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Ushakov: senza il sostegno europeo Kiev non attaccherebbe le raffinerie russe

 

Il sostegno militare e finanziario europeo all'Ucraina continua ad alimentare il conflitto e, come evidenzia Mosca, incoraggia il regime di Kiev a proseguire anche gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. È questa la valutazione espressa da Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, che ha collegato direttamente il comportamento delle forze ucraine alla copertura politica garantita dai governi europei. Interpellato sulla presunta audacia di Kiev nel bombardare le raffinerie russe, Ushakov ha osservato che gli ucraini probabilmente si sentono «coraggiosi» proprio perché continuano a ricevere il sostegno dell'Europa. Difficilmente, ha aggiunto, avrebbero osato condurre operazioni di questo tipo autonomamente. Un'accusa che chiama in causa la responsabilità politica dei Paesi europei nell'escalation degli attacchi contro il territorio russo.

Il rappresentante del Cremlino ha inoltre denunciato il mancato rispetto da parte di Kiev delle ripetute richieste di Donald Trump di interrompere i bombardamenti contro le raffinerie russe. Nonostante la persistente pressione del presidente statunitense su questo punto, ha sottolineato Ushakov, le autorità ucraine continuano a ignorare le indicazioni provenienti da Washington. Il quadro evidenzia anche le contraddizioni all'interno del fronte occidentale: mentre Trump manifesta insofferenza per la prosecuzione di determinate operazioni militari ucraine, Bruxelles continua a incrementare le risorse destinate all'armamento di Kiev. Soltanto in ottobre, la Commissione europea ha erogato altri 2,86 miliardi di euro per finanziare l'acquisto di droni, sistemi di difesa aerea, missili, radar, strumenti di guerra elettronica e munizioni. Una tranche che si aggiunge agli 1,24 miliardi già assegnati nei giorni precedenti.

Entrambi i finanziamenti rientrano nel prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato all'Ucraina. Ma gli impegni di Bruxelles non si fermano qui. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha dichiarato che nel 2027 l'Unione europea intende coprire circa due terzi dei 70 miliardi di euro aggiuntivi richiesti da Kiev: una quota pari a 46,7 miliardi. Nel frattempo, l'UE sollecita anche Regno Unito, Canada e Norvegia ad aumentare i rispettivi contributi. Si delinea così una strategia nella quale il sostegno finanziario europeo assume dimensioni sempre più rilevanti, nonostante le difficoltà dei bilanci nazionali e le crescenti esigenze economiche e sociali interne. Mentre si moltiplicano gli appelli alla ricerca di una soluzione diplomatica, le risorse destinate alla prosecuzione dello sforzo bellico continuano ad aumentare.

La denuncia di Mosca si inserisce in questo contesto: per il Cremlino, il sostegno europeo non rappresenta soltanto un aiuto militare a Kiev, ma anche un fattore che contribuisce a prolungare e intensificare il confronto con la Russia. Restano i doppi standard di un'Europa che continua a dichiarare di perseguire la pace, mentre prepara nuovi e ingenti stanziamenti per sostenere militarmente l'Ucraina.


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Decreto Dignità, Salario Minimo e Fisco: l'illusione delle riforme del lavoro in Italia

 

Ogni volta che si è trattato di limitare la flessibilità del lavoro e il ricorso ai contratti precari, si è formata nel Paese un'opposizione trasversale capace di unire parte del movimento sindacale con il mondo datoriale. A tutela del tempo determinato si sono levate persino voci insolite, che hanno addotto motivazioni bizzarre: secondo alcune di esse, la precarietà salverebbe i soggetti più vulnerabili dall'inerzia e dalla disoccupazione strutturale. Questa "allegra brigata" della precarietà è stata determinante nel depotenziare il Decreto Dignità, bloccando ogni intervento legislativo che potesse favorire la stabilizzazione della forza lavoro.

Parliamo di un provvedimento che in origine aveva ridotto la durata massima del contratto da 3 a 2 anni, introdotto l'obbligo di causale per i rinnovi superiori ai 12 mesi e aumentato gli oneri previdenziali a ogni proroga. Sono bastati pochi mesi, tuttavia, perché il Decreto venisse modificato rendendo le causali di fatto più flessibili.

In diversi settori dell’economia, il contratto a termine supera di gran lunga la dimensione stagionale, diventando la modalità di assunzione più utilizzata in assoluto.

In gioco ci sono le tutele individuali e collettive, ma anche ragioni di finanza pubblica: se da un lato la precarietà avvantaggia le aziende, dall'altro costringe lo Stato ad aumentare la spesa per gli ammortizzatori sociali nei periodi di inoccupazione tra un lavoro e l'altro.

La combinazione tra precarietà e riduzione delle ore lavorate — unita alla necessità di legare la produttività agli investimenti in ricerca e non ai tagli sul costo del lavoro — dovrebbe imporre una profonda riflessione sulle scelte degli ultimi anni. Il contratto a termine è legato solo in minima parte alle attività stagionali: le piccole imprese tendono a sfruttare intensamente i dipendenti evitando il tempo indeterminato a favore di formule precarie. L’obiettivo del Decreto Dignità era promuovere le assunzioni stabili, ma è stato raggiunto solo in parte, lasciando il tempo determinato come l'opzione preferita in numerosi settori. Negli ultimi anni la disoccupazione non è affatto crollata come vorrebbero far credere le dichiarazioni del Governo Meloni: i lavoratori con minore scolarizzazione continuano a essere penalizzati, costretti a contratti part-time nel sottobosco degli appalti e destinati a pensioni future al limite della sussistenza.

