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Chi è Tiziana Landoni, la gip che ha scarcerato Siher e provocato l’ira di Meloni

29 October 2026 at 10:24

Fino a pochi giorni fa il suo nome era conosciuto quasi esclusivamente negli ambienti giudiziari. Oggi Tiziana Landoni è una delle magistrate più discusse d’Italia, finita al centro di uno scontro istituzionale che coinvolge Palazzo Chigi, il governo e i vertici del Tribunale di Milano. Il motivo è la decisione di non convalidare il fermo di Youssef Siher, il trentenne attivista pro Palestina accusato dalla Procura di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, in relazione all’attività dei canali social del Movimento 17 ottobre.

Una decisione che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito “vergognosa”, provocando la dura reazione dei vertici della giustizia milanese. Ma chi è la giudice che, con un’ordinanza di 37 pagine, ha respinto la ricostruzione degli inquirenti e disposto la liberazione dell’attivista?

Chi è Tiziana Landoni: gli inizi a Gela, poi Busto Arsizio e Milano

Di Tiziana Landoni si conoscono soprattutto le tappe del percorso professionale. Minuta, giovane, in magistratura da circa dodici anni, come la descrive il Corriere della Sera, ha alle spalle tre esperienze giudiziarie. La prima a Gela, in Sicilia, dove ha lavorato come giudice del dibattimento. Una delle sedi tradizionalmente considerate disagiate, nelle quali vengono spesso destinati i magistrati all’inizio della carriera.

Successivamente il trasferimento al Tribunale di Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove ha affrontato numerosi procedimenti di cronaca giudiziaria. Tra questi, un’inchiesta su presunte tangenti legate alla gestione delle salme delle vittime del Covid nell’obitorio di Saronno, una vicenda di rapine a una gioielleria di Arconate e il caso di un primario di una clinica privata accusato di violenza sessuale ai danni di una ex compagna, che avrebbe narcotizzato con un’iniezione di antidolorifico.

Sempre a Busto Arsizio, Landoni si era occupata di un caso di aggressione con l’acido ai danni di un uomo, sfregiato dall’ex compagna. La condanna a sette anni e mezzo aveva suscitato le proteste della vittima, che riteneva la pena troppo lieve. La sentenza, tuttavia, teneva conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato, a fronte di una richiesta dell’accusa di nove anni.

Nel 2024 l’arrivo al Tribunale di Milano, dove Landoni lavora come giudice per le indagini preliminari. Il suo ufficio è al settimo piano del Palazzo di giustizia. Qui ha affrontato anche procedimenti relativi ai reati del cosiddetto Codice Rosso, prima che il suo nome diventasse improvvisamente di dominio pubblico.

Dalla scarcerazione di Siher ai prossimi casi: Ramy ed Equalize

A portarla al centro dell’attenzione nazionale è stato il procedimento su Youssef Siher, assegnatole perché si trovava di turno. La gip ha respinto la richiesta di convalida del fermo e quella di custodia cautelare in carcere avanzate dalla Procura, escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati e del pericolo di fuga. Nelle motivazioni, Landoni ha distinto le espressioni di critica politica, anche particolarmente aspre, da un’effettiva istigazione a commettere reati. Secondo la giudice, i messaggi attribuiti a Siher non contenevano un concreto incitamento alla violenza né un richiamo alle devastazioni avvenute a Milano il 17 e 18 ottobre. Ma il fascicolo Siher potrebbe essere soltanto il primo di una serie di procedimenti destinati a riportare Landoni sulle pagine dei giornali.

Il prossimo 6 novembre sarà infatti chiamata a esaminare la richiesta di rinvio a giudizio relativa alla morte di Ramy Elgaml, il diciannovenne deceduto durante un inseguimento dei carabinieri a Milano. La Procura chiede il processo per il militare alla guida dell’auto inseguitrice, accusato di omicidio stradale per eccesso colposo nell’adempimento del dovere, e per altri carabinieri coinvolti nell’inchiesta con accuse di depistaggio.

