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Milano, uccide il padre malato di demenza senile: arrestata. “Lo tenevo imbavagliato al letto per evitare problemi con i vicini”

Ha ucciso il padre perché “non ne potevo più, i vicini si lamentavano delle sue urla“. Davanti al gip che la sentirà domani, Giovanna Jacob probabilmente ripeterà la sua drammatica confessione di domenica pomeriggio: “Forse ho ucciso mio padre, lo contenevo a letto perché non ne potevo più e i vicini si lamentavano delle sue urla“. 56 anni, è stata arrestata a Milano dai carabinieri con l’accusa di omicidio aggravato dal vincolo di parentela per la morte del padre Carlo, 87 anni, ex ingegnere elettronico e critico cinematografico affetto da una grave forma di demenza senile. Il teatro di quella che si configura come l’ennesima tragedia di padre e figlia in preda da tempo alla solitudine è stato un appartamento, alla periferia del capoluogo lombardo dove entrambi vivevano.

Il pm Guido Schininà ha già chiesto per Giovanna Jacob la convalida dell’arresto e che rimanga in carcere. La donna comparirà davanti al giudice Sonia Mancini nella giornata di domani e presumibilmente ripeterà che non era sua intenzione uccidere l’anziano padre ma che, ormai da qualche settimana, era costretta a legarlo al letto. Era sfiancata dalle cure che da sola doveva prestare quotidianamente al genitore ormai da oltre un anno. Poi erano arrivate le lamentele dei vicini per le urla e lei, non sapendo più che fare, da alcune settimane aveva cominciato a tappargli anche la bocca con dell’ovatta. Il padre Carlo si dibatteva infatti da tempo in preda alla demenza senile e urlava e lei aveva iniziato a contenerlo con ogni mezzo.

A chiamare i carabinieri del Nucleo radiomobile e della Compagnia Monforte domenica scorsa è stata proprio Giovanna Jacob, appassionata di cinema come il padre e autrice anche lei di articoli su alcune riviste: “Fate presto, venite, forse ho ucciso mio padre“. Ma quando sono arrivate le forze dell’ordine, per l’uomo non c’era più niente da fare. La donna ha ammesso davanti al suo letto di averlo imbavagliato e legato al letto “per evitare problemi con i condomini“. Domani ribadirà la sua verità e il giudice in base anche agli accertamenti tecnici e medico legali stabilirà la volontarietà del gesto o se invece sia sia trattato di una tragedia involontaria, maturata nella solitudine di un padre e di una figlia lasciati a se stessi. Senza che nessuno abbia mai segnalato problemi provenienti da quel trilocale.

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Caprarica su Youssef Siher: “Meno male che la Scuola di Francoforte è morta, sennò sarebbe stata imputata di incitamento alla rivoluzione”. Su La7

“Vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con Marcuse, Horkheimer, Habermas e l’intera Scuola di Francoforte per essere morti prima di questa scadenza perché altrimenti, come Youssef Siher, sarebbero tutti imputati di incitamento alla rivoluzione“. Sono le parole pronunciate a L’aria che tira, su La7, dal giornalista Antonio Caprarica, che ricorre al sarcasmo per commentare il caso del 30enne fermato nell’inchiesta sui canali social del “Movimento 17 ottobre”.
L’intervento prende spunto da un cartello mostrato durante la trasmissione, nel quale vengono riepilogati i principali dubbi sull’inchiesta. A Siher non vengono contestati reati materialmente commessi durante gli scontri del 17 ottobre, le pagine social di cui è ritenuto ideatore e amministratore insieme alla moglie risultano create soltanto dopo la conclusione dei disordini del 18 ottobre, non emergono messaggi violenti scritti personalmente dal trentenne, mentre la contestazione della finalità di terrorismo si fonda anche sul “timore cagionato nella popolazione”.

Caprarica osserva: “Tra gli altri reati che vengono contestati a questo giovane c’è anche quello di incitamento alla rivoluzione, che peraltro figura in alcuni tra i principali testi della filosofia e della sociologia occidentale. Fino a prova contraria l’incitamento alla rivoluzione non rappresenta un reato, giacché, come è noto, un reato implica la commissione di un fatto atto a rovesciare le istituzioni in maniera violenta. Verrà fuori? Quando verrà fuori e se c’è questo, ne prenderemo atto”.

Lo storico corrispondente Rai poi si rivolge direttamente agli interlocutori di destra, ospiti in studio: Giovanni Sallusti, direttore di Radio Libertà, già Radio Padania, e collaboratore di Libero, e Michele Silenzi, collaboratore del Foglio, direttore editoriale e amministratore delegato della casa editrice Liberilibri.
“Questo chiude quello che è successo il 17 ottobre e dei milioni di giovani in piazza? – incalza Caprarica – Davvero i nostri ‘amici’, che in questa trasmissione rappresentano un’area culturale di destra, vogliono illudersi che si chiuda il capitolo e che il disagio sociale non esista? Padronissimi di farlo a loro rischio e pericolo. Ma convincetevi che non solo in Italia, ma anche in Francia, in Spagna e in Germania, nell’intero mondo occidentale c’è un sommovimento che nasce dalla rottura del patto sociale e generazionale. I giovani sentono il pericolo nel loro futuro”.

Sallusti scuote la testa, Silenzi protesta ad alta voce, sovrapponendosi al giornalista, che prosegue: “I giovani chiedono a noi vecchi di non scaricare interamente su di loro il costo di questo passaggio d’epoca. Vogliamo lavorare con loro o vogliamo mandarli tutti in galera come propone Nordio?“.

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“Pulito, Profumato, Pelato = Partner Perfetto”: Mastro Lindo compie 60 anni e sbarca sulle app di dating

“Pulito, Profumato, Pelato = Partner Perfetto”. Il nuovo profilo Instagram @mastrolindo_italy si apre esattamente così, tra un selfie ammiccante e le tipiche frasi a effetto di chi sta cercando l’anima gemella online. Per celebrare i sessant’anni di presenza sul mercato italiano, Procter & Gamble ha deciso di mandare in pensione la rassicurante veste tradizionale ideata negli Stati Uniti nel 1958 (e arrivata sugli schermi italiani nel 1966) per trasformare il “genio del pulito” in un utente seriale di piattaforme di incontri. Il celebre colosso calvo con l’orecchino d’oro archivia definitivamente l’epoca del Carosello in bianco e nero e approda direttamente sulle app di dating, dove fa “match“, chatta e si propone agli utenti alternando sfacciate tecniche di seduzione digitale a più pragmatici consigli su come smacchiare i pavimenti.

Ad esempio, in una delle immagini è sdraiato su un fianco, con una mano appoggiata al ginocchio, con il consueto look, pantaloni e maglietta bianchi. Sopra di lui campeggia l’annuncio: “Cerco una persona acqua e sapone”. Accanto c’è un codice QR e l’invito “Scrivimi in DM”, cioè nei messaggi privati. L’espressione acqua e sapone, con un candidato del genere, ha discrete probabilità di essere presa alla lettera. “Cerco una relazione brillante” e “Sono tornato per lasciare il segno senza lasciare macchie” sono altri testi previsti per le affissioni.