Rispetto al passato si è registrato un incremento delle conversioni a tempo indeterminato, anche per via dei costi di rinnovo e dei tetti temporali. Molti di questi contratti rimangono tuttavia a tempo parziale.

Resta il fatto che nessuno, né a destra né a sinistra, ha mai pensato di smantellare davvero il Jobs Act o ripristinare le tutele precedenti, dimostrando come certe involuzioni normative abbiano trovato sponda nell'intero arco parlamentare.

Dal depotenziamento del Decreto Dignità all'affossamento del salario minimo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il Jobs Act resta intatto e gli stipendi non crescono al passo con l'inflazione.

Lo stesso discorso vale per l'indice IPCA: nonostante sia palese la contraddittorietà di un calcolo che svaluta il potere d'acquisto dei salari, sindacati rappresentativi e governo hanno concordato nel mantenere inalterato questo meccanismo iniquo.

La flessione dei contratti a termine dura ormai da anni e non è attribuibile unicamente all'esecutivo attuale; risponde a dinamiche strutturali. Tuttavia, si evita accuratamente di intervenire sui tre nodi centrali: la ripresa del potere d'acquisto e di contrattazione, il rafforzamento delle tutele in caso di licenziamento e l'introduzione di meccanismi di adegueria salariale legati al costo reale della vita.

Infine, una nota sul sistema fiscale: come si può sostenere la convenienza del modello a tre aliquote se negli anni '70 ne esistevano circa quaranta? Chi oggi guadagna tra i 20 e i 40 mila euro all'anno, con il sistema degli anni '70 avrebbe pagato proporzionalmente meno tasse. Appiattire le aliquote favorisce i redditi alti, non il ceto medio o i lavoratori.

La formidabile macchina formativa e tecnologica della Cina.

 

di Michele Blanco

L’evoluzione del sistema educativo e scientifico della Repubblica Popolare Cinese rappresenta uno dei più imponenti e riusciti fenomeni di pianificazione strategica dell'era moderna. Quello che per decenni è stato considerato in Occidente un modello di mera rincorsa manifatturiera si è oggi consolidato come un’infrastruttura di eccellenza accademica globale, capace di ridefinire radicalmente gli standard della formazione avanzata. La rigida e coerente strategia statale di Pechino, orientata in modo pragmatico alla sovranità tecnologica e alla leadership nei settori scientifici e tecnologici, sta dimostrando come un assetto interamente basato sulla selezione rigorosa delle competenze possa competere e superare i modelli storici della Ivy League americana o del Triangolo d’Oro britannico, offrendo un formidabile canale di sbarco per i talenti.

Come analizzato in profondità dal sociologo Pino Arlacchi nel suo saggio La Cina spiegata all'Occidente, il prodigioso sviluppo asiatico non costituisce un'inedita e destabilizzante novità storica, bensì una spettacolare resurrezione accademica e civile di una cultura millenaria. Per circa duemila anni la Cina è stata la guida globale indiscussa dal punto di vista economico, scientifico e culturale, dimostrando come la narrazione eurocentrica secondo cui sarebbe stata l'Europa a guidare il mondo moderno sia storicamente infondata. La civiltà cinese è stata il polo principale di un'economia-mondo egemonizzata dall'Asia fin dal XIII secolo, strutturata sul principio filosofico della Tianxia, ovvero "tutti sotto lo stesso cielo", improntato a una visione inclusiva e pacifica.

Questo sfondo storico evidenzia un nodo geopolitico cruciale: la Cina persegue una via di non-espansionismo e manifesta una radicata avversione alla guerra, ponendosi in totale contrasto con le dottrine militari statunitensi. Mentre la proiezione di potere di Washington si è storicamente basata sulla forza militare, sull'intervento armato e sulla sottomissione dei mercati globali, Pechino fonda la sua potenza sul commercio, sulle infrastrutture e sull'investimento scientifico. I cinesi inventarono la polvere da sparo per i fuochi d'artificio secoli prima dell'era volgare, laddove gli europei l'hanno in seguito utilizzata per sviluppare armi da fuoco e distruzione. Attraverso il modello del socialismo di mercato, il governo è riuscito nell'impresa di indirizzare la potenza del capitalismo invece di esserne dominato; a differenza delle società occidentali, la Cina ha sottomesso le dinamiche di mercato all'interesse dello sviluppo collettivo, sradicando la povertà estrema e riaffermando l'autorità della pianificazione politica sul capitale.

