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Musk o Trump? Chi decide su Starlink all’Ucraina

Il 24 ottobre, l’Ucraina ha annunciato che i suoi sistemi Starlink e Starshield erano di nuovo pienamente operativi dopo oltre una settimana di restrizioni. Nello specifico, il Ministero della Difesa ucraino ha rilevato che la connessione è tornata stabilmente a velocità superiori a 400 km/h, a fronte dei 160 km/h a cui era precipitata giorni prima.
La limitazione, hanno spiegato diversi funzionari ucraini, aveva compromesso la capacità ucraina di intercettare i droni russi in fase di attacco, costringendo le forze armate di Kiev ad annullare alcune operazioni già pianificate.

Segue nostro Telegram.

Tuttavia, a brevissima distanza dal ripristino della piena operatività dei sistemi Starlink a disposizione di Kiev, Elon Musk, amministratore delegato di Space-X, ha accusato l’esercito ucraino di aver violato i termini di servizio.

In un post sul suo profilo X, il magnate di origini sudafricane ha affermato che: «l’uso di Starlink, un servizio commerciale civile, per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone non è mai stato consentito, né dovrebbe esserlo. Starshield è un sistema diverso ed è controllato dal governo degli Stati Uniti. Ciò che decidono di fare spetta a loro».

L’esercito ucraino «ha violato i termini di servizio di Starlink e lo ha utilizzato per attacchi con droni offensivi volti a uccidere persone. Quella falla è stata chiusa la settimana scorsa».

Starlink «rimane cruciale per la difesa dell’Ucraina, poiché è l’unico sistema che non può essere disturbato o distrutto, almeno per ora. Se Starlink venisse spento, il fronte ucraino collasserebbe immediatamente. Questa non è una minaccia, è semplicemente un dato di fatto.

Il sistema si è rivelato cruciale per «impedire alla Russia di sopraffare l’Ucraina nei primi giorni della guerra, poiché tutti gli altri mezzi di comunicazione erano stati distrutti o disturbati dalla Russia».

Space-X «ha fatto molto di più per difendere l’Ucraina di qualsiasi altra azienda privata sulla Terra. Detto questo, non provo che disprezzo assoluto per i guerrafondai che fanno la morale e spingono per un massacro senza fine, senza offrire alcuna soluzione realistica al conflitto. Che possano bruciare all’inferno. Fine della storia».

Starlink è un sistema internet satellitare gestito da Space-X, mentre Starshield è una versione che si avvale della tecnologia Starlink per scopi militari gestita dal governo degli Stati Uniti.

Questa integrazione rende quantomeno ambigua la posizione di Starlink, mettendo in seria discussione la natura privata della casa madre Space-X.

Quella del connubio pubblico-privato negli Stati Uniti è una storia vecchissima, ma che trova negli anni Cinquanta uno dei suoi momenti decisivi.

All’epoca, in piena Guerra Fredda, lo spauracchio sovietico, agitato con cieca ossessività specialmente in seguito allo shock generato dal lancio dello Sputnik (1957) e all’entrata in servizio del bombardiere strategico Tupolev-95, si rivelò determinante a costruire un robusto consenso politico attorno alla decisione dell’amministrazione Eisenhower di destinare una quota crescente di risorse al rafforzamento della marina e al potenziamento dei settori di ricerca e sviluppo.

L’onere di gestire le risorse e coordinare gli sforzi in questo senso ricadde sulla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), un organismo facente capo al Pentagono fondato, al pari della National Aeronautics and Space Administration (Nasa), nel 1958 in conformità all’esigenza di colmare il divario tecnico-scientifico con l’Unione Sovietica.

Mentre il governo moltiplicava le misure di stimolo alle imprese (assegnazione di commesse pubbliche agli atenei, concessione di agevolazioni fiscali, ecc.), la Darpa elaborava una rete di ricerca e condivisione a maglie strettissime, in grado di interconnettere decine di università, start-up e laboratori di ricerca e portare gli Stati Uniti all’avanguardia nel campo cruciale della scienza. Il lancio dei programmi Gemini e Apollo, lo sviluppo dei missili balistici a medio e lungo raggio, la realizzazione dei sottomarini e delle portaerei a propulsione nucleare si devono al contributo determinante apportato dalla Darpa.

Nel 1982, il Congresso approvò il programma di sostegno alle start-up Small Business Innovation Research (Sbir), affidandone la gestione alla Small Business Administration, predisponendo parallelamente la trasformazione della Darpa nel fondamentale canale di collegamento tra imprese e dipartimenti universitari, in grado di assolvere ai compiti di mediazione tecnologica e imprenditoriale necessari alla commercializzazione delle innovazioni che venivano realizzate nei settori di punta (informatica, telecomunicazioni, biotecnologia, semiconduttori, ecc.) dalle società hi-tech a cui il complesso militar-industriale aveva subappaltato parte delle mansioni legate ai comparti di ricerca e sviluppo, nell’ambito della celeberrima Strategic Defense Initiative (Sdi).

Il progetto, concepito dall’amministrazione Reagan e annunciato urbi et orbi nel marzo 1983, puntava alla creazione di un sistema di difesa aerea multistratificato basato su intercettori spaziali in grado di colpire i missili balistici nemici prima che colpissero il suolo statunitense, “superando” così il principio della mutua distruzione assicurata su cui si era imperniata la Guerra Fredda fino a quel momento.

