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Crosetto scettico sulla fine delle guerre a breve: “Tempistiche sui nuovi aiuti a Kiev? Non lo so, quando sarà possibile”

“A breve non c’è possibilità di missione di pace a Hormuz“. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato dal direttore dell’Adnkronos, nel corso dell’evento “L’Italia dei Territori”, organizzata da Sud chiama Nord a Roma.

Il titolare della Difesa del governo Meloni, sulla guerra in Ucraina, ha aggiunto: “Non vedo la possibilità di una soluzione in Ucraina prima della prossima estate perché la Russia utilizzerà sicuramente l’inverno come arma di pressione. La tattica russa è cambiata, sta colpendo le infrastrutture civili ed energetiche. Colpire le infrastrutture energetiche in una nazione come l’Ucraina in inverno dove si arriva anche a -30,- 25 ha un effetto sulla popolazione. Per cui la Russia aspetterà. Non penso chiuderà a breve”.

Il ministro, durante il suo intervento, ha parlato degli aiuti all’Ucraina. ”L’Italia ha dato a Kiev degli strumenti che sono serviti a difendersi. Se domani l’Italia decide di rompere il fronte Nato-Europa e di non aiutare più l’Ucraina, significherebbe mettersi sotto la lente di ingrandimento negativa in Europa, non si fermerebbe la guerra. Noi non parliamo di aiuti significativi, io penso che gli aiuti che potrei dargli con un nuovo pacchetto sono di fermare 50/60/70 missili droni sulle migliaia che arrivano, però magari salvo 200 500, 1000 civili, bambini, non lo so”. “Il tema – ha aggiunto – è se io non ti do più aiuti, significa che ho cambiato il mio giudizio, significa che io ho deciso che ha ragione la Russia. Quindi accettiamo l’idea che uno Stato più forte possa conquistare un altro Stato. Io non l’ho accettato a Gaza, non l’accettiamo per l’Ucraina”. Ma poi sull’invio del nuovo pacchetto di aiuti, su cui le frizioni con la Lega sono evidenti, il ministro Crosetto non ha offerto ai cronisti una tempistica chiara: “Non lo so, quando sarà possibile”.

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Così Artico e Antartide entrano nella mappa degli interessi strategici italiani

Se tra due decenni l’Italia vorrà contare in Artico e Antartide, quindi riscuotere un dividendo tanto economico quanto politico, allora, oggi, non può che accelerare la sua progettazione in quelle due aree, nella consapevolezza che incidono sulle alleanze internazionali e sulle catene di approvvigionamento legate alle nuove rotte.

Un’analisi a più cervelli sull’importanza ormai acclarata dell’Artico c’è stata in occasione della seconda conferenza nazionale su “Artico e Antartide – Il Sistema Paese nello scenario internazionale e le nuove sfide della competizione globale”, alla presenza di vari esponenti del governo oltre che del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha cerchiato in rosso un punto: quel territorio “va presidiato perché qualsiasi cosa sia fondamentale per un possibile futuro nemico per noi diventa importante”. Il riferimento è alla presenza italiana, politica e strategica che si traduce secondo quanto osservato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani in un ruolo più attivo nella competizione internazionale per le risorse, le rotte commerciali e la sicurezza. L’imperativo è essere “sempre più protagonisti, cioè non giocare di rimessa ma giocare in prima linea”. Anche perché il campo da gioco vede tante variabili, come Mosca e Pechino.

Secondo il titolare della Farnesina “certamente è un confronto anche di tipo militare ma anche un confronto di tipo commerciale ed economico”. Per cui l’Italia non può non tenerne conto, “siamo osservatori, ma la nostra presenza politica deve essere sempre più forte per tutelare l’interesse nazionale”, primo fra tutti quello che riguarda le nuove rotte.

Lo ha detto apertamente Tajani che per l’Italia “è vitale aprire un percorso alternativo” per le merci, a maggior ragione dopo le crisi a Hormuz e Bab el Mandeb, aggiungendo che “per noi è vitale avere la libertà di navigazione”, tema di cui si è discusso la settimana scorsa a Istanbul con Germania, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan.

