O cantor Harry Styles, 32, decidiu surpreender os fãs durante a primeira noite do “Harryween“, show que antecede o Dia das Bruxas da turnê “Together Together”, vestindo um look da sua versão mais jovem.
Na noite de sexta-feira (30), ele subiu ao palco com as mesmas roupas que usou em uma audição do “X-Factor” em 2010, programa responsável por unir os integrantes da banda One Direction. Na apresentação, ele também cantou o sucesso “Isn’t She Lovely“, de Stevie Wonder, a mesma música que o levou à fase seguinte do programa.
Esse foi o penúltimo show da residência de Harry Styles em Nova York, na arena Madison Square Garden, que conta com 30 apresentações no total. Ao longo da noite, o artista também se vestiu de Elvis Presley.
Já a banda de Styles se fantasiou de diferentes épocas e momentos da carreira do artista, como no clipe de “As It Was”, figurinos da “Love on Tour” e seu look icônico para o Met Gala de 2019.
Styles veio ao Brasil pela última vez em julho, com três apresentações no estádio do Morumbis, em São Paulo. Em 2027, ele segue para mais cidades dos Estados Unidos, Canadá e Europa com a turnê “Together Together”.
ELE VESTIDO COMO A ROUPA DO THE X FACTOR E CANTANDO ISN’T SHE LOVELY ELE NÃO TINHA ESSE DIREITO https://t.co/xxFpAvqBl7
— Harry Styles Brasil (@hstbrasil) October 31, 2026
Simplesmente a banda do Harry Styles se fantasiou de diferentes eras do próprio Harry para a primeira noite do Harryween, em Nova York! https://t.co/vcTPaKnuzi
Dietro lo spettacolo di Ballando con le Stelle c’è un’organizzazione complessa, fatta di professionalità, intuizioni e lavoro di squadra. A raccontarla è Luca Alcini, storico regista del programma, che ogni sabato sera coordina una macchina televisiva in cui preparazione e improvvisazione devono convivere. Nel dialogo con Milly Carlucci, nella cura delle esibizioni e nella gestione degli imprevisti, emerge un mestiere che richiede esperienza, rapidità e sensibilità. In questa intervista Alcini ripercorre i momenti più significativi della sua esperienza, svela i segreti della trasmissione e riflette sul potere delle immagini nel raccontare la danza e le emozioni dei protagonisti.
Luca Alcini, regista di Ballando con le Stelle al lavoro nello Studio Pippo Baudo di Saxa Rubra
Quali sono le principali sfide che deve affrontare un regista alla guida di una macchina televisiva complessa?
Ballando con le Stelle è una delle macchine televisive più complesse. La prima sfida consiste nel saper interpretare linguaggi e stili di ripresa differenti. C’è il momento del ballo, che richiede una documentazione rigorosa di ciò che accade in pista, trasformandola al tempo stesso in uno spettacolo visivamente coinvolgente. C’è poi il talk, dove tutto è imprevedibile: non sai chi prenderà la parola, quando interverrà o come si comporterà. In quel caso la regia deve essere istintiva e immediata. Un altro elemento fondamentale sono le intro, brevi cortometraggi che precedono le esibizioni e introducono il racconto del ballo. Anche queste richiedono un linguaggio specifico e la capacità di trasformare pochi secondi in una narrazione televisiva efficace. C’è poi un principio al quale tengo particolarmente: la regia deve rimanere un passo indietro rispetto al prodotto. Non deve diventare una dimostrazione di bravura tecnica, né prevalere con continui cambi di telecamera. È al servizio dello spettacolo e deve fare in modo che nulla vada perduto di ciò che coreografi e concorrenti hanno costruito. A volte bisogna avere il coraggio di privilegiare un’inquadratura meno spettacolare, ma più importante per il racconto, rispetto alla pura estetica. Infine, c’è la sfida del ritmo. Ballando è una diretta molto lunga, che può protrarsi dalle 21.30 fino all’1.40 di notte. Mantenere per tante ore precisione, attenzione e fluidità narrativa richiede un notevole sforzo anche psicofisico. La difficoltà è impedire che il trascorrere del tempo finisca per compromettere il ritmo e la qualità della trasmissione.
Il rapporto professionale con Milly Carlucci è fondato su un confronto costante. Come si conciliano la visione artistica, le esigenze televisive e la necessità di gestire l’imprevedibilità della diretta?