La Sdi, recita un documento del dipartimento di Stato, «si basava su tecnologie avveniristiche, inclusi sistemi laser spaziali non ancora realizzati», il cui sviluppo assorbì enormi risorse pubbliche in larga parte ridistribuite a beneficio delle aziende private sotto il coordinamento della Darpa.

Una volta convertite all’uso civile, le nuove tecnologie ad elevata intensità di capitale messe a punto contestualmente alla Sdi assunsero rapidamente un grado di pervasività – inteso come capacità di trovare applicazione in un numero sbalorditivo di campi sconvolgendone il funzionamento e i rendimenti – tale da scompaginare il vecchio sistema di produzione fordista ad elevata intensità di manodopera riducendo drasticamente la presenza umana sia nella manifattura che nel settore di servizi.

«Non si tralasciò occasione – osserva Giuseppe Guarino – che si prestasse per la stimolazione e la promozione della Information Technology per finalità militari. Ognuna delle sue fasi essenziali, con successiva trasformazione e utilizzazione dei prodotti a fini commerciali, è stata in pratica resa possibile dal sostegno del Dipartimento della Difesa, dalla Nasa e degli altri dipartimenti militari, compresa la Cia […]. Il merito dell’intervento pubblico non è di aver assorbito l’intera produzione della Information Technology, ma di aver contribuito in maniera determinante con i propri acquisti iniziali a far scendere i prezzi a livelli che avrebbero consentito la diffusione civile e commerciale delle innovazioni, nonché con quelli successivi che hanno favorito l’utilizzazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione pubblica, anche civile, e la diffusione delle stesse» (1).

La progressiva affermazione del nuovo modello in tutti i comparti dell’economia ha accelerato il processo di “terziarizzazione” dell’economia statunitense, e palesato il ruolo cruciale giocato dallo Stato rispetto al finanziamento dello sviluppo tecnologico realizzato da aziende private.

Negli anni ’90, sotto la direzione del direttore George Tenet, la Cia iniziò a finanziare generosamente le piccole aziende intente a sviluppare tecnologie applicabili a fini di intelligence aggirando le lungaggini che caratterizzano la mastodontica macchina burocratica statunitense. A questo scopo, la Casa Bianca e il Congresso approvarono la creazione di In-Q-Tel, oscura società di venture capital senza scopo di lucro incaricata di finanziare la messa a punto di tecnologie d’avanguardia per conto – o quasi – della Cia. Come riporta il «Wall Street Journal»:  «i vertici In-Q-Tel considerano l’azienda come indipendente, nonostante i legami molto stretti con la Cia e il fatto che quasi tutte le decisioni di investimento sono gestite dall’agenzia di spionaggio […].La presenza di intricati legami è endemica nel venture capital, in cui la conoscenza intima del settore è essenziale per il successo. Le altre società, tuttavia, giocano con il proprio denaro, o quello di privati».

In-Q-Tel «utilizza denaro pubblico, soggetto a severe norme sul conflitto di interessi e, secondo fonti vicine, si tratta di almeno 120 milioni di dollari all’anno. A volte impegna questo capitale secondo modalità che, anche se non intenzionalmente, avvantaggiano gli stessi amministratori dell’azienda in virtù di altre cariche nel settore hi-tech».

Quasi sempre, le scelte di In-Q-Tel «attraggono altri finanziamenti. Ogni dollaro investito in una piccola impresa in genere è accompagnato da 15 dollari provenienti da altre fonti. Questo aumenta le probabilità di successo del piccolo business in questione e rende le sue stock option più preziose».

Nel 2000, In-Q-Tel ha investito somme piuttosto rilevanti in alcune imprese che producevano satelliti e che si occupavano di raccogliere, classificare e analizzare dati sensibili. In breve tempo, la società ha accumulato quote azionarie di maggioranza di decine compagnie hi-tech, così da dettarne gli indirizzi e allinearle alle esigenze di Washington. Opportunamente orientata dai fondi di In-Q-Tel, una compagnia specializzata nell’elaborazione di soluzioni chimiche adatte alla fabbricazione di tappeti sviluppò in breve tempo una specie di sonda in grado di rilevare la presenza di veleni ed altre sostanze chimiche letali in ambienti chiusi, poi sistematicamente impiegata nei teatri di guerra afghano e iracheno.

Parallelamente, In-Q-Tel investì in un’azienda operante nel settore delle antenne satellitari, ricavando sistemi di localizzazione portatili di cui le truppe e le forze speciali Usa si sono servite per segnalare la propria posizione ai centri di comando.

Più recentemente, i capitali di In-Q-Tel hanno finanziato aziende cruciali come Anduril e, soprattutto, Palantir, saldamente integrata nelle macchine militari statunitense, israeliana e ucraina oltre che nella pubblica amministrazione britannica e in molti altri comparti critici.