Quale il prossimo passo, dunque? Aumentare gli investimenti nella politica dell’Antartide e dell’Artico “perché sono in ballo i nostri interessi vitali”, citando anche le iniziative scientifiche promosse dal ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e il lavoro della sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti.

Ma Russia e Cina stanno dimostrando maggiore iniziativa nell’Artico rispetto all’Alleanza atlantica, ha richiamato il generale Portolano, mettendo l’accento su un punto: la deterrenza “si gioca anche nelle regioni polari”.

In questo senso il governo sin dal suo insediamento ha manifestato molto interesse per l’area: “Nella strategia italiana per l’Artico, il presidente Meloni scrive che da questione geografica l’Artico è diventato una questione strategica – ha ricordato Rauti – Stesso concetto, con centralità attribuita agli aspetti della sicurezza, lo troviamo anche nella strategia dell’Unione europea, presentata circa 9 giorni fa, che individua come prioritari la sicurezza, la resilienza, anche delle infrastrutture, la deterrenza difensiva, la protezione delle infrastrutture critiche, il contrasto alle minacce ibride. Evidentemente c’è anche, nella strategia dell’Unione europea, una prospettiva: il riconoscimento dell’Artico come area strategica e vulnerabile, area strategica per la sicurezza euroatlantica ed europea, e si richiama in quelle linee un ruolo dell’Unione europea più proattivo nel grande nord”, ha concluso.

 

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Crosetto: “Non mi scuso per il mio tweet su Siher. Allarme ignorato dal Viminale? Non deve chiederlo a me”

“I miei complimenti al collega Piantedosi e alla Polizia di Stato per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre”. Questo scriveva, quattro giorni fa sui social. il ministro della Difesa Guido Crosetto. Oggi, al termine del suo intervento all’assemblea ‘L’Italia dei territori’ di Sud Chiama Nord, guidata da Cateno De Luca, chiediamo al ministro se intende scusarsi. “Io avevo letto sulle agenzie che era stato individuato, che non è così lo dice lei”. In verità lo dice il gip che ieri ha scarcerato Youssef Siher. “E un Pm aveva ritenuto giusto arrestarlo, un gip ha ritenuto di scarcerarlo. Per fortuna siamo in uno Stato democratico e andremo a vedere chi dei due avrà ragione, ma io mi fido totalmente del lavoro sia del comparto sia della polizia italiana”. La domanda al ministro verrà successivamente ripetuta dai cronisti. Lei ha espresso un giudizio se lo rimangia? “No” risponde il ministro.

Durante il suo intervento all’Hotel Massimo D’Azeglio, il titolare della Difesa del governo Meloni ha affermato “ogni tanto qualcuno attacca le forze dell’ordine o i Servizi dicendo come mai non riuscite a prevedere? Ma secondo voi qualcuno può prevedere un gruppo in una chat di 500 ragazzini di 12, 13, 15 anni, che nessuno giustamente ha mai monitorato, se decidono di darsi appuntamento e decidono di spaccare le vetrine?”. In verità le cose sembrano stare in modo diverso. Repubblica ha pubblicato un articolo relativo ad un allarme dei servizi ignorato dal Viminale per il weekend del 17-18 ottobre. Secondo il giornale i Servizi avevano segnalato disordini che poi si sono verificati. “Come sa questo non dovrebbe chiederlo a me, ma semmai al Viminale, ciò detto la vedo un po’ troppo schierata dalla parte con cui io non sto”. Il problema è “l’aggressività nelle domande” secondo il ministro Crosetto.