Il dialogo con Milly è articolato e continuo. Siamo entrambi perfezionisti e, talvolta, le nostre volontà si sovrappongono, ma negli anni abbiamo costruito un’intesa sempre più solida. È un autentico lavoro di squadra: Milly è la direttrice artistica e il confronto sulla costruzione dello spettacolo avviene soprattutto durante le prove, quando valutiamo le diverse possibilità fino a raggiungere una decisione condivisa. La sfida è conciliare le esigenze artistiche con quelle televisive. A volte maestri e concorrenti propongono idee bellissime, magari ispirate a sequenze cinematografiche, ma la televisione ha un linguaggio e precisi limiti tecnici. Il nostro compito è trovare ogni volta il giusto equilibrio. Cerchiamo di pianificare tutto ciò che è possibile: dalle coreografie alla consulenza musicale, fino alla sequenza delle inquadrature e all’organizzazione delle telecamere. Ma siamo in diretta e non possiamo tornare indietro. Per questo dobbiamo essere pronti a cambiare programma in qualsiasi momento, se interviene un imprevisto. La componente più imprevedibile è il talk: il confronto tra giuria e concorrenti, le reazioni e le dinamiche che nascono dopo ogni esibizione. Nulla è provato in anticipo. Non possiamo sapere chi prenderà la parola, quali movimenti farà o se un giudice si alzerà improvvisamente dal bancone. Quello che arriva al pubblico è spesso il frutto di una risposta istintiva, sostenuta dall’esperienza e dalla capacità di interpretare ciò che accade in tempo reale. Il nostro lavoro consiste proprio in questo: tenere insieme una macchina organizzativa rigorosamente pianificata e la libertà dell’improvvisazione.
Luca Alcini insieme a Milly Carlucci: l’incontro tra direzione artistica e regia, dove visione creativa e linguaggio televisivo si fondono
Quanto conta la capacità di gestire l’imprevisto nella regia di una trasmissione in diretta come Ballando con le Stelle? E come si decide, in pochi istanti, cosa mostrare al pubblico?
L’imprevisto è una componente costante e mette alla prova chiunque lavori dietro le telecamere. Sono serate caratterizzate da una forte adrenalina e da un livello di concentrazione elevatissimo. In quei momenti bisogna affidarsi all’istinto, ma soprattutto all’esperienza. Nel corso degli anni è successo davvero di tutto, anche episodi che avremmo preferito evitare. Penso, per esempio, a Giusy Versace che ha perso la protesi durante la trasmissione: un evento del tutto inatteso, davanti al quale non era possibile intervenire. È accaduto in una frazione di secondo e, in fondo, faceva parte di ciò che stava succedendo in quel momento. Anche per questo è stato giusto raccontarlo. La regia deve essere capace di seguire gli eventi con una velocità straordinaria. In studio abbiamo circa 30 monitor, dieci dei quali dedicati alle telecamere. Quando accade qualcosa di imprevisto, devo individuare immediatamente l’immagine giusta e decidere cosa mandare in onda. È una responsabilità importante, perché quella scelta determina ciò che arriva nelle case dei telespettatori e, di conseguenza, il modo in cui viene costruito il racconto. La televisione, infatti, non ha soltanto una scrittura fatta di scalette e coordinamento, ma anche una scrittura per immagini. Un primo piano sul volto di una persona che si emoziona può raccontare molto più di tante parole. Come diceva Carmelo Bene, “non c’è migliore scenografia che il volto di una persona”. Il primo piano, in questo senso, è uno strumento narrativo potentissimo, una possibilità che distingue il linguaggio televisivo dalle altre arti sceniche.
Quanto può incidere la regia sulla resa di una coreografia e quanto sono importanti luci e scenografia nella costruzione dello spettacolo?
