Chi è Tiziana Landoni, la gip che ha scarcerato Siher e provocato l’ira di Meloni
Fino a pochi giorni fa il suo nome era conosciuto quasi esclusivamente negli ambienti giudiziari. Oggi Tiziana Landoni è una delle magistrate più discusse d’Italia, finita al centro di uno scontro istituzionale che coinvolge Palazzo Chigi, il governo e i vertici del Tribunale di Milano. Il motivo è la decisione di non convalidare il fermo di Youssef Siher, il trentenne attivista pro Palestina accusato dalla Procura di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, in relazione all’attività dei canali social del Movimento 17 ottobre.
Una decisione che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito “vergognosa”, provocando la dura reazione dei vertici della giustizia milanese. Ma chi è la giudice che, con un’ordinanza di 37 pagine, ha respinto la ricostruzione degli inquirenti e disposto la liberazione dell’attivista?
Chi è Tiziana Landoni: gli inizi a Gela, poi Busto Arsizio e Milano
Di Tiziana Landoni si conoscono soprattutto le tappe del percorso professionale. Minuta, giovane, in magistratura da circa dodici anni, come la descrive il Corriere della Sera, ha alle spalle tre esperienze giudiziarie. La prima a Gela, in Sicilia, dove ha lavorato come giudice del dibattimento. Una delle sedi tradizionalmente considerate disagiate, nelle quali vengono spesso destinati i magistrati all’inizio della carriera.
Successivamente il trasferimento al Tribunale di Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove ha affrontato numerosi procedimenti di cronaca giudiziaria. Tra questi, un’inchiesta su presunte tangenti legate alla gestione delle salme delle vittime del Covid nell’obitorio di Saronno, una vicenda di rapine a una gioielleria di Arconate e il caso di un primario di una clinica privata accusato di violenza sessuale ai danni di una ex compagna, che avrebbe narcotizzato con un’iniezione di antidolorifico.
Sempre a Busto Arsizio, Landoni si era occupata di un caso di aggressione con l’acido ai danni di un uomo, sfregiato dall’ex compagna. La condanna a sette anni e mezzo aveva suscitato le proteste della vittima, che riteneva la pena troppo lieve. La sentenza, tuttavia, teneva conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato, a fronte di una richiesta dell’accusa di nove anni.
Nel 2024 l’arrivo al Tribunale di Milano, dove Landoni lavora come giudice per le indagini preliminari. Il suo ufficio è al settimo piano del Palazzo di giustizia. Qui ha affrontato anche procedimenti relativi ai reati del cosiddetto Codice Rosso, prima che il suo nome diventasse improvvisamente di dominio pubblico.
Dalla scarcerazione di Siher ai prossimi casi: Ramy ed Equalize
A portarla al centro dell’attenzione nazionale è stato il procedimento su Youssef Siher, assegnatole perché si trovava di turno. La gip ha respinto la richiesta di convalida del fermo e quella di custodia cautelare in carcere avanzate dalla Procura, escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati e del pericolo di fuga. Nelle motivazioni, Landoni ha distinto le espressioni di critica politica, anche particolarmente aspre, da un’effettiva istigazione a commettere reati. Secondo la giudice, i messaggi attribuiti a Siher non contenevano un concreto incitamento alla violenza né un richiamo alle devastazioni avvenute a Milano il 17 e 18 ottobre. Ma il fascicolo Siher potrebbe essere soltanto il primo di una serie di procedimenti destinati a riportare Landoni sulle pagine dei giornali.
Il prossimo 6 novembre sarà infatti chiamata a esaminare la richiesta di rinvio a giudizio relativa alla morte di Ramy Elgaml, il diciannovenne deceduto durante un inseguimento dei carabinieri a Milano. La Procura chiede il processo per il militare alla guida dell’auto inseguitrice, accusato di omicidio stradale per eccesso colposo nell’adempimento del dovere, e per altri carabinieri coinvolti nell’inchiesta con accuse di depistaggio.