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Stop armi all’Ucraina? L’annuncio di Salvini subito sconfessato dagli alleati di governo. Tajani: “Pronto il nuovo pacchetto”. Crosetto: “Il nostro impegno non cambia”

“Alzi la mano chi ritiene che io abbia questo mandato per portare questa nostra posizione”. A parlare, al Congresso che lo ha riconfermato segretario della Lega per altri quattro anni, è Matteo Salvini. La posizione l’ha esplicitata appena prima: “Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina“. Il leader del Carroccio, dunque, ha promesso ieri di portare in Consiglio di ministri lo stop all’invio di armamenti a Kiev. Ma a distanza di un giorno, gli alleati sgonfiano le sue velleità. Prima l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, poi il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

La linea dell’Italia “non può cambiare” dice oggi Crosetto al termine della riunione a Parigi coi suoi omologhi. “È un impegno che ci siamo presi al livello internazionale, europeo e Nato. Consideriamo quello che sta accadendo in Ucraina molto pericoloso per la sicurezza dell’Europa e quindi sappiamo che l’aiuto all’Ucraina non è un aiuto ad una terza nazione, ma un aiuto al nostro futuro, alla nostra sicurezza, e continueremo a farlo nel limite delle nostre possibilità”.

Stamattina il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri ha risposto direttamente a Salvini: “La mia posizione è nota, siamo dalla parte dell’Ucraina e continueremo ad aiutarla finché sarà necessario. È pronto già il prossimo pacchetto di tipo militare che invieremo quanto prima a Kiev”. E da destra, a fare opposizione al leader della Lega, è il suo ex sodale Roberto Vannacci: “Sarà il solito bluff che va in onda negli ultimi tre anni? Salvini si vannaccizza e dice basta ad armi e soldi all’Ucraina. Allora siamo pronti a una crisi di governo tra qualche settimana, visto che il pacchetto armi è già pronto. Noi di Futuro nazionale voteremo convintamente No”. Con Edoardo Ziello, capogruppo di FnV alla Camera, che provoca il ministro dei Trasporti: “Ponga la questione dell’interruzione di forniture di armi e finanziamenti a favore di Zelensky nel vertice di maggioranza altrimenti risulterebbe un chiacchierone. Aveva promesso che se eletto segretario avrebbe portato la linea Vannacci su Kiev al prossimo Consiglio dei ministri che a quanto si apprende si terrà tra domani o dopodomani e sarà preceduto da un vertice di maggioranza che si terrà nella giornata odierna. È il momento perfetto per dimostrare di passare dalle parole del congresso ai fatti del governo. Se non lo dovesse fare risulterebbe un chiacchierone che prende in giro gli italiani”.

Intanto proprio oggi il Consiglio Ue ha adottato oggi una serie di otto decisioni che consentono l’utilizzo di fondi a favore dell’Ucraina nell’ambito dello Strumento europeo per la pace (Epf). Tali decisioni permettono il rimborso parziale, tramite l’Epf, di aiuti militari già forniti dagli Stati membri, per un importo complessivo di 4,7 miliardi di euro. Prevedono inoltre un finanziamento supplementare per la missione di assistenza militare dell’Ue a sostegno dell’Ucraina (Eumam Ukraine), pari a 230 milioni di euro.

Queste decisioni – ricorda il Consiglio in una nota – rappresentano un passo importante verso l’attuazione dell’accordo politico raggiunto dagli Stati membri dell’Ue il 25 settembre 2026, volto a mobilitare 6,6 miliardi di euro a favore dell’Ucraina attraverso l’Epf. L’accordo includeva lo stanziamento di un miliardo di euro in nuovi aiuti militari all’Ucraina e un ulteriore rafforzamento della missione Eumam Ukraine nel 2027. Con le decisioni di oggi, il sostegno complessivo dell’UE all’Ucraina nell’ambito dell’Epf sale a 10,8 miliardi di euro, di cui 9,9 miliardi destinati al rimborso degli aiuti militari forniti dagli Stati membri e 950 milioni all’addestramento militare nell’ambito della missione Eumam.

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Italy Investigates Possible Russian Role in Milan Riots as Meloni Confronts Hybrid Warfare Threat

Italian authorities are examining whether foreign interference helped intensify violent protests across the country, as Defence Minister Guido Crosetto warns that social media is being used as an instrument of hybrid warfare. Prime Minister Giorgia Meloni has introduced emergency security measures and deployed additional troops to Milan, while further demonstrations are planned for Saturday, 24 October.