Una coreografia può essere impeccabile, ma la regia ha il compito di valorizzarla e renderla ancora più spettacolare. Essendo al servizio della coreografia, scegliamo inquadrature, luci ed effetti in funzione del racconto che i ballerini hanno costruito. Dobbiamo enfatizzare i momenti più significativi e dare il giusto risalto agli elementi di maggiore impatto, senza soffermarci su quelli meno rilevanti. C’è poi il rapporto con la scenografia, che rappresenta un altro elemento fondamentale. Le esibizioni si sviluppano all’interno di ambientazioni che cambiano grazie agli elementi scenici e agli enormi ledwall alle spalle dei ballerini. La regia deve quindi trovare un equilibrio tra ciò che accade in primo piano e quello che prende forma sullo sfondo, integrando ogni elemento nel racconto visivo. Un ruolo determinante è affidato anche alle luci. Il direttore della fotografia, Marco Grimaldi, è straordinario e riesce a realizzare effetti di grande impatto. Altrettanto importante è il lavoro scenografico di Francesco Sasso, responsabile anche dei contenuti sui led. È proprio dalla sinergia di queste tre componenti – regia, luci e scenografia – che nasce la magia di Ballando con le Stelle.
Quanto conta la capacità di anticipare un’emozione nella regia di una diretta? E come si trova il giusto equilibrio tra il racconto della coreografia e quello delle emozioni dei concorrenti?
Saper anticipare un’emozione è una delle qualità fondamentali di un regista. Bisogna avere una sorta di termometro emotivo, quasi una capacità di prevedere ciò che sta per accadere. Mi viene in mente Minority Report, con i suoi “precog”, capaci di anticipare gli eventi. La regia in diretta, in fondo, non è così lontana da questo concetto. Con il tempo ho imparato a riconoscere i segnali, anche quelli più impercettibili, attraverso i quali le persone manifestano ciò che stanno per vivere. Esistono codici psicologici e comportamentali che, con l’esperienza, si impara a interpretare: uno sguardo, un gesto, un movimento possono anticipare un’emozione, un abbraccio o una reazione inaspettata. Anche la scelta di indugiare su un volto nasce dall’istinto. Non possiamo perdere nulla della coreografia, che va raccontata nella sua interezza, ma vogliamo anche cogliere ciò che accade sul piano emotivo. Per questo alterniamo alle inquadrature a figura intera, necessarie per seguire i movimenti, primi piani e mezzi primi piani molto brevi, ma intensi. Ci interessa raccontare lo sguardo di chi, in quel momento, sta mettendo tutto se stesso nella performance, affrontando contemporaneamente la pressione della competizione e le proprie emozioni personali. Sono dimensioni diverse, ma ugualmente importanti. Il compito della regia è riuscire a custodirle entrambe, senza perdere né la bellezza della danza né l’umanità di chi la interpreta.
Il trasferimento dall’Auditorium del Foro Italico a Saxa Rubra ha comportato cambiamenti nell’organizzazione e nella vita della produzione?
Il trasferimento a Saxa Rubra, deciso dall’azienda, ha comportato alcune difficoltà che abbiamo progressivamente superato. Il precedente allestimento all’Auditorium del Foro Italico era il risultato di anni di lavoro e aveva raggiunto un equilibrio quasi perfetto. Ballando con le Stelle, infatti, non è soltanto lo studio televisivo, ma un insieme di ambienti indispensabili: sartorie, trucco, scenotecnica, sale prove e spazi di socialità. Anche la sala ristoro ha un ruolo importante: è il luogo in cui concorrenti e professionisti si incontrano e costruiscono relazioni lontano dalle telecamere. Dopo dodici o tredici settimane di lavoro, si diventa una vera famiglia. Ricordo le parole di Riccardo Rossi, che mi ha detto: “Vorrei che questa esperienza non finisse mai”. È una testimonianza del clima che cerchiamo di garantire, perché il benessere e il rispetto di concorrenti, ballerini e artisti sono una priorità per tutto il gruppo di lavoro. A Saxa Rubra lo studio è rimasto sostanzialmente simile, anche dal punto di vista visivo. Le differenze più significative riguardano gli spazi che ruotano attorno alla produzione.
Milly Carlucci e Luca Alcini impegnati nelle prove in vista della diretta di sabato
Qual è stato il momento più difficile da affrontare nella tua carriera di regista a Ballando con le Stelle?