A confermare la lungimiranza di questa visione contribuiscono diversi studi accademici. Nel saggio Il modello Cina, Daniel A. Bell illustra la superiorità strutturale della meritocrazia verticale cinese, in cui la selezione dei leader tramite rigidi test attitudinali garantisce standard di buon governo nettamente superiori a quelli delle democrazie elettorali occidentali, spesso vulnerabili ai populismi. A questo approccio si affianca la disamina dell'economista Claudio F. González ne Il grande sogno della Cina, che descrive l'efficacia del tecno-socialismo di Pechino nel canalizzare l'innovazione tecnologica e l'intelligenza artificiale per cementare la sovranità nazionale e l'efficienza industriale.

La reale portata di questa impostazione pedagogica trova un riscontro nei dati dell'OCSE. I risultati del test PISA mostrano un netto e sistematico distacco a favore delle nuove generazioni cinesi nei domini logico-computazionali. In matematica, a fronte di una media dei paesi OCSE scesa al minimo storico di 463 punti, la Cina ha raggiunto la quota straordinaria di 612 punti, accumulando un divario pari a circa tre anni di scolarizzazione di vantaggio. Nelle scienze naturali il sistema cinese si attesta a 597 punti contro i 482 della media dei paesi sviluppati, mentre nella valutazione delle attitudini algoritmiche oltre il 54% degli studenti cinesi si colloca nei livelli di eccellenza assoluta, rispetto a una media OCSE ferma sotto il 10%.

La stampa internazionale ha ampiamente convalidato queste evidenze. Un'analisi di The Economist sottolinea che, persino estrapolando i dati all'intera nazione e includendo le province rurali meno ricche del blocco d'eccellenza, la Cina si posizionerebbe comunque saldamente tra i vertici mondiali. Un editoriale del China Daily evidenzia come la coerenza dei programmi scolastici e gli investimenti sulle competenze logiche stiano distanziando le controparti europee e americane, mentre testate come Neo Kosmos definiscono i risultati cinesi un severo avvertimento per i sistemi educativi occidentali, segnati dal declino nelle competenze di base.

L'architrave formativo che sorregge questo primato è il Gaokao, l'esame nazionale di ammissione all'università. Gestito con misure di sicurezza militari, il Gaokao converte il percorso scolastico di milioni di candidati in un punteggio numerico oggettivo. La Repubblica Popolare Cinese opera così come una meritocrazia in cui l'accesso alle risorse d'élite e alle cariche pubbliche è subordinato a una selezione basata esclusivamente sui titoli, senza spazio per valutazioni olistiche discrezionali o raccomandazioni private. Questa architettura garantisce una reale mobilità sociale ascendente, permettendo alle classi popolari di accedere ai massimi livelli della dirigenza statale.

Tale struttura didattica poggia sulla filosofia del Chiku, ovvero la valorizzazione sociale dell'impegno e della disciplina metodica attraverso oltre 54 ore settimanali di studio. Per preservare le capacità cognitive degli studenti, il Ministero dell'Istruzione applica il divieto tassativo degli smartphone nelle scuole: ben l'83% degli studenti cinesi è sottoposto a questo regime restrittivo, la cui efficacia nell'azzerare le distrazioni digitali e salvaguardare la memoria di lavoro è confermata dai monitoraggi OCSE.

Questa macchina selettiva affonda le sue radici storiche nel Keju, il sistema degli esami di Stato introdotto dalla dinastia Sui nel VI secolo d.C. La storia cinese è caratterizzata dalla guida di un'élite intellettuale selezionata tramite concorsi pubblici estremamente severi. Già in epoca imperiale l'organizzazione delle prove garantiva la massima imparzialità: i candidati venivano isolati per giorni in celle di pietra, gli elaborati venivano identificati tramite codici numerici e ricopiati a mano dagli scribi per celare la grafia agli esaminatori. La prova centrale, il saggio in otto parti, ha educato per secoli la società a considerare l'avanzamento pubblico come il risultato diretto dell'applicazione mentale, un meccanismo che la leadership contemporanea ha ereditato e riadattato con successo alle necessità dello Stato moderno.

L'attuale transizione della Cina verso una potente tecnocrazia scientifica è la filiazione diretta di questa mentalità concorsuale. Il Ministero dell'Istruzione ha razionalizzato l'offerta universitaria eliminando oltre 12.000 corsi ritenuti obsoleti per concentrare le risorse nei laboratori di intelligenza artificiale, scienze dei materiali e semiconduttori.

Questo impianto modella l'intera burocrazia statale. La promozione dei funzionari sul territorio risponde a un rigoroso sistema di valutazione delle prestazioni che monitora costantemente la crescita economica locale, la tutela dell'ambiente, l'innalzamento dei salari reali, l'urbanizzazione e la garanzia dei diritti sociali.

Si delinea così un netto contrasto con il panorama politico occidentale: la classe dirigente cinese viene selezionata mediante standard concorsuali talmente stringenti che la maggior parte dei leader europei e americani contemporanei faticherebbe a superare le soglie minime richieste per amministrare una piccola municipalità di provincia. Legando i fondi universitari, le cattedre e le carriere dei manager ai risultati effettivi e all'utilità sociale, gli atenei cinesi hanno superato quelli americani per numero di brevetti depositati. Le principali multinazionali tecnologiche non considerano più la Cina come un semplice polo produttivo, ma vi trasferiscono i propri centri di ricerca e sviluppo per attingere a un bacino di ingegneri altamente qualificati. Sancendo il primato del rigore logico-matematico e della selezione pura, la Cina si impone come la più efficace macchina di sviluppo tecnologico del pianeta, orientata al principio confuciano e socialista secondo cui la conoscenza deve servire primariamente il benessere collettivo e la stabilità dello Stato.