Il progetto comprende una presenza sulle app di incontri, dove, secondo quanto annunciato dall’azienda, Mastro Lindo propone abbinamenti e conversazioni che alternano battute, consigli di pulizia e richiami ai prodotti. Il programma prosegue con i video su Instagram, i contenuti realizzati dai creatori digitali coinvolti, le affissioni e le iniziative nei luoghi degli appuntamenti a Milano e Roma. I codici QR collegano i manifesti al profilo: anche un annuncio incontrato per strada può finire in un messaggio privato. Mastro Lindo può permettersi di essere molto specifico. Essere pulito e profumato rientra nelle sue competenze professionali; la calvizie diventa il terzo requisito del pacchetto.

L’operazione, partita il 19 ottobre, gioca con il linguaggio e le dinamiche delle relazioni usa e getta contemporanee per riposizionare lo storico marchio come il “Perfect partner” per la casa. Oltre all’interazione diretta tramite messaggi privati sulle app di incontri, la strategia ha invaso fisicamente le strade di Milano e Roma Le affissioni sono state posizionate strategicamente in quelli che vengono considerati i luoghi di ritrovo più frequentati per i primi appuntamenti, accompagnate da QR code da scansionare. A completare l’ecosistema digitale c’è una rete di content creator incaricata di declinare il format attraverso contenuti nativi sui social network.

Il paradosso italiano: campioni di pulizia, ma stressati

Dietro l’ironia dell’operazione di marketing si nasconde un’analisi precisa delle abitudini domestiche. Secondo i dati raccolti da P&G tra il 2023 e il 2025, gli italiani si confermano un’eccellenza mondiale nella cura della casa: il 90% esegue regolarmente pulizie approfondite, il 51% si limita a una passata quotidiana unita a una sessione intensiva nel fine settimana e il 13% pulisce a fondo ogni giorno. Questi numeri generano però un paradosso: l’ossessione per l’ordine domestico rappresenta la prima causa di stress a livello nazionale, alimentata dalla percezione che il risultato duri sempre troppo poco.

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Milano, scooter contro un taxi dopo la frenata per un’ambulanza: muore motociclista di 30 anni sul ponte Crepax

Un sorpasso, una frenata improvvisa e una collisione che si è trasformata in tragedia. Fabrizio Cesare Acerni, 30 anni, è morto nella notte tra lunedì 26 e martedì 27 ottobre all’ospedale Niguarda di Milano, dove era stato trasportato in condizioni gravissime dopo un incidente stradale avvenuto nel pomeriggio sul ponte Crepax, nella zona di San Cristoforo. Il giovane viaggiava in scooter quando, secondo una prima ricostruzione della polizia locale, è rimasto coinvolto in una sequenza di manovre che ha interessato anche un’ambulanza, un autobus e un taxi.

L’incidente si è verificato intorno alle 16.30 sul cavalcavia che attraversa il Naviglio Grande, nella periferia sud-occidentale della città. Stando agli accertamenti iniziali, un’ambulanza avrebbe effettuato il sorpasso di un autobus con sirene e lampeggianti spenti. Nella corsia opposta stava sopraggiungendo un taxi, il cui conducente avrebbe frenato bruscamente per evitare uno scontro frontale con il mezzo di soccorso. Alle sue spalle procedeva lo scooter guidato dal trentenne, che non sarebbe riuscito a evitare l’impatto con l’automobile.

La caduta sull’asfalto e l’impatto con l’ambulanza

Dopo aver tamponato il taxi, Acerni ha perso il controllo dello scooter ed è finito sull’asfalto. Proprio in quel momento, secondo la dinamica preliminare ricostruita dagli agenti, sarebbe stato colpito dall’ambulanza che aveva effettuato il sorpasso. Un secondo impatto che ha reso particolarmente gravi le conseguenze dell’incidente.

Sul posto sono intervenuti rapidamente i sanitari del 118, che hanno tentato di rianimare il motociclista prima di trasferirlo d’urgenza all’ospedale Niguarda. Le sue condizioni sono apparse da subito disperate. Nonostante i tentativi dei medici, il 30enne è deceduto durante la notte.

Gli accertamenti della polizia locale sulla dinamica dell’incidente

La polizia locale di Milano ha effettuato i rilievi per ricostruire con precisione la successione degli eventi e accertare eventuali responsabilità. Al centro delle verifiche ci sono le manovre compiute dai veicoli coinvolti, a partire dal sorpasso effettuato dall’ambulanza e dalla successiva frenata del taxi.

Un elemento rilevante della prima ricostruzione riguarda proprio il mezzo di soccorso, che avrebbe affrontato il sorpasso senza i dispositivi acustici e luminosi di emergenza attivati. Saranno gli accertamenti a chiarire le circostanze della manovra e il ruolo avuto dai diversi veicoli nella collisione.

Per Fabrizio Cesare Acerni, nonostante l’immediato intervento dei soccorritori e il ricovero d’urgenza, non c’è stato nulla da fare. L’incidente sul ponte Crepax è costato la vita al giovane motociclista, mentre proseguono le verifiche per definire l’esatta dinamica della tragedia.

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Milano, tre contro uno per strappargli una collana all’uscita della metro: arrestato un 20enne – VIDEO

Rapina a Milano, anziano seguito fuori dalla metropolitana e aggredito alle spalle: le immagini decisive per le indagini

Un uomo di 75 anni è stato aggredito da tre persone dopo essere uscito dalla fermata Loreto della metropolitana di Milano. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i rapinatori lo hanno seguito, immobilizzato e minacciato con un oggetto appuntito, riuscendo a strappargli una collana d’oro del valore di circa 2mila euro. Il gruppo ha tentato anche di sottrargli il borsello, prima di fuggire lungo viale Monza. La rapina risale al 29 marzo, ma le indagini della Squadra Mobile hanno portato all’arresto di un 20enne, ritenuto coinvolto nell’aggressione. Video Polizia di Stato, via Tgcom24.

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Youssef Siher non risponde al gip, i legali: “Nessuna condotta istigatoria”. Attesa per la decisione sulla convalida del fermo

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Youssef Siher, il ricercatore 30enne ritenuto l’amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“ e fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. L’udienza di convalida si è tenuta, davanti alla gip Tiziana Landoni, nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso. Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi hanno chiesto la convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere.

“Lui non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato i legali di Siher dopo l’udienza. Gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar hanno chiesto alla giudice che il ricercatore torni subito libero (qui tutti i dubbi sulle accuse mosse al 30enne). “Non siamo sorpresi in termini assoluti del fermo, considerata l’aria politica che tira. Non ha fatto niente. Lui era sicuro del fatto che ha esercitato le sue libertà e i suoi diritti costituzionalmente garantiti“, ha aggiunto l’avvocata Abu Sharar.