Il 3 dicembre sarà invece la volta di un altro procedimento di grande rilievo, l’inchiesta Equalize sui presunti dossieraggi illeciti, che coinvolge la società investigativa milanese al centro di un vasto caso di accessi abusivi e raccolta di informazioni riservate. Due vicende molto diverse, ma entrambe particolarmente delicate per le implicazioni giudiziarie e l’attenzione mediatica.
La firma sull’appello per Gaza e il particolare che riguarda la pm Crupi
A rendere ancora più acceso il dibattito intorno a Landoni è stata la scoperta della sua adesione, nel settembre 2025, all’Appello dei Giuristi per Gaza, un documento sottoscritto da 3.135 tra magistrati, avvocati e professori universitari per richiamare le istituzioni italiane al rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale. Una circostanza rilanciata dal vicepremier Matteo Salvini, che ha messo in relazione la firma con la decisione sul caso Siher, sollevando interrogativi sull’imparzialità della magistrata.
C’è però un particolare significativo, evidenziato dal Corriere della Sera: tra i firmatari dello stesso appello figura anche Francesca Crupi, la pubblico ministero che per Siher aveva invece chiesto la custodia cautelare in carcere. Nell’elenco dei sottoscrittori, Landoni compare al numero 766, Crupi al numero 305. Un elemento che rende più complesso il tentativo di leggere la decisione giudiziaria esclusivamente attraverso le convinzioni personali attribuite alla gip.
Lo scontro con Meloni e la difesa dei vertici del Tribunale di Milano
La decisione di Landoni ha innescato una reazione durissima da parte del governo. La premier Giorgia Meloni l’ha definita “vergognosa”, sostenendo che rappresenti una mortificazione del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi l’ha giudicata “assolutamente non condivisibile”, mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha manifestato sorpresa per l’esito del procedimento.
A difendere la magistrata sono intervenuti il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia e la presidente della sezione Gip-Gup Vincenza Maccora. In una nota congiunta hanno definito “irricevibili” gli attacchi provenienti da esponenti politici, ricordando che il giudice è chiamato a valutare autonomamente gli elementi presentati dall’accusa e dalla difesa.
“La responsabile libertà di giudizio non può risentire di aspettative politiche o di suggestioni estranee al procedimento”, hanno sottolineato i due magistrati, ricordando che le decisioni giudiziarie possono essere contestate e impugnate, ma non devono trasformarsi in attacchi personali. Solidarietà è arrivata anche dall’Associazione nazionale magistrati, che ha richiamato i principi di autonomia e indipendenza della magistratura.
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I giornali tradizionalmente di destra – e i loro direttori – non dovevano credere ai loro occhi quando Siher è stato portato in Questura a Milano e da lì al carcere di San Vittore. E infatti, col tipico garantismo a convenienza, si sono affrettati a condannarlo. E, intorno alla condanna, a costruire la propria narrazione. Partiamo da il Giornale diretto da Tommaso Cerno. L’apertura a caratteri cubitali del 25 è “L’ayatollah dei maranza”. Il sottotitolo: “Fermato il fondatore del gruppo 17 ottobre”. La doppia pagina, 2-3, è “Regia islamica” (dietro gli scontri, ovviamente). Tra i “deliri” e le “ossessioni ” di Siher – così li definiscono nella redazione milanese del quotidiano fondato da Indro Montanelli – aver appoggiato un’interrogazione di Nicola Fratoianni, essere un attivista pro Pal, parlare di genocidio e di libertà “dal fiume al mare”. Il giorno dopo, attenzione, ecco a tutta pagina “Tutti i legami di Youssef”, reo di aver partecipato a un convegno con l’ex Avs Aboubakar Soumahoro e di essere sceso in piazza con Mohammad Hannoun. Già che ci siamo, poiché nel calderone di questi giorni fa comodo, il 27 l’apertura è sull’intervista a Matteo Salvini. Titolata così: “Islam pericolo per l’Italia. Ecco la mia nuova Lega”. Accostamenti suggestionanti stabilirebbe una storica sentenza della Cassazione sui limiti del diritto di cronaca. Dopo le pagine 2-3 col leader del Carroccio che dice che le moschee vanno chiuse, a pagina 4 ecco Siher, definito “l’ideologo eversore”. Poi si parla di Fratelli musulmani, di Piantedosi che indica di “valutare legami con Hamas” e della presunta intenzione del giovane ricercatore – tutta da dimostrare – di volere “una primavera araba” a Milano.
