è accaduto?
Sono arrivate le difficoltà: l’essere una figura pubblica, i media, il contraccolpo. Sono scappato a Ibiza e ho scritto un album molto solitario, pieno di anime perdute (All the Lost Souls, ndr): si capisce dal titolo che non è un disco felice, è quello di qualcuno che lotta.

Qual è stata la conseguenza di tutto questo?
Mi sono ritrovato dentro il music business: un album ogni due anni, canzoni scritte per finire in radio, pensando al pubblico, all’etichetta, ai desideri delle radio. Ma se uno vuole il nero e un altro il bianco, il risultato è solo grigio. Alcune mie canzoni sono buone, ma non so se il mio cuore fosse in ogni brano o in ogni disco.

Stato d’animo attuale?
Oggi sono più grande, in un posto diverso e non devo più dimostrare niente alla casa discografica. Il mio greatest hits è uscito un paio di anni fa, e il greatest hits lo pubblichi quando muori. Se sono morto per il music business, non devo più preoccuparmi del lato commerciale e posso pensare solo alla musica.

E qui arriva “Airplane Mode”. Che approccio hai avuto?
Ho detto alla mia famiglia: non abbiate paura, non preoccupatevi, farò un album un po’ più introverso e scuro. Non una conversazione con il pubblico, ma con me stesso, la persona con cui parliamo di più al mondo, la voce che sentiamo nella testa.

Qual è il rovescio della medaglia?
Scrivere canzoni oneste con se stessi è la cosa più spaventosa, perché la gente le ascolterà e conoscerà i tuoi pensieri più oscuri, le tue debolezze. Ed è questo che ho catturato qui, per questo l’album mi è particolarmente caro.

Cos’hai scoperto di te stesso?
Oggi ho responsabilità diverse. Da giovani si pensa di essere il centro del mondo e che tutto giri intorno a noi. Poi, qualunque lavoro si faccia, si hanno responsabilità verso la famiglia e verso chi lavora con noi, stress e paure. Costruiamo un castello di carte intorno, con il rischio che crolli in qualsiasi momento.

A proposito di crolli, il mondo ha a che fare con una fase durissimi di conflitto e guerre. Sei un ex soldato che idea ti sei fatto?
Sono un musicista, non un modello da seguire: la mia opinione non conta granché. Ma la mia esperienza di guerra mi dice che sono i politici a volerla, per espandere il proprio potere, per avidità o per lasciare un’eredità. E lo fanno a spese delle persone che dovrebbero stare loro più a cuore. Mandano giovani uomini e donne a fare queste cose, e quei giovani perdono la vita. È tremendamente triste.

Qual è il problema di fondo?
Abbiamo politici che sottolineano di continuo le differenze, media che fanno lo stesso e social network basati su algoritmi che premiano commenti e litigi più della compassione e del dialogo. Tutte e tre le cose ci dividono e ci impediscono di vedere la prospettiva dell’altro. Se non capisci il punto di vista di qualcun altro, non puoi coesistere e finisci in guerra.

Esiste una prospettiva migliore?
Viviamo un momento molto triste, in cui sottolineiamo le differenze invece delle somiglianze. Suono in tutto il mondo e canto emozioni umane e in Italia, Germania, Cina, America la gente ama le canzoni perché si riconosce nelle stesse emozioni. Non importa il colore della pelle, la razza, la religione, il sesso o l’orientamento sessuale. Sono fortunato a lavorare in un settore che unisce le persone, mentre i politici no. Siamo arrivati al punto in cui bisognerebbe cominciare a votare in modo diverso.

Che idea ti sei fatto del “caso Ed Sheeran” e l’esclusione di Macklemore dal tour per il sostegno della Palestina?
Non credo che i musicisti siano per forza dei modelli. Non potete farmi domande come se fossi un politico: posso dare la mia opinione, ma sono solo un musicista e la mia competenza è limitata. Se un artista sente di non avere gli strumenti per esprimere un’opinione forte su qualcosa, va rispettato. E quando hai la pressione di un tour intorno, per chi sta fuori è difficile capire cosa sta vivendo quella persona.

L'articolo “Politici, media e social ci dividono, io canto ciò che ci unisce. Da ex soldato dico che se non capisci l’altro, finisci allo scontro. Il caso Ed Sheeran? Se non si sente di esporsi, va rispettato”: parla James Blunt proviene da Il Fatto Quotidiano.