Il semestre d’oro di Netanyahu

 

di Michelangelo Severgnini

 

Cento euro di donazione sono arrivati proprio mentre questa puntata stava per essere caricata. Altrimenti sarebbero stati 366 euro nell’ultima settimana. Una delle cifre più basse mai toccate. Proprio mentre a Gaza, complice l’attenzione assorbita dalle elezioni israeliane, da una decina di giorni si è registrata una nuova impennata dei prezzi, colpendo le già quasi nulle possibilità economiche di quasi metà della popolazione della Striscia. In altre parole, significa niente da mangiare in questi giorni.

La distonia occidentale tocca i suoi culmini in questi stessi giorni. Ci sono elezioni da commentare, altre da preparare. Ci sono colloqui in corso, partiti che si spaccano, altri che si promettono, altri che si contano, tutti in nome di Gaza.

Di quale Gaza? Del totem costruito in questi anni di flottiglie? O della Gaza e della sua battaglia quotidiana per la sopravvivenza?

Gli esperti ci dicono che durante la fase di transizione in Israele, un esecutivo provvisorio non è soggetto allo scrutinio o ai tradizionali voti di sfiducia di una Knesset pienamente operativa. Di conseguenza, Netanyahu disporrà del controllo totale sulle decisioni strategiche e di sicurezza, un fattore cruciale data l'elevata instabilità regionale e il confronto con l’Iran alle porte.

Colpo gobbo a Gerusalemme Ovest. Quando non puoi stravincere, cerca almeno di vincere e chiudere la partita. I tempi per le consultazioni sfiorano i 3 mesi, altrettanti per convocare eventuali nuove elezioni. Si apre per l’esecutivo Netanyahu il semestre d’oro. Pieni poteri e un parlamento in fase di stallo alle sue spalle. E’ il momento di scrivere la storia, Bibi. O la va o la spacca questa volta. Il rombo degli F-22 e degli F-35 americani nelle basi israeliane sono la ninna nanna ideale per chi doveva essere travolto dalla morale borghese nei cinema e che ora si trova il primo, ma forse anche l’ultimo, punto decisivo a disposizione per chiudere la partita.

In mezzo a queste insostenibili premesse, la scuola “Al-Amal” si è trasferita, ha rimontato la struttura tenda e ha ricominciato le lezioni. Ma non andrà avanti ancora per molto, perché i finanziamenti stanno finendo. Servono 56 mila dollari per finanziare l’anno scolastico in corso. C’è qualcuno in ascolto là fuori?

Già. Gaza non è troppo lontana, Gaza è troppo vicina. Siamo noi troppo lontani.

Siamo alla sessantesima puntata. Lo ripetiamo: c’è qualcuno in ascolto là fuori?

 

Editoriale tratto da:

RADIO GAZA #60 – “Le elezioni israeliane confermano che la società israeliana è razzista e favorevole al genocidio”.

 

Guarda la puntata #60:

https://www.youtube.com/watch?v=AN0OPTkt2rg

 

(Radio Gaza, in inglese e arabo, può essere seguita attivando i sottotitoli automatici di YouTube)

 

Da giugno 2025.

214.469 € raccolti grazie a 2.166 donazioni.

213.283 € inviati finora a Gaza.

3.802 € ricevuti a ottobre.

 

Per le donazioni: 

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Conto corrente bancario per le donazioni: 

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Causale: Apocalisse Gaza

 

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L'Iran sfida gli USA: la realtà di Hormuz si determina in mare, non sui social

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha ribadito l'alta vigilanza delle Forze Armate iraniane nello Stretto di Hormuz, sottolineando che la realtà si decide sul campo, in aria, a terra e in mare, e non sui social media.

"Centcom, assassino di bambini! La crisi di Suez del 1956 ha messo a nudo i limiti del potere britannico; la storia dimostra che il corso degli eventi si decide nei punti di strozzatura strategici", ha dichiarato giovedì il generale di brigata Hossein Mohebi, portavoce dell'IRGC.

La replica giunge dopo che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato di aver bonificato le principali rotte marittime dello stretto e che il transito rimane sicuro. Il CENTCOM ha inoltre smentito le notizie su imbarcazioni colpite da mine, definendole false e affermando che migliaia di navi hanno attraversato l'area senza incidenti.

A questo proposito, il generale Mohebi ha sfidato il CENTCOM a dimostrare con prove indipendenti, e non con semplici annunci, l'effettivo sminamento dello stretto, aggiungendo che la situazione reale non si misura nei centri di guerra mediatica statunitensi. Nel frattempo, fonti iraniane riportano che tre petroliere sarebbero esplose dopo aver urtato delle mine nella zona.

Anche il vice comandante dell'IRGC, il maggiore generale Mostafa Izadi, ha smentito le dichiarazioni americane in un'intervista a Defapress, ribadendo che la via navigabile rimane chiusa e sotto il controllo dei combattenti dell'Islam finché le condizioni di Teheran non saranno soddisfatte. Il Leader Supremo ha inoltre sottolineato che la gestione iraniana dello stretto è una garanzia per la sicurezza regionale.