L’altissimo livello di “collaborazione pubblico-privato” raggiunto negli Stati Uniti grazie a entità come In-Q-Tel è emblematizzato dal cosiddetto “scandalo Datagate”, scoperchiato nel 2013 grazie alle rivelazioni dello “spifferatore” Edward Snowden. In qualità di tecnico impiegato per una società appaltatrice della National Security Agency, Snowden ha documentato con dovizia di particolari l’esistenza di una rete di sorveglianza capillare e massiccia sui miliardi di comunicazioni sia interne che esterne agli Stati Uniti gestita dalla Nsa stessa attraverso Prism. Vale a dire un sistema in grado di assicurare all’intelligence nazionale la possibilità di accedere in maniera diretta ai server di cui si servivano le aziende operanti nel settore dell’alta tecnologia per ottenere qualsiasi tipo di informazione (messaggi, fotografie, e-mail, ecc.).

Entrato in vigore nel 2007 e beneficiando nel corso degli anni della collaborazione di colossi del calibro di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Skype, AoL, YouTube e Apple, Prism ha posto la Nsc e anche il Gchq britannico nelle condizioni di acquisire i metadati in transito attraverso i cavi in fibra ottica collegati ai server centrali di Yahoo e Google.

Space-X non ha beneficiato dei fondi di In-Q-Tel, ma del subappalto sistematico ad opera di agenzie statali come la Nasa o dello stesso Pentagono, che come contropartita gode di libero e completo accesso alla tecnologia  Starlink. Al punto da garantirlo a Paesi alleati come l’Ucraina.

La decisione di ridurre prima e ripristinare poi il servizio Starlink a Kiev non fa quindi capo a Elon Musk, ma sui vertici del potere pubblico statunitense a cui Space-X – così come le altre grandi aziende hi-tech statunitensi – rispondono più o meno indirettamente.

NOTE

1) Guarino, Giuseppe, I soldi della guerra. Gli Stati Uniti: spesa militare, innovazione, economia globale, Mondadori, Milano 2003, pp. 67-80.

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EasyJet annuncia l’arrivo del Wi-Fi sui suoi voli low cost grazie a Starlink: Ryanair la deride con la pecora di Elon Musk. Ecco come funziona e i prezzi

La cabina di un volo low cost europeo rappresenta, ad oggi, l’ultimo vero santuario della disconnessione forzata. L’unica zona d’ombra in cui lo smartphone perde la sua onnipotenza, garantendoci un’ora o due di isolamento assoluto tra le nuvole, al riparo da email, notifiche e messaggi. Ma questa bolla di irraggiungibilità ha ormai i giorni contati. Con l’annuncio ufficiale di easyJet, che a partire dal 2027 doterà la propria flotta di connessione Wi-Fi grazie all’installazione delle antenne Starlink, si prepara a cadere anche l’ultimo baluardo dell’offline.

La seconda più importante compagnia a basso costo d’Europa si unisce così alla schiera di aviolinee che hanno bussato alla porta di Elon Musk per fornire internet ad alta velocità ad alta quota. Un servizio che cambierà radicalmente l’esperienza di viaggio, ma che porta con sé un’incognita non da poco per il portafogli dei passeggeri. Il comunicato ufficiale diffuso dalla low cost britannica non chiarisce infatti i termini dell’accordo commerciale, glissando sulla domanda cruciale: la connessione sarà offerta gratuitamente o richiederà un sovrapprezzo? Contattata dal Corriere, una portavoce dell’azienda si è limitata a prendere tempo, dichiarando che “i dettagli sui prezzi ed eventuali modalità di accesso gratuito saranno forniti più avanti”. L’ipotesi più accreditata, considerando il modello di business del vettore, è che la navigazione in volo diventi un servizio extra a pagamento.

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How a referendum in Montana could change the rules of American democracy

Americans are headed to the polls next Tuesday in thousands of contests to decide whether to re-elect or confirm members of Congress and governors, and also mayors, school board members, and judges. There are also hundreds of referendums on the ballot, although perhaps none of those votes has as much long-term potential to change the rules of U.S. democracy as Initiative 194 (I-194) in Montana.

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© Matthew Brown (AP Photo)

A voter casts a ballot in the primaries in Billings, Montana, on June 2.
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The untold story of Ukraine’s Starlink crisis

The crisis in Ukraine over restrictions on the military use of SpaceX’s satellite constellation in the Russia-Ukraine war won’t be readily resolved. US lawmakers and the European Commission have now joined the fray, raising questions about the accountability of Trump administration officials and SpaceX executives. Nobody likes being held accountable, so even lifting the restrictions […]

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Pentagon Watchdog Refuses Starlink Investigation as Questions Grow Over Musk’s Control of Ukraine’s Military Communications

The Pentagon’s independent inspector general has declined a bipartisan request to investigate restrictions imposed on Starlink and Starshield satellite communications in Ukraine, leaving unresolved questions about who authorised the disruption, whether Washington was involved, and how much control Elon Musk exercises over infrastructure essential to Ukraine’s defence.

The decision, disclosed by the Associated Press on 28 October, follows complaints from Ukrainian officials that restrictions introduced earlier this month disrupted military drone operations, including attempts to intercept high-speed Russian attack drones.

Nine US senators, comprising five Democrats and four Republicans, had requested an independent investigation into the circumstances surrounding the interruption.

Instead, Pentagon Inspector General Platte Moring III informed lawmakers in a letter dated 27 October that the questions would be better addressed by the US Air Force and Space Force.

The response has intensified a dispute extending beyond Ukraine’s battlefield communications to the relationship between the American government, its defence contractors and the private companies supplying critical military technology.