Non dimenticherò mai il blackout che colpì la finale di Ballando con le Stelle, quando eravamo ancora all’Auditorium del Foro Italico. Credo sia una delle situazioni peggiori che possano verificarsi in televisione, soprattutto, durante un appuntamento così importante. A rendere la situazione ancora più complicata fu il mancato funzionamento del gruppo elettrogeno, il sistema di emergenza che avrebbe dovuto ripristinare automaticamente l’alimentazione elettrica. Ci ritrovammo completamente al buio e i telespettatori videro soltanto uno schermo nero, come se la televisione si fosse spenta. Intorno a me si scatenò il caos: i tecnici correvano, si chiamavano a gran voce e cercavano di individuare il problema per ripristinare il segnale nel minor tempo possibile. Furono i dodici minuti più lunghi della mia vita professionale. In una situazione del genere, il regista può fare ben poco: si tratta di un problema esclusivamente tecnico e bisogna mantenere la calma, attendendo che la squadra riesca a ripristinare il sistema. È un’esperienza che ti mette profondamente alla prova. Quella finale mi è rimasta impressa e sono certo che non la dimenticherò mai.
Quanto influenza oggi il linguaggio dei social le scelte della regia televisiva?
La regia non tiene direttamente conto delle possibili ricadute sui social, soprattutto perché Ballando con le Stelle è un prodotto in diretta e non può essere condizionato da modalità di fruizione successive. È naturale che le immagini realizzate vengano poi riprese e condivise sulle piattaforme digitali, ma questo non ha mai determinato modifiche a ciò che accade in trasmissione. Il programma ha comunque sviluppato iniziative specificamente pensate per il mondo social, da Ballando Segreto ad altre forme di comunicazione dedicate. Siamo molto attivi su questi canali, ma si tratta di contenuti progettati e realizzati appositamente per il pubblico digitale. Non credo, quindi, che il linguaggio televisivo stia cambiando per adattarsi ai social. Sono due ambienti distinti, con modalità di fruizione, finalità e codici comunicativi differenti, che possono dialogare tra loro senza necessariamente sovrapporsi.
In che modo la regia contribuisce a trasformare le emozioni in momenti di spettacolo?
I confronti tra giuria, maestri e concorrenti sono parte integrante dello show. La scaletta può cambiare anche all’ultimo momento e la regia deve adattarsi rapidamente, mantenendo ritmo e fluidità. Il suo compito non è soltanto seguire chi parla, ma valorizzare anche le reazioni degli altri protagonisti attraverso i cosiddetti piani d’ascolto, che spesso raccontano quanto le parole. Le emozioni, invece, nascono sulla pista: la televisione le raccoglie e le amplifica, restituendole al pubblico con maggiore intensità. Un primo piano, per esempio, può rendere una lacrima molto più potente di quanto sarebbe visibile dalla platea. La regia diventa così una lente d’ingrandimento capace di esaltare ciò che accade, affidandosi alla sensibilità e all’istinto del regista.
O BTS se apresentou pela segunda vez em solo brasileiro na última sexta-feira (30), reunindo mais de 80 mil pessoas em São Paulo, no Estádio Morumbis. Em meio às filas quilométricas, o amor e a nostalgia dos fãs marcaram mais uma noite especial da “Arirang Tour” na América Latina.
Assim como na quarta-feira (28), dia do primeiro show, a empolgação do Army virou assunto nas redes sociais. Antes mesmo do grupo subir ao palco, um coro da música “Body to Body” encheu os ouvidos de quem esperava do lado de dentro e do lado de fora.
O B-ARMY hoje tirou o dia para arrepiar todo mundo, cantaram a “Arirang” antes do show começar! #BTS_WORLDTOUR_ARIRANG_SAOPAULO #BTS_WORLDTOUR_ARIRANG_SAOPAULO_D2 https://t.co/w9ltAesYG0
Ao subirem ao palco, os integrantes apresentaram uma setlist recheada de sucessos de diferentes fases da carreira. De “Hooligan” a “Into the Sun”, o grupo cantou, dançou, e levou o público à loucura com as faixas surpresa “I Need U” e “Airplane pt.2”.
| “I NEED U” FOI A SEGUNDA SUPRISE SONG! B-ARMY’S, GANHAMOS “I NEED U” COMO SEGUNDA MÚSICA SURPRESA NA SEGUNDA NOITE DE SHOW DO BTS, EM SÃO PAULO! Ⓒ 𝐀𝐑𝐌𝐘𝐒 𝐓𝐇𝐄 𝐍𝐄𝐖𝐒 https://t.co/DmLZlli1pf
Durante a música “Please”, já próximo ao encerramento do show, os fãs organizaram um projeto de luzes inspirado nas cores da bandeira do Brasil. A arquibancada foi iluminada de verde, as cadeiras superiores e inferiores de amarelo, enquanto a pista ganhou tons de azul.
gente o dia 30 entregou tudo https://t.co/EOpr9lJvoX
A apresentação também foi transmitida no cinema e rendeu uma interação de Taehyung, o V. Ele mandou um recado para as fãs, garantindo que todos teriam uma noite inesquecível.