Il richiamo del generale Mohebi alla crisi di Suez del 1956 evoca lo scontro scoppiato dopo la nazionalizzazione del canale da parte dell'Egitto e il successivo intervento di Israele, Regno Unito e Francia, evento che compromise le forniture petrolifere europee ed evidenziò il peso geopolitico dei punti di snodo marittimi.

L'Iran ha limitato il transito a Hormuz in risposta all'aggressione israelo-americana terminata ad aprile dopo 40 giorni di conflitto. Successivamente, il 17 giugno, Teheran e Washington hanno siglato un memorandum d'intesa con la mediazione del Pakistan, il cui articolo 5 attribuisce espressamente all'Iran la gestione e la riapertura dello stretto. Tuttavia, a seguito dei tentativi statunitensi di minare tale sovranità e di imporre un blocco navale in violazione degli accordi, Teheran ha dichiarato lo stretto chiuso a tutto il traffico non coordinato.

 

Miliardi e sicurezza : Perché l'Egitto si schiera con l'Arabia Saudita

 

Il Parlamento egiziano, dopo due rinvii, ha autorizzato il presidente Abdel Fattah al-Sisi ad adottare tutte le misure necessarie per sostenere la difesa dell'Arabia Saudita. La decisione avvicina il Cairo a un coinvolgimento più diretto nel conflitto tra il Regno saudita e il movimento yemenita Ansar Allah (gli Houthi), secondo quanto riportato da Al Jazeera.

L'iniziativa è stata approvata il 26 ottobre da oltre due terzi della Camera a porte chiuse, in seguito alla richiesta di Al-Sisi di poter fornire supporto militare a Riyadh in caso di sollecitazione ufficiale. Al momento non è stata presentata alcuna richiesta formale di invio di truppe. Diversi gruppi di opposizione si sono opposti o astenuti, sostenendo che l'Egitto debba mantenere un ruolo di mediazione anziché di intervento militare, anche a causa della mancanza di chiarezza su obiettivi e durata della missione.

Sebbene il documento non specifichi il tipo di assistenza, il vicepresidente della commissione legislativa del Parlamento, Taher al-Khouly, ha dichiarato a Reuters che le forze egiziane verrebbero inviate in Arabia Saudita previo coordinamento tra i due Paesi. Prima del voto, il ministro degli Esteri Badr Abdellatty e il capo dei servizi segreti Hassan Rashad si sono recati in Arabia Saudita per consegnare una lettera di Al-Sisi al principe ereditario Mohammed bin Salman. Il presidente egiziano ha precisato che il sostegno si limiterà alla difesa del territorio e dei confini sauditi, escludendo operazioni offensive in Yemen.

La natura difensiva dell'intervento è stata ribadita dal ministro degli Esteri e dal presidente del Senato Essam Farid, il quale ha dichiarato che la posizione dell'Egitto mira esclusivamente a proteggere i confini e i luoghi sacri sauditi, sintetizzando l'approccio con la formula: "Uno scudo che protegge, non una spada che attacca".

L'esperto di Medio Oriente Elfadil Ibrahim evidenzia come la decisione del Cairo sia legata alla forte dipendenza finanziaria dalle monarchie del Golfo. L'Arabia Saudita detiene circa 10,3 miliardi di dollari depositati presso la Banca Centrale egiziana; sommando i depositi di Kuwait e Qatar, la cifra raggiunge circa 18 miliardi di dollari, pari a quasi un terzo delle riserve valutarie del Paese. Per l'Egitto, grande importatore di grano e carburante con un pesante debito in dollari, queste riserve sono vitali.

Sebbene Riyadh non abbia vincolato esplicitamente tali fondi a un sostegno militare, l'analista nota che la fragilità economica riduce il margine di manovra del Cairo. Una dinamica simile si è verificata dopo gli attacchi missilistici contro gli Emirati Arabi Uniti, quando il Cairo ha inviato caccia Rafale in seguito al malcontento espresso da Abu Dhabi, suo principale partner finanziario. Il sostegno economico del Golfo comporta quindi l'aspettativa di una lealtà strategica.

A ciò si aggiunge l'interesse diretto dell'Egitto nella sicurezza delle rotte marittime. Come osserva l'analista Thomas Bonnie James, la pressione degli Houthi sullo stretto di Bab el-Mandeb minaccia direttamente il Canale di Suez, che dall'inizio degli attacchi nel 2023 ha registrato perdite per circa 11 miliardi di dollari.

Londra: Fiera del turismo sponsorizza ente israeliano per gli insediamenti illegali

 

Un importante evento turistico internazionale a Londra si appresta a pubblicizzare la Jerusalem Development Authority (JDA), ente coinvolto nella costruzione di insediamenti illegali e nell'espropriazione di cittadini palestinesi a Gerusalemme Est, come rivelato da Middle East Eye (MEE).