Senators Demand Answers Over Starlink Restrictions

The investigation was requested by senators Jeanne Shaheen and Thom Tillis, alongside seven colleagues from both parties.

Their 15 October letter sought to establish whether Pentagon officials or other US government representatives had authorised, approved or received advance notice of changes affecting Ukraine’s satellite communications.

The senators also raised concerns about reported disruptions to intelligence-sharing and early-warning arrangements, including allegations that American personnel in Ukraine experienced difficulties reaching shelters during Russian air raids.

They wanted investigators to determine whether these incidents were connected, whether contractual obligations had been breached and whether SpaceX had acted independently.

Shaheen, the senior Democrat on the Senate Foreign Relations Committee, criticised the inspector general’s decision.

She argued that contradictory explanations from the Trump administration and SpaceX made an independent examination necessary to establish responsibility and prevent further disruptions.

Mollie Halpern, spokeswoman for the inspector general’s office, defended the decision, saying the congressional request had been carefully considered and that the issues were more appropriately handled within the Pentagon.

She nevertheless left open the possibility of reconsideration if additional information emerged.

Who Ordered the Slowdown?

The controversy began around 14 October, when Ukrainian forces reported that equipment using Starlink and its military-oriented counterpart, Starshield, was losing connectivity when travelling at higher speeds.

The restrictions were particularly damaging to unmanned aircraft.

Ukraine reported communications failures at movement speeds of approximately 130–161 kilometres per hour, limiting the effectiveness of certain strike drones and jet-powered interceptors used against Russian attacks.

According to The Wall Street Journal, Musk personally authorised the slowdown, although accounts differed over whether President Donald Trump or senior administration officials knew about the decision beforehand.

Musk subsequently acknowledged that SpaceX had imposed restrictions on commercial Starlink services, alleging that Ukrainian forces had violated the company’s terms of service by using the network for offensive operations.

Ukrainian representatives disputed that explanation.

Musk also maintained that Starshield was a separate system controlled by the US government, suggesting that decisions affecting its operation ultimately rested with American authorities.

Trump denied ordering the restrictions.

The differing accounts have left unanswered whether the interruption resulted from a corporate decision, an American government directive or a combination of the two.

Trump Intervention and Restoration of Services

The Wall Street Journal reported that Trump contacted Musk on 21 October and requested the removal of the restrictions.

Although some improvement followed, Ukrainian officials initially reported that the systems had not returned to full functionality.

On 24 October, however, Ukraine’s Ministry of Defence confirmed that normal performance had been restored, with stable communications recorded on equipment moving at speeds exceeding 400 kilometres per hour.

President Volodymyr Zelensky subsequently confirmed the restoration and thanked American officials and partners involved in resolving the problem.

The restoration addressed the immediate operational disruption but did not establish who had originally authorised the restrictions.

Private Technology and Military Accountability

The episode has renewed scrutiny of the Pentagon’s dependence on SpaceX, whose satellite networks have become important components of Ukrainian battlefield communications.

Starshield was developed to serve government and national security requirements, including military applications. Nevertheless, the dispute illustrates the difficulty of determining responsibility when essential defence capabilities depend on systems developed and operated by commercial contractors.

The issue has historical precedent.

In 2022, Musk ordered restrictions on Starlink availability in parts of Russian-occupied Ukraine, citing concerns that expanded military use might escalate the conflict.

The latest incident has prompted renewed discussion of whether contractual arrangements provide sufficient safeguards against unexpected interruptions.

Following the October restrictions, Finnish satellite company ICEYE announced discussions with Nokia and Ukraine’s Defence Ministry concerning cooperation on sovereign satellite communications.

Such alternatives could eventually reduce dependence on individual commercial providers, although developing and deploying replacement capabilities would require additional investment and time.

For American lawmakers, meanwhile, the immediate question remains unresolved.

The Pentagon has directed their concerns towards the military services responsible for aspects of satellite communications, rather than opening an independent inspector general investigation.

Whether those services can establish precisely who ordered the restrictions, what authority was exercised and whether contractual safeguards were observed will determine how much accountability emerges from the episode.

For Ukraine, the communications have been restored. The question of who could interrupt them, and under whose authority, remains unanswered.

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Midterm 2026, il più costoso della storia Usa: i milioni di Musk, dei super ricchi e i “dark money” per finanziare i repubblicani

Questa volta potrebbero essersi sbagliati. Alle elezioni di midterm del 3 novembre, i super ricchi hanno scelto il partito repubblicano e potrebbero aver puntato sul cavallo sbagliato. I sondaggi, a meno di una settimana dal voto, danno infatti i repubblicani destinati a perdere la maggioranza alla Camera e in un testa a testa molto poco rassicurante con i democratici al Senato. Un’analisi condotta da CNBC sui dati della Federal Election Commission ha evidenziato comunque che 14 dei 20 dei maggiori finanziatori o gruppi di finanziatori al midterm 2026 hanno scelto il G.O.P. Guida il gruppo pro-repubblicani Elon Musk – ovviamente, verrebbe da dire, considerato il suo ruolo in gran parte della battaglie della destra Usa e globale. Vengono quindi i proprietari di Uline, Richard e Elizabeth Uihlein, seguiti da Jeff Yass, l’uomo più ricco della Pennsylvania, tra i 25 più ricchi al mondo. I 20 hanno comunque complessivamente messo a disposizione di questo ciclo elettorale 1 miliardo e 200 milioni di dollari, pari a circa un ottavo dei 9 miliardi e 800 milioni complessivi raccolti sino al 25 settembre dalle campagne dei partiti e dai super Pac. Se però si considera il cosiddetto dark money, quindi i fondi non tracciabili provenienti dai gruppi non-profit, la spesa per queste elezioni potrebbe arrivare a 15 miliardi. Una cifra stratosferica, che fa del midterm 2026 il più costoso della storia americana.