Era a “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone”, scrivono nella richiesta. Pm che hanno contestato come esigenze cautelari sia il pericolo di fuga che quello di reiterazione del reato. Un progetto “eversivo“, di “rivoluzione contro l’attuale governo” e di sostegno “alla rivolta”, che lui, secondo i pm, potrebbe portare ancora avanti sfruttando pure “il suo elevato background culturale ed i suoi contatti relazionali”. Da qui la richiesta di carcere, anche perché altrimenti – sempre per la procura – grazie alla sua “rete relazionale”, potrebbe fuggire “all’estero“.

La giudice per le indagini preliminari di Milano Landoni si è riservata e ha tempo fino alla tarda mattinata di mercoledì per decidere sul destino di Siher.

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Trap e violenza, parola agli esperti: “Non credo che i ragazzi che vanno a manifestare abbiano la trap come colonna sonora. Non è che la realtà fa schifo perché c’è Baby Gang, ma c’è Baby Gang perché la realtà fa schifo”

“Tengo solo una mentalité: o gli sparo o mi spara. Vivo solo di illegalité, io imparo, lui in para (…). Da bimbo il mio giocattolo preferito era una pistola giocattolo. Ora gioco ma, fra’, ogni bossolo calcolo (…). Cresciuti in fretta perché qua non c’è chi ti aspetta e ti porta con sé. Vivo la vie, fin quando mon frè-è-ère, morirò da rich, morirò in street”, rappa Baby Gang in “Mentalité”, uno dei brani più conosciuti e cantati dai giovanissimi. La traccia, se sommati i soli ascolti su Spotify e su YouTube, conta ben 416 milioni di ascoltatori. Un dato impressionante, “dopato” dal bilinguismo italo-francofono del trapper ma che, comunque, è sintomo di quanto il brano, crudo nel linguaggio, abbia fatto breccia nelle generazioni più giovani. Ed è proprio questa la tipologia di testi che vengono presi di mira quando, in Italia, succede qualcosa di grosso, che scuote e divide l’opinione pubblica.Ultimo in ordine temporale: i disordini milanesi di sabato e domenica, 17 e 18 ottobre. Il copione è sempre lo stesso. La trap e i trapper finiscono nelle agende di politici, nel caos dei dibattici algoritmici da social e nei talk show, diventando il capro espiatorio di (enormi) problemi sociali di cui, forse, non sono responsabili.

Ma facciamo qualche passo indietro. Come spiegato dal giornalista Damir Ivic, “lo spartiacque è stato il 2016 che, per convenzione, è considerato l’anno dell’avvento reale della trap in Italia”. Ai vertici della nuova ondata musicale c’erano Milano e Roma, rispettivamente con Sfera Ebbasta e il suo produttore, Charlie Charles, e la Dark Polo Gang, collettivo composto da Tony Effe, Pyrex, Side Baby, Wayne Santana e il producer Sick Luke. “La trap – come aggiunto da Claudio Cabona – è una sfumatura, un sottogenere del rap. In Italia, sbagliando, abbiamo sempre voluto semplificare il tutto, considerandoli dei pianeti a sé stanti. Ma in realtà non è così: rispetto al rap, cambiano alcune forme sonore e tematiche. La trap sicuramente è più nichilista, dark”. Nel 2017, grazie al disco d’esordio di Ghali, “Album”, c’è stato uno snodo cruciale per il genere. Il rapper italo-tunisino, infatti, è stato il primo artista di seconda generazione a raggiungere le vette più alte delle classifiche streaming aprendo, di fatto, la strada a molti altri colleghi più giovani. Basti pensare, per citarne alcuni, a Baby Gang, Simba La Rue ed Astro. “Raccoglievo le lattine al mio Paese, le rivendevo a un tizio solo per pochi centesimi (Come un barbone). Io davvero non avevo niente di niente (…). I soldi fanno la felicità e chi dice il contrario mente (…). Devo uscire dal tunnel, ma sto bene nelle tenebre (…). Ci ho provato pure a fare palestra ma mi piacciono le armi, ti piace la mia Beretta? Mi piace quando vado nel bosco e la testo. Vado matto per le armi, mi mandano fuori di testa”, dice Simba La Rue nell’intro e nel primo ritornello di “Mi piacciono le armi”, uno dei suoi brani più streammati che, solo su Spotify, conta più di 60 milioni di riproduzioni.

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Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione

Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.

Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.

Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).

Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).

E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).

Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.

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Sanità, 12enne cresciuta senza polmone destro torna a respirare grazie a una protesi al Niguarda

Sanità, raro intervento al Niguarda di Milano: protesi nel torace per riallineare gli organi e liberare il bronco

Era cresciuta senza il polmone destro, asportato completamente nelle prime ore di vita a causa di una grave malformazione congenita, riuscendo per anni a mantenere un equilibrio e a condurre una vita vicina alla normalità. Intorno ai 12 anni, però, respirare era diventato sempre più difficile e anche salire pochi gradini senza fermarsi rappresentava ormai uno sforzo importante. Oggi, grazie a un intervento altamente complesso eseguito all’ospedale Niguarda di Milano, che ha richiesto l’inserimento di protesi e il lavoro congiunto di diversi specialisti, la ragazza ha ritrovato il respiro e una buona qualità di vita.

“E a un mese dall’operazione – racconta Francesco Macchini, direttore della Chirurgia pediatrica del Niguarda che ha seguito il suo caso – è riuscita persino ad andare al concerto della sua band americana preferita”. La storia della giovane paziente comincia proprio al Niguarda, dove nasce 12 anni fa. Le difficoltà respiratorie manifestate subito dopo il parto portano gli specialisti ad approfondire il quadro clinico, fino alla diagnosi di una grave malformazione congenita che interessava tutto il polmone destro.

Il progressivo peggioramento delle sue condizioni rende necessaria la completa asportazione del polmone, una scelta impegnativa ma indispensabile per salvaguardarne la sopravvivenza. Negli anni successivi la bambina cresce conducendo una vita compatibile con la propria condizione, fino alla comparsa di nuovi problemi respiratori. Nell’ultimo periodo comincia ad affaticarsi facilmente, presenta frequenti infezioni e incontra difficoltà anche nello svolgimento delle attività quotidiane più semplici.

Gli accertamenti permettono di individuare una rara complicanza, conosciuta come sindrome post-pneumonectomia. Dopo la rimozione di un polmone, soprattutto quello destro, gli organi presenti nel torace possono infatti spostarsi progressivamente verso lo spazio rimasto vuoto.

Nel caso della ragazza, il polmone sinistro aveva occupato parte di quello spazio, mentre cuore, trachea e bronco si erano dislocati. Questo aveva determinato una progressiva compressione e deformazione dell’unica via aerea attraverso cui l’aria raggiungeva il polmone rimasto, riducendo sempre più la capacità respiratoria e compromettendo la possibilità di svolgere una vita normale.

Per affrontare il caso, gli specialisti del Niguarda hanno seguito un percorso multidisciplinare, coinvolgendo diversi professionisti e radiologi per studiare la situazione e individuare la strategia più adatta. Un approccio reso possibile anche dall’esperienza del Kites Center dell’ospedale, dedicato allo studio delle patologie congenite dell’apparato digerente e delle vie aeree nei bambini.