Il World Travel Market (WTM) di Londra ospiterà uno stand gestito dall'ufficio del turismo del governo israeliano. Secondo il sito ufficiale dell'evento, lo spazio sarà condiviso da diverse organizzazioni e aziende, tra cui "iTravelJerusalem", piattaforma per la promozione turistica gestita proprio dalla JDA.

La JDA, agenzia governativa e comunale, promuove progetti di sviluppo a Gerusalemme ed è fortemente impegnata nell'espansione degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Già nel 2020 il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha denunciato come la JDA espropri terreni palestinesi a Gerusalemme Est per realizzare i cosiddetti parchi biblici, provocando lo sfollamento di centinaia di residenti in violazione delle Convenzioni di Ginevra e favorendo l'espansione di insediamenti come Gilo.

Un rapporto dell'Ufficio del rappresentante dell'Unione Europea per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza ha inoltre evidenziato come la JDA avesse in programma lo sgombero del complesso di Umm Haroun a Sheikh Jarrah — abitato da circa 40 famiglie palestinesi — per edificare un nuovo insediamento di 320 unità. Sempre la JDA promuove la controversa costruzione di una funivia a Gerusalemme, fortemente avversata a livello locale, e un progetto di ristrutturazione presso la piscina di Mamilla, accusato di minacciare un secolare cimitero musulmano.

Nello stand israeliano al WTM sarà presente anche Africa Israel Hotels, società coinvolta in vari progetti di edilizia coloniale. La vicenda riaccende il dibattito nel Regno Unito, il cui governo ha recentemente riconosciuto come illegale l'occupazione dei territori palestinesi. Il ministro degli Esteri Ed Miliband ha annunciato l'intenzione di vietare la pubblicità di insediamenti illegali nel Paese, richiamando una controversa fiera immobiliare svoltasi a Londra all'inizio dell'anno. Al momento della pubblicazione dell'inchiesta di MEE, i responsabili del World Travel Market non avevano fornito commenti sulla vicenda.

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Spedizioni ferroviarie tra Cina e Iran aumentano di dieci volte

 

L'Iran ha inaugurato il suo primo treno merci per l'esportazione verso la Cina, in partenza dalla città di Qom. L'iniziativa rientra negli sforzi di Teheran per espandere le proprie rotte commerciali terrene a fronte del blocco navale statunitense, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Fars il 29 ottobre.

A causa delle crescenti restrizioni al trasporto marittimo, le spedizioni merci su rotaia dalla Cina all'Iran sono decuplicate. Il primo treno container dalla provincia di Qom è stato inaugurato dal governatore Akbar Behnamjoo per agevolare l'esportazione dei prodotti locali e stabilire nuovi sbocchi commerciali esteri. Alla cerimonia di partenza hanno presenziato anche il deputato Mohammad Manan-Raeisi e diversi funzionari provinciali.

Almost all trade corridors across Eurasia now run through IRAN. China just finished the China-Iran railway - the backbone of the East-West connectivity corridor. From Xinjiang to Central Asia to Iran and straight to the Persian Gulf. Add the North-South corridor: Russia-Iran-India. Beyond geography: this is the NEW GLOBAL MAP.

— Pepe Escobar (@RealPepeEscobar) April 25, 2026

Parallelamente, l'Iran ha esportato via ferrovia in Turchia 460 tonnellate di clorato di sodio prodotto dall'azienda Kloran, come confermato dal direttore generale delle Ferrovie del Nord-Est, Alireza Rezaei. Il carico, trasportato dalla zona industriale di Semnan alla Turchia, ha sostituito l'impiego di circa 20-30 camion.

Prima del conflitto, un treno merci cinese entrava in Iran attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan ogni tre o quattro giorni. Da allora, la frequenza è salita a un treno al giorno. I numerosi confini terrestri dell'Iran e i collegamenti ferroviari con i Paesi limitrofi offrono concrete opportunità per potenziare il trasporto su rotaia nel commercio regionale.

Nel mese di febbraio, Stati Uniti e Israele hanno avviato un'aggressione militare contro l'Iran. In risposta, Teheran ha cercato di bloccare le esportazioni petrolifere degli Stati del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz, accusati di collaborare con Washington e Tel Aviv. Successivamente, l'esercito statunitense ha imposto un blocco navale sui porti iraniani.

Il blocco ha reso il trasporto marittimo — storicamente il più economico e capiente — estremamente pericoloso e oneroso. L'Iran ha così reagito incentivando il commercio via terra e trasformando la rete ferroviaria in una necessità strategica. Le esportazioni iraniane su rotaia comprendono componenti per autoveicoli, generatori, prodotti elettronici, materiali industriali e beni di consumo. I treni merci di ritorno trasportano anche beni d'importazione, seppur in quantità limitate.

Alcune fonti indicano che anche il petrolio greggio iraniano venga trasportato in Cina via ferrovia; resta tuttavia da chiarire se tali volumi possano compensare le esportazioni via mare, dati i maggiori costi del trasporto terrestre. Nel frattempo, Washington avrebbe esercitato pressioni sui Paesi confinanti, in particolare Iraq e Pakistan, affinché chiudano le frontiere con la Repubblica Islamica e ne limitino il commercio.