Italy is investigating the possibility that foreign actors, including Russian operatives, helped amplify the violent unrest that swept Milan and other Italian cities on 17–18 October. The inquiry introduces a national security dimension to demonstrations initially driven by rising living costs, dissatisfaction with public services and broader economic grievances.

According to information disclosed about the government’s intelligence inquiries, officials working under Prime Minister Giorgia Meloni have requested assessments of whether foreign provocateurs contributed to the disorder. No public evidence has established that Moscow organised the violence, and Meloni’s office has declined to comment on the reported intelligence discussions.

The developments follow EU Today’s earlier coverage of the Milan disturbances, which documented extensive looting, attacks on police and the detention of hundreds of young people, many of them minors. Since then, Rome has moved beyond emergency consultations, approving legislation that expands police powers and introduces tougher criminal penalties for violent demonstrations.

On Saturday, 24 October, Italian security forces are preparing for another wave of protests, with additional military personnel, drones and specialist police units deployed in several major cities. The immediate question is whether the government can prevent further disorder while establishing how much of the unrest was locally organised and whether foreign information operations influenced its development.

Crosetto warns of hybrid warfare through social media

Defence Minister Guido Crosetto introduced the hybrid warfare argument during a Defence Procurement Forum in Rome on Tuesday, 20 October. In remarks recorded by Italian public broadcaster Rai, he described the disturbances as the culmination of a form of conflict being conducted through TikTok, YouTube and other social media platforms.

Crosetto argued that young Italians were undergoing what he called a form of counter-education outside their families and schools, absorbing political attitudes and values increasingly hostile to democratic institutions. He criticised Western governments for failing to recognise the consequences of this process, although he did not publicly present intelligence establishing Russian responsibility for the riots.

His comments also exposed differences within the governing coalition. Deputy Prime Minister Matteo Salvini questioned suggestions of Russian involvement, arguing that the immediate priority was identifying violent groups and preventing their movement into Milan.

Russian information operations under scrutiny

European investigators have identified activity by established Russia-linked disinformation networks, including Operation Overload and Doppelgänger, which have circulated and amplified material concerning the unrest.

These operations have previously used manipulated content, misleading narratives and coordinated online distribution to influence European audiences. In the present case, investigations into the online amplification of the violence have identified foreign exploitation of the disturbances, rather than proof that foreign governments organised them.

The European Commission has consequently declined to initiate emergency intervention against social media platforms, citing insufficient evidence linking foreign manipulation directly to the organisation of the protests.

France has taken a similarly cautious position. President Emmanuel Macron acknowledged that foreign actors had manipulated information after the violence but said there was no established evidence that they caused the disturbances. French Foreign Minister Jean-Noël Barrot has separately identified hostile narratives originating from Russia, China and Iran.

For European security authorities, the principal investigative question concerns the relationship between genuine domestic grievances and externally coordinated information campaigns. Foreign networks can exploit political divisions without necessarily directing the organisations or individuals involved in street violence.

Meloni introduces tougher security legislation

Meanwhile, Meloni’s government has proceeded with a substantial legislative response. Following cabinet approval on 20 October, Decree-Law No. 190 of 22 October 2026 entered into force on 23 October.

The legislation introduces penalties of two to five years’ imprisonment and fines of €10,000 to €20,000 for specified forms of organised violence during public demonstrations. Those organising or encouraging qualifying violent groups, including through digital communications, face potential prison terms of four to twelve years. It also expands provisions concerning juvenile offenders and preventive policing. The decree must undergo parliamentary consideration within 60 days.

Separately, the Italian Defence Ministry confirmed the deployment of 500 additional soldiers to Milan under Operation Strade Sicure until 31 December. The soldiers will reinforce security around sensitive locations and support existing police operations without acquiring additional judicial policing powers.

New demonstrations test the government’s response

Security arrangements have been intensified ahead of demonstrations scheduled for Saturday, 24 October, in Milan, Rome, Turin, Bologna, Florence and other cities.

According to the latest security preparations, Rome is deploying approximately 1,500 officers, while Milan is preparing a combined police and military presence supported by aerial surveillance.