Le esperienze descritte nella letteratura scientifica internazionale sono pochissime: secondo gli specialisti che hanno seguito la giovane paziente, si contano circa 50 casi in tutto il mondo. L’obiettivo dell’intervento era quello di riportare il più possibile in asse gli organi del torace, liberando il bronco e ripristinando condizioni più favorevoli alla respirazione.

Per raggiungere il risultato, nello spazio toracico rimasto libero dopo l’asportazione del polmone destro sono state inserite delle protesi adattate alle specifiche esigenze della paziente. In particolare è stata utilizzata una protesi mammaria, dal momento che non esistono dispositivi progettati appositamente per questa rara complicanza. Fondamentale, sottolineano gli specialisti, è stato il contributo del chirurgo plastico, insieme a quello dei chirurghi toracici, degli anestesisti e degli altri professionisti coinvolti nell’assistenza.

L’intervento è riuscito e la ragazza è stata dimessa dopo pochi giorni. I risultati sono comparsi rapidamente: già a un mese dall’operazione era tornata a salire le scale di casa e aveva potuto partecipare al concerto della sua band preferita. Anche i successivi controlli hanno confermato un decorso regolare e stabile.

“La soddisfazione più grande – conclude Macchini – è stata riuscire a dimetterla dopo pochi giorni e vedere che, a un mese dall’intervento, aveva ripreso a fare le scale ed era andata al concerto. I controlli stanno dando risultati positivi e vedere la felicità della ragazza e dei suoi genitori è la soddisfazione più grande per noi”.

L’esperienza maturata al Niguarda può rappresentare inoltre una risorsa per la comunità scientifica internazionale. La condivisione del percorso seguito potrebbe infatti aiutare altri specialisti chiamati ad affrontare casi analoghi, offrendo nuove prospettive terapeutiche per pazienti colpiti da una patologia rara e invalidante.

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Il ruolo del doxxing nello scovare la presunta cabina di regia del ‘Movimento 17 ottobre’

I miti dell’invisibilità e dell’anonimato online erano morti da tempo, ma non tutti lo avevano capito. I fatti recenti hanno confermato l’avvenuta sepoltura di certi sogni che per anni avevano accompagnato gli utenti di Internet, rasserenandoli nella perigliosa navigazione in Rete e distraendoli dalle insidie dei protocolli di comunicazione.

Lasciamo tracce in ogni istante della nostra vita digitale e chiunque è capace di raccogliere i sassolini che – come Pollicino – lasciamo cadere al nostro passaggio nell’intricata foresta del web, dei social e della messaggistica istantanea. A catturare le informazioni, che convergono su un determinato soggetto o che permettono di dare un nome o almeno un numero di telefono a Tizio o a Caio, non sono soltanto le realtà istituzionali preposte a garantirci la sicurezza e la democrazia.

I primi che mietono e incrociano quei dati sono i signori delle diverse piattaforme digitali di uso quotidiano, quelle che offrono ammalianti servizi gratuiti ripagandosi con la profilazione e la schedatura degli incauti utilizzatori. A ruota vengono le organizzazioni criminali che vogliono assicurarsi il controllo parallelo di qualunque contesto, così da trarne vantaggio per i più diversi obiettivi. Nella sequela di coltivatori diretti di piantagioni di dati ci sono anche gruppetti di curioso volontariato e anche singoli appassionati che si cimentano in una ginnastica da impiccioni che li porta a mostrare quanto sono bravi.

La liceità di certe iniziative è francamente discutibile, ma recentemente una esperienza di quel tipo si è rivelata di una certa utilità per l’identificazione di chi ha organizzato i raid che hanno messo a ferro e fuoco le nostre città.

A dare trasparenza alla composizione della presunta cabina di regia del Movimento 17 Ottobre è stata una operazione di doxxing messa in atto da un team di giovani tedeschi con evidenti simpatie viscerali di estrema destra. La circostanza ha mortificato la tradizione secondo la quale hacker e smanettoni fossero una delle colonne portanti dei centri sociali, ma i tempi cambiano e non c’è da stupirsi. Il doxxing, o doxing che scriver si voglia, è una tecnica che viene utilizzata per smascherare una persona, rendendola vulnerabile o ricattabile. Niente di nuovo, è naturale, ma in questo momento qualcosa di evidente attualità.

La filiale italiana del gruppo Der Einzige ha mostrato grande abilità nell’applicazione di questa metodologia di azione e da quel che si è visto ha saputo giocare tutte le carte che il contesto permette di sfruttare raccogliendo informazioni personali che risultano accessibili pubblicamente o che sono state protette con eccessiva superficialità.

Gli strumenti sono il banale monitoraggio dei nomi e dei nickname degli utenti presi di mira, il riscontro della loro presenza sui social, l’analisi di tutto quel che ruota attorno ad un determinato profilo (foto, geolocalizzazioni, relazioni…), l’utilizzo di software di scraping che automatizzano la raccolta di dati online, l’aggregazione e il riordino del materiale eterogeneo collezionato, l’eventuale uso di tecniche di phishing e in ultimo il ricorso a chi – broker di dati – può aver già dossierato questo o quel soggetto.

L’insieme di queste iniziative ha portato i baldanzosi giovanotti in virtuale camicia bruna a pubblicare su Telegram una serie di liste di soggetti che a diverso titolo avevano animato la chat di “17 Ottobre”. I numeri telefonici riportati in quegli elenchi hanno senza dubbio accelerato le operazioni di polizia. E tutto il resto è cronaca.

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Ex Ilva, chiesti i domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli: nel mirino emissioni e quote CO2

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, nell’ambito dell’inchiesta sul presunto inquinamento prodotto dalle emissioni dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024 e sulle presunte irregolarità nella gestione delle quote di anidride carbonica. La richiesta riguarda anche Alessandro Labile, dirigente dello stabilimento, e Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra.

Il gip Francesco Maccagnano ha fissato per il 3 novembre gli interrogatori preventivi dei tre indagati, prima di decidere sull’eventuale applicazione delle misure cautelari. Al centro dell’indagine ci sono le emissioni dello stabilimento siderurgico di Taranto e la gestione delle quote Ets, il sistema europeo che regola lo scambio dei diritti di emissione di CO2.

Ex Ilva, dai picchi di benzene alla presunta truffa sulle quote CO2

L’inchiesta affonda le radici nelle verifiche sulle emissioni dell’acciaieria. Già nel marzo 2024 Morselli aveva ricevuto un avviso di proroga delle indagini avviate dopo un esposto relativo ai picchi di benzene registrati nello stabilimento. Nel luglio dello stesso anno erano poi scattati perquisizioni e sequestri nell’ambito degli accertamenti su una presunta truffa ai danni dello Stato legata alle quote di CO2. Successivamente erano arrivati gli avvisi di garanzia per l’ex amministratrice delegata e altri dirigenti, consulenti e dipendenti.