Un año con Alcalá Norte: un grupo disfuncional ante el reto de su segundo disco

30 October 2026 at 04:40

Hoy no parece un buen día para quedar con Alcalá Norte. Carlos Elías, el guitarrista, pasó una noche regular, aquejado de una incómoda infección de garganta. Álvaro Rivas, cantante, apenas pegó ojo y vomitó ocasionalmente. “Algo me debió sentar mal”, aduce. De Jaime Barbosa (batería) y Pablo Prieto (bajista) poco se sabe, y no asomarán la cabeza en toda la mañana. La única que se presenta despejada es Laura de Diego, la teclista. Pero se le tuerce el gesto a los pocos minutos de entrar en el estudio madrileño donde se graba el nuevo disco del grupo. Rivas habla sobre el pudor que le da escribir canciones con estribillos proclives a que la audiencia desate sus gargantas, como si eso fuera algo sencillo. “El otro día me comentó Jota [líder de Los Planetas] que siempre seremos un grupo de nicho, y creo que tiene razón”, apunta el cantante, quizá para reforzar la idea de huir de las composiciones facilonas. Laura interviene, con tono severo: “Harías mejor en no hacerle mucho caso a Jota”. Estamos en noviembre de 2025, un año antes de la publicación del segundo álbum de Alcalá Norte. Y no va a ser un camino sencillo.

Seguir leyendo

© FRANCIS TSANG (EL PAÍS)

De izquierda a derecha, Carlos Elías (guitarra), Laura de Diego (teclados), Álvaro Rivas (voz), Jaime Barbosa (batería) y Pablo Prieto (bajo), en el Taller de Ideas (Madrid), el pasado mes de junio.

Brasil, ‘tem que lutar’

30 October 2026 at 04:30

Ganó Luiz Inácio Lula da Silva en la segunda vuelta de las elecciones de Brasil cuando nadie lo esperaba, y la remontada tuvo tintes épicos. Consiguió lo más difícil, movilizar a los más perezosos y convencer a los indecisos para que le dieran su voto. En esa batalla tuvo una gran importancia la campaña por redes sociales, destinada a llegar a los más jóvenes y que estuvo en manos de un también joven “general”, tal como lo llamó Lula el domingo al valorar su victoria: André Janones, diputado y antiguo cobrador de autobús. Se dedicó a dirigir un ejército de colaboradores para inundar la esfera digital con un torrente de mensajes a favor de Lula hasta el punto de romper la burbuja de la izquierda y llegar a otra gente. También, y un poco a la vieja manera, colaboraron para que Lula ganara unos cuantos músicos. Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque y Geraldo Azevedo grabaron una canción que defendía las políticas sociales y ambientales del legendario político y que contenía el eslogan Bora, Lula. Con ese vamos, Lula, dale, Lula, respondían haciendo un juego de palabras al Fora Lula que abanderó su adversario, Flávio Bolsonaro. Y, por lo que se ve, fueron más convincentes.

Seguir leyendo

© Amanda Perobelli (REUTERS)

El presidente de Brasil, Luiz Inácio Lula da Silva (a la derecha), celebra con el diputado André Janones su victoria, este domingo.

Teenage Fanclub, las melodías hermosas no necesitan del algoritmo: “No podemos devolverle a la gente la juventud perdida”

30 October 2026 at 04:30
Norman Blake (izquierda) y Raymond McGinley, miembros de Teenage Fanclub, posan el pasado 15 de octubre antes de su concierto en la sala Lab/Wagon, Madrid.

Nunca han querido estar de moda. Dicen los escoceses Norman Blake y Raymond McGinley, a sus 60 y 62 años, que ni siquiera cuando crearon Teenage Fanclub en Glasgow en 1989 les interesaba figurar en una escena. “Parte de lo que hacemos, y de lo que hacíamos entonces, consiste en ignorar un poco todo lo demás y seguir nuestro propio camino, al margen de las tendencias”, reflexiona McGinley, “cuando empezamos estaban los Happy Mondays, los Stone Roses, aquella escena baggy [del Manchester de finales de los ochenta]. En el Reino Unido no había muchas bandas que sonaran como nosotros. Hacíamos lo nuestro”. La fórmula —basada en melodías de guitarra y armonías vocales, pero sin miedo a la distorsión— les ha funcionado: llevan juntos 37 años (40 si se tiene en cuenta su primera formación, The Boy Hairdressers), acaban de publicar su decimotercer álbum de estudio, Do Not Dare to Dream (no son supersticiosos, su cuarto disco se tituló Thirteen), y están inmersos en una gira europea que ha sumado 12 fechas en España.

Teenage Fanclub se formó en Glasgow en 1989. En la imagen, los dos cabecillas posan en Madrid el 15 de octubre de 2026.

Seguir leyendo

Blake y McGinley visitaron con Teenage Fanclub por primera vez España en 1992 como teloneros de Nirvana.

Una ‘rave’ entre turbinas o una fiesta argentina de disfraces: cómo celebrar la ‘castanyada’ en Barcelona

30 October 2026 at 04:15
Imagen de una fiesta Bresh.

Si uno tiene ganas de disfrazarse y quemar los panellets y las castañas, la oferta para salir a bailar es infinita. La sala Razzmatazz une sus dos fiestas más exitosas (Mandanga y el Dirty) para organizar su Razzlloween; en Apolo pinchará el histórico DJ de techno Óscar Mulero y en La Paloma se podrá bailar funk, soul y música disco con el DJ británico Kirollus. Pero este fin de semana la oferta se extiende a la tarde y a espacios poco habituales, como una rave techno en las Tres Xemeneies de Sant Adrià del Besòs o ediciones especiales y más multitudinarias de fiestas icónicas de la ciudad como la queer Churros con Chocolate o la argentina Bresh.