On Friday, Italian investigators conducted searches targeting approximately 100 people suspected of involvement in the previous weekend’s disturbances, including 51 minors. Authorities are also monitoring online calls for renewed protests, some organised by groups whose leadership and membership remain unclear.

The unrest presents Meloni with two parallel challenges: containing violence and determining whether hostile foreign networks have played a significant role in its escalation. Italy’s investigations may help establish whether the events represent primarily a domestic public-order crisis, the exploitation of existing tensions by foreign actors, or a combination of both.

For Brussels, the outcome could influence future enforcement of the EU’s Digital Services Act and its wider response to foreign information manipulation. For now, the evidence supports concern about Russian amplification of European unrest, but not a definitive conclusion that Moscow orchestrated the riots.

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Dalle vetrine infrante alla guerra ibrida, la risposta del governo alle proteste. Parla Gardini

I teppisti delle piazze italiane sono sfuggiti a una rete educativa che non ha funzionato, anche per colpa di una sinistra giustificazionista, che non boccia, che non punisce, che non indirizza. Il governo con il nuovo provvedimento varato in Consiglio dei ministri prova a cambiare registro. Lo dice a Formiche.net Elisabetta Gardini, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera che, partendo dalle devastazioni di Milano, analizza le cause politiche e gli effetti sociali di tali fenomeni. “Cosa è cambiato rispetto ai miei tempi? Ieri c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto per tutti, docenti e istituzioni scolastiche”.

Scontri, manovra, elezioni: dove finisce il disagio e dove inizia l’infiltrazione?

Dinanzi a queste situazioni, prima ancora di capire se è un attacco ibrido o solo violenza, ci dovrebbe essere una condanna unanime, a maggior ragione perché gli autori sono minorenni. Occorre capire che esiste un limite che non può essere oltrepassato. Purtroppo la sinistra non riesce proprio a condannare senza poi dire “ma”. Per cui penso che alla base dei rapporti umani, delle relazioni familiari e anche dei rapporti tra amici ci devono essere delle linee che non si possono superare. I tumulti ci raccontano che purtroppo sono state superate abbondantemente. Bisogna essere inflessibili, occorre un’alleanza della politica con chi ha un ruolo educativo e un ruolo dirigente nel Paese. Non riusciamo ad uscire da questa palude nella quale la sinistra sembra sguazzare bene. Più c’è caos e più le opposizioni sono contente: ciò lo considero gravissimo. In Aula abbiamo anche chiesto alla sinistra di sottoscrivere la proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione generale sulla cittadinanza, ovvero che in presenza di atteggiamenti del genere bisognerebbe fermare il processo per la cittadinanza italiana e intraprendere un percorso di ripensamento e di rieducazione, in attesa di una seconda possibilità.

Il Cdm ha dato il via libera al nuovo decreto sicurezza e criminalità minorile, oltre a 500 agenti in più a Milano. Come rispondere a chi vi accusa di suonare il solito ritornello di “regole e disciplina”?

Finalmente c’è anche per i minorenni il fermo preventivo. Significa che questo governo non insegue l’emergenza, ma interviene quando è necessario affrontare un problema che purtroppo si è manifestato in tutta la sua drammaticità. Confesso che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere bambini di undici anni che vanno a sfasciare vetrine per prendersi l’ultimo paio di scarpe alla moda. Bisogna prendere dei provvedimenti ed è chiaro, come osservato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, che anche per i minorenni si lavora su due binari, la prevenzione e la repressione. Noi abbiamo con i nostri provvedimenti diminuito la dispersione scolastica: mi sembra un grandissimo risultato di cui andiamo fieri. Però non bisogna neanche fare l’errore di identificare questi violenti, che sono una minoranza, con tutti gli altri giovani: quattro scalmanati non rappresentano la totalità degli studenti. Non è così oggi e non era così anche ai miei tempi.

Cosa è cambiato rispetto a 40 anni fa?