“Hoje vou me divertir até ficar maluco!” “Armys no cinema, vocês estão assistindo ai ?” O show de hoje está sendo transmitido em 88 países” “Vamos fazer hoje uma noite inesquecível EU TE AMO https://t.co/Vk1IxiqzFb
Esse não é o primeiro show da “Arirang Tour” a ser exibido nas telonas. A apresentação do grupo em Busan, na Coreia do Sul, no dia 13 de junho, também ganhou transmissão ao vivo. No final do show de sexta-feira, novas transmissões para novembro e dezembro também foram anunciadas.
Neste sábado (31), o grupo retorna ao Morumbis para uma última apresentação durante a passagem pelo Brasil.
In the summer of 2026, I was craving a break from the city, but like many Americans, I wanted to avoid the rising costs and chaos of air travel, so I took a staycation and traveled locally.
I scoured the internet for nearby NYC escapes and found what seemed like the perfect spot — Mohonk Mountain House, an all-inclusive resort in New York's Shawangunk Mountains that looked like a European castle.
I booked a two-night stay at Mohonk Mountain House. My room had a starting rate of $1,400 a night for double occupancy, though Business Insider received a media rate.
My booking included all meals and most activities at the resort. Some things cost extra, like alcohol, room service, and snacks.
From the architecture to the interiors, Mohonk Mountain House made me feel as if I'd flown across the Atlantic. I never imagined I could feel so far away while being so close to home.
There's an all-inclusive resort near New York City that feels like a slice of Europe.
Joey Hadden/Business Insider
Mohonk Mountain House is a 1,200-acre, all-inclusive resort lining Lake Mohonk in New Paltz, New York.
Founded by Albert Smiley in 1869, Mohonk Mountain House has always been a family-owned business. Five generations have restored and preserved its history, from the castle-like facade to the Victorian interiors. The resort was designated as a National Historic Landmark in 1986.
"At Mohonk, we do whatever we can to save what was originally there," historian and archivist Nell Boucher told me.
These efforts made my stay feel not only like a vacation in Europe, but also a step back in time.
Mohonk Mountain House is about 90 miles north of New York City.
Google Maps
I took a two-hour train ride from NYC to Poughkeepsie, New York, and a 30-minute cab ride to the resort in New Paltz.
I was immediately taken by the sprawling hotel's mix of architectural styles, especially the stone, castle-like structure.
Joey Hadden/Business Insider
Although I'd seen pictures, I didn't realize how massive the resort was until I was standing in front of it.
The hotel itself is an eighth of a mile long and comprises six buildings, most of which were built over 100 years ago, Boucher said.
I entered the hotel through what looked like a medieval castle. This building, Boucher explained, was constructed with stone blocks between 1899 and 1901 using horsepower and steam engines.
I thought the stone complemented the Victorian architecture beside it.
Joey Hadden/Business Insider
The oldest surviving section of Mohonk Mountain House is a five-story Victorian lodge built in 1879. It's called Rock Building, named for its location on a lakeside cliff.
From far away, the lodge looked like it was part of the castle. But up close, it was clear that these were two different buildings attached to each other. Though their rooftops were similarly shaped, I thought the buildings' contrasting textures and colors played off each other beautifully: red beside green, stone beside wood, and grandeur beside charm.
Another part of the building looked like a Swiss mountain house.
Joey Hadden/Business Insider
I spotted another European architectural style around the back of the building — a lakeside Swiss Chalet built in 1899 that reminded me of homes I saw dotting the Alps out my window during a European train trip in 2022.
Boucher said this was originally the guest entrance, noting that it was easier to access by horse and carriage than the current entrance, which is up a steep hill.
"During horse and carriage days, they would have come across the lakeshore road and trotted their hooves on the lakeshore bridge to announce their arrival," she said.