Sono diverse le ragioni che spiegano il vantaggio dei repubblicani sui democratici nella raccolta di finanziamenti elettorali. A risaltare è anzitutto il ruolo di Donald Trump, il presidente più pro-business della storia americana, che ha gestito la Casa Bianca come un comitato d’affari in cui politica e miliardi si confondono, in cui si esige dal mondo del business fedeltà cieca – in cambio di leggi e regolamentazioni favorevoli – e in cui dichiarazioni e decisioni governative sono state sapientemente distribuite in modo da orientare migliaia di operazioni sui mercati azionari e delle criptovalute. La scelta del G.O.P. da parte dei super ricchi dipende comunque anche da ragioni interne al Partito Democratico. Tra queste, c’è il “trauma” per la sconfitta di Kamala Harris, ancora molto forte. Non è poi ancora chiaro quale sarà il peso dei socialisti democratici nel partito. Domina anche una certa scarsa considerazione per la leadership democratica di Washington, guidata da Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, non particolarmente capaci di dare al partito una linea unitaria. Questo complesso di ragioni ha fatto sì che, rispetto al passato, siano passati meno finanziamenti per il Democratic National Committee. Quando i ricchi hanno voluto donare ai democratici, lo hanno fatto direttamente ai candidati o alle cause che sostengono.

È vero che i democratici sono stati capaci di lavorare soprattutto su milioni di piccoli contributi, poi indirizzati ai 13 duelli chiave al Senato – ciò che ha rafforzato le loro speranze di riprendersi anche il Senato. Per il resto, appunto, nel campo dem si è distinto il solito George Soros, il maggiore finanziatore privato individuale delle cause progressiste anche a questo giro elettorale, che ha destinato 103 milioni di dollari a organizzazioni a lui collegate, tipo “Democracy PAC”, che hanno a loro volta sostenuto gruppi e comitati vicini ai dem. Subito dietro Soros, tra i principali donatori dell’area liberal, si colloca l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che è intervenuto soprattutto nell’ultima fase della campagna elettorale, tra settembre e ottobre, con un mega finanziamento di 80 milioni di dollari destinato all’“House Majority PAC” e in generale ai gruppi focalizzati sulla riconquista democratica della Camera. Bloomberg ha continuato anche a finanziare una causa cui da anni si mostra particolarmente sensibile: quella del controllo nella vendita e possesso delle armi.

Sono stati però appunto i repubblicani ad accaparrarsi la fetta più consistente delle centinaia di milioni donati nel 2026 dai grandi ricchi alla politica Usa. In cima alla classifica dei “generosi” del G.O.P. c’è Elon Musk, che a questo ciclo elettorale si impone definitivamente come il più grande donatore politico individuale nella storia degli Stati Uniti. Per le elezione 2026, Musk ha investito 446 milioni di dollari del suo patrimonio personale. Il finanziamento – che segue a un’altra donazione record, quasi 290 milioni di dollari alle presidenziali 2024 – è stato fatto cadere a pioggia su istituzioni ufficialmente legate al partito e a gruppi che rappresentano le cause conservatrici. Al “Senate Leadership Fund” il principale PAC a sostegno dei candidati repubblicani per il Senato, è andata la donazione più consistente del proprietario di Tesla: circa 158 milioni, destinati soprattutto alla non facile impresa di sostenere le speranze di elezione in Texas di Ken Paxton, candidato voluto fortemente da Donald Trump ma segnato, nella sua carriera politica, da troppe zone d’ombra. L’ultima riguarda i circa 350 viaggi fuori del Texas, pagati dai contribuenti del Texas, che Paxton fece da attorney general dello Stato.

Tra i beneficiari di Musk c’è poi, con 76 milioni, il suo personale gruppo di pressione politica, “America Pac”, che si è concentrato sulle operazioni di canvassing, la campagna porta a porta dei candidati, oltre che sulla mobilitazione dell’elettorato conservatore nei distretti elettorali in bilico. Al “Congressional Leadership Fund” sono invece andati 20 milioni di dollari, meno che al Senato, considerate le scarse speranze repubblicane di mantenere il controllo della Camera. Ancora al Texas, in particolare al “Lone Star Liberty PAC”, Musk ha indirizzato 10 milioni di dollari – la perdita del seggio senatoriale in Texas sarebbe simbolicamente, oltre che politicamente, un pessimo segnale per l’America di Trump. Altri milioni sono andati all’associazione dei governatori repubblicani e a quella degli attorneys general – rispettivamente, 10 e 2 milioni di dollari. Se una parte significativa dell’enorme quantità di denaro immesso da Musk nel midterm è andata alla difesa della maggioranza repubblicana del Senato – il miliardario cerca di tutelare i contratti che SpaceX ha con il governo federale, in particolare NASA e Dipartimento alla Difesa, ed evitare che un Congresso dominato dai democratici faccia partire inchieste a raffica sul suo operato a capo del DOGE – non sono state dimenticati i temi qualificanti dell’agenda conservatrice più radicale, con milioni di dollari a gruppi che contrastano le restrizioni in tema di AI o che si battono contro i diritti delle persone transgender.