Il 3 dicembre sarà invece la volta di un altro procedimento di grande rilievo, l’inchiesta Equalize sui presunti dossieraggi illeciti, che coinvolge la società investigativa milanese al centro di un vasto caso di accessi abusivi e raccolta di informazioni riservate. Due vicende molto diverse, ma entrambe particolarmente delicate per le implicazioni giudiziarie e l’attenzione mediatica.

La firma sull’appello per Gaza e il particolare che riguarda la pm Crupi

A rendere ancora più acceso il dibattito intorno a Landoni è stata la scoperta della sua adesione, nel settembre 2025, all’Appello dei Giuristi per Gaza, un documento sottoscritto da 3.135 tra magistrati, avvocati e professori universitari per richiamare le istituzioni italiane al rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale. Una circostanza rilanciata dal vicepremier Matteo Salvini, che ha messo in relazione la firma con la decisione sul caso Siher, sollevando interrogativi sull’imparzialità della magistrata.

C’è però un particolare significativo, evidenziato dal Corriere della Sera: tra i firmatari dello stesso appello figura anche Francesca Crupi, la pubblico ministero che per Siher aveva invece chiesto la custodia cautelare in carcere. Nell’elenco dei sottoscrittori, Landoni compare al numero 766, Crupi al numero 305. Un elemento che rende più complesso il tentativo di leggere la decisione giudiziaria esclusivamente attraverso le convinzioni personali attribuite alla gip.

Lo scontro con Meloni e la difesa dei vertici del Tribunale di Milano

La decisione di Landoni ha innescato una reazione durissima da parte del governo. La premier Giorgia Meloni l’ha definita “vergognosa”, sostenendo che rappresenti una mortificazione del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi l’ha giudicata “assolutamente non condivisibile”, mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha manifestato sorpresa per l’esito del procedimento.

A difendere la magistrata sono intervenuti il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia e la presidente della sezione Gip-Gup Vincenza Maccora. In una nota congiunta hanno definito “irricevibili” gli attacchi provenienti da esponenti politici, ricordando che il giudice è chiamato a valutare autonomamente gli elementi presentati dall’accusa e dalla difesa.

“La responsabile libertà di giudizio non può risentire di aspettative politiche o di suggestioni estranee al procedimento”, hanno sottolineato i due magistrati, ricordando che le decisioni giudiziarie possono essere contestate e impugnate, ma non devono trasformarsi in attacchi personali. Solidarietà è arrivata anche dall’Associazione nazionale magistrati, che ha richiamato i principi di autonomia e indipendenza della magistratura.

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Direzione investigativa antimafia, il 35esimo anniversario: la cerimonia in diretta con Piantedosi, Melillo e Pisani

29 October 2026 at 08:23

A partire dalle 10, oggi giovedì 29 ottobre, è prevista la cerimonia celebrativa del 35° anniversario dell’istituzione della Direzione Investigativa Antimafia. Nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, sono attesi: la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi e il Capo della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani.

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Da “ayatollah dei maranza” a “ideologo eversore”. Youssef Siher, così i giornali hanno sbattuto il mostro in prima pagina

28 October 2026 at 14:55

Eccolo lì, il mostro sbattuto in prima pagina. Gli occhiali da studioso, il baffetto, lo sguardo serio. Figlio di una coppia marocchina, istruito e di religione islamica, Youssef Siher è il perfetto capro espiatorio per il governo nei giorni dei disordini nelle piazze italiane, ma anche il volto che i giornali aspettavano per aprire le proprie edizioni. E allora il 30enne, tornato libero oggi, dopo quattro giorni in carcere, viene definito dai quotidiani, a partire da domenica 25 ottobre, nei modi più disparati (e talvolta offensivi): “L’ayatollah dei maranza” (il Giornale), “l’ideologo eversore” (ancora il Giornale), “la mente delle rivolte” (Libero), “potenziale terrorista” (di nuovo Libero), “il laureato mente del 17 ottobre” (la Repubblica), “il capo del branco” e “il burattinaio degli scontri” (la Verità), “il regista del movimento” e anche “l’ideologo” (il Corriere della Sera).