The hotel felt just as European on the inside, with a custom Victorian carpet design.
Joey Hadden/Business Insider
I don't typically pay much attention to the carpet when I'm at a hotel. But my eyes were immediately drawn to the floor as I stepped inside Mohonk Mountain House.
Known as the Mohonk Jewel, this vibrant Victorian pattern is found nowhere else. It was custom-made to replace the original carpet design from a mill that went out of business, Boucher said.
Some rooms had the same paneling as when the hotel was built.
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From American Chestnut to Red Birch, the hotel has preserved and restored original 19th-century wood paneling, Boucher said.
When renovators take the panels down for refurbishment, they number each one and put them back in the same spot, she added.
When woodwork needs replacement, the hotel replicates the original, vintage pieces.
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Built in 1888, the wing known as Central Building had a winding five-story staircase. Most of the spindles have been in place since the building was constructed. The resort has an in-house carpentry crew that makes exact replicas of the ones that break, so you wouldn't know the difference, Boucher said.
This made my stay feel like a seamless step back in time.
The Victorian style continued into my room.
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Mohonk Mountain House has 262 rooms and suites. There are a variety of room types. I booked a Victorian room in the castle building. It had a comfortable king-sized bed, antique furnishings, a fireplace, and a spacious balcony with spiral ornate detailing facing the Catskill Mountains.
"The Victorian rooms retain the spirit of their initial construction," Boucher said, adding that the fireplace mantels are from the original build.
I appreciated the historical feel of my room, but I wouldn't say it was exceptionally luxurious. The bathroom was modest, with a combined tub and shower, and there wasn't much floor space. Still, I found the room cozy for my two-night stay.
It's also worth noting that most rooms at Mohonk Mountain House don't have TVs. Guests can request one, but I decided not to, and it actually made me feel more immersed in the hotel's history and the surrounding nature.
I spotted the cylindrical dining wing from my balcony.
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The dining room was built in 1893 and extended in 1910. It still has original 19th-century woodwork.
There are three more on-site restaurants. Founders has a globally inspired menu and is open only for dinner and brunch on select weekends.
The Granary is an outdoor picnic-style eatery with barbecue lunches and cookout dinners. I planned to eat dinner here during my stay, but it rained.
The Carriage Lounge serves appetizers, pizza, sandwiches, and desserts between noon and 5 p.m. The Carriage Lounge menu is not part of the all-inclusive rate.
With cathedral ceilings and two rows of windows, I had panoramic views of the surrounding mountains at breakfast, lunch, and dinner.
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In the dining room, I had buffet-style breakfast and lunch, and upscale three-course dinners. The food was delicious and made with locally sourced ingredients, but it didn't remind me of Europe because the menu options were largely American, from barbecue to New York-style cheesecake.
I felt like I was wandering through an art museum as I explored the resort's seemingly endless galleries.
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It was pouring when I woke up for my first full day at Mohonk Mountain House. Luckily, there were more than 2,000 pieces of art inside.
"On rainy days, one thing you can do is walk up and down the hallways to look at all the artwork," Boucher said. "Each building section on each floor is a different little discrete gallery."
Exploring these winding halls of art ended up being one of my favorite parts of my stay, and if it hadn't rained, I likely wouldn't have paid any attention to them.
Collections included oil paintings by prominent 19th-century Hudson River School artists, photos and paintings of horses, and 20th-century prints of the hotel's brochures, to name a few. Some gallery themes were broad, like American landscapes. Others were more specific, like photographs of distressed vehicles.
"In the early days at Mohonk Mountain House, artists would trade paintings for stays," Boucher said, adding that guests also donated photos and artworks from their travels.
One of the historic galleries featured reproductions of famous European paintings.
"Back then, our guests mostly did not go to Europe because you had to take a long steamship," Boucher said. "This was their European art experience."
I took a fitness class in the Spa Wing.
Mohonk Mountain House
The Spa Wing, built in 2005, is the newest section of Mohonk Mountain House. It includes a fitness center, a solarium, and 16 treatment rooms for facials and massages, with prices ranging from $175 to $550.
Outdoors, there is a mineral pool and another treatment area that's also used for yoga and meditation classes.
The fitness center had a yoga studio where I attended a morning qigong class. It was calming and grounding, with floor-to-ceiling windows facing the trunks of trees.