Tra le ipotesi di reato contestate figurano associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento, disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato. Secondo la ricostruzione della Procura, una manutenzione carente degli impianti avrebbe contribuito a provocare emissioni potenzialmente dannose per la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Morselli, anche Milano indaga sull’ex amministratrice delegata

Per Lucia Morselli il procedimento tarantino non è l’unico fronte giudiziario aperto. L’ex amministratrice delegata è coinvolta anche in un’inchiesta per bancarotta fraudolenta della Procura di Milano, avviata dopo una relazione presentata dai commissari straordinari dell’ex Ilva. Le due indagini riguardano profili differenti della gestione di Acciaierie d’Italia: da una parte le presunte responsabilità ambientali e le irregolarità sulle quote di emissione, dall’altra gli aspetti economico-finanziari oggetto degli accertamenti milanesi.

La prossima tappa dell’inchiesta di Taranto è dunque fissata per il 3 novembre, quando Morselli, Labile e Astorri saranno ascoltati dal gip. Solo successivamente il giudice si pronuncerà sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura. Per tutti gli indagati resta ferma la presunzione di innocenza.

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Perché militarizzare le notizie per spremerle e ottenere un bel titolone è indecente

Ci sono mille modi per abitare le notizie, per farle conoscere, comprendere, viverle e restituirle a chi legge. Ma militarizzarle, forzarle e spremerle per un bel titolone “di prima” è indecente.

Qui anche la forma è sostanza, e l’informazione ha il potere di indirizzare la percezione della realtà e condizionare, soprattutto, il modo in cui viene interpretata. Contribuisce a formare giudizi, e di questo giornaliste e giornalisti sono responsabili. Perché non occorre raccontare una falsità per manovrare l’opinione pubblica. Basta scegliere un termine invece di un altro, enfatizzare un dettaglio, suggerire un’associazione di idee, attribuire un significato che i fatti da soli, magari, non avrebbero mai dimostrato.

È in questo spazio, sottile ma determinante, che si inserisce il linguaggio della rappresentazione mediatica: può precedere la conoscenza dei fatti, consegnare a chi legge un’interpretazione, una cornice. È il meccanismo descritto nel 1993 da Robert Entman nella sua teoria del framing. Selezionare alcuni aspetti della realtà e attribuire loro maggiore rilevanza significa costruire una cornice interpretativa capace di influenzare il modo in cui vengono compresi i fatti, individuate le responsabilità e formulati persino i giudizi morali. Non è un effetto automatico, ma un processo attraverso il quale l’informazione può favorire determinate letture della realtà rispetto ad altre.

La cornice è costruita di parole, ed è stata costruita molto male attorno alle cronache legate al Movimento 17 ottobre e al ragazzo indicato come la “mente” dell’organizzazione. Mente in base a cosa? Il 26 ottobre, Repubblica ha descritto il pubblico social del movimento con espressioni come “esercito arruolato online” e lui, il trentenne, come il “comandante”. Ecco che torna il concetto di militarizzare le notizie. Perché un follower non è un soldato, iscriversi a una chat non significa aderire a un movimento, né tantomeno arruolarsi. E amministrare un canale social non dimostra che una persona sia la mente di ogni fatto accaduto in Italia, né l’esistenza di una struttura gerarchica.

Il meccanismo del framing descritto da Entman è riconoscibile proprio nella cornice militare suggerita da quelle parole. Ed è evidente quanto una scelta lessicale possa orientare la lettura di una notizia. Quanto la forma sia sostanza.

Lo è anche quando si ignorano le cautele imposte dalla deontologia e si sbatte un minore in prima pagina. È ancora Repubblica, nel racconto di un altro fatto legato alle mobilitazioni e malcontento di questi giorni, a rendere identificabile un bambino di soli 11 anni. Il Comitato di redazione del quotidiano aveva inviato una nota interna, prima ancora che esplodesse il clamore, richiamando tutta la redazione al rispetto della Carta di Treviso e dell’articolo 12 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti. “La rilevanza pubblica di una notizia non comporta automaticamente la rilevanza pubblica di ogni dettaglio personale”, scriveva il Cdr, invitando a evitare “rappresentazioni stigmatizzanti, sensazionalistiche o lesive della dignità di adolescenti o addirittura bambini”. E ricordando che il rispetto della deontologia è “una responsabilità collettiva della redazione e di tutta la catena di comando della testata”.

Due episodi diversi, ravvicinati, inseriti entrambi nel racconto delle proteste; due vicende nelle quali la rappresentazione mediatica rischia di prendere il sopravvento sulle ragioni dei fatti, spostando i riflettori sul cattivo di turno, sul colpevole, di cui l’opinione pubblica ha fame; fame di nomi, cognomi, dettagli, di una costruzione di figure simboliche, della ricerca di un colpevole. Fino a far passare in secondo piano la notizia: perché ci sono manifestazioni, malcontento, proteste? Quali ragioni alimentano questa mobilitazione?

La responsabilità, attenzione, non si esaurisce con il giornale che il giorno dopo viene usato per incartare il pesce. Va oltre l’immediatezza della cronaca, riguarda la memoria collettiva. Ad Albert Camus, scrittore e giornalista, è attribuita la definizione, magistrale, del giornalista come “storico dell’istante”. Ciò che raccontiamo oggi diventerà parte della memoria di domani. Della storia che studierà chi verrà dopo di noi, che consegneremo alle generazioni future e che, se riportata in modo distorto conserverà, insieme ai fatti, anche i pregiudizi, le semplificazioni e le deformazioni del linguaggio con cui sono stati narrati.

Per questo la scelta delle parole non può essere liquidata come questione di stile: è la lente attraverso la quale la società comprende il proprio presente e costruisce, domani, il proprio passato. Sì, un titolo può durare un giorno. Ma il giudizio che contribuisce a formare molto, ma molto di più.

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Il pm chiede il carcere per Youssef Siher: “Può sviluppare strategia rivoluzionaria”

Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di origini marocchine, fermato su disposizione della Procura di Milano per essere la presunta “mente” del canale social Movimento 17 ottobre, avrebbe avuto una conoscenza degli strumenti informatici tale da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria“. È uno degli elementi valorizzati dai pm nella richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere, nella quale si ritiene sussistente, oltre al pericolo di fuga, anche quello di reiterazione del reato.

Il 30enne, che si trova al carcere di San Vittore, è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità del terrorismo e dal mezzo informatico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (reato quest’ultimo che fa parte dell’ultimo decreto del governo). La procura, nella richiesta firmata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi, ritiene che Siher abbia assunto “un profilo di spicco nel movimentismo” ed era “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone“. Le istruzioni fornite agli utenti “denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine. Sull’ideologia manifestata tale da far ritenere insufficienti gli arresti domiciliari”, si sottolinea nel provvedimento.

Quanto al pericolo di fuga “appare evidente la sussistenza”, scrivono i pm. Sebbene Siher sia “italiano di seconda generazione”, per la Procura “ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce”.