 

Putin commenta la telefonata con Stubb e Stowe


«Credo che sia stata la cosa giusta da fare. Dopotutto, in Europa ci sono persone che, a differenza di altre, non vogliono infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, ma desiderano invece instaurare una sorta di dialogo costruttivo», ha dichiarato Putin in una conferenza stampa al Cremlino a margine della visita di 48 paesi africani a Mosca. Lo riportano i media russi.

Dopo aver affermato che Mosca ha sempre sostenuto gli sforzi volti a normalizzare le relazioni con i paesi europei, Putin ha sottolineato che la Russia sosterrà «qualsiasi iniziativa volta a ripristinare relazioni piene e complete» con i paesi europei, sia attraverso l’UE che su base bilaterale.

Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno parlato con Putin martedì, rompendo con la prassi di lunga data tra i leader europei di evitare contatti diretti con Mosca dall’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022. L’iniziativa ha suscitato critiche da parte del primo ministro danese Mette Frederiksen, che ne ha messo in dubbio l’efficacia e ha affermato che non era stata coordinata con i partner europei.

Putin ha ribadito che la Russia non sta cercando un conflitto più ampio con l’UE o la NATO. «Non vogliamo alcuna guerra con l’Europa. Se alcuni di loro la vogliono, che si preparino. Ma non hanno raggiunto il loro obiettivo di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, ed è improbabile che ciò sia possibile entro il 2030», ha concluso.

Fulvio Grimaldi - Israele, Brasile, Serbia: cosa cambia

 

Nell’intervista fattami da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” andrebbero messe in evidenza le prospettive, potenzialità, spesso solo speranze, di un cambiamento in meglio, drastico, radicale. Dove si possono individuare, dove non ce n’è proprio traccia.

ISRAELE

Quest’ultima ipotesi s’impone con drammatica perentorietà in Israele. Nello Stato proclamatosi per legge e statuto quello esclusivo dei seguaci della religione ebraica, nulla indica l’esistenza di forze politiche, partitiche, sociali, determinate a cambiare rotta. Un capovolgimento democratico, anzi umano, rispetto a quanto Netanyahu, le forze cosiddette di opposizione e la maggioranza della società civile stanno perseguendo nei comuni termini della rimozione della questione palestinese intesa come rimozione dei palestinesi.

N on sembrano diversificarsi le posizioni articolate dalle formazioni politiche nello Knesset, che si dicano moderate o estremiste di destra, sulla questione che in definitiva è esistenziale. Che riguarda sia i 10 milioni di immigrati e coloni ebrei, sia i quasi 6 milioni di palestinesi nei territori occupati nel 1967, i 2 milioni di palestinesi cittadini israeliani nei territori assegnati nel 1948 e gli 8 milioni e passa nella diaspora, a partire dai campi profughi.

A questa rilevante maggioranza palestinese si vorrebbe ora attribuire la voce dei 19 seggi conquistati dalle sue due formazioni che alle elezioni sono state votate in massa e hanno conquistato il record di 19 seggi su 120 (con i due blocchi ebrei entrambi sotto la maggioranza assoluta dei 61 seggi).

Da questo, benevoli osservatori delle nostre parti deducono che ora si aprirebbero spazi per un ruolo addirittura strategico nei rapporti di forza tra le due comunità. Ma quella che ha impostato ogni suo proposito sull’eliminazione biologica, oltrechè politica, dell’altra, si è sempre attenuta a un principio basilare, la colonna che regge tutto il costrutto dell’edificio programmato fin dalla fine dell’800 e mai rientrato, o modificato: con coloro che, palestinesi, ma per attenuare l’impatto sono definiti “arabi” non c’è né combinazione, né collaborazione, né dialogo. La pulizia etnica, fondamento ideologico dell’intero progetto sionista, lo impone.

La Lista Unita e il Raam, le due formazioni palestinesi, sono l’espressione non certo degli abitanti di Hebron le cui case, per l’ennesima volta, sono date alle fiamme dall’IDF, o di quelli dei campi profughi in Cisgiordania, in corso di sradicamento e dispersione nel quadro dell’annessione dichiarata di tutti i territori occupati. Rappresentano quella che, già negli anni ’30 del mandato britannico, era uno strato borghese, relativamente agiato, in qualche misura risparmiato e quindi parzialmente connivente col processo di colonizzazione e poi ricolonizzazione messo in atto fin dalla dichiarazione di Balfour del 1917 sul “focolare ebraico”.

Sono ancora lì, una nicchia sociale politicamente irrilevante, che però serve ad allungare la sbrindellata coperta democratica con la quale lo Stato dell’Apartheid e del genocidio, fortunatamente sempre meno credibile, si presenta al mondo.

SERBIA

A Belgrado e nel resto del paese non è successo niente che si distanzi decisamente da quanto ho visto succedervi tra il 1999 dell’aggressione NATO (D’Alema, Mattarella) e il 2001 della prima grande e vincente rivoluzione colorata messa in atto dall’imperialismo UE-USA. Allora c’era il movimento degli studenti chiamato Otpor, al quale i mandanti occidentali avevano dato il compito di completare, con la fine della Serbia sovrana, socialista e sorella della Russia, il lavoro dei bombardamenti NATO (anche qui finalizzati, con l’uranio impoverito, a effetti duraturi nei secoli).