Dietro Musk, si è consolidato a queste elezioni il ruolo di Richard e Elizabeth Uihlein come grandi donatori conservatori. A capo di un impero costruito grazie agli imballaggi industriali, la coppia ha donato quest’anno ai repubblicani tra i 135 e i 150 milioni di dollari. Gli Uihlein si sono concentrati su aree e candidati specifici. 34,8 milioni di dollari sono andati ai repubblicani del Wisconsin e sono serviti in gran parte a finanziare la campagna a governatore di Tom Tiffany. Una cifra ancora maggiore, intorno ai 39 milioni di dollari, sono stati versati dagli Uihlein a “Restoration of America PAC”, che li ha a sua volta destinati alle campagne elettorali dei repubblicani di un altro Stato del Midwest, il Minnesota. In California Richard Uihlein ha spedito circa 17 milioni di dollari per sostenere la “Prop 39”, un referendum sull’introduzione dI regole più severe nell’identificazione degli elettori. Brilla poi come finanziatore di cause conservatrici Jeff Yass, storico libertarian, co-fondatore della società di trading Susquehanna International Group, che ha donato milioni di dollari a cause come la libertà di scelta scolastica per le famiglie e il finanziamento pubblico per le scuole private; la battaglia contro la regolamentazione delle attività economiche; il sostegno a Israele e l’elezione del maggior numero di giudici federali conservatori. Dietro questo gruppetto si schiera il Gotha della finanza e dell’economia Usa, da Marc Andreessen e Ben Horowitz a Miriam Adelson, da Kenneth Griffin a Paul Singer – tutti insieme appassionatamente per sostenere con una valanga di dollari quella che potrebbe rivelarsi una tra le delusioni più cocenti nella storia recente dei repubblicani.

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Olivia Muñoz-Rojas: “No hay prendas intrínsecamente de izquierdas o de derechas”

La dimensión visual ha sido, históricamente, una herramienta esencial tanto para ejercer el poder como para cuestionarlo. Cuando surgió la política de masas, el arte y las distintas formas de expresión estética han ido adquiriendo una creciente relevancia política. Mediante la indumentaria y la estética interpretamos -no siempre de manera consciente- códigos, símbolos y mensajes repletos de significado político.

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© Cortesía de Paidós (EL PAÍS)

La escritora Olivia Muñoz-Rojas.
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Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street

Subito dopo aver reso pubblicamente ufficiale che la Luna prende il posto di Marte come obiettivo primario, Musk annuncia la fusione di SpaceX con xAI, la società di Intelligenza Artificiale dal valore di 300 miliardi di dollari.

L’operazione, che secondo Bloomberg ha una valutazione societaria combinata di circa 1,25 trilioni di dollari, porta sotto un unico ombrello SpaceX, Starlink, Starshield, xAI (con il suo modello Grok45) e la piattaforma X. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire i data center nello Spazio che, alimentati da energia solare, siano capaci di sostenere futuri sistemi di ai con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra.

La «Starship Enterprise», secondo la brillante definizione del settimanale The Economist, esplicita la convergenza dell’economia integrata nell’ecosistema imprenditoriale di Elon Musk, e ridefinisce le sue priorità attraverso l’integrazione di SpaceX con xAI. Sposta il centro di gravità da Marte alla Luna e alle orbite tra quest’ultima e la Terra, dove realizzare le infrastrutture orbitali per l’ai, mettendo per il momento in secondo piano i sogni multiplanetari, senza però farli scomparire del tutto. Ma per realizzare la «Starship Enterprise» servono miliardi di dollari, e quindi, si passa da Marte a Wall Street nel giro di un batter di ciglia.

Due sono le domande da porsi. Primo: la «Starship Enterprise» dipende, nomen omen, dal successo tecnologico della futuristica astronave, ma crescono i dubbi sul fatto che il razzo più potente del mondo riuscirà mai a superare le sue sfide ingegneristiche. Il dodicesimo volo di prova, avvenuto subito dopo la pubblicazione del prospetto informativo per l’offerta pubblica, è stato descritto da SpaceX come «una missione quasi perfetta» nel pieno rispetto della Retorica narrativa della società. In realtà, si sono verificati guasti ai motori sia nel primo che nel secondo stadio e, secondo il South China Morning Post, il primo stadio – super heavy booster – è entrato nel Golfo del Messico ad alta velocità, mentre la Starship è riuscita a malapena a raggiungere l’area di rientro designata nell’Oceano Indiano. Magari la fonte cinese potrebbe essere considerata faziosa (anche perché gli aspetti positivi della missione non sono certo stati pochi), ma ci ha pensato comunque la Federal Aviation Authority americana a stabilire ufficialmente che, nei fatti, la missione era da considerarsi globalmente non del tutto positiva per cui era necessaria una approfondita analisi investigativa delle cause. L’indagine si è positivamente risolta in un paio di mesi, e SpaceX ha potuto lanciare a luglio il tredicesimo volo di prova della Starship che, per la gioia degli investitori di Wall Street, è stato positivo superando i problemi verificatisi durante il test precedente e aprendo la strada alle missioni più ambiziose.