Secondo quanto trapela, sarebbe finita al centro degli accertamenti degli investigatori anche una chat WhatsApp. Da quanto si è saputo, infatti, si indaga anche sugli ultimi contatti che Youssef Siher avrebbe avuto prima di essere rintracciato e sottoposto a perquisizioni informatiche la mattina del 24 ottobre. Dal suo notebook, infatti, a cui la Polizia Postale ha potuto accedere perché non protetto da password, a differenza del telefono (lui si è rifiutato di comunicare la chiave di accesso), risultava, si legge negli atti, che il 30enne avesse utilizzato quel “devices in questione anche per collegarsi al proprio whatsappweb dove all’interno era attivo l’account denominato Youssef Siher”. E in questa pagina “si poteva riscontrare la presenza di diversi messaggi da parte di terzi che chiedevano informazioni sulla manifestazione del 24 ottobre”. Negli atti del provvedimento di fermo, come già emerso anche ieri, né in quelli della richiesta di convalida e di custodia cautelare in carcere, non c’è alcun elemento su presunti contatti tra Siher e hacker filorussi.

“Per lo smartphone l’indagato non ha fornito le credenziali di accesso”, hanno scritto i pm negli atti. Sul telefono sotto sequestro, ad ogni modo, si tenterà comunque di accedere nell’ambito delle indagini in corso, probabilmente con accertamenti irripetibili. Si sta analizzando, intanto, anche altro materiale trovato negli altri dispositivi sequestrati. In un’annotazione del 24 ottobre della Polizia Postale, che conduce le indagini assieme alla Squadra mobile e alla Digos della Polizia, si dà conto di come Siher avesse attiva sul suo notebook anche “l’applicazione Telegram Desktop configurata” con il suo account e che nella “sezione Comunicati del Movimento 17 Ottobre risultavano attivi i due messaggi programmati relativi all’indicazioni della piazze in cui concentrarsi” sabato scorso. Il 30enne, scrive la Procura, aveva “programmato l’invio, rispettivamente per le ore 14.31 e 15.31, di disposizioni organizzative sui luoghi ossia le varie piazze d’Italia, dove gli appartenenti al citato gruppo Telegram ed i loro adepti avrebbero dovuto riunirsi”. Messaggi che, però, non sono mai partiti, perché sono scattate le perquisizioni e i sequestri a suo carico.

L’udienza di convalida, davanti alla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, è attesa per domani, martedì 27 ottobre.

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Femminicidio Giulia Tramontano: riconosciuta la premeditazione per Alessandro Impagnatiello nell’appello bis

La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, condannato in primo e secondo grado per il femminicidio della compagna Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese, mentre era incinta di sette mesi di loro figlio. La decisione arriva alla fine di un secondo processo di appello.

Nel primo processo d’appello, pur confermando l’ergastolo, la Corte non aveva riconosciuto l’aggravante della premeditazione in quanto, secondo i giudici, l’avvelenamento della donna era finalizzato a provocare un aborto, non ad ucciderla. La Procura generale aveva impugnato la sentenza nella parte in cui questa aggravante era esclusa e la Cassazione le aveva dato ragione, disponendo così l’appello bis.

La decisione è fondamentale per ciò che concerne l’esecuzione della pena, poiché comporta un “isolamento diurno di tre mesi“. Tra 45 giorni saranno pubblicate le motivazioni. Applausi e abbracci tra i familiari di Giulia Tramontano e l’avvocato Nicodemo Gentile alla lettura della sentenza. “Penso che Impagnatiello e la sua famiglia dovrebbero essere l’esempio del fallimento sociale”, aveva detto la sorella della vittima prima dell’ingresso in aula.

La procuratrice generale Maria Pia Gualtieri aveva chiesto il riconoscimento dell’aggravante “per mettere a posto le cose e dare il giusto nome” ai fatti, anche se “la decisione non potrà far tornare in vita la povera Giulia Tramontano”, ma è necessaria perché “ci sono azioni che non possono essere dimenticate, ma sono espressione della massima intensità del dolo”. Per Gualtieri, l’aggravante serve a restituire il senso della “brutale personalità” dell’imputato: “Impagnatiello – ha affermato – ha avuto tutto il tempo per ritornare sulla sua decisione, ma non lo ha fatto. Ha voluto determinare la morte di Giulia per continuare la sua relazione con l’altra donna”.

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Milano, dopo le violenze Mazzali (FI) rilancia sui giovani: “Il futuro non si governa con gli slogan, serve una legge”

Le violenze nelle piazze vanno condannate senza ambiguità, ma la risposta della politica non può fermarsi all’ordine pubblico. È questa la posizione di Barbara Mazzali, consigliera regionale della Lombardia di Forza Italia, che interviene dopo i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano e le nuove mobilitazioni dello scorso fine settimana. Al centro della sua proposta c’è il progetto di legge n. 174 sulla Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), già avviato all’esame della Commissione regionale, con l’obiettivo di misurare le conseguenze delle decisioni politiche sul futuro dei giovani. “Il futuro non si governa con gli slogan”, sostiene Mazzali, che punta a introdurre uno strumento concreto per valutare gli effetti delle politiche pubbliche sulle nuove generazioni, dall’occupazione all’accesso alla casa, fino alla formazione e alla sostenibilità economica.

Mazzali: “Le violenze sono inaccettabili, ma fermarsi all’ordine pubblico sarebbe un errore”

La consigliera azzurra parte dagli episodi che hanno segnato le ultime settimane a Milano e in altre città italiane. Devastazioni, aggressioni alle forze dell’ordine e violenze non possono trovare giustificazione nel disagio sociale, ribadisce, sottolineando la necessità di rispettare le regole della convivenza civile. Ma limitarsi alla condanna, secondo Mazzali, significherebbe ignorare una questione più profonda. “Sarebbe un errore fermare tutta la nostra analisi alla sola questione dell’ordine pubblico”, osserva. Al di là di chi sceglie deliberatamente la violenza, infatti, esiste un disagio generazionale che le istituzioni hanno il dovere di affrontare.

Lavoro precario, stipendi insufficienti, difficoltà nell’accesso alla casa e impossibilità di raggiungere una reale autonomia economica sono alcuni dei problemi che, secondo la consigliera, alimentano l’incertezza delle nuove generazioni. Questioni che richiedono risposte strutturali e non soltanto interventi legati alle emergenze.

Milano rappresenta un paradosso: capitale economica, ma inaccessibile ai giovani

È proprio Milano, secondo Mazzali, a rappresentare uno dei paradossi più evidenti. Una città capace di attrarre investimenti internazionali, grandi imprese, università e capitali, ma nella quale anche un giovane lavoratore può trovarsi nell’impossibilità di sostenere il costo di un’abitazione. “Che valore ha una crescita economica se una parte delle nuove generazioni rischia di restarne esclusa?”, si domanda la consigliera regionale.

Il problema, sottolinea, non riguarda soltanto le condizioni sociali dei giovani, ma anche la competitività economica della Lombardia. Ritardare l’indipendenza economica, l’acquisto di una casa e la formazione di una famiglia significa incidere sui consumi, sulla natalità e sulla capacità del territorio di trattenere i talenti. Per questo, secondo Mazzali, le politiche regionali devono essere valutate non soltanto per i risultati immediati, ma anche per le conseguenze che produrranno nei prossimi dieci o vent’anni.