Per Libero, il giornale diretto da Alessandro Sallusti, la prima pagina del 25 ottobre diventa il pretesto per una doppia operazione: screditare le rivendicazioni socio-economiche di chi protesta, incolpando l’Islam, e attaccare il Fatto Quotidiano (poiché Siher ha svolto uno stage nella redazione di Milano). Ecco l’apertura: “Non è disagio, è Islam”. Il sottotitolo: “Presa la mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio”. Per Sallusti è l’uomo perfetto: “Altro che emarginazione”. Nell’editoriale parla persino di un “progetto politico di matrice islamica per destabilizzare l’Italia”. Poi, con l’immancabile paternalismo, dà del “cretino” a Siher e a chi “gli ha dato spago e credibilità”. A pagina 2 un titolo che è già una sentenza: “La mente del Movimento voleva il partito islamico per dare l’Italia ai maranza”. A pagina 3, visto che ci siamo, un attacco – così viene inteso dai lettori del quotidiano fondato da Vittorio Feltri – ai 5 stelle. Siher viene descritto, nella titolazione, come “l’intellettuale musulmano autore del ‘Fatto’ e amico del M5s“. Il giorno dopo, il 26, in prima pagina compare un titolo che dire allusivo è poco: “Tutte le donne del capo islamico“. Il pretesto è l’indagine a carico della moglie. L’apertura in prima pagina del 27 ottobre, invece, è dedicata al Partito democratico: “Il Pd arruola il capo islamico”. A Sallusti non devono essere piaciute le prese di posizione di chi ha espresso più di un dubbio sul fermo del 30enne e sulle relative accuse.
Anche per la Verità, il giornale fondato e diretto da Maurizio Belpietro, il fermo di Siher è l’assist perfetto per cancellare con un colpo di spugna il disagio sociale. L’occhiello dell’apertura, domenica 25 ottobre, recita: “Ma quale disagio economico: ecco chi muove le rivolte dei maranza”. Siher è già il responsabile. E infatti il titolo è “Preso il capo del branco”. Nell’editoriale Belpietro snocciola il curriculum del giovane, definendolo “l’ideatore del Movimento 17 ottobre, quello che minacciava di scatenare la rivolta in tutte le città d’Italia fino a che non fosse caduto il governo”. Povero governo, viene da dire: che scarsa stima da parte dei suoi sostenitori. Naturalmente per la Verità è importante sottolineare che Siher sia un italiano di “seconda generazione”, figlio di immigrati marocchini, e che sia istruito. Ecco l’apertura a pagina 2: “Altro che maranza. Il capo del 17 ottobre è un italomarocchino con laurea e master”. Il titolo dell’editoriale di Belpietro? È a pagina 3: “La storia di Siher è la dimostrazione che l’unico errore è stato integrare“. Insomma, il 30enne residente in provincia di Brescia è già ampiamente colpevole. Il giorno dopo, il 26, l’apertura del quotidiano dà per certo che i disordini siano stati favoriti da finanziamenti pubblici. Eccola: “C’è un giro di soldi pubblici dietro le menti della rivolta”. Anche qui il pretesto che spinge un titolo così roboante è poca cosa: la moglie di Siher lavora per un’associazione che ha ricevuto denaro dal Comune di Milano e da altri enti pubblici.