Al di là dei vari epiteti, Siher per tutti è “la mente” della rivolta. Quando viene fermato sabato 24 ottobre, il ministro Matteo Piantedosi parla proprio di “presunta mente” del Movimento 17 ottobre. Il collega di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, si affretta a fargli i complimenti su X “per aver individuato l’ideatore” dei disordini. Le accuse, per il giovane, sono istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo e violenza organizzata. Reato, quest’ultimo, introdotto attraverso l’ultimo decreto Sicurezza del governo, in vigore poche ore prima del fermo.

Guerra al 30enne (e all’Islam) da sbattere in prima pagina

I giornali tradizionalmente di destra – e i loro direttori – non dovevano credere ai loro occhi quando Siher è stato portato in Questura a Milano e da lì al carcere di San Vittore. E infatti, col tipico garantismo a convenienza, si sono affrettati a condannarlo. E, intorno alla condanna, a costruire la propria narrazione. Partiamo da il Giornale diretto da Tommaso Cerno. L’apertura a caratteri cubitali del 25 è “L’ayatollah dei maranza”. Il sottotitolo: “Fermato il fondatore del gruppo 17 ottobre”. La doppia pagina, 2-3, è “Regia islamica” (dietro gli scontri, ovviamente). Tra i “deliri” e le “ossessioni ” di Siher – così li definiscono nella redazione milanese del quotidiano fondato da Indro Montanelli – aver appoggiato un’interrogazione di Nicola Fratoianni, essere un attivista pro Pal, parlare di genocidio e di libertà “dal fiume al mare”. Il giorno dopo, attenzione, ecco a tutta pagina “Tutti i legami di Youssef”, reo di aver partecipato a un convegno con l’ex Avs Aboubakar Soumahoro e di essere sceso in piazza con Mohammad Hannoun. Già che ci siamo, poiché nel calderone di questi giorni fa comodo, il 27 l’apertura è sull’intervista a Matteo Salvini. Titolata così: “Islam pericolo per l’Italia. Ecco la mia nuova Lega”. Accostamenti suggestionanti stabilirebbe una storica sentenza della Cassazione sui limiti del diritto di cronaca. Dopo le pagine 2-3 col leader del Carroccio che dice che le moschee vanno chiuse, a pagina 4 ecco Siher, definito “l’ideologo eversore”. Poi si parla di Fratelli musulmani, di Piantedosi che indica di “valutare legami con Hamas” e della presunta intenzione del giovane ricercatore – tutta da dimostrare – di volere “una primavera araba” a Milano.

Gli attacchi al Fatto e alla politica “nemica”

Per Libero, il giornale diretto da Alessandro Sallusti, la prima pagina del 25 ottobre diventa il pretesto per una doppia operazione: screditare le rivendicazioni socio-economiche di chi protesta, incolpando l’Islam, e attaccare il Fatto Quotidiano (poiché Siher ha svolto uno stage nella redazione di Milano). Ecco l’apertura: “Non è disagio, è Islam”. Il sottotitolo: “Presa la mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio”. Per Sallusti è l’uomo perfetto: “Altro che emarginazione”. Nell’editoriale parla persino di un “progetto politico di matrice islamica per destabilizzare l’Italia”. Poi, con l’immancabile paternalismo, dà del “cretino” a Siher e a chi “gli ha dato spago e credibilità”. A pagina 2 un titolo che è già una sentenza: “La mente del Movimento voleva il partito islamico per dare l’Italia ai maranza”. A pagina 3, visto che ci siamo, un attacco – così viene inteso dai lettori del quotidiano fondato da Vittorio Feltri – ai 5 stelle. Siher viene descritto, nella titolazione, come “l’intellettuale musulmano autore del ‘Fatto’ e amico del M5s“. Il giorno dopo, il 26, in prima pagina compare un titolo che dire allusivo è poco: “Tutte le donne del capo islamico“. Il pretesto è l’indagine a carico della moglie. L’apertura in prima pagina del 27 ottobre, invece, è dedicata al Partito democratico: “Il Pd arruola il capo islamico”. A Sallusti non devono essere piaciute le prese di posizione di chi ha espresso più di un dubbio sul fermo del 30enne e sulle relative accuse.