La proposta di Mazzali: un Osservatorio per misurare il futuro dei giovani

La risposta della consigliera di Forza Italia passa dal progetto di legge n. 174 sulla Valutazione di Impatto Generazionale, con cui la Lombardia punta a diventare la prima Regione italiana a istituire un Osservatorio dedicato agli effetti delle politiche pubbliche sulle nuove generazioni. Il provvedimento prevede indicatori oggettivi, una Scheda VIG per valutare preventivamente l’impatto delle principali decisioni regionali e un sistema di monitoraggio per verificarne successivamente i risultati.

Le analisi riguarderebbero diversi ambiti: occupazione, accesso all’abitazione, natalità, mobilità sociale, formazione, servizi e sostenibilità economica e ambientale. L’obiettivo è comprendere in anticipo come una scelta urbanistica, un investimento infrastrutturale o una politica industriale possano influenzare le opportunità delle generazioni future. Previsto anche il coinvolgimento di università, associazioni giovanili, enti territoriali e mondo produttivo, chiamati a contribuire alla costruzione delle politiche rivolte ai giovani. “Non un nuovo apparato burocratico”, precisa Mazzali, ma uno strumento per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche, utilizzando competenze e risorse già disponibili.

Mazzali chiede tempi rapidi: “La questione generazionale non diventi uno scontro ideologico”

La consigliera auspica ora un’accelerazione dell’iter legislativo e un confronto tra le diverse forze politiche. La questione generazionale, sostiene, non dovrebbe diventare terreno di contrapposizione ideologica, perché riguarda direttamente la tenuta economica e sociale della Lombardia. Mazzali riconosce che una legge non potrà risolvere da sola le difficoltà di un’intera generazione, ma ritiene che possa modificare il modo in cui le istituzioni valutano e assumono la responsabilità delle proprie scelte.

“La sicurezza è un dovere dello Stato. Creare le condizioni perché i giovani possano costruirsi un futuro è una responsabilità della politica”, sottolinea, ribadendo la necessità di affiancare alla tutela dell’ordine pubblico interventi capaci di offrire prospettive concrete. Il punto, conclude la consigliera, è non giudicare le decisioni politiche soltanto per i risultati ottenuti durante una legislatura, ma soprattutto per le opportunità che lasceranno alle generazioni successive. “Non possiamo continuare a chiedere ai giovani di avere fiducia nel futuro senza preoccuparci di misurare quale futuro stiamo effettivamente costruendo per loro”.

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“La sfida a Salvini? I veneti hanno tirato indietro il braccino”. Il videoracconto del congresso della Lega

“Questi veneti qui quando c’era da tirare fuori i coglioni si sono ritirati, mentre noi lombardi siamo andati avanti”. Lo storico militante leghista Elio Fagioli riassume così il congresso della Lega che si è concluso oggi a Milano. Matteo Salvini è stato riconfermato segretario con 465 voti a favore mentre il suo sfidante Massimo Garavaglia si è fermato a 146. “Sono soddisfatto, un ottimo risultato sostanzialmente da solo perché non ho un’organizzazione dietro se non le mie figlie fantastiche” ha detto lo sfidante che ha dato la mano e abbracciato Salvini al termine della votazione. Dall’altro lato il vicepremier rilancia: “Possiamo vincere le prossime elezioni, come minimo come secondo partito della coalizione”.

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Sabato di proteste, 5 arresti a Milano. 5mila identificati in tutto. Interviene Putin: “Accuse alla Russia? Evidenziano la debolezza dell’Europa”

Il giorno dopo le proteste che hanno portato migliaia di persone in piazza in tutta Italia contro il governo e il carovita, con scontri e tensioni ma nessun saccheggio, scende l’allerta nelle grandi città. Anche se restano comunque presidiati alcuni punti, in particolare a Milano dove alle 15 è prevista una seconda mobilitazione. Il conto delle questure diffuse al termine di ieri segnala quasi 5000 persone identificate in totale, 9 arrestate e 87 denunciati. Intanto sui disordini nelle piazze europee è intervenuto anche il Cremlino replicando a chi ha paventato la regia di Mosca dietro le manifestazioni più violente. “Le accuse alla Russia evidenziano la debolezza e l’incapacità di alcuni leader nei Paesi europei di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo” ha detto Vladimir Putin, in una dichiarazione pubblicata oggi sul sito web di Vesti.

A Milano ieri sono state circa 15mila le persone che si sono unite al corteo spontaneo che ha attraversato la città, tra cori contro il governo Meloni e richieste di dimissioni. Oltre al 30enne Youssef Siher, presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre fermato dalla polizia prima delle proteste, la questura ha fatto sapere di aver arrestato 5 persone e denunciato altre 44. In tutto nel capoluogo lombardo sono state identificate quasi 3mila persone.

A Bologna, dove si sono verificati gli scontri più duri e dove alcuni manifestanti sono rimasti feriti, il corteo ha visto la partecipazione di oltre 3mila persone, radunate inizialmente in piazza Nettuno. Tre le persone arrestate durante gli scontri e le tensioni durate in tutto circa 4 ore. I tre manifestanti arrestati sono accusati di violenza organizzata, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento nel corso di manifestazione pubblica. Nel corso dell’intera giornata, fa sapere ancora la questura, sono stati identificate circa 700 persone. Inoltre, 30 manifestanti sono stati accompagnati negli uffici della Questura e della polizia ferroviaria per accertamenti, mentre 8 sono stati denunciati. Gli approfondimenti degli investigatori hanno poi consentito di emettere 4 fogli di via obbligatori e 2 Dacur (Divieto di accesso alle aree urbane).

A Roma, come a Bologna, la polizia ha usato anche gli idranti contro i manifestanti. Nella capitale la protesta si è svolta in modo pacifico durante l’intera giornata, in cui c’è stato anche blitz al Colosseo finito nel giro di poco. Solo a sera si è alzata la tensione, quando i manifestanti hanno provato a spostarsi verso i palazzi istituzionali e sono partite le cariche della polizia. In tutto sono state 11 le persone denunciate, 96 quelle portate negli uffici di polizia, di cui 6 minorenni e 28 fermi preventivi.

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Milano, indagata anche la moglie del presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre

E’ indagata per istigazione a delinquere anche la moglie di Youssef Siher, il trentenne fermato nella notte dopo un lungo interrogatorio nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulle manifestazioni organizzate dal Movimento 17 ottobre e accusato di essere la “mente” dietro agli scontri che hanno funestato il centro del capoluogo lombardo.

La donna, 32 anni, di origini libanesi, è indagata in concorso con il marito. Secondo gli inquirenti, entrambi sarebbero amministratori delle pagine Instagram e Telegram del movimento che ha organizzato le proteste di piazza, pagina nata però dopo le manifestazioni del 17. Sarebbe stato proprio grazie al cellulare della donna che gli investigatori, sabato mattina, sono riusciti a rintracciare Siher, che aveva invece il telefono spento e non risultava localizzabile.