La seconda domanda da porsi è: di là dalle scommesse tecnologiche descritte sopra, che certo non sfuggono ai mercati finanziari, se la priorità dell’azienda fosse stata ancora solo la colonizzazione di Marte quanto si sarebbero fidati gli investitori a scommettere una tale montagna di denaro? Lasciando al lettore la risposta, ci si sarebbe tranquillamente potuti attendere che la priorità narrativa dell’azienda avrebbe assunto forme differenti. E invece, leggendo il prospetto informativo S-149 che SpaceX ha depositato il 20 maggio 2026 alla sec, la Securities and Exchange Commission statunitense, ci si rende conto che lo schema retorico è incredibilmente dirompente in quanto espressamente ancorato alla Retorica originaria dell’esplorazione multiplanetaria, quasi si trattasse di un racconto di Asimov e non di un documento societario per Wall Street. Nel prospetto si legge che l’azienda prevede di accelerare l’avvio urgente di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre, e di garantire il florido futuro dell’umanità per far sì che gli esseri umani non condividano la stessa sorte dei dinosauri. Si tratta di frasi difficilmente riscontrabili con qualsiasi altro documento della sec in previsione di una quotazione di borsa.

Il testo introduttivo del prospetto è stato redatto dallo stesso Musk, il quale scrive testuale: «Si tratta di credere nel futuro e di pensare che sarà migliore del passato. Non riesco a immaginare nulla di più esaltante che partire alla conquista dello Spazio e trovarci tra le stelle». E sul suo profilo X rincara la dose: «Voglio permettere a ciascuno di avere la propria Luna o il proprio Marte, perché è ciò che garantisce il futuro della coscienza».

Coscienza, avete letto bene. Ma poi, a leggere bene, si evince che il business planetario su cui si regge l’intera operazione è dato da tre settori: connettività, ai e data center, che poi sono tutti e tre interconnessi tra loro.

Per il grande pubblico, la Retorica si aggiorna guardando alla Luna e mantenendo sullo sfondo Marte e il suo slancio salvifico per l’umanità, mentre Wall Street guarda direttamente al Pentagono. Perché la narrativa lunare implica due incipit contingenti, non esplicitati: in primis Starlink, il sistema di connettività globale che fornirà telecomunicazioni commerciali dagli aerei fino agli smartphone; e, in secondo luogo, il Golden Dome, cioè lucrosi contratti del dipartimento della Guerra.

Non è un caso se nei giorni immediatamente successivi al deposito del prospetto di borsa, SpaceX ha ricevuto due contratti dalla us Space Force per un totale di 6,45 miliardi di dollari: i due appalti fanno parte del programma Golden Dome e prevedono il lancio di migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, sia per la rete di comunicazione centrale, e sia per lo Space-Based Advanced Moving Target Indicator (sbamti), progettato per rilevare e tracciare minacce aeree in movimento quali aerei da combattimento, droni e missili cruise.

Bisogna poi considerare che, di fatto, nel Golden Dome si integra anche il progetto ai e data center nello Spazio, presentato nel prospetto di SpaceX per la borsa. Anche in questo caso l’annessa Retorica è quella del beneficio per il pianeta dovuto allo spostamento oltre l’atmosfera di infrastrutture voraci di acqua per raffreddamento e di energia per il funzionamento, risorse queste – freddo ed energia – disponibili gratis nello Spazio. Ma il non detto sottinteso è che i data center costituiranno pure un futuro potenziale business commerciale, ma in realtà sono anch’essi delle infrastrutture strategiche per il funzionamento dell’intera architettura spaziale di protezione missilistica, e quindi oggetto di altrettanto lucrosi appalti militari.

In estrema sintesi, l’AI orbitale trasforma il sistema di difesa missilistica tradizionale che si basa su «rilevamento-comunicazione-risposta» con satelliti in orbita e centri di comando e controllo a terra, in un sistema del tutto nuovo basato su «rilevamento-reazione-risposta» autonomo e interamente spaziale. Questo è il Golden Dome. Spostare tutto il sistema di allerta, rilevamento e risposta nello Spazio riduce il tempo di reazione da minuti a secondi; ecco perché i data center spaziali sono l’unica architettura computazionale compatibile con questa velocità operativa.

In sintesi, Marte può attendere, Wall Street e (soprattutto) il Pentagono invece no. Elon Musk, grazie ai suoi indubbi successi tecnici, vende una visione del futuro così forte e convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non verrebbero permesse a nessun altro – come per esempio un prospetto informativo per la quotazione di borsa che assomiglia a un libro di fantascienza.

Così come appaiono futuribili, e finanziariamente enormi, le previsioni di mercato che SpaceX ipotizza: 28.500 miliardi di dollari di cui 1.600 miliardi grazie a Starlink (che oggi genera ricavi per 4,4 miliardi), e 26.500 miliardi nell’ai con servizi dallo Spazio.

Qui la narrazione esageratamente ampia dei dati economici è funzionale a comunicare che l’azienda non punta a un mercato esistente ma a uno che ancora non c’è, e che prenderà forma concreta proprio grazie all’intrapresa industriale dell’iniziativa stessa. Logico quindi che i sogni di salvezza multiplanetaria restino sullo sfondo; essi sono rinviati perché la funzione escatologica del pianeta rosso non è un progetto commerciale, ma una missione di salvezza della specie. E se questa Retorica eleva il discorso al di fuori della portata della critica ordinaria, ciò non funziona proprio (né potrebbe funzionare) con il mercato finanziario.