Seguir leyendo

Los Zigarros: «La humanidad siempre ha sido estúpida: las redes sociales solo lo corroboran»

By: Ulises · Fuente
29 October 2026 at 23:30

Lo primero, fue una intuición, o más bien la constatación de una realidad. El mundo, la sociedad, les estaba expulsando, les agredía en todos los sentidos. «En realidad, es que no sabemos hacer nada premeditado, solo nos dejamos llevar por lo que nos gusta y por lo que nos sucede», dice Ovidi Tormo, vocalista de Los Zigarros. «Y así es como salieron las canciones en un fin de semana... ¡y nos sobró el domingo para dar una vuelta!», ríe su hermano Álvaro sobre el contenido del nuevo disco de la banda, «Carne con patatas», un trabajo –que se publica mañana– movido como reacción ante la creciente hostilidad de un entorno cada vez menos vivible. La gira de presentación, que arranca en enero, les lleva a La Riviera el 6 de febrero (Inverfest, entradas agotadas).

Más que un disco, es un manifiesto, pero sin dar la turra.

Ovidi Tormo: Totalmente. Porque sentimos un profundo hartazgo del ser humano. Pero también hay esperanza y amor.

Álvaro Tormo: Es así, pero no un manifiesto en sentido político, sino vital. No queremos decirle a nadie lo que debe pensar sino cómo vemos el mundo y nos preguntamos: ‘‘¿Qué está pasando’’?.

Cualquiera puede suscribir: «Las redes sociales nos han convertido en unos anormales».

O. T.: Es que eso te lo dicen hasta los que trabajan en ellas, que son los primeros que saben que envenenan. Por eso creo que es un disco humanista, que no tiene color político sino que tiene que ver con lo más básico que nos parece terrible de nuestra sociedad.

Sí, pero como dicen «Jay y Bob el silencioso», una cosa es saber las normas y otra vivir de acuerdo con ellas

Á. T.: Nosotros no tenemos redes. Ninguna. Tenemos la suerte de que los perfiles del grupo los llevan fuera, aunque nosotros damos el visto bueno. Pero inevitablemente tienes contacto con ellas porque antes podías vivir en una cueva pero ahora ni siquiera se puede eso: no tocamos mucho el móvil, pero es inevitable hacerlo.

En «Yo no soy tu enemigo» hablan de la clave: nos quieren divididos y enfrentados.

O. T.: Se habla poco de la violencia general que existe en nuestra sociedad. Ese es el verdadero causante del mal de la humanidad. Y por eso la política no se hace desde la cabeza, se expresa desde las tripas.

Á. T.: Cuando en realidad, lo único que queremos todos es querer y que nos quieran. Y que valga la pena vivir. Joder, tranquilicémonos un poco.

Ustedes proponen el silencio.

O. T.: Yo creo que nos haría mejores. Esa canción sale de tener que escuchar a tanta gente opinando de todo, todo el rato. Qué coñazo, de verdad. Del tertuliano, del «influencer», del «youtuber»... todos pidiendo casito. Es insoportable. Además, cuando escuchas su «contenido», es desolador: la humanidad siempre ha sido muy estúpida: las redes sociales solo lo corroboran.

Á. T.: A mí me cuesta explicarme qué mueve a alguien a vertir su mala onda en un comentario. ¿Por qué alguie cree que tioene que dar su opinión de una manera tan horrible?

Yo veo una conexión de ese comportamiento con una masculinidad mal entendida. No digo que sea solo el caso.

O. T.: Absolutamente. El querer imponer tu opinión, ser el controlador, el líder, tener más poder, más seguidores, más y más...

Á. T.: Creo que la cosa está cambiando, pero es muy importante que haya una mejor educación a los niños varones, que se les enseñe mejor que a nosotros, que nos decían: «No llores, pórtate como un hombre». Y claro, no te enseñan a querer, a ser sensible, a estar mal, a abrirte a temas emocionales y expresar tus sentimientos. A mí nunca me dijeron «te quiero» mis padres.

Otro de los clichés es la madurez en el rock, que era inconcebible.

O. T.: Es que nadie pensaba que el rock fuera a durar más de tres años. Por eso solo hablaba de la adolescencia y del institnto animal, que está muy bien.Pero ahora descubrimos que puedes hablar de otras cosas y con el mismo filo.

Á. T.: Un día le preguntaron a Neil Young por la frase que dejó escrita Kurt Cobain en su nota de suicidio, que era suya: «Es mejor quemarse que apagarse lentamente». «¿Todavía piensa eso?», le preguntaron. Y él dijo que por supuesto que no, que le había encantado tener hijos y relaciones. Que quería una vida larga.

© La Razón

Ovidi y Álvaro Tormo, Los Zigarros
❌