Ebbi l’occasione di intervistare per “Liberazione”, in un appartamento sul centralissimo Corso Knez Mihailova, due dei suoimassimi dirigenti: Non si provarono nemmeno lontanamente a offuscare la loro matrice occidentale, raccontandomi come fossero stati addestrati alla sedizione sociale, a Budapest, da “grandi esperti CIA”. Sono gli stessi che si sono poi visti all’opera in occasione di vari regime change, dal Messico alla Georgia, dall’Ucraina alle primavere arabe.

L’attuale Movimento degli Studenti, ampio vincitore delle elezioni, ha la stessa matrice e la stessa parola d’ordine, “contro la corruzione del regime”, inesorabilmente ripetuta, a dimostrazione della carenza di motivazioni sociali e contenuti ideologici, di tutte le rivoluzioni colorate.

A dire le sue virtù basta il plauso rumorosamente offertogli da tutto il cocuzzaro occidentale, a partire da Ursula von der Leyen e dalle singole cancellerie europee.

Ci si potrebbe chiedere cosa richiedesse la rimozione con urgenza dell’alternativamente presidente e primo ministro, dal 1914, capo del Partito del Progresso (solita denominazione non impegnativa), Alexander Vucic. Corruzione? Immancabile. Autoritarismo? Non più di quelli dei vicini colleghi balcanici, a partire dal corrottissimo e autocraticissimo Rami albanese, dagli ultradestri croati, dai frammenti UE balcanici come Bulgaria, Romania, Slovenia e quelli candidati: Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e la stessa Serbia.

Ed è qui che, come suol dirsi, casca l’asino. Che sarebbe Alexander Vucic. Grande equilibrista tra istanze, lealtà e pressioni diverse e, sfortunatamente per lui, alla fin fine opposte. In parole povere: stare comunque con Mosca, per tradizione storica, comunanza etnica e religiosa, volontà popolare e sostegno per la riacquisizione del Kosovo e poi bussare continuamente alle porte dell’UE, non erano, per Bruxelles, posizioni conciliabili.

Ne risultava che la Serbia restava un elemento spurio e inaffidabile nel primo fronte europeo verso la Russia. Le riforme democratiche, giudiziarie, sociali, che Bruxelles pretendeva di avanzare e non vedeva realizzate, non erano la pietra dello scandalo. Lo era Mosca, per quanto Vucic, sorridendo a Israele e armando Zelensky, ne volesse attenuare la rilevanza. Da qui la nuova Otpor.

BRASILE

Qui c’è soprattutto da divertirsi per come la classe che si vuole dirigente in Brasile e che negli ultimi anni è stata impersonata dalla dinastia Bolsonaro, Jiair e Flavio, con vasta rete di parente cogerenti dello Stato, si sia vistosamente confermata corrotta, ladrona, moralmente e legalmente fetida. A Flavio, dopo l’incredibile rimonta del vecchio Lula – non proprio un Che Guevara o un Fidel, ricordiamolo – non era rimasta che la fuga nella classica Miami, inseguito da una caterva di imputazioni di ladrocinio, riciclaggio, appropriazioni indebite di regali di Stato, copia quasi precisa di quelle che, insieme al tentato golpe nel 2022, avevano chiuso in carcere il papà Jair.

Per il mistero del ricupero di 4 milioni di voti nel ballottaggio, dopo la sconfitta 45% a 47% nel primo turno, c’è anche la spiegazione che nella seconda campagna era venuto a mancare il contributo di Fernando Cerimedo e della fittissima rete latinoamericana, già bene collaudata in altre elezioni con vittorie del trumpismo. Cerimedo, mago argentino del digitale, era stato alla fine individuato come il grande manovratore cibernetico dello spostamento di scelte e di voti. In breve, si trattava della creazione di migliaia di account falsi, di manipolazione di algoritmi, che determinavano equilibri di opinioni e di forze divergenti dall’originale.

Nel secondo turno Cerimedo non c’era e non poteva dirigere le operazioni. Era rinchiuso in un carcere a La Paz, Bolivia, per aver tentato di uccidere la fidanzata, Nadia Bellier, che s’era messa a spiattellare a magistrati e media i segreti dei trucchi del mago. Metti poi il richiamo della foresta sociale (anche amazzonica che, con Lula se la vede meglio) ed ecco i 4 milioni di voti in più.

Con, però, l’opposizione dei terratenientes, deforestatori, delle sette evangeliche pentecostali, battiste, tutte di obbedienza trumpista, padrona del parlamento e con la maggioranza dei governatori degli Stati, specie nel Sud Est e nell’Ovest, in mano alla destra, per l’81enne Lula ci vorranno, per tenere botta, più che l’incerto sostegno dei BRICS, una costante mobilitazione popolare, come quella da sempre protagonista, dei Sem Terra.

Ora che il Brasile è risultato, dopo miniere e petrolio, anche il secondo possessore di terre rare, quelle del futuro e del potere tecnologici, gli appetiti tutt’intorno crescono. A noi non resta che appendere speranze e fiducia al gancio della Grande Svolta Brasiliana rispetto alla marcia, fin qui inarrestabile in Latinoamerica, di Donroe.

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