Volendo trarre delle conclusioni, si potrebbe riassumere che la narrativa dello Spazio, e di Marte in particolare, di Elon Musk rappresenta uno dei più sofisticati esempi di Retorica contemporanea incentrata su un’idea visionaria extraterrestre, che viene sapientemente applicata alla raccolta di capitali, al lobbying politico e alla costruzione di un consenso pubblico globale, indipendentemente poi dal fatto che su Marte ci si arrivi in tempi ragionevoli. Infatti, il sogno marziano viene ex abrupto messo da parte nel momento in cui la Geopolitica terrestre detta vincoli e limiti.

Tratto da “Tra spazio e terra. Retorica e politica della corsa alla Luna” (Paesi edizioni), di Marcello Spagnulo, 18 euro, 144 pagine.

L'articolo Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street proviene da Linkiesta.it.

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Putin: Russia in ‘close contact’ with ‘genius’ Musk over satellite networks

Russian President Vladimir Putin praised SpaceX CEO Elon Musk as a “genius” Wednesday while revealing that Russia has been in contact with the billionaire as the country works to develop a rival satellite internet network. Putin made the remarks during a summit with African leaders in Moscow, where Maksut Shadayev, Russia’s digital development minister, briefed…

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House Democrat: Paper ballots protect against Musk’s potential election hacking

Rep. Jim Himes (D-Conn.), the ranking member on the House Intelligence Committee, said Wednesday that the use of paper ballots prevents hacking from tech mogul Elon Musk, who is supporting Republicans this election cycle. “Forty-nine of the 50 states have paper records of the ballots, right?” Himes said on MS NOW’s “Morning Joe.” “Except for…

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Putin hails Elon Musk’s ‘genius’ amid plans for Russian version of Starlink

Russia plans to build own version of US billionaire’s satellite communications to help attack Ukraine

Vladimir Putin praised Elon Musk’s genius and said he was in touch with Starlink’s controlling shareholder as Russia develops its own satellite communications for its military to use against Ukraine.

The Russian president, speaking at a summit with African leaders in Moscow, was comparing the Earth-orbiting network built by Musk’s SpaceX with Russia’s gradual efforts to build its own Rassvet constellation.

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© Photograph: Maxim Shipenkov/Reuters

© Photograph: Maxim Shipenkov/Reuters

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Putin hails Elon Musk’s ‘genius’ amid plans for Russian version of Starlink

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The Russian president, speaking at a summit with African leaders in Moscow, was comparing the Earth-orbiting network built by Musk’s SpaceX with Russia’s gradual efforts to build its own Rassvet constellation.

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© Photograph: Maxim Shipenkov/Reuters

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Elonville, la città che Musk vuole comprare per i suoi data center dell’intelligenza artificiale

Elon Musk vuole acquistare una città in Mississippi: si chiama Southaven, ospita una centrale elettrica fondamentale per alimentare i data center della sua intelligenza artificiale, e da alcuni media americani è stata già ribattezzata “Elonville“. Il piano del miliardario prevede l’acquisto di 418 case a un prezzo di mercato di 180.000 dollari; come parte della compravendita è previsto anche un accordo con i proprietari in cui rinunciano a partecipare a una causa legale contro l’azienda. Diciotto proprietari avrebbero già accettato.

La proposta indecente di Musk agli abitanti di questo piccolo centro è: vendetemi le vostre case e trasferitevi altrove. E non è neanche una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Pare, infatti, che il miliardario non voglia andare oltre il prezzo di mercato, 180.000 dollari. Secondo quanto riferito dal sindaco della città, le case serviranno ad accogliere il personale di xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk confluita in SpaceX a febbraio che sta vivendo una fase di espansione rapidissima nell’area.

Negli ultimi due anni, infatti, l’azienda ha realizzato tre data center tra Southaven e la vicina Memphis, in Tennessee. Ed è lì che Musk trascorre almeno tre notti a settimana, dormendo in un caravan, nemmeno di super lusso, per supervisionare direttamente il progetto. D’altra parte Musk ha investito circa mezzo miliardo di dollari per sostenere l’elezione di candidati repubblicani negli ultimi due cicli elettorali e il suo fervore per i data center è condiviso da Donald Trump e dalla sua amministrazione.

Non si può invece dire che i residenti di Southaven siano entusiasti. Per quanto alcuni abitanti siano propensi ad accettare l’offerta dell’uomo più ricco del mondo e lasciare la città, altri intendono dare battaglia. A giugno tre residenti della zona, esasperati dal frastuono causato dai lavori di espansione dell’impianto di xAI, hanno intentato una causa, lamentando “rumori costanti, vibrazioni e altri disagi” a causa delle turbine a gas necessarie per l’alimentazione.

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Reporter's notebook: Visiting a POW camp is the strongest antidote to sympathy for Russian soldiers

Once our eyes adjusted to the aggressive glare of the freshly painted white walls around the yard, we began to make out figures, dozens of them dressed in navy blue, clinging to the inner walls of this surreal space.

It was a scorching June day in western Ukraine, and we

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