La 32enne, mediatrice interculturale, è nata e cresciuta a Como, dove risulta residente. Sui social si definisce “libanese, palestinese e araba di appartenenza”. La coppia si sarebbe sposata lo scorso settembre e vivrebbe in provincia di Milano, nonostante le residenze anagrafiche differenti: lui a Mazzano, nel Bresciano, lei a Como.

Ricercatore dei movimenti politici islamici, 30 anni, italiano di seconda generazione, da ieri sera Siher si trova in carcere a San Vittore, indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità del terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Ora le indagini si concentrano sull’analisi dei suoi dispositivi: il sequestro di cellulari e computer potrebbero restituire contatti, comunicazioni e modalità organizzative della presunta rete di chi avrebbe provato a fomentare le proteste che hanno visto giovani e giovanissimi invadere le città. Il pm di Milano Francesca Crupi chiederà lunedì la convalida del fermo. Solo dopo aver ricevuto gli atti, il giudice per le indagini preliminari fisserà una data per l’udienza.

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Salvini riconfermato leader della Lega con 465 voti: “In Cdm dirò basta a soldi e armi all’Ucraina”. E lancia nuovo simbolo senza il suo nome

“Alla pace devi arrivarci. In questi 5 anni abbiamo assistito il popolo ucraino in ogni modo possibile, ma io penso che questo congresso mi darà, se mi risceglierete come segretario federale, il mandato di andare in Cdm e di portare la posizione chiara della Lega, non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina”. Nel secondo giorno del Congresso della Lega a Milano, in cui si sceglie il leader, Matteo Salvini dal palco del MiCo di Milano promette che, in caso di riconferma, proporrà a palazzo Chigi di tagliare i finanziamenti a Kiev. Poi chiede ai delegati della platea chi è d’accordo per alzata di mano. Quasi tutti la alzano, e lui continua: “Ok, mozione approvata all’unanimità”. E qualche ora dopo il suo futuro come segretario della Lega viene confermato per la quarta volta, con 465 voti a favore. Resterà in carica quattro anni, fino al 2030. Lo sfidante Massimo Garavaglia si ferma a 146 voti e lo definisce “un risultato buono, circa sul 25%, molto positivo anche considerando che io non ho un’organizzazione, quindi ho fatto tutto da solo e alla luce del sole”.

Salvini è arrivato accolto dagli applausi delle prime file, mentre in fondo alla sala non mancano le contestazioni. E ha lanciato il nuovo simbolo della Lega, senza il suo nome. “Proporrò al Consiglio federale un’idea che era già nella storia della Lega. Mi sono recuperato un simbolo di Bossi del ’94. Se siamo qui, è grazie a Bossi e a Maroni che hanno cominciato quando non c’era nulla. Bossi nel ’94 presentò un simbolo” con le parole Lega Italia federale. Quello nuovo sarà “Lega Italia federale senza Salvini“. Il simbolo contiene l’Alberto da Giussano tra le parole Lega in alto e Italia federale in basso, su sfondo bianco. “L’Alberto da Giussano per me è orgoglio e identità. Via Salvini premier dal simbolo, qualcuno mi ha detto di non farlo. Magari Salvini rivince il congresso, dipende da voi, non sbircio, però se Salvini vince il congresso, magari ha una corrente e l’ha data vinta a chi fa polemica da un anno con la segreteria politica. Non mi interessa. Nazionale e non nazionalista. Il simbolo deve essere chiaro. Tenere insieme la Lega nazionale con il mio istinto e la mia pelle, perché sono convinto che il federalismo sia il passato, il presente e il futuro”, ha aggiunto.

Nel corso dell’intervento, il leader ha assicurato che “con la Lega al governo Ius Soli e Ius Scholae non saranno mai approvati” e ha fatto mea culpa per essere entrato nel governo Draghi, difendendo la scelta di fare parte del gruppo dei patrioti in Europa. “Spero che nessuno proponga mai alla Lega di entrare nei popolari per mal governare con quei socialisti in Europa, già mi pento amaramente dell’errore fatto e mi assumo tutta la responsabilità entrando nel governo Draghi col Partito Democratico. Mai più! Mai più! Mai più!”. Poi ha risposto a chi critica la scelta della Lega in Europa di confluire nel gruppo dei patrioti, dove siedono anche Rassemblement National, Fidesz e Vox: “Adesso qualcuno storce il naso perché siamo patrioti ma noi lo siamo perché questa Ue va cambiata da cima a fondo, è solo un enorme fardello. Siamo Davide contro Golia, i piccoli contro i grandi”.

Tornando al dibattito interno al partito, si è poi speso in un accenno all’intervento di ieri di Massimiliano Romeo, che aveva detto ‘evitiamo di fare la fine del partito di Renzi’, in riferimento al calo di voti per la Lega. “Ieri l’unica roba che mi ha disturbato in un contesto sacro come questo è stato evocare il nome di un tizio da cui ci separa il mondo, Renzi, noi con lui non abbiamo niente a che fare – ha detto il vicepremier -. Noi non abbiamo la spocchia e l’arroganza di Renzi e, aggiungo con amarezza, neanche la sua dichiarazione dei redditi”, ha aggiunto, dicendosi sicuro che “Luca Zaia sicuramente darà una mano nei prossimi mesi nel percorso vincente e virtuoso”. Poi, spazio all’ottimismo: “Possiamo vincere le elezioni come minimo come secondo partito della coalizione. Lo dico con rispetto degli amici di Forza Italia: la sera delle politiche, Meloni sarà presidente del Consiglio e la Lega sarà secondo partito della coalizione, per il momento”. E alle promesse: “Siamo leali da quattro anni, siamo una coalizione di amici e di diversi. Abbiamo fatto dei chilometri in alcuni casi verso gli altri. E penso a come viene trattata la Lega dove siamo in maggioranza, non tollererò più che la Lega sia trattata come un alleato di serie B in una regione dove governa al centrodestra. I numeri sono i numeri, chiediamo rispetto”.

Salvini non ha mancato di spiegare di essere stato lui ad avere deciso di collocare i giornalisti al piano inferiore per evitare di “inquinare” il Congresso. “Se altri anni di sacrificio meritano di essere fatti lo chiedo a voi oggi qua, non sui giornali, non in piazza, non facendo sorridere quei giornalisti servi che scrivono cazzate, perché la stampa non ci ha mai aiutato e non inizierà ad aiutarci adesso. Sono qua e sono al piano di sotto, e da giornalista iscritto all’ordine ho chiesto io agli organizzatori per non inquinare militanti e delegati che non meritano di essere circondati da certa gente che non è qua per raccontare la Lega. È da 40 anni che cercano di stroncarci e chiunque gli dia spazio non aiuta la Lega, non si aiuta la Lega con le interviste, con i libri, con la polemica o con il post su Facebook. Qua si aiuta la Lega“.

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La voglia di un mostro, purchessia – Il commento di Antonello Caporale

Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.

Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.

Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.

Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.

Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione. Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.

Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.

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