Siher è già colpevole: la verità de la Verità

Anche per la Verità, il giornale fondato e diretto da Maurizio Belpietro, il fermo di Siher è l’assist perfetto per cancellare con un colpo di spugna il disagio sociale. L’occhiello dell’apertura, domenica 25 ottobre, recita: “Ma quale disagio economico: ecco chi muove le rivolte dei maranza”. Siher è già il responsabile. E infatti il titolo è “Preso il capo del branco”. Nell’editoriale Belpietro snocciola il curriculum del giovane, definendolo “l’ideatore del Movimento 17 ottobre, quello che minacciava di scatenare la rivolta in tutte le città d’Italia fino a che non fosse caduto il governo”. Povero governo, viene da dire: che scarsa stima da parte dei suoi sostenitori. Naturalmente per la Verità è importante sottolineare che Siher sia un italiano di “seconda generazione”, figlio di immigrati marocchini, e che sia istruito. Ecco l’apertura a pagina 2: “Altro che maranza. Il capo del 17 ottobre è un italomarocchino con laurea e master”. Il titolo dell’editoriale di Belpietro? È a pagina 3: “La storia di Siher è la dimostrazione che l’unico errore è stato integrare“. Insomma, il 30enne residente in provincia di Brescia è già ampiamente colpevole. Il giorno dopo, il 26, l’apertura del quotidiano dà per certo che i disordini siano stati favoriti da finanziamenti pubblici. Eccola: “C’è un giro di soldi pubblici dietro le menti della rivolta”. Anche qui il pretesto che spinge un titolo così roboante è poca cosa: la moglie di Siher lavora per un’associazione che ha ricevuto denaro dal Comune di Milano e da altri enti pubblici.

Seppur con toni più contenuti, anche il Corriere della Sera ha cavalcato la vicenda. Nel titolo d’apertura del 25 Siher è “il regista del movimento”. Nel colonnino di pagina 2 vengono estrapolate alcune frasi dagli articoli scritti dal 30enne: da ilFattoQuotidiano.it, da il Foglio e da Ispi, l’istituto di geopolitica per cui collaborava. Nel colonnino di pagina 3, invece, vengono pubblicate le foto con tanto di indirizzo delle sedi milanesi dei due giornali e dello stesso Ispi. Il giorno successivo il sottotitolo dell’apertura cita l’accusa di eversione e le parole della Procura: “Voleva terrorizzare la popolazione”. Il 27, di nuovo, la versione dei pm, con la richiesta del carcere: “Da Youssef dichiarazioni di guerra. Può sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Oggi, come anticipato, la scarcerazione: la giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta di convalida del fermo.

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Meloni Prepares New Security Measures After Milan Riots Leave Hundreds Detained

19 October 2026 at 18:13

Italian Prime Minister Giorgia Meloni has convened an emergency government meeting following two days of violent unrest in Milan and other northern cities, where demonstrators clashed with police, looted shops and damaged public property during protests over living costs and deteriorating public services.

Police brought 271 people to police headquarters following Sunday’s disturbances in Milan, including 220 minors. Of those detained, 32 were formally arrested and another 28 were reported to the judicial authorities, according to figures released on Monday, 19th October.

The violence has prompted the Italian government to consider further restrictions on those involved in violent demonstrations, potentially introducing additional powers directed at organised disorder and juvenile offenders.