Most of the action at Mohonk Mountain House took place outside.
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One of the biggest draws of Mohonk Mountain House is probably the abundance of outdoor activities.
There were plenty of sports to play, including pickleball, golf, basketball, and more. Some more adventurous options included kayaking, axe-throwing, and access to 85 miles of hiking trails. I took an archery class and thought it was an exciting skill to learn, but overall, I left wishing I had brought a companion to enjoy all the activities with.
While a solo stay made my trip feel less fun, a resort representative told Business Insider that Mohonk Mountain House is a popular choice for solo travelers.
There were also activities that guests had to pay extra for, such as horseback riding, rock climbing, and mountain biking. Pricing ranges from $30 and $300, depending on the activity.
My favorite activity was a morning hike up a cliff that led to a 100-year-old tower. It looked like it belonged in a fairy tale.
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When the sun finally came out on my last day at Mohonk Mountain House, I got up with the sun to explore the grounds. I started with a hike to a stone tower I spotted from the lakeshore.
After a mile-long hike to the top of the ridge, I reached the tower and learned it's a memorial to the resort's founder, Albert Smiley. Known as Sky Top Tower, it was built in 1923 and was originally used as a lookout spot for wildfires.
The Victorian garden felt similarly enchanting.
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After my hike, I strolled through the Victorian show garden that dates back to the 1880s. Draped vines and whimsical woodwork, from fencing to seating, made me feel as if I were in a storybook.
Shortly after my garden stroll, it was time to check out. But I left feeling certain I'd return to Mohonk Mountain House.
Joey Hadden/Business Insider
There was more to see and do at this resort than anyone could accomplish in only two nights. So I think Mohonk Mountain House is only worth the price if you're staying a few more nights, and I'd suggest bringing someone along.
Next time I'm craving a dose of Europe, I'll book a longer stay, try some more activities, and bring a friend to try them with me.
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“Una cosa inusuale per me, se sono in una stanza con tante persone è un’orgia”. Valentina Nappi è tra i concorrenti della seconda stagione di The Traitors Italiae commenta così, con la consueta ironia, la sua partecipazione al reality di Prime Video in un’intervista video a Leggo. Per l’attrice hard, una delle difficoltà maggiori è stata proprio la convivenza e il confronto continuo con gli altri partecipanti: “Non parlo tutto il giorno con un gruppo di persone, è abbastanza stressante. Preferisco le orge”.
Il programma, condotto da Alessia Marcuzzi, torna dal 6 novembre con quattordici personaggi famosi chiamati a mettersi alla prova in un gioco di strategia, sospetti e inganni. Il meccanismo prevede che alcuni concorrenti vengano scelti segretamente come “traditori”, mentre gli altri, i “leali”, devono cercare di smascherarli. Tutti collaborano per incrementare il montepremi attraverso una serie di missioni, ma i traditori possono eliminare gli avversari senza rivelare la propria identità. La seconda stagione introduce anche una novità: un traditore segreto, la cui identità rimarrà nascosta persino agli altri traditori.
E proprio sulle capacità necessarie per destreggiarsi tra alleanze e tradimenti Nappi fa un’altra considerazione, suggerendo una versione decisamente particolare del programma. Secondo lei, la scelta tra essere un traditore o un leale dipende molto dalle capacità politiche. Da qui la proposta: “Sarebbe bello fare questo programma con al posto di quindici influencer o vip o quel che sia, quindici politici, sarebbe tosto”.
Nel cast, insieme a Nappi, ci sono tra gli altri Lorella Cuccarini, Filippo Magnini, Giulia Salemi, Pasquale La Rocca, Francesca Barra, Giorgia Palmas e Camihawke. La prima stagione italiana si era conclusa con la vittoria di Giuseppe Giofrè, mentre la nuova edizione promette di rendere ancora più complicato il gioco delle alleanze e dei sospetti.
Nappi, intanto, si dice entusiasta della nuova stagione, che considera migliore della precedente perché “più cinematografica, con set pazzeschi e una Alessia Marcuzzi ancora più iconica, stupenda“. La seconda stagione di The Traitors Italia, composta da sei episodi, debutterà su Prime Video il 6 novembre con le prime tre puntate. Altri due episodi saranno disponibili dal 13 novembre, mentre il finale arriverà il 20 novembre.