Ricordo che mio padre mi accompagnò a sporgere una denuncia contro ignoti perché un picchetto mi impedì di entrare in classe. Io volevo entrare in classe, ma qualcuno non era d’accordo. Anche ieri, erano sempre i pochi a piantonare l’ingresso della scuola, al liceo classico Tito Livio, che frequentavo. Ma a differenza di oggi c’era la misura: non spaccavamo vetrine, non calpestavamo libri, non rubavamo abiti pur essendo tutti provenienti da famiglie monoreddito. Avevamo dignità e rispetto, per tutti, docenti e istituzioni scolastiche. Ci approcciavamo a qualsiasi lavoro, pur di andare avanti nella vita. Sicuramente era un’altra epoca la mia, ma assieme alle mie amiche non potevamo permetterci boutique di alta moda e compravamo i giornali con cartamodelli. I vestiti ce li cucivamo da sole, nessuna di noi rubava, non spaccavamo le vetrine perché qualcuno voleva il modellino che aveva magari la compagna di banco. E siamo sopravvissute bene a quell’epoca. Oggi vedo persino qualche rapper fare sfoggio di tutto il lusso più sfrenato, per poi stigmatizzare la società dei consumi. Inoltre mi chiedo come sia stato possibile che ragazzini di 11 o 12 anni fossero in giro da soli per strada a sfasciare vetrine. Dov’erano i genitori?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha detto che i fatti di Milano “sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Che ne pensa?

Evidentemente lui da ministro ha strumenti molto più tecnici, però è chiaro che di questa guerra ibrida stiamo parlando da molto tempo, così come si era notato anche durante il referendum sulla giustizia un certo movimentismo dei social, che aveva mandato a votare una massa consistente di giovani che non lo avevano mai fatto prima. La guerra ibrida è un qualcosa con cui ci si confronta e su cui si dibatte a livello internazionale. Il tema, quindi, abbraccia il concetto stesso di difesa ampia, ovvero non più intesa come spese per cannoni o carri armati: oggi la difesa ha tutto un altro approccio. Difesa, ad esempio, è analisi, scienza, indagini così come l’Italia sta egregiamente facendo sull’Artico. Giorni fa in commissione esteri è stata in audizione la sottosegretaria Isabella Rauti che ci ha illustrato cosa vuol dire oggi difesa, come portare il Paese nella modernità, come far sì che l’Italia non sia tagliata fuori dalle rotte commerciali, dalle materie prime, delle materie critiche e dalle strategie internazionali. Per cui occorrono giovani che si impegnano, che imparino con il nostro aiuto a costruire il futuro e non che aiutiamo invece a deprimere come ama fare la sinistra, che foraggia un clima distruttivo. Per la sinistra l’Italia dovrebbe sempre indossare la maglia nera ed essere sempre l’ultima della fila. Oggi vedo in Italia delinearsi una sinistra talmente estrema che l’intero campo largo potrebbe configurarsi con Melenchon.

Proviamo a andare oltre le vetrine infrante: quale il danno sociale per ragazzi irresponsabili e genitori giustificazionisti?

Premetto che oggi non è facile essere genitori, ma se un figlio di 11 anni circola da solo per tumulti, forse è lecito pensare che qualcosa ti sia sfuggito dalle mani. Come madre mi sento a disagio, anche se è vero che oggi è molto più difficile. Ma sarebbe utile capire come sia possibile che dei bambini così piccoli sfuggano ad una rete educativa, perché dovrebbero stare in una rete di protezione che, evidentemente, non ha funzionato. Quando ero al Parlamento europeo ricordo che i britannici mi dicevano che il minore è considerato tale fino a 14 anni, dopo occorre che risponda delle proprie azioni. Così come ricordo bene che in Belgio bocciavano tranquillamente anche alle elementari. In Italia invece no, la cultura di certa sinistra ha iniziato a convincere tutti che non bisogna bocciare, che bisogna capire, che non bisogna punire. Ed ecco i risultati nelle nostre piazze.

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Una linea antimissile a Est. Perché l’Italia guarda ai Balcani

E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.

Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.

L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.

L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.

(Foto: Kfor on X)

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