Milan city centre hit by looting

The disturbances began during demonstrations on Saturday, 17th October, organised amid growing dissatisfaction over household expenses, public services and wider political grievances.

Although the protests initially included peaceful participants, groups of masked individuals subsequently confronted riot police in central Milan. Officers used tear gas and water cannon as demonstrators erected burning barricades and threw objects at security personnel.

The unrest continued on Sunday, when shops were attacked close to Piazza del Duomo, one of Milan’s principal commercial and tourist areas.

Among the premises targeted were branches of Decathlon, Arc’teryx and Vodafone. Television footage showed damaged shopfronts, overturned street furniture and burning rubbish containers.

According to police figures reported on Monday, 174 of those taken to police headquarters were subjected to preventive detention measures introduced under recent Italian security legislation.

Fourteen members of the security services were reported injured during Sunday’s disturbances, including ten police officers and four members of the municipal police.

The judicial authorities are examining the conduct of individuals suspected of taking part in attacks on businesses and confrontations with officers. Prosecutors have sought custodial measures against several adults accused of offences including devastation, looting and aggravated resistance.

The large proportion of minors among those detained has become a central issue in the political response.

Violence spreads across northern Italy

Milan was not the only city affected by disorder. Saturday’s demonstrations also produced confrontations in Turin, Bologna, Brescia and Bergamo.

Italian police reported arrests across the affected cities, while the scale and organisation of the disturbances have raised questions about whether different groups were acting independently or using demonstrations as opportunities for coordinated violence.

There is not yet sufficient publicly established evidence to attribute the disorder to a single organisation or political movement.

The clashes coincided with major protests in neighbouring France, where similar concerns over living costs and public administration have contributed to increasingly confrontational demonstrations.

Although the grievances overlap, the Italian and French movements have different political backgrounds and organisational structures.

Government considers emergency legislation

Following a meeting at Palazzo Chigi on Monday, Meloni’s government indicated that it was considering a legislative response, potentially through an emergency decree.

According to details of the government discussions, proposals under examination include additional measures against violent offences, changes to preventive policing and possible restrictions addressing road blockages.

Some measures could be drawn from security legislation already under consideration in the Italian Senate. Ministers have also discussed the need for more effective intervention against juvenile offenders.

The meeting included Deputy Prime Ministers Matteo Salvini and Antonio Tajani, Interior Minister Matteo Piantedosi, Defence Minister Guido Crosetto and senior officials from the police, Carabinieri and intelligence services.

The government has stressed that peaceful demonstrations must remain protected while arguing that violence and organised destruction require a stronger response.

No final legislative text had been adopted at the conclusion of Monday’s meeting. A decree could be considered by the Council of Ministers as early as Tuesday, although the precise content remains subject to further examination.

Dispute over responsibility for policing

The unrest has also produced a dispute between Milan’s municipal authorities and the national government.

Mayor Giuseppe Sala questioned the adequacy of the policing arrangements, arguing that the number of officers initially deployed was insufficient to control the disturbances.

Interior Minister Matteo Piantedosi rejected that criticism, while senior government figures accused local political leaders of failing to condemn the violence unequivocally.

The disagreement reflects a wider question over how responsibility for anticipating and containing serious public disorder should be divided between local administrations and national security authorities.

Italy’s opposition has also challenged the government’s handling of the disturbances. Former Prime Minister Matteo Renzi criticised Meloni and Piantedosi over their failure to prevent the violence, calling for a change in leadership at the Interior Ministry.

The political argument is likely to intensify if the government proceeds with emergency legislation. Supporters of stronger police powers argue that the existing framework is insufficient to deal with rapidly organised disturbances, while opponents will scrutinise the proportionality of new restrictions and their effect on peaceful protest.

The immediate test for the government will be whether additional legal powers can improve public-order operations without replacing effective policing, intelligence gathering and judicial